Archivi del giorno: 8 gennaio 2010

Ricapitolando su Alberto Di Pisa

Ricapitolando su Alberto Di Pisa

Fonte: IL Blog dei marsalesi “normali” (amici di leonida): Un uomo per tutte le stagioni.

Da una nota su FB del nostro amico Salvatore.

1. Alberto Di Pisa. Di Pisa fu processato a Caltanissetta per essere stato il corvo che scrisse l’anonimo che accusava Giovanni Falcone, Gianni De Gennaro e altri, fra l’altro per aver spalleggiato il rientro in Sicilia del pentito Totuccio Contorno affinché quest’ultimo uccidesse gli alleati di Riina. La prova definitiva che il corvo fosse Di Pisa (a conferma dei sospetti fin da subito espressi da Falcone ed altri) fu un’impronta digitale raccolta all’alto commissariato antimafia Sica. L’impronta coincideva con quella lasciata sulla lettera anonima. Per questa ragione Di Pisa fu condannato nel 1992 dal Tribunale di Caltanissetta in primo grado.

In appello l’impronta raccolta da Sica (e soprattutto il modo con cui venne periziata dal Sismi) fu dichiarata inutilizzabile e solo per questo Di Pisa il 14 dicembre 1993 fu assolto. Pm nel processo d’appello su l’allora sostituto procuratore generale Marianna Li Calzi. La Li Calzi omise di fare ricorso per cassazione e così procurò l’immediato passaggio in giudicato dell’assoluzione per Di Pisa. Il punto è che nel processo venne formalmente meno la prova che incastrava Di Pisa perché nessun’altra impronta utilmente comparabile si trovava agli atti del processo. Né lo stesso Di Pisa fornì spontaneamente le sue impronte….

Nel 1994 la Li Calzi volò alla Camera dei Deputati con Forza Italia. Poi passò con Rinnovamento italiano di Dini e nell’ottobre 1998 con Mastella appoggiò il governo D’Alema, nel quale la Li Calzi fu sottosegretario alla giustizia, carica che ricoprì anche nel successivo governo Amato. Il pentito Francesco Campanella, che pure iniziò a collaborare con la giustizia sotto il controllo del prof. Alessandro Musco, accusò la Li Calzi di avergli confidato, insieme al capo di gabinetto della Li Calzi avvocato Bruno (amico personale di Campanella), di essere indagato e di avere i telefoni sotto controllo. Poi Campanella smussò in po’ le accuse sulla Li Calzi. Nel frattempo, nel 2008, pur raggiunta dalle accuse di Campanella, Marianna Li Calzi entrò nel consiglio d’amministrazione del Banco di Sicilia e poi dell’Unicredit.

2. La Procura di Marsala segnala gli “abusi” di Genchi.

“” Repici aggiunge: «La perquisizione è nata da una segnalazione della Procura di Marsala. Credo di non dover aggiungere altro. Basti ricordare chi è il procuratore di
Marsala…». Il riferimento è al procuratore capo Alberto Di Pisa. Sembra che Genchi abbia eseguito alcuni controlli nell’anagrafe tributaria di due persone che sarebbero risultate estranee agli accertamenti che stava eseguendo. Tutto ciò sarebbe stato reso possibile con una password assegnata su richiesta dei pm di Marsala. Genchi, in passato, aveva lavorato spesso con la Procura di Marsala nell’inchiesta sulla sparizione della piccole
Denise Pipitone. “”

3. Salvatore Borsellino, recentemente è stato anche citato, in giudizio civile, dal proc Di Pisa, ed a risarcirlo per ben 250 mila euro, in merito all’intervento che, Borsellino, fece in occasione dell'”Information Day” a Marsala, lo scorso 26 aprile 09, “aggrappandosi” ad alcune parole che Borsellino citò; una fra tutte la parola “ignominia”, detta da Borsellino per evidenziare quanto sia assurdo che il Di Pisa sia a capo della procura, in cui fu procuratore Paolo Borsellino.

