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Blog di Beppe Grillo – Il nucleare è una pazzia, ma qualcuno ci guadagna

Se al mondo ci sono scorte di uranio solo per 50 anni, vuol dire che il suo prezzo è destinato a salire in modo esponenziale nei prossimi anni, dunque questo è un altro elemento contro la costruzione di nuove centrali. In realtà il nucleare non è economico, le stime che parlano della sua economicità rispetto alle altre fonti sottostimano sempre i costi di costruzione delle centrali e non tengono conto dei costi sanitari (tumori & c.) e di smaltimeto dei rifiuti che devono essere mantenuti in sicurezza per migliaia di anni. Quanto costa mantenere i rifiuti in sicurezza per migliaia di anni?

Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. (fonte: http://www.tuttogambatesa.net/?p=1408)

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il nucleare è una pazzia, ma qualcuno ci guadagna.

Il nucleare avanza senza incontrare resistenza. Le regioni interessate stanno a guardare. Pdl, Pdmenoelle e Confindustria si sono messi d’accordo fregandosene del risultato del referendum del 1987. Le nuove centrali saranno in funzione tra 20/25 anni . Per allora gli irresponsabili che le hanno decise saranno quasi tutti morti di vecchiaia. Ad essere contaminate saranno solo le loro ossa. Le decisioni di questi politici hanno, quasi sempre, due caratteristiche: sono a lungo termine, e quindi ingiudicabili qui e ora e, inoltre, nessuno si ricorderà più chi erano i responsabili. Il nucleare è un’assurdità per un numero così elevato di ragioni che confutarlo è come mettersi a discutere con un idiota. Chi segue la discussione dall’esterno vedrebbe solo due idioti, la stessa sensazione di quando parlano i politici nei talk show. L’uranio, necessario per il nucleare, finirà entro 50 anni e il suo prezzo sta aumentando. Dovremo importarlo, esattamente come il gas e il petrolio e nel mondo vi sono pochissimi Stati esportatori. Quanto ci costerà? Il problema delle scorie è irrisolto, nessuno sa ancora come liberarsene, eccetera. eccetera. Il MoVimento 5 Stelle si opporrà al nucleare con ogni mezzo, nei consigli comunali, regionali, aderendo a referendum per la sua abolizione e con un’informazione capillare anche attraverso le scuole che possono richiedere gratis il documentario: “Terra reloaded” (già 250 lo hanno fatto e riceveranno il dvd dopo le feste). Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Paolo Borsellino – L’intervista nascosta

Fonte: Paolo Borsellino – L’intervista nascosta.

30 dicembre 2009 – La redazione de Il Fatto Quotidiano è lieta di presentare il dvd Paolo Borsellino – L’intervista nascosta, la versione integrale del lungo colloquio fra il giudice antimafia e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992. Il dvd contiene anche una presentazione dell’intervista curata da Marco Travaglio ed è già stato venduto in edicola in 25.000 copie in allegato a il Fatto Quotidiano. Attualmente è esaurito in varie città. E’ in corso la prima ristampa e invitiamo chi ancora non avesse questo documento eccezionale a prenotare una copia del dvd direttamente presso l’edicolante.

Indice:




Borsellino e le verità nascoste


L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009


La trascrizione dell’intervista in versione integrale (a cura di Valentina Culcasi)


Fabrizio Calvì (FC): “Dunque incominciamo.  Lei si è occupato di questo maxiprocesso di Palermo, cos’ha fatto signor Giudice in questo maxiprocesso di Palermo?”
Paolo Borsellino (PB): “Mah, io ero uno dei giudici istruttori. Inizialmente eravamo quattro che abbiamo raccolto le dichiarazioni di tutti i collaboratori che sono stati utilizzati in questo processo. Buscetta principalmente, ma anche tanti altri collaboratori minori che hanno dato un apporto dal punto di vista giudiziario, strettamente giudiziario, non meno consistente di quello di Buscetta. E poi ho redatto nell’estate dell’85, ho redatto il provvedimento conclusivo del processo che va come ordinanza, maxi ordinanza, sulla base della quale si è svolto poi il giudizio di primo grado”.

FC: “Conosce bene gli imputati?”
PB: “Beh, pressoché tutti gli imputati”.

FC: “Quanti sono?”
PB: “Beh, gli imputati del maxiprocesso erano circa 800. Ne furono rinviati a giudizio 475”.

FC: “Tra questi 475 ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei lo conosce? Ha avuto a che fare con lui?”

PB “Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, precisamente negli anni tra il ’75 e l’80, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava una delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane”.

{PB al telefono: “Ah pronto, pronto, pronto… se possiamo sospendere un istante. Pronto Nino, senti volevo sapere com’è andata stamattina… si… si…”}

FC: “Tra queste centinaia d’imputati ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei l’ha conosciuto?”
PB: “Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso perché fra il ’74 e il ’75 Vittorio Mangano restò coinvolto in un’altra indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste erano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché attraverso la marca dei cartoni e attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice, si poté rapidamente individuare chi li aveva acquistati e attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria, un negozio di vendita di salumi, che risultava avere acquistato questi cartoni si scoprirono all’interno sepolti in questo giardino i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere… Ora i miei ricordi sono un po’ affievoliti, di questa famiglia, credo che si chiamasse Guddo che era stata l’autrice materiale delle estorsioni. Fu processato, non ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano, che poi ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra”.

FC: “Uomo d’onore di che famiglia?”

PB: “Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano (ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento, cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso), che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane”.

FC: “E questo Mangano Vittorio faceva il traffico di droga a Milano?”
PB: “Il Mangano… Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane preannuncia, o tratta, l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. Mangano è stato poi sottoposto al processo dibattimentale ed è stato condannato proprio per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa, bensì per associazione semplice. Riportò in primo grado una pena di tredici anni e quattro mesi di reclusione”.

