Archivi del giorno: 6 gennaio 2010

YouTube – Aggressione a Berlusconi – Secondo me di dubbi non ce ne sono

Un altro video in cui si vede Berlusconi senza sangue dopo l’“attentato” prima di entrare in macchina. Speriamo che la magistratura faccia chiarezza.

E poi, perchè Emilio Fede parla di ferite quando ancora sangue non se ne vede?

Fonte: YouTube – Aggressione a Berlusconi – Secondo me di dubbi non ce ne sono.

In questo video si vede meglio, però non c’è il fermo immagine come in quello sopra.

Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna

Fonte: Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna.

di Gemma Contin su Liberazione del 5/01/09

Era il 6 gennaio 1980, trent’anni fa esatti. Palermo si stava svegliando dalle lunghe festività di Natale-Capodanno-Befana: quindici giorni e notti di gozzoviglie, giocate di carte, giri di amici e parenti, regali ai bambini, messe comandate.
Quella mattina dedicata all’Epifania, la vecchietta che con scopa e sacco «tutte le feste si porta via», cadeva giusto di domenica: buona ragione per dormirsela qualche ora di più, dopo l’ultima notte di poker-settemezzo-mercanteinfiera, o, per i cattolici osservanti e praticanti, di andare alla Santa Messa del mattino e farsi assolvere così da tutti i peccati di gola-lussuria-goduria inevitabilmente commessi nel corso di festività prolungate.
Una domenica azzurra di sole e già carica di profumi primaverili, come spesso accade a Palermo e in Sicilia, dove ai primi di gennaio, nella Valle dei Templi di Agrigento, si celebra la festa del mandorlo in fiore.
La città quasi deserta si stava appena risvegliando e stiracchiando pigramente, in vista dell’ennesima abbuffata, quando, alle 12 e 30, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era uscito di casa senza scorta, in via Libertà, quasi all’incrocio con piazza Croci, nel “cuore bene” del capoluogo, e si era messo al volante della sua Fiat 132 privata, assieme alla moglie Irma Chiazzese e al figlio ventenne Bernardo, per recarsi alla Messa nella non lontana chiesa dei gesuiti, dove era solito osservare il precetto religioso.
Non ci arrivò mai.  Un killer, che nonostante le smentite di molti testimoni e collaboratori di giustizia sarà riconosciuto dalla vedova nel terrorista di destra Giusvà Fioravanti, lo fermò per sempre con una scarica di colpi di pistola mentre si era appena seduto al posto di guida.
Mattarella, che quando fu ucciso aveva 45 anni, è stato il primo e unico presidente di un’Istituzione ad essere ammazzato mentre era in carica. Era anche un importante esponente del partito della Democrazia Cristiana siciliana. Partito con una storia assai complicata per le relazioni pericolose che alcuni notabili locali e nazionali tenevano con la “cupola” mafiosa, o direttamente, come nel caso di Vito Ciancimino e Salvo Lima, o attraverso le contiguità intessute dai cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, o ancora con le connivenze e le complicità derivanti dagli “affari” intrecciati tra politici e classe imprenditoriale isolana: i Vassallo, i Cassina, i D’Agostino, e tutte le imprese, locali e nazionali, che nel corso degli Anni Settanta (e poi ancora e sempre negli Anni Ottanta e Novanta e Duemila) si erano andate assicurando gli appalti e il sacco di Palermo e della Sicilia: i servizi pubblici, dai trasporti all’illuminazione urbana alla manutenzione stradale; l’edilizia pubblica privata cooperativa e marittima; le grandi opere (già allora) come dighe inutili, viadotti fantasma, edifici incompiuti e autostrade pericolose; o gli “interventi” degli enti di sviluppo e delle banche regionali.
Lo stesso Piersanti – e suo fratello Sergio, che all’epoca era professore universitario e che dopo la morte del fratello abbraccerà la politica fino a diventare ministro della Pubblica Istruzione dal 1989 al ‘90 e della Difesa dal ‘90 al 2001 – erano in qualche modo succubi di quella storia.
Infatti il padre, il vecchio Bernardo Mattarella, parlamentare democristiano sin dalla Costituente e fino alla sua scomparsa, più volte sottosegretario e ministro, era stato un esponente di spicco della Dc di Castellammare del Golfo, perfettamente immerso e integrato in quel sistema di relazioni, tanto da essere considerato “uomo di fiducia” fino al punto di essere accusato da Danilo Dolci (che per questo si beccò una querela e fu condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione) di essere anche “uomo d’onore”, nel senso di una vera e propria affiliazione mafiosa, peraltro mai provata.
Al contrario, una sentenza del 1967, confermata in secondo grado e in Cassazione, afferma che Mattarella (Bernardo padre) «ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso» e «non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriere politica».
In ogni caso – poiché per fortuna le colpe dei padri, se anche ve ne sono, non possono essere ascritte ai figli, i quali rispondono per sé e per le scelte che compiono e le azioni che intraprendono – Piersanti e Sergio Mattarella quella storia e quei sospetti e quelle relazioni erano riusciti a scrollarsele di dosso.
Piersanti anzi era considerato “l’uomo nuovo” della Democrazia cristiana, non solo siciliana, anche perché i suoi referenti a livello nazionale erano stati l’ex presidente Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Br nel 1978, e l’ex ministro degli Interni Virginio Rognoni. Uomini molto lontani, politicamente e moralmente, da esponenti dello stesso partito come Giulio Andreotti, Giovanni Gioia e Salvo Lima, dai quali li divideva anche l’appartenenza a correnti del tutto diverse ed estranee alle loro mene e agli oscuri sodalizi che essi intrattenevano.
Piersanti era in Sicilia l’artefice di una linea di cambiamento che propugnava il rinnovamento della politica (e dei politici) a livello regionale, che cercava l’apertura a sinistra in un dialogo fitto e con uno scambio intenso con il Partito comunista, e, soprattutto, che aveva pubblicamente sconfessato tutti i pasticci e i pateracchi e le forme di commistione meno che limpide nella gestione della cosa pubblica, nella conduzione degli appalti regionali, nella ricerca di interlocutori “al di sopra di ogni sospetto”.
Sta di fatto che aveva messo in movimento un terremoto politico di cui aveva piena consapevolezza e che, già verso al fine del 1979, lo preoccupava nei suoi effetti incontrollabili, tanto da fargli chiedere un incontro con il suo vecchio amico e referente Virginio Rognoni, all’epoca ministro dell’Interno, sia per i segnali di pericolo che gli stavano arrivando, sia per chiarirgli che cosa stava succedendo nelle file del partito in Sicilia.
Prima di organizzare quella visita lampo a Roma aveva avvertito la sua segretaria Maria Grazia Trizzino: «Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi di questo viaggio».
In mezzo alle tante cose raccontate da Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone, suona come un monito ancora aperto quell’indicazione senza appello: «Signor giudice, mi creda, i terroristi non c’entrano niente, quello di Mattarella è un omicidio fatto da Cosa Nostra: andate a vedere a chi furono affidati gli appalti dopo la sua morte».
Tesi ripresa e confermata dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso quando, nel corso di una recente commemorazione, ha affermato che l’uccisione di Piersanti Mattarella «fu un omicidio determinato da moventi complessi, con una coincidenza di interessi esterni a Cosa Nostra ma maturati in un contesto economico politico e mafioso in cui quegli interessi erano finiti per coincidere con l’obiettivo di tenere in piedi quel sistema politico-mafioso».
Un sistema contro cui il presidente della Regione ucciso il 6 gennaio di trent’anni fa si era battuto, nel primo vero tentativo di avviare una «primavera siciliana», naufragata, come tutte le altre che seguiranno, nel mare di sangue di vent’anni di “mattanza” che è riuscita, al tempo stesso, ad azzerare tutto quello che di politicamente innovativo era venuto alla luce e a ricacciare la classe dirigente siciliana nella logica degli “affari” di sempre, nelle relazioni pericolose di sempre, nelle mene oscure di sempre.