Abbiamo voluto segnalare queste info per alcuni motivi.Primo: Siamo stati i promotori dell’information day di Aprile dove si sono raccontati Borsellino, Genchi, De Magistris e Maniaci. Ora sapere che Di Pisa abbia citato in giudizio Borsellino per ben 250 mila euro ci addolora e ci sentiamo in parte come corresponsabili di questa vicenda. Conoscendo Salvatore , fratello di Paolo, non possiamo che stringerci attorno a lui e sperare che il suo grido di giustizia arrivi al cuore delle persone. Secondo: nessuno è intoccabile. Il procuratore è un uomo come tutti. La procura in generale lavora bene, i poliziotti fanno dei mezzi miracoli visto che lo stato non gli dà risorse ma la verità storica su un personaggio importante come il procuratore Di Pisa è giusto che i cittadini la conoscano. Terzo: Vogliamo contribuire a rendere l’informazione a Marsala la piu completa possibile.

Blog di Beppe Grillo – Forza Islanda!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Forza Islanda!.

La Costituzione islandese è basata sul principio fondamentale che il popolo è sovrano. E’ responsabilità del presidente far sì che la volontà del popolo prevalga“. L’affermazione è di Olafur Ragnar Grimsson, presidente dell’Islanda, che ha rifiutato di firmare la legge che prevede quattro miliardi di euro di compensazione al Regno Unito e all’Olanda, tra gli altri Paesi, per il fallimento della banca Landsbanki e la conseguente perdita dei depositi detti Icesave di clienti europei. Il prossimo 20 febbraio si terrà un referendum promosso da 60.000 islandesi. Toccherà ai cittadini decidere se ripianare il debito della banca attraverso le tasse. Quasi certamente gli islandesi voteranno no alla legge e si vedranno così negato l’ingresso nella UE per ritorsione. Gli islandesi affermano un principio: i cittadini non possono accollarsi il debito delle banche. Lo Stato è pubblico e la banca è un istituto privato. Forza Islanda!

Bruni come de Magistris. Strappato il fascicolo sulla Security Wind

Bruni come de Magistris. Strappato il fascicolo sulla Security Wind.

La notizia richiama i tempi passati, quelli delle vecchie indagini dell’allora pubblico ministero Luigi de Magistris. Forse per quelle dinamiche, che sono sempre le stesse, forse per i personaggi coinvolti, non molto diversi neppure loro.
In quanto alle prime non c’è in verità molto da dire: quando un’inchiesta diventa troppo “scottante”, e il magistrato che la segue sembra essere uno determinato a portarla avanti, accade che il fascicolo su cui sta indagando venga trasferito in altre mani. Magari più “ragionevoli”.
Per i secondi, invece, la situazione appare più complessa.
La vicenda in questione è quella di Pierpaolo Bruni (nella foto, ndr), pubblico ministero a Crotone. Il magistrato che tempo fa aveva ereditato una parte dell’inchiesta Why Not, sottratta a de Magistris e spezzettata in tanti diversi tronconi distribuiti qua e là. E che in eredità ha ricevuto anche la sua stessa sorte, vedendosi sottrarre un caso giudiziario che avrebbe avuto conseguenze imprevedibili.
Nel settembre scorso, infatti, nell’ambito di un’indagine sulle centrali energetiche del crotonese si era imbattuto in una serie di utenze telefoniche “coperte”, più di duecento, che il capo della Security Wind Salvatore Cirafici avrebbe messo a disposizione, in via del tutto riservata, a soggetti a lui “vicini”. Per la precisione, assicura il maggiore dei Carabinieri Enrico Maria Grazioli, “anche soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano”.

