Antonino Di Matteo: “Noi continueremo”

Antonino Di Matteo: “Noi continueremo”.

Proproniamo agli utenti del sito la trascrizione dell’intervento che il magistrato Antonino Di Matteo ha tenuto all’incontro “L’alba di una nuova Resistenza” organizzato da Sonia Alfano il 12 dicembre 2009 a Palermo. Siano queste parole di Nino Di Matteo un incoraggiamento forte e vivo affinchè ciascuno faccia la propria parte per conquistare la verità sulle stragi del 1992-93. Con queste stesse parole del dott. Di Matteo auguriamo di cuore a tutti gli amici del sito un sereno natale e buone feste.
La redazione di 19luglio1992.com

Testo dell’intervento:

Io non sapevo di quest’incontro fino a quando qualche giorno fa mi ha fatto una telefonata Salvatore Borsellino. Nonostante alcune difficoltà ad essere presente qui oggi, ho subito accettato l’invito di Salvatore per un motivo preciso: perché credetemi, da cittadino, prima ancora che da magistrato, io sento il bisogno di esprimere a Salvatore Borsellino e a tutti voi che assieme a Salvatore Borsellino state conducendo una battaglia di civiltà e di passione civile, sento il bisogno di esprimere sincera gratitudine. Da cittadino prima ancora che da magistrato. Perché se rispetto al muro di gomma, del silenzio e dell’oblio – muro di gomma che sembrava insormontabile – nell’ultimo anno si sono aperti spiragli importanti di luce sia su ulteriori moventi e mandanti delle stragi sia su rapporti collusivi tra mafia ed esponenti delle Istituzioni, lo si deve, come diceva Benny Calasanzio, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e testimoni, lo si deve all’ostinato impegno di alcuni magistrati e di alcuni esponenti delle forze dell’ordine, ma lo si deve ancora di più, forse, alla sacrosanta, tenace e coraggiosa sete di giustizia e verità che Salvatore Borsellino ed i suoi amici hanno gridato in faccia ad un paese che era ormai rassegnato.

Mi permetto di parlare solo pochi minuti perché ci sono delle relazioni che erano già state previste e non voglio troppo impegnare la vostra attenzione, però io sempre come cittadino prima ancora che come magistrato vi invito a continuare a pretendere la verità. Vi invito, vi sollecito e veramente vi scongiuro: continuate a pretendere che tutti, prima di tutti noi magistrati, andiamo fino in fondo. Continuate a pretendere a qualsiasi costo che noi facciamo di tutto con il nostro impegno e con la nostra abnegazione, checché ne dicano tante persone, per accertare per davvero se Stato e mafia, due entità che non devono per nessuna ragione trovare spazi di dialogo e di accordo, abbiano invece trovato spazi di dialogo e di accordo.

Noi siamo consapevoli che più andremo avanti nelle indagini e nei processi più crescerà, già si sta cominciando ad avvertire, la spinta contrapposta a soffocare eventuali verità troppo scabrose e troppo scomode. Ma io sono un uomo delle Istituzioni e credo nel concetto di Stato e di Istituzione. Sono felice ed orgoglioso di essere riuscito a fare quello che ho sognato di fare fin da piccolo, il magistrato, e sono consapevole che uno Stato che dovesse fermarsi per paura di scoprire verità troppo scomode o troppo scabrose, rimarrebbe sempre sotto lo scacco della minaccia e del ricatto mafioso e noi non possiamo permettere tutto ciò. Se lo Stato non andrà in fondo in queste inchieste e in questi processi, se non lesinerà nessuno sforzo, noi potremo arrestare dieci, cento, mille uomini d’onore, mafiosi, latitanti, ma avremo fatto sì che la mafia conservi il potere di ricatto che è il potere più subdolo e più forte che può esercitare nei confronti di uno Stato.

Grazie quindi a Salvatore Borsellino e solidarietà a Salvatore Borsellino anche per qualche vergognoso attacco che iniziano a rivolgergli quelli che non capiscono o che fanno finta di non capire la passione civile e l’onestà intellettuale che lo contraddistinguono.