FC: “In che anno era?”
PB: “In che anno riportò questa condanna? Riportò questa condanna in primo grado nel millenovecento… all’inizio del 1988. Ne aveva già scontato un buon numero di questa condanna e in appello, per le notizie che io ho, la pena è stata sensibilmente ridotta”.

FC: “Dunque quando Mangano al telefono parlava di droga diceva cavalli?”

PB: “Diceva cavalli e diceva magliette talvolta”.

FC: “Perché se ricordo bene nell’inchiesta della San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli…”
PB: “Si, e comunque non è la prima volta che viene utilizzata. Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare… No, questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene tra lui e uno della famiglia degli Inzerillo”.

FC: “Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri”.
PB: “Si, il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo. Io mi limitai a sollevare a mia volta un conflitto di competenza davanti alla Cassazione. Conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma o a Milano, in questo momento non ricordo. Conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché appunto non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente”.

FC: “Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono vuol dire droga?”

PB: “Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento. Tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga… Fu condannato esattamente a 13 anni e 4 mesi di reclusione più 70 mila lire… 70 milioni di multa. E la sentenza di corte d’appello confermò questa decisione del primo grado sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena”.

FC: “E Dell’Utri non c’entra in queste schede?”

PB: “Dell’Utri non è stato imputato del maxiprocesso per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano”.

FC: “A Palermo?”

PB: “Si, credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo, con il vecchio rito processuale, nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”.

FC: “Dell’Utri, Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?”
PB: “Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi”.

FC: “Quelli della Publitalia insomma?”
PB: “Si”.

FC: “E tornando a Mangano… la connessione tra Mangano e Dell’Utri?”
PB: “Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa. Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxiprocesso, o almeno all’istruzione del maxiprocesso, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone che ribadì la sua posizione di uomo d’onore e parlò pure di un incontro con Mangano avuto da Calderone, credo nella villa di… nella tenuta agricola di Michele Greco. Insieme dove lo conobbe mentre si era ivi recato dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono. Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra quel suddetto Mangano e una famiglia del Corso dei Mille, la famiglia Zancla i cui esponenti furono sottoposti a processo… erano tutti imputati nel maxiprocesso”.

FC: “La prima volta che l’ha visto quando era?”

PB: “La prima volta che l’ho visto…l’ho visto, anche se fisicamente non lo ricordo, l’ho visto fra il ’70 ed il ’75”.

FC: “Per l’interrogatorio?”
PB: “Per l’interrogatorio, si”.

FC: “E dopo è stato arrestato?”

PB: “Fu arrestato fra il ’70 ed il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui lo vidi nel corso del maxiprocesso perché non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente io. Comunque si tratta di ricordi che cominciano ad essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati abbondantemente dieci anni, quasi dieci anni”.

FC: “A Palermo?”
PB: “Si. Si, a Palermo. La prima volta sicuramente a Palermo”.

FC: “Quando?”

PB: “Fra il ’70 ed il ’75 e dopo… cioè fra il ’75 e l’80. Probabilmente sarà stato a metà strada fra il ’75 e l’80”.

FC: “Ma lui viveva già a Milano?”
PB: “Beh, lui sicuramente era dimorante a Milano anche se risultò… lui stesso affermava di avere…di spostarsi frequentemente fra Milano e Palermo”.

FC: “E si sa cosa faceva… lei sa cosa faceva a Milano?”

PB: “A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli effettivamente cavalli, non cavalli come parola che mascherava il traffico di stupefacenti”.

FC: “Si, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?”
PB: “Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che devono essere mandati in un albergo… Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo”.

FC: “In un albergo dove?”

PB: “Ho vaghi ricordi, ma probabilmente si tratta del Plaza o di qualcosa del genere, si”.

FC: “Di che città?”
PB: “Di Milano”.

FC: “Ah, per di più!”
PB: “Si”.

FC: “E a Milano non ha altre precisioni sulla sua vita, su che cosa faceva?”
PB: “Guardi se avessi possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero, ma ripeto si tratta di ricordi ormai un po’ sbiaditi dal tempo”.

FC: “Si è detto che ha lavorato per Berlusconi…”
PB: “Non le saprei dire in proposito anche se dico… debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti ed ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda, che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla”.

FC: “Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?”
PB: “So che c’è un’inchiesta ancora aperta”.

FC: “Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?”
PB: “Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano. Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta che ne ha la disponibilità, quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento”.

FC: “Ma lui comunque era uomo d’onore negli anni 70, no?”
PB: “Beh, secondo le dichiarazioni di Buscetta, Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo, periodo antecedente agli anni ’80. Ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di quelle estorsioni del processo dei cani con le teste mozzate di cui ho parlato prima”.

FC: “Ma Buscetta come fa a dire che Mangano era un uomo d’onore?”
PB: “Evidentemente Buscetta precisa ogni qualvolta indica una persona come uomo d’onore, precisa quali siano state le modalità di presentazione di cui lui ha parlato in generale nelle sue dichiarazioni e poi specificamente ne parla con riferimento a ogni singola persona accusata. Cioè la presenza di un terzo uomo d’onore che garantendo della qualità di entrambe le persone che si presentano, presenta l’uno all’altro e l’altro all’uno”.

FC: “E’ un rito?”

PB: “Secondo il rituale, si tratta proprio di un rituale, descritto non soltanto da Buscetta, ma descritto anche da Contorno e descritto da tutti i pentiti, descritto da Calderone e descritto da altri pentiti minori. Gli uomini d’onore non possono scambievolmente presentarsi se non vi è la presenza di un terzo uomo d’onore che già è stato presentato ad entrambi e quindi sia in grado di rivelare all’uno la qualità di uomo d’onore dell’altro. E’ un rito di Cosa Nostra del quale abbiamo trovato decine e decine di conferme”.

