Archivi del giorno: 6 gennaio 2010

YouTube – Aggressione a Berlusconi – Secondo me di dubbi non ce ne sono

Un altro video in cui si vede Berlusconi senza sangue dopo l’“attentato” prima di entrare in macchina. Speriamo che la magistratura faccia chiarezza.

E poi, perchè Emilio Fede parla di ferite quando ancora sangue non se ne vede?

Fonte: YouTube – Aggressione a Berlusconi – Secondo me di dubbi non ce ne sono.

In questo video si vede meglio, però non c’è il fermo immagine come in quello sopra.

Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna

Fonte: Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna.

di Gemma Contin su Liberazione del 5/01/09

Era il 6 gennaio 1980, trent’anni fa esatti. Palermo si stava svegliando dalle lunghe festività di Natale-Capodanno-Befana: quindici giorni e notti di gozzoviglie, giocate di carte, giri di amici e parenti, regali ai bambini, messe comandate.
Quella mattina dedicata all’Epifania, la vecchietta che con scopa e sacco «tutte le feste si porta via», cadeva giusto di domenica: buona ragione per dormirsela qualche ora di più, dopo l’ultima notte di poker-settemezzo-mercanteinfiera, o, per i cattolici osservanti e praticanti, di andare alla Santa Messa del mattino e farsi assolvere così da tutti i peccati di gola-lussuria-goduria inevitabilmente commessi nel corso di festività prolungate.
Una domenica azzurra di sole e già carica di profumi primaverili, come spesso accade a Palermo e in Sicilia, dove ai primi di gennaio, nella Valle dei Templi di Agrigento, si celebra la festa del mandorlo in fiore.
La città quasi deserta si stava appena risvegliando e stiracchiando pigramente, in vista dell’ennesima abbuffata, quando, alle 12 e 30, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era uscito di casa senza scorta, in via Libertà, quasi all’incrocio con piazza Croci, nel “cuore bene” del capoluogo, e si era messo al volante della sua Fiat 132 privata, assieme alla moglie Irma Chiazzese e al figlio ventenne Bernardo, per recarsi alla Messa nella non lontana chiesa dei gesuiti, dove era solito osservare il precetto religioso.
Non ci arrivò mai.  Un killer, che nonostante le smentite di molti testimoni e collaboratori di giustizia sarà riconosciuto dalla vedova nel terrorista di destra Giusvà Fioravanti, lo fermò per sempre con una scarica di colpi di pistola mentre si era appena seduto al posto di guida.
Mattarella, che quando fu ucciso aveva 45 anni, è stato il primo e unico presidente di un’Istituzione ad essere ammazzato mentre era in carica. Era anche un importante esponente del partito della Democrazia Cristiana siciliana. Partito con una storia assai complicata per le relazioni pericolose che alcuni notabili locali e nazionali tenevano con la “cupola” mafiosa, o direttamente, come nel caso di Vito Ciancimino e Salvo Lima, o attraverso le contiguità intessute dai cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, o ancora con le connivenze e le complicità derivanti dagli “affari” intrecciati tra politici e classe imprenditoriale isolana: i Vassallo, i Cassina, i D’Agostino, e tutte le imprese, locali e nazionali, che nel corso degli Anni Settanta (e poi ancora e sempre negli Anni Ottanta e Novanta e Duemila) si erano andate assicurando gli appalti e il sacco di Palermo e della Sicilia: i servizi pubblici, dai trasporti all’illuminazione urbana alla manutenzione stradale; l’edilizia pubblica privata cooperativa e marittima; le grandi opere (già allora) come dighe inutili, viadotti fantasma, edifici incompiuti e autostrade pericolose; o gli “interventi” degli enti di sviluppo e delle banche regionali.
Lo stesso Piersanti – e suo fratello Sergio, che all’epoca era professore universitario e che dopo la morte del fratello abbraccerà la politica fino a diventare ministro della Pubblica Istruzione dal 1989 al ‘90 e della Difesa dal ‘90 al 2001 – erano in qualche modo succubi di quella storia.
Infatti il padre, il vecchio Bernardo Mattarella, parlamentare democristiano sin dalla Costituente e fino alla sua scomparsa, più volte sottosegretario e ministro, era stato un esponente di spicco della Dc di Castellammare del Golfo, perfettamente immerso e integrato in quel sistema di relazioni, tanto da essere considerato “uomo di fiducia” fino al punto di essere accusato da Danilo Dolci (che per questo si beccò una querela e fu condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione) di essere anche “uomo d’onore”, nel senso di una vera e propria affiliazione mafiosa, peraltro mai provata.
