Archivi del giorno: 6 dicembre 2009

Cattura Latitanti – Complimenti e coincidenze | Pietro Orsatti

Cattura Latitanti – Complimenti e coincidenze | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti domani su Terra – 5 dicembre 2009
Arrestati contemporaneamente due di rango di , a Gianni Nicchi e a Milano Gaetano Fidanzati. Sulle tracce di Nicchi, sfuggito alla cattura  dopo l’operazione Gotha di tre anni fa, c’era da più di un anno la squadra della poliziadel capoluogo siciliano, mentre Fidanzati, che era ricercato da solo un anno anche se la sua “potenzialità” di uomo d’onore era conosciuta fin dagli anni ‘70, è tratto in dalla squadra mobile di Milano. Un ottimo risultato da aggiungere alla recente cattura dell’emergente boss di Altofonte . E soprattutto per quel gruppo di élite della di , che dopo la cattura di più di tre anni fa era stata tenuta, in maniera incomprensibile, “fuori dal giro”,  in secondo piano, affidando la maggior parte delle indagini sui a uffici diversi.

Un grande successo, quindi. Ma c’è un aspetto in queste due operazioni che lascia perplessi. I tempi. Coincidenti con le accuse in aula a Dell’Utri e da parte del pentito Gaspare Spatuzza e con lo svolgersi della manifestazione No B Day, Un aspetto che avremmo volentieri tralasciato se il premier Silvio non si fosse afrettato a rilasciare questa dichiarazione: «Credo sia una notizia che fa piacere a tutti gli italiani nel buon senso dei quali e nella loro capacità di giudizio non ho mai dubitato». E fa bene, il premier, a non dubitare nella nostra capacità di giudizio: le coincidenze strane le vediamo ancora.

Il Paese è Cosa nostra | Pietro Orsatti

Il Paese è Cosa nostra | Pietro Orsatti.

Mafia –  Ieri a Torino l’attesa deposizione di Gaspare Spatuzza per il processo Dell’Utri: «Graviano mi fece il nome di Berlusconi e mi disse che grazie a lui e al compaesano nostro, Dell’Utri, ci eravamo messi l’Italia tra le mani»

