Archivi del giorno: 25 gennaio 2010

Decalogo dell’antimafioso

Fonte: Decalogo dell’antimafioso.

Uno dei momenti più belli della settimana contro le mafie che si è tenuta l’anno scorso in maggio a Milano.
Una settimana importante in cui in tanti sono risvegliati dal torpore tipico di chi non vuol vedere o preferisce allontanare da sé e collocare la mafia in un altrove-altro da sè.
In quella settimana si è sperimentata autentica sinergia e desiderio di dare una carezza d’amore a Milano.
Si sono combattuti gli stereotipi che vedono la mafia come realtà meridionale e violenta, si è andato nelle scuole, si è ascoltato il territorio, ci si è nutriti di quel tesoro della nazione che sono tutti quelli che non si arrendono e con la poesia, il teatro, la cucina, il cinema, o più semplicemente il proprio lavoro, rappresentano granello di sabbia nell’ingranaggio.

Dafne Anastasi

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Decalogo dell’antimafioso
(appunti da una lezione pubblica di Nando dalla Chiesa)
23 maggio 2009, ore 11.00 – piazza Sempione/Arco della Pace

Piazza Sempione oggi, come molte piazze del Sud di ieri: assolate e con una manciata di ascoltatori. Ma è da quelle poche persone che sono poi nate azioni. Perciò parlare a piccoli gruppi di persone interessate, è importante (e bello): si può pensare a ciascun ascoltatore come ad un nuovo punto di partenza. Le grandi folle soddisfano maggiormente la vanità degli oratori, ma hanno un minor coefficiente di attenzione e impegno.

1. FORMATI
Occorre diventare conoscitori del fenomeno per capirlo ed interiorizzarlo, creando così le fondamenta sulle quali costruire il nostro comportamento come pensiero autonomo e non come rito.

2. INFORMATI
Una volta gettate le basi il nostro comportamento deve essere guidato dall’informazione, non facile da acquisire, perché la stampa è a volte collusa e tende a tacere gli episodi mafiosi ed a depistarne la vera origine, attribuendo alle cause più varie, vendetta, rivalità politiche od amorose quelli che sono invece omicidi di mafia.

3. COLTIVA LA SENSIBILITA’ CIVILE (Creare capitale sociale)
Come nel Vangelo il seme che cade sul terreno sbagliato non fruttifica, così se la nostra azione si svolge in un ambiente insensibile a certe tematiche anziché provocare consenso provocheremo solo fastidio.

Una volta preparati si tratta di agire, su molti fronti, da quello dell’informazione

4. DIFFONDERE L’INFORMAZIONE
Ovviamente una volta che noi ci siamo informati dobbiamo condividere, comunicandoli, gli elementi in nostro possesso.

5. ORGANIZZA E PARTECIPA ALLE CAMPAGNE D’OPINIONE E DENUNCIA
Le campagne d’opinione e denuncia hanno un grosso impatto perché, non è possibile ignorarle e vengono portate avanti da forze più numerose dei singoli sono molto efficaci, anche perché possono trovare spazio sui mezzi d’informazione che trovano difficile ignorarli.

6. CONSUMA IN MODO CONSAPEVOLE
Il consumare in modo consapevole è uno dei modi più efficaci per ridurre i guadagni del sistema mafioso: partecipare ai GAS acquistando direttamente da chi produce, dato che la mafia guadagna molto nell’intermediazione, acquistare da chi rifiuta il sistema del pizzo, boicottare chi è contiguo a mafiosi sono atteggiamenti molto efficaci.
E non solo in questo campo: se i cittadini boicottassero oggi Unicredit, accusato di aver tenuto comportamenti quantomeno scorretti nei confronti del Comune di Milano, cioè nei nostri confronti, saremmo sicuri che questi comportamenti non si ripeterebbero.
Addiopizzo è riferimento ed esempio di ciò che si può fare.
Il consumo critico si può esercitare in due modi: premiando e/o evitando.

  • Chi premiare: le attività commerciali ed i professionisti che denunciano o che si comportano secondo legalità (ad esempio, chi rilascia le fatture senza difficoltà).
  • Chi evitare: evitare richiede attenzione ed informazione. Edilizia, ristorazione-divertimento (ristoranti/bar/pizzerie/discoteche) e sanità sono i campi in cui le mafie investono di più e riciclano i loro capitali. Informarsi prima di scegliere una clinica in cui curarsi (il settore sanitario è un campo in cui le mafie sono molto attive, emblematico il caso Calabria, ma non solo). Informarsi prima di frequentare catene di locali, di pizzerie o di bar che sorgono all’improvviso (domandarsi da dove può venire tanta abbondanza di liquidità).
7. CONTROLLA LA LEGALITA’
Il controllo della legalità è compito delle istituzioni, ma il cittadino che vive nella zona vede tutti i giorni cosa succede, dal cantiere al nuovo negozio… e quindi riesce ad intravedere molte cose in anticipo, da cui ricavare informazioni da fornire alle istituzioni.

8. SPENDI IL TUO VOTO
La mafia cede i suoi pacchetti di voti ai candidati in cambio naturalmente di favori, senza distinzione di partito, anzi in tutti i partiti.
Così noi dobbiamo utilizzare il nostro voto in funzione antimafia.
Ma soprattutto la lotta alla mafia non può essere condotta dai singoli ed allora

9. APPOGGIA CHI LOTTA
Nelle istituzioni e fra i cittadini c’è chi combatte la mafia. Un’attività rischiosa e faticosa soprattutto quando magari si lotta contro apparati istituzionali.
Per questo c’è bisogno di una forte motivazione per non cedere al “ma chi me lo fa fare”, l’orgoglio ed il senso del dovere sono alla base della motivazione, ma l’indifferenza l’abbatte.

10. NON AGIRE MAI DA SOLO
Non siamo i ragazzi della via Pal, la mafia è pericolosa e diffusa. Oggi ci sono associazioni e movimenti che la combattono e che appoggiano chi la combatte riducendone il rischio.
E come la mafia fa il calcolo costi benefici così anche noi lo facciamo, tenendo conto che ogni lotta è costosa, per formarsi e per informarsi, per la logistica dei GAS, … ma teniamo conto che i benefici della mafia sono i nostri costi, e finché lei sarà in attivo noi saremo in passivo. Nella lotta alle mafie è importante che le denunce siano fatte in gruppo, dividendosi le responsabilità. Denunce isolate, di persone sconosciute all’opinione pubblica sono facilmente attaccabili dai mafiosi. Il bilancio rischio/beneficio diventa invece più oneroso per il mafioso se deve attaccare gruppi, in particolare se ne fanno parte persone note. Operare in gruppo è perciò importante, non solo per l’incolumità del singolo, ma anche per dare più possibilità di successo alla denuncia.