Non ho avuto perplessità nell’accettare l’invito a questo convegno, non partecipo a molti convegni, non ho avuto perplessità. Recentemente il ministro della Giustizia ha auspicato che i pubblici ministeri passino più tempo in procura invece di partecipare a convegni o trasmissioni televisive. Mi permetto di tranquillizzare il ministro. Fino a quando ce lo permetteranno, fino a quando le procure non verranno definitivamente desertificate, fino a quando non ci toglieranno i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, fino a quando ce lo permetteranno le leggi e fino a quando il pubblico ministero non diventerà un mero notaio della polizia giudiziaria, noi continueremo a stare in procura, continueremo a lavorare giorno e notte, continueremo ad arrestare i mafiosi ed i latitanti e continueremo a chiedere il sequestro dei beni di Cosa Nostra.
Volevo tranquillizzarlo il ministro. Però volevo anche dire che continueremo a ritenere che la mafia non sia solo bassa macelleria criminale e continueremo ad indagare e a processare chi, pur non essendo punciuto o uomo d’onore, con Cosa Nostra ha stretto patti criminali, ha fatto affari, ha costruito imperi economici o carriere politiche. Continueremo ancora, anzi, per quanto mi riguarda più di prima, nel poco tempo che ci rimane a disposizione a parlare con la gente, con i giovani delle scuole, con gli studenti universitari, quando capiterà con gli operai e con i contadini.
Cercheremo di spiegare di fronte alla quotidiana valanga di mistificazioni nei confronti della magistratura e dell’operato della magistratura, cercheremo di tentare di spiegare appunto che i magistrati non sono l’origine di tutti i mali del sistema giustizia. Noi siamo le prime vittime, anzi le vittime che vengono dopo i tanti cittadini onesti, le tante persone offese che non trovano poi verità e giustizia in una sentenza definitiva pronunciata in nome del popolo italiano. Sono queste le vittime di un sistema malato per il quale però la politica sembra voler fare di tutto tranne che per farlo funzionare.
Quindi continueremo con più forza di prima a cercare, nei limiti istituzionali e con la sobrietà che ci deve contraddistinguere, di spiegare perché determinate riforme in cantiere rappresenterebbero la morte della giustizia, di cercare di contrapporre la nostra capacità di spiegare alle ore ed ore in cui i politici alla televisione, sfruttando mezzi ben più potenti rispetto a quelli di cui parlavo io, tentano appunto di accollare tutti i mali del sistema giustizia ai magistrati.
Noi continueremo a parlare, loro continueranno a dire – ci mancherebbe altro – quello che vogliono, anche quando lo dicono in malafede, noi sopporteremo, non c’è problema.

Una cosa sola non sopporto e non la sopporto proprio in ragione del rispetto e della memoria di chi è morto: per favore che non continuino a strumentalizzare falsamente la memoria dei morti, la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sapete tutti perché siete tutti o protagonisti o bene informati qua dentro, che il primo a parlare nelle scuole ai ragazzi è stato il padre del pool antimafia, Rocco Chinnici, che aveva fatto un valore di questa sua innovativa linea di pensiero. Tutti dovrebbero ricordare, e se lo ricordano bene anche coloro i quali ne strumentalizzano la memoria, quanto Giovanni Falcone in certe occasioni avesse ritenuto utile e necessario spiegare anche in tv determinati passaggi della vita della mafia e dell’antimafia. Tutti, ed in particolare io lo ho appreso dallo studio analitico degli atti processuali, sappiamo quanto la stessa cosa facesse Paolo Borsellino. Anche in quei maledetti 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio in cui aveva altri pensieri per la testa, Paolo Borsellino partecipava ai convegni, è andato a Casa Professa, doveva andare in Veneto, sentiva il bisogno di spiegare che cosa stava succedendo in quel momento tragico della nostra storia. Quindi per favore che dicano quello che vogliono, che attacchino i magistrati, noi siamo qui per farci attaccare, noi andremo avanti comunque. Ma voi parenti dei morti dovete pretendere che non strumentalizzino falsamente la memoria e la condotta dei vostri cari.

Io vi ringrazio, non era programmato il mio intervento, ho detto di getto quello che sentivo di dire, dobbiamo essere tutti coscienti di una cosa: quando ci si avvicina a verità scomode, all’inizio può esserci un grande fermento ed un grande interesse, ma dobbiamo essere coscienti che prima o poi il famoso muro di gomma del silenzio e dell’omertà – alcune volte anche istituzionale – qualcuno tenterà di elevarlo ancora. Dobbiamo essere sereni, forti e compatti, ciascuno nel proprio ruolo e ciascuno con i propri compiti, nel non lasciare nulla di intentato per scoprire tutte le verità.


Antonino Di Matteo (Palermo, 12 dicembre 2009)


Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto.
Sono vivi oggi in altri Uomini delle Istituzioni

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