di Pietro Orsatti su Terra

«Uno così, Falcone l’avrebbe denunciato ». Non si tira indietro Marcello Dell’Utri che commenta in diretta alla stampa la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza. Che anzi rincara la dose mentre va in scena a Torino l’udienza più attesa dell’anno: «Spatuzza ha interessi a buttare giù il governo che gli lotta contro ». È nervoso, il senatore. Non è tranquillo, non può esserlo. Fino a due mesi fa il processo d’appello sembrava aver preso una piega che, invece, le dichiarazioni di Spatuzza hanno totalmente ribaltato. Ma andiamo alle dichiarazioni che ieri ha reso in aula il collaboratore. «Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un’associazione terroristico- mafiosa denominata Cosa nostra – esordisce -. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre. Quando avvennero Capaci e via D’Amelio abbiamo vigliaccamente gioito. Quelle sono stragi che ci appartengono. Mentre l’attentato di Firenze, ad esempio, non ci appartiene ». Nel senso che Spatuzza, anche se mette in atto con il suo gruppo di fuoco, di cui è uomo di spicco agli ordini di Giuseppe Graviano, sia l’attentato di Firenze sia quelli di Roma e Milano e la bomba a Maurizio Costanzo, li ritiene atti esterni alle logiche e alla storia di Cosa nostra. Spatuzza fa riferimento, per tutte le sue dichiarazioni relative a una presunta “trattativa” e a rapporti con politici, a due incontri con Giuseppe Graviano avvenuti alla fine del 1993 e nei primi giorni di gennaio del ’94, uno in Sicilia e l’altro al bar Done di via Veneto a Roma. Due incontri preparatori della fallita strage dello stadio Olimpico dove per la prima volta il collaboratore racconta che il suo boss gli parlò di cosa ci sarebbe stato in “ballo”. «Graviano mi fece il nome di Berlusconi – spiega in aula Spatuzza – e mi disse che grazie a lui e al compaesano nostro (si riferisce a Dell’Utri, ndr) ci eravamo messi il paese tra le mani. Graviano mi disse che avevamo ottenuto tutto quello e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro “crasti” socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ’89 e poi ci avevano fatto la guerra». Dopo di che, fra dettagli agghiaccianti sulle dinamiche militari del gruppo che condusse le stragi e battibecchi fra procura generale e difesa, si chiariscono alcuni punti estremamente delicati anche alla riapertura di altri processi a Firenze e Caltanissetta. E poi, ancora, riferimenti alla “trattativa, come quando Spatuzza racconta che «il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, il 20 luglio 1992, incontrai Giuseppe Graviano, si complimentò perché era andato tutto bene. Gli dissi che c’erano delle preoccupazioni ma lui mi rispose che era giusto andare avanti, che c’era qualcosa in piedi». E poi un dettaglio totalmente nuovo, che piomba quasi casualmente in un’aula sovraffollata: «Graviano mi disse che c’era già qualcuno che stava operando parlando dell’uccisione di tre carabinieri di pochi giorni prima in Calabria». Un altro gruppo di fuoco all’opera nel periodo delle stragi? Un segno di un’alleanza strategico-militare con le ’ndrine? A conferma della fondatezza di queste voci si apprende che Spatuzza è stato recentemente sentito anche dalla procura di Reggio Calabria. La difesa di Dell’Utri sembra non voler contestare le dichiarazioni di Spatuzza, ma le procure, accusate di trattenere informazioni essenziali nascondendole dietro gli omissis. Sembra quasi che il collegio di difesa sembra rinunciare, prevedendo una possibile conferma della condanna a Dell’Utri, riservandosi spazio per una «guerra di eccezioni e delle carte» in Cassazione. Poi, il colpo di scena: la corte accoglie la richiesta dell’accusa di ascoltare i fratelli Graviano e Cosimo Lo Nigro (tutti e tre protagonisti delle dichiarazioni di Spatuzza) entro la fine dell’anno.

“Ci hanno messo il Paese in mano!”

“Ci hanno messo il Paese in mano!”.

L’attesissima udienza del Processo Dell’Utri che ha visto protagonista il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, mafioso della famiglia dei Graviano, si è conclusa dopo 4 ore di esame del collaborante.
La difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) ha aperto la mattinata con un accenno ad un’eventuale revoca dell’ordinanza di ammissione del teste Spatuzza, avanzando formalmente la richiesta di acquisizione di tutte le dichiarazioni di Spatuzza. Il Presidente ha respinto la richiesta della difesa, procedendo all’audizione del teste.
Gaspare Spatuzza inizia il suo racconto ammettendo le sue colpe, ricordando di aver fatto parte dell’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra” dal 1980 al 2000, di essersi recentemente autoaccusato della strage di via D’Amelio e di essere ergastolano per la commissione di 6 stragi e 40 omicidi. Non nasconde nulla Spatuzza del suo passato, preferisce mettere subito in chiaro le cose e parla, ricorda delle stragi del ’92 e del ’93 (puntualizzando su “morti che ci appartengono” come Falcone e Borsellino e che “non ci appartengono” come le stragi del ’93, fuori dalla Sicilia e dalle logiche di Cosa Nostra, secondo il collaborante), degli incontri con Giuseppe Graviano, suo capofamiglia, delle anomalie nella gestione degli affari di Cosa Nostra nel biennio ’92 -’93.

Il punto centrale delle dichiarazioni di Spatuzza è un incontro datato verso la fine del 1993 in una villetta disabitata di Campofelice di Roccella. Durante il colloquio, afferma Spatuzza, Graviano gli disse che se avessero fatto questi attentati “chi si doveva smuovere, si muoveva”, precisando che si trattava di questioni politiche e che dell’esito di queste collaborazioni ne avrebbero beneficiato tutti, anche i carcerati.