Nando Dalla Chiesa

ComeDonChisciotte – BILDERBERGS DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

ComeDonChisciotte – BILDERBERGS DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!.

DI WILLIAM BOWLES
Strategic Culture

“Nel dopoguerra iracheno, usare le forze militari per difendere gli interessi degli U.S.A., non per ricostruire il Paese.” The Heritage Foundation

E nel caso non abbiate ancora capito il punto, lo stesso documento dell’ Heritage Foundation, datato 25 settembre 2002, prosegue nel sostenere che bisogna “proteggere le infrastrutture energetiche irachene contro il sabotaggio interno e gli attacchi stranieri per riportare nuovamente l’Iraq nei mercati globali dell’energia e assicurarsi che gli U.S.A. e tali mercati abbiano accesso alle sue risorse.”

Chiunque sostenga il contrario, sia nei media corporativi che nell’informazione di stato, fa propaganda e/o mente. Punto.

Oliando gli ingranaggi del capitalismo

Il momento di svolta, quando il petrolio assume un ruolo centrale, si colloca significativamente agli albori del ventesimo secolo, che si è aperto con il passaggio dal carbone al petrolio nella marina imperiale britannica e in quella tedesca, le più potenti al mondo.

Da questo momento in poi, i destini della Persia e del mondo arabo divennero di centrale importanza per le ambizioni imperiali dell’Occidente, a tal punto che da quel giorno stiamo convivendo (e morendo) con le conseguenze, soprattutto i palestinesi e gli iracheni, per non parlare delle due guerre mondiali, nelle quali il petrolio era centrale per tutte le nazioni in guerra, non solo per i combattimenti, ma anche per ottenere il controllo.

“Pressocchè indiscusso,tuttavia, è il fatto che gli obiettivi geopolitici strategici dell’ Inghilterra, ben prima del 1914, includevano non soltanto la sconfitta del suo più grande rivale industriale, la Germania, ma anche, attraverso le conquiste di guerra, il consolidamento di un controllo senza pari sulla preziosa risorsa che, a partire dal 1919, si era dimostrata la chiave di volta dello sviluppo dell’economia del futuro: il petrolio.” A Century of War, F. William Engdahl, p.38.

Il petrolio ha esteso il raggio d’azione della marina consentendo alle navi di attraversare tutto il globo senza bisogno di fare rifornimento, rendendo in questo modo la marina inglese in grado di conquistare il controllo assoluto degli oceani di tutto il mondo e delle rotte commerciali. Uno degli obiettivi della prima guerra mondiale fu impedire alla Germania l’accesso ai giacimenti petroliferi appena scoperti in quello che è attualmente suolo iraniano. Questo significava controllare l’accesso al medioriente, dove il controllo inglese del canale di Suez (“rubato” ai francesi) ha infine determinato il destino del popolo della Palestina e anzi di tutto il medioriente.

Di certo il petrolio è solo una componente, ma senza di esso nient’altro funziona, men che meno un esercito moderno. Rinuncia al petrolio, e rinuncerai anche a tutto ciò che dipende da esso.

“Il 17 febbraio 2007, la Energy Bullettin [n.d.t. associazione no-profit specializzata nell’informazione nel campo energetico] descrive dettagliatamente il consumo di petrolio per aerei, navi e veicoli di terra di proprietà del Pentagono, il più grande consumatore singolo di petrolio al mondo. Al momento dell’inchiesta, la marina statunitense aveva 285 navi da guerra e navi ausiliarie e circa 4000 aerei operativi. L’esercito degli U.S.A. aveva 28.000 veicoli blindati, 140.000 High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle [n.d.t. veicolo militare da ricognizione dell’esercito statunitense], più di 4000 elicotteri da combattimento, parecchie centinaia di aerei ad ali fisse e 187493 “fleet vehicle”. Fatta eccezione per 80 sottomarini nucleari e per le portaerei, che incrementano l’inquinamento radioattivo, tutti gli altri loro veicoli sono alimentati con il petrolio.”

I media ufficiali vogliono farmi credere che chiunque gridi al petrolio ogni volta che salta fuori l’Iraq sia una sorta di matto, come uno rapito dagli alieni, non meno di un cospiratore.

Nel 2003 quando gli U.S.A. e l’Inghilterra invasero l’Iraq, io fui molto colpito dalle varie dichiarazioni dei media ufficiali, secondo cui l’invasione non aveva niente a che fare con il petrolio, mentre coloro che dichiaravano che il petrolio aveva tutto a che fare con essa erano svitati cospiratori, senza dubbio di casa nell’ Area 51.

“Le teorie della cospirazione abbondano….Alcuni sostengono che è basata sul petrolio… [questa] teoria [è] del tutto senza senso.” The Indipendent, 16 aprile 2003

Al contrario, le compagnie petrolifere non hanno esitato nel farsi avanti riguardo al ruolo centrale del petrolio nell’invasione dell’Iraq, ripetendo le tesi sostenute dagli uomini in giacca e cravatta dell’ Heritage Foundation:

“Direi che soprattutto le aziende U.S.A. guardino a che l’Iraq diventi terreno d’affari [dopo la caduta di Saddam]” sostiene uno dei dirigenti delle più grandi compagnie petrolifere al mondo.

“Quello che loro [i neo-conservatori dell’amministrazione Bush] hanno in mente è la privatizzazione e la suddivisione del petrolio iracheno tra le industrie petrolifere statunitensi…Noi assumeremo il controllo dell’Iraq, instaureremo il nostro regime, produrremo petrolio alla massima velocità e diremo all’ Arabia Saudita di andare al diavolo.” James E. Akins, ex-ambasciatore degli U.S.A. in Arabia Saudita.

“Probabilmente sarà la fine per l’OPEC [n.d.t.: Organization of the Petroleum Exporting Countries]” Shoshana Bryen, direttore dei progetti speciali dello JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs), “Dopo la caduta dell’Iraq e la privatizzazione del suo petrolio, intendo.”

“Le industrie americane faranno il colpo grosso con il petrolio iracheno,” Ahmed Chalabi [n.d.t.: ministro del petrolio ad interim in Iraq e in seguito primo ministro dal maggio 2005 al maggio 2006] al Washington Post.