Per questi fatti aveva aperto un fascicolo nel quale erano confluite, in principal modo, le rivelazioni dello stesso Grazioli. Il maggiore dell’Arma era uno degli indagati, che sin da subito aveva accettato di rispondere alle domande degli inquirenti. Ed era anche ex Comandante del Nucleo Investigativo di Catanzaro che si era occupato proprio delle indagini Why Not e Poseidone. Nonché pubblico ufficiale che aveva partecipato alle anomale perquisizioni effettuate nei confronti del consulente tecnico Gioacchino Genchi. Di cose, quindi, ne sapeva e ne sa parecchie. E parecchie ne ha raccontate.
Per esempio, si legge nei verbali di interrogatorio, ha parlato di quelle sim “non intestate e non riconducibili ad alcuno” di cui era in possesso Cirafici, a capo dell’ufficio della Wind preposto a ricevere dalle procure le richieste di anagrafiche e di intercettazioni telefoniche. Schede che non potevano essere quindi rintracciate dall’Autorità Giudiziaria e che il procuratore avrebbe distribuito ad “amici” che dal suo osservatorio privilegiato sapeva essere sotto indagine e che quindi informava. Tra questi c’era anche lo stesso Grazioli, che in cambio del favore forniva informazioni sullo stato delle indagini condotte da Bruni. Cosa che avrebbe fatto anche – in una occasione personalmente, in altre tramite il commercialista Giuseppe Carchivi – con il senatore avvocato Pittelli, all’epoca tra i principali indagati delle stesse inchieste Why Not e Poseidone.
Anche lo stesso Cirafici, ex ufficiale dei Carabinieri, era coinvolto in Why Not. E da quell’inchiesta stavano emergendo, tra le altre cose, una serie di contatti tra il capo della Security Wind e Luigi Bisignani, tessera P2 n.203, condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione nel processo milanese per la maxi tangente Enimont. Nonché circolari rapporti telefonici “con utenze già della disponibilità di Fabio Ghioni, Luciano Tavaroli, Marco Mancini, Tiziano Casali, Filippo Grasso e del giornalista Luca Fazzo, dei quali è stato accertato in sede cautelare il coinvolgimento in vicende spionistiche, fino ad ora limitate al gruppo Telecom”. Questo scriveva, in una relazione all’allora pm di Catanzaro de Magistris, il consulente Gioacchino Genchi. L’uomo verso il quale, rivela oggi Grazioli, Cirafici nutriva una profonda “acredine” mentre temeva che consulente tecnico del pm Bruni potesse essere proprio lui.
Genchi, dice Grazioli, aveva già scoperto i contatti “tra lui Cirafici, Omissis e altri soggetti – anche Istituzionali – dei quali ora non ricordo i nomi”. E in seguito alla perquisizione effettuata ai danni del consulente “voleva conoscere le nostre eventuali risultanze delle investigazioni”, ed “in particolare era preoccupato e voleva sapere se erano stati acquisiti ulteriori e diversi contatti telefonici tra lui, Cirafici, e terzi, contatti evidentemente non conosciuti dalla stampa”. In seguito ai colloqui con Grazioli, continua lo stesso maggiore, “so che è andato anche in Procura a chiedere informazioni, ma non mi ha chiesto di accompagnarlo perché sapeva già a chi rivolgersi”.
Lo scorso 11 dicembre, grazie anche alle rivelazioni di Grazioli, il gip Gloria Gori ha accolto la richiesta del pm Bruni disponendo gli arresti domiciliari per l’indagato Cirafici. Che chiuso in casa, però, era destinato a rimanerci ben poco. Il 30 dicembre scorso, infatti, il presidente del Tribunale del Riesame Adalgisa Rinardo ha revocato l’arresto e disposto soltanto l’obbligo di dimora nel comune di residenza. Contemporaneamente ha tolto l’inchiesta al pubblico ministero e trasmesso gli atti non alla competente procura di Salerno bensì a quella di Roma. E il perché lo scopriremo una volta lette le motivazioni del provvedimento.
Nel frattempo però, senza malafede, alcuni particolari non possiamo fare a meno di notarli.
La dott.ssa Rinardo è infatti lo stesso magistrato finito sotto inchiesta di quella procura di Salerno che aveva scoperto un complotto ordito ai danni dell’allora pm Luigi de Magistris con il fine, ben riuscito, di sottrargli le indagini e fermare il suo lavoro;
insieme a lei risultavano indagati, tra gli altri, l’ex capo della procura di Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone e il senatore Giancarlo Pittelli;
nelle carte dei magistrati salernitani si leggeva che il figlio della dott.ssa era socio in affari di Antonio Saladino, principale indagato dell’inchiesta Why Not;
poco tempo dopo l’inizio delle indagini sui suddetti personaggi i magistrati di Salerno sono stati trasferiti ad altri uffici. Nel caso del procuratore capo addirittura cacciato dalla magistratura.
Materiale per porsi degli interrogativi, forse, ce ne sarebbe. E anche inquietanti se si tiene conto di quanto dichiarato ancora dal Grazioli, che in riferimento a Cirafici agli inquirenti ha dichiarato: “Lo stesso mi riferiva testualmente: ‘Bruni va fermato!’.”
Parole profetiche, come quelle pronunciate dall’ex presidente della Calabria Giuseppe Chiaravalloti, che nel corso di un’intercettazione telefonica, parlando del pm de Magistris ebbe a dire: “…lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo una causa civile e ne affidiamo la gestione alla camorra”. Per poi aggiungere: “C’è quel principio di Archimede… a ogni azione corrisponde una reazione e mò siamo così tanti ad avere subito l’azione…”.
Chiaravalloti era indagato da de Magistris e oggi lo è da Pierpaolo Bruni. Come dicevamo all’inizio: a volte ritornano. O forse non sono mai andati via.