FC: “Lei nelle sue carte non ha la data esatta dell’arresto di Mangano negli anni ’70?”
PB: “Guardi le posso dire che non ho la data esatta dell’arresto di Mangano perché mi manca il documento. Però Buscetta parla di un incontro avvenuto nel carcere… con Mangano nel carcere di Palermo, un incontro avvenuto nel 1977. Mangano negò in un primo momento che vi fosse stata questa possibilità di incontro tra lui e Buscetta. Gli accertamenti espletati permisero di accettare che sia il Mangano che il Buscetta erano stati detenuti assieme all’Ucciardone proprio nel 1977 e probabilmente forse in qualche anno prima o dopo il ‘77”.

FC: “‘77… vuol dire che era dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare per Berlusconi?”
(Paolo Borsellino fa cenno di non sapere o non potere rispondere)

FC: “Da quanto sappiamo lui ha cominciato a lavorare nel ’75”.
PB: “Le posso dire che sia Mangano che Buscetta… ehm sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore”.

FC: “Lei sa come Mangano e dell’Utri si sono conosciuti?”

PB: “No. Non lo so perché questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente, conseguentemente quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali o da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia e sul punto peraltro non ho ricordi”.

FC: “Sono di Palermo tutti e due?”
PB: “Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché Palermo è una città, diversamente come ad esempio Catania dove le famiglie mafiose erano composte di non più di una trentina di persone, almeno originariamente, in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiali, sfioravano duemila persone secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone. Quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due non è detto che si conoscessero”.

FC: “Un socio di Dell’Utri, un tale Filippo Rapisarda che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Guardi Mangano era della famiglia di Porta Nuova, cioè la famiglia di Calò. Comunque considerando che Cosa nostra è…” – (interruzione della Signora Borsellino per un’auto da spostare)-

FC: “Rifaccio la domanda: c’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Beh considerato che Mangano ricordo appartenesse alla famiglia di Pippo Calò, evidentemente non sarà stato Mangano…non sarà stato qualcuno del… cioè non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comunque tenga presente che nonostante Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose… si è parlato addirittura in certi periodi  almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime. La famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno duecento e si trattava comunque di famiglie appartenenti ad un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera”.

FC: “Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?”
PB: “Rapisarda, so dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente”.

FC: “A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?”
PB: “Credo che attualmente se ne occupi, se vi è una inchiesta aperta anche nei suoi confronti, se ne occupi il giudice istruttore. Cioè l’ultimo degli appartenenti, cioè il collega Guarnotta, cioè l’ultimo degli appartenenti al pool antimafia che è rimasto in quell’ufficio a trattare i processi che ancora si svolgono col rito… col vecchio codice di procedura penale”.

FC: “Perché a quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino tramite un tale Alamia”.

PB: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto, sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente”.

FC: “Ma questo Ciancimino, ex sindaco di Palermo, è un mafioso?”

PB: “Ciancimino è stato colpito da mandato di cattura, nel periodo in cui io lavoravo ancora a Palermo presso l’ufficio istruzione, proprio per la sua supposta appartenenza a Cosa Nostra. Procedimento che si è svolto a dibattimento in epoca estremamente recente e nel corso del quale è stato condannato, conseguentemente è stato accertato giudizialmente almeno in primo grado la sua appartenenza a Cosa Nostra”.

FC: “A cosa è stato condannato?”
PB: “Non ricordo esattamente. Si tratta di una sentenza di qualche mese fa della quale comunque non ricordo… Ricordo la condanna ma non ricordo gli anni relativi alla condanna. E’ chiaro che quando si fa riferimento a Cosa Nostra dal punto di vista dell’organo giudiziario penale italiano, non viene considerato sempre necessario che la persona sia uomo d’onore all’interno di Cosa Nostra perché queste sono regole dell’ordinamento giuridico mafioso. In Italia, secondo l’ordinamento giuridico statuale si può essere condannati per 416 bis, cioè per associazione mafiosa, anche se (ndr) non appartenenti ritualmente, a seguito di una regolare e rituale iniziazione, a Cosa Nostra. Faccio l’esempio, peraltro molto diffuso nelle indagini che sono state fatte, di una famiglia che si avvale di Cosa Nostra, che si avvale per la consumazione, abitualmente, per la consumazione di taluni delitti di sangue di giovani non ancora inseriti in Cosa Nostra.. diciamo in periodi di tirocinio. Questo secondo l’ordinamento giuridico statuale, questi giovani killer che vengono reclutati da Cosa Nostra, ma non ancora ritualmente inseriti secondo la rituale cerimonia nell’organizzazione, fanno comunque parte dell’organizzazione criminosa secondo l’ordinamento giuridico statuale”.

FC: “Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi, tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi o Dell’Utri e uomini di onore di Cosa Nostra. Cioè Cosa Nostra si interessa all’industria?”
PB: “Beh, a prescindere da ogni riferimento personale perché ripeto con riferimento a questi nominativi che lei ha fatto, io non ho personali elementi tali da poter esprimere opinioni. Ma considerando la faccenda nel suo atteggiarsi generale allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni ’70, sino all’inizio degli anni ’70 aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili, all’inizio degli anni ’70 in poi Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa.. un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole che a un certo punto diventò addirittura monopolistico nel traffico di sostanze stupefacenti… Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero. E allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nosta cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o para leciti, come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione cominciò a seguire vie parallele e talvolta tangenziali alla industria operante anche nel nord, della quale in un certo qual modo… alla quale in un certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità… quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso”.

FC: “Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessa a Berlusconi?”

