Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri.

Le ultime apparizioni televisive di Marcello Dell’Utri risalivano a tempi immemori. Negli ultimi giorni, invece, il senatore del Pdl è apparso prima nella trasmissione In mezz’ora, condotta da Lucia Annunziata, e poi, l’altra sera, ha dialogato negli studi di Porta a Porta sotto lo sguardo vigile di Bruno Vespa. Per non parlare di tutta la marea di dichiarazioni rilasciate a stampa, radio e giornalisti, assetati di carpire il Dell’Utri-pensiero. Perché? L’alter-ego di Silvio Berlusconi è un uomo particolarmente avveduto e, al contrario del presidente del consiglio come spiegherà lui stesso, sa trattenere le emozioni e centellinare le parole. Quando parla, lo fa per necessità. E se parla, c’è sempre un motivo. Questa ritrovata ed incontenibile esigenza affabulatoria deriva da un preciso stato di agitazione ed insofferenza, paura e turbamento, per una situazione che gli sta esplodendo tra le mani in tutta la sua gravità. Parla perché sente che gli sta sfuggendo di mano qualcosa, come mai era successo in passato.

Dopo una condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflittagli nel 2004 dal Tribunale di Palermo, presieduto tra l’altro da quel Leonardo Guarnotta che insieme con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello aveva costituito il mitico pool antimafia sotto la guida di Rocco Chinnici, Dell’Utri ha sostanzialmente potuto godere per cinque anni del silenzio ermetico ed omertoso della stampa tutta. Nessuno, a parte la sparuta eccezione dei soliti noti Marco Travaglio e Peter Gomez, ha osato proferire una sola parola su quella sentenza. Né tanto meno, si capisce, raccontare anche solo uno degli innumerevoli episodi che sono stati ritenuti provati dal Tribunale e che hanno inchiodato il senatore Dell’Utri alle sue responsabilità. Episodi e responsabilità che, come spesso accade sui media italiani, scolorano e si dissolvono, dimenticati, cancellati e coperti accuratamente dalle opinioni. Meglio se le opinioni degli stessi imputati. Il risultato grottesco è che lo spettatore è messo nelle condizioni di assistere in tv a processi sommari, in cui si inscena una difesa accalorata contro accuse di cui lo spettatore ignora completamente i contenuti.

Avviene allora per esempio che, di fronte ad una disarmata Lucia Annunziata che ammette di “saperne molto poco” della sentenza di primo grado, Dell’Utri possa esibirsi in uno sproloquio in cui dichiara di essere “meravigliato, angosciato, per quanto siano delle cose allucinanti e assurde che comunque colpiscono nello spirito”. Definisce le accuse a lui rivolte “delle assolute falsità”, “aria fritta”, “un caso montato dalla stampa”. Figurarsi: la stessa stampa che l’ha coperto per cinque anni senza fiatare e che ha lasciato che scivolasse via come fosse un’inezia lo scandalo di un presidente del consiglio che il Tribunale di Palermo ha dimostrato aver avuto un braccio destro che per trent’anni ha intrattenuto rapporti continui e ripetuti con i più grandi boss di Cosa Nostra. Rapporti talmente forti e saldi che hanno saputo superare generazioni di mafiosi e resistere a guerre di mafia e stravolgimenti al vertice della cupola, da Stefano Bontade a Totò Riina fino a Bernardo Provenzano.

Succede così che, di fronte ad una Lucia Annunziata che non vuole addentrarsi nei dettagli del processo e che, per non sbagliare, evita accuratamente ogni tipo di domanda sui fatti, Dell’Utri possa affermare senza pericolo di smentita che bisogna “parlare seriamente di queste cose. Mi verrebbe da ridere se non fossero gravi. Cioè veramente, sono cose che non esistono. Sono delle falsità. Una volta queste si chiamavano calunnie e venivano rinviati a giudizio chi pronunciava queste calunnie. E quindi non esiste. E’ una cosa allucinante. E’ difficile difendersi di fronte a queste invenzioni. Qualunque persona non potrebbe difendersi. Contro queste sceneggiature non c’è difesa”.