Poi parla di un altro incontro, quello nel bar “Doney” in via Veneto a Roma con Giuseppe Graviano, che secondo il pentito, gli avrebbe confidato di aver chiuso tutto e di aver ottenuto tutto quello che cercavano grazie alla serietà delle persone con cui erano in contatto, non come i socialisti che “prima si prendono i voti e poi ci fanno la guerra”, contestualizzando questa affermazione nel sostegno prestato da parte dei Graviano e dello stesso Spatuzza a 4 candidati del PSI (tra cui Martelli), alle elezioni dell’88 -’89.
A quel punto Graviano fece il nome di queste “persone serie”, identificandole in Silvio Berlusconi “quello di Canale 5” e nel “compaesano” Marcello Dell’Utri.
“Ci hanno messo il Paese in mano!”
affermò Giuseppe Graviano.

In conclusione, su domanda della difesa, Spatuzza torna su via D’Amelio, più volte dallo stesso citata nel corso dell’udienza. Parla di un ennesimo incontro con Graviano il 20 luglio in cui egli comunicò allo Spatuzza l‘intenzione di portare avanti delle cose. Da queste direttive il collaborante fu portato a considerare tutto ciò che accadde dopo la strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, come appartenente ad un medesimo contesto. Spatuzza separa poi l’atteggiamento di Cosa Nostra nel biennio ’91-’92, spiegando che nel ’91 erano in progetto gli omicidi di Falcone, Martelli e Costanzo ma esclude in quel periodo l’esistenza di una trattativa, mentre, secondo il collaborante, a partire dal 1992 questo atteggiamento (relativamente ad una possibile trattativa) da parte di Cosa Nostra mutò, deduzione scaturita anche dalle anomalie di gestione di attentati e affari interni dell’organizzazione mafiosa.

La prossima udienza è stata fissata l’11 dicembre e la Corte ha disposto l’esame dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano che verranno sentiti in videoconferenza da Palermo.
Anche la prossima si prospetta quindi come un’udienza fondamentale nel procedimento a carico del senatore del Pdl.

Martina Di Gianfelice

Clementina Forleo coinvolta in un incidente stradale

Fonte: Clementina Forleo coinvolta in un incidente stradale.

Francavilla Fontana (Br) – Il giudice del tribunale di Cremona, Clementina Forleo, è stata coinvolta giovedì sera in un misterioso e grave incidente stradale, lungo l’autostrada per Milano all’altezza del casello di Lodi. Nello schianto della vettura contro il guardrail il magistrato bridinsino ha riportato fratture allo zigomo e alla mandibola. E le sue condizioni non sarebbero gravi. Inquietanti invece sono le voci di un possibile attentato, diffuse ieri dal deputato pugliese dell’Italia dei valori Pierfelice Zazzera. “Ho appreso – ha fatto sapere ieri il parlamentare -, che l’auto di Clementina Forleo è stata spinta fuori dalla carreggiata da un altro veicolo. Lei è salva, ma chi ha provocato l’incidente è fuggito, facendo perdere le proprie tracce”.  “La dinamica dell’incidente – ha proseguito Zazzera –, ancora oggetto di indagine, è in fase di ricostruzione, sebbene riteniamo assolutamente grave che il magistrato sia ancora sprovvisto di un servizio di tutela assegnato alla sua persona, considerando la delicata attività svolta in occasione delle inchieste sulle scalate bancarie”. “Siamo preoccupati – ha poi aggiunto – per l’atteggiamento sordo di chi dovrebbe tutelare la magistratura e non lo fa, soprattutto in relazione all’episodio della scorsa notte, tanto più che, come si ricorderà, i genitori del magistrato brindisino sono rimasti uccisi in un incidente ancora pieno di misteri”.