Al contrario, una sentenza del 1967, confermata in secondo grado e in Cassazione, afferma che Mattarella (Bernardo padre) «ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso» e «non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriere politica».
In ogni caso – poiché per fortuna le colpe dei padri, se anche ve ne sono, non possono essere ascritte ai figli, i quali rispondono per sé e per le scelte che compiono e le azioni che intraprendono – Piersanti e Sergio Mattarella quella storia e quei sospetti e quelle relazioni erano riusciti a scrollarsele di dosso.
Piersanti anzi era considerato “l’uomo nuovo” della Democrazia cristiana, non solo siciliana, anche perché i suoi referenti a livello nazionale erano stati l’ex presidente Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Br nel 1978, e l’ex ministro degli Interni Virginio Rognoni. Uomini molto lontani, politicamente e moralmente, da esponenti dello stesso partito come Giulio Andreotti, Giovanni Gioia e Salvo Lima, dai quali li divideva anche l’appartenenza a correnti del tutto diverse ed estranee alle loro mene e agli oscuri sodalizi che essi intrattenevano.
Piersanti era in Sicilia l’artefice di una linea di cambiamento che propugnava il rinnovamento della politica (e dei politici) a livello regionale, che cercava l’apertura a sinistra in un dialogo fitto e con uno scambio intenso con il Partito comunista, e, soprattutto, che aveva pubblicamente sconfessato tutti i pasticci e i pateracchi e le forme di commistione meno che limpide nella gestione della cosa pubblica, nella conduzione degli appalti regionali, nella ricerca di interlocutori “al di sopra di ogni sospetto”.
Sta di fatto che aveva messo in movimento un terremoto politico di cui aveva piena consapevolezza e che, già verso al fine del 1979, lo preoccupava nei suoi effetti incontrollabili, tanto da fargli chiedere un incontro con il suo vecchio amico e referente Virginio Rognoni, all’epoca ministro dell’Interno, sia per i segnali di pericolo che gli stavano arrivando, sia per chiarirgli che cosa stava succedendo nelle file del partito in Sicilia.
Prima di organizzare quella visita lampo a Roma aveva avvertito la sua segretaria Maria Grazia Trizzino: «Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi di questo viaggio».
In mezzo alle tante cose raccontate da Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone, suona come un monito ancora aperto quell’indicazione senza appello: «Signor giudice, mi creda, i terroristi non c’entrano niente, quello di Mattarella è un omicidio fatto da Cosa Nostra: andate a vedere a chi furono affidati gli appalti dopo la sua morte».
Tesi ripresa e confermata dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso quando, nel corso di una recente commemorazione, ha affermato che l’uccisione di Piersanti Mattarella «fu un omicidio determinato da moventi complessi, con una coincidenza di interessi esterni a Cosa Nostra ma maturati in un contesto economico politico e mafioso in cui quegli interessi erano finiti per coincidere con l’obiettivo di tenere in piedi quel sistema politico-mafioso».
Un sistema contro cui il presidente della Regione ucciso il 6 gennaio di trent’anni fa si era battuto, nel primo vero tentativo di avviare una «primavera siciliana», naufragata, come tutte le altre che seguiranno, nel mare di sangue di vent’anni di “mattanza” che è riuscita, al tempo stesso, ad azzerare tutto quello che di politicamente innovativo era venuto alla luce e a ricacciare la classe dirigente siciliana nella logica degli “affari” di sempre, nelle relazioni pericolose di sempre, nelle mene oscure di sempre.

Antimafia Duemila – Presidente, che delusione.

Antimafia Duemila – Presidente, che delusione..

di Giorgio Bongiovanni – 1 gennaio 2010

Pur nel rispetto della carica più alta dello Stato, non posso fare a meno di esprimere la grande delusione per il discorso del presidente Giorgio Napolitano.

