Archivi del giorno: 21 gennaio 2010

Blog di Beppe Grillo – Il coretto di irrisione a Ingroia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il coretto di irrisione a Ingroia.

Una volta, alla morte dei giudici, i mafiosi brindavano in carcere. Oggi dei senatori irridono in aula il giudice antimafia Ingroia sotto protezione.Ci sarà un legame? Forse un legame storico? Delle affinità elettive accomunano il Senato e l’Ucciardone di Palermo?
“da Resoconto stenografico intervento sen. Li Gotti: “Sapevamo della felicità dei mafiosi in carcere e del boato di giubilo quando la radio diffuse la notizia della morte di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Eravamo a questo. Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell’Aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronuncia del nome di Antonio Ingroia, di un magistrato che la mafia vuole uccidere e di cui organizza l’eliminazione fisica.” antoniodipietro.it

Antonio Di Pietro: Stato criminale

Fonte: Antonio Di Pietro: Stato criminale.

Ieri al Senato e’ stato approvato il disegno di legge che questa maggioranza, con delinquenziale maestria comunicativa, ha chiamato “processo breve” per far credere che d’ora in poi i processi si faranno prima e la giustizia funzionera’ meglio.

Magari fosse così! In realtà è l’esatto opposto. Trattasi di un “processo ad impunità assicurata“, nel senso che i processi d’ora in poi non si faranno più e i delinquenti se la spasseranno alla faccia delle vittime e della giustizia. Il disegno di legge in questione è un vero e proprio ammazza processi e ammazza giustizia che serve solo alla Casta degli amministratori pubblici, ai faccendieri senza scrupoli, ai truffatori, agli sfruttatori della prostituzione e a una lista infinita di soggetti che agiscono nell’illegalità e che, d’ora in poi, sanno che possono farlo anche con garanzia di impunità.

Cominciamo dal famigerato emendamento presentato dal senatore Valentino del Pdl: norma che cancella in un batter d’occhio 500 milioni di euro che Ministri, sindaci, amministratori pubblici a vari livelli e parlamentari hanno rubato alle casse dello Stato con sprechi e truffe. Soldi che, stando agli accertamenti in corso della Corte dei Conti, devono essere restituiti allo Stato a titolo di risarcimento. Ieri al Senato, la maggioranza parlamentare (quelli del Pdl e della Lega, per intenderci) ha deciso di condonare le procedure di pagamento di questi risarcimenti, senza che se ne comprenda minimamente la ragione, giacchè la Corte dei Conti fa attività completamente diversa da quella dei Tribunali ordinari italiani.

Allora, uno si domanda: ma chi sarebbero questi gloriosi fortunati beneficiari di una norma del genere? In primis, guarda caso, lo stesso firmatario dell’emendamento, nonché relatore del provvedimento, ossia il senatore del Pdl Giuseppe Valentino. Segue una schiera di Ministri passati e presenti, amministratori e parlamentari. Ecco solo alcuni dei nomi: il vice ministro leghista Roberto Castelli, gli onorevoli Jole Santelli e Alfonso Papa, di salda fede Pdl, coinvolti in un’inchiesta sulle consulenze al Ministero di grazia e giustizia; i cinque membri del centrodestra del vecchio Cda Rai, l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco; il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutta la sua giunta per il caso delle “consulenze d’oro e così via.

Tra i possibili beneficiati vip della norma c’è di tutto. Il bitume processuale che abbiamo visto passare negli ultimi anni verrà scaricato a mare: dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, al presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, agli ex imprenditori del calibro di Calisto Tanzi, Fiorani, Cragnotti, ma anche una pletora infinita di politici di tutti i partiti coinvolti in ogni sorta di ruberia, dai pesci grossi al plancton sparsi nelle migliaia di amministrazioni locali. Insomma verranno annullati i processi a tutti coloro sospettati dai Tribunali o dalla Corte dei Conti di aver amministrato male e sperperato i soldi dei cittadini e, persino, coloro che hanno preso tangenti.