In “The Future of a Post-Saddam Iraq: A Blueprint for American Involvement,” una serie di documenti dell’Heritage Foundation, emerge un piano per la privatizzazione del petrolio iracheno e anzi la privatizzazione dell’intera economia.

E’ una cospirazione? Dipende da cosa si intende con questa parola. Le definizioni del dizionario sono le seguenti.

1. l’atto del cospirare.
2. un piano dannoso, illegale, pericoloso o clandestino, formulato in segreto da due o più persone.
3. un’unione di persone per uno scopo segreto, illegale o dannoso.
4. [legge] un accordo tra due o più persone per commettere un crimine, una frode o un atto illegittimo.
5. ogni concorso nel portare avanti un’azione; unione nel raggiungere un obiettivo predeterminato.

Direi che tutte insieme siano adatte a descrivere l’invasione in Iraq, dopo tutto Bush e Blair hanno cospirato per ingannare tutto il mondo costruendo prove dell’esistenza delle armi di distruzione di massa (WMD) per invadere illegalmente il Paese. Loro hanno cospirato (insieme ad altri) per distruggere una nazione e rubarne le risorse, ergo: una cospirazione.

Detto questo, c’è chi si spinge molto oltre, sostenendo che esiste una cospirazione globale, risalente almeno a cento anni fa e messa in piedi dalle classi politiche degli U.S.A. e dell’ Inghilterra che, assieme a potenti blocchi bancari ed energetici, hanno cercato di controllare il pianeta, le sue risorse, i mercati e il lavoro. Ma è una cospirazione o è soltanto il colonialismo, nell’atto di fare ciò che sa fare meglio: saccheggiare, uccidere e colonizzare? In altre parole, abbiamo bisogno della cospirazione per spiegare gli eventi? E cosa importa se si tratta di una cospirazione che dura addirittura da più di un secolo? Non cambia nulla, siamo comunque di fronte alle stesse forze.

La domanda giusta da fare è: perchè i media corporativi/di stato insistono nell’usare la parola cospirazione per deridere chiunque metta in discussione l’ortodossia dominante? La risposta è ovvia ed immediata: la parola cospirazione è stata utilizzata in modo distorto, non per riferirsi al suo significato indicato nel dizionario, ma piuttosto a chiunque mette in dubbio le spiegazioni fornite dai nostri leader politici sul perchè le cose accadono.

La storia è piena di ogni tipo di cospirazione di stato e/o di corporazioni, dall’incendio del Reichstag alla provocazione del golfo del Tonkino, al rovesciamento di Allende in Cile da parte della CIA e della ITT, alle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq, a partire dalla necessità di disgiungere la parola petrolio dall’ Iraq/Iran/Afghanistan solo nell’ipotesi che le persone arrivino alla conclusione giusta riguardo al perchè le cose accadono.

Il linguaggio viene mutilato per servire gli obiettivi della classe corporativa e viene invece aiutato da quei pazzi della vera cospirazione, che vedono tutto come una cospirazione, risalente a volte a secoli e secoli fa, e concernente cabale segrete di un tipo o di un altro. Collegare la sinistra a questa folla serve soltanto a svalorizzare il nostro ragionamento e di certo è questo l’obiettivo.

Non c’è dubbio che la classe criminale internazionale si è unita, in piani e complotti, è in questo consiste il Council on Foreign Relations (CFR), allo stesso modo del Chatham House (Royal Institute of International Affairs), il suo equivalente inglese, ed entrambe le organizzazioni sono state fondate nei primi due decenni del ventesimo secolo, quando venne sancita l’alleanza anglo-sassone. L’appello dei membri del CFR dimostra che i maggiori governi occidentali sono tutti, in concreto, servi del capitale.

Le stesse osservazioni valgono per il gruppo di Bilderberg, composto da “capitani d’industria” di tutto il mondo e dai membri più influenti delle classi politiche dei principali stati capitalisti. Ma questa è una cospirazione? In un certo senso no, dopo tutto, è di certo legittimo per la classe dominatrice progettare ed organizzare, è il motivo per cui Washington DC pullula di fondazioni e di think-tank. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, miliardi di dollari sia delle finanze pubbliche che di quelle private sono stati riversati su queste organizzazioni. Il loro obiettivo? Espandere il libero mercato e fronteggiare ogni opposizione con qualsiasi mezzo, lecito o illecito.

“…gli uomini più potenti del mondo si sono incontrati per la prima volta” a Osterbeek, Olanda [più di cinquanta anni fa],” hanno discusso del futuro del mondo ed hanno deciso di incontrarsi ogni anno in segreto. Si sono autodefiniti come il gruppo di Bildberg, includendo tra i loro soci i più importanti membri di potenti élite, soprattutto dall’America, dal Canada e dall’ Europa occidentale, nomi familiari come David Rockefeller, Henry Kissinger, Bill Clinton, Gordon Brown, Angela Merkel, Alan Greenspan, Ben Bernanke, Larry Summers, Tim Geithner, Lloyd Blankfein, George Soros, Donald Rumsfeld, Rupert Murdoch, altri capi di stato, senatori influenti, membri del Congresso e del parlamento, pezzi grossi del Pentagono e della NATO, membri delle famiglie reali europee, importanti figure del mondo dei media e altri invitati, alcuni al livello di Barack Obama e dei suoi funzionari maggiori.” The True Story of the Bilderberg Group di Daniel Estulin.

E’ chiaro che il capitalismo si è evoluto per parecchie generazioni successive con tutti i tratti della cospirazione, nel senso più generale, e del tipo più sofisticato, che coinvolge un vasto schieramento di adepti, inclusi elementi chiave dei media, del mondo accademico, dell’economia e della politica, sia all’interno del governo che al di fuori. Una “cospirazione” per consolidare il capitalismo come unica forma di società possibile: come potrebbe essere altrimenti? C’è veramente troppo in gioco e a riprova di questo basta soffermarsi su come questa élite economica/governativa/mediatica ha cospirato per sabotare il COP15 [n.d.t. conferenza sul clima di Copenaghen 2009], senza timore delle conseguenze.