Antimafia Duemila – Presidente, che delusione.

Antimafia Duemila – Presidente, che delusione..

di Giorgio Bongiovanni – 1 gennaio 2010

Pur nel rispetto della carica più alta dello Stato, non posso fare a meno di esprimere la grande delusione per il discorso del presidente Giorgio Napolitano.

Nel consueto messaggio alla nazione di fine anno non ha fatto alcun riferimento ad uno dei peggiori problemi del nostro Paese, se non il peggiore: il cancro mafioso.
Non solo; non ha espresso nessuna parola di solidarietà per tutti coloro che, a prezzo di sacrifici immensi, riescono comunque ad assicurare alla giustizia e alla scarsa dignità del nostro Paese uomini d’onore e gregari, come i magistrati e le forze dell’ordine.
Il discorso è stato incentrato sulla crisi e sui problemi economici, ancora una volta facendo finta di non sapere che molto del dissesto finanziario d’Italia è causato proprio dal ricatto mafioso, e non solo al sud con l’ancora diffusissimo problema del pizzo, ma in tutta la nazione con la vera e propria contaminazione dell’economia legale con quella illegale, divenuta immensa grazie al degrado e alla corruzione che stanno divorando il senso dell’onestà e dell’integrità di gran parte dei cittadini: chi per vantaggio, chi per disperazione.
Altro che problema del mezzogiorno! Se non si combattono il riciclaggio e non si colpisce il giro economico mafioso sempre più intrecciato con quello legale non ci sarà nessun riscatto per il nostro Meridione. Dopo cent’anni ancora si gira intorno al cuore del problema!
E ancora parole per la Chiesa, per il richiamo ai valori morali. Una Chiesa sempre più coinvolta negli scandali, tra pedofilia e finanza sospetta, e non una sola parola per i missionari come Don Ciotti o Padre Zanotelli impegnati con la loro quotidianità nella testimonianza dei valori non con chiacchiere e paramenti.
Un’ultima cosa. Non un richiamo ai nostri giovani soldati morti in questi anni nelle guerre in Afghanistan e in Iraq in cui siamo coinvolti e protagonisti, non un cenno ad un piccolo dettaglio che dovrebbe coinvolgerci tutti nel profondo: siamo in guerra. Nessuno ha il coraggio di pronunciare queste tre semplicissime paroline: l’Italia è in guerra. E un Presidente della Repubblica dovrebbe curarsi di dire ai suoi cittadini almeno questa verità.
In ogni caso qualsiasi discorso di qualsiasi presidente sarà comunque vano se nell’affrontare i nodi che impediscono un vero sviluppo del Paese non terrà conto che ancora oggi non si è fatta luce sulle stragi del ’92 e del ’93, sui quei mandanti esterni che sul sangue di Falcone, Borsellino e tanti innocenti hanno edificato la cosiddetta seconda Repubblica.
Buon Anno!

Giorgio Bongiovanni

Antimafia Duemila – Quegli incontri [di Craxi] con la P2

Antimafia Duemila – Quegli incontri con la P2.

di Gianni Barbacetto – 2 gennaio 2010
La trattativa che il segretario del Psi iniziò con Gelli e i suoi uomini per mantenere la leadership.

Avrà anche commesso qualche errore, per finanziare il partito, ma fu uno statista. Anzi, “il più grande statista della fine del ventesimo secolo” (Gianni De Michelis). Un grande riformatore, stroncato proprio per questo da “una rivolta di palazzo” (Rino Formica). Per riabilitare Bettino Craxi, dedicandogli tanto per cominciare una via a Milano, si sta tentando una doppia rimozione: non solo dei reati commessi e delle condanne subite, ma anche della verità sulla sua storia politica. Ma davvero Craxi fu un grande statista e un coraggioso riformista? Per rispondere, bisogna guardare con disincanto soprattutto al biennio 1979-80, quello in cui Bettino abbandona definitivamente i suoi progetti mitterrandiani – questi sì innovativi per l’Italia – di conquistare la leadership della sinistra, far crescere una grande forza riformista, democratica, libertaria, non comunista, e poi battere la   Dc. Dimenticato il “Progetto socialista” del congresso di Torino, accetta invece la spartizione di potere con il peggio della Dc, sancita poi dalla nascita del Caf, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. All’ombra di una regia sotterranea ma potente: quella della loggia P2.

Nel 1979, dopo tre anni alla guida del partito, Craxi non è riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra. Ed è insidiato anche dentro il Psi: da una sinistra interna composita, che va dai rinnovatori di Antonio Giolitti ai più pragmatici sostenitori di Claudio Signorile, pronti a sfilargli la segreteria (Bettino in un comitato centrale del 1980 la manterrà solo per un voto, perché convincerà De Michelis a tradire il suo fronte e a passare con lui). Craxi si sente insomma attaccato in casa e fuori. Quando poi intuisce che Signorile sta per essere segretamente finanziato, insieme alla Dc andreottiana   , da una supertangente Eni, capisce che deve correre rapidamente ai ripari. Abbandona i bei propositi dell’“Alternativa socialista” e gli intellettuali di Mondoperaio e comincia un intenso lavorio tutto dentro i più segreti ambulacri del potere italiano.