Peccato, perché Lucia Annunziata, se solo avesse letto qualcosa di quella sentenza, avrebbe potuto replicare che, fino a prova contraria, l’unico che è stato rinviato a giudizio per calunnia aggravata è proprio il sentore Dell’Utri. Sì perché i giudici del Tribunale di Palermo hanno anche dedicato un ampio stralcio della sentenza a spiegare come Dell’Utri abbia tentato di comprare le false accuse di un tal Cosimo Cirfeta, soggetto grottesco e tossicodipendente, che si era inventato l’esistenza di un complotto ai danni di Berlusconi e Dell’Utri ordito da tre pentiti, Francesco Onorato, Franceso Di Carlo e Giuseppe Guglielmini. L’unica strategia imbastita dalla difesa si è infatti sempre basata sulla delegittimazione di tutti i pentiti che hanno parlato delle imbarazzanti relazioni del senatore con la mafia siciliana. Una delegittimazione in molti casi supportata solamente da vere e proprie calunnie, tanto è vero che ancora adesso il senatore è imputato in un processo parallelo. Quanto al fatto che sarebbe molto difficile difendersi da assolute invenzioni, risulta molto difficile capirne il motivo. Se sono solo invenzioni, Dell’Utri le avrebbe potute smantellare con facilità. Peccato che non solo non ci abbia nemmeno provato, ma abbia anzi addirittura pagato un falso testimone per calunniare i propri accusatori. Peggio che un ammissione di colpa.

Capitolo Spatuzza. E’ bene tenere a mente che la deposizione del collaboratore, in quel momento, non era ancora avvenuta. Lucia Annunziata vi si addentra con tutta la cautela del caso, cita solamente le voci apparse sui giornali, ruota attorno al giochino “è attendibile”-“non è attendibile”. Dell’Utri prende la palla al balzo per dire che “solamente pensare quello che viene adombrato dalle procure è già un fatto di per sé gravissimo e inconcepibile in un paese civile”. Si riferisce al sospetto che dietro alle stragi del ’93 ci sia un accordo tra Cosa Nostra e il duo Dell’Utri-Berlusconi. Peccato che ci siano già state in passato fior fior di procure (Firenze e Caltanissetta) che non solo hanno adombrato, ma hanno indagato a fondo su Alfa e Beta, Autore1 e Autore2, cioè il duo sopra citato. E il sospetto iniziale, durante il corso di quelle indagini, non solo non è svanito, ma ha incrementato la sua plausibilità. Così è scritto nel decreto di archiviazione con cui la procura di Firenze ha congelato la posizione degli indagati. Ciò che è gravissimo e inconcepibile in un paese civile è che un presidente del consiglio e il suo braccio destro, inventore di Forza Italia e presidente di Publitalia, polmone finanziario di Fininvest, possano sedere in Parlamento con ombre così inquietanti che pendono sulle loro teste.

Per dimostrare che Spatuzza è inattendibile, Dell’Utri ha un argomento inoppugnabile: “Scusi, ma prendiamo sul serio Spatuzza? Ma guardi, mi spiace parlare male di Spatuzza anche se è una persona che ha sciolto nell’acido delle persone e dei bambini, mi spiace parlarne. Ma come si fa? Tanto non è credibile di per sé, per quello che dice. E’ smentito anche dagli stessi Graviano. Se noi prendiamo sul serio Spatuzza, andiamo a casa ed è inutile che stiamo a parlare”. Tradotto: Spatuzza è inattendibile perché lo è. Punto. Cosa stiamo qui a discutere? Purtroppo per lui la cosa non è così semplice, visto che, su tutto il resto, sembra che Spatuzza abbia raccontato la verità. Ha fatto riaprire le indagini sulle stragi del ’93 e probabilmente porterà alla revisione di processi sulla strage di Via D’Amelio, ormai da tempo passati in giudicato con il timbro della Cassazione. E scusate se è poco.