Nel consueto messaggio alla nazione di fine anno non ha fatto alcun riferimento ad uno dei peggiori problemi del nostro Paese, se non il peggiore: il cancro mafioso.
Non solo; non ha espresso nessuna parola di solidarietà per tutti coloro che, a prezzo di sacrifici immensi, riescono comunque ad assicurare alla giustizia e alla scarsa dignità del nostro Paese uomini d’onore e gregari, come i magistrati e le forze dell’ordine.
Il discorso è stato incentrato sulla crisi e sui problemi economici, ancora una volta facendo finta di non sapere che molto del dissesto finanziario d’Italia è causato proprio dal ricatto mafioso, e non solo al sud con l’ancora diffusissimo problema del pizzo, ma in tutta la nazione con la vera e propria contaminazione dell’economia legale con quella illegale, divenuta immensa grazie al degrado e alla corruzione che stanno divorando il senso dell’onestà e dell’integrità di gran parte dei cittadini: chi per vantaggio, chi per disperazione.
Altro che problema del mezzogiorno! Se non si combattono il riciclaggio e non si colpisce il giro economico mafioso sempre più intrecciato con quello legale non ci sarà nessun riscatto per il nostro Meridione. Dopo cent’anni ancora si gira intorno al cuore del problema!
E ancora parole per la Chiesa, per il richiamo ai valori morali. Una Chiesa sempre più coinvolta negli scandali, tra pedofilia e finanza sospetta, e non una sola parola per i missionari come Don Ciotti o Padre Zanotelli impegnati con la loro quotidianità nella testimonianza dei valori non con chiacchiere e paramenti.
Un’ultima cosa. Non un richiamo ai nostri giovani soldati morti in questi anni nelle guerre in Afghanistan e in Iraq in cui siamo coinvolti e protagonisti, non un cenno ad un piccolo dettaglio che dovrebbe coinvolgerci tutti nel profondo: siamo in guerra. Nessuno ha il coraggio di pronunciare queste tre semplicissime paroline: l’Italia è in guerra. E un Presidente della Repubblica dovrebbe curarsi di dire ai suoi cittadini almeno questa verità.
In ogni caso qualsiasi discorso di qualsiasi presidente sarà comunque vano se nell’affrontare i nodi che impediscono un vero sviluppo del Paese non terrà conto che ancora oggi non si è fatta luce sulle stragi del ’92 e del ’93, sui quei mandanti esterni che sul sangue di Falcone, Borsellino e tanti innocenti hanno edificato la cosiddetta seconda Repubblica.
Buon Anno!

Giorgio Bongiovanni

Antimafia Duemila – Quegli incontri [di Craxi] con la P2

Antimafia Duemila – Quegli incontri con la P2.

di Gianni Barbacetto – 2 gennaio 2010
La trattativa che il segretario del Psi iniziò con Gelli e i suoi uomini per mantenere la leadership.

Avrà anche commesso qualche errore, per finanziare il partito, ma fu uno statista. Anzi, “il più grande statista della fine del ventesimo secolo” (Gianni De Michelis). Un grande riformatore, stroncato proprio per questo da “una rivolta di palazzo” (Rino Formica). Per riabilitare Bettino Craxi, dedicandogli tanto per cominciare una via a Milano, si sta tentando una doppia rimozione: non solo dei reati commessi e delle condanne subite, ma anche della verità sulla sua storia politica. Ma davvero Craxi fu un grande statista e un coraggioso riformista? Per rispondere, bisogna guardare con disincanto soprattutto al biennio 1979-80, quello in cui Bettino abbandona definitivamente i suoi progetti mitterrandiani – questi sì innovativi per l’Italia – di conquistare la leadership della sinistra, far crescere una grande forza riformista, democratica, libertaria, non comunista, e poi battere la   Dc. Dimenticato il “Progetto socialista” del congresso di Torino, accetta invece la spartizione di potere con il peggio della Dc, sancita poi dalla nascita del Caf, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. All’ombra di una regia sotterranea ma potente: quella della loggia P2.

Nel 1979, dopo tre anni alla guida del partito, Craxi non è riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra. Ed è insidiato anche dentro il Psi: da una sinistra interna composita, che va dai rinnovatori di Antonio Giolitti ai più pragmatici sostenitori di Claudio Signorile, pronti a sfilargli la segreteria (Bettino in un comitato centrale del 1980 la manterrà solo per un voto, perché convincerà De Michelis a tradire il suo fronte e a passare con lui). Craxi si sente insomma attaccato in casa e fuori. Quando poi intuisce che Signorile sta per essere segretamente finanziato, insieme alla Dc andreottiana   , da una supertangente Eni, capisce che deve correre rapidamente ai ripari. Abbandona i bei propositi dell’“Alternativa socialista” e gli intellettuali di Mondoperaio e comincia un intenso lavorio tutto dentro i più segreti ambulacri del potere italiano.

Nel 1979 incontra per la prima volta Licio Gelli, mentre i suoi colonnelli, Claudio Martelli e Rino Formica, iniziano con gli uomini della P2 una lunga trattativa su potere, soldi e informazione. Craxi nel 1994 ammette l’incontro: “Quando il tentativo di estromettermi dalla guida del partito tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 non riuscì per un solo voto, Gelli cercò di prendere contatto con me. Vanni Nisticò (piduista, allora capo ufficio stampa del Psi, ndr) mi presentò Gelli e l’incontro si svolse nella mia suite all’Hotel Raphael”. Argomenti trattati: il riavvicinamento tra Craxi e Andreotti. Solo politica? No, c’è una questione più concreta che   preoccupa Bettino: il timore che stiano per arrivare finanziamenti al suo avversario interno, Signorile. È la vicenda passata alla storia come scandalo Eni-Petromin. L’azienda petrolifera italiana, presieduta da Giorgio Mazzanti, aveva stipulato con l’azienda di Stato saudita, la Petromin, un vantaggioso contratto per la fornitura di petrolio. Ma Craxi e Formica si mettono di traverso, perché con il loro formidabile olfatto sentono   odore di tangenti, tangenti da cui sono esclusi: una “intermediazione” di almeno 200 milioni di dollari, da cui avrebbero poi attinto la Dc andreottiana ma anche Signorile, a cui Mazzanti faceva riferimento.

Formica, allora segretario amministrativo del Psi, si scatena. Incontra più volte il dirigente piduista Umberto Ortolani. Il 21 maggio 1979 gli dice: “Dì ai tuoi amici che noi socialisti non abbiamo alcuna intenzione di rimanere fuori da questo affare”. Dopo mesi frenetici e trattative oscure, la storia arriva all’epilogo il 15 marzo 1980: Mazzanti si dimette dalla presidenza dell’Eni e il contratto Eni-Petromin, dopo una prima fornitura, viene sospeso. Meno di un mese dopo, il 5 aprile, Francesco Cossiga vara il suo nuovo governo, con il Psi che rientra nella maggioranza dopo sei anni d’assenza. Un governo prova generale del Caf, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla P2.

Eliminato Mazzanti, l’uomo di riferimento di Craxi dentro l’Eni diventa il vicepresidente Leonardo Di Donna. Già a partire dalla seconda metà del 1980, l’Eni foraggia generosamente Bettino: è la storia del conto Protezione. L’Eni concede un deposito di 50 milioni di dollari al Banco Andino di Roberto Calvi (inutile dire che sia Di Donna, sia Calvi sono iscritti alla P2). E il “banchiere di Dio” gira al segretario socialista una percentuale, 7 milioni di dollari in due tranche, sul conto Ubs di Lugano 633369 “Protezione”, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini e annotato su un biglietto da Claudio Martelli.