Gli uomini in giacca e cravatta, nella famiglia, nell’educazione e nell’economia, con lo stato nel ruolo di mediatore, hanno creato quello che è oggi un network internazionale che mette in contatto le classi dominatrici dei più potenti stati capitalisti, è il motivo per cui hanno un gruppo Bilderberg, è dove i pezzi grossi dell’economia, la classe politica, alcuni media e gli accademici possono incontrarsi e formulare strategie e tattiche, fatto indispensabile in un mondo dove le comunicazioni sono quasi istantanee. Non servono governi che seguano politiche che non combaciano con la linea del “consenso”, come accade di tanto in tanto e l’illusione si è spezzata con poco.

In un mondo dove le forze economiche dominanti sono costituite da circa un paio di centinaia di corporazioni, corporazioni che de facto si assicurano che i loro rispettivi governi seguano linee politiche favorevoli per la loro sopravvivenza e per la ricchezza crescente dei loro principali azionisti, la cosa più logica da fare è unirsi su dei punti d’interesse comune. Sarei estremamente sorpreso se un gruppo come quello di Bilderberg non esistesse.

E questi punti sono: l’accesso e/o il controllo/proprietà delle risorse; accesso al lavoro sottopagato; libero movimento dei capitali; ed ultimo, ma non meno importante, neutralizzare ogni opposizione alla legge del capitale, ovunque esse appaiono.

Armato contro di noi, esiste un vasto apparato di controllo e di manipolazione che abbraccia le fondazioni governative, non-governative, il mondo accademico, enti ufficiali o non ufficiali, nazionali o transnazionali, associazioni, ong ed “ong”, associazioni di beneficenza e “associazioni di beneficenza”, ciascuno di essi ampiamente sovvenzionato dallo stato e/o dalle corporazioni. Chi ha bisogno dell’ordine degli illuminati, quando abbiamo tutto questo apparato contro di noi?

Titolo originale: “Bilderbergs of the World Unite!”

Fonte: http://en.fondsk.ru/
Link
12.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCESCA

Sette anni e nessun cannolo

Fonte: Sette anni e nessun cannolo.

In appello aumenta la pena e l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro non ha più voglia di festeggiare. Colpevole, favoreggiatore di Cosa Nostra, non  favorì singoli mafiosi, ma è responsabile di favoreggiamento alla mafia: un’ accusa che gli costa sette anni di reclusione.
Scuro in volto e di pessimo umore si deve essere dimenticato della promessa fatta in primo grado, quando farneticò che in caso di condanna per mafia avrebbe lasciato la politica. All’uscita dall’ aula bunker del carcere Pogliarelli a Palermo ha infatti dichiarato: “Il verdetto non modifica il mio percorso politico”. Strano.
Il fatto è che per Cuffaro i guai non sono ancora finiti, anzi: al prossimo appuntamento fissato per il 5 febbraio davanti al gup di Palermo, l’ex governatore dovrà difendersi dall’ accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma cosa ha fatto di male il povero Salvatore? Alla grossa questo: Cuffaro e il boss capomafia Giuseppe Guttadauro parlavano a distanza attraverso l’ ex assessore comunale dell Udc Mimmo Miceli (condannato a nove anni per mafia, brava gente insomma) , insieme si accordavano sulle candidature alle regionali, condizionavano i concorsi dei medici, sabotavano le indagini della magistratura. Insomma, se la cantavano e se la suonavano allegramente. E impunemente.
Un rapporto, quello tra l’ex governatore e il capomafia, mediato da varie “talpe” , non tutte scoperte dal pm Giuseppe Pignatone, a causa del comportamento reticente degli imputati. Ma un innocente avrebbe un qualche interesse ad aver un “comportamento omertoso”? Forse no.
E’ Cuffaro, secondo i giudici, che rivela al boss l’ esistenza di microspie, disattivate da casa Guttadauro il 15 giugno 2001.
Non lo aiuta nemmeno una frase pesante della moglie del boss: “Avia ragione Totò”, citata dai giudici nella sentenza di primo grado.
Non è finita, questa condanna non è un macigno solo sulla testa di “Totò”, (come lo chiamano gli “amici”), ma anche per tutto il PD, che aveva da poco deciso di stringere alleanze con l’ UDC (partito di Cuffaro), in molte regioni in vista alle prossime elezioni regionali.
Adesso immaginiamo un onesto cittadino, contro la mafia e che desideri una classe politica pulita, si vedrà a questo punto negato il diritto di voto, potendo scegliere solo tra centrodestra con Dell’ Utri (e non solo…), o centrosinistra con Cuffaro. Insomma, la domanda sarà: “la mafia la volete sì o sì ?”.

Ovviamente adesso l’ UDC  ricorrerà alle solite tane e nascondigli del tipo “Cuffaro è innocente fino a sentenza definitiva” , e l’elettore che pensava di votare il partito di Casini penserà “Sì, certo… ” .
Le dimissioni da vicesegretario dell’ UDC hanno il sapore di presa in giro se non accompagnate dal congedo dal Senato e dalla commissione di vigilanza Rai, ma Cuffaro ha già fatto intendere che non ha nessun intenzione di congedarsi da niente e nessuno se non da vicesegretario UDC, appunto. E’ come se un allenatore di calcio dopo un esonero dicesse: “E va bene, non allenerò più i centrocampisti” . Pessimo.
Comunque, Totò in questo momento di affanno ha voluto rassicurare almeno l’elettorato cattolico affermando “Confido nella Madonna” .
Dunque, le alternative che si prospettano in vista delle regionali sono uguali ma con nomi diversi : Berlusconi o Cuffaro. Ottimo, viva la democrazia, viva il voto del popolo, viva le elezioni democratiche.
Sono già finiti i cannoli? Peccato.

Luca Orio

Ingroia: “La morte breve di molti processi”

Fonte: Ingroia: “La morte breve di molti processi”.

Il rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

In questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?

«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?

«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».

Non è affatto «breve»?

«Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c’è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati».

Quella sul legittimo impedimento è un’altra legge ad personam, oppure è giusto che una carica dello Stato eviti i processi?

«Insistere sui particolarismi ad personam non fa bene al senso di giustizia dei cittadini, che vogliono una giustizia uguale per tutti, senza disparità e privilegi per casta».

Con la chiusura dell’inchiesta Mediatrade è ripartita l’accusa ai pm di un attacco pre-elettorale. Che ne pensa?

«Putroppo l’aggressione alla magistratura è una costante quotidiana che non si ispira a quei principi di coesione costituzionali più volte raccomandati inutilmente dal presidente Napolitano».

Al Sud la criminalità manda segnali intimidatori, come in Calabria. Cosa sta succedendo?