Nel 1979 incontra per la prima volta Licio Gelli, mentre i suoi colonnelli, Claudio Martelli e Rino Formica, iniziano con gli uomini della P2 una lunga trattativa su potere, soldi e informazione. Craxi nel 1994 ammette l’incontro: “Quando il tentativo di estromettermi dalla guida del partito tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 non riuscì per un solo voto, Gelli cercò di prendere contatto con me. Vanni Nisticò (piduista, allora capo ufficio stampa del Psi, ndr) mi presentò Gelli e l’incontro si svolse nella mia suite all’Hotel Raphael”. Argomenti trattati: il riavvicinamento tra Craxi e Andreotti. Solo politica? No, c’è una questione più concreta che   preoccupa Bettino: il timore che stiano per arrivare finanziamenti al suo avversario interno, Signorile. È la vicenda passata alla storia come scandalo Eni-Petromin. L’azienda petrolifera italiana, presieduta da Giorgio Mazzanti, aveva stipulato con l’azienda di Stato saudita, la Petromin, un vantaggioso contratto per la fornitura di petrolio. Ma Craxi e Formica si mettono di traverso, perché con il loro formidabile olfatto sentono   odore di tangenti, tangenti da cui sono esclusi: una “intermediazione” di almeno 200 milioni di dollari, da cui avrebbero poi attinto la Dc andreottiana ma anche Signorile, a cui Mazzanti faceva riferimento.

Formica, allora segretario amministrativo del Psi, si scatena. Incontra più volte il dirigente piduista Umberto Ortolani. Il 21 maggio 1979 gli dice: “Dì ai tuoi amici che noi socialisti non abbiamo alcuna intenzione di rimanere fuori da questo affare”. Dopo mesi frenetici e trattative oscure, la storia arriva all’epilogo il 15 marzo 1980: Mazzanti si dimette dalla presidenza dell’Eni e il contratto Eni-Petromin, dopo una prima fornitura, viene sospeso. Meno di un mese dopo, il 5 aprile, Francesco Cossiga vara il suo nuovo governo, con il Psi che rientra nella maggioranza dopo sei anni d’assenza. Un governo prova generale del Caf, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla P2.

Eliminato Mazzanti, l’uomo di riferimento di Craxi dentro l’Eni diventa il vicepresidente Leonardo Di Donna. Già a partire dalla seconda metà del 1980, l’Eni foraggia generosamente Bettino: è la storia del conto Protezione. L’Eni concede un deposito di 50 milioni di dollari al Banco Andino di Roberto Calvi (inutile dire che sia Di Donna, sia Calvi sono iscritti alla P2). E il “banchiere di Dio” gira al segretario socialista una percentuale, 7 milioni di dollari in due tranche, sul conto Ubs di Lugano 633369 “Protezione”, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini e annotato su un biglietto da Claudio Martelli.

Gelli sostiene di aver avuto lui l’idea della triangolazione Eni-Ambrosiano-Psi, e di averla esposta a Bettino durante il secondo incontro, che avviene nella primavera del 1980 nell’abitazione romana di Martelli. Il vice di Craxi, che era allora responsabile della cultura e informazione del Psi, aveva   già più volte incontrato il Venerabile all’Hotel Excelsior: per chiedere che il Corriere, nelle mani della P2, trattasse meglio il Psi; ma anche per risolvere il problema dell’enorme debito (21 milioni di dollari) che il partito aveva nei confronti dell’Ambrosiano di Calvi. Ottiene subito i risultati sperati. Il Corriere diventa più favorevole a Craxi, fino a pubblicare, il 30 ottobre 1979, un’agiografica intervista, non firmata, che scatena le proteste del comitato di redazione contro il direttore (“Ha premesso all’intervistato di farsi da solo domande e risposte”). E arrivano anche i soldi: quelli del conto Protezione, ma pure 300 milioni dalla Rizzoli e l’aereo privato dell’azienda a disposizione di Martelli.

Craxi è citato anche nel “Piano di rinascita democratica”, che prevede di “selezionare gli uomini ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica”: per la Dc, il “Piano” segnala, tra gli altri, Andreotti e Forlani; per il Psi indica Craxi. Prevede poi di “affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti”. L’interesse della P2 per Craxi aumenta dopo il settembre 1979, quando Bettino lancia la sua “grande riforma”, che prevede il presidenzialismo: Craxi viene allora indicato da Gelli come l’uomo che può realizzare il “Piano di rinascita” e a cui va garantito sostegno politico, mediatico e finanziario.

Craxi lo “statista” continua la strada intrapresa nel 1980 anche dopo la scoperta delle liste   P2. Ha ormai imparato il metodo. Accanto al conto Protezione, ha via via aperto una ragnatela di conti da Vaduz fino a Hong Kong. Il sistema delle tangenti diventa scientifico, totale. E Craxi, riformista senza riforme e statista senza senso dello Stato, è ormai uno dei pilastri di Tangentopoli. Fino al fatidico 1992 di Mani pulite.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Le nuove rotte dei rifiuti

Fonte: Le nuove rotte dei rifiuti.

di Alessandro Iacuelli

Potrebbe sembrare un controsenso, quanto appare da alcune indagini condotte dalla magistratura e dalle autorità doganali del nostro Paese. Eravamo abituati a vedere i rifiuti industriali italiani, in particolare quelli tossici, prendere la via dell’Africa, a fare compagnia a quelli di quasi tutto il resto d’Europa, invece il nuovo quadro che emerge, alla soglia del secondo decennio del XXI secolo, indica una inaspettata inversione di tendenza: dall’Italia all’Africa, e poi di ritorno nel nostro Paese. E’ questo il nuovo affare (economico) che circonda gli scarti velenosi del nostro mondo produttivo. Quei rifiuti tossici tornano in Italia.

Si tratta per lo più di scarti industriali e rottami ferrosi contaminati con sostanze nocive, o a volte radioattive. Sostanze che per legge non sono più riutilizzabili nei cicli di produzione industriale, ma sono destinate ad essere smaltite come rifiuti speciali. Invece succede che vengano riutilizzate, e non si tratta certo di riciclaggio o riutilizzo di materie prime seconde, ma di avvelenamento pericoloso di nuovi prodotti che finiscono sul mercato. Il percorso dei rifiuti si fa più accidentato: viene imbarcato via mare in porti già noti per questo tipo di attività, in particolare quelli di Liguria, Toscana e Campania, in misura minore anche in Calabria e Sicilia. Spesso, sfuggono ai controlli doganali, con tecniche già note: sulle bolle di accompagnamento c’è scritto che si tratta di generi alimentari, veicoli, materiali edili e, nel caso di rifiuti elettronici, addirittura come materiale informatico per lo sviluppo e la cooperazione con i Paesi del Terzo Mondo.

L’Agenzia delle Dogane, notevolmente sottodimensionata rispetto alle esigenze del Paese, fa quel che può, ma in Italia ci sono porti che movimentano oltre trenta milioni di container l’anno, il che significa una media di un container al secondo: impossibile controllarli tutti senza paralizzare le operazioni di imbarco e di sbarco dei mercantili. Vengono usate alcune tecniche di campionamento, per selezionare i container da sottoporre a controlli, ma molti sfuggono lo stesso. Nonostante ogni mese nei porti italiani vengano sequestrate diverse tonnellate di merci che merci non sono.