PB: “E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente queste esigenze, queste necessità per le quali l’organizzazione criminosa a un certo punto della sua vita storica si è trovata di fronte, hanno portato ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per dover far trovare uno sbocco a questi capitali. E quindi non mi meraviglia affatto che a un certo punto della sua storia Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali”.

FC: “E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due mondi?”
PB: “Beh guardi Mangano è una persona che già in epoca, oramai diciamo databile abbondantemente di due decenni almeno, era una persona che già operava a Milano. Era inserita in un qualche modo in una attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone, di Cosa Nostra che erano in grado di gestire questi rapporti”.

FC: “Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto, ma anche di sequestro di persona”.

PB: “Mah, tutti quei mafiosi che in quegli anni (siamo probabilmente alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70), che approdarono a Milano e fra questi non dimentichiamo che c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali che poi investirono nel traffico delle sostanze stupefacenti, anche con i sequestri di persona. Lo stesso Luciano Liggio fu coinvolto in alcuni clamorosi processi che riguardavano sequestri di persona. Ora non ricordo se si trattasse ad esempio di quelli di Rossi di Montelera, ma probabilmente fu proprio uno di questi e diversi personaggi che ancora troviamo come protagonisti di vicende mafiose, a Milano si dedicarono a questo tipo di attività che invece, salvo alcuni fatti clamorosi che costituiscono comunque l’eccezione, sequestri di persona che invece ad un certo punto Cosa Nostra si diede come regola di non gestire mai in Sicilia”.

FC: “Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi, c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però, di un invitato che usciva dalla casa di Berlusconi”.
PB: “Non sono a conoscenza di questo episodio”.

FC: “E questo sequestro fu opera insomma, fu implicato dentro un tale Pietro Vernengo”.
PB: “Ritengo possa trattarsi, anche perché non ne conosco altri con questo nome, del mafioso che è stato protagonista di alcune vicende che hanno avuto estremo risalto in stampa in questi ultimi tempi… cioè Pietro Vernengo, appartenente alla famiglia mafiosa credo di Santa Maria di Gesù che fu condannato all’ergastolo nel maxiprocesso con sentenza confermata in appello per aver…era imputato addirittura di 99 omicidi e per qualcuno di essi è stato condannato. Pietro Vernengo, personaggio che fu sicuramente uno dei più importanti del maxiprocesso fra quelli coinvolti, sia nel traffico dei tabacchi lavorati esteri all’inizio che nel traffico delle sostanze stupefacenti poi. Anzi credo che un congiunto di Pietro Vernengo sia quel Di Salvo che risultò titolare di una delle raffinerie di droga scoperte a Palermo, proprio nella città di Palermo e precisamente nella zona di Romagnolo acqua dei corsari, una raffineria che fu scoperta mentre era ancora in funzione”.

FC: “Avete detto maxiprocesso… Vernengo è stato giudicato con Mangano?”
PB: “Vernengo è stato giudicato nel maxiprocesso con Mangano”.

FC: “Loro due si conoscevano?”
PB: “Non lo ricordo se sono state fatte domande del genere o accertamenti del genere”.

FC: “Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia”.
PB: “Si, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno fra quelli individuati. Altro personaggio che risiedeva stabilmente a Milano era uno dei Bono. Credo che Alfredo Bono, che nonostante fosse capo della famiglia di Bolognetta, che è un paese vicino Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso, in realtà debbo dire Mangano non appare come uno degli imputati principali. Non c’è dubbio comunque che, almeno con riferimento al maxiprocesso, è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente specificatamente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa. Se mal non ricordo, Calderone parla di un incontro con Mangano avvenuto in un fondo di Stefano Bontade, dove il Mangano e Rosario Riccobono sopravvenuti nel frangente, si dicevano reduci da un’operazione di sangue, o qualcosa del genere. Debbo dire che l’esito processuale però delle dichiarazioni di Calderone è stato un esito deludente poiché dal punto di vista strettamente giudiziario, cioè delle condanne con riferimento agli accusati, delle dichiarazioni di Calderone è rimasto ben poco. E’ rimasto ben poco probabilmente perchè in concomitanza con le dichiarazioni di Calderone è sopravvenuta quella dirompente sentenza, o decisione, della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha disconosciuto l’unitarietà della organizzazione criminosa Cosa Nostra, sostenendo che trattavasi invece di tante famiglie, o tante organizzazioni, aventi ognuna una propria collocazione territoriale cosicché il procedimento derivante dalla dichiarazione di Calderone è stato spezzettato, credo in dieci o dodici tronconi, pochi dei quali restano ancora in piede e nessuno dei quali credo abbia avuto sino ad ora un esito dibattimentale definitivo e soddisfacente dal punto di vista dell’accusa”.

FC: “Dunque Mangano era uno capace di partecipare ad azioni militari?”
PB: “Secondo le dichiarazioni di Calderone si”.

FC: “Quali azioni militari non si sa?”
PB: “Mah, ripeto… Calderone parla di un incontro con questo Mangano avvenuto nel fondo di Bontade, nel quale Mangano e Rosario Riccobono si dicevano reduci di un’azione di sangue”.

FC: “Quando?”
PB: “Il periodo credo che sia un periodo di poco precedente all’omicidio di Di Cristina, quindi dovremmo essere prima del 1978”.