Monica Centofante

Da Antimafia Duemila (7 gennaio 2010)

Critiche da fratello di Borsellino, Di Pisa chiede danni

Piena solidarietà a Salvatore Borsellino. Se ci atteniamo ai fatti, il giudice Alberto Di Pisa è il famigerato “corvo” del tribunale di Palermo che mandava lettere anonime di accuse a Falcone. Di Pisa non fu condannato per questa storia perché il tribunale considerò la prova che lo inchiodava non utilizzabile perché ottenuta illegalmente. Alla luce di questi fatti il giudizio di Salvatore Borsellino è pienamente condivisibile e l’onorabilità di Di Pisa è già stata lesa irreparabilmente da Di Pisa stesso.

Siamo di fronte alla solita tecnica della querela senza nessuna speranza di spuntarla in tribunale, ma usata per sottrarre tempo ed energia al querelato. Vergogna!

Di Pisa era un nemico acerrimo di Falcone e se non ricordo male, correggetemi se sbaglio, mi pare che Gioacchino Genchi abbia raccontato che Di Pisa sarebbe molto amico di un Massone (tal Alessandro Musco) che aveva un ufficio al CERISDI al Castello Utveggio. Guarda tu le coincidenze…

Fonte: Critiche da fratello di Borsellino, Di Pisa chiede danni.

Caltanissetta. Il procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa, ha chiesto un risarcimento danni di 250 mila euro al fratello del giudice Paolo Borsellino. In un incontro pubblico a Marsala, Salvatore Borsellino avrebbe espresso giudizi critici nei confronti del procuratore Di Pisa ricordando che era stato accusato di essere il «corvo» di Palermo, ossia l’autore delle lettere anonime circolate nell’estate del 1988. Di Pisa fu poi assolto ma, secondo Salvatore Borsellino, le valutazioni da lui espresse nei confronti sia del fratello sia di Giovanni Falcone richiamavano alcuni passi degli anonimi. Per questo il magistrato non avrebbe le carte in regola per occupare, secondo Salvatore Borsellino, il posto che fu del fratello. Le parole adoperate sarebbero, a parere di Di Pisa, lesive della sua onorabilità, e perciò ha chiesto un risarcimento danni. Il caso sarà esaminato dal tribunale civile di Caltanissetta competente per i giudizi nei quali sono coinvolti i magistrati del distretto di Palermo. La prima udienza è fissata per lunedì 11 gennaio.

Fonte ANSA

Di fronte alla gravità di una simile richiesta di risarcimento danni (che qualifica in toto colui che l’ha avanzata), esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Salvatore Borsellino.

La Redazione di Antimafia Duemila
da Antimafia Duemila

Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti

Fonte: Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti.

Dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria, parla il pm di Palermo Di Matteo. «La storia di Cosa nostra, con la sua volontà di combattere lo Stato con attentati e omicidi eccellenti, è una vicenda di corsi e ricorsi»
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

E’ ormai una guerra. Niente più scaramucce ma un conflitto totale combattuto su più fronti contemporaneamente. Uno stratega militare la chiamerebbe “guerra di accerchiamento”. A farne le spese, obiettivo comune di soggetti e interessi differenti e sconnessi, è l’insieme della magistratura, in particolare i pubblici ministeri che si occupano di mafie, di intrecci mafiosi, di infiltrazioni del sistema criminale nella politica, nelle istituzioni e nell’economia. L’ordigno fatto esplodere domenica scorsa davanti alla Procura generale di Reggio Calabria è solo l’atto più eclatante e visibile. Si voleva intimidire la magistratura, è evidente, in particolare quei togati che stanno indagando su fatti di ’ndrangheta e corruzione e infiltrazioni nelle istituzioni locali e negli appalti. Atto diretto ed esplicito. «I criminali sono portati a pensare che nel processo d’appello le cose si sistemano – ha detto, commentando l’attentato, il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore di Landro – . Quando questo non avviene, quando anche qui si rendono conto che prendono bastonate, qualcuno può avere la tentazione di reagire». E allora una “bombetta” di avviso. Non è la sola. Non solo in Calabria. In seguito all’arresto del boss di Altofonte, San Giuseppe Jato, Borgetto e Partinico, Domenico Raccuglia, del 15 novembre scorso a Calatafimi si è venuti a conoscenza della capacità tecnica e militare di Cosa nostra, e anche forse della sua volontà, di colpire con un attentato “bersagli eccellenti”, fra i quali non è difficile ipotizzare anche un possibile attacco a qualche magistrato “simbolo” in questa fase di forte offensiva da parte dello Stato nei confronti della mafia.