Antimafia Duemila – Concorso esterno a premi

Fonte: Antimafia Duemila – Concorso esterno a premi.

di Marco Travaglio – 4 dicembre 2009 – Signorno’

Come nel film ‘È già ieri’ di Antonio Albanese, che ogni giorno rivive quello precedente, riparte il dibattito sul concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che non dà fastidio a nessuno finché non ne viene accusato qualcuno: a quel punto si comincia a discutere di abolirlo o di riformarlo. Era già accaduto quando furono indagati i vari Andreotti, Carnevale, Mannino, Contrada.
Ora siamo all’ennesimo replay mentre si riaprono le indagini su Berlusconi e si chiude il processo d’appello a Dell’Utri. Secondo ‘Il Foglio’, il concorso esterno “è un reato surreale” e “va soppresso” perché “serve a una magistratura faziosa” per “processare chiunque sulla base di un flatus vocis”. Sul ‘Giornale’ di famiglia, Paolo Granzotto parla di “mostruosità giuridica che non compare nel nostro Codice penale e in nessun altro codice penale al mondo, nemmeno in quello della Cambogia di Pol Pot e dell’Uganda di Idi Amin Dada”, perché consente di processare la gente per “un caffè al bar”. Dotte disquisizioni accompagnate con omaggi postumi a Falcone e Borsellino, che mai avrebbero fatto ricorso a quest’obbrobrio. Si attende ad horas l’editoriale di un ‘terzista’, uno a caso, del ‘Corriere della sera’ che sdogani l’idea fuori del partito azienda col contributo di qualche ‘garantista’ del Pd. Tutte posizioni legittime, ci mancherebbe. Purché si lascino in pace Falcone e Borsellino, primi sostenitori del concorso esterno come l’unica arma contro le collusioni dei colletti bianchi che, pur non facendo parte organica della mafia, le hanno garantito lunga vita. I due giudici lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica del concorso esterno (già presente in alcune sentenze della Cassazione di metà ‘800 sul brigantaggio) – nella sentenza-ordinanza del processo ‘maxi-ter’ a Cosa Nostra il 17 luglio 1987: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso. costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. Del resto fu proprio Falcone a definire i delitti Mattarella, Dalla Chiesa e La Torre “omicidi in cui si realizza una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che presuppongono un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina”. Oggi per molto meno verrebbe accusato di colpo di Stato e guerra civile. La mafia gli ha risparmiato l’estremo oltraggio.

L’epidemia che non fa notizia

Fonte:L’epidemia che non fa notizia.

Quanti di noi conoscono in maniera abbastanza precisa il numero di morti causati dall’influenza A? Probabilmente un gruppo di persone decisamente rilevante data la “gara alla notizia” in corso in pratica su ogni mezzo di comunicazione nazionale e locale. Ogni decesso causato (in maniera quasi sempre indiretta e per colpa di patologie pregresse) viene infatti meticolosamente e solertemente monitorato e posto all’attenzione dei cittadini. Anche la stampa, dunque, cade colpevolmente nel retino del terrore indotto e della sovracomunicazione; preoccupandosi, con fare ossessivo, di seguire un’epidemia influenzale come tante che, a differenza delle tante, ha anche visto una copiosa, celere (e dispendiosa) fornitura di vaccini.

Tralasciando tutte le questioni legate alle tesi complottiste e alle accuse nei confronti della case farmaceutiche, in questo articolo, ci interessa prendere in analisi un’altra epidemia, più silente, “bastarda” edifficile da monitorare rispetto a quella influenzale. L’epidemia in questione è quella cangerogena da anni denunciata da Angelo Ferrillo, da centinaia di “volontari della salute pubblica” e dal loro sito www.laterradeifuochi.it. Del resto un tumore se la prende comoda quando ti ghermisce: non ti uccide nel giro di qualche giorno ma, con fare cinico e sordido, può comparire e toglierti la vita anche dopo 10 o addirittura 15 anni; magari quando ti trovi da diverso tempo lontano dalla zona nella quale l’hai contratto.

