Archivi del giorno: 25 novembre 2009

Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B.

Fonte: Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B..

Dall’odore dei soldi di Silvio Berlusconi, fino all’intervento di Bernardo Provenzano su un non troppo misterioso “amico senatore” che nel 2000 cercava di far approvare l’amnistia. Se dice il vero, è l’altra faccia del potere quella che Massimo Ciancimino sta disegnando, con pizzini e documenti alla mano, davanti ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Nei suoi ultimi interrogatori sulla trattativa Stato-Cosa Nostra il figlio di don Vito – l’ex sindaco democristiano di Palermo condannato per mafia – ha parlato a lungo delle attività economiche del padre al nord e dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi. Dichiarazioni condite da nomi di persone e di società, spesso riprese da un libro che Ciancimino senior stava scrivendo prima di morire nel 2002, sulle quali è ora in corso una serrata attività di verifica. I verbali del giovane Ciancimino – ascoltato venerdì per 4 ore da 5 magistrati che seguono il filone stragi e trattativa – sono stati segretati. Ma l’importanza delle sue parole traspare dalla decisione dei magistrati palermitani di riaprire il fascicolo archiviato 6031/94, l’inchiesta per mafia e riciclaggio nella quale, fino al 1997 era indagato anche Berlusconi. Nel mirino della procura c’è adesso uno dei protagonisti di quel fascicolo l’ingegnere Francesco Paolo Alamia di Villabate, 75 anni, per qualche mese assessore palermitano al turismo proprio al fianco di Ciancimino. E poi salito alla ribalta nella seconda metà degli anni Settanta quando a Milano diventò azionista dell’Inim: una società, considerata il terzo gruppo immobiliare italiano, per la quale ha lavorato anche il braccio destro del Cavaliere, Marcello Dell’Utri. Allora i giornali soprannominavano l’Inim, controllata dal finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda, la “Compro tutto Spa”.

E spesso scrivevano di miliardi che arrivavano alla Stazione Centrale dentro borse di pelle. A quell’epoca Vito Ciancimino, come hanno raccontato alcuni testimoni nelle indagini sul fallimento delle aziende di Rapisarda, si faceva vedere in via Chiaravalle a Milano, sede dell’Inim e per qualche tempo anche residenza di Dell’Utri. E proprio suo figlio ricorda oggi di averlo accompagnato in viaChiaravalle dove doveva incontrare il boss Pippo Bono. Allora la stampa sosteneva che dietro l’attività di Rapisarda ci fosse proprio l’ex sindaco di Palermo. Ma don Vito con i giornalisti si limitava a dire: “È vero sono la mente di molte operazioni oltre lo Stretto”, mentre Alamia spiegava: “Vista la sua competenza in materia urbanistica, potrebbe essere un nostro consulente”. E quelle non erano delle boutade. O almeno così sostiene Massimo Ciancimino che davanti ai magistrati ha parlato anche di una sorta di consulenza fornita dal padre ai siciliani che erano in trattativa con Berlusconi. Finora dalle indagini era emersa solo la traccia di un assegno da 35 milioni di lire versato dal Cavaliere a don Vito una trentina di anni fa. Oggi c’è di più. Ciancimino junior ricorda come dietro a suo padre si muovesse una cordata composta dai boss delle maggiori famiglie mafiose, dai Buscemi, ai Bonura, dai Teresi, ai Bontade, che attraverso la Banca Rasini avrebbero finanziato il giovane costruttore di Milano 2. Accuse simili a quelle (archiviate) già mosse da numerosi pentiti e di fronte alle quali il premier, pur convocato in tribunale, non ha mai i sentito il bisogno di spiegare l’origine delle proprie fortune. Perché, per esempio, il 6 aprile del 1977 nella Finanziaria d’investimento Fininvest srl viene registrato come versato per contanti un aumento di capitale da 8 miliardi di lire? E ancora: dal ‘74 al ‘78 Dell’Utri, che Berlusconi descriveva come il suo segretario, è l’amministratore dell’Immobiliare San Martino, poi trasformata in Milano 2 spa. Perché? Domande alle quali i magistrati potrebbero ora rispondere da soli, seguendo un’indicazione precisa: il nome di un esponente del mondo della finanza ebraica che, secondo Ciancimino junior, era in contatto sia con Berlusconi che con suo padre. Per stabilire se davvero in periodi più recenti Dell’Utri è stato scelto da Cosa Nostra come nuovo referente politico è infatti necessario fare chiarezza sui legami del passato. Solo l’esistenza di un patto antico può giustificare pizzini in cui Provezano sembra riferirsi allo storico collaboratore del Cavaliere sostenendo di averlo contattato. “Caro Ingegnere (così Provenzano chiamava l’ex sindaco, ndr) abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione… hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo…”, scriveva il capo dei capi nel 2000. Il riferimento era per una possibile amnistia di cui l’allora Guardasigilli, Piero Fassino, aveva pubblicamente parlato. Nei sui dattiloscritti Zio Bino, mente politicamente finissima, considerava un bene che una proposta del genere fosse stata avanzata dal centrosinistra. Se lo avesse fatto Berlusconi, secondo lui, l’amnistia non sarebbe mai passata. E Ciancimino senior, che aveva bisogno del provvedimento di clemenza per liberarsi dai suoi ultimi anni di condanna (per reati non di mafia) sarebbe rimasto a bocca asciutta. Ma Provenzano dopo aver discusso con “l’amico senatore” era fiducioso. Anche perché pensava di avere la Chiesa dalla sua parte. A colpirlo era stato un intervento dell’arcivescovo di Milano, cardinal Martini. Per questo (molto ottimisticamente) si diceva tranquillo e commentava: “Ora abbiamo l’appoggio anche di Dio”.