A non sottovalutare questo segnale è proprio uno dei pm di Palermo, Antonino Di Matteo. «Chi da decenni è abituato ad analizzare e studiare il fenomeno e a confrontarsi con le indagini e i processi sa benissimo che la storia di Cosa nostra anche da un punto di vista della capacità e della volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato con attentati o omicidi eccellenti è una vicenda di corsi e ricorsi – spiega il magistrato da poco eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo -. È nel dna di Cosa nostra la necessità e la capacità di ricorrere allo scontro frontale quando l’organizzazione lo ritiene opportuno e necessario per se stessa. Soltanto chi non conosce bene la storia di Cosa nostra e il suo modo di ragionare può sottovalutare determinati rischi solo perché negli ultimi quindici anni ha mantenuto un profilo basso, di immersione». Effettivamente una fase di immersione di Cosa nostra già avvenne negli anni Sessanta. Addirittura si ipotizzò il suo scioglimento. Poi con la strage di viale Lazio, compiuta a Palermo il 10 dice del ’69, divenne chiaro che non solo Cosa nostra era tutt’altro che in via di ritirata ma che c’era un nuovo soggetto militare in ascesa: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano che aprirono da quel momento un’offensiva ferocissima e sanguinosa verso i propri rivali diretti e contro lo Stato. Che si concluse solo nel biennio delle stragi 1992-93.

Questo rialzare il tiro da parte della criminalità nei confronti di chi indaga sulle mafie per conto dello Stato è un segnale preoccupante. Che si somma all’aggressività nei confronti della magistratura da parte di ampi settori della politica che non fanno riferimento alla sola maggioranza di governo. Una politica che sta cercando in tutti i modi, attraverso riforme organiche e blitz legislativi di vario tipo, di fermare l’azione in corso da parte della magistratura o di delegittimare di volta in volta uno più o magistrati che hanno ampliato il loro raggio di azione, passando dall’analisi e repressione degli aspetti militari della criminalità organizzata, debordando verso le implicazioni politiche, amministrative ed economiche del fenomeno mafia. Come ad esempio è successo dopo le ultime dichiarazioni in aula del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza nel processo di appello a Marcello Dell’Utri. «Non è una novità che le polemiche sui pentiti, sui collaboratori di giustizia, si scatenino solo ed esclusivamente quando le dichiarazioni di questi alzano il tiro sulla politica, sull’imprenditoria e le istituzioni – spiega il pm Di Matteo -. La legge del 2001 che regolamenta la collaborazione con la giustizia degli ex mafiosi ritengo che vada bene così com’è, è già abbastanza restrittiva e rigorosa, per cui un ulteriore giro di vite sarebbe pericolosissimo perché disincentiverebbe definitivamente la collaborazione».
E sempre in relazione al processo Dell’Utri, ha lasciato una scia velenosa di polemiche anche la sospensione di parte del regime del 41bis applicato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che in aula si era avvalso della facoltà di non rispondere anche, questo ha fatto intendere, perché non erano state accolte le sue richieste di alleggerimento del proprio regime carcerario. Al processo Dell’Utri aveva detto: «Quando starò meglio potrei chiedere di essere sentito». Presto fatto, a meno di un mese dalla presentazione (per la seconda volta) dell’istanza del boss pluricondannato all’ergastolo anche per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, si è visto sospendere l’isolamento diurno. Da ora, nel supercarcere di Opera a Milano, potrà comunicare con altri detenuti, mafiosi e non, e avere quindi la possibilità di ricevere e inviare comunicazioni con l’esterno. Comunicazioni che proprio il 41bis, nella sua formulazione, intende impedire. La scorsa settimana questa decisione dei magistrati di sorveglianza ha scatenato, ovviamente, un putiferio, facendo intervenire anche due dei magistrati più in vista oggi sulla lotta alla mafia. Da un lato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha spiegato che secondo lui la revoca dell’isolamento diurno per il boss mafioso Giuseppe Graviano è «una decisione presa da un giudice investito da una istanza di un difensore e che quindi non dovrebbe comportare nessuna altra valutazione dietrologica», dall’altro il procuratore aggiunto della direzione antimafia Antonio Ingroia è entrato nel merito giuridico e tecnico, affermando che «il problema è legislativo e la decisione che ha riguardato Graviano pone un tema centrale nel dibattito sul 41 bis e la lotta alla mafia. Dovrebbe essere previsto al più presto un prolungamento del periodo di tre anni di isolamento diurno per chi ha commesso reati particolarmente gravi, come quelli di mafia. Purtroppo – aggiunge Ingroia – le indagini ci dicono che i padrini di Cosa nostra continuano ancora a trovare il modo per oltrepassare le barriere del carcere duro, facendo arrivare gli ordini all’esterno». Come sia andata, le domande restano. Che sia stato un premio a Graviano per non aver testimoniato o un incentivo perché parli, rimangono molte ombre. Se non altro per la coincidenza dei tempi nell’applicazione dell’alleggerimento con l’udienza al processo Dell’Utri. Una serie di sospetti che già stanno scatenando polemiche durissime e le richieste più estreme, fra le quali quella della riapertura delle carceri speciali di Pianosa e l’Asinara, luoghi disumani e terribili che, nonostante fossero giustificate in ragione di una lotta estrema contro la mafia dopo le stragi del 1992, rappresentano un capitolo oscuro nella storia del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese.