Il secondo argomento è più stringente: i Graviano avrebbero detto in un interrogatorio che Spatuzza non aveva alcuna importanza. Cosa un po’ difficile da credere, se si pensa che a lui i Graviano hanno affidato l’organizzazione e l’esecuzione di tutte le stragi da Via D’Amelio in poi. In realtà i Graviano hanno detto una cosa un po’ diversa. Hanno fatto sapere di rispettare la scelta di collaborazione da parte di Spatuzza, fatto già di per sé anomalo, e, ai magistrati che chiedevano maggiori informazioni, avrebbero risposto: “Ma cosa volete che ne sappia Spatuzza? Era solo un imbianchino”. La dichiarazione, ben lungi dallo smontare la deposizione di Spatuzza, lancia invece un chiaro messaggio dal tipico sapore mafioso. Se si vuole sapere delle collusioni ad alti livelli politici, non bisogna certo chiedere a Spatuzza, bensì, è sottinteso, a loro. Sempre che si decidano, prima o poi, a parlare. Lo faranno questo venerdì?

Lucia Annunziata prova a carpire i pensieri del senatore. Cosa si aspetta che dirà Spatuzza? “Spatuzza – spiega Dell’Utri – dirà quello che ha già evocato, degli accordi con la mafia da parte di… dovrei essere io, perché ero il referente siciliano… che non esiste, non possono esistere, perché non ci sono mai stati, né io mi sono mai occupato di questo. Figuriamoci! Addirittura si risale al ’92, anni in cui si lavorava, si pensava solo a lavorare e a fatturare”.

Figuriamoci se a quel tempo Dell’Utri e Berlusconi pensavano a certe cose! Loro lavoravano sodo e non avevano tempo da dedicare alla mafia! Sull’argomento, c’è un passo molto interessante della sentenza di primo grado che spiega come ciò che Dell’Utri liquida con le parole “lavorare” e “fatturare” nascondesse invece flussi di denaro sporco dalle casse della Fininvest a quelle di Totò Riina. In cambio di cosa? Della protezione che Cosa Nostra dava alle antenne di Canale5 posizionate sul monte Pellegrino a Palermo. Giovan Battista Ferrante, per esempio, mafioso della famiglia di San Lorenzo, dichiara di non conoscere Marcello Dell’Utri, ma riferisce che Salvatore Biondino, autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente (cadenza semestrale o annuale) somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ricorda distintamente la volta in cui vennero fatti pervenire nelle tasche dell’autista di Riina 5 milioni di lire. Denaro estorto? Manco per sogno: regalo spontaneo per gentile concessione della Fininvest. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Proprio il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Ferrante però non si limita a parlare in astratto. Indica persone e luoghi. Grazie a una sua segnalazione, vengono ritrovate due rubriche manoscritte, custodite assieme a parecchie armi, appartenenti alla famiglia di San Lorenzo. Queste due rubriche erano aggiornate da Salvatore Biondo, detto “Il lungo”, e contengono l’una dei nomi, l’altra dei numeri. E’ possibile capire il senso delle due rubriche solo incrociandone i dati. Così facendo si scopre che non è nient’altro che il libro mastro dove vengono annotate le entrate della famiglia di San Lorenzo. Ad un certo punto della prima rubrica si legge: “CAN 5 NUMERO 8”. A cui fa riferimento, al numero 8, sulla seconda rubrica: “REGALO 990, 5000”. E’ la prova inconfutabile di quanto afferma Ferrante: nel 1990 Canale 5 ha versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione di Ferrante c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina, e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino dove erano installati i ripetitori di Canale 5. Come dire: e lui chi era, il più scemo di tutti?

Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora versava somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccende delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire. Era sempre il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Di tutto questo l’Annunziata non sa o non dice nulla. E allora Dell’Utri chiude la questione Spatuzza da par suo, con un’affermazione inoppugnabile: “E’ assurdo che ci siano queste indagini. In ogni caso, le indagini si facciano, ma si facciano nelle direzioni giuste. Le indagini ci sono, ma non sono arrivati al punto da indagare. E’ quello che mi sembra anche abbastanza giusto. Sarebbe giusto, però io non lo so”. Le indagini ci sono, ma in realtà non ci sono, e se anche ci fossero sarebbe assurdo che ci siano, ma è giusto che si facciano e comunque io non so se le stiano facendo. Non fa una piega. L’Annunziata, spiazzata da tanto argomentare, annuisce, non replica e, forse per pietà, passa oltre. Passa cioè a quello che nell’immaginario collettivo è diventata l’unica prova esistente della collusione tra Dell’Utri e la mafia: lo “stalliere” Vittorio Mangano.

