Archivi del mese: dicembre 2009

Stragi, nuove accuse

Fonte: Stragi, nuove accuse.

Scritto da Marco Lillo

Nessuna orologeria: i verbali inediti di due altri pentiti che già nel ‘96 coinvolgevano il Cavaliere e Dell’Utri

Minchiate a orologeria. Secondo lo stato maggiore del Pdl le parole di Gaspare Spatuzza su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi non sono credibili perché arrivate fuori tempo massimo: “I magistrati hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione solo dopo che il pentito ha fatto i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”, ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano davanti a 5 milioni di spettatori ad Anno zero. Mentre per il capogruppo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, Spatuzza non è credibile quando parla di una trattativa tra la mafia e il duo Berlusconi-Dell’Utri perché le sue accuse arrivano 11 anni dopo il suo arresto e ben 15 anni dopo i fatti.

I due esponenti del Pdl dovranno trovare altri argomenti per smontare le parole di Spatuzza. Il programma di protezione per Spatuzza, infatti, è stato chiesto dalla Procura di Firenze il 28 aprile 2009 e quella di Caltanissetta ha dato il suo ok solo una settimana dopo. Mentre il primo verbale nel quale il pentito accusa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri arriva due mesi dopo: il 18 giugno. Il baratto scellerato ipotizzato da Mantovano quindi, per dirla alla siciliana, è una minchiata. Non solo, è una minchiata in mala fede. Il programma di protezione è stato approvato il 23 luglio, un mese dopo le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi, perché la Commissione ministeriale ha perso tempo per dare il via libera. E, purtroppo per lui, a presiedere quella commissione è proprio il sottosegretario Mantovano. Anche la storia delle dichiarazioni a orologeria che arrivano all’improvviso dopo 11 anni si rivela una seconda “minchiata” in mala fede per chi conosce gli atti.

Quando l’attenzione delle televisioni sarà scemata, due pentiti meno famosi di Spatuzza saranno chiamati a confermare le sue parole. Sono Pietro Romeo e Giovanni Ciaramitaro e i verbali delle loro dichiarazioni rese negli anni passati smentiscono la favoletta dell’improvvisa illuminazione di Spatuzza. Purtroppo il direttore del tg1 Augusto Minzolini quel giorno sarà distratto e non dedicherà un editoriale alle loro parole, come ha fatto quando i boss non pentiti Filippo e Giuseppe Graviano hanno fatto semplicemente il loro mestiere smentendo Spatuzza. Eppure le loro parole sono molto più interessanti perché arrivate in tempi non sospetti. Proprio per questa ragione, il pm Antonino Gatto ha chiesto di ascoltarli nel processo di appello a Marcello Dell’Utri.

Giovanni Ciaramitaro è un semplice manovale della cosca di Brancaccio guidata dai fratelli Graviano. Nonostante il suo basso livello gerarchico, però la testimonianza di questo killer condannato per le stragi è ritenuta interessante perché risale al lontano 1996. Ciaramitaro ha raccontato che un mafioso di livello più alto, Francesco Giuliano, gli riferì le confidenze ricevute dai boss: “Berlusconi è amico nostro è quello che ci serve per aggiustare le leggi sulle carceri. Quando diventerà presidente del consiglio ci farà le leggi”.

Ciaramitaro spiega poi che, in quell’occasione con Giuliano parlarono anche della strategia della mafia nel 1993-94. Giuliano gli avrebbe spiegato “noi dobbiamo fare le stragi e poi Berlusconi proporrà di togliere il 41 bis (il regime carcerario di isolamento per i mafiosi ndr). Io gli chiesi: “Ma allora il politico che avevate in mano è Berlusconi?”. E lui mi rispose: ‘sì è Berlusconi’”. L’altro pentito che il procuratore generale Nino Gatto ha chiamato a deporre nel processo Dell’Utri è Pietro Romeo. Anche lui è un picciotto di basso livello che aveva il ruolo di artificiere e ladro di auto nel commando che si occupò delle stragi. Ma anche nel suo caso è la data a rendere interessante il suo verbale, depositato al processo Dell’Utri. Il 14 dicembre del 1995, quando Spatuzza non era stato ancora arrestato, Romeo ha raccontato ai magistrati di Firenze che il boss Giuseppe Graviano già nel 1993-1994 aveva raccontato il vero movente delle stragi ai suoi uomini più fidati, come Francesco Giuliano. Quelle parole poi erano state riportate ai livelli più bassi ed erano così giunte alle orecchie di Romeo.