Ma cosa fa della Campania la regione d’Italia con il più alto tasso di PM10 ed agenti tossici e cancerogeni d’Italia? Secondo le testimonianze (e sono centinaia) raccolte da Ferrillo e da tutti i cittadini che si sono preoccupati di registrare oltre 400 video di denuncia, il grosso dell’inquinamento è determinato dalle decine di roghi abusivi che vengono appiccati giornalmente in oltre 40 comuni tra Caserta e Napoli. Si incendiano copertoni, elettrodomestici e diversi generi di rifiuti altamente tossici in pratica tutti i giorni; con un danno ambientale incalcolabile ed annualmente denunciato anche da Legambiente. In fondo non è difficile intuire quanto questo tipo di incendi riescano ad inquinare in un solo colpo tutti gli elementi naturali: acqua (con la contaminazione delle falde) terra (con l’inquinamento dei terreni che vengono poi usati per le coltivazioni) aria (con lo sprigionamento di diossina ed altre sostanze altamente nocive).

Dietro i roghi, manco a dirlo, c’è la criminalità organizzata. Bruciare i copertoni comporta infatti il recupero e la vendita del rame, mentre eliminare rifiuti speciali e rifiuti ingombranti usando le fiamme, permette di abbattere i costi di smaltimento. L’infausto lavoro viene poi in prevalenza “appaltato” ai gruppi di Rom presenti nell’hinterland casertano e napoletano con un duplice effetto: aumento del sentimento d’odio razzista e peggioramento della qualità della vita delle popolazioni nomadi.

Del resto si sa: dove c’è ignoranza e miseria attecchisce con gran vigore e profondità la camorra. Così, mentre le istituzioni si impantanano tra promesse, dichiarazioni, annunci, indignazioni di convenienza e interrogazioni parlamentari di dubbia utilità, il signor Piero Rossi respira la sua dose quotidiana di diossina mentre accompagna i suoi bimbi a scuola, gioca a calcetto, va in bicicletta ecc… tra 10 anni si accorge di avere un “problema ai polmoni” senza però aver mai fumato.

A questo punto sorge spontanea una domanda-considerazione: e se, da domani, si cominciasse a monitorare con lo stesso fare certosino che si utilizza con i deceduti per l’influenza A anche il numero di persone uccise dal cancro e residenti in Campania? Certo: determinare le cause precise che hanno causato un tumore è alquanto difficoltoso ma, se venissero giornalmente presentati i numeri allarmanti di questa epidemia, diffusa quanto sottaciuta, magari la dormiente e disinformata coscienza collettiva sarebbe spinta a mobilitarsi… magari, insieme ad Angelo Ferrillo, manifesterebbero per il diritto alla salute non centianaia ma decine di migliaia di persone. Di certo, da quanto si sa, le chiacchiere dei politici come cura per il cancro sono e saranno sempre piuttosto inefficaci; o no?

Fatti processare (l’inchiesta completa) | Pietro Orsatti

Fonte: Fatti processare (l’inchiesta completa) | Pietro Orsatti.

Mentre appare evidente, rileggendo Spatuzza, che Cosa nostra scelse il , fuori da una logica esclusivamente criminale, il premier cerca in tutti i modi di sottrarsi a qualsiasi giudizio legale
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