Una volta usciti dal nostro Paese, dopo un po’ ritornano. Nel 2008, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno individuato 4.000 tonnellate (una quantità modesta, rispetto al totale) di rifiuti pericolosi provenienti dall’Africa, dall’America e dal Nord Europa, oltre che centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall’Albania e dalla Croazia. Di che materiali si tratta, e perché arrivano da noi? Si tratta di catalizzatori esausti, contaminati con sostanze tossiche, prodotti chimici e soprattutto pet coke, un sottoprodotto del petrolio che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi, viene usato come combustibile economico, ma ha un problema: è altamente cancerogeno in quanto contiene zolfo al di la dei livelli previsti dalla legge. Ma costa pochissimo, trattandosi di un rifiuto, pertanto se lo si riesce a far entrare in Italia per vie traverse, il guadagno è assicurato. Un carico di pet coke è stato bloccato, nei mesi scorsi, nel porto di Gela.

Le indagini condotte dal sostituto procuratore catanese Antonio Nicastro hanno consentito di ricostruire tutta la filiera di (falso) smaltimento e riuso: il carico proveniva dal Venezuela e arrivato nel porto di Gela ed era destinato ad un cementificio di Siracusa, che l’avrebbe usato come combustibile, rilasciando in atmosfera tutti i suoi pericolosi prodotti di combustione.

Invece a Salerno, la Guardia di Finanza ha sequestrato nel porto un bel numero di containers provenienti dall’Irlanda e da alcuni paesi dell’Africa centrale, contenenti sostanze tossiche e materiali elettronici di scarto: questo materiale era destinato ad una società romana, assolutamente fittizia, che era stata incorporata da anni da un’altra società con sede a Milano. Si trattava degli stessi rifiuti che avevano lasciato illegalmente l’Italia ed avevano preso la via del del Benin. Tornati in Italia per essere riutilizzati nei processi produttivi di molte industrie italiane, per risparmiare a discapito della nostra salute. Combustibili altamente tossici che ci mostrano, in tutta la loro cruda realtà, quando in Italia siamo lontani dalle logiche industriali che tutelano la salute e l’ambiente.

E si risparmia non solo sul combustibile, ma anche in un altro modo: importando illegalmente le sostanze tossiche, eludendo le dogane, si froda anche il fisco. Nelle scorse settimane, un’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Bergamo ha portato alla luce un traffico illecito di rifiuti realizzato attraverso società filtro, create appositamente e successivamente trasferite in altre regioni e avviate alla liquidazione, per gestire un’enorme quantità di rifiuti di origine ignota e di qualità chimico-fisiche sconosciute.

Le società fantasma servivano anche a mantenere immacolate e preservare dai controlli della polizia ambientale altre società sempre riconducibili agli indagati, alle quali erano poi rivenduti i rifiuti ripuliti. L’organizzazione usava fare pagamenti fittizi a mezzo di denaro contante, espedienti finalizzati a celare vere e proprie distrazioni di fondi societari, quantificati in circa 7 milioni di Euro, canalizzati principalmente verso la Repubblica di San Marino, e utilizzando anche nominativi di fantasia.

Il 16 ottobre scorso, era toccato alla Guardia di Finanza di Brescia scoprire una triangolazione societaria, anche questa fatta con la Repubblica di San Marino. Ad essere movimentati erano i materiali ferrosi che compongono gli scarti delle acciaierie, di cui è pieno una parte del territorio bresciano. Anche in questo caso, il fisco veniva eluso tramite un giro di fatture false: decine di milioni di euro venivano spostate a San Marino mediante meccanismi tali da disperdere le tracce dei pagamenti delle transazioni illecite.

Sul fronte “tecnico” della sparizione dei rifiuti, il comitato Seagull, associazione con sede a Molfetta, dedita alla tutela degli interessi dei marittimi, che prende il nome dall’omonima nave naufragata nel 1977, lancia una pesante quanto importante accusa: la presenza di marinai extracomunitari a bordo delle navi, spesso sotto ricatto. Non solo lavorano in scarsa sicurezza e con stipendi al ribasso, ma il ricatto che subiscono è l’obbligo, pena il licenziamento, di sversare in mare i rifiuti tossici che non possono essere rivenduti a nessuno, ma che vanno per forza smaltiti.

In pratica, il 2010 inizia con un quadro preoccupante. E ancora si attende una presa di posizione seria da parte delle potenti organizzazioni degli industriali italiani. Così, mentre Confindustria lamenta presso il governo le deboli strategie per uscire dalla “crisi” e tace sui suoi stessi smaltimenti illeciti, l’Agenzia delle Dogane ipotizza per il nuovo anno un boom delle importazioni illegali di pet coke. Si tratta chiaramente di un riciclo illegale, e pericoloso. Ma l’industria italiana, perennemente in crisi, pur di risparmiare qualcosa sui combustibili appare addirittura disposta ad avvelenare il territorio.

Il bilancio, sempre del 2008, poiché i dati del 2009 non sono ancora stati resi noti, parlano chiaro: l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato in tutto l’anno 106.000 tonnellate di pet coke. La cosa che fa venire i brividi è che molto di questo veleno era destinato a fare da combustibile nei forni d’industrie alimentari, italiane, soprattutto produttori di zucchero e di prodotti dolciari. E i rifiuti arrivano nei nostri piatti.

E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito

Col passare dei giorni i dubbi sull’“attentato” a Berlusconi anzichè chiarirsi si infittiscono. Attendiamo adesso che l’inchiesta della magistratura chiarisca tutto sperando che non sia frettolosa e superficiale.

Fonte: E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito.