E’ il cavallo di battaglia di Dell’Utri. Ogni volta che sente nominare Mangano, gli si illuminano gli occhi, ripensa ai bei tempi passati e indugia sulla solita storiella del fattore che curava i cavalli. Vogliamo rassicurare l’Annunziata: anche rimuovendo il nome di Vittorio Mangano dalla storia di Dell’Utri, la montagna di prove a carico del senatore rimane comunque schiacciante. Mangano rappresenta solo l’incipit di tutta la vicenda, che si è poi sviluppata in gran parte in modo autonomo rispetto alla storia criminale dello stesso Mangano. In ogni caso Dell’Utri non può esimersi per l’ennesima volta dal raccontare la sua favoletta: “Mangano era il fattore ad Arcore nel ’74, parliamo di 35 anni fa. Ho spiegato bene come è venuto, quanto è stato, che cosa ha fatto. Stop. Il discorso dell’attività di Mangano si è chiuso definitivamente. Poi mi dicono gli accusatori di Palermo: “Però è venuto a Milano e lo incontrava…”. Ma era una persona che era stata un anno con me, che lavorava nella casa, nella villa di Berlusconi, che teneva i campi, i cavalli, eccetera, io non potevo non riceverlo quando veniva. Ma era una persona di cui comunque non si sapeva nulla fino a quel momento. E’ venuto fuori dopo, che aveva, diciamo così, odore di mafia. Ma io non lo sapevo”.


E siccome noi siamo più duri di lui, non possiamo esimerci per l’ennesima volta dallo sbugiardare questa accozzaglia di menzogne. Vittorio Mangano è stato chiamato ad Arcore per precisa volontà di Marcello Dell’Utri dopo un incontro avvenuto nella primavera del 1974 negli uffici della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano, dove un giovane Silvio Berlusconi alle prese con la costruzione di Milano2 ricevette una delegazione della cupola di Cosa Nostra, capeggiata da Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, l’allora “capo dei capi” della mafia siciliana. I dettagli dell’incontro sono narrati con dovizia di particolari dal pentito Francesco Di Carlo, che a quell’incontro ci ha partecipato di persona. Ricorda tutto, Di Carlo, persino gli abiti che indossava Silvio Berlusconi. Il punto era che Mangano ad Arcore doveva servire da parafulmine: la sua presenza fisica nella villa di Arcore stava ad indicare che Berlusconi era protetto da Cosa Nostra e nessuno doveva osare toccarlo (era il periodo dei sequestri). Ecco spiegato il perché Mangano “accompagnasse” a scuola i figli di Berlusconi. Non era un amorevole baby-sitter: era la scorta offerta gentilmente da Cosa Nostra. Quindi Mangano fu chiamato a Milano proprio perché era mafioso, in virtù, si potrebbe dire, della sua “mafiosità”. Ecco perché tutti gli altri fattori della Brianza non erano sembrati idonei a curare i terreni di Arcore: non godevano di “certe amicizie”.