Racconta Gaspare Spatuzza che sia l’attentato di Capaci che quello di via D’Amelio rientravano, se è possibile definirla così, all’interno di un’ottica “mafiosa”, ma che da quel momento in poi Cosa nostra si trovò a percorrere una via totalmente diversa. Utilizzare gli strumenti terroristici, e non mafiosi, all’interno di una strategia ben precisa. «Ci sono morti – racconta ai pm di Palermo nell’ottobre scorso – che non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però , sti cose di non ne abbiamo mai fatte per quello che mi riguarda, quindi gli dissi a Giuseppe Graviano: ci stiamo portando un po’ di morti che non ci appartengono. Allora lui per cercare un po’ di incoraggiarci perché non era solo il mio pensiero, era un malessere che già si sentiva all’interno del gruppo, mi disse che era un bene che ci portassimo dietro un po’ di morti così chi si deve muovere si dà una smossa». E poi racconta di una trattativa, di Graviano che spiegava che «c’è in piedi un qualche cosa che se va a buon fine ne abbiamo tutti dei benefici a partire dai carcerati». . Ecco in che cosa si era trasformata Cosa nostra nel ’93, almeno in parte, in un gruppo che utilizzava tecniche e pressioni terroristiche per contrattare politicamente con alcuni poteri. Una nuova strategia della tensione. E non limitandosi ad agire sul proprio territorio, ma a livello nazionale. E secondo Spatuzza, terminale di questa trattativa, sarebbe il gruppo che faceva capo a Marcello Dell’Utri e a Silvio . , mafioso, ma sempre . Questo l’ultimo capitolo delle tante dichiarazioni, testimonianze e inchieste che hanno riguardato i presunti rapporti di Silvio e Marcello Dell’Utri con la mafia che avrebbe accompagnato l’ascesa alla dell’attuale premier negli ultimi 15 anni.

Esercizio di

Palermo, ormai una vita fa. Per capire, allora, è necessario tornare indietro nel tempo, scomodando anche altre vicende, e ripercorrere questi anni. Nell’aula bunker ha inizio il processo Andreotti che l’eco del tritolo delle stragi del 1992/93 non si è ancora spento. Il senatore a vita, entrato per la prima volta in un governo nel 1947 e che per sette volte ha ricoperto l’incarico di presidente del Consiglio, entra in aula con i suoi legali, ignorando i flash dei fotografi e i microfoni dei giornalisti. Poi, prima di sedersi, si avvicina ai pm che lo accusano e va a salutarli. Una vita fa.
Mentre Bettino Craxi e mezzo Parlamento sfilavano nelle aule di Milano, il più longevo uomo di governo della Repubblica accettava, quindi, di farsi processare e mica per un reato di poco conto, ma per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo. Altri tempi. Tempi in cui la nascente Forza Italia giocava al “prendo tutto” facendo manbassa dei voti del pentapartito lasciati bradi dal crollo del sistema causato da Tangentopoli. Macchina del consenso, Forza Italia, organizzata da Marcello Dell’Utri sul modello a “cellule” di Publitalia e trascinata su fino al Gotha della nazionale, dal leader mediatico Silvio . Un successo prevedibile viste le forze che il proprietario dell’impero Fininvest mise in campo alla bisogna: tre canali televisivi, un network radiofonico, una casa editrice delle dimensioni della Mondadori, un quotidiano e una montagna di quattrini. Mai nella storia della Repubblica, e delle democrazie occidentali, una forza appena nata è riuscita nel giro di un anno a conquistare al primo colpo la maggioranza relativa. E invece è proprio questo quello che è accaduto, mentre la Prima repubblica andava a processo. Mentre Giulio Andreotti, il divo, si sedeva a seguire il proprio, da cui poi è uscito indenne solo grazie alla prescrizione. Ma si è seduto, Giulio. Ha accettato di andare davanti ai giudici, ha rispettato i magistrati che lo accusavano, si è difeso a denti stretti e con abilità, e nonostante le ombre lasciate da quella sentenza incompleta e contraddittoria, che ognuno può leggere e interpretare come vuole, innocentisti e colpevolisti non possono certo  accusarlo di aver rifiutato il giudizio.