04/01/2010, ore 09:00 – La prova la dà lo stesso Presidente del Consiglio

E’ confermato: Berlusconi non è mai stato ferito

di: Antonio Rispoli
In questi giorni il Presidente del Consiglio è andato in vacanza e non si è occupato un gran che dei doveri che impone la sua carica. Lo si è visto in qualche fotografia in occasione del compleanno di una giovane e carina deputata del Pdl, Michaela Biancofiore; inoltre ha fatto una uscita a Capodanno in un centro commerciale. E guarda la sorpresa, ha due grossi cerotti in fraccia. Uno sulla guancia sinistra; e uno di traverso sul naso. Ma lui il 13 dicembre non è stato ferito nè sullla guancia nè sul naso. Se andiamo a leggere il certificato medico, leggiamo di una ferita al labbro, una infrazione alla cartilagine del naso, e una ferita lacero-contusa allo zigomo sinistro. Mentre se si guarda la foto e il video allegati, si vede che lo zigomo e le labbra non hanno alcun segno. Allora, che cosa possiamo concludere? Che le ferite non ci sono mai state, come ormai sa tutta l’Europa; tutta l’Europa tranne gli italiani. Infatti ci sono stati i TG nazionali tedeschi, belgi e francesi che hanno dimostrato la falsificazione del cosiddetto attentato di Massimo Tartaglia. Gli unici a non saperne niente sono gli italiani, dato che non è mai stato avanzato dai mass media alcun serio dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.
Ora non ci sono dubbi, ci sono certezze: l’aggressione è stata falsa. Massimo Tartaglia avrà anche lanciato qualcosa in faccia a Berlusconi, ma sicuramente non un souvenir. E allora, cosa impedisce di pensare che sia stata tutta una montatura, per far alzare il proprio indice di gradimento politico, facendo battere la grancassa sulla presunta aggressione? Basta ricordare che per le elezioni regionali di marzo si stanno allestendo i cartelloni 3 metri per 6, in cui si mostra il volto di Berlusconi di Berlusconi insanguinato.

Blog di Beppe Grillo – Giuseppe Fava, un Santo Laico

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Giuseppe Fava, un Santo Laico.

Il Santo Laico Giuseppe Fava disse nella sua ultima intervista a Enzo Biagi :”I mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione.” Era un anticipatore dei “terroristi mediatici” di oggi.
“27 anni fa l’omicidio di Giuseppe Fava. Ricorre oggi il ventisettesimo anniversario della morte di Giuseppe Fava, giornalista ucciso dalla mafia a Catania la sera del 5 gennaio 1984. “I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri…”. franco antonio perrone, verona

ComeDonChisciotte – LA FEBBRE DEL VACCINO E IL BUSINESS DELLE DOSI SCOMPARSE

Fonte: ComeDonChisciotte – LA FEBBRE DEL VACCINO E IL BUSINESS DELLE DOSI SCOMPARSE.

DI MONICA RAUCCI
antefatto.ilcannocchiale.it

Accordo milionario per 24 milioni di fiale, ma ne sono state utilizzate meno di un milione

Topo Gigio è depresso. Ce l’aveva messa tutta, lui, a convincere gli italiani che dovevano vaccinarsi. Ma quelli niente. E così, dei 24 milioni di vaccini acquistati dall’Italia, finora ne sono stati utilizzati solo 840.000. Gli altri ventitré milioni si stanno accumulando nei centri di stoccaggio. Una spesa di 184 milioni di euro andata, almeno per ora, in fumo. Anzi, nelle tasche della Novartis, la multinazionale che ha prodotto il farmaco. E con cui il governo ha un rapporto stretto, che risale sin dal 2004. È l’anno dell’aviaria, un’ influenza che non colpisce l’Italia, ma che mette in agitazione il secondo governo Berlusconi: preoccupato per una pandemia che fino ad allora non c’è mai stata e forse non ci sarà mai, decide che bisogna prendere precauzioni. E di stipulare dei contratti che riconoscano allo Stato italiano un diritto di prelazione sulla produzione futura di vaccini.

Un paradosso: io governo ti pago ora affinché in caso di emergenza tu faccia il tuo interesse, ossia vendere a me i farmaci.Neanche due mesi dopo, il ministero chiama a raccolta attorno a un tavolo cinque aziende, che mettono sul piatto le loro proposte di contratto. Il ministero ne sceglie tre: tra queste quella della Chiron, una azienda senese specializzata in vaccini che pochi mesi dopo verrà acquisita dalla Novartis.

A quella seduta partecipa anche Reinhard Gluck. Allora è il presidente di Etna Biotech, una società siciliana. Anche lui fa la sua proposta. “Quando entrai nella stanza capii subito come sarebbero andate le cose – racconta – e che il mio progetto non sarebbe mai passato. Era evidente che tra i rappresentanti del governo e i senesi ci fosse un rapporto consolidato. Ero terribilmente dispiaciuto”.

Anche perché la posta in gioco è alta: sulla base di quei contratti verranno stipulati i successivi in caso di pandemia. Una bella torta per le aziende del farmaco. I tre contratti costano in tutto al governo 6 milioni e mezzo di euro. Oltre a sancire un diritto su un bene futuro di cui il governo potrebbe non godere mai, vengono stipulati in modo carbonaro senza alcuna gara di appalto.

L’accordo più oneroso è quello con la Chiron-Novartis: da solo costa 3 milioni di euro ed è alla base del contratto di fornitura per il vaccino H1N1, stipulato il 21 agosto 2009 tra il governo e la Novartis.
L’accordo del 2005 garantiva al ministero la fornitura in caso di pandemia di 15 milioni di dosi di vaccino entro tre mesi dalla consegna del seme da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Ma nel contratto di quest’anno, che di pubblico ha solo il nome, quella clausola fondamentale scompare. Viene sostituita da tre date di consegna (con le relative forniture) che però nel testo sono oscurate. “Motivi di riservatezza”, commenta il ministero.

L’unica cosa certa è che al momento del solo picco pandemico, a inizi novembre, la richiesta di vaccino è più alta dell’offerta. Il contratto, come segnala subito la Corte dei Conti, è totalmente sbilanciato a favore della multinazionale: in caso di mancata consegna nei tempi prestabiliti, per esempio, non sono previste multe o penalità per la Novartis.
Altro punto critico: se l’azienda non avesse ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco, il governo avrebbe dovuto comunque corrisponderle 24 milioni di euro. Una specie di premio per la partecipazione. La Novartis poi è manlevata legalmente, tranne che per difetti di fabbricazione del prodotto.

Il costo del vaccino è piuttosto alto: sette euro e novanta a dose, quando quello di un normale antinfluenzale, che ha le stesse spese di produzione, viene pagato dalle Regioni circa quattro euro. Quattro euro di differenza che non si spiegano solo con i costi di ricerca.
Contratti simili sono stati stipulati in realtà dalla maggior parte dei governi europei, che nella corsa all’accaparramento del vaccino hanno accettato condizioni vessatorie. Eppure si sapeva fin da subito che il virus non era così pericoloso.

A inizio 2009 i membri dell’unità di crisi dell’Oms (alcuni ora sotto inchiesta per presunti conflitti di interesse con le case farmaceutiche) avevano eliminato dalla definizione di pandemia il criterio dell’”alto numero di morti”.
E in un batter d’occhio quello che fino ad allora era un normale virus influenzale a bassa mortalità diventò il virus-killer. Con la conseguenza che centinaia di milioni di vaccini ora giacciono nelle celle frigorifere di mezza Europa.