«Al Sud ci sono stati molti episodi, in Sicilia soprattutto a Gela, in cui la mafia ha alzato la testa, e in Calabria la n’drangheta è in una preoccupante fase di espansione di potere. Per troppi anni c’è stata distrazione, poco impegno, così la criminalità ne ha approfittato espandendo affari fuori confine, anche nel traffico di droga».

Connivenze?

«Sì, connivenze, coperture. Serve massima attenzione, ma non solo nel controllo militare del territorio: come è avvenuto per la mafia, bisogna verificare come la ‘ndrangheta ha costituito un sistema di potere che porta a collusioni e intrecci con l’economia e la politica».

Sulle collusioni in Sicilia, dalla “trattativa” alla condanna in appello a Totò Cuffaro, questo nodo tra politica e mafia è possibile scioglierlo?

«Negli ultimi anni si è dimostrato che c’è una magistratura in grado di indagare a fondo anche sui rapporti tra mafia e politica, con processi e condanne. Ma la magistratura non può fare pulizia da sola, occorre un corale impegno da parte della politica. Il più delle volte invece dalla politica c’è stata una difesa a oltranza e una controffensiva sulla magistratura, percepita come una minaccia invece che come un alleato. E una magistratura indebolita dalle polemiche e dagli attacchi, con pochi uomini e mezzi, come al Sud, è troppo isolata e sovra esposta. Serve quanto mai il sostegno da parte di tutti».

Fonte: unità.it (di Natalia Lombardo, 25 Gennaio 2010)

Processo breve, processo morto – Passaparola – Voglio Scendere

Processo breve, processo morto – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, si tratta di capire che cosa è questo processo breve e se davvero l’intenzione di Berlusconi è quella di andare fino in fondo con questa legge che ammazza definitivamente la giustizia, o se non si tratta semplicemente dell’ennesima pistola carica poggiata sul tavolo, anzi puntata alla tempia delle opposizioni e del Quirinale per estorcere loro qualcos’altro, qualcosa di peggio. Intanto vediamo quale è la minaccia, ossia quale è il testo della legge che è stato approvato l’altro giorno da una delle due Camere, in attesa che venga approvato dall’altra: è stato approvato al Senato, dove il Presidente, tra l’altro, è prono a tutto e adesso si stabilirà quando ci sarà la votazione alla Camera e se ci sarà la votazione alla Camera, ma per capire quello che sta succedendo intanto vediamo quali saranno i danni, perché il processo breve non è più quello che era stato inizialmente firmato da Gasparri, Quagliariello e Pricolo, capogruppo della Lega Nord, di cui avevamo parlato qualche settimana fa, il testo è cambiato e, se è possibile, è addirittura peggiorato, ma l’hanno modificato perché temevano che fosse troppo incostituzionale persino per i gusti di un uomo di bocca buona come il Capo dello Stato.

La legge porcata passata al Senato
Il problema è che i profili di incostituzionalità restano, ma sono altri rispetto a quelli della prima versione, quindi vediamo: inizialmente sapete che il processo breve era un processo di sei anni, suddivisi in due anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Cassazione, adesso ci sono delle variazioni.

Intanto il procedimento per i reati sotto i dieci anni, puniti con pena inferiore ai dieci anni è diverso da quello per i reati puniti con pene superiori ai dieci anni e conseguentemente cominciamo a vedere che cosa succede per i processi puniti con pene inferiori ai dieci anni, che sono poi il 90% dei processi che si celebrano in Italia, perché sono quelli che riguardano la stragrande maggioranza dei reati, i più diffusi, poi vi dirò quali. Per questi processi, cioè per la stragrande maggioranza dei processi, la durata massima consentita sarà di sei anni e mezzo così suddivisi: tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e un anno e mezzo per la Cassazione. Si dirà “ ce ne è a sufficienza”: non credo, perché intanto per cominciare c’è una piccola truffa, in quanto, quando si dice tre anni per il primo grado, non si dice che dal momento in cui inizia il processo di primo grado al momento in cui arriva la sentenza di primo grado devono passare tre anni, ce la si potrebbe fare, almeno per i processi più semplici; si dice una cosa diversa, si dice che dal momento della richiesta del rinvio a giudizio del Pubblico Ministero, al momento della sentenza di primo grado non possono passare più di tre anni: che cosa vuole dire? Che in quei tre anni il Pubblico Ministero deve concludere le indagini, formulare la richiesta di rinvio a giudizio.. anzi, no, scusate: sì, formulare la richiesta di rinvio a giudizio, aspettare che il G.I.P. fissi l’udienza preliminare, celebrare l’udienza preliminare davanti al G.I.P. e le udienze preliminari possono durare anche un anno o due anni; finita l’udienza preliminare, se il G.I.P.  rinvia a giudizio l’imputato o gli imputati, bisogna aspettare che il Tribunale fissi la prima udienza del dibattimento, celebrare tutto il dibattimento, arrivare alla sentenza di primo grado, il tutto senza che siano passati tre anni, se sono passati tre anni il processo è già morto, viene dichiarato estinto dal giudice di primo grado.