Quando Romeo chiese a Giuliano “‘scusa ma perché dobbiamo fare tutti questi attentati al nord?”. Il mafioso che era più vicino di lui ai boss rispose “che prima di essere arrestato Giuseppe Graviano aveva raccontato a Giuliano e ad altri che bisognava fare gli attentati di Roma Firenze e Milano e che un politico a Milano gli diceva che così andava bene e che dovevano mettere altre bombe. Questo colloquio ci fu mentre eravamo io e Giuliano da soli in auto, dopo il fallito attentato a Contorno del 14 aprile 1994”. Dalla lettura di questo primo verbale è evidente la ritrosia del pentito a entrare nei dettagli su un tema così delicato. Però il 29 giugno del 1996 (un anno prima dell’arresto di Spatuzza e 12 anni prima del suo pentimento) Romeo cita l’uomo che allora era il numero due della cosca. Quando il pubblico ministero Alfonso Sabella gli chiede “lei nel precedente verbale il nome del politico non ce l’ha fatto. Ora ci vuole dire qualcosa di più?”. Romeo risponde: “Io quel nome l’ho sentito da Spatuzza. Un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza in un campo di mandarini a Ciaculli. Quel giorno Giuliano disse: ‘ma sarà Andreotti il politico che ha fatto mettere tutti questi esplosivi?’ E Spatuzza rispose: ‘no’. Così è nato questo discorso. Allora Giuliano fece il nome di Berlusconi e Spatuzza disse che quel politico era Berlusconi. Il colloquio avvenne intorno a ottobre del 1995”. Poi Romeo ricorda un altro particolare: “Spatuzza alle elezioni mi diede un bigliettino per un candidato di Forza Italia, ma non ricordo chi fosse”. Dopo il pentimento di Spatuzza e il suo primo verbale nel quale il pentito accusa Berlusconi (a giugno 2009) Romeo e Ciaramitaro sono stati risentiti. E hanno confermato le loro accuse. Romeo e Ciaramitaro in quei verbali lontani dicono più di Spatuzza. Mentre l’ex reggente del mandamento di Brancaccio (che dispone di informazioni di prima mano provenienti dal boss Graviano) non arriva mai a definire Dell’Utri e Berlusconi mandanti delle stragi, i due picciotti sostengono addirittura che “il politico di Milano” aveva deciso persino gli obiettivi da colpire nel 1993.

Le loro informazioni però erano di terza mano e questa imprecisione, secondo i pm, non è una smentita della loro credibilità. Ma una conferma.

In Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2009

Blog di Beppe Grillo – Il mondo sott’acqua: intervista a Greenpeace

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il mondo sott’acqua: intervista a Greenpeace.

A Copenhagen si doveva salvare il mondo, si sono salvate invece le industrie petrolifere, del carbone, del nucleare e, con loro, l’economia irresponsabile dei Paesi industrializzati di vecchia e nuova generazione. Dobbiamo rassegnarci, chi non sa decidere in tempo ci arriva per necessità. Le isole che scompaiono nell’Oceano Pacifico non ci riguardano, quando scompariranno l’isola d’Elba e le Tremiti insieme a Venezia, forse cominceremo a preoccuparci. Verso la catastrofe con ottimismo! Buon Natale al pianeta Terra.

Blog: “Da Copenaghen tutti dicono che è stato un fallimento, ci sono dei rischi seri, superata la soglia dei tre gradi cosa ci aspetta?”
Onufrio: “Superare la soglia dei tre gradi … intanto da Copenaghen cosa ci aspettavamo? Le basi per un accordo vincolante che fosse un accordo equo, che distribuisse i pesi per ridurre il rischio, per rimanere al di sotto dei due gradi di aumento di temperatura, in realtà alcuni mettono in discussione anche questo obiettivo, già scritto nel documento del G8, comunque accettato dalla Comunità internazionale da tutti gli Stati. Ma già con un 1,5 gradi molte piccole isole verrebbero sommerse dall’aumento del livello dei mari che è un effetto combinato tra lo scioglimento degli ghiacciai della Groenlandia e la dilatazione termica degli oceani.
Non si è chiuso alcun accordo, gli impegni presi porteranno a una riduzione delle emissioni dell’ordine del massimo del 20%, quando occorre almeno il doppio per stare in un percorso che ci porti entro il secolo a un aumento di solo due gradi. In realtà con gli impegni presi andremo oltre i tre gradi. Il vertice lascia il pianeta in una situazione in cui il caos climatico è garantito e si illustra sotto vari aspetti, un aumento del numero di persone del mondo che sono a rischio siccità salirebbe, dagli attuali 400 milioni, fino a 1.700.000.000.
Avremmo un aumento del rischio di perdere tra il 15 e il 40% degli ecosistemi, qui vediamo (vedi video) le temperature, questa è la soglia dei due gradi, noi al momento andremo oltre i tre con un aumento di tutti gli impatti, il numero di persone a rischio di andare sott’acqua è tra i due e i 15 milioni con un aumento di una serie di patologie…”