Al di là di quello che dice il neo ministro della Salute Ferruccio Fazio, difficilmente il farmaco, che ha durata di un anno, potrà essere riutilizzato il prossimo inverno, a meno che, evento improbabile, il ceppo non rimanga esattamente lo stesso. Intanto in Italia le Asl cominciano ad avere problemi di stoccaggio. E ancora deve arrivare l’ultima fornitura, prevista per il 31 marzo, quando probabilmente la suina sarà solo una barzelletta.

L’unico a ridere per ora è Ewa Kopzac, Ministro della Sanità polacco, che di vaccino non ne ha comprato neanche uno. In tempi di isteria pandemica disse: “Il nostro Stato è molto saggio, i polacchi sanno distinguere la verità dalla truffa”.

Monica Raucci
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it
Link: http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2412631&yy=2010&mm=01&dd=05&title=la_febbre_del_vaccino_e_il_bus

Da Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio

Benny Calasanzio Borsellino: “Gianni Letta. Biografia non autorizzata” di Arena e Barone

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: “Gianni Letta. Biografia non autorizzata” di Arena e Barone.

Se la chiamassi autopsia, giù con le polemiche. Ma questo lavoro dei giornalisti e amici di Anno Zero, Giusy Arena e Filippo Barone, è chirurgica, maniacale, attenta ai dettagli. Ambientazioni a volte degne del miglior Buzzati. Facciamo allora che la biografia non autorizzata di Gianni Letta è una risonanza magnetica con mezzo di contrasto. Episodi dimenticati, cancellati, qui vengono tirati fuori dall’olbio, spolverati e forniti ai lettori con un linguaggio per cui non si può non capire. E’ un libro, questo, che difficilmente altri avrebbero scritto, per una semplice ragione: di Letta in Italia non si parla e non si deve parlare, nè in bene nè soprattutto in male. E’ un pò come cosa nostra in Sicilia: tutti sanno che c’è e hanno idea del suo potere, ma lo sussurrano sottovoce, perchè magari qualcuno è in ascolto. Letta oggi è un tabù. Giusy Arena e Filippo Barone, che di spunti ne avrebbero per altri cento personaggi, decidono però di dedicarsi all’uomo ombra, e lo fanno partendo dall’Abruzzo, da Avezzano, dove il giovane Gianni da piccolo corrispondente di provincia del Tempo diviene prima sostituto in redazione e poi caposervizio 23 enne. Più che dotato superdotato. Quando poi di anni ne ha 37, del Tempo diviene amministratore e direttore. Più che superdotato direi Topolanek. Ma è con la sua prima bustarella che la strada di Letta incrocia quella del potere, della politica fatta come piace ai diversamente onesti: nel 1983 accetta una tangente in Cct da 1,5 miliardi di lire da Ettore Bernabei, dal 61 al 74 direttore Rai ma soprattutto direttore della società finanziaria a partecipazione statale Italstat. La giustificazione davanti ai magistrati è in puro stile “british”: “tutto regolare”. C’è chi regala un orologio, chi un miliardo e mezzo. Sono gli anni dei fondi neri dell’Iri e i miliardi passano da un borsellino all’altro come fossero monetine. Fondi neri che, come diceva l’allora radicale ex cuor di leone Francesco Rutelli, servivano per “addomesticare i media”. Un regalo al direttore de Il Tempo da 1,5 miliardi, cosa c’è di male? Si chiamano “presenti”, non mazzette. Ma Gianni non aveva bisogno di ordini di scuderia; ha sempre avuto una tendenza innata alla trattativa, più o meno lecita. La vita del San Paolo di Avezzano cambia con il fulmine sulla via di Arcore: nel 1987 incontra sulla sua strada colui che sarà suo datore di lavoro per il resto della vita: Silvio Berlusconi. E qui la domanda degli autori: dietro Letta c’è Berlusconi o dietro Berlusconi c’è Letta? L’una e l’altra, pare di capire. Silvio lo piazza subito come vicepresidente Fininvest, nel Cda di Mondandori/Repubblica e lo impone ai soci come capo del gruppo Standa, tra le ire e le proteste degli azionisti che si chiedevano cosa c’azzeccasse un giornalista a capo di un grande gruppo imprenditoriale? Cosa c’azzeccava? Nulla, quindi era perfetto. Il ruolo di mediatore e diplomatico alla matriciana Letta lo sfodera durante l’approvazione della legge Polaroid, detta anche Mammì, quando tra una pausa e l’altra si presta a fare da confessore agli amici socialisti, e ottiene risultati straordinari. Quando infatti la legge viene approvata, spianando la strada verso il monopolio all’amico di D’Alema, Silvio per ringraziarlo, gli mette nel taschino della giacca 3 miliardi di azioni: questa legge gliene frutterà mille volte tanto. Letta è lo stesso Letta che riesce a convincere Remo Toigo, titolare della Ftm, a pagare oltre 600 milioni di tangente per accaparrarsi l’appalto per stendere il piano frequenze, cucendolo poi addosso a Fininvest; lo fa con l’aiuto del compare bello, Adriano Galliani. Il 2 novembre 1993 Gianni mette il bacheca il primo dei suoi avvisi di garanzia: la procura di Roma, quando ancora faceva le indagini, lo accusa di corruzione e tangenti all’amministratore delle Poste per conto di Fininvest. I pm chiedono addirittura l’arresto per Gianni, che viene però rifiutato dal Gip, che era, non ve lo aspetterete, Renato Squillante. Poi arriva l’incarico di sottosegretario nel 1994 e le trame per la bicamerale, portate avanti dal prescritto D’Alema alla faccia degli elettori: maggioranza e opposizione non dialogano in Parlamento, ma a casa di Letta: la famosa Colazione da Lettany. Da lì in poi la carriera di Gianni non smetterà più di correre, fino a ricevere incarichi di consulenza dalla Goldman e Sachs, alla pari di Romano Prodi e Mario Draghi, che qualcosa di economia capivano, al contrario di Letta. Dal punto di vista trascendentale le cose non vanno peggio: Letta viene nominato anche Gentiluomo del Papa: può assistere ai momenti privati del Papa, può viaggiare con lui e può intercedere quando il suo datore di lavoro le combina grosse, tipo gestendo harem a Villa Certosa o facendo le maratone di sesso a Palazzo Grazioli. Tanti impegni, certo, ma parecchio remunerativi: nel 2002 Letta guadagnava 170 mila euro; nel 2007 il suo conto corrente parlava di 1,55 milioni di euro. Un Letta che ormai si può permettere di sponsorizzare la scalata bancaria a Rcs da parte dei burini del quartierino, e che colleziona avvisi di garanzia come fossero medaglie al valore: nemmeno una piega quando la Procura di Potenza, tra mille interferenze, gli comunica che è indagato per i servizi di ristorazione dei centri di permanenza temporanea: turbativa d’asta e corruzione. Del resto nemmeno i giornali si scompongono, e per 10 mesi la notizia non viene ritenuta di interesse nazionale. Questo e molto altro hanno ricostruito Arena e Barone, dando alle stampe un libro coraggioso e che merita di essere letto anche solo per un semplice motivo: Letta non sarebbe d’accordo. E allora vale la pena conoscere fino in fondo quello che rischia di diventare Presidente della Repubblica, visti gli apprezzamenti che gli arrivano dai colleghi del Pdl e dai compagni del Pd, sempre pronti a dialogare, anche con un tangentaro: chissenefrega.