Gelli sostiene di aver avuto lui l’idea della triangolazione Eni-Ambrosiano-Psi, e di averla esposta a Bettino durante il secondo incontro, che avviene nella primavera del 1980 nell’abitazione romana di Martelli. Il vice di Craxi, che era allora responsabile della cultura e informazione del Psi, aveva   già più volte incontrato il Venerabile all’Hotel Excelsior: per chiedere che il Corriere, nelle mani della P2, trattasse meglio il Psi; ma anche per risolvere il problema dell’enorme debito (21 milioni di dollari) che il partito aveva nei confronti dell’Ambrosiano di Calvi. Ottiene subito i risultati sperati. Il Corriere diventa più favorevole a Craxi, fino a pubblicare, il 30 ottobre 1979, un’agiografica intervista, non firmata, che scatena le proteste del comitato di redazione contro il direttore (“Ha premesso all’intervistato di farsi da solo domande e risposte”). E arrivano anche i soldi: quelli del conto Protezione, ma pure 300 milioni dalla Rizzoli e l’aereo privato dell’azienda a disposizione di Martelli.

Craxi è citato anche nel “Piano di rinascita democratica”, che prevede di “selezionare gli uomini ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica”: per la Dc, il “Piano” segnala, tra gli altri, Andreotti e Forlani; per il Psi indica Craxi. Prevede poi di “affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti”. L’interesse della P2 per Craxi aumenta dopo il settembre 1979, quando Bettino lancia la sua “grande riforma”, che prevede il presidenzialismo: Craxi viene allora indicato da Gelli come l’uomo che può realizzare il “Piano di rinascita” e a cui va garantito sostegno politico, mediatico e finanziario.

Craxi lo “statista” continua la strada intrapresa nel 1980 anche dopo la scoperta delle liste   P2. Ha ormai imparato il metodo. Accanto al conto Protezione, ha via via aperto una ragnatela di conti da Vaduz fino a Hong Kong. Il sistema delle tangenti diventa scientifico, totale. E Craxi, riformista senza riforme e statista senza senso dello Stato, è ormai uno dei pilastri di Tangentopoli. Fino al fatidico 1992 di Mani pulite.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Le nuove rotte dei rifiuti

Fonte: Le nuove rotte dei rifiuti.

di Alessandro Iacuelli

Potrebbe sembrare un controsenso, quanto appare da alcune indagini condotte dalla magistratura e dalle autorità doganali del nostro Paese. Eravamo abituati a vedere i rifiuti industriali italiani, in particolare quelli tossici, prendere la via dell’Africa, a fare compagnia a quelli di quasi tutto il resto d’Europa, invece il nuovo quadro che emerge, alla soglia del secondo decennio del XXI secolo, indica una inaspettata inversione di tendenza: dall’Italia all’Africa, e poi di ritorno nel nostro Paese. E’ questo il nuovo affare (economico) che circonda gli scarti velenosi del nostro mondo produttivo. Quei rifiuti tossici tornano in Italia.

Si tratta per lo più di scarti industriali e rottami ferrosi contaminati con sostanze nocive, o a volte radioattive. Sostanze che per legge non sono più riutilizzabili nei cicli di produzione industriale, ma sono destinate ad essere smaltite come rifiuti speciali. Invece succede che vengano riutilizzate, e non si tratta certo di riciclaggio o riutilizzo di materie prime seconde, ma di avvelenamento pericoloso di nuovi prodotti che finiscono sul mercato. Il percorso dei rifiuti si fa più accidentato: viene imbarcato via mare in porti già noti per questo tipo di attività, in particolare quelli di Liguria, Toscana e Campania, in misura minore anche in Calabria e Sicilia. Spesso, sfuggono ai controlli doganali, con tecniche già note: sulle bolle di accompagnamento c’è scritto che si tratta di generi alimentari, veicoli, materiali edili e, nel caso di rifiuti elettronici, addirittura come materiale informatico per lo sviluppo e la cooperazione con i Paesi del Terzo Mondo.

L’Agenzia delle Dogane, notevolmente sottodimensionata rispetto alle esigenze del Paese, fa quel che può, ma in Italia ci sono porti che movimentano oltre trenta milioni di container l’anno, il che significa una media di un container al secondo: impossibile controllarli tutti senza paralizzare le operazioni di imbarco e di sbarco dei mercantili. Vengono usate alcune tecniche di campionamento, per selezionare i container da sottoporre a controlli, ma molti sfuggono lo stesso. Nonostante ogni mese nei porti italiani vengano sequestrate diverse tonnellate di merci che merci non sono.