Onufrio: “In Italia in particolare le aree più soggette a questo rischio sono quelle del nord Adriatico e dello Ionio, l’ENEA ha calcolato 35/36 punti in cui la costa italiana andrebbe in crisi.
Cosa deve succedere adesso? Quello che non si è riuscito a ottenere è dovuto al fatto che negli Stati Uniti le lobby del carbone e del petrolio bloccano al Senato una proposta di legge, purtroppo anche essa debole, nel senso che negli Stati Uniti stanno discutendo un sistema, come c’è in Europa, di commercializzazione dei permessi di inquinamento, di emissione di CO2 che porterebbe a una riduzione sul 1990, che è l’anno che si è preso a riferimento già con il protocollo di Kyoto soltanto di quattro punti percentuali, noi chiediamo invece ai Paesi industrializzati di arrivare al 40%, l’Europa aveva già preso un impegno unilaterale di andare al 20% e era disponibile a salire fino al 30%, il minimo per il clima.
A Copenaghen non si è chiuso chiuso definitivamente il capitolo, quindi rimane una fiammella accesa, abbiamo un anno di tempo per poter aggiornare il protocollo di Kyoto e i Paesi con più lunga industrializzazione, devono prendersi le loro responsabilità, i Paesi emergenti devono accettare di stare al tavolo. Però tutto è stato bloccato dall’assenza di impegni precisi dei Paesi industrializzati. I Paesi emergenti che oggi emettono molto, ricordiamo che la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di emissioni, ma la composizione chimica dell’atmosfera è il risultato di emissioni avvenute negli ultimi 100 anni, l’anidride carbonica ha un tempo di resistenza atmosferica nell’ordine dei 100 anni, quindi guardando al complesso delle emissioni dell’ultimo secolo, i Paesi di lunga industrializzazione contano per il 75%, anche se la Cina oggi ha superato gli Stati Uniti, in realtà come responsabilità storica, Stati Uniti e Europa hanno la massima responsabilità.
… abbiamo visto che da parte di alcuni Paesi la disponibilità a trattare ci sarebbe, se però si mettono anche sul tavolo i soldi, perché è chiaro che nessun accordo internazionale può essere fatto senza delle risorse da dare a quei Paesi, non parliamo certamente dei paesi emergenti come la Cina, ma altri Paesi che hanno più difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti che colpiranno in particolare l’Africa e le coste dell’Asia che andranno sott’acqua… i soldi che servono a accedere alle tecnologie per ridurre le emissioni e per riconoscere a quei Paesi, nei quali ci sono ancora le grandi foreste pluviali, pensiamo all’Indonesia, al Brasile, al Congo, un riconoscimento del ruolo nel clima globale, soldi in cambio di una risorsa fondamentale per la biodiversità, per la stabilità del clima, infatti la deforestazione da sola conta il 20% dell’effetto complessivo.
Noi abbiamo visto quindi una conferenza fallire, voglio ricordare che 4 attivisti Greenpeace sono ancora in carcere in questo momento, sono quelli che hanno fatto un blitz durante la sfilata dei capi di Stato per la cena a Copenaghen. Abbiamo avuto la situazione paradossale che i capi di Stato che hanno fatto fallire l’incontro se ne sono tornati con i loro Jet personali nelle loro case, non avendo fatto il loro mestiere, e gli attivisti che si sono esposti ai rischi, che Greenpeace corre sempre quando fa delle proteste spettacolari, staranno lontano dalle loro famiglie durante le feste.
Il vertice ha deluso oltre le aspettative, noi non eravamo particolarmente ottimisti perché abbiamo visto i documenti circolare nel corso dell’ultimo anno e… però speravamo che il Presidente Obama avesse la capacità di far fare veramente un passo in avanti, invece c’è stato un documento che di fatto non chiude il discorso, ma rinvia sostanzialmente a vedere cosa succederà.”

Blog: “Sembra la sceneggiatura di un film apocalittico, la corsa contro il tempo, gli attivisti e gli scienziati da una parte e la politica insofferente.”
Onufrio:”Sì, è un po’ questo, l’unica cosa cambiata rispetto all’era Bush, è che adesso nessuno si permette, come purtroppo ogni tanto succede ancora nella stampa di questo Paese provinciale che è l’Italia, di dire che il cambiamento del clima non è colpa dell’uomo, che le cose non stanno così male.
Purtroppo i segnali che arrivano dalla comunità scientifica sono preoccupanti. Il rischio è di mettere in crisi forse l’unica sede internazionale in cui si può fare uno scambio tra Paesi ricchi e Paesi poveri per dare un senso anche alla concezione, ormai diffusa, che siamo in un pianeta piccolo, affollato, sempre più caldo e in cui la stessa sopravvivenza della civiltà, è messa in crisi da cambiamenti che possono avere anche delle dimensioni catastrofiche.”