Il processo dei processi
Ben altro è successo, negli ultimi anni, all’altro premier “divo” Silvio , che grazie al lodo Schifani e poi a quello è riuscito a “estrarre” se stesso dal cosiddetto processo Mills, ovvero da un processo di “ in atti giudiziari”. Finora. Il 4 dicembre, giorno di uscita di questo numero di left, si apre a Milano il processo relativo a ormai decaduti gli impedimenti opposti dalle due norme, entrambe respinte dalla Corte costituzionale. Non potrebbe essere altrimenti, visto i toni della sentenza che riguardano il “corrotto”, ovvero l’avvocato inglese Mills Mackenzie Donald David. Ecco cosa c’è scritto: «Egli ha certamente agito da falso testimone, da un lato, per consentire a Silvio e al Gruppo Fininvest l’impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute sino a quella data; dall’altro, ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico». Se non ci saranno altri colpi di scena, ovvero qualche escamotage del collegio (parlamentare) di difesa, Silvio dovrà sottoporsi a giudizio. Che risulti colpevole o innocente questo lo determinerà la corte e non Mediaset o Il Giornale. Come è successo per ben altri uomini politici italiani. Quello di Milano è “il processo dei processi”, il più importante. Paradossalmente, si potrebbe interrompere qualsiasi altro dibattimento in attesa che vada in scena questo stralcio. Perché, soprattutto, finora il processo Mills senza la presenza come imputato in aula di rappresenta una contraddizione giuridica  unica. Il reato di prevede che ci siano due soggetti interagenti, un corrotto (Mills, che è già condannato) e un corruttore che finora non è possibile sottoporre a giudizio, ovvero il premier Silvio .

Il patto innominabile
Altri tempi, altri uomini. Può bastare? Certo che no. Anche perché mentre Andreotti attraverso il suo uomo Salvo Lima si muoveva sul filo del rasoio nella Sicilia dove si stava per scatenare la seconda guerra di mafia degli anni Settanta e Ottanta, l’imprenditore lombardo Silvio e il suo amico e, in alcune imprese, socio Marcello Dell’Utri stavano mettendo in piedi un progetto molto aggressivo per passare dal “mattone” all’editoria, alla televisione e da lì alla grande finanza. Passando anche per la Sicilia, perché no. Quindi è necessario anche capire, grazie a sentenze e testimonianze, quello che stava accadendo, diciamo nel periodo che intercorre fra il 1975 e il 1993, in Sicilia e in Italia. Partiamo da Giulio. Nella sentenza definitiva della si legge che Giulio Andreotti con alcuni esponenti mafiosi intrattenne rapporti e fece accordi su temi specifici grazie ai suoi uomini in Sicilia. Leggiamo: «Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra». Ma c’è la prescrizione, quindi non se ne fa nulla.

Non è solo Spatuzza

E andiamo, quindi, all’oggi. Alle dichiarazioni del dichiarante Gaspare Spatuzza che coinvolgerebbero Silvio e Marcello Dell’Utri in un intreccio di relazioni con esponenti di Cosa nostra e addirittura li indicherebbero come terminali di un’evoluzione della cosiddetta trattativa fra e mafia. Una novità? Assolutamente no. e Dell’Utri sono stati indagati due volte per concorso in strage con l’accusa di essere stati i mandanti occulti delle stragi del 1992/93. Il primo procedimento è aperto dalla Procura di Firenze, competente sulle stragi mafiose del ’93 a Milano, Firenze e Roma. L’indagine si è conclusa nel novembre del 1998 con un decreto di archiviazione in cui si legge che «le indagini svolte hanno consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa Nostra agito a seguito di input esterni» e «all’avere i soggetti di cui si tratta intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il progetto stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto». Nonostante «l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità», gli inquirenti non hanno trovato le prove necessarie a «formulare in termini attendibili la proposizione secondo cui il soggetto politico in via di formazione (Forza Italia), avrebbe preventivamente divisato l’utilizzazione dei risultati del progetto stragista».

Ancora per strage
Mentre il gip di Firenze depositava queste conclusioni, a Caltanissetta i magistrati stavano indagando anche loro sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Raccogliendo le dichiarazioni di pentiti come Brusca, Cancemi, Siino, Cucuzza e Cannella e le testimonianze di Ezio Cartotto e Francesco Cossiga. I magistrati nisseni arrivano a ritenere dimostrata «la sussistenza di varie possibilità di contatto fra uomini appartenenti a Cosa nostra ed esponenti di gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione come eventuali interlocutori». Anche quest’indagine è stata archiviata.