Se per caso – cosa rarissima, viste le forze attualmente disponibili nei tribunali – si riesce a scavallare il primo ostacolo, bisogna poi fare il processo d’appello in due anni, se si riesce a scavallare anche la tagliola dei due anni per l’appello, bisogna poi portare tutte le carte a Roma e sperare che la Cassazione ce la faccia a celebrare il giudizio ultimo entro un anno e mezzo. Questa è la regola e quindi, quando sentite Gasparri parlare di dieci o quindici anni per i processi, non sa quello che sta dicendo, o forse lo sa e mente, chi lo sa? In ogni caso, se poi la Cassazione, invece di chiudere il processo con una conferma della sentenza di appello, oppure con un annullamento della sentenza di appello e con un rinvio al processo, se rinvia in primo grado e poi c’è un altro appello ci sarà un anno per ogni grado di giudizio aggiuntivo, se invece rinvia in appello ci sarà un anno per il nuovo processo d’appello e poi un anno per il processo in Cassazione e questo riguarda i reati più diffusi, ossia quelli puniti con pene inferiori ai dieci anni, per cui stiamo parlando di reati come il furto, la rapina, lo scippo, lo spaccio, l’associazione a delinquere, la truffa, lo stupro, la molestia, l’aborto clandestino, l’incendio, i reati ambientali, i reati finanziari, tributari, di bilancio, contabili, tutti i reati contro la Pubblica amministrazione, abuso d’ufficio, corruzione, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza, calunnia, sequestro di persona non a scopo di estorsione, ricettazione, violenze in famiglia, lesioni, violenza privata, oltraggio a pubblico ufficiale etc. etc., la gran parte dei processi, il traffico di droga non gravissimo. Poi ci sono i processi per i reati che sono puniti con una pena che supera i dieci anni: per questi ci sarà, per il primo grado, un tempo di quattro anni, per l’appello lo stesso tempo degli altri, sempre due anni e per la Cassazione un anno; non si capisce per quale motivo la Cassazione, per i reati puniti più gravemente, dovrà fare più in fretta che non per i reati puniti meno gravemente, mistero!
Ultimo scaglione, i processi per i reati di mafia e di terrorismo: lì in primo grado si potrà fare fino a cinque anni, in appello fino a tre e in Cassazione due, per esempio il processo Dell’Utri sarebbe morto, perché il processo per mafia a Dell’Utri è durato tantissimo, dovendosi sentire tantissimi testimoni e essendo il Tribunale di Palermo ultracongestionato, come sono i tribunali che si occupano di mafia: pensate ai tribunali in Calabria, ai tribunali in Campania, sono tutti oberatissimi e quindi non ce la fanno. Il giudice però potrà prorogare la durata fino a un terzo in più, nel caso in cui i procedimenti siano molto complessi e abbiano molti imputati: il caso Dell’Utri ne aveva solo due e quindi sarebbe stato escluso e sarebbe morto e sepolto.
La norma transitoria contro i cittadini
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.
Se sono passati tre anni dalla richiesta di rinvio a giudizio e non è ancora stata pronunciata la sentenza di primo grado, questi processi muoiono, si estinguono, quindi sono già estinti i processi a Berlusconi, perché? Perché il processo Mills e il processo Mediaset sono iniziati con la richiesta di rinvio a giudizio da più di tre anni e quindi sono morti e sepolti, cancellati. Insieme a quelli rischiano di essere già morti o di morire presto anche i processi per l’aggiotaggio delle banche, come nel caso Parmalat, il processo Cirio, i processi per lo spionaggio della Telecom e della Pirelli, i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della BNL, i processi per lo scandalo della monnezza, dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower, che andranno addirittura restituite, visto che sono state nel frattempo sequestrate. I processi per la vendita di derivati, ossia di prodotti tossici, a alto rischio ai comuni e agli enti locali, che stanno devastando, sono una cancrena che sta devastando le casse di molti enti locali, si parla perfino di possibile estinzione del processo per la strage di Viareggio, la strage alla stazione di Viareggio, quell’esplosione gigantesca e poi si parla di altri processi ancora, anche l’omicidio colposo plurimo – me l’ero dimenticato – tra quelli puniti con pene sotto ai dieci anni è compreso in questa tagliola del processo brevissimo. La porcheria è stata approvata dall’aula del Senato – l’abbiamo detto prima – il 20 gennaio con 163 sì, i voti del PDL, 130  no (PD, Udc e Italia dei Valori) e due astenuti. Ci sono, oltre a quelle che vi ho raccontato, altre tre furbate, cioè altri tre codicilli che sono nascosti dentro questa legge, dei quali pochi si sono accorti, almeno fino a quando non è stata approvata, perché sono degli emendamenti o delle frasette che in apparenza non significano nulla e in realtà aggravano ulteriormente la situazione. Ve li sintetizzo: il primo è incomprensibile, se uno lo legge, ecco perché l’hanno capito in pochi, compresi secondo me molti di quelli che l’hanno votato, o che hanno votato contro e dice che “il Pubblico Ministero deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il Pubblico Ministero non ha già esercitato l’azione penale ai sensi dell’articolo 405”. Quale è la traduzione di questo ostrogoto? Intanto che cosa vuole dire che il Pubblico Ministero esercita l’azione penale? Il Pubblico Ministero esercita l’azione penale quando chiede il rinvio a giudizio di un indagato che, da quel momento, assume le vesti di imputato, questo è l’esercizio dell’azione penale. Dice, questo codicillo da azzeccagarbugli, che se il Pubblico Ministero non chiede il rinvio a giudizio, cioè non esercita l’azione penale entro tre mesi da quando gli sono scaduti i termini dell’indagine, comunque al terzo mese dalla scadenza dell’indagine parte il calcolo del tempo, ossia di quei tre anni entro i quali bisognerà completare il processo di primo grado e conseguentemente, se non chiede il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, il calcolo del tempo per ammazzare il processo dopo tre anni non parte dalla richiesta di rinvio a giudizio, parte da quando sono passati tre mesi dalla scadenza delle indagini e quindi molto prima della richiesta di rinvio a giudizio. Si dirà “ è sufficiente che il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio entro e non oltre i tre mesi dalla scadenza delle indagini”: già, fosse facile! Perché non è facile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini? Perché tra la scadenza delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio c’è una cosina che si chiama deposito degli atti alle parti, prevista, se non erro, dall’articolo 415 bis; che cosa dice quest’articolo? Dice che il Pubblico Ministero non è che, quando finisce le indagini, chieda subito il rinvio a giudizio: era così una volta, poi il centrosinistra, con una delle furbate escogitate negli anni dal 96 al 2001 per allungare ulteriormente i processi e mandare un po’ di processi di tangentopoli in prescrizione, si è inventata il deposito degli atti. Che cosa vuole dire? Vuole dire che, quando il Pubblico Ministero ha finito le indagini, perché gli sono scadute, sapete che le indagini possono durare un certo tempo e non di più, dal momento in cui l’indagato viene iscritto nel registro degli indagati parte un certo tempo, che può essere sei mesi prorogabili fino a un anno e mezzo e fino a due anni per i reati di mafia, quindi al massimo in due anni le indagini dal momento dell’iscrizione nel registro devono finire, nel momento in cui ti scade l’indagine tu devi trarre le tue conclusioni e devi chiedere agli Avvocati e alle parti civili, alle parti offese se hanno qualcosa da ridire sulle indagini di cui gli hai depositato gli atti, conseguentemente devono avere il tempo di leggersele e poi di chiederti di fare delle cose che magari, secondo loro, non hai fatto tu, Pubblico Ministero e hanno venti giorni di tempo per chiedere al Pubblico Ministero di sentire l’indagato, se non è stato sentito, oppure di sentire altre persone che interessano all’indagato, oppure di fare dei supplementi di indagini che interessano all’indagato; dopodiché il magistrato deve fare questi interrogatori, questi atti etc. e poi li deve depositare, dopo averli fatti. Soltanto a quel punto può chiedere il rinvio a giudizio, oppure l’archiviazione: chiede il rinvio a giudizio, poi bisogna fare l’udienza preliminare, poi bisogna fare il rinvio a giudizio, poi bisogna fissare il processo, dopodiché inizia il processo di primo grado. Capite che è impossibile che in tre mesi dalla fine delle indagini il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio, perché in mezzo c’è il deposito degli atti, ci sono gli atti da compiere, gli interrogatori nuovi che ha chiesto la difesa o magari anche la parte offesa e quindi non si riesce mai a fare tutto in tre mesi. La sabbia nella clessidra, quella sabbia che, ultimati i tre anni, ucciderà il processo comincia a scendere ben prima della richiesta di rinvio a giudizio: non solo, ma nei processi dove c’è più di un indagato molto spesso gli indagati non vengono iscritti tutti nello stesso momento; prendete, per esempio, il processo per il sequestro di Abu Omar, Abu Omar viene rapito, poi si scopre che l’hanno rapito tizio e caio degli agenti della Cia, poi si scopre che c’era anche un Maresciallo del Ros, poi si scopre che all’ideazione avevano partecipato anche i vertici del Sismi, nell’ipotesi d’accusa il Generale Pollari, i favoreggiatori Pio Pompa, il giornalista Farina etc., quindi via via vengono iscritti e ciascuno ha una durata delle proprie indagini che parte dal momento in cui è stato iscritto, per cui le indagini non durano da tale data a tale data per tutti, durano sempre la stessa durata, ma spostata a seconda del momento in cui i vari indagati sono stati iscritti nel registro. Alla fine il magistrato fa poi un’unica richiesta per tutti, che arriva naturalmente molto dopo che sono scadute le indagini per il primo dei suoi indagati, perché deve aspettare che scadano anche le indagini per l’ultimo dei suoi indagati. Invece qua la scadenza delle indagini vale per il primo che è stato iscritto nel registro degli indagati e quindi molto spesso il tempo per cominciare a calcolare i tre anni dell’estinzione del processo partirà, per il primo degli indagati, prima ancora che siano scaduti i termini delle indagini per l’ultimo degli indagati: capite che è molto retrodatato il momento in cui parte il famoso conteggio, il famoso timer che inizia a ticchettare, i tre anni che vengono chiamati i tre anni del primo grado; in realtà, per il processo di primo grado, resterà molto poco, non tre anni, perché il resto è stato consumato prima: scadenza delle indagini, compimento degli atti, deposito degli atti supplementari, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare e rinvio a giudizio. Ecco perché quei tre anni non basteranno mai per fare i processi, quindi i processi moriranno addirittura in primo grado.
L’emendamento liberi tutti
La seconda furbata – vado veloce, perché le altre sono più facili da spiegare – è l’emendamento che estende questo colpo di spugna non solo alle persone fisiche, ossia all’imputato Marco Travaglio, ma anche alle persone giuridiche, cioè all’eventuale società di Marco Travaglio per la responsabilità amministrativa, in base alla legge 231 /2001. Perché è importante questo?
Perché sono imputati in questi scandali non soltanto gli amministratori delle società, ma anche le società, che rischiano di dover pagare delle somme enormi: pensate all’Impregilo per lo scandalo della monnezza quanto dovrebbe pagare, se venisse condannata, pensate alla Telecom, se venisse condannata la sua security quando dovrà risarcire alle persone che erano state spiate. Ebbene, con questa roba muore anche la responsabilità delle persone giuridiche e la terza furbata è un emendamento firmato dal Senatore Valentino, che allarga la durata massima dei processi, ossia la morte dei processi prima che finiscano, anche a quelli per danno erariale davanti alla Corte dei Conti, non solo per i reati penali, ma anche per quelli contabili. I processi si estinguono se, dall’atto di citazione della Corte dei Conti, sono trascorsi più di tre anni senza che sia stato emesso un provvedimento di primo grado, o due anni se non si è definito il processo d’appello. Naturalmente davanti alla Corte dei Conti ci sono molti amministratori pubblici: sono 7.000, credo, i procedimenti in corso davanti alla Corte dei Conti, molti di questi saranno falcidiati da questa regola. Lo Stato rinuncerà a incassare un sacco di soldi, eppure non sono processi nei quali, per dire, l’imputato rischia la galera o rischia limitazioni della sua libertà: sono semplicemente delle questioni di soldi, a un certo punto arriva una sanzione e, se la devi pagare, la paghi. Queste sanzioni pecuniarie saranno cancellate, se il processo davanti alla Corte dei Conti non durerà tot e, naturalmente, davanti alla Corte dei Conti, addirittura condannati in primo grado a risarcire per le consulenze d’oro indebite che hanno concesso nella loro funzione, ci sono, per esempio, l’ex Ministro Castelli, la Sindaca di Milano Letizia Moratti e, tra i vari citati dalla Corte dei Conti, c’è anche il Senatore Valentino, autore dell’emendamento che potrebbe mandare a monte il suo procedimento, che è aperto da diverso tempo, quindi abbiamo di fatto un’amnistia per gli imputati, un’amnistia di fatto per le società e un’amnistia di fatto anche per i pubblici amministratori e i politici che hanno danneggiato lo Stato facendogli spendere dei soldi che lo Stato non avrebbe dovuto spendere, se loro avessero amministrato bene i loro ministeri e i loro enti locali. Capite che stiamo parlando di un’ecatombe, stiamo parlando di qualcosa di infinitamente peggio dell’indulto, visto che l’indulto si limitava a scontare pure tre anni, che erano una cosa enorme, ma qui addirittura si estingue il processo, cioè via il processo, via il reato, non c’è più responsabilità. Se uno ha subito un torto deve andare addirittura dal giudice civile a chiedere i danni, pagandosi l’Avvocato, ricominciando tutto daccapo e non avendo neanche una sentenza penale che faccia stato in sede civile, quindi sarà tutto enormemente più dispendioso e più complicato. Questa è la situazione, l’ipotesi è che sia semplicemente una pistola puntata per intimidire innanzitutto la Corte di Cassazione, che il 25 febbraio dovrà decidere se confermare o annullare la condanna di David Mills, perché se la Cassazione dovesse annullare la condanna di David Mills di fatto annullerebbe anche la responsabilità di Berlusconi: sapete che Mills è condannato perché corrotto da Berlusconi e quindi, se venisse annullata la condanna a Mills, di fatto verrebbe salvato anche Berlusconi dall’accusa di aver corrotto Mills.