Blog:”Un giornale ha titolato “L’Italia paralizzata dalla neve e lo chiamano surriscaldamento del pianeta!” un po’ di disinformazione sul tema…”
Onufrio: “C’è sempre purtroppo questa piccineria intellettuale nel mettere insieme la climatologia con la meteorologia, sono due cose diverse, quando noi parliamo di aumento di temperatura parliamo di aumento della temperatura media nel corso dell’anno, ma non è che con l’aumento del riscaldamento globale smette di nevicare, il ciclo dell’acqua cambia, cambiano il numero di giorni all’anno in cui questi fenomeni si presentano. Ci sono persone che per mestiere stanno sul territorio mondiale e si rendono conto di come le cose stanno cambiando in maniera visibile, ci sono fioriture fuori stagione, sempre più frequenti, ci sono fenomeni di sbiancamento delle barriere coralline e un aumento degli areali della malaria, o della febbe dengue, il clima sta cambiando e questo in molti posti del pianeta è visibile, in particolare in quella che si chiama la cliosfera, la diminuzione complessiva della copertura ghiacciata del pianeta, questo è l’effetto più visibile che dà una media del fenomeno molto precisa ed è una delle prove più importanti: l’andamento dei ghiacciai e della superficie ghiacciata del pianeta.”

L’ultima intervista a Paolo Borsellino – 21 Maggio 1992 | Pietro Orsatti

Fonte: L’ultima intervista a Paolo Borsellino – 21 Maggio 1992 | Pietro Orsatti.

L’ultima intervista a Paolo Borsellino due giorni prima della Strage di Capaci in cui rimase vittima il suo collega Giovanni Falcone. Questa è la versione Integrale da 55 minuti, senza censure, senza tagli di alcun genere mai trasmessa in tv. Realizzata dai due giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo in data 21 Maggio 1992, a Palermo

Paolo Borsellino_ L’Intervista Nascosta (versione integrale) from Gennaro Giugliano on Vimeo.

Antonino Di Matteo: “Noi continueremo”

Antonino Di Matteo: “Noi continueremo”.

Proproniamo agli utenti del sito la trascrizione dell’intervento che il magistrato Antonino Di Matteo ha tenuto all’incontro “L’alba di una nuova Resistenza” organizzato da Sonia Alfano il 12 dicembre 2009 a Palermo. Siano queste parole di Nino Di Matteo un incoraggiamento forte e vivo affinchè ciascuno faccia la propria parte per conquistare la verità sulle stragi del 1992-93. Con queste stesse parole del dott. Di Matteo auguriamo di cuore a tutti gli amici del sito un sereno natale e buone feste.
La redazione di 19luglio1992.com

Testo dell’intervento:

Io non sapevo di quest’incontro fino a quando qualche giorno fa mi ha fatto una telefonata Salvatore Borsellino. Nonostante alcune difficoltà ad essere presente qui oggi, ho subito accettato l’invito di Salvatore per un motivo preciso: perché credetemi, da cittadino, prima ancora che da magistrato, io sento il bisogno di esprimere a Salvatore Borsellino e a tutti voi che assieme a Salvatore Borsellino state conducendo una battaglia di civiltà e di passione civile, sento il bisogno di esprimere sincera gratitudine. Da cittadino prima ancora che da magistrato. Perché se rispetto al muro di gomma, del silenzio e dell’oblio – muro di gomma che sembrava insormontabile – nell’ultimo anno si sono aperti spiragli importanti di luce sia su ulteriori moventi e mandanti delle stragi sia su rapporti collusivi tra mafia ed esponenti delle Istituzioni, lo si deve, come diceva Benny Calasanzio, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e testimoni, lo si deve all’ostinato impegno di alcuni magistrati e di alcuni esponenti delle forze dell’ordine, ma lo si deve ancora di più, forse, alla sacrosanta, tenace e coraggiosa sete di giustizia e verità che Salvatore Borsellino ed i suoi amici hanno gridato in faccia ad un paese che era ormai rassegnato.

Mi permetto di parlare solo pochi minuti perché ci sono delle relazioni che erano già state previste e non voglio troppo impegnare la vostra attenzione, però io sempre come cittadino prima ancora che come magistrato vi invito a continuare a pretendere la verità. Vi invito, vi sollecito e veramente vi scongiuro: continuate a pretendere che tutti, prima di tutti noi magistrati, andiamo fino in fondo. Continuate a pretendere a qualsiasi costo che noi facciamo di tutto con il nostro impegno e con la nostra abnegazione, checché ne dicano tante persone, per accertare per davvero se Stato e mafia, due entità che non devono per nessuna ragione trovare spazi di dialogo e di accordo, abbiano invece trovato spazi di dialogo e di accordo.

Noi siamo consapevoli che più andremo avanti nelle indagini e nei processi più crescerà, già si sta cominciando ad avvertire, la spinta contrapposta a soffocare eventuali verità troppo scabrose e troppo scomode. Ma io sono un uomo delle Istituzioni e credo nel concetto di Stato e di Istituzione. Sono felice ed orgoglioso di essere riuscito a fare quello che ho sognato di fare fin da piccolo, il magistrato, e sono consapevole che uno Stato che dovesse fermarsi per paura di scoprire verità troppo scomode o troppo scabrose, rimarrebbe sempre sotto lo scacco della minaccia e del ricatto mafioso e noi non possiamo permettere tutto ciò. Se lo Stato non andrà in fondo in queste inchieste e in questi processi, se non lesinerà nessuno sforzo, noi potremo arrestare dieci, cento, mille uomini d’onore, mafiosi, latitanti, ma avremo fatto sì che la mafia conservi il potere di ricatto che è il potere più subdolo e più forte che può esercitare nei confronti di uno Stato.