Un regalo niente male per i fortunati e che, in questo momento di crisi economica, non è certo un toccasana per le casse dello Stato, oltre ad essere un segnale inequivocabile per tutti i cittadini onesti.

Ma l’ammazza giustizia non finisce qua. Si renderà, di fatto, impossibile l’accertamento di delitti come gli omicidi colposi, realizzati nell’ambito dell’attivita’ medica, le lesioni personali, le truffe, gli abusi d’ufficio, la corruzione, le frodi comunitarie, le frodi fiscali, i falsi in bilancio, la bancarotta preferenziale, le intercettazioni illecite, i reati informatici, la ricettazione, il traffico di rifiuti, lo sfruttamento della prostituzione, la violenza privata, la falsificazione di documenti pubblici, la calunnia, la falsa testimonianza, l’incendio, l’aborto clandestino, i reati della criminalita’ dei colletti bianchi. In particolare, con il disegno di legge in questione potrebbero estinguersi i reati contestati nei processi per i crack Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per la corruzione nella vicenda Eni-Power, per le “morti bianche” alla Thyssen, per le morti da amianto. E ancora: i processi Impregilo, Unipol, Pirelli-Telecom, Italgas, Eni-Snam. E chissà quanti altri ne scopriremo nei prossimi giorni.

Il disegno di legge grazia sì i Vip della politica, della finanza e dell’imprenditoria ma investe come una manna dal cielo anche i delinquenti di strada, quelli che vivono nella realtà delle piazze, dei mercati, delle discoteche, dei quartieri malfamati e che stuprano, rubano in appartamenti, scassinano negozi, scippano le vecchiette riducendole in fin di vita, picchiano, taglieggiano, bruciano, inquinano, danneggiano la cosa pubblica e la proprietà privata. Questa galassia, ai margini della società e con un piede nella malavita, vede in Silvio Berlusconi e nel suo governo la speranza e l’opportunità di poter delinquere in sicurezza dalla giustizia come prima e più di prima.

A questo punto anche le loro vittime, i cittadini, avranno la consapevolezza che con tutta probabilità il torto subìto non verrà punito dallo Stato.

Berlusconi, la sua maggioranza e tutti coloro che si renderanno complici di questa polizza d’impunità per malviventi saranno responsabili di aver ridotto l’Italia ad un Far West dove i cittadini, esasperati, finiranno per optare per una giustizia “fai da te”. A questi prossimi giustizieri si aggiungeranno altrettanti disperati, che oggi vivono con fatica ai margini della legalità, che decideranno di provare la strada della delinquenza che ieri il Senato ha contribuito a rendere più sicura.

Ops! Dimenticavo, di inserire nella lista un altro beneficiario, quello per eccellenza: il nostro presidente del Consiglio. Si, avevamo proprio rimosso. Guarda caso, nella lista nera c’è pure lui. Anzi, prima di tutti lui, dato che – per stessa ammissione dell’interessato – questa legge è stata da lui fortissimamente voluta proprio perché gli serviva per bloccare i processi che ha in corso.

A noi non resta che esprimere la nostra solidarietà a tutti i familiari delle vittime della Thyssen, ai risparmiatori vittime del crack Cirio e Parmalat e a tutte le altre vittime dei reati e delle gravi truffe sopra elencate.

Si, sono giorni neri per la nostra democrazia. Continuiamo a resistere democraticamente, per evitare di ripercorrere la strada del fascismo, dalla sua apoteosi fino a piazzale Loreto!

ComeDonChisciotte – I NUMERI “TRUCCATI” SUI TEMPI E IL CONDONO PER I SOLITI NOTI

Dunque il “processo breve” oltre ai processi di Berlusconi farà saltare anche molti processi di mafia, oh Silviuzzu…

ComeDonChisciotte – I NUMERI “TRUCCATI” SUI TEMPI E IL CONDONO PER I SOLITI NOTI.

DI BRUNO TINTI
antefatto.ilcannocchiale.it

Durata massima: ma se si trattasse di un’operazione chirurgica, farebbero morire il paziente?