Il ricatto
Stanno ricattando, con questa legge, la Cassazione e le stanno dicendo “ o salta il processo Mills, oppure saltano tutti i processi, o quasi tutti”, questo è il ricatto, accompagnato insieme al bastone dalla carota, ossia da un emendamentino che sta vagando in Parlamento, pronto a entrare in qualsiasi provvedimento omnibus, che allunga la carriera dei magistrati da 75 a 78 anni, esattamente quello che serve al Presidente attuale della Cassazione, Carbone, che sta per andare in pensione e invece si vedrebbe prorogare in carica per altri tre anni.
Qualcuno ha parlato di una captatio benevolentiae in vista della sentenza della Cassazione su Mills. Ma questa è anche una pistola puntata nei confronti del Capo dello Stato e dell’opposizione, di quella che chiamiamo opposizione, a proposito almeno del PD o dell’Udc, per dire “ se volete salvare la giustizia da questa catastrofe non avete che da regalarci un’altra soluzione che salvi Berlusconi dai suoi processi, senza farci pagare il prezzo sociale di questa gigantesca amnistia e quindi ci date il legittimo impedimento”, ossia una legge che renda legittimi anche gli impedimenti più pretestuosi, purché li accampi Berlusconi, per cui se dice “ ho le escort che vengono a trovarmi” il Tribunale deve dire “ ah, beh, allora non si tiene l’udienza”, perché qualunque impedimento lui accampi sarà legittimo, anche se è illegittimo diventerà legittimo per legge, oppure – ma per questo ci vorrà più tempo – una norma costituzionale che reiteri il Lodo Alfano sulle impunità delle cinque cariche dello Stato, oppure che reintroduca l’immunità parlamentare, ossia la famosa autorizzazione a procedere, saggiamente abrogata dal Parlamento nel 93. Vedremo se la Cassazione si farà ricattare assolvendo Mills, vedremo se il  PD, l’Udc e il Quirinale regaleranno una leggina a Berlusconi, il quale non sembra, ma è abbastanza in difficoltà, perché se lo costringeranno a approvare questa legge è vero che cancellerà i suoi processi, ma è anche vero che lo farà con una legge chiaramente incostituzionale, che creerà un sacco di casino, manderà salvi un sacco di delinquenti, diventerà per lui una tragedia di immagine, perché ogni giorno avremmo sui giornali i nomi e i cognomi dei criminali che esultano e escono vincitori dai processi, con il giudice che si arrende a mani alzate e quindi pagherà un prezzo tale e quale a quello che pagò il centrosinistra dopo l’indulto, uno stillicidio continuo di impuniti, anche di criminali comuni. Dopodiché rischierà che la Corte gli cancelli pure questa leggina, questa legge schifosa, perché è anch’essa, ovviamente, incostituzionale e quindi che i suoi processi riprendano.
Il centrosinistra, se esiste ancora un centrosinistra e se esiste ancora un’opposizione, ha tutto l’interesse a che Berlusconi approvi la legge sul processo breve, paghi le conseguenze di impunità generalizzata, in controtendenza con le promesse di sicurezza che aveva fatto in campagna elettorale, e dopodiché si veda bocciare questa legge dalla Corte Costituzionale. Sarebbe perfetto, un’opposizione degna di questo nome starebbe ferma e non gli darebbe assolutamente nessun contentino alternativo e lo lascerebbe, finalmente, andare a sbattere il muso contro le conseguenze generali dell’impunità che lui, per garantire a sé stesso, dovrebbe garantire a tutti. Temo che il Partito Democratico e l’Udc invece opteranno per l’altra soluzione: subire il ricatto, pagare il pizzo, salvare Berlusconi sia dai processi e sia dalle conseguenze di una legge come la blocca processi, probabilmente gli daranno qualcosa che salvi soltanto lui, a meno che gli elettori del PD e dell’Udc – diciamo del PD, perché quelli dell’Udc sono abituati a qualunque cosa, vedi Cuffaro – si facciano sentire in questo periodo di campagna elettorale, scuotano i loro leaders con lettere, incontri pubblici, mail etc. etc. per pregarli, almeno stavolta, di stare fermi e di non agitarsi per difendere il Cavaliere, così magari una volta tanto pagherà qualche pedaggio di impopolarità anche lui!