Blog di Beppe Grillo – Dentro l’Opus DeiIntervista a Emanuela Provera

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Dentro l’Opus DeiIntervista a Emanuela Provera.

L’Opus Dei è un’organizzazione che può influenzare le scelte dello Stato. Il suo linguaggio è simile a quello dei puffi, capire i suoi aderenti non è facile. Al posto di “puffare” usano la parola “pitare“. Ci sono i “numerari” i “sopranumerari” e i “piani inclinati” e un Presidente al posto del “Grande Puffo“. Nell’intervista, Emanuela Provera, autrice di: “Dentro l’Opus Dei” descrive un’organizzazione segreta che mantiene segreti i propri documenti. E spiega che: “Quasi la metà di tutti i collegi universitari legalmente riconosciuti fanno capo all’Opus Dei… Tutto ciò che riguarda l’introduzione nel nostro Paese del credito al consumo in un certo senso è targato Opus Dei“. Stalin si chiese: “Quanti divisioni ha il Papa?“. Io mi chiedo quanti ministri, banchieri, militari sottosegretari, presidenti di associazioni pubbliche fanno parte dell’Opus Dei? E a chi rispondono: all’Opus Dei o allo Stato?
E come intervengono sulla vita pubblica del nostro Paese?

Intervista a Emanuela Provera, autrice del libro: “Dentro l’Opus Dei”.

“Sono Emanuela Provera e ho scritto “Dentro l’Opus Dei” con Chiarelettere, dopo aver partecipato alla stesura di “Opus Dei Segreta” con Ferruccio Pinotti tre anni fa. Il libro “Opus Dei Segreta” nasce da un’esperienza di forum on-line in cui hanno partecipato persone, uomini e donne che, come me, hanno avuto un’esperienza nell’Opus Dei per vari anni. All’interno del forum ci sono sia persone passate per la prelatura per un periodo breve e persone che hanno vissuto all’interno dell’Opus Dei dieci, venti o più anni. Il forum è stato un’esperienza di confronto e quindi è nato innanzitutto con l’obiettivo di parlare tra noi, perché l’esperienza di uscita dall’Opus Dei è un’esperienza di isolamento, le persone che escono da questa istituzione per lo più pensano di essere le uniche, per cui è difficile creare una situazione di confronto, di dibattito e di discussione. Il secondo obiettivo è stato quello di divulgare le riflessioni e i contenuti del nostro confronto, lo strumento più idoneo, quello che poteva arrivare a più persone possibili sarebbe stato proprio la stesura di un libro.
Perché il libro l’ho scritto io e non altri del forum? Perché generalmente, ad oggi, la maggior parte delle persone che esce dall’Opus Dei preferisce non esporsi pubblicamente e in modo così forte e trasparente, c’è molto timore, probabilmente anche perché siamo in Italia, siamo in un Paese dove ci sono molti intrecci tra il mondo ecclesiastico, il mondo politico e il mondo istituzionale.