Ieri 20 gennaio il Senato ha approvato il “processo breve”; adesso dovrà passare alla Camera e poi diventerà legge dello Stato.
Magari “legge dello Stato” è troppo, visto che è una legge che serve solo per evitare a Berlusconi di essere condannato per corruzione in atti giudiziari e di essere l’unico (credo) premier del mondo occidentale ufficialmente dichiarato delinquente.

Ma è questo che capita quando si manda uno che commette reati a fare il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò detto, non so da dove cominciare per parlar male di questa legge. Forse la cosa migliore è partire dalla relazione che l’accompagna. Il “processo breve” sarebbe imposto dall’art.111 della Costituzione (un’altra ignominia fabbricata dal “dialogo costruttivo” di maggioranza e opposizione) secondo il quale la legge deve assicurare la ragionevole durata del processo che non deve attardarsi “più del dovuto nell’affermazione della verità giudiziale”.

Insomma, se ce la facciamo entro i termini previsti, bene; se no, al diavolo l’accertamento del reato, della responsabilità dell’imputato, del diritto al risarcimento delle parti offese, dell’interesse dello Stato alla punizione dei colpevoli; processo ammazzato e via: così dice la Costituzione.

E naturalmente non è vero: la Corte costituzionale ha sempre precisato che ogni intervento legislativo deve tener conto del corretto bilanciamento tra tutti gli interessi costituzionalmente garantiti; e ciò in particolare nel processo penale, dove il principio della ragionevole durata del processo deve essere contemperato con quello dell’accertamento della verità e della tutela delle parti offese; sicché privilegiare il rispetto della rapidità formale senza curarsi di accertare la verità dei fatti è non solo privo di senso ma anche non costituzionale.

E quindi è ragionevole pensare che anche questo nuovo parto della fantasia dei think tank berlusconiani farà la fine dei precedenti: una sentenza della Corte lo spazzerà via. Ma poi quali sono i termini previsti? Variano, da 6 anni e mezzo per i processi che riguardano reati puniti con pena massima inferiore a 10 anni fino a 7 anni e mezzo per quelli puniti con più di 10 anni; per i soliti reati di mafia, terrorismo ecc. i termini massimi sono 10 anni.
Sembrerebbero termini ragionevoli: può un processo penale durare di più? Bè, no, non dovrebbe, anzi non deve. Quindi bisogna darsi da fare per evitare che duri tanto; il che non significa che la soluzione sia: se dura troppo non lo facciamo.

Cominciamo con il buttare a mare l’attuale Codice di procedura penale, compriamo una copia di un qualsiasi Codice di procedura europeo e adottiamolo (con una legge che preveda l’assoluto divieto di modificarne anche solo una virgola). Poi abroghiamo qualche centinaio di reati ridicoli che fanno perdere un mucchio di tempo (omessa esposizione della tabella dei giochi leciti, omesso versamento di ritenute fiscali e Inps, parcheggio utilizzando voucher contraffatti, guida senza patente, soggiorno illegale nel territorio dello Stato – pena prevista 10.000 euro – e altre amenità del genere); spendiamo un po’ di soldi per personale di cancelleria e segreteria e qualche computer; recuperiamo questi soldi abolendo un centinaio di tribunali piccoli e piccolissimi e del tutto inutili.

Dopodiché stabiliamo che il processo penale deve durare al massimo 6 anni e mezzo; anzi a questo punto anche 4 o 5 solamente: con qualche modifica che gente che sa come funziona un processo penale può elaborare in un mesetto (ma deve trattarsi di gente che non ha interessi personali o di categoria da difendere), la cosa è possibilissima. Ma se, lasciamo tutto così com’è, facciamo come se in ospedale ci fosse un tempo massimo per ogni operazione chirurgica: entro due ore deve essere conclusa; se no, si richiude la pancia del paziente e vada a morire da qualche parte. Vi pare ragionevole?