Grazie quindi a Salvatore Borsellino e solidarietà a Salvatore Borsellino anche per qualche vergognoso attacco che iniziano a rivolgergli quelli che non capiscono o che fanno finta di non capire la passione civile e l’onestà intellettuale che lo contraddistinguono.

Non ho avuto perplessità nell’accettare l’invito a questo convegno, non partecipo a molti convegni, non ho avuto perplessità. Recentemente il ministro della Giustizia ha auspicato che i pubblici ministeri passino più tempo in procura invece di partecipare a convegni o trasmissioni televisive. Mi permetto di tranquillizzare il ministro. Fino a quando ce lo permetteranno, fino a quando le procure non verranno definitivamente desertificate, fino a quando non ci toglieranno i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, fino a quando ce lo permetteranno le leggi e fino a quando il pubblico ministero non diventerà un mero notaio della polizia giudiziaria, noi continueremo a stare in procura, continueremo a lavorare giorno e notte, continueremo ad arrestare i mafiosi ed i latitanti e continueremo a chiedere il sequestro dei beni di Cosa Nostra.
Volevo tranquillizzarlo il ministro. Però volevo anche dire che continueremo a ritenere che la mafia non sia solo bassa macelleria criminale e continueremo ad indagare e a processare chi, pur non essendo punciuto o uomo d’onore, con Cosa Nostra ha stretto patti criminali, ha fatto affari, ha costruito imperi economici o carriere politiche. Continueremo ancora, anzi, per quanto mi riguarda più di prima, nel poco tempo che ci rimane a disposizione a parlare con la gente, con i giovani delle scuole, con gli studenti universitari, quando capiterà con gli operai e con i contadini.
Cercheremo di spiegare di fronte alla quotidiana valanga di mistificazioni nei confronti della magistratura e dell’operato della magistratura, cercheremo di tentare di spiegare appunto che i magistrati non sono l’origine di tutti i mali del sistema giustizia. Noi siamo le prime vittime, anzi le vittime che vengono dopo i tanti cittadini onesti, le tante persone offese che non trovano poi verità e giustizia in una sentenza definitiva pronunciata in nome del popolo italiano. Sono queste le vittime di un sistema malato per il quale però la politica sembra voler fare di tutto tranne che per farlo funzionare.
Quindi continueremo con più forza di prima a cercare, nei limiti istituzionali e con la sobrietà che ci deve contraddistinguere, di spiegare perché determinate riforme in cantiere rappresenterebbero la morte della giustizia, di cercare di contrapporre la nostra capacità di spiegare alle ore ed ore in cui i politici alla televisione, sfruttando mezzi ben più potenti rispetto a quelli di cui parlavo io, tentano appunto di accollare tutti i mali del sistema giustizia ai magistrati.
Noi continueremo a parlare, loro continueranno a dire – ci mancherebbe altro – quello che vogliono, anche quando lo dicono in malafede, noi sopporteremo, non c’è problema.

Una cosa sola non sopporto e non la sopporto proprio in ragione del rispetto e della memoria di chi è morto: per favore che non continuino a strumentalizzare falsamente la memoria dei morti, la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sapete tutti perché siete tutti o protagonisti o bene informati qua dentro, che il primo a parlare nelle scuole ai ragazzi è stato il padre del pool antimafia, Rocco Chinnici, che aveva fatto un valore di questa sua innovativa linea di pensiero. Tutti dovrebbero ricordare, e se lo ricordano bene anche coloro i quali ne strumentalizzano la memoria, quanto Giovanni Falcone in certe occasioni avesse ritenuto utile e necessario spiegare anche in tv determinati passaggi della vita della mafia e dell’antimafia. Tutti, ed in particolare io lo ho appreso dallo studio analitico degli atti processuali, sappiamo quanto la stessa cosa facesse Paolo Borsellino. Anche in quei maledetti 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio in cui aveva altri pensieri per la testa, Paolo Borsellino partecipava ai convegni, è andato a Casa Professa, doveva andare in Veneto, sentiva il bisogno di spiegare che cosa stava succedendo in quel momento tragico della nostra storia. Quindi per favore che dicano quello che vogliono, che attacchino i magistrati, noi siamo qui per farci attaccare, noi andremo avanti comunque. Ma voi parenti dei morti dovete pretendere che non strumentalizzino falsamente la memoria e la condotta dei vostri cari.