FC: “Subito dopo la sua scarcerazione?”
PB: “Non saprei essere più preciso perché dovrei consultare gli atti. E’ citato in questo libro di Arlacchi questo episodio. Ne parla una sola volta in questo libro….  Ah, dice nel 1976. Un giorno del ’76 quindi, io ricordavo nel ’77. [PB legge:  Mi trovavo nella tenuta favarella insieme a Pippo, eravamo seduti a discutere con Michele Greco]. Ecco non è Bontade, è Michele Greco, ora che…. Io ricordavo la tenuta di Bontade, mentre si tratta della tenuta di Michele Greco. […a discutere con Michele Greco quando arrivarono Rosario Riccobono e Vittorio Mangano, uomo d’onore di Pippo Calò, che avevo già incontrato a Milano. Erano venuti per informare Greco dell’avvenuta esecuzione di un ordine, avevano appena eliminato il responsabile di un sequestro di una donna e avevano pure liberato l’ostaggio]. Penso di ricordare anche a quale delitto si riferisce il Calderone. Perché in quell’epoca credo che venne sequestrata a Monreale una certa Gabriella o Graziella Mandalà, la quale qualche giorno dopo, appena otto giorni dopo ricomparve, fu liberata. E subito dopo si verificarono tutta una serie di delitti estremamente raccapriccianti, un tizio che probabilmente era sospettato di aver partecipato al sequestro fu ritrovato addirittura nella circonvallazione dentro un sacco di [interruzione] …con riferimento al suo incontro con Mangano”.

FC: “Fatto da Mangano?”

PB: “Calderone lascia capire in questo modo. Almeno da queste dichiarazioni che vedo riportate nel libro di Arlacchi. Anzi credo che Calderone cita proprio questo fatto che mi ha fatto ricordare…(interruzione)…
Dell’uccisione fatta da Liggio di due donne della quale una viene stuprata e uccisa, una ragazza di 14 anni o 15 anni, che viene stuprata e uccisa subito dopo. Si tratterebbe di un delitto analogo a quello per cui un tizio stamattina è…(interruzione).”

PB: “Ci sono tutta una serie di appunti, di schede e di computer attraverso le quali occorre però risalire alla documentazione, delle quali alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso e ormai il maxiprocesso è conosciuto, è pubblico. Alcuni non lo sono perché riguardano indagini in corso, li dovrei fare esaminare da Guarnotta per…”

FC: “No dicevo solo quei fogli di computer”.

PB: “Eh si però qualcuno di questi fogli di computer riguarda, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri, Berlusconi, e non so sino a che punto sono ostensibili… Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io… Sono soltanto…ecco questo computer è organizzato in questo modo, questo è un indice sostanzialmente perché attraverso queste indicazioni noi cerchiamo “Vittorio Mangano” ed il computer ci tira fuori tutti gli indici degli atti dove sappiamo che c’è il nome Vittorio Mangano. Però non sono gli atti, è l’indicazione di come si possono andare a trovare perché poi il processo è microfilmato, c’è lì una cosa, si cerca il microfilm e si tirano fuori. Cosa non sempre facile perché ormai ‘ste bobine microfilm sono diventate numerosissime”.

Il video della presentazione del dvd avvenuta a Palermo il 16 dicembre 2009
(a cura di Francesca Scaglione e Carmelo Di Gesaro,
Fonte: www.fascioemartello.it)


La lettera di Agnese Borsellino per la presentazione del dvd a Palermo

Far conoscere il contenuto di questa intervista non vuole essere un atto di accusa nei riguardi dei personaggi politici ivi citati, ma da moglie di Paolo Borsellino mi chiedo da tempo senza riuscire a darmi alcuna risposta: perché due giorni prima della strage di Capaci i due giornalisti francesi hanno intervistato mio marito chiedendogli di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano? E’ stata solo una coincidenza?

Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa ed altre analoghe pertanto sono per me ed i miei figli un atto di amore.

Solo quando la verità sull’assassinio di mio marito e dei suoi ragazzi verrà alla luce  e si interromperà una volta per tutte la contiguità tra criminalità e pezzi deviati dello Stato, scompariranno definitivamente le mafie.

Con questo auspicio rivolgo a vuoi tutti gli auguri di un Sereno e Santo Natale.

Agnese Borsellino

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia


Tutto esaurito per la presentazione del Dvd del “Fatto”

“Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa e altre analoghe pertanto sono per me e i miei figli un atto di amore”. Agnese Borsellino ha definito un atto d’amore l’iniziativa del Fatto Quotidiano che mercoledì sera ha presentato a Palermo in anteprima il dvd Paolo Borsellino, l’Intervista Nascosta. Il filmato integrale mai trasmesso in tv, della famosa intervista che il magistrato rilasciò ai colleghi francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo due giorni prima della strage di Capaci e 61 giorni prima di essere ucciso, acquistabile da oggi con il Fatto. Un incontro vigilato da uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine e partecipato da un fiume di persone. Anche quando ogni posto era esaurito, tanti giovani sono rimasti immobili sulla piazza antistante, nonostante la pioggia, con la speranza di poter entrare. Una speranza che non poteva restare disattesa. Così, appena la sala si è svuotata, l’incontro è stato in parte ripetuto. Una testimonianza di condivisione di un giornale che si limita a raccontare i fatti senza chiedere il permesso a questo o a quel partito, a questo o a quel potentato, a raccontare un bisogno profondo di verità di passione civica, ma anche la necessità di manifestare solidarietà a Marco Travaglio, a tutta la redazione del Fatto Quotidiano e al suo direttore Antonio Padellaro, indicati come “mandanti morali” del lancio al premier della statuetta del Duomo da parte di una persona affetta da gravi disturbi psichici . “Quello che vorremmo è un paese normale in cui fosse normale scrivere e manifestare le proprie opinioni, in cui a farla da padrone fosse il confronto civile e non certe dimostrazioni di barbarie politica”, ha detto Padellaro nel suo intervento preceduto dalla introduzione dell’autrice di questo articolo a cui Agnese Borsellino, donna discreta e restia ad ogni forma di protagonismo, impossibilitata a partecipare a causa di seri motivi di salute, aveva voluto consegnare una lettera densa di emotività ma anche di denuncia politica.