Ma poi, quali pazienti mandiamo a morire da qualche parte; voglio dire, quali processi rinunciamo a fare? Qui sta il bello. Come tutti sanno la durata media del processo penale italiano, con le leggi, l’organizzazione giudiziaria e le risorse che abbiamo, è di 8 anni.

Lo ha detto anche Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia. Durata media vuol dire risultante della durata di tutti i processi, dalla guida senza patente all’omicidio, dal furto al supermercato al traffico di droga, dall’oltraggio al vigile urbano fino alla frode fiscale.

Ed è evidente che un processo per guida senza patente si fa in un quarto d’ora e che quello per traffico di droga o frode fiscale richiede moltissimo tempo. Così durata media del processo significa che alcuni si concludono in poco tempo e altri in moltissimo. E quindi un gran numero di processi in effetti potranno essere conclusi prima della tagliola del “processo breve”: tutti quelli che durano poco o niente. Mentre quelli più complicati, quelli che durano anni e anni (sono quelli che fanno salire la media) non si faranno mai.

Insomma, per continuare con la metafora dell’ospedale, si cureranno presto e bene quelli che hanno l’influenza e il raffreddore; per cancro e infarto, dopo due ore, via, che muoiano pure. Adesso la domanda è: quali sono i processi più complicati? E, tra questi, quali sono quelli per reati puniti con una pena inferiore a 10 anni per cui si debbono obbligatoriamente concludere in 6 anni e mezzo? Nessuno si stupirà scoprendo che si tratta sempre dei soliti: sono i processi per corruzione, concussione, peculato, falsa testimonianza, falso in bilancio, frode fiscale ecc. ecc; insomma tutti quelli tanto cari alla classe dirigente del paese.

Proprio quei reati che sono puniti poco (pensate: il falso in bilancio di una società quotata in Borsa ha una pena massima di 4 anni; e parcheggiare la macchina utilizzando un tagliando di parcheggio contraffatto di 5) ma che richiedono processi lunghi e complicati. Sicché il risultato del “processo breve” sarà questo: tutti i processi per i reati da quattro soldi si faranno regolarmente; e quelli per i reati veramente gravi per l’economia nazionale, per l’entità del danno cagionato alle parti offese, per la qualità degli imputati che proprio grazie a questi reati occupano cariche pubbliche rilevanti, si estingueranno per “prescrizione processuale”, l’ultima salvaguardia di una classe dirigente inguaribilmente dedita al malaffare.

Ultima perla: gran parte della relazione che illustra il “processo breve” racconta di progetti di legge molto simili, elaborati negli anni passati da vari governi di sinistra (?). Come dire: “Trattasi di riforma condivisa; tanto è cosa buona e giusta che anche gli altri…”. E poi si stupiscono se uno dice che questa opposizione ti fa incazzare.

Bruno Tinti
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it
Link: http://antefatto.ilcannocchiale.it/2010/01/21/i_numeri_truccati_sui_tempi_e.html
21.01.2010

Da Il Fatto Quotidiano del 21 gennaio

Blog di Beppe Grillo – In un Paese di ladri

Fonte: Blog di Beppe Grillo – In un Paese di ladri.

Se i disonesti potranno delinquere senza finire in galera, potranno farlo anche gli onesti. In fondo il processo breve è democratico. L’ingiustizia è uguale per tutti!

“ANSA – 20 gennaio, 13:26 ROMA, 20 GEN – Il Senato approva il ddl sul processo breve con 163 sì, 130 no e due astenuti. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera. Hanno votato a favore Pdl e Lega Nord, contro Pd, Idv e Udc. Proteste dell’opposizione. L’Idv ha esposto cartelli con le scritte: ‘Berlusconi fatti processare’, ‘muoiono processi Cirio-Parmalat’.” Esultano invece: stupratori, pedofili, corrotti, collusi, stalking-isti, associati a delinquere, stupratori, associati per mafia, usurai, banche e chi più ne ha più ne può mettere…Il motto di quest’Italia è “Fanculo l’onestà!”.Così tutti i sacrifici e le lotte dei nostri padri e madri per darci un futuro migliore in un paese libero ed onesto possono anche andare a farsi FOTTERE!”. Carlo L., Ravenna

Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”

Fonte: Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”.

di Nerina Gatti – 17 gennaio 2010
“Dietro allo smaltimento illegale dei rifiti tossici c’è un “sistema” che va avanti tutt’ora. Io conosco come funziona. Conosco i fatti, –svela per la prima volta Sigma- se qualcuno mi vorrà ascoltare parlerò, ho sempre raccontato la verità.”