Dell’Utri lasciato solo a Palermo

Ma le testimonianze raccolte da Firenze e Caltanissetta sono state acquisite in un terzo processo, quello di concorso esterno a carico di Marcello Dell’Utri che lo ha visto condannato in primo grado a nove anni di reclusione e che si avvia oggi alla fase conclusiva dell’. Documenti a cui si è aggiunta la testimonianza di un altro collaboratore di , Antonino Giuffrè, che spiega ai pm che «nel ’93 in Cosa nostra si faceva il nome di ». In particolare, spiega il pentito, che quegli anni furono «per Cosa nostra» un «periodo di travaglio, come ho detto, e di sofferenza». E poi conclude: «In modo particolare mi intendo riferire alle promesse di Salvatore e in modo particolare, per quanto riguarda i processi, perché diceva sempre che la situazione si doveva risolvere nel migliore dei modi possibile, che male che andava doveva ritornare come prima. Invece, ci eravamo resi conto che si andava sempre più male, ripeto, signor Procuratore, con l’omicidio di Lima, si chiude un’epoca e si apre un’altra epoca, perché come le ho detto, si vede all’orizzonte una nuova formazione che dà delle garanzie che la Democrazia Cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione , per essere io preciso, è Forza Italia».

Il terremoto Ciancimino

A chiudere il cerchio, poi, arriva anche Massimo Ciancimino, sulla vicenda delle minacce della mafia a Silvio . Il 3 luglio scorso la ha dato notizia del ritrovamento di una lettera scritta a mano in cui Cosa nostra minacciava e gli proponeva un sostegno reciproco. La lettera, sequestrata dai carabinieri nel 2005 in un magazzino di Ciancimino, è rimasta secretata per quattro anni nei cassetti della Procura. Poi il colpo di scena. Nella lettera viene offerto un appoggio «che non sarà di poco» a minacciato però di un «triste evento» se non metterà «a disposizione una delle sue reti televisive». Massimo Ciancimino credeva che quella lettera fosse andata dispersa. Quando i magistrati di Palermo gliel’hanno mostrata e hanno chiesto chiarimenti, dicono alcune fonti, è sembrato terrorizzato. «Si tratta di qualche cosa che è più grande di me», avrebbe detto. Poi ha spiegato ai pm che quella lettera, destinata a Marcello Dell’Utri, venne consegnata personalmente a “Massimino” da Bernardo Provenzano a San Vito Lo Capo in una villa del boss Pino Lipari. Poi Massimo la consegnò al padre, don Vito, in carcere, che avrebbe dovuto «fornire il proprio parere e farla avere a una terza persona». Che la lettera sia stata consegnata o no, quelle minacce sembrano essere arrivate comunque a , che nel 1998, al telefono con Renato Della Valle, disse: «Mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo».

«Silvio, fatti processare»

Solo dopo, molto dopo, arriva Gaspare Spatuzza e l’intreccio con i fratelli Graviano e Vittorio Mangano. Lo stesso Vittorio Mangano, di cui solo recentemente è emerso pienamente il ruolo che ricopriva all’interno dell’organigramma di Cosa nostra come capo del mandamento di Porta Nuova, uno dei più importanti di Palermo. Quel Vittorio Mangano che ormai, leggendo i vari verbali di interrogatori e le dichiarazioni dei testi, non sarebbe altro che una sorta di garante della sicurezza per : Cosa nostra verificava la “” del proprio investimento.  La domanda, conseguente, è solo una: si può davvero governare autonomamente con un carico tale di sospetti e di possibili nodi di ricatto? E quindi, inevitabile, l’invito che sembra arrivare ormai non solo da parte dell’opposizione ma anche da alcuni autorevoli compagni di coalizione al premier: «Silvio, fatti processare». Come Giulio Andreotti ha fatto una vita fa.