Ma anche supponendo che il Di Carlo si sia inventato tutto e che Mangano davvero se ne intendesse di terreni e di cavalli (pur avendo il piccolo handicap di aver subito in passato una rovinosa frattura al bacino che gli impediva addirittura di sollevare pesi e di tenere in mano un vanga), suscita incredulità la faccia tosta con cui il senatore ammette di aver poi incontrato Mangano altre volte nel corso degli anni, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. E perché lo ammette spudoratamente? Semplice, perché non lo può negare. Sono state infatti ritrovate nelle sue agende personali delle annotazioni relative ad incontri con Vittorio Mangano il 2 e il 30 novembre del 1993. Cioè esattamente in concomitanza con gli ultimi preparativi per la discesa in campo di Berlusconi, che avverrà poche settimane dopo, nel gennaio del ’94. Ed è davvero sicuro che in quel momento Vittorio Mangano non si sapeva chi fosse? Strano, perché Vittorio Mangano a quel tempo si era già fatto ben dieci anni di carcere, dal 1980 al 1990, ed era stato condannato in via definitiva al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Appena uscito dal carcere aveva ripreso immediatamente in mano le fila del discorso interrotto molti anni prima, si era fatto strada all’interno dalla famiglia mafiosa di Palermo-Centro-Porta Nuova fino a diventarne reggente quando Salvatore Cancemi, il 22 luglio del 1993, si consegnerà spontaneamente ai Carabinieri. E’ il coronamento di una lunga e gloriosa carriera criminale.

Dunque, quando Dell’Utri incontra per ben due volte Vittorio Mangano nel novembre del 1993, Mangano è uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, fa parte della cupola e regge una delle famiglie più importanti di Palermo. E’ credibile che Dell’Utri affermi che non era possibile per lui rifiutarsi di incontrarlo? Una persona che a suo dire non vedeva più da quasi vent’anni e che aveva speso metà di quegli anni in carcere e l’altra metà a trafficare droga, fare sequestri e mettere bombe proprio nelle ville di Berlusconi? E’ credibile pensare, come dice Dell’Utri, che Mangano gli parlasse, in quegli incontri, solamente dei suoi problemi di salute? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana non sappia dare una spiegazione più decente di frequentazioni tanto imbarazzanti. Peggio che un’ammissione di colpa.

Il discorso termina con la solita apologia del comportamento eroico di Mangano: “Sì, lo ripeto. E’ stato, il suo comportamento, eroico. Io non so se avrei fatto lo stesso di quello che ha fatto lui. Perché in carcere, ammalato, invitato a parlare di Berlusconi e di me in maniera ovviamente non positiva e invitato quindi poi ad andare a casa subito dopo, ha detto: – Io non ho nulla da dire, per me sono delle persone bravissime che mi hanno fatto del bene perché mi hanno dato lavoro…-” Parole ancora una volta indegne per un rappresentante del popolo italiano: l’omertà assunta ad eroismo. Ed è giunta una buona volta l’ora che Dell’Utri ci spieghi in base a cosa può sostenere che Mangano abbia subito pressioni per testimoniare contro di lui. Ha delle prove? Se le ha, le porti. Se non le ha, stia zitto ed eviti di infangare la memoria di chi eroe lo è stato per davvero.

A questo punto il discorso si sposta su argomenti più generici. Quale sarà la linea difensiva del senatore? Dell’Utri, sempre molto lucido, spiega: “La linea di difesa sarà che la verità non c’è, non esiste. La linea di difesa è questa. Segnatevi questa frase: “La verità non esiste”. E smettetela di cercarla, perché non c’è. Parola di un senatore.

Continua poi in uno sproloquio che diventa surreale: “Di fronte a quello che dice: – L’ho visto al ristorante tale, l’ho visto al ristorante tizio, si è incontrato… l’ho sentito dire…- … ma mi porti le persone che mi hanno visto che possono testimoniare qualcosa! Qui non c’è nulla che viene veramente testimoniato!” Ah no? E Di Carlo che l’ha visto incontrarsi con Bontade negli uffici della Edilnord? E Di Carlo che l’ha visto al matrimonio di Jimmy Fauci a Londra a dialogare inseme a Mimmo Teresi, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù, che gli chiedeva di tenersi pronto per offrire copertura alla latitanza dello stesso Di Carlo? E Angelo Siino che l’ha visto incontrarsi sempre con Bontade negli uffici dei fratelli Martello mentre discutevano di come riciclare all’estero i capitali sporchi di Cosa Nostra? E Filippo Alberto Rapisarda che l’ha visto con i suoi occhi fare “sacche di soldi” insieme con Bontade e Teresi mentre era al telefono con Silvio Berlusconi? E le intercettazioni ambientali su Carmelo Amato che, parlando con il cognato Salvatore Carollo, svela che esiste un accordo tra Dell’Utri e Cosa Nostra per far eleggere il senatore al parlamento europeo? E le intercettazioni ambientali sul boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, che si lamenta del fatto che Dell’Utri dopo essere stato eletto in Europa con i voti della mafia non avrebbe mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra? E la Dia che verso la fine del ’98 pedina e intercetta Dell’Utri e scopre che si stava incontrando con un certo Giuseppe Chiofalo agli arresti domiciliari per imbastire la messa in scena del falso complotto dei pentiti ai suoi danni? Ma queste cose l’Annunziata non le sa e, se anche le sapesse, se ne guarda bene dal parlarne. Giusto: non si fanno processi in televisione. Meglio attenersi alla versione dell’imputato.