Io vi ringrazio, non era programmato il mio intervento, ho detto di getto quello che sentivo di dire, dobbiamo essere tutti coscienti di una cosa: quando ci si avvicina a verità scomode, all’inizio può esserci un grande fermento ed un grande interesse, ma dobbiamo essere coscienti che prima o poi il famoso muro di gomma del silenzio e dell’omertà – alcune volte anche istituzionale – qualcuno tenterà di elevarlo ancora. Dobbiamo essere sereni, forti e compatti, ciascuno nel proprio ruolo e ciascuno con i propri compiti, nel non lasciare nulla di intentato per scoprire tutte le verità.


Antonino Di Matteo (Palermo, 12 dicembre 2009)


Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto.
Sono vivi oggi in altri Uomini delle Istituzioni

Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”

Fonte: Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”.

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.


Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la  donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il  suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere  il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».


Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)

LINK
1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2)
Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il
BLOG di Gioacchino Genchi
4)Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.




Fonte: antefattoblog


Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Paolo Dimalio

ComeDonChisciotte – CRISI SISTEMICA: LA VERITA’ SULLA BORSA

ComeDonChisciotte – CRISI SISTEMICA: LA VERITA’ SULLA BORSA.

DI GILLES BONAFI
Mondialisation

Nessuno riesce più a capire perché la borsa continui a progredire, mentre tutti gli indicatori sono in rosso (il più importante è la disoccupazione). I media definiscono “ripresa” questo fenomeno. La Banca mondiale, del resto, aveva stimato il ribasso del PIL mondiale del 3% per il 2009. Fonte: “Ribasso del 3% del PIL mondiale nel 2009” — leJDD.fr

Ora, il Dow Jones è passato da 8577 punti, il 15 ottobre, a 10.000 punti il 14 ottobre 2009, vale a dire più del 16% in piena crisi. Abbiamo quindi –3% per l’economia reale e + 16% per la borsa, strano no?

Una piccola spiegazione (di natura tecnica) è quindi d’obbligo.

I. I topi abbandonano la nave

Gli ‘Insiders’, cioè i responsabili delle imprese americane abbandonano la nave. Vendono a più non posso le loro azioni! Per mascherare questo fatto, Goldman Sachs che rappresenta più del terzo del volume dei titoli negoziati del NYSE (New York Stock Exchange) falsa i mercati grazie al trading “quantistico” o algoritmico. Questi scambi si effettuano con elevata frequenza su piccoli blocchi negoziati in permanenza tra un numero ristretto di fondi quantistici e di programmi di trading.

Laurent Useldinger, presidente di Ullink, une società che fornisce soluzioni di trading e di connettività FIX (Financial Informations Xchange) spiega così il trading quantistico: “Si ritiene che un trader che possiede strumenti algoritmici tratti un numero di ordini dieci volte superiore a un’operazione eseguita manualmente”

Sono tutte chiacchiere ovviamente, scollegate da ogni realtà economica!

II. La verità sulla borsa

Il NYSE, New York Stock Exchange che si chiama “Wall Street” o Borsa di New York, è la più grande borsa mondiale. Nel luglio del 2009, Goldman Sachs rappresentava un terzo dei volumi di scambi (program trading) e i 3 protagonisti principali (Goldman Sachs, Crédit Suisse e Morgan Stanley) rappresentavano, quanto a loro, il 63,6%. Ne è la prova il grafico “la verità sulla borsa” sul mio blog. Certo, tutto ciò è trading “quantistico”, un’aberrazione del mercato. Philippe Béchade nella ‘cronaca Agora’ fornisce un’eccellente analisi (fonte: Programmi di trading e manipolazione di corsi).

“Per chi nutrisse ancora dubbi, il comportamento ‘robotico’ del mercato prova in modo eclatante che non esiste più alcun contropotere reale di fronte alle macchine. I programmi di trading automatizzati regolano con precisione geometrica l’angolo di progressione del canale ascendente. Una volta bloccato l’indice al rialzo implicito (azioni, indici, materie prime) una serie di opportunità infinite viene offerta agli operatori. Possono arbitrare in tempo reale l’insieme delle categorie di derivati: opzioni, warrants, CFD (Contract for difference), contratti su indice.

Il crollo della volatilità consecutivo alla scomparsa di ogni correzione tecnica—ecco ancora un fenomeno che dimostra che ogni psicologia umana è cancellata dai computers senza pietà—tenderebbe a dimostrare che gli operatori ostentano una fiducia assoluta in un contesto in cui corso della Borsa e congiuntura sono totalmente scollegati.” Inoltre, il 30 giugno 2008, l’OCC (Comptroller of the currency, l’autorità del governo che tutela le banche) dichiarava che gli Stati Uniti possedevano 182.100 miliardi di dollari di prodotti derivati (delle metastasi); ora, qualche mese fa, l’ultimo rapporto fatto era di 20.000 miliardi di dollari (controllati da 5 banche). Nel momento in cui si parla di regolamentare la finanza, 20.000 miliardi di dollari sono stati creati in 1 anno, cioè una volta e mezzo il PIL degli Stati Uniti (tabella pagina 12).