E poi, altra coda velenosa del dibattito (se vogliamo chiamarlo così, in realtà dai toni utilizzati sembrava di assistere a una rissa) è l’ipotesi da parte di alcuni esponenti della maggioranza di sopprimere o limitare all’interno di una codifica rigida e restrittiva per l’azione giudiziaria il reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. Guarda caso proprio il reato per cui è stato condannato a nove anni in primo grado il senatore Marcello Dell’Utri. «Il vero salto di qualità nella lotta alla mafia, soprattutto in questo momento storico – spiega ancora il pm Antonino Di Matteo – lo riusciremo a fare solo se sarà possibile colpire proprio i cosiddetti “colletti bianchi”: gli imprenditori, i politici, gli uomini delle istituzioni, quelli che consapevolmente e fattivamente contribuiscono alla realizzazione di fini importanti per l’organizzazione criminale. Il ricorso al “concorso esterno” è stato fondamentale e lo potrebbe essere ancora di più per debellare veramente la mafia. E vorrei anche ribadire che spesso l’apporto del concorrente esterno è ben più importante per Cosa nostra rispetto all’apporto di un uomo d’onore “punciutu”, che magari fa estorsioni o è rappresentante di una famiglia mafiosa. È attraverso i concorrenti che Cosa nostra esercita il suo potere. Sarebbe un errore che, con l’intervento su questa figura, si ponesse il concorrente esterno come una figura minore per Cosa nostra. Perché così non è». Sopprimere quindi la connotazione di questo reato dal codice sarebbe, secondo Di Matteo, un colpo mortale alla lotta alla mafia. C’è poi da dire che il concorso esiste per tutti i reati. Il concorso in truffa, rapina, omicidio, eccetera. Non è un’invenzione specifica della normativa antimafia. E non solo. «Poi, e questa è una mia valutazione personale, io sono contrario a una connotazione “normativa” specifica dei casi di concorso esterno in associazione mafiosa – prosegue il magistrato -. Anche perché la mafia è un fenomeno in continua evoluzione, temo che la previsione normativa di condotte definibili come concorso esterno possa poi non andare di pari passo con le tecniche mafiose di infiltrazione dei poteri pubblici. Se noi andiamo a vedere come si è evoluta l’azione, ad esempio nelle tecniche di riciclaggio dei capitali sporchi – e parlo delle tecniche “mafiose” di riciclaggio e infiltrazione dell’economia – capiamo che diventa anche difficile “normativizzare” oggi il concorso esterno in associazione mafiosa con un strumento che sia efficace anche fra dieci anni».
Ma di cosa avranno da preoccuparsi questi benedetti magistrati. Dopo tutto sia il premier che il ministro dell’Interno hanno annunciato un “piano” per debellare la mafia definitivamente entro la fine della legislatura. Quella stessa mafia spa che rappresenta quasi un terzo dell’economia reale di questo Paese.