Presenti alcuni magistrati della Procura di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, Andrea Tarondo pm di Trapani e Franca Imbergamo giudice a Caltanissetta, che non hanno voluto rinunciare ad esserci nonostante il clima da coprifuoco psicologico che si respira nel paese. Marco Travaglio si è chiesto cosa sarebbe accaduto a Paolo Borsellino se quell’intervista l’avesse rilasciata oggi, se oggi, avesse consegnato quei documenti a dei giornalisti. Di certo, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato inserito nella lunga lista delle toghe rosse, dei magistrati sovvertitori della volontà popolare, lui che semmai era una toga nera a riprova che l’imparzialità di un magistrato è al di sopra delle opinioni politiche personali. La presenza di così tanti giovani sinceramente, evidentemente impegnati nella costruzione del proprio futuro, impregnato di rispetto per le persone e per le regole, è stata
la rappresentazione di un paese soffocato dalla propaganda martellante che ogni giorno senza sosta arriva nelle case, nei bar, nei ristoranti dalla reti televisive di proprietà di Berlusconi e da quelle controllate da Berlusconi, presidente del Consiglio. E di fronte alle loro facce pulite, ai loro sguardi attoniti, spesso bagnati dalla commozione, il testamento di Borsellino: “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perché la ricerca della verità porta con sé il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone” si è trasformato in impegno urgente.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2009)

Antonio Di Pietro: Il bottino di Bettino: come e quanto rubava

Fonte: Antonio Di Pietro: Il bottino di Bettino: come e quanto rubava.

Articolo di Marco Travaglio pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi a pagina 6. Ogni commento è superfluo, buona lettura.

Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.
Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra HongKong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie).

Finanziamenti per il Psi?
No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding 7105 presso la Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz. “Craxisi legge nella sentenza All Iberian confermata in Cassazione – è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti… non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”.
Su Constellation Financiere e Northern Holding – conti gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati – riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul Northern Holding incassa almeno 35 miliardi da aziende pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private, come Calcestruzzi e Techint.

Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo sono spariti. Secondo i laudatores, Craxi fu condannato in base al teorema “non poteva non sapere”. Ma nessuna condanna definitiva cita mai quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva: “Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti”.

Tutto era cominciato “nei primi anni 80” quando – racconta Tradati a Di Pietro – “Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto”. Su cui cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 ammontano già a 15 miliardi.
Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto International Gold Coast, affiancato dal conto di transito Northern Holding, messo a disposizione dal funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, per rendere meno identificabili i versamenti. Anche lí confluiscono ben presto 15 miliardi.
Come distinguere i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati, cioè per Craxi?

“Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano”. Poi esplode Tangentopoli. “Il 10 febbraio ‘93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15 chili di lingotti d’oro… I soldi non finirono al partito, a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi”.
Raggio va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.
Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? “Craxi – riepilogano i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di un albergo [l’Ivanohe] a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitú, l’autista e la segretaria”.
Alla tv della Pieroni arrivarono poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio. Craxi lo diceva sempre, a Tradati: “Diversificare gli investimenti”.
Tradati eseguiva: “Due operazioni immobiliari a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Bettino regalò una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba).

E il Psi, finito in bolletta per esaurimento dei canali di finanziamento occulto? “Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia astenuto dal consegnare al suo successore i fondi contenuti nei conti esteri”.
Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso 15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della sua sontuosa latitanza in Messico.

E il resto?
Lo restituì a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre –scrivono i giudici– “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair AlKatheeb” e 80 milioni di lire(«$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per “un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr) in Costa Azzurra”, a Saint-Tropez, “per sottrarlo – spiega Raggio – al clima poco favorevole creatosi a Milano”.
Anche Bobo, a suo modo, esule.

Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con perdite. “Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti della Procura abbiano abusato dei loro poteri”. Anzi, l’iter dibattimentale “seguí i canoni del giusto processo” e le proteste dell’imputato sulla parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche”.

PeaceReporter – Chiquita Connection

Fonte: PeaceReporter – Chiquita Connection.

La Colombia ha chiesto l’estradizione dei vertici di Chiquita, accusata di aver pagato squadre di paramilitari colpevoli di 11mila omicidi

“Il caso di terrorismo più grande della storia recente, con tre volte il numero delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle di New York”. Terry Colling Sworth, esperto Usa in diritto internazionale, definisce così la storiaccia che sta dietro al processo che vede quale imputata la multinazionale delle banane Chiquita, accusata di aver assoldato tra gli anni Ottanta e Novanta orde di paramilitari per perseguire i propri interessi in Colombia. Risultato: 11mila vittime nella sola regione dell’Urabá, costa nord del paese.

Ci risiamo. Difesa e accusa torneranno a colpi di documenti e tesi contrapposte in una causa legale che va avanti da anni, e che prima è stata trattata negli Usa e adesso è sfociata in un processo in Colombia che sta per entrare nel vivo, mettendo fine all’impunità nella quale si sono crogiolate finora molte multinazionali padrone incontrastate dell’America Latina.
Nel primo caso, Chiquita ha raggiunto un accordo con il dipartimento di Giustizia Usa per le colpe di Banadex, società affiliata. Sulla base del patteggiamento, Chiquita sta pagando una multa di 25 milioni di dollari, essendosi dichiarata colpevole di avere violato la legge degli Stati Uniti per avere effettuato, dal 2001 al 2004, pagamenti a entità affiliate con l’organizzazione “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC). Nel secondo caso, invece, la Procura della Repubblica colombiana si è appena rivolta al Direttore degli affari criminali del Dipartimento di giustizia Usa, Thomas Black, affinché notifichi ai cittadini statunitensi a capo della Chiquita Brands Inc., un tempo United Fruit Company, John Paul Olivo, Charles Dennis Keiser e Dorn Robert Wenninger, l’avviso di garanzia affinché si difendano dall’accusa di “associazione a delinquere aggravata”. A questo seguirà, nei prossimi giorni, la richiesta di estradizione, che potrebbe riguardare altri 19 dirigenti della multinazionale, che avrebbero finanziato i paracos in operazioni finalizzate alla “protezione” dell’impresa bananiera, all’occupazione di terre mediante lo sfollamento forzato e all’eliminazione dei sindacalisti.