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Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia

Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia.

REGGIO CALABRIA – Una busta contenente un proiettile e un biglietto di minacce è stata inviata al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. La busta è stata intercettata all’ufficio postale. Lo ha reso noto il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.

“Questa mattina è pervenuta una missiva indirizzata al dottor Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria contenente un proiettile non esploso accompagnato da una missiva di evidente contenuto minaccioso”, scrive il procuratore Pignatone. “E’ l’ulteriore riprova – prosegue il comunicato – del tentativo di intimidire e condizionare l’attività della magistratura reggina impegnata in una difficile azione di contrasto contro la ‘ndrangheta. Da parte nostra continueremo a lavorare con serenità e fermezza”.

Giuseppe Lombardo si occupa dei processi di ‘ndrangheta, tra cui quello “testamento” contro i presunti intrecci tra le ‘ndrine della città e i palazzi del potere. Nel precedimento è indagato anche Massimo Labate, ex poliziotto e consigliere comunale di Alleanza Nazionale.

La lettera di minacce è solo l’ultimo atto di una strategia di intimidazione alla magistratura iniziata il 3 gennaio scorso con l’attentato compiuto alla Procura generale. A compierlo furono due persone, giunte sul posto a bordo di uno scooter. Uno dei due si avvicinò al portone della Procura generale e lasciò una bombola di gas, su cui era stato collocato dell’esplosivo, accendendo la miccia cui era collegata. Lo scoppio provocò danni al portone degli uffici della Procura generale, scardinando un’inferriata.

Giovedì scorso, in occasione della visita del capo dello Stato a Reggio Calabria un altro episodio che i magistrati reggini hanno chiaramente messo in relazione con la bomba: il ritrovamento, a poche centinaia di metri dal percorso presidenziale, di un’automobile al cui interno c’erano, oltre a due pistole e due fucili, due ordigni rudimentali collegati ad una miccia a lenta combustione.

Fonte: repubblica.it