E poi via con la favoletta del complotto planetario: “Io so che ci sono collegamenti tra pm di diverse procure, che risultano da tanti fatti e da tante cose. Sono organizzati questi pm! Lei conosce Magistratura Democratica? E’ così. E’ un fatto organizzato. C’è nella parte di sinistra, quello che si dice sempre i poteri occulti, i poteri forti, che non vedono Berlusconi di buon occhio”. E’ credibile che esista questa rete dal vago sapore carbonaro di pm che lavorano da Trieste in giù, da 15 anni a questa parte, 24 ore su 24, solo per abbattere il governo Berlusconi (per la verità con scarsi risultati)? E’ credibile che ben quattro procure, tutte intere, dal magistrato più insignificante al procuratore capo, aderiscano tutte in blocco alla corrente di centrosinistra di Magistratura Democratica? Come se, tra l’altro, questa corrente fosse un’organizzazione eversiva che neanche la P2? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana abbia come unico strumento di difesa, contro accuse gravissime e meticolosamente provate, la teoria della persecuzione comunista.

Ed ecco allora che per dimostrare di non aver nulla a che fare con la mafia, Dell’Utri si lancia in una battaglia contro i due pilastri fondamentali dell’antimafia: il reato di concorso esterno, inventato a suo tempo da Falcone e Borsellino per cercare di scardinare quel legame perverso tra mafiosi e fiancheggiatori, e la legge sui pentiti, voluta fortemente dallo stesso Falcone e già stravolta e limitata dal suo precedente governo. “La legge sui pentiti” spiega Dell’utri “va regolamentata”. Peccato che l’Annunziata non gli abbia ricordato che una legge sui pentiti era già stata varata proprio in seguito alla strage di Capaci, 15 anni fa. Una legge che portò dei danni enormi a Cosa Nostra visto che un tempo i mafiosi facevano la fila per parlare con i magistrati. Era una legge che funzionava fin troppo bene e che stava mettendo in ginocchio Cosa Nostra, tanto che la revisione di una tale legge era proprio uno dei punti del papello di Riina. Il precedente governo Berlusconi, venendo incontro a strane esigenze di garantismo, la modificò e mise dei paletti strettissimi che fecero in modo di ridurre praticamente a zero il numero di pentiti in circolazione. Su tutte, la norma per cui un collaboratore ha solo 180 giorno a disposizione per raccontare tutto quello che sa. Ora, siccome per miracolo divino, dopo tanti anni è spuntato dal nulla un nuovo pentito, che evidentemente non era stato previsto, si vorrebbe regolamentare qualcosa che è già ampiamente regolamentato.

Così come sarebbe da regolamentare, anzi da eliminare completamente, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Spiega infatti Dell’Utri: “Il concorso esterno non è un reato. Il concorso esterno è uguale al reato di lesa maestà: consente di incriminare chiunque non sia criminale. Quindi è una bella arma nelle mani degli avvocati dell’accusa. Va regolamentato. Che cos’è questo concorso esterno? Diciamo che non contano le parole ma i fatti. Allora che ci siano fatti!”. Questa vulgata che si va sempre più diffondendosi sui media secondo cui il concorso esterno non è un reato è quanto di più aberrante possa esistere. Non è accettabile giocare con le parole su temi tanto delicati. Il fatto che nel codice penale non esista un articolo che definisca il reato di concorso esterno non significa che esso non esista. Non si spiegherebbe infatti come decine di illustri personaggi siano stati processati e condannati in Cassazione, primo fra tutti Bruno Contrada. Chiunque conosca un po’ di diritto sa che le sentenze della Cassazione “fanno giurisprudenza” e sul concorso esterno ci sono state varie e concordi sentenze della Cassazione. Chiunque spacci il reato di concorso esterno come qualcosa di fumoso non può che essere in mala fede. Il concorso esterno è il grimaldello inventato dai magistrati antimafia per scardinare la collusione mafiosa, per togliere ai pesci di Cosa Nostra l’acqua in cui sguazzano.