Una volta usciti dal nostro Paese, dopo un po’ ritornano. Nel 2008, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno individuato 4.000 tonnellate (una quantità modesta, rispetto al totale) di rifiuti pericolosi provenienti dall’Africa, dall’America e dal Nord Europa, oltre che centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall’Albania e dalla Croazia. Di che materiali si tratta, e perché arrivano da noi? Si tratta di catalizzatori esausti, contaminati con sostanze tossiche, prodotti chimici e soprattutto pet coke, un sottoprodotto del petrolio che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi, viene usato come combustibile economico, ma ha un problema: è altamente cancerogeno in quanto contiene zolfo al di la dei livelli previsti dalla legge. Ma costa pochissimo, trattandosi di un rifiuto, pertanto se lo si riesce a far entrare in Italia per vie traverse, il guadagno è assicurato. Un carico di pet coke è stato bloccato, nei mesi scorsi, nel porto di Gela.

Le indagini condotte dal sostituto procuratore catanese Antonio Nicastro hanno consentito di ricostruire tutta la filiera di (falso) smaltimento e riuso: il carico proveniva dal Venezuela e arrivato nel porto di Gela ed era destinato ad un cementificio di Siracusa, che l’avrebbe usato come combustibile, rilasciando in atmosfera tutti i suoi pericolosi prodotti di combustione.

Invece a Salerno, la Guardia di Finanza ha sequestrato nel porto un bel numero di containers provenienti dall’Irlanda e da alcuni paesi dell’Africa centrale, contenenti sostanze tossiche e materiali elettronici di scarto: questo materiale era destinato ad una società romana, assolutamente fittizia, che era stata incorporata da anni da un’altra società con sede a Milano. Si trattava degli stessi rifiuti che avevano lasciato illegalmente l’Italia ed avevano preso la via del del Benin. Tornati in Italia per essere riutilizzati nei processi produttivi di molte industrie italiane, per risparmiare a discapito della nostra salute. Combustibili altamente tossici che ci mostrano, in tutta la loro cruda realtà, quando in Italia siamo lontani dalle logiche industriali che tutelano la salute e l’ambiente.

E si risparmia non solo sul combustibile, ma anche in un altro modo: importando illegalmente le sostanze tossiche, eludendo le dogane, si froda anche il fisco. Nelle scorse settimane, un’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Bergamo ha portato alla luce un traffico illecito di rifiuti realizzato attraverso società filtro, create appositamente e successivamente trasferite in altre regioni e avviate alla liquidazione, per gestire un’enorme quantità di rifiuti di origine ignota e di qualità chimico-fisiche sconosciute.

Le società fantasma servivano anche a mantenere immacolate e preservare dai controlli della polizia ambientale altre società sempre riconducibili agli indagati, alle quali erano poi rivenduti i rifiuti ripuliti. L’organizzazione usava fare pagamenti fittizi a mezzo di denaro contante, espedienti finalizzati a celare vere e proprie distrazioni di fondi societari, quantificati in circa 7 milioni di Euro, canalizzati principalmente verso la Repubblica di San Marino, e utilizzando anche nominativi di fantasia.

Il 16 ottobre scorso, era toccato alla Guardia di Finanza di Brescia scoprire una triangolazione societaria, anche questa fatta con la Repubblica di San Marino. Ad essere movimentati erano i materiali ferrosi che compongono gli scarti delle acciaierie, di cui è pieno una parte del territorio bresciano. Anche in questo caso, il fisco veniva eluso tramite un giro di fatture false: decine di milioni di euro venivano spostate a San Marino mediante meccanismi tali da disperdere le tracce dei pagamenti delle transazioni illecite.

Sul fronte “tecnico” della sparizione dei rifiuti, il comitato Seagull, associazione con sede a Molfetta, dedita alla tutela degli interessi dei marittimi, che prende il nome dall’omonima nave naufragata nel 1977, lancia una pesante quanto importante accusa: la presenza di marinai extracomunitari a bordo delle navi, spesso sotto ricatto. Non solo lavorano in scarsa sicurezza e con stipendi al ribasso, ma il ricatto che subiscono è l’obbligo, pena il licenziamento, di sversare in mare i rifiuti tossici che non possono essere rivenduti a nessuno, ma che vanno per forza smaltiti.