Una prelatura personale
Molte delle persone che partecipano al forum hanno posizioni professionali che vogliono tutelare e proteggere, per cui all’interno del libro sono state raccolte delle testimonianze mantenendo e custodendo la riservatezza delle persone. Ci tengo a dire una cosa, uscire dall’Opus Dei non significa abbandonare la Chiesa, la Chiesa Cattolica; sapete che l’Opus Dei è una prelatura personale che fa parte della gerarchia costituzionale della chiesa cattolica e dipende direttamente dal Papa, attraverso la congregazione dei Vescovi. Alcune persone che hanno collaborato a questo libro e che hanno fatto parte del forum mantengono tutt’ora una pratica di vita cristiana: anzi, sono dovute uscire dall’Opus Dei per continuare un percorso spirituale. Uno dei temi di cui abbiamo discusso maggiormente all’interno del forum è stato quello dei giovani indotti a seguire la vocazione all’Opus Dei da parte dei cosiddetti direttori dell’opera, che sono entrati nella prelatura a 14 /15 /16 /19 o 20 anni, ossia in un’età in cui è difficile fare scelte vitali, o meglio è un’età in cui ci si prepara a fare scelte vitali, scelte importanti. Avendo fatto entrare queste persone in un’istituzione così totalizzante, ossia in un cammino vocazionale vero e proprio, si è esercitata una violenza psicologica molto forte: per esempio, vorrei leggere alcuni passi di alcuni di loro, che hanno raccontato la loro storia. “I miei genitori erano sopranumerari, sei figli, club fin da piccolissimo, messo sul piano inclinato (percorso di cammino vocazionale [ndr]) verso i 14 anni e mezzo, uscito dopo aver pitato (pitare: termine mutuato dallo spagnolo, significa fischiare, o annunciare la propria voglia di unirsi all’Opus Dei [ndr]) prima dei 16”.
Un altro racconta “ho iniziato a frequentare l’Opus Dei a 14 anni all’Aspra di Milano, ho pitato l’anno dopo, nel 1977”, quindi a quindici anni questo ragazzo è diventato dell’Opus Dei. Un’altra ragazza dice “figlia di soprannumerari, ho frequentato la scuola Fais e il club finché, naturalmente, ho chiesto di diventare aspirante numeraria”, che cosa vuole dire aspirante? Vuole dire che ancora non si è giuridicamente dell’Opus Dei, ma si viene formati a una spiritualità che è quella dei numerari.
I partecipanti al forum, da cui è nato questo libro, hanno fatto parte dell’Opus Dei come membri numerari: che cosa significa? E’ una particolare categoria di membri dell’Opus Dei che, per chiamata di Dio – così si dice all’interno della prelatura – rinunciano al matrimonio e conseguentemente perseguono una vocazione al celibato apostolico, ossia dedicano tutte le proprie energie sia interiori che anche i propri possedimenti, il proprio denaro, dedicano tutto ciò allo sviluppo della prelatura dell’Opus Dei nel mondo; proprio per il fatto di essere numerari l’Opera li può mandare in qualunque parte del mondo a aprire nuovi centri dell’Opus Dei e quindi a sviluppare iniziative o attività direttamente legate alla prelatura. Quando una persona entra nell’Opus Dei come numerario o come numeraria, percorrendo il cosiddetto piano inclinato, che è un percorso specifico, viene indotta a lasciare la propria famiglia; senz’altro l’adolescente ha bisogno di staccarsi dal proprio contesto sociale e quindi l’Opus Dei trova un terreno fertile, perché il giovane trova nell’Opus Dei una seconda famiglia, per cui si stacca volentieri dai genitori come senso di emancipazione, per trovare nell’Opus Dei una seconda famiglia per rimanervi tutta la vita, senza mai elaborare un percorso personale di crescita. Ecco perché nell’Opus Dei ci sono numerari e numerarie che restano eternamente bambini: ogni scelta, ogni decisione, ogni attività pratica anche quotidiana i membri numerari e le numerarie la consultano con il proprio direttore. Questa mancanza di libertà nella conduzione della propria vita blocca il processo di consapevolezza, per cui ci sono persone di 30 o 40 anni che sono veramente alienate da sé stesse, per cui a volte purtroppo si arriva a fenomeni anche di sofferenza psicologica.
Le persone che partecipano e hanno partecipato al forum non hanno l’obiettivo di distruggere l’Opus Dei o di fare in modo che non sviluppi più la propria azione nel mondo: l’obiettivo che si propongono è di denunciare queste situazioni di sofferenza psicologica e di persone giovani che entrano a far parte dell’Opus Dei come numerari e come numerarie. Perché l’Opus Dei cessi di condurre un’azione di proselitismo così aggressiva, è importante che modifichi i propri Statuti: per esempio, eliminando il riferimento alla figura dell’aspirante numerario. Non è facile che la prelatura, comunque protetta dalle istituzioni nel nostro Paese, in Italia, affronti un’autocritica così radicale; sicuramente ci sono state persone in Italia che hanno appoggiato l’azione di ex membri dell’Opus Dei: mi riferisco in particolare a due interpellanze parlamentari, ossia quella dell’86, sollevata da Rodotà, Bassanini e Minervini, e l’interpellanza parlamentare del 2007, sollevata invece da Galante e Licandro. Nel libro ho ripreso l’attualità dell’interpellanza dell’86, che voleva fare in modo che l’Opus Dei venisse dichiarata associazione segreta: effettivamente né alla prima interpellanza né alla seconda c’è stata una risposta pertinente da parte delle istituzioni politiche. Le risposte che sono state date a queste interpellanze le definirei come dei comunicati stampa dell’ufficio informazioni dell’Opus Dei. Bisogna invece arrivare alla verità del problema: è vero, secondo l’interpellanza dell’86, che esiste tutta una documentazione secretata, che non è ufficiale e che, per quanto mi risulta, non è conosciuta neanche dalla chiesa cattolica, per cui è interessante che le istituzioni chiedano all’Opus Dei di rendere pubblica questa documentazione. Sono pubblicazioni interne, che vengono editati e pubblicati all’interno della prelatura: vi chiederete: “ma come fanno essere pubblicati e editati i testi e a rimanere segreti?”, esiste una tipografia, ma è una tipografia interna, non è una società, una Srl conosciuta ufficialmente e pubblicamente da tutti e questo è ciò che ha sollevato l’interpellanza dell’86. Nel 2007 sono stati equiparati i collegi universitari pubblici a quelli privati, ai fini dell’ottenimento di alcuni finanziamenti per l’edilizia universitaria: questo che cosa significa? Quasi la metà di tutti i collegi universitari legalmente riconosciuti fanno capo all’Opus Dei, quindi un numero altissimo di centri dell’Opus Dei riceve finanziamenti pubblici.

Sacra potestas e obbedienza
Con il libro che ho scritto, al quale hanno collaborato altri partecipanti del forum, ci interessa in modo particolare rivolgerci alle istituzioni ecclesiastiche: negli Statuti dell’Opus Dei, che sono stati introdotti nel 1982, quando l’Opus Dei è stata eretta da Karol Wojtyla in prelatura personale, all’interno di questi Statuti si dice che i laici della prelatura debbono obbedire a coloro che, nell’Opus Dei, hanno la sacra potestas, ossia il prelato e i suoi vicari. Il prelato dell’Opus Dei attualmente è Monsignor Xavier Cebarria, per quanto riguarda il rispetto del codice di diritto canonico effettivamente è corretto quanto affermato dagli Statuti. Quella che però noi del forum abbiamo riscontrato è stata una prassi vissuta quotidianamente per tanti anni, una prassi che violava le prescrizioni del Codice di diritto canonico, laddove ci veniva detto che i membri laici dovevano obbedire all’interno dell’Opus Dei ai direttori dei membri laici non dotati di sacra potestas che svolgono due funzioni: una funzione di governo vera e propria, di direzione della prelatura, quindi l’organizzazione, chi mando a aprire un nuovo centro a Parigi piuttosto che in Russia. Quindi svolgono una funzione relativa all’organizzazione e al foro esterno, ma anche al foro interno, di direzione spirituale, che i membri direttori laici privi di sacra potestas indirizzano la coscienza delle persone e violano quelli che sono i contenuti del Codice di diritto canonico. Per cui vorremmo che le istituzioni ecclesiastiche conoscessero questa situazione e svolgessero un’indagine appropriata per ristabilire una prassi di normalità e di correttezza all’interno della prelatura. Quindi noi, che abbiamo vissuto dentro, all’interno, ci siamo chiesti: “ma come è possibile che dichiariamo e raccontiamo alle persone esterne una vita, uno spirito e uno stile che poi, all’interno, non viviamo, perché abbiamo un linguaggio nostro e abbiamo dei codici e dei modi di dire che sono sconosciuti a tutti gli altri?”.
Da una parte chiediamo alle istituzioni politiche di intervenire per il controllo di una situazione che non è trasparente e, nello stesso tempo, anche alle istituzioni ecclesiastiche di svolgere un’indagine affinché ritorni una situazione di maggiore dignità nei confronti delle persone che attualmente vivono all’interno di quest’istituzione, un’istituzione che sta acquisendo una forza particolare all’interno dello Stato italiano. Il futuro presidente della Banca Vaticana dello IOR, Ettore Botti Tedeschi, è un membro di spicco della prelatura in Italia e sappiamo che Ettore Botti Tedeschi è legato in modo particolare al mondo finanziario, è il principale rappresentante del gruppo consiliare Santander in Italia, per cui tutto ciò che riguarda l’introduzione nel nostro Paese del credito al consumo in un certo senso è targato Opus Dei. Conseguentemente, attribuendo a questa persona un incarico così importante, ne viene rafforzata l’immagine della prelatura: non è facile che le istituzioni ascoltino il nostro appello. Il libro è il primo passo verso un percorso di informazione e di divulgazione al quale teniamo molto.” Emanuela Provera