Già che c’è, Dell’Utri si lancia anche in un difesa spudorata dell’immunità parlamentare che andrebbe reintrodotta immediatamente: “Anche l’immunità va regolamentata perché i nostri deputati italiani che sono in Europa sono coperti da un’immunità che ha più forza e più valore di quella che c’è nel nostro paese. Quindi penso che almeno farla della stessa forza e della stessa qualità di quella del parlamentare europeo”. Peccato che il senatore non sappia, e l’Annunziata si guarda bene dal farlo notare, che il Protocollo di Bruxelles dell’8 aprile 1965 ha riconosciuto ai parlamentari europei le medesime immunità e prerogative di cui godono gli appartenenti al Parlamento del loro Paese. Cioè sono 40 anni che già esiste ciò che Dell’Utri chiede oggi a gran voce. Strano, tra l’altro, che Dell’Utri non se ne sia accorto, visto che è da tempi immemori che non si registra più un via libera all’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento italiano. Valga su tutti l’infamia di un sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, degno compagno di partito del senatore Dell’Utri, su cui pende un mandato di arresto per concorso esterno in associazione camorrista. Come mai, pur non essendoci oggi un’immunità parlamentare “forte e di valore”, Cosentino è ancora lì al suo posto?

Ed ecco il coupe de theatre finale. L’Annunziata gli offre un assist irresistibile: “Perché il premier semplicemente non si fa processare come ha fatto lei?” Risposta: “Perché il premier è un carattere diverso. Perché ritiene questa un’ingiustizia. La vera ingiustizia è questa: quella di essere accusato semplicemente di cose inesistenti. Cioè Berlusconi ha una mentalità diversa. E’ una persona diversa da me. Io l’ho fatto perché non ho potuto fare diversamente. Se avessi potuto fare diversamente, l’avrei fatto. Ma perché deve subire una cosa che ritiene che sia ingiusta?” Ecco, perché? Perché un cittadino che sente di essere innocente deve sottoporsi alla giustizia che lo ritiene colpevole? Perché? Forse perché siamo in uno stato di diritto, signor senatore? Uno stato di diritto dove, se esistono delle prove significative a carico di un soggetto, quel soggetto viene sottoposto a processo, in cui il tale ha il diritto e dovere di difendersi e dimostrare la propria innocenza con tutti i mezzi che la Costituzione gli concede? E’ accettabile che un senatore della repubblica italiana si faccia promotore del “grado di giudizio zero”, l’auto-assoluzione? Se io mi ritengo innocente, perché mi devo far processare? No, non è accettabile. E il fatto che Dell’Utri sostenga una tesi tanto aberrante con così tanta sfrontatezza dimostra la sua assoluta inadeguatezza a ricoprire un ruolo istituzionale in un paese dove ancora, per fortuna, vige lo stato di diritto. E’ forse il passo più grave di tutta l’intervista. L’elogio dell’impunità. Il ridurre il rispetto della legge ad un mero fatto di “mentalità”, di “carattere”. Sa com’è, io sono fatto così, non mi piace molto farmi processare, cosa posso farci, è il mio carattere, quindi, se posso, evito. Agghiacciante.

E se quindi il rispetto della legge viene ridotta a semplice indole personale, cosa resta a tutela della giustizia? Ma è chiaro: la propria coscienza. Spiega il senatore: “Sono tranquillizzato soltanto dalla mia coscienza”. Buon per lui.

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