Fonte:
il Fatto quotidiano (Peter Gomez e Marco Lillo, 25 Novembre 2009)

Benny Calasanzio Borsellino: Salvatore Cascio (AG), onorevole con i voti della mafia?

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: Salvatore Cascio (AG), onorevole con i voti della mafia?.

Scritto da Benny Calasanzio

“Quanto alle elezioni posso solo dire che in occasione delle ultime elezioni regionali, Imbornone Salvatore mi disse di votare per Cascio”. Chi parla è il neo pentito di cosa nostra agrigentina, Calogero Rizzuto, ex reggente della cosca mafiosa di Sambuca di Sicilia, in un verbale pubblicato in esclusiva dal periodico Grandangolo. A quale politico si riferisce il mafioso quando parla di Cascio? Salvatore Totò Cascio è uomo di ferro di un altro Totò, Cuffaro, di cui è appena stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli amici non si scelgono mai a caso. L’ex presidente della Regione durante le ultime elezioni regionali si era speso in prima persona per sostenerlo. Può l’appoggio di Cuffaro aver portato Cascio, nel collegio di Agrigento, ad ottenere 10.463 voti di preferenza su 37.354 di lista, ossia il 28,01%? A far luce sull’exploit arriva ora il collaboratore di giustizia, che, secondo accuse ancora tutte da verificare, dice che quelli sono voti di cosa nostra. Accade che qualche giorno fa Cascio si trova a Sciacca, sua città natale, e viene raggiunto da un giovane cronista dell’emittente televisiva Rmk, da sempre impegnata sui temi di mafia tanto da didicare all’informazione anti-cosa nostra un’intera puntata condotta da Massimo D’Antoni. Il giornalista, Calogero Parlapiano, si avvicina al presunto disonorevole e gli chiede notizie sulle parole del boss che lo indicano come uomo politico della mafia. Prima Cascio non risponde, poi guarda il cronista e lo minaccia: “non ti permettere più a farmi domande del genere”. L’emittente e l’Assostampa di Agrigento, capitanata dall’agguerrito Nino Randisi, hanno espresso solidarietà al cronista e attaccato duramente il politico, che chiaramente non ha arretrato né chiesto scusa, diffidando anzi l’emittente a mandare in onda la sua ripugnante risposta. Intimidazione fallita. Il 12 dicembre sarò ad una conferenza a Sciacca, assieme a Pino Maniaci e Ignazio Cutrò, organizzata dall’associazione L’Altra Sciacca. Sappia l’onorevole Cascio che leggerò pubblicamente il verbale dell’interrogatorio del pentito che lo accusa. Lo farò più volte durante la serata. E gli chiedo di presentare le sue scuse al cronista, che in maniera educata e rispettosa gli ha solamente posto una domanda. Se lui non ha la risposta o non può negare le accuse, certo non è colpa di Parlapiano. A presto onorevole, ci vediamo a Sciacca.

Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa

Fonte: Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Scritto da Dario Campolo Il Giornale della famiglia Berlusconi è partito con un nuovo attacco e si gioca il tutto per tutto, infatti la notiza di oggi è: “Ecco l’ultima trovata dei pm antimafia: sequestrare il patrimonio di Berlusconi“. Il Giornale sta affilando le lame e sta cominciando a denigrare i magistrati di Palermo, Firenze e Milano. Evidentemente, se tutto ciò dovesse essere vero, c’è qualche talpa che sta suggerendo le varie strade che tali procure stanno prendendo cercandone quindi la mistificazione. Gli Italiani devono stare in campana perchè secondo me in questa fase ci stiamo giocando il paese ITALIA, quindi è necessario essere lucidi per capire con attenzione cosa stia accadendo. Un cosa è certa, le televisioni e i giornali della famiglia Berlusconi possono depistare tutto quel che vogliono, ma a noi rimane la speranza di persone oneste come Ingroia, Lari, Di Matteo, Scarpinato e tanti altri magistrati onesti nel compiere il proprio dovere. Così come vera e reale è la famosa video-intervista di Paolo Borsellino del 21 maggio 1992 (qui è possibile leggere la trascrizione integrale senza i tagli del montaggio) in cui Paolo Borsellino confermava già fin da allora l’esistenza di indagini in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

Di Paolo Borsellino ci possiamo fidare, no?!!!!!

Cafasso, si ipotizza l’omicidio. Brenda, le ombre già in Brasile | Pietro Orsatti

Fonte: Cafasso, si ipotizza l’omicidio. Brenda, le ombre già in Brasile | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Si incupisce lo scenario, già torbido, che ruota attorno al presunto omicidio di Brenda, la transessuale coinvolta nella vicenda del ricatto all’ex presidente della Regione Lazio Marrazzo. Ormai è evidente che si è riaperta anche l’inchiesta, forse accantonata dagli inquirenti con troppa fretta, sul pusher Gianguerino Cafasso morto di overdose circa due mesi fa, la stessa persona che avrebbe realizzato il filmato del ricatto a Marrazzo. La Procura avrebbe acquisito, infatti, gli esami tossicologici e gli altri dati relativi al decesso avvenuto in una stanza di un albergo della Capitale. Una dose di eroina pura sarebbe la causa del decesso, un vero azzardo per un uomo “esperto” di quella sostanza, visto che la spacciava da anni. Anzi, quanto emergerebbe dai risultati ufficiosi del supplemento di perizia tossicologica disposta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo per far luce sulla morte del pusher, dimostrerebbe infatti che solo in caso di suicidio o di omicidio la presenza di eroina, e pura per giunta, sarebbe comprensibile. Per un cocainomane come Cafasso, infatti, l’eroina pura è letale. Inoltre, nel caso specifico, la sostanza stupefacente ritrovata nel sangue di Cafasso sarebbe stata “mascherata”, ossia resa simile alla cocaina con sostanze volte a nascondere l’odore e il sapore dell’eroina. Ma è sempre sul fronte della storia di Brenda e delle sue frequentazioni “extraprofessionali” che gli interrogativi sembrano moltiplicarsi. Una delle tante ipotesi vede la transessuale già informatrice, in questo caso della polizia federale brasiliana, ancor prima del suo arrivo in Italia. Il mondo transessuale brasiliano, spesso obiettivo di un vero e proprio traffico di esseri umani dall’America Latina all’Europa, da alcuni anni è al centro di ampie inchieste da quella che potremmo definire la Fbi di Brasilia. In particolare, il traffico di esseri umani (trans e giovanissime donne spesso minori) è diretto in tre aree: Germania, Svizzera (e, attraverso il Canton Ticino, la Lombardia) e Roma. Secondo alcuni, proprio in relazione a questi viaggi dal Brasile in Europa, la polizia brasiliana si sarebbe avvalsa delle informative di Brenda e di altre sue colleghe. Tornando alle indagini, il mistero del computer scomparso e poi riapparso sul luogo del delitto in un lavandino e del telefonino scomparso sembra essere inserito in un possibile tentativo di depistare gli inquirenti. Come molte delle dichiarazioni degli ultimi giorni fatte da conoscenti di Brenda ai media, spesso, a quanto risulta, con l’obiettivo di ottenere qualche compenso, non stanno certo contribuendo positivamente alle indagini. C’è anche un altro aspetto che lascia perplessi. Quello di come sia stato possibile che un gruppo di carabinieri (e si teme che siano più di quattro), taglieggiasse trans e prostitute, spesso usando metodi violenti, si rendesse complice di spaccio, presidiasse la zona per cercare qualche “preda eccellente” da far cadere nella rete del ricatto e nessuno se ne rendesse conto o segnalasse qualche anomalia. Non solo da parte dell’Arma, che – comunque va dato atto – ha avviato le indagini seppure tardivamente (testimoni raccontano come questo tipo di “affari” andasse avanti da anni) per mettere le mani sui quattro servitori dello Stato infedeli, ma anche da parte della polizia che operava anch’essa su quel territorio. Possibile che nessuno notasse quello che stava accadendo?