La crisi sistemica attuale, che è il canto del cigno del nostro sistema economico, ci dimostra che le teorie economiche sono obsolete.

Paul Krugman che è rimasto indietro, si chiede ancora come gli economisti abbiano fatto a sbagliare fino a questo punto.

Eppure è semplice, le teorie economiche non si sono evolute allo stesso ritmo della finanza. Quest’ultima, grazie all’aiuto della matematica e delle pressioni politiche, ha saputo creare un gigantesco ‘casinò planetario’ con somme che superano 10 volte il PIL mondiale. Peggio ancora, la maggior parte di queste decine di migliaia di miliardi di dollari, sono direttamente legate ai debiti.

Tutte le teorie economiche vanno quindi a pezzi: quelle sul valore, sulla relazione capitale/lavoro ecc. ecc.

“Era inevitabile che fatti così gravi accadessero” dichiarava Benoît Mandelbrot, matematico e inventore dei frattali, poiché questo sistema è matematicamente condannato. Sta morendo in questo stesso istante, è arrivato il tempo di un nuovo paradigma, di una nuova visione del mondo, in effetti, che deve escludere i “signori feudali” che tentano di bloccare definitivamente il sistema a loro vantaggio.

Gilles Bonafi è professore e analista economico.

Titolo originale: “Crise systémique : la vérité sur la bourse”

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
24.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ELENA R.

ComeDonChisciotte – OLIVIERO DILIBERTO: IL KOMUNISTA ATLANTICO DI SERVIZIO

ComeDonChisciotte – OLIVIERO DILIBERTO: IL KOMUNISTA ATLANTICO DI SERVIZIO.

DI ANDREA CARANCINI
andreacarancini.blogspot.com/

Nelle scorse settimane due notizie hanno attratto la mia attenzione: l’inquietante incidente stradale accaduto al giudice Clementina Forleo[1] e l’opportunistica partecipazione del segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto al No B. Day[2]. Mi hanno colpito anche in relazione alla presenza, in quello stesso No B. Day, di Luigi De Magistris, già noto magistrato inviso – come la Forleo – ai poteri forti.

Si tratta di tre persone, Forleo e De Magistris da un lato, e Diliberto dall’altro, che stimolano le associazioni mnemoniche. Il primo ricordo è la conferenza stampa di qualche mese fa di Marco Rizzo, in cui – fresco di espulsione dal partito – il noto “pelatone” rivolse pesantissime accuse a Diliberto: “Guarda caso la situazione è precipitata proprio ora, immediatamente dopo l’aver fatto notare al segretario Diliberto che un puzzle di iniziative pubbliche locali da lui svolte nel tempo lo vedevano sempre “accompagnato” da un volto noto della P2 di Licio Gelli”, disse Rizzo[3].

Rizzo si riferiva a Giancarlo Elia Valori, noto dirigente d’azienda e noto massone[4]. Proseguiva Rizzo:

“Oliviero Diliberto dal 2003 al 2007 partecipa infatti a ben otto avvenimenti pubblici con un uomo legato al capo della P2 . E’ mai possibile che il segretario di un partito comunista possa ripetere così tante volte una pesante ‘leggerezza’? Il punto di domanda non è la legittimità o meno a frequentare chicchessia, la questione è tutta politica. Può un segretario comunista interloquire così a lungo con una espressione di quei poteri che, a parole, dice da sempre di voler contrastare? Credo proprio di no, e se le imbarazzanti risposte di Diliberto (“sono solo incontri pubblici…”) non mi convincono, mi risulta assai più chiaro il procedimento di espulsione intrapreso a mio carico”.

L’addebito di Rizzo era fondato nella sostanza, anche se inesatto nella forma: è vero che Elia Valori fece a suo tempo parte della P2 ma la sua espulsione dall’organizzazione era già nota nel 1981[5]. Tra gli incontri pubblici cui si riferisce Rizzo c’è la partecipazione di Elia Valori, addirittura, alla festa nazionale del partito del 2003[6].

Comunque, ciò che importa qui è che le molteplici attività di Elia Valori entrarono a suo tempo nel mirino di Luigi De Magistris e della sua inchiesta “Why Not”: “Le indagini ‘Why Not’ – raccontò De Magistris ai magistrati di Salerno – stavano ricostruendo l’influenza dei poteri occulti. In particolare si stavano ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Elia Valori pareva risultare, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria contemporanea”[7].

Gli accertamenti di De Magistris, per quanto riservati, non passarono inosservati: dal 2005 al 2007 il magistrato napoletano, come scrive Antonio Massari su MicroMega[8], venne fatto oggetto di ben 17 interrogazioni parlamentari – da parte, complessivamente, di ben 153 parlamentari – quasi tutte ostili e mirate a bloccarne l’attività investigativa.