Sono già 127 le famiglie colombiane che si sono dichiarate parte civile, facendo appunto di questo processo il più grande caso di terrorismo della storia recente. E sulla delicata questione dell’estradizione si è già pronunciata anche la relatrice generale delle Nazioni Unite sull’indipendenza giudiziaria, Gabriela de Alburquerque, in visita in Colombia propri in questi giorni, definendola “imprenscindibile”. Se per gli Usa, dunque, questo è un caso chiuso, in Colombia è tutto ancora da snocciolare.

Per decenni, “repubblica delle banane” sono stati chiamati tutti quei paesi, Honduras in testa, i cui governi non erano che prestanome delle grandi compagnie della frutta Usa, le quali facevano il bello e cattivo tempo a colpi di corruzione e arbitrarietà. E anche nella complessa Colombia, le multinazionali hanno e giocato e lo giocano tutt’ora, un ruolo chiave nei rapporti di forza. Proprio in questi giorni, ricorre l’81esimo anniversario della “mattanza delle bananiere” compiuta dall’esercito nella stazione centrale di Ciénaga, su richiesta della United Fruit Company, e così ben descritta in Cento anni di solitudine da Gabriel García Márquez.

A inchiodare alla sbarra del tribunale colombiano Chiquita, sono le dichiarazioni di alcuni dei più spietati capi paramilitari, come Salvatore Mancuso, Raúl Emilio Hasbún, Ever Veloza e Fredy Rendón, i quali, avvalendosi della legge uribista Giustizia e Pace che garantisce loro impunità in cambio di un improbabile addio ad armi e malaffare e di una altrettanto improbabile riparazione alle vittime, hanno parlato dettagliatamente di pagamenti milionari alle Autodifese unite colombiane (le Auc, il maggior gruppo paramilitare, ormai sciolto) da parte della multinazionale Usa. Loro compito, sfollare a sangue e fuoco i contadini dalle loro terre, avvalendosi della complicità del governo. Una pratica messa in atto in tutto il paese da gruppi militari al soldo di molti altri gruppi economici legati al malaffare, e che perdura tutt’ora nonostante la scomparsa della sigla Auc. Non è bastato cancellare la sigla per voltare una delle pagine più violenti della storia colombiana: i paracos sono tutt’oggi vivi e vegeti e in azione sotto altra bandiera, quella delle Aquile nere, e non solo.

Nonostante le smentite di Chiquita, le confessioni degli storici leader del paramilitarismo colombiano mettono a nudo una prassi che andava ben al di là della consegna di soldi. Raúl Emilio Hasbún, per esempio, parla di 4200 fucili AK-47 e di 5 milioni di proiettili provenienti dalla Bulgaria ricevuti in una imbarcazione della United Fruit Company. Non solo: corrompendo le autorità doganali, la multinazionale avrebbe creato un porto privato a Turbo (in Antioquia, culla di violente stragi paramilitari) che sarebbe servito anche per attività legate al narcotraffico. In particolare, nel 2001, le navi Chiquita Bremen e Chiquita Belgie avrebbero imbarcato in questo porto una tonnellata e mezzo di cocaina nascondendola tra la frutta. Ma la multinazionale non ci sta e a tambur battente ha più volte ribadito che tutto questo è una montatura.

E mentre la ricostruzione dei fatti sarà attività primaria dei giudici nel processo, molte cose sono cambiate nella filosofia e nel modus operandi della banana dieci e lode. Dopo aver pubblicamente recitato un mea culpa, ha venduto capre e cavoli in Colombia e ha cercato di voltar pagina puntando a un codice etico e all’ecosostenibilità. Ma qualcuno insinua grossi dubbi. Il procuratore speciale del caso United Fruit Company, Alicia Domínguez, è convinta che Chiquita non abbia mai lasciato le coltivazioni colombiane. Anzi, con maestria finanziaria, avrebbe creato imprese dai nomi nuovi quali Olinsa, Invesmar e Banacol S.A.,e continuato a finanziare i paramilitari per proteggerle. E dato che Olinsa sembra avere un contratto con Chiquita Brands fino al 2012 e che è, secondo il procuratore, un prestanome di Chiquita, la multinazionale delle banane, sempre secondo l’accusa, non avrebbe mai lasciato il paese dall’eccidio del 1928.

Antonio Di Pietro: Via Bettino Craxi, 1934-2000, politico, corrotto, latitante

“se proprio dovete intitolargli una Via che sia un tangenziale, almeno per assonanza (con tangenti) ci ricordiamo il personaggio” (Cit. marco Travaglio).

Fonte: Antonio Di Pietro: Via Bettino Craxi, 1934-2000, politico, corrotto, latitante.