In pratica, il 2010 inizia con un quadro preoccupante. E ancora si attende una presa di posizione seria da parte delle potenti organizzazioni degli industriali italiani. Così, mentre Confindustria lamenta presso il governo le deboli strategie per uscire dalla “crisi” e tace sui suoi stessi smaltimenti illeciti, l’Agenzia delle Dogane ipotizza per il nuovo anno un boom delle importazioni illegali di pet coke. Si tratta chiaramente di un riciclo illegale, e pericoloso. Ma l’industria italiana, perennemente in crisi, pur di risparmiare qualcosa sui combustibili appare addirittura disposta ad avvelenare il territorio.

Il bilancio, sempre del 2008, poiché i dati del 2009 non sono ancora stati resi noti, parlano chiaro: l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato in tutto l’anno 106.000 tonnellate di pet coke. La cosa che fa venire i brividi è che molto di questo veleno era destinato a fare da combustibile nei forni d’industrie alimentari, italiane, soprattutto produttori di zucchero e di prodotti dolciari. E i rifiuti arrivano nei nostri piatti.

E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito

Col passare dei giorni i dubbi sull’“attentato” a Berlusconi anzichè chiarirsi si infittiscono. Attendiamo adesso che l’inchiesta della magistratura chiarisca tutto sperando che non sia frettolosa e superficiale.

Fonte: E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito.

04/01/2010, ore 09:00 – La prova la dà lo stesso Presidente del Consiglio

E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito

di: Antonio Rispoli
In questi giorni il Presidente del Consiglio è andato in vacanza e non si è occupato un gran che dei doveri che impone la sua carica. Lo si è visto in qualche fotografia in occasione del compleanno di una giovane e carina deputata del Pdl, Michaela Biancofiore; inoltre ha fatto una uscita a Capodanno in un centro commerciale. E guarda la sorpresa, ha due grossi cerotti in fraccia. Uno sulla guancia sinistra; e uno di traverso sul naso. Ma lui il 13 dicembre non è stato ferito nè sullla guancia nè sul naso. Se andiamo a leggere il certificato medico, leggiamo di una ferita al labbro, una infrazione alla cartilagine del naso, e una ferita lacero-contusa allo zigomo sinistro. Mentre se si guarda la foto e il video allegati, si vede che lo zigomo e le labbra non hanno alcun segno. Allora, che cosa possiamo concludere? Che le ferite non ci sono mai state, come ormai sa tutta l’Europa; tutta l’Europa tranne gli italiani. Infatti ci sono stati i TG nazionali tedeschi, belgi e francesi che hanno dimostrato la falsificazione del cosiddetto attentato di Massimo Tartaglia. Gli unici a non saperne niente sono gli italiani, dato che non è mai stato avanzato dai mass media alcun serio dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.
Ora non ci sono dubbi, ci sono certezze: l’aggressione è stata falsa. Massimo Tartaglia avrà anche lanciato qualcosa in faccia a Berlusconi, ma sicuramente non un souvenir. E allora, cosa impedisce di pensare che sia stata tutta una montatura, per far alzare il proprio indice di gradimento politico, facendo battere la grancassa sulla presunta aggressione? Basta ricordare che per le elezioni regionali di marzo si stanno allestendo i cartelloni 3 metri per 6, in cui si mostra il volto di Berlusconi di Berlusconi insanguinato.

Blog di Beppe Grillo – Giuseppe Fava, un Santo Laico

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Giuseppe Fava, un Santo Laico.

Il Santo Laico Giuseppe Fava disse nella sua ultima intervista a Enzo Biagi :”I mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione.” Era un anticipatore dei “terroristi mediatici” di oggi.
“27 anni fa l’omicidio di Giuseppe Fava. Ricorre oggi il ventisettesimo anniversario della morte di Giuseppe Fava, giornalista ucciso dalla mafia a Catania la sera del 5 gennaio 1984. “I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri…”. franco antonio perrone, verona