Da quanto ci riferisce il suo avvocato, Claudia Conidi, il pentito Sigma fu sentito anche dalla Procura di Potenza per le indagini sull’interramento dei rifiuti tossici in alcune zone del potentino.
Il pentito ci racconta di aver fatto anche dei sopralluoghi vicino Potenza, indicando agli inquirenti  i terreni dov’erano stati interrati i rifiuti nocivi. “Ma poi non è successo nulla”, conclude amareggiato Sigma. Forse troppe persone avevano interesse a che i rifiuti non si trovassero. Sigma ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato. Sulla sua attendibilità non ci dovrebbero essere dubbi, le sue testimonianze sono servite in passato a far luce su importanti segreti della ‘Ndrangheta in processi che hanno fatto la storia del contrasto alle ‘ndrine.

Antimafia Duemila – L’irritazione del Senatore fa di Ciancimino un testimone eccellente

Antimafia Duemila – L’irritazione del Senatore fa di Ciancimino un testimone eccellente.

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella – 16 gennaio 2010
Il periodo potrebbe essere paragonato a quello dei grandi processi e delle collaborazioni eccellenti, ma è soprattutto per l’Italia l’occasione di conoscere la verità su un sistema affaristico e colluso che va avanti da decenni.

È per questo che il fermento dovuto alle dichiarazioni del figlio di don Vito Ciancimino suscitano da una parte ammirazione dall’altra forte, fortissima irritazione.
La verità di Massimo Ciancimino è la risultante di una vita vissuta tra quell’impercettibile linea di confine tra affari e mafia, in una Palermo che ha ospitato nei salotti buoni politici e capimafia in doppiopetto. Non si facevano distinzioni allora e non se ne fanno oggi. L’unica differenza sta nella certezza di un processo penale. Se ci sono le prove si procede fino al giudizio (almeno per ora), se non ce ne sono si archivia l’indagine. Massimo Ciancimino racconta fatti e porta documenti. Rappresentano parte dell’eredità di suo padre, un democristiano doc che ha fatto carriera grazie alla sua appartenenza al gruppo dei Corleonesi di Riina e in particolare di Provenzano. Criminali della peggior specie che si sono infilati nei pantaloni della politica, sfruttando le loro alleanze con imprese di prim’ordine (come la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi) e, portando la loro genìa fino al sistema centrale del potere. 
È una stranezza che uomini condannati per mafia, seppure in primo grado, parlino di complotti. Massimo Ciancimino infatti racconta vecchie storie, accadute da circa trent’anni a questa parte, parla coi magistrati di fatti di sangue, delitti eccellenti e sparizioni improvvise come quelle dei Maiorana padre e figlio, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, quello del Gen. dalla Chiesa fino ad arrivare al caso Moro e l’incidente di Ustica. Parla dei contatti tra suo padre e Provenzano e indica coloro che a casa Ciancimino solevano entrare. Non è dunque un’aberrazione sentirlo parlare.  Lo è invece il fatto che ad un ex deputato come Cuffaro (costretto a lasciare la Regione a causa della sua condanna) sia stato poi concesso un posto al Senato. Se nei racconti di Ciancimino entrano dunque le gesta di persone come Cuffaro o Dell’Utri non dovremmo stupirci ma lasciarlo parlare. 
Per ora tutti i dati disponibili sono contenuti nei 23 verbali di interrogatorio che la Procura di Palermo ha depositato al processo Mori  – Obinu e che contribuiranno ad avvalorare l’attendibilità del teste il quale, il prossimo febbraio, sarà chiamato a testimoniare sulla Trattativa tra Stato e mafia intercorsa, secondo la sua datazione, nel 1992, a cavallo della strage di Capaci e quella di via d’Amelio. Massimo Ciancimino non si presenta dunque a mani vuote, con sé porta gli appunti scritti personalmente dal suo vecchio genitore e, soprattutto, i pizzini che Provenzano inviava a suo padre. Uno dei più rappresentativi era stato consegnato a don Vito l’11 settembre 2001, durante un periodo di degenza in una clinica romana. “Carissimo Ingegnere – diceva – ho letto quello che mi ha dato M. ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà, ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. È benintenzionato. (…)” In quel periodo don Vito stanco e un po’ deluso cerca in tutti i modi di trovare una soluzione per ottenere la libertà. Da poco è ai domiciliari e ha finito di scontare la sua condanna per associazione mafiosa. Gli resta ancora qualche anno per estinguere la pena per reati di corruzione. Così chiede a Provenzano un intervento per ottenere l’amnistia. “Visti i continui appelli della Chiesa” si poteva approfittare e, con un indulto, “mio padre diventava libero a tutti gli effetti”. Una soluzione che doveva essere perorata da un Senatore e un Presidente che, secondo Massimo Ciancimino, sarebbero rispettivamente Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro. Oltre che da un avvocato, per Ciancimino riferibile al loro difensore Mormino, il quale (all’epoca vice-presidente della commissione giustizia alla Camera) si sarebbe potuto e dovuto muovere per presentare un disegno di legge che avrebbe portato la firma dell’avv. Pisapia. Ma come faceva a sapere Provenzano che l’avvocato era ben intenzionato? Chiede il pm. “Mio padre mi disse che il rapporto con l’avvocato Mormino avveniva attraverso quello che mio padre chiamava lo ‘sfregiato’” ovvero “l’onorevole Reina, il padre di Fulvio Reina sposato con la figlia dell’avvocato Mormino”. Per quanto riguarda i rapporti diretti tra Binnu – Dell’Utri e Binnu – Cuffaro, Ciancimino spiega: “Non so se Cuffaro avesse rapporti diretti con Provenzano ma so che aveva modo di contattarlo direttamente e di poter disporre di favori a suo piacimento”. Dell’ex Presidente della Regione “si era parlato come un soggetto che aveva dato una grande mano di aiuto a questo volere espandersi di Provenzano sia nel campo della distribuzione alimentare sia nella Sanità. Con Dell’Utri invece i rapporti sarebbero stati diretti. Il padre glielo confermò in occasione della preparazione del libro che voleva scrivere con suo figlio, nel passaggio inerente la trattativa gli spiegò che Provenzano lo aveva “scaricato” come politico scegliendo il nuovo uomo di Forza Italia. Ciononostante Don Vito “non stimava Dell’Utri” “lo riteneva troppo impulsivo”. “I loro rapporti, secondo quello che è il racconto di mio padre, risalgono alla gestione di mio papà col preposto della banca di fronte casa che non mi ricordo come si chiamava, del Banco di Sicilia e Banco di Roma con l’operazione dei libretti al portatore. Lo stesso Dell’Utri operava con la zona dove lui aveva competenza in banca, con questo volume di libretti al portatore”. Ciancimino però ribadisce: “Mio padre col dottor Dell’Utri rapporti diretti non ne ha mai avuti” “si reputava a un livello più alto, non gli dava confidenza”, ma se proprio aveva bisogno di lui si rivolgeva ad altri canali come per esempio Francesco Paolo Alamia. Quell’oscuro ragioniere di Villabate che negli anni Settanta era entrato in società con Filippo Alberto Rapisarda nella Inim Spa. La terza azienda milanese nel campo immobiliare nella quale Vito Ciancimino avrebbe custodito interessi economici e, guarda caso, i cui consiglieri erano Marcello e Alberto Dell’Utri. 
Una storia questa già discussa al processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’ex dirigente di Publitalia, ma che oggi si completa con i discorsi sugli investimenti nel capoluogo lombardo di boss del calibro di Bontade, Buscemi e Bonura rivelati da Ciancimino jr ai magistrati. Proprio su questo punto il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha consegnato ai procuratori di Palermo dei fogli manoscritti da suo padre, in cui i cognomi dei costruttori palermitani sono riportati nella stessa riga insieme ad Alamia, Dell’Utri e Berlusconi. Si tratta di un inquietante documento ancora omissato che fa parte dei 23 verbali d’interrogatorio a cui l’ultimo figlio di casa Ciancimino sta cercando di fornire delle risposte. Un intricato intreccio d’interessi finanziari e speculazioni edilizie che riportano l’attenzione sui soldi di Cosa Nostra all’ombra della madonnina, attraverso i contatti che gli uomini d’onore coltivavano a Milano. In particolare ritornano quelli che vedono Vittorio Mangano nella villa di Arcore, assunto dal Cavaliere come stalliere. 
Si rimettono sul tavolo questioni rimaste in sospeso per lungo tempo. Storie di cui si conoscevano filamenti parziali di verità ma che ora possono ritrovare un seguito nei racconti del figlio dell’ex sindaco di Palermo il quale potrebbe essere chiamato a testimoniare al processo Dell’Utri. Per lui il primo banco di prova già fissato è quello del processo per favoreggiamento alla mafia a carico del Generale Mario Mori e del Maggiore Mauro Obinu. Il tema è la mancata cattura di Provenzano nel 1995. I carabinieri non avrebbero catturato il capo di Cosa Nostra per obbedire a un patto scellerato stretto nel 1992. L’anno in cui Riina tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio intavolò, attraverso Vito Ciancimino, una trattativa con gli stessi carabinieri del Ros, questa volta Mori e De Donno, per dettare allo Stato le regole di una Cosa Nostra sanguinaria e stragista. Si tratta dei famosi 12 punti che lo stesso don Vito aveva cercato di correggere perché ritenuti improponibili e che avevano finito per mettere lo stesso Riina in una condizione di svantaggio: da interlocutore a oggetto di scambio di una nuova trattativa che aveva preso in mano Provenzano con i referenti di una nuova classe politica che doveva rinascere dalle ceneri di quella devastata da Tangentopoli. Da qui il racconto di Massimo Ciancimino sul Senatore di Forza Italia. Il padre si era sentito scavalcato ma aveva capito che Provenzano aveva stretto il nuovo accordo con una persona più credibile: il Senatore di Forza Italia appunto, Marcello Dell’Utri. Rimane sullo sfondo il ruolo centrale svolto dall’uomo dei Servizi Segreti, il signor Franco, in contatto con Provenzano e Vito Ciancimino e la presenza degli Apparati sulla scena dell’eccidio del giudice Borsellino e la sua scorta. A tutte queste domande ancora non sono state date delle risposte e, di certo, l’atteggiamento nervoso del Senatore Dell’Utri lascia intuire che forse le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non siano poi così astruse. L’ex presidente della Bacigalupo ha ammesso infatti nei suoi interrogatori con i magistrati di aver incontrato mafiosi (anche se non sapeva che lo fossero, ndr) e di aver pranzato con loro (fatti che sono stati confermati anche da altri testimoni). Inoltre l’eroe a cui Dell’Utri fa riferimento e con cui ha detto di essere stato amico è Vittorio Mangano, non un mafioso qualunque ma un capomafia di Palermo. Se il Senatore non avesse nulla da nascondere risponderebbe con calma e linearità a tutte le accuse, spingendo perfino l’amico Berlusconi, che si era avvalso della facoltà di non rispondere, a spiegare ai magistrati l’origine dei soldi del suo vasto e discusso impero. L’irritazione di Dell’Utri invece fa di Ciancimino un testimone eccellente.