Il risultato di tali pressioni politiche lo conosciamo tutti: nel 2008 CSM infligge a De Magistris la pena del trasferimento (dalla sede di Catanzaro e dalla funzione di pubblico ministero).[9] Un destino parallelo a quello di Clementina Forleo, trasferita da Milano a Cremona[10].

Ma perché associare il “forchettone rosso”[11] Oliviero Diliberto alle sfortunate vicende professionali di due magistrati esemplari come Forleo e De Magistris? Semplice, perché ad accusarli non solo all’interno del CSM ma anche, in modo del tutto irrituale, sui grandi organi d’informazione, figurò in primis la professoressa Letizia Vacca, designata al CSM proprio su imput di Diliberto: “E’ necessario che emerga che Forleo e De Magistris sono cattivi magistrati”, esternò a suo tempo la Vacca[12].

Riassumendo: Rizzo rinfaccia a Diliberto di essere amico di un massone che era stato indagato da De Magistris, quel De Magistris che – insieme alla Forleo – è stato tolto di mezzo con l’ausilio di una sodale di Diliberto.

Ma “amico” in che senso?

A mio giudizio, Diliberto è amico di Elia Valori perché ne condivide, al di là della facciata, proprio i “valori”. Sappiamo, dai suoi libri, quali sono i “valori” di Elia Valori: sionismo e atlantismo über alles; il tallone di ferro dell’occidente contro i palestinesi. Cose da far inorridire qualunque sincero comunista. Ma non Diliberto. La riprova?

Anche in questo caso, è un’immagine della memoria a soccorrerci: Milano, 1999, manifestazione del trentennale della strage di Piazza Fontana. Diliberto annuncia retoricamente di voler chiedere l’abolizione degli omissis e del segreto di stato sulle stragi degli anni ‘70[13]. In quell’occasione, l’allora Ministro della Giustizia venne giustamente fischiato dai giovani che gli rimproveravano la partecipazione al governo D’Alema (con i relativi bombardamenti alla Iugoslavia).

Forse quei giovani non sanno che Diliberto, mentre fa il trombone in piazza, ha compiuto un atto sfuggito ai più: si è associato al procedimento disciplinare contro il giudice Guido Salvini, proprio quello che si era messo a indagare sul serio il mistero di Piazza Fontana e la sua matrice atlantica[14]. Per misurare appieno la gravità del comportamento dell’allora Ministro della Giustizia, diamo la parola allo stesso Salvini:

“…Per non parlare del ministro della Giustizia del governo di sinistra, Oliviero Diliberto. Nel 1999, quando fui assolto da tutte le incolpazioni del procedimento disciplinare aperto parallelamente a quello di “incompatibilità ambientale”, Diliberto fece personalmente qualcosa che non accade quasi mai: impugnò l’assoluzione pronunziata nei miei confronti dinanzi alla Cassazione, la quale l’anno successivo gli diede sonoramente torto”.[15]

Ultima immagine: Roma, 2006, Galleria Monferrato. Il Presidente emerito della Repubblica Cossiga inaugura una mostra con i graffiti degli anni ’70 a lui dedicati. A lui, a Kossiga, altro atlantista di ferro e altro vecchio amico di Elia Valori[16]. Ad abbracciarlo, Oliviero Diliberto: “Eravamo dalla stessa parte della barricata…”[17].

Andrea Carancini
Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com/
Link: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/12/oliviero-diliberto-il-komunista.html
26.12.2009

[1] http://www.danielesilvestri.it/blog/?p=1172
[2] http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=21655859f6c44ec0
[3] http://lombardia.indymedia.org/node/19317
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori . Su questo personaggio si vedano gli articoli che gli ha dedicato sul suo blog Miguel Martinez: http://kelebek.splinder.com/tag/giancarlo+elia+valori
[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori
[6] http://www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newgiornale/64/valori.htm
[7] http://www.proletaria.it/index.php/proletaria/content/download/2413/17061/file/dichiarazione%20rizzo%20+%20allegato.pdf
[8] Antonio Massari, De Magistris: un magistrato da fermare, MicroMega 6/2007, pp. 41 e seguenti.
[9] http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_de_Magistris
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/Clementina_Forleo
[11] http://www.ibs.it/code/9788845702495/forchettoni-rossi.html
[12] http://espresso.repubblica.it/dettaglio/1910388
[13] http://www.repubblica.it/online/politica/fontana/fontana/fontana.html
[14] http://archiviostorico.corriere.it/1999/dicembre/13/Diliberto_stragi_via_segreto_Stato_co_0_99121310342.shtml
[15] Luciano Lanza, Bombe e segreti, Elèuthera editrice, Milano, 2005, p. 168.
[16] http://archiviostorico.corriere.it/2000/maggio/19/Cossiga_con_Valori_rapporti_restaurati_co_0_0005198878.shtml
[17] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/07/07/cossiga-scherza-su-kossiga-abbraccia-diliberto.html