Sui quotidiani di oggi ci sono degli articoli a dir poco interessanti: la menzogna viene spacciata per verità.
Mettono in evidenza che si deve celebrare il decennale di Bettino Craxi: un omaggio di Berlusconi.
Dopo tutto, chi altri poteva omaggiare un latitante, pluricondannato e corrotto che, commettendo innumerevoli reati, ha rovinato sia la credibilità del Paese che quella delle Istituzioni, se non proprio lui, Silvio Berlusconi? Tra simili si ritrovano.
Ebbene, l’Italia dei Valori lo dice forte e chiaro: abbiamo pietà per i morti, ma nessuna pietà per chi mente. Craxi non era una persona in esilio, era un latitante. Nessuno lo ha cacciato. E’ lui che è fuggito per non rispondere delle sue azioni davanti alla giustizia. E’ scappato via perché è stato condannato con sentenza penale passata in giudicato. Era accusato di corruzione e finanziamento illecito ai partiti, cosa di cui i giornali non fanno alcuna menzione per poterlo spacciare come “grande statista”.

Ma quale statista!?

Quello che con la DC della Prima Repubblica ha indebitato oltremodo le casse dello Stato?
Quello che ha dato la possibilità ad una classe imprenditoriale di crescere non in ragione delle proprie capacità imprenditoriali ma delle mazzette che pagava?

Ritengo che questo fine d’anno volga al termine nella maniera peggiore: un anno in cui il fratellastro di Craxi è stato al governo con il solo fine di produrre leggi per non farsi processare. Un anno che viene sublimato, come dice il sindaco di Milano, dedicando una strada o una piazza al ricordo di Bettino Craxi.

E allora facciamola questa piazza: Piazza Bettino Craxi.
Sotto il nome, però, come in tutte le targhe, scriviamoci anche quel che era: “politico, corrotto, latitante”.

Nuovi dubbi sull’attentato a Berlusconi

Nuovi dubbi sull’attentato a Berlusconi: guardate questo video, Tartaglia viene portato via e tra il minuto 1:43 e 1:50 appare Berlusconi senza traccia di ferite.

Ma allora, se non c’era sangue a questo punto, come ha fatto il sangue a coagulare in fretta? (Sul sangue coagulato troppo in fretta si vedano gli altri video postati sull’argomento). La cosa mi pare sempre più sospetta.

YouTube – FEDE ROSICA DOPO L’AGGRESSIONE A BERLUSCONI – DI PIETRO NON METTERA’ PIU’ PIEDE AL MIO TG.

Antonio Di Pietro: La terza industria del Paese

Qualcuno chiama i giochi a premi “tassa sulla povertà”. Sono d’accordo sulla proposta di vietarne la pubblicizzazione.

Antonio Di Pietro: La terza industria del Paese.

Il gioco d’azzardo è illegale. E comunque anche quello considerato ‘non d’azzardo’, attraverso il quale lo Stato percepisce entrate fiscali da capogiro, è un’indecenza.
Con oltre 53 miliardi di euro di raccolta, questo business costituisce una percentuale vicina al 4% del Pil nazionale: rappresenta la terza industria del Paese.
Le entrate dello Stato derivanti dalla raccolta sono lievitate dai 3,5 miliardi di euro del 2003 ai 7,7 miliardi del 2008, con un tasso di crescita complessivo del 121,1%. A giocare di più sono individui tra i 25 ed i 44 anni e oltre i 65, questi ultimi pensionati. In Italia il gioco d’azzardo si sta diffondendo e sta avendo un impatto fortemente negativo su numerose fasce sociali: da quella degli studenti, che compromettono la riuscita dei propri studi, ai pensionati che finiscono in mezzo ad una strada, alle unioni familiari distrutte per il ‘vizietto’ di mamma e papà. Il profilo è quello del sognatore con un reddito modesto che tenta la fortuna ma scivola poi nella nullatenenza.
E’ stato riconosciuto dal CNR e diversi studi che il gioco-scommesse è un’attività che crea dipendenza come le droghe, il fumo, l’alcol.
Non voglio con questo precludere la libertà di un cittadino di poter scommettere o meno. Sto dicendo che al cittadino non può essere venduto il gioco come miraggio di vincite milionarie (in realtà dalle probabilità infinitesimali) e come alternativa ad una vita basata sul lavoro e sulle proprie capacità.

Le norme in materia di gioco e scommesse vanno equiparate a quelle sul fumo in termini pubblicitari, ossia ne dovrebbe essere proibita la promozione.
I controlli sull’età di chi gioca devono essere stringenti per impedire a minorenni e persone senza un proprio reddito di accedervi.
Le licenze e gli apparecchi installati nei punti di accesso al gioco, che con una normativa più permissiva dal 2003 hanno proliferato a dismisura, devono essere ridotti e la diffusione legata alla demografia.
Lo Stato dovrebbe farsi promotore di campagne progresso contro il gioco-scommesse poiché può provocare danni alla salute e alla psiche dei cittadini favorendo, nella maggior parte dei casi, il dissesto economico individuale e familiare.

Qual è la differenza agli occhi dello Stato tra chi si gioca un appartamento a poker tra mura domestiche e chi spende la sua pensione euro su euro al SuperEnalotto? Il fatto che uno non ne versi una parte all’erario e l’altro si?
E’ solo nell’erario?
Ma perché non applicare allora lo schema “legalizziamo-incassiamo” anche per la prostituzione, riaprendo le case chiuse, oppure anche per le droghe?
Evidentemente dietro al gioco-scommessa ci sono dei valori sociali che ora mi sfuggono: ma quali?
I governi non possono anteporre gli interessi economici a quelli dei cittadini, così come hanno dimostrato con la progressiva legalizzazione delle scommesse adducendo come alibi la necessità di sottrarne semplicemente il controllo alla criminalità organizzata.
Non è il controllo economico il driver delle decisioni dello Stato ma la tutela della comunità e della sua salute.
Se da una parte si normano gli aspetti fiscali, dall’altra bisogna curarsi anche di eventuali effetti sociali.
L’Italia dei Valori, nei prossimi giorni, presenterà un disegno di legge per offrire una regolamentazione delle scommesse e della comunicazione ad essa associata a tutti i livelli per la tutela del cittadino.