Archivi del giorno: 30 gennaio 2010

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa.

di Marco Travaglio – 30 gennaio 2010
Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).
A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù.
Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…
Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe».

Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo.
A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti.
Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto.

Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antimafia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato?
L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze.
Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

[…] Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori.
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli.
Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.

Tratto da: Micromega

Antimafia Duemila – Il governo mafioso di Messina Denaro, tra le sue mani i miliardi della Cosa Nostra ”sommersa”

Se ci fosse una hit parade dei capimafia più ricchi, in testa, probabilmente, ci sarebbe lui: Matteo Messina Denaro, giovane boss trapanese, originario di Castelvetrano, 48 anni ad aprile e latitante dal 1993.

In un anno, le forze dell’ordine gli hanno sequestrato un patrimonio di un miliardo e 400 milioni di euro, più o meno il 5% del bilancio annuale della Regione siciliana.

Tutti imprenditori prestati o finiti assoldati negli organici della nuova cosa nostra. Quella sommersa, che non spara ma che non è meno pericolosa. Non perché sia invisibile perché il vero è il contrario, è visibilissima, è pericolosa perché è bene infiltrata, pronta a mascariare tutto e a rendere sistema legale ciò che è un sistema illegale. Questo raccontano le cronache giudiziarie. E le sentenze di diversi processi.

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ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA.

DI GEORGE MONBIOT
The Guardian

Chi ha detto questo? “Tutti i dati dimostrano che al di là del tipo di standard di vita che la Gran Bretagna ha ora raggiunto, la crescita extra non si traduce automaticamente in benessere e felicità dell’uomo”. Era a) il capo di Greenpeace, b) il direttore della New Economics Foundation, o c) un anarchico che pianificava il prossimo campo climatico? Nessuna delle precedenti: d) l’ex capo della Confederazione dell’Industria Britannica, che attualmente gestisce la Financial Services Authority. In un’intervista televisiva trasmessa lo scorso Venerdì, Lord Turner ha portato le osservazioni più sovversive sulla società dei consumi all’attenzione del grande pubblico.

Nei nostri cuori la maggior parte di noi sa che è vero, ma viviamo come se non lo fosse. Il progresso viene misurato dalla velocità con cui si distruggono le condizioni che sostengono la vita. I governi sono ritenuti di successo o fallimentari in base a come fanno girare il denaro, indipendentemente dal fatto che serva ad una qualche utilità. E’ considerato come un dovere sacro incoraggiare lo spettacolo più rivoltante del paese: l’annuale frenesia alimentare in cui gli acquirenti fanno la fila per tutta la notte, poi si precipitano nei negozi, sgomitando, calpestando e, talvolta, lottando per essere i primi a portare via qualche cianfrusaglia firmata che andrà in una discarica prima delle svendite del prossimo anno. Più pazza l’orgia, maggiore è il trionfo della gestione economica.

Come il Guardian ha rivelato oggi, il governo britannico è ora divisa sulla pubblicità nei programmi televisivi: se si attua la politica proposta da Ben Bradshaw, il segretario della cultura, le trame ruoteranno attorno a cioccolatini e cheeseburger, e la pubblicità sarà impossibile da filtrare, forse anche da rilevare. Bradshaw deve sapere che questo indottrinamento non ci farà più felici, più saggi, più verdi e più snelli, ma renderà alle imprese televisive 140 milioni di sterline l’anno.

Anche se sappiamo che non sono la stessa cosa, non possiamo fare a meno di identificare la crescita e il benessere. La settimana scorsa, per esempio, il Guardian portava il titolo “Lo standard di vita del Regno Unito è inferiore al livello del 2005“. Ma la storia non aveva nulla a che fare con il nostro tenore di vita. Invece ha riferito che, pro capite, il prodotto interno lordo è inferiