Archivi del giorno: 23 gennaio 2010

Via D’Amelio, profondo nero: il superpentito ora ritratta

Fonte: Via D’Amelio, profondo nero: il superpentito ora ritratta.

Nuovi elementi sull’ipotesi-depistaggio. Spatuzza ritenuto attendibile: per lui nuova richiesta di protezione.

Il pm Alfonso Sabella, oggi giudice a Roma, lo aveva detto 18 anni fa: Vincenzo Scarantino è un pentito ‘’fasullo dalla testa ai piedi’’. Oggi arriva la duplice conferma: l’ex picciotto della Guadagna, considerato il teste-chiave della strage di via D’Amelio, ha confessato di avere sempre mentito e Gaspare Spatuzza ha ottenuto l’attestato finale di attendibilità dai pm di Firenze e Caltanissetta, che per lui hanno chiesto l’applicazione del programma definitivo di Protezione. Tra il vecchio e il nuovo pentito di via D’Amelio, gli inquirenti nisseni hanno scelto di credere a Spatuzza che confessando il furto della Fiat 126 utilizzata per uccidere Borsellino ha sbugiardato Scarantino. E quest’ultimo oggi ammette: “Ho reso false dichiarazioni, mescolando circostanze realmente accadute ad altre apprese dalla lettura dei giornali e atti giudiziari”. Scarantino è crollato dopo i primi due interrogatori nei quali si era avvalso della facoltà di non rispondere, ed ha ammesso anch’egli – dopo le ritrattazioni di Salvatore Candura e di Francesco Andriotta, gli altri due sostegni della vecchia indagine – di avere raccontato un cumulo di menzogne. Candura è il sedicente autore materiale del furto della Fiat 126, Andriotta è un ex compagno di cella di Scarantino che ne avrebbe raccolto le confidenze in carcere. Si sgretola così l’impianto processuale d’argilla che ha faticosamente retto a nove processi e tre gradi di giudizio, fino in Cassazione, e da oggi i magistrati e gli inquirenti di Caltanissetta iniziano a scrivere una nuova storia investigativa della strage più misteriosa del nostro paese, quella che il 19 luglio 1992 ha aperto la strada alla Seconda Repubblica.

Una storia che riparte dalle fasi immediatamente successive al botto di via D’Amelio. Scrivono infatti i pm nella richiesta di protezione per Spatuzza: “Se le indagini dovessero confermare la nuova e diversa versione dei fatti fornita da Spatuzza, si aprirebbero inquietanti interrogativi sulle cause, ragioni e modalità della diversa ricostruzione investigativa – effettuata nella fase iniziale delle indagini – di alcuni importantissimi segmenti della fase esecutiva di un evento che ha segnato la storia d’Italia; evento che ancora oggi presenta numerosi aspetti oscuri e interrogativi irrisolti”. Qui entriamo nel cuore del “depistaggio”: la falsa pista che, ruotando attorno a Scarantino, ha consegnato ai magistrati di allora una verità inventata, portando in carcere alcuni innocenti e lasciando fuori i veri responsabili della strage.

Per questa ragione, i pm stanno valutando adesso la possibilità di trasmettere gli atti alla procura generale per avviare il procedimento della revisione processuale che alimenta un interrogativo cruciale: chi si adoperò per indirizzare le indagini sul gruppo di balordi della Guadagna? E soprattutto: perché lo fece? Secondo i pm, che stanno indagando su tre funzionari di polizia del gruppo Falcone-Borsellino, l’inchiesta sul depistaggio dovrà verificare se “gli interventi di polizia giudiziaria siano stati causati da volontà di mutare il vero o, invece, da una convinta anche se errata valutazione dei fatti allora acquisiti, rappresentata con “metodi forti” a Candura prima, e successivamente ad Andriotta e Scarantino”. I tre hanno accusato i poliziotti di avere utilizzato “pressioni psicologiche” con l’obiettivo di strappar loro le false confessioni. E, a riscontro delle menzogne raccontate in passato da Scarantino, i magistrati hanno raccolto le dichiarazioni del pentito catanese Giuseppe Ferone, detenuto nel ’99 con il picciotto della Guadagna nel carcere di Velletri. A lui Scarantino avrebbe confidato la sua estraneità alla strage. Dopo aver analizzato le bugie di Scarantino, i pm indagano adesso sulle verità di Spatuzza che avrebbero ottenuto un nuovo riscontro: il nome del complice da lui citato nel furto della 126, Vittorio Tutino, era già stato indicato dal pentito Tullio Cannella che, interrogato in questi giorni, ha confermato di aver ricevuto, poco dopo la strage, confidenze da Tutino che sottintendevano un suo coinvolgimento. Nella richiesta finale di applicazione del Programma di Protezione nei confronti di Spatuzza, ritenuto in condizioni di “grave e attuale pericolo”, i magistrati considerano infine superate le perplessità suscitate all’inizio da alcune delle rivelazioni del pentito di Brancaccio, in particolare sulla sottrazione delle targhe di un’altra Fiat 126 nella carrozzeria di Orofino (si tratta delle targhe “pulite”, apposte sull’autobomba e poi ritrovate in via D’Amelio) e, grazie all’analisi dei tabulati telefonici, ritengono chiarito anche il momento storico nel quale Spatuzza ricevette da Fifetto Cannella l’incarico di rubare l’auto per la strage. Sono adesso, per i pm, dichiarazioni “convincenti e logicamente coerenti con la ricostruzione dei fatti complessivamente fornita”. Si apre, da questo momento, una nuova stagione giudiziaria: quella della ricerca della verità, stavolta si spera genuina, sulla morte di Paolo Borsellino e sullo stragismo in Italia.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (
il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2010)

“Il plotone? Contro noi PM”

“Il plotone? Contro noi PM”.

(video di Annozero con gli Interventi dei Magistrati Nino di Matteo e Vittorio Teresi 21-gen-2010 sui problemi della giustizia e sul processo brevo)

Il procuratore antimafia Di Matteo: denigrazione continua che fomenta gli stessi mafiosi. C’è un clima da ritorno alle stragi

Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dda, è il pm che ha chiesto il rinvio a giudizio per Totò Cuffaro per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 5 febbraio si svolgerà l’udienza preliminare. Richiesta arricchita dai pizzini inviati da Provenzano a Ciancimino e consegnati dal figlio Massimo secondo cui a proposito dell’amnistia ha scritto che ne aveva già parlato con Cuffaro e Mormino ricevendone segnali buoni. Di Matteo, 48 anni, vive scortato da 16 anni. “Rinunce e sacrifici fanno parte del mestiere che ho scelto di fare” dice, ma   c’è un ma a rendere diversa la condizione dei magistrati oggi: “Da qualche anno a questa parte è diventata abitudine da parte di uomini delle istituzioni, di giornalisti dire che i magistrati sono politicizzati, deviati, che desiderano il male altrui, fino a diventare ‘plotone di esecuzione’. Trattasi di assenza di rispetto anche formale per il ruolo del magistrato che non ha nulla a che vedere con le legittime critiche ai provvedimenti”.

È un clima che percepisce anche nei processi?
Il clima che si respira nel paese si è diffuso anche nel tessuto criminale. I parenti degli imputati assumono atteggiamenti spavaldi   , di denigrazione preventiva, prima impensabili, nei confronti di chi indossa la toga.

Qualche esempio?
Sono tantissimi. Lo ascoltiamo anche nelle intercettazioni. I mafiosi parlano con i loro parenti additando il magistrato che li indaga o li giudica come un persecutore che vuole a tutti costi la loro condanna. E nell’ultimo periodo è sempre più frequente. Così come accade che alla lettura della sentenza di condanna i parenti degli imputati gridino, inveiscano contro i giudici contro i pubblici ministeri. Offese personali, di ingiurie violentissime. Clima che contagia anche alcuni testimoni che convocati a rendere dichiarazioni in dibattimento mostrano una spavalderia nel mentire convinti che possono farlo impunemente.

A cui si aggiungono i provvedimenti adottati e quelli in corso come il processo breve.
Certamente accrescono l’incertezza sull’efficacia e sugli esiti dei processi. È stato così per l’indulto e sarà ancora peggio, ovviamente, per il processo breve che renderà sempre più diffusa la sensazione che in un modo o nell’altro si possa eludere la giustizia e che comunque anche   quando si incappa in una sentenza di condanna si potrà in ogni caso uscirne impunemente affermando di essere stati perseguitati da una magistratura che risponde a intenti persecutori o politici. Di fronte a questi continui attacchi così violenti, e purtroppo certe volte provenienti dalle istituzioni, la magistratura è sempre stata in silenzio e continuerà a fare il suo lavoro senza condizionamenti. Ma non si può non evidenziare che certe condotte, affermazioni che caratterizzano la cronaca di ogni giorno provocano conseguenze gravissime nel tessuto sociale e anche in quello criminale. Non dimentichiamo che isolamento e denigrazione, ancor più di singoli magistrati, è il ‘brodo di coltura’ nel quale la mafia ha agito per preparare le stragi. E un normale senso istituzionale dovrebbe ricordare a tutti che quando si parla in maniera così offensiva dei magistrati si parla di persone che comunque quotidianamente sono a   contatto in prima persona con i mafiosi, li arrestano chiedono gli ergastoli o li infliggono, sequestrano i loro beni. Noi esposti per natura, ne siamo consapevoli e non ci lamentiamo ma   fa rabbia constatare come la nostra esposizione venga esponenzialmente accresciuta da affermazioni offensive, inopportune che di fatto conducono all’isolamento della magistratura.

Le indagini in corso rivelano segnali che Cosa Nostra può tornare a colpire?
Vi sono segnali che rendono plausibile un ritorno a scelte strategiche di contrapposizione frontale. Il dna di Cosa Nostra è tale per cui alterna periodi di inabissamento a quelli di attacchi frontali. Non dobbiamo illuderci che la sommersione di Provenzano sia eterna. Rispetto ad altri periodi la forza militare è indebolita però la storia insegna come la capacità di reclutamento di uomini e di forze sia sempre tale da permettergli di rialzare la testa.

Penso all’intenzione di colpire la sorella del gip di Caltanissetta Giovanbattista. Fino ad ora la vendetta trasversale è stata dedicata solo a chi “saltava il fosso”.
Vuol dire che tutti coloro che ci sono vicini possono diventare bersagli. È preoccupante. Amareggia constatare che ai rischi naturali si aggiungono quelli di una denigrazione generalizzata.

Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2010)

Antonio Di Pietro: La pantomima del processo Mediatrade-Rti

Fonte: Antonio Di Pietro: La pantomima del processo Mediatrade-Rti.

Ghedini:“accuse incredibili”. Bondi: “così muore la giustizia”.
Sono queste le prime esilaranti dichiarazioni dell’avvocato di Berlusconi, nonché parlamentare, e del ministro dei Beni Culturali, che ha rifinanziato con i soldi pubblici la fondazione Craxi, sul probabile rinvio a giudizio del presidente del Consiglio nel processo Mediatrade-Rti.

Milioni e milioni di euro di possibile evasione fiscale, stando all’ipotesi accusatoria, sottratti ai servizi per i cittadini, agli asili, alle scuole che poi crollano, ai treni che deragliano e causano tragedie, alla cassa integrazione per qualche migliaio di disoccupati.
Il governo Berlusconi ha creato repulsione tra Stato e struttura economica del Paese costruendo un’idea di Stato-ladrone verso cui si giustifica l’esistenza di un’imprenditoria-furbona, dimenticando che lui appartiene alla seconda categoria pur governando il primo.

Ignora dunque che se lui e il suo modello imprenditoriale, diffusosi come un cancro, non avessero per primi istigato all’evasione di milioni e milioni di euro con leggine e scudi fiscali ora, magari, saremmo in grado di fare quella riforma tributaria che lui stesso ulula alla luna dal 1994.

Seguirò anche questo processo attraverso il blog così come sto facendo con quelli di Bassolino, Mills e Dell’Utri.
La giustizia fa il suo corso, le leggi della Casta altrettanto. Il processo breve, il legittimo impedimento e la legge sulle intercettazioni, il cui iter riprenderà a breve, sono i rasoi con cui verranno recisi i processi passati e futuri, quello Mediatrade-Rti compreso.
L’indignazione mostrata in queste ore per l’esito delle indagini è tutta una pantomima, Silvio e Pier Silvio sanno benissimo che le leggi, con cui il papi sta intasando il Parlamento mentre il Paese cade in disgrazia, li salveranno insieme ai compagni di evasione.

Per Berlusconi il rinvio a giudizio in questo processo, l’ennesimo di un percorso imprenditoriale lastricato di corruzione e malaffare, in realtà è una manna dal cielo. Sarà per lui, e per i suoi scagnozzi, un’occasione unica per rilanciare la campagna d’odio contro la “magistratura comunista” ed evitare il confronto sui veri temi elettorali in vista delle regionali. Temi come l’occupazione, le centrali nucleari, il Ponte di Messina, la Tav, gli inceneritori, la chiusura di centinaia di scuole sul territorio, su cui la maggioranza (Lega inclusa) sa benissimo di aver fatto gli interessi delle lobby e di partito a discapito dei cittadini.

Benny Calasanzio Borsellino: Cuffaro, amico della mafia, ora restituisci scranno, stipendio e pensione

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: Cuffaro, amico della mafia, ora restituisci scranno, stipendio e pensione.

Ora si che il Pd può fare l’alleanza con l’Udc! Cuffaro non è più un piccolo infame del tempo libero che favoriva singoli mafiosi, ossia privatisti, ma è un infamone che ha rivelato il segreto di indagine e che si è reso colpevole di favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato la mafia. Di lungimiranza, nella maggioranza, non ne manca: tutti, da Berlusconi a Casini, da Paperino a Diabolik, si dicevano certi che “Vasa Vasa” sarebbe stato assolto in Appello perchè era palesemente innocente. E invece alla fine l’impianto accusatorio della Procura di Palermo non solo ha retto ma ha fatto si che questa vicenda si chiudesse come meritava, ossia con la certificazione che Cuffaro non è amico di qualche mafioso, ma è amico e sostenitore della mafia in quanto tale. E con questa consapevolezza ora ognuno può far finta di nulla o pretendere che sia cacciato. Curiosa è invece la pena accessoria: in primo grado Cuffaro era stato condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici; interdizione che però sarebbe scattata solo in caso di conferma del giudizio anche in Appello, che è quello che è avvenuto. Cuffaro ha fatto sapere, tra una preghiera alla Madonna e una ad Al Capone, che lascerà ogni incarico nel partito, ma che manterrà saldo il suo sedere sulla poltrona da senatore. L’interdizione secondo il codice penale italiano, all’articolo 28, recita: L’interdizione perpetua dai pubblici uffici, salvo che dalla legge sia altrimenti disposto, priva il condannato:
1) del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico;
2) di ogni pubblico ufficio, di ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio, e della qualità ad essi inerente di pubblico ufficiale o d’incaricato di pubblico servizio;
3) dell’ufficio di tutore o di curatore, anche provvisorio, e di ogni altro ufficio attinente alla tutela o alla cura;
4) dei gradi e delle dignità accademiche, dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche;
5) degli stipendi, delle pensioni e degli assegni che siano a carico dello Stato o di un altro ente pubblico;
6) di ogni diritto onorifico, inerente a qualunque degli uffici, servizi, gradi, o titoli e delle qualità, dignità e decorazioni indicate nei numeri precedenti;
7) della capacita’ di assumere o di acquistare qualsiasi diritto, ufficio, servizio, qualità, grado, titolo, dignità, decorazione e insegna onorifica, indicati nei numeri precedenti.

Quindi, come minimo, Cuffaro dovrebbe essere privato di stipendio e pensione, qualora avesse anche quella. Poi dovrebbe essere cacciato dal Parlamento. E poi, al terzo grado di giudizio, in caso di condanna, dovrebbe andare in galera.

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone.

Si aggiungono tasselli a quanto stiamo seguendo da tempo.
La notizia resa nota dal giornalista Gianni Lannes ad un convegno è inquietante e, comunque, non ci stupisce.
Al centro via sarebbe di nuovo la ECO.GE dei Mamone, famiglia della ‘ndrangheta, indicata come tale sin dal 2002 dalla DIA, che da anni denunciamo per i suoi legami, le sue entrature politiche, i suoi disastri ambientali, gli appalti pubblici ed il legame solido con il mondo delle cooperative emiliane, e che è entrata in molteplici inchieste giudiziarie, tra cui l’Operazione Pandora, false fatturazioni per costituzione di fondi neri, episodi di corruzione e smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi.

I mezzi della ECO.GE ha dichiaro il giornalista Lannes sono stati fotografati da lui stesso al lavoro nella centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, per gli smaltimenti connessi allo smantellamento della più grande centrale nucleare italiana. Il giornalista ha seguito poi quei mezzi marchiati ECO.GE ed ha evidenziato che ripartivano per Genova per poi giungere a La Spezia. Fatto curioso questo, da Caorso a Genova e poi La Spezia… quando La Spezia è vicinissima a Piacenza, capire il perché di questo assurdo girovagare sui camion sarebbe utile, anche considerando che a Genova non esistono aree per lo stoccaggio di scorie radioattive.
Questo lavoro relativo allo smantellamento degli impianti ed al conseguente smaltimento delle scorie è seguito dalla SOGIM, la struttura affidataria dell’incarico dal Governo, che, quindi, a quanto si apprende, ha affidato in subappaltato l’opera alla società dei Mamone, la nota ECO.GE…
I traffici di rifiuti nucleari e non, in ed attraverso la Liguria non sono una novità.
Non lo sono rispetto al confine con la Francia e non lo sono considerando che il più grande porto turistico del mediterraneo – prima del faraonico “porticciolo” di Imperia, dove lavorava sempre la ‘ndrangheta-, quello di Lavagna, è in mano ad un noto personaggio il cui nome ricorre in atti relativi a fatti inquietanti di traffici internazionali di rifiuti, tra Servizi ed ‘ndrangheta, ovvero Jack Roc Mazreku. Il nome di Mazreku lo si è trovato in molteplici filoni delle inchieste sulle navi dei veleni, lungo le rotte delle scorie e di armi, a partire da quelli per via delle navi dei Messina con, su tutte, la Jolly Rosso, per arrivare ai porti dell’Africa, dove la Comerio company era di casa, in mezzo agli “aiuti umanitari” del nostro Paese. Ora costui è a Lavagna, dove controlla quel porto mai collaudato con una diga dove il “sapore” dei veleni sembra celarsi alle terre di riempimento per l’ampliamento effettuato violando le prescrizioni più elementari… mentre i pescatori parlano di decine e decine di imbarcazioni affondate al largo di Lavagna, direzione Corsica.

Rifiuti ed armi, scorie e morte sono rotte che dalla Liguria sono sempre partite e dove le diverse province hanno giocato ruoli determinanti per gli smaltimenti illeciti di rifiuti tossici. Province dove sono accertati i “locali” della ‘ndrangheta, da Ventimiglia a Savona, da Genova a Lavagna…

Un capitolo mai pienamente chiuso è quello, ad esempio, della Rifiuti Connection dei primi anni Novanta, che vedeva noti “imprenditori” al fianco di pericolosi soggetti legati alla ‘ndrangheta, come i Fazzari – Gullace. Una cava nella ridente località turistica di Borghetto Santo Spirito, nel savonese, venne scoperta con oltre 12 mila fusti tossici. Altri 40 mila fusti vennero indicati, agli inquirenti, occultati nel levante genovese, nell’altra ridente terra di turismo e massoneria, il Tigullio, non sono mai stati cercati e potrebbero essere sepolti in quella che è divenuta una bomba ecologica innescata ed ancora inesplosa, tra le gallerie dell’immane ex Miniera di Libiola, sulle alture di Sestri Levante.

A La Spezia è tenuto in sordina e ignorato uno dei processi cardine dei traffici illeciti, quello che fa riferimento alla discarica di Pitelli, dove erano coinvolti uomini di primo piano della sinistra e dove la prescrizione per i reati principali è giunta salvifica praticamente per tutti… e dove i politici sono riusciti ad uscire di scena in fretta. Prima era un ostacolo dopo l’altro che veniva posto sulla strada dell’inchiesta coordinata dal pm Franz e poi, quando questi abbandonò il Palazzo di Giustizia spezzino, tutto cadde nel silenzio.
Ed è qui a La Spezia, dove si stava recando il capitano De Grazia prima di morire, che vi è un impatto devastante, da un lato, quella intorno alla discarica dei veleni di Pitelli dove i tumori infantili sono un record (negativo) nazionale, mentre dall’altro, quello del Porto, con l’Arsenale militare, vi è un’incidenza devastante di malattie autoimmunizzanti come la sclerosi multipla.

E’ a La Spezia che operava il boss Iamonte per riempire le navi da affondare… è qui che è pesante ed accertata, ancora una volta, la presenza di Cosa Nostra proprio nel settore portuale… e sempre da qui passava la rotta dei rifiuti derivanti dalle bonifiche di Seveso, che paiono ancora stoccate tra capannoni nella zona di Garlasco ed in alcuni lungo le banchine di La Spezia. E’ qui che vennero provati i missili “penetretor” della banda di Comerio per sparare nei fondali marini le scorie tossiche. E’ qui che recentemente un Gabriele Volpi, campione dello sport, anche lui con notevoli affari e traffici lungo le rotte con l’Africa, ed al centro di molteplici inchieste giudiziarie, ha avuto qualche banchina in concessione proprio in questo porto dell’estremo levante ligure.

Un panorama devastante dove le società di famiglie di mafia da quelle dei Fazzari-Gullace, su tutti la Sa.Mo.Ter. a quelle dei Fotia con la Scavo-Ter – entrambe già in rapporto con le società Mamone -, vedono assecondare le loro iniziative per adibire le cave a “discarica” da parte della dirigenza del settore ambiente della Regione Liguria, sempre il settore cave, sempre quella dott.ssa Minervini che era già stata indicata dalla Guardia di Finanza alla Procura di Genova tra i soggetti che, sulla partita dell’ex stabilimento “killer” della Stoppani, hanno operato per agevolare i Mamone, amici, ad esempio, del potente presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Fatti le cui responsabilità delle Pubbliche Amministrazioni sono pesanti e che vedono reggere il ruolo di assessore all’ambiente della Regione Liguria quell’uomo che pare un perenne distratto, ovvero Franco Zunino, già responsabile del procedimento – nella veste di funzionario comunale di Celle Ligure – relativo all’appalto irregolare alla società Co.For. dei fratelli Guarnaccia (colpiti da arresto e sequestro, da parte della DDA di Reggio Calabria, dei beni in quanto esponenti della ‘ndrangheta impegnata nell’infiltrazione negli appalti pubblici, con l’operazione Arca).

Questa è la Liguria che ora, grazie anche alla linea del Governo Berlusconi, su impulso del “sovrano” imperiese e ministro della Repubblica, Claudio Scajola, sempre in tandem con Claudio Burlando, punta sul business del nucleare, pronta, sul nastro di partenza, per divorare la sua buona fetta di affari.

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”.

(AGI) – Caltanissetta, 23 gen. – “Siamo commossi per questa grande partecipazione. Il fatto che la magistratura nissena riceva questo ampio consenso da parte della collettivita’ costituisce un episodio unico nel suo genere. Noi abbiamo la fortuna di non essere commemorati ex post e questo ci riempie di gioia sotto ogni punto di vista. Non riesco a trovare neanche le parole adatte per esprimere quello che proviamo in questo momento”. Lo ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, in occasione della manifestazione antimafia organizzata in citta’ da un comitato spontaneo denominato “Scorta Civica”, da Confindustria e dal Provveditorato agli studi, a pochi giorni di distanza dagli sventati attentati che stava organizzando Cosa nostra in Sicilia nei confronti di magistrati e politici. Visibilmente emozionati, il procuratore Lari e il giudice Giovanbattista Tona, anch’egli nel mirino delle agguerrite cosche della provincia, sono scesi dal Palazzo di Giustizia di Caltanissetta per ringraziare personalmente quanti si sono accalcati nel piazzale antistante il Tribunale, piazzale intitolato ai giudici Falcone e Borsellino. Ai due magistrati nisseni e’ stata anche consegnata simbolicamente l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quasi a voler lanciare un messaggio alla procura nissena affinche’ prosegua nel suo lavoro e continui ad indagare sulle stragi del ‘92.


“E’ una sensazione molto strana – ha sottolineato il giudice Tona – perche’ per un verso sono emozionato e stupito da questa grande manifestazione. Per l’altro verso, ripensando ai 14 anni di lavoro che ho fatto in questo territorio e in questa citta’, mi rendo conto che quello che oggi succede e’ l’espressione di una citta’ che ha tante risorse. Devo affermare che sono una persona molto fortunata ad aver potuto lavorare per tutti questi anni qui, a Caltanissetta, e certamente continuero’ a farlo”. La manifestazione e’ stata organizzata con un tam tam su facebook. Uno degli organizzatori, Giancarlo Cancelleri, ha detto: “Siamo qui per dare solidarieta’ ai magistrati nisseni. Vogliamo essere la loro scorta civica. I magistrati non dobbiamo lasciarli da soli. Siamo stanchi di commemorare quelli morti. Noi siamo e resteremo al loro fianco. Sempre”. (AGI) Cli/Pa/Mrg

Fonte: AGI, 23 gennaio 2010

MAFIA: A CALTANISSETTA MANIFESTAZIONE SOLIDARIETA’ A LARI, TONA E GOZZO

CALTANISSETTA (ITALPRESS) – Manifestazione di solidarieta’ della societa’ civile nissena nei confronti dei giudici antimafia Sergio Lari, Giovanbattista Tona e Domenico Gozzo, nei cui confronti Cosa Nostra progettava degli attentati. Questa mattina oltre un migliaio di studenti, numerosi rappresentanti della societa’ civile, delle associazioni di volontariato, del mondo imprenditoriale e sindacale sono scesi in piazza. Accolti dagli applausi dei manifestanti il procuratore della Repubblica, Sergio Lari e il Gip, Giovanbattista Tona. “I giudici antimafia di Caltanissetta – hanno scandito gli studenti – sono i nostri eroi vivi”. Lari, affiancato dalla moglie, ha voluto dedicare questa giornata “ai colleghi che sono morti e che hanno raccolto tanta solidarieta’ soltanto dopo morti. Noi speriamo che non ci sia un dopo. La lotta alla mafia e’ una lotta senza distinzioni politiche e di ruoli e questo e’ il messaggio che parte da Caltanissetta e che bisogna recepire. In un sistema politico bipolare – ha proseguito – la magistratura e le forze dell’ordine devono affermare il controllo di legalita’ per garantire l’alternanza ed e’ necessario che in questo lavoro siamo supportati dalla scuola, dai sindacati, dall’impresa e da tutta la societa’ civile”. A fianco di Lari gli imprenditori di Confindustria e l’assessore regionale Marco Venturi, secondo cui “i tempi sono adesso maturi ed e’ importante che la citta’ abbia reagito cosi’. Dobbiamo ribadire che la lotta alla mafia e’ di tutti e non soltanto la lotta di qualcuno”. “La societa’ civile e’ stata in grado di reagire, non e’ vero che non cambia niente”, ha detto il Gip del tribunale nisseno Giovanbattista Tona. (ITALPRESS). red 23-Gen-10 13:52 NNNN
Fonte: Sicilia On Line, 23 gennaio 2010

Condannato Cuffaro. Vasa vasa, una carriera nata all’ombra di Mannino e finita per un vassoio di cannoli | Pietro Orsatti

Fonte: Condannato Cuffaro. Vasa vasa, una carriera nata all’ombra di Mannino e finita per un vassoio di cannoli | Pietro Orsatti.

Il senatore Salvatore Cuffaro, detto Totò “vasa vasa”, già governatore della Sicilia e figlio della corrente della Dc guidata da Calogero Mannino, nonché vicepresidente dell’Udc, è stato condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a 5 anni di reclusione. A dire il vero, dopo la sentenza di primo grado, in molti non credevano che venisse riconosciuta l’aggravante “mafia”, ma da alcune settimane era evidente che il dibattimento avesse avuto una svolta e che Cuffaro, e gli altri imputati del processo, rischiassero davvero molto. Come, infatti, è avvenuto.
Il senatore ha subito annunciato le dimissioni dall’incarico di vicepresidente dell’Udc, ma non ha mostrato alcuna intenzione, per ora, di rinunciare né al seggio a palazzo Madama e tantomeno alla poltrona di membro della delicatissima commissione di vigilanza Rai. Seggio e incarico che ha ottenuti nonostante sia stato condannato nel 2008 all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Ma andiamo a vedere di cosa era accusato. Non si tratta di un reato da poco, anzi. In pratica lo si è accusato di aver contribuito, utilizzando anche il proprio ruolo di governatore della Sicilia, all’attivitò di una rete di “talpe” presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo per poter accedere a informazioni relative a indagini in corso. Destinataria di queste informazioni un’organizzazione chiamata Cosa nostra. La mafia. In particolare Cuffaro è stato accusato di aver informato Giuseppe Gattadauro, boss mafioso ma anche collega medico di Miceli all’Ospedale Civico di Palermo, e Michele Aiello, importante imprenditore siciliano nel settore della sanità, indagato per associazione mafiosa, di notizie riservate legate alle indagini in corso che li vedeva coinvolti.
È la fine della carriera politica del radiologo (è medico) più potente della Sicilia? Una carriera che è frutto di una lunga gavetta e di uno “stile” molto particolare di trattare la cosa pubblica e soprattutto di un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’illegalità e di Cosa nostra. Una gavetta iniziata fin dagli anni ’80 quando faceva da autista al potentissimo Calogero Mannino, come ha raccontato ultimamente Massimo Ciancimino ai magistrati. Stesso Ciancimino che lo accusa di aver intascato tangenti e favorito Cosa nostra assieme a due compagni di partito, Saverio Romano e Salvatore Cintola, e a Carlo Vizzini del Pdl.
Ma ritorniamo alla carriera e alla gavetta di Totò “vasa vasa”. Dopo essere stato rappresentante di Facoltà e poi membro del Consiglio di amministrazione dell’Università di Palermo, nel 1980 viene eletto (lista Dc) al consiglio comunale di Raffadali e in seguito, alla fine degli anni ’80, come consigliere comunale di Palermo. Da lì alla Regione il salto è breve, e infatti vi approda nel 1991 come deputato regionale all’Ars. Dopo pochi mesi si fa notare nel corso di una trasmissione speciale del programma televisivo Samarcanda dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia. In maniche di camicia, urlante, interviene dal pubblico. In diretta si scaglia contro conduttori ed intervistati, sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di “giornalismo mafioso” fossero degne dell’attività mafiosa vera e propria, tanto criticata e comunque lesive della dignità della Sicilia. In studio è presente anche Giovanni Falcone quando l’attacco del giovane Cuffaro muta bersaglio passando dai giornalisti a “certa magistratura che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana”. A chi riferiva Cuffaro? All’allora sostituto procuratore di Trapani Francesco Taurisano che stava indagando sul suo protettore Calogero Mannino.
Gli anni successivi sono una continua ascesa sul piano Siciliano, sempre all’ombra di Mannino e poi subbentrandogli quando questi esce di scena. Sempre in area democristiana ma mutando continuamente micro partito di riferimento: prima PPi, poi CDU e ancora UDEUR fino ad approdare fra le braccia di Casini e Cesa all’UDC. Presidente dell’Ars dopo un veloce passaggio al Parlamento Europeo, è stato costretto a dimettersi dopo la sentenza in primo grado. E per un vassoio di cannoli di troppo.


Info:
La terza sezione della corte d’appello di Palermo oltre alla condanna di Cuffaro, ha riformato le pene inflitte all’ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi contro i 14 del primo grado per associazione mafiosa e ha modificato in concorso esterno all’ associazione mafiosa l’accusa di favoreggiamento contestata all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannandolo a 8 anni di carcere. In primo grado Riolo aveva avuto 7 anni. La Corte ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata. Queste le condanne confermate per gli altri imputati: il radiologo Aldo Carcione (accusato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura), 4 anni e 6 mesi; l’ex segretaria della Procura Antonella Buttitta (accesso abusivo al sistema informatico della Procura e rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio), 6 mesi; Roberto Rotondo (favoreggiamento), un anno; Giacomo Venezia (favoreggiamento), 3 anni; Michele Giambruno (truffa e corruzione), 9 mesi; Salvatore Prestigiacomo (corruzione), 9 mesi; Angelo Calaciura (corruzione), 2 anni; Lorenzo Iannì (truffa) 4 anni e 6 mesi. La conferma della condanna al pagamento di 400 mila euro è stata inflitta alla società ‘Atm – Alte Tecnologie Medicalì (truffa). A 600 mila euro di multa è stata invece condannata la società ‘Diagnostica per immagini Villa Santa Teresà (truffa). Le due società erano state sequestrate ad Aiello ed ora sono in amministrazione giudiziaria.
Fonte Ansa

Il Massimo del minimo – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Il Massimo del minimo – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola

Due anni fa, in pieno scandalo Unipol, il Signornò domandò cosa dovesse ancora fare Massimo D’Alema contro il centrosinistra per essere accompagnato alla porta. D’Alema ha risposto con i fatti. Nel giro di un mese ha riabilitato l’inciucio con Berlusconi, ha riabilitato per l’ennesima volta quel Craxi a cui 10 anni fa offrì addirittura i funerali di Stato e soprattutto ha devastato alla velocità della luce il centrosinistra nella sua Puglia, una delle poche regioni in cui il Pd conservava una vocazione maggioritaria.
Ha sacrificato il governatore Nichi Vendola sull’altare dell’Udc, ha lanciato al suo posto il sindaco appena rieletto di Bari Michele Emiliano senza passare per le primarie, poi l’ha cambiato in corsa con Francesco Boccia irridendo alle primarie, poi le ha riesumate (“le ho sempre volute”) ma a patto che le vinca Boccia, poi si è meravigliato del fatto che Vendola non si ritiri tutto giulivo dalla corsa. Infine, con l’aria di chi passa di lì per caso e vola alto su una distesa di cadaveri e macerie, ha commentato schifato: “Non ci capisco più niente”.

Il tutto in una regione dove non muove foglia che lui non voglia. La Volpe del Tavoliere, come lo chiama “il manifesto”, aveva già tentato di imporre Boccia quattro anni fa: purtroppo però le primarie le vinse Vendola. D’Alema, furibondo con gli elettori che non lo capivano, commentò: “La mia pazienza ha un limite” e scaricò il suo sarcasmo su Nichi: “Vincere le primarie è facile, battere Fitto è un’altra cosa”. Naturalmente Vendola battè Fitto. Allora Max gli diede una mano delle sue, regalandogli due assessori coi fiocchi: il vicepresidente Sandro Frisullo e il responsabile della Sanità, l’ex socialista Alberto Tedesco. Sarà un caso, ma il primo s’è scoperto cliente del pappone Giampi Tarantini, ras delle protesi sanitarie e fornitore privilegiato delle Asl pugliesi, esattamente come la famiglia di Tedesco, assessore in pieno conflitto d’interessi. Sia Frisullo sia Tedesco sono stati indagati dalla Procura e dimissionati da Vendola, che ha azzerato l’intera giunta. Tedesco è passato al Senato col Pd, cioè al sicuro, grazie al dalemiano Paolo De Castro, spedito a Strasburgo per liberargli il seggio.

Ora, dopo l’ennesimo passaggio dell’Attila di Gallipoli, si contano i morti e i feriti: Emiliano, uno dei sindaci più popolari d’Italia, deve far dimenticare l’autocandidatura e la richiesta di una legge ad personam per correre alla Regione senza lasciare il Comune; Boccia, dopo aver detto “primarie mai”, deve tentare di vincerle contro Vendola, il quale è riuscito a far dimenticare gli errori politici degli ultimi mesi (come la lettera aperta contro il pm Desirèe Di Geronimo che indaga sulla sua ex-giunta), ma ormai ha col Pd rapporti talmente conflittuali da rendere impossibile qualunque ricucitura. Sabato scorso, Max pareva avere finalmente capito: “In certi momenti – ha detto – un leader deve fare un passo indietro”. Ma l’illusione è durata poco: parlava di Vendola.

Il verdetto non modifica il mio percorso politico | BananaBis

Fonte: Il verdetto non modifica il mio percorso politico | BananaBis.

Processo Talpe alla Dda, 7 anni a Cuffaro –
riconosciuto il favoreggiamento alla mafia

di Alessandra Ziniti, La Repubblica

Sette anni di carcere e l’aggravante di avere agevolato Cosa nostra. E’ questa la condanna inflitta a Salvatore Cuffaro dalla terza sezione della Corte d’appello di Palermo. Un verdetto più pesante rispetto a quello pronunciato dai giudici di primo grado che all’ex governatore della Sicilia, oggi senatore dell’Udc, inflissero una pena di 5 anni senza l’aggravante del favoreggiamento alla mafia.

In appello sono state modificate anche le altre condanne: all’ex manager della sanità privata Michele Aiello è stata inflitta una pena di 15 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, in primo grado erano 14 gli anni di reclusione. Ed è stata modificata in concorso esterno all’associazione mafiosa la condanna per favoreggiamento all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, per lui 8 anni di carcere: in primo grado aveva avuto 7 anni. La Corte, infine, ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata.

“So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Avverto, da cittadino, la pesantezza di questa sentenza che, però, non modifica il mio percorso politico”, ha dichiarato Cuffaro, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli subito dopo il verdetto di condanna. “Ciò non vuol dire – ha continuato – che le sentenze non debbano essere rispettate dal momento che sono espresse dalle istituzioni”. Poi, in una nota, ha aggiunto: “So di non aver mai voluto favorire la mafia e di essere culturalmente avverso a questa piaga, come la sentenza di primo grado aveva riconosciuto. Prendo atto però della sentenza della corte di appello. In conseguenza di ciò  lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia”.

Nei confronti dell’ex presidente della Regione siciliana è scattata l’aggravante per il cosiddetto “episodio Guttadauro”: l’attuale senatore dell’Udc avrebbe messo il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro in condizione di scoprire una microspia nel salotto di casa e questo è un fatto che, secondo l’accusa e secondo la terza sezione della Corte d’appello, presieduta da Giancarlo Trizzino, a latere il relatore Ignazio Pardo e Gaetano La Barbera, ha favorito l’intera associazione mafiosa.

(23 gennaio 2010)

Antimafia Duemila – Il giudice breve

Fonte: Antimafia Duemila – Il giudice breve.

di Marco Travaglio – 21 gennaio 2010
E’letteralmente strepitosa l’idea che un miracolato dai processi lunghi, uno che se durassero un po’ meno sarebbe in galera da un pezzo, abbia potuto varare il processo breve.

Ma è addirittura entusiasmante il fatto che la cosiddetta stampa indipendente, la cui unica funzione è di trovare le parole giuste per difendere cause sbagliate, faccia finta di prenderlo sul serio.
E’ la stessa stampa indipendente che non ha scritto una riga sul rapporto della Dia svelato dal Fatto sui progetti di attentato della mafia contro i pm Lari, Ingroia, Gozzo e Paci e contro il giornalista Lirio Abbate. E in questa censura, non si sa bene se dovuta al fatto che la notizia l’ha data il Fatto o alla circostanza che le vittime designate sono pubblici ministeri, c’è della coerenza. In fondo Cosa Nostra, con la sua rudimentale ed essenziale semplicità, il processo breve l’ha sperimentato ben prima che vi si applicassero Berlusconi e i suoi legislatori à la carte. Non c’è processo più breve di quello che non si fa più perché i giudici e/o i pubblici ministeri sono morti ammazzati. Eliminando Falcone, Borsellino, Livatino, Caccia, Chinnici, Costa, Terranova, Scopelliti, le cosche hanno tracciato la strada del processo più breve del mondo: quello che si estingue e riposa in pace insieme col magistrato.

E’ il “giudice breve” (con separazione delle carriere incorporata: i giudici che processano i mafiosi e i loro amici muoiono subito, gli altri no). Invece di tante leggi ad personam, che richiedono tempi e costi sociali elevatissimi, il problema è risolvibile quasi gratis, al netto di una modica quantità di tritolo per uso personale. Infatti il Cavaliere, troppo impegnato a celebrare un corrotto latitante, non ha detto una parola sui progetti di attentati ai magistrati, a parte definirli “plotone di esecuzione” (del resto si attende ancora una sua parola di plauso ai poliziotti che catturarono Provenzano nel maggio 2006). E i suoi uomini, per difendere in tv il processo breve, cioè morto, usano gli stessi argomenti degli avvocati dei boss nei processi di mafia: “Minchia, signor giudice, il mio cliente è un perseguitato, lo processano da quando era piccolo, ma sempre assolto fu…”. L’altra sera Bonaiuti, con quella faccia da Bonaiuti, sbavava a Porta a Porta dinanzi all’insetto, comprensibilmente affezionato alle leggi vergogna, che portano il timbro della sua signora Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per volontà di Angelino Jolie. “Il processo breve – spiegava Bonaiuti – serve a difendere Berlusconi contro i processi ad personam”. Originale tesi ripresa anche dall’acuto Gasparri: “A Milano c’è una giustizia contra personam”. A nessuno è venuto in mente di rispondere ai due giureconsulti che tutti i processi sono ad o contra personam: la personam dell’imputato.

Forse i due geni pensano a una legge che imponga di fare i processi senza imputati, magari omissandone i nomi col segreto di Stato. Infatti, oltre alla personam del premier, la porcata salverà anche le personas imputate per i crac Parmalat, Cirio e Hdc, per le scalate Bnl e Antonveneta, per gli spionaggi Telecom e Sismi, per le truffe Impregilo sui rifiuti, e persino per i processi contabili alla Corte dei conti che coinvolgono le personas di Letizia Moratti, del viceministro Castelli e persino dell’autore dell’emendamento che estende il processo morto alle cause contabili, senatore Giuseppe Valentino. Più che una legge, un’auto-legge. Ora, sul modello del processo breve, si provvederà a una riforma della chirurgia breve: se l’intervento in sala operatoria va per le lunghe, il medico deve smettere, magari eliminando direttamente il paziente. Poi avremo il treno breve e l’auto breve: se non arrivano a destinazione entro un paio di minuti, esplodono in corsa.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: veleno al posto del concime

Hanno inondato i terreni della Campania con tonnellate di rifiuti spacciandoli per frazione organica stabilizzata. Il veleno al posto del concime. E tutto a spese dei contribuenti italiani.

Un’altra udienza illuminante del Processo Bassolino, che si celebra a Napoli nell’aula bunker del carcere “Poggioreale”, fa capire come l’intreccio tutt’altro che virtuoso tra imprese e apparati burocratici con poteri illimitati abbiano provocato danni irreversibili al territorio di una delle regioni più vaste d’Italia.

Un sistema messo a punto grazie all’ormai consolidato “metodo dell’emergenza” che pone i “commissari straordinari” figure fuori da ogni controllo, mentre le imprese più forti si dividono la torta dei finanziamenti in ballo.

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: veleno al posto del concime.

Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: l’inceneritore illegale

Ma ad Acerra, nonostante il progetto originario prevedesse di bruciare il CdR, ovvero rifiuti al netto di compost e differenziata attraverso una accurata raffinazione, almeno teorica, per disposizione del commissario straordinario Bertolaso viene bruciato il cosiddetto “tal quale”. Rifiuti non differenziati senza sottoporli ad alcun trattamento.

Il tutto a dispetto di una famosa lettera che Bertolaso si premurò di inviare alla popolazione di Acerra nella quale assicurava che sarebbe stato incenerito solo il Combustibile derivato da Rifiuti conforme alle prescrizioni. Salvo poi ordinare di bruciare i sacchetti di immondizia “tal quale” così come raccolti dai cassonetti.

Leggi tutto: Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: l’inceneritore illegale.

L’Italia l’è malada

Fonte: L’Italia l’è malada.

Di seguito riportiamo il discorso introduttivo di Silvia Buzzelli, professoressa associata di procedura penale europea e sovranazionale all’università di Milano Bicocca, tenuto in occasione dell’incontro di martedì 19 gennaio a Monza con Salvatore Borsellino.
Ci auguriamo che questo discorso sia da esempio morale non solo per chi come voi lettori di questo sito lotta ogni giorno per restituire dignità a questo nostro disgraziato Paese, ma lo sia soprattutto per quei giuristi che ogni giorno dovrebbero condividere il sapere con i propri studenti, per tutti quei professori universitari che dovrebbero uscire dal proprio guscio istituzionale ed esporsi di più: esporsi non vuol dire “attaccare”, “denigrare un avversario politico”, vuol dire semplicemente prendere consapevolezza del proprio ruolo di tecnico-giuridico, fornire una spiegazione  tecnica e neutrale del nostro ordinamento processuale per esempio, dare quanto meno le basi per poter capire cosa succede ora e cosa succederà dopo a seguito di riforme giudiziarie.
Ognuno dovrebbe avere il proprio ruolo: questo non è solo un diritto ma anche un dovere sociale.
L’Italia l’è malada” è il titolo dell’intervento di Silvia Buzzelli, l’Italia è morente aggiunge poi Salvatore Borsellino, ma  voi, tecnici e ricercatori del diritto siete davvero  stati mai disposti a debellare questo cancro sociale?

Desirèe Grimaldi
L’Italia l’è malada

Discutendo di legalità – una sera d’inverno – con Salvatore Borsellino
di Silvia Buzzelli
Da dove partire, caro Salvatore?
Era il 1882 quando, nelle campagne di Rovigo e del mantovano, iniziò il primo grande sciopero: fu un’agitazione senza precedenti, una lotta durissima – fatta di arresti, persecuzioni, processi – che si estese nel lodigiano, nel parmense, in tutta la nostra Pianura Padana, insomma. “La boje, la boje e de botto la va fora”, bolle, bolle e, all’improvviso, trabocca: questo era il grido dei braccianti che, nel Polesine, cantavano “L’Italia l’è malada”.
Bisognerebbe, forse, imparare la dignità di quelle donne e di quegli uomini (uniti nelle leghe e nelle società di mutuo soccorso); bisognerebbe – chissà – intonare di nuovo “L’Italia l’è malada“.

Perché ” L’Italia l’è” ancora ” malada” (o no?), e quali sono i sintomi?

“L’Italia l’è malada” perché si propone di intitolare una strada a un latitante (perdonate, uso le categorie del codice di procedura penale, le sole che conosco), un condannato in via definitiva: Bettino Craxi. Per di più, lo si paragona a Giordano Bruno, morto sul rogo dell’Inquisizione a Campo de’ Fiori (davvero tutta un’altra storia).
Una strada a Craxi va bene, una biblioteca già dedicata a Peppino Impastato no: ecco che vicino Bergamo tocca difendere quella targa che ricorda un ragazzo ucciso dalla mafia. E non va bene, è di questi giorni, neppure una Piazza XXV aprile (a Pecorara nel piacentino).

“L’Italia l’è malada” perché un Ministro della Difesa elogia la “non dimenticata X Mas” (sono parole di La Russa). Se lo ricordano – eccome – il passaggio della Decima in Versilia, nelle Langhe, nell’Ossola, a Borgo Ticino il 13 agosto del ’44. Mettiamo da parte il coraggio, però: a uccidere donne, vecchi, bambini, a torturare, stuprare, saccheggiare non ci vuole coraggio.

“L’Italia l’è malada” perché un altro Ministro, qualche tempo fa, ha consigliato di utilizzare la bandiera al posto della carta igienica, la bandiera, la bandiera italiana, il tricolore.

“L’Italia l’è malada” perché la nostra scuola pubblica, dalle elementari all’università, sta morendo. Essere colti è l’unico modo di essere liberi, avvertiva Josè Martì nel Continente latinoamericano: e questo è troppo, decisamente troppo pericoloso. Agli scolari di Usmate-Velate sarà vietato leggere il Diario di Anna Frank (osceno per una pagina in cui Anna descrive il sesso, e lo fa in maniera delicatissima). Faranno leggere un altro Diario, quello di Hans Frank, Governatore generale di Polonia, responsabile per lo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia? Vorremmo una risposta dal parlamentare che ha sollevato il caso.

“L’Italia l’è malada” perché pare che a Rosarno un caporale incassi 5,00 euro al giorno per ogni “sporco negro” – si dice così, vero? -, quindi se gli “sporchi negri” sono 1.500 quel caporale incassa 7.500 euro al giorno.
Dove sono finiti gli zelanti difensori del crocefisso? I politici scandalizzati per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (che ha solo affermato alcuni principi essenziali della società democratica, come il diritto all’istruzione e la libertà di pensiero). A Rosarno, di costoro, neanche l’ombra: peccato, non hanno fissato bene la croce; l’avessero fatto, si sarebbero accorti che sulla croce non c’è rimasto nessuno: quel trentenne con la corona di spine, è chino a raccogliere frutta e verdura.

“L’Italia l’è malada” perché nel nostro codice penale non c’è ancora il reato di tortura, così non stiamo onorando gli impegni assunti da anni a livello internazionale. Pensare che, proprio in Italia, nel luglio 2001 – a Genova – si è verificata (stando a fonti europee) la più grave sospensione dei diritti individuali mai avvenuta nell’Europa del dopoguerra.

“L’Italia l’è malada” perché qualche governante che ama le collusioni, gli attendismi, i compromessi, le furberie (diceva Antonino Caponnetto) vuole difendersi non “nel” processo (come garantisce la Costituzione), ma “dal” processo. E insulta i magistrati, tutti comunisti, tutte toghe rosse. A dir il vero troppe volte i magistrati hanno avuto la toga rossa, ma in un altro senso. Era sporca del loro stesso sangue, del resto, come quella di tuo fratello, caro Salvatore, che proprio oggi avrebbe compiuto settantanni.

“L’Italia l’è malada” perché è piena di inceneritori che costano e fanno male alla salute: e ne vogliono costruire di nuovi (o ampliare i vecchi, succede a Desio). E poi intendono costruire centrali nucleari e, persino, un ponte sullo Stretto.

“L’Italia l’è malada” allora, ma il vaccino non serve, non serve nemmemo per l’influenza, solo per arricchire le case farmaceutiche.

“L’Italia l’è malada” perché sui tetti, ci dovrebbero stare (e tranquillamente) i gatti innamorati, non gli operai in lotta.

“L’Italia l’è malada” perché la televisione è diventata una volgare macelleria (e a me, che son vegetariana, le macellerie piacciono poco) in cui le donne si vendono un tanto al chilo: guardate il filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, meglio studiatelo…

“L’Italia l’è malada” perché – a dicembre – durante la seduta del consiglio comunale, non di un piccolo paese, ma della “nobile” Siena, un consigliere ha urlato: “meglio amici dei mafiosi, che dei comunisti”. Nessun scandalo, consideriamo l’urlo una prova di certi legami di “famiglia”.

“L’Italia l’è malada”, e come in una filastrocca di Gianni Rodari (che scriveva ai bambini pensando agli adulti) si potrebbe continuare con i “perché”.
Ma, adesso, domandiamoci quale sarà mai la malattia.
E’ una carenza – non di vitamine – di legalità.

Sarebbe poco impegnativo per ognuno di noi, ridurre la legalità al solo rispetto della legge: manca qualcosa.
La legalità è scomoda, impone di rispettare la legge giusta, e di farlo fino in fondo, talvolta a costo della vita.
Non c’è nulla di nuovo in questo discorso, anzi, sembrano esserci vecchie e buone idee andate in letargo. Socrate, il grande filosofo ateniese, scelse di morire, avrebbe potuto salvarsi, non lo fece e decise di bere la cicuta.
Pure tuo fratello, caro Salvatore, “è andato incontro alla morte annunciata” (dirà Antonino Caponnetto nella sua preghiera “laica e fervente” ai funerali di Paolo). Pure Guido Galli, magistrato milanese – troppo cattolico, troppo comunista, questi erano i difetti secondo i suoi detrattori – sapeva di rischiare; e quando lo raccolsero cadavere gli trovarono in tasca un biglietto: “se mi succede qualcosa, avvertite” un altro magistrato, Armando Spataro.

Bisogna osservare, senza mezzi termini, le leggi giuste. Quelle ingiuste, poco importa che siano promulgate, che abbiano firme e sigilli, quelle ingiuste, illegittime, no.
L’obbedienza non è più una virtù, scriveva Don Milani (e per questo suo scrivere fu processato, insieme al giornale dei comunisti… e ci risiamo). L’obbedienza cieca non è mai stata una virtù. Sono, ancora una volta, gli antichi a insegnarcelo: Antigone (un bel nome che significa “lottare contro”), non è solo il personaggio di una tragedia greca; da millenni è il simbolo femminile dell’opposizione al potere. Antigone rifiuta le leggi della città, segue la sua legge scritta nel corpo delle donne.

Allora, la cosa si complica e di molto: come si fa a distinguere una legge giusta da una ingiusta? Una legittima, da una illegittima?
Bisogna aver molto chiara la linea dell’orizzonte e vederla sempre anche quando gli occhi sono velati di pianto. Perché si può piangere e senza vergogna: come Antonino Caponnetto, in quel luglio del ’92. La sua disperazione – “è tutto finito” disse in Via D’Amelio – fu la disperazione di molti di noi, me compresa. Però, quell’anziano magistrato si riprese subito, e ai funerali di tuo fratello Paolo, con fermezza, affermò: “nessuno può dire che ormai tutto è finito” Le lacrime non gli impedivano di scorgere la linea dell’orizzonte disegnata dalla Costituzione.

Non la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza.
La retorica fa perdere il senso delle parole.

Dovremmo dire: la Costituzione strappata con le unghie, i denti e il sangue dai ragazzi che hanno fatto la Resistenza.

Dovremmo dire: la Costituzione mantenuta in vita – sembra un paradosso – dai braccianti morti ammazzati a Portella della Ginestra (volevano solo festeggiare il 1° maggio), da Placido Rizzotto (siamo in una Camera del lavoro, pronunciamolo forte il nome del segretario della CGIL di Corleone), da Pio La Torre (deputato del PCI che aveva solo capito come colpire la mafia: toccare i “piccioli”, gli affari), da Peppino Impastato (era solo un ragazzo), da Giovanni Falcone, da tuo fratello Paolo – in fondo erano solo magistrati – caro Salvatore.

Dovremmo dire: la Costituzione inattuata (lo scriveva Piero Calamandrei), e perciò ancora da attuare, con i suoi diritti e le sue garanzie: ecco, appunto, i diritti e le garanzie che nessun inciucio (pensato da quegli abili strateghi che finora non hanno vinte battaglie e, men che meno, guerre) può comprare, semplicemente perché non sono in vendita, non hanno prezzo.
Non si può vendere la linea dell’orizzonte. E noi che siamo qui stasera lo sappiamo bene, perché abbiamo probabilmente tutti gli stessi occhi, vediamo tutti le stesse cose.

Grazie Salvatore e benvenuto, per la prima volta, a Monza.

Monza, 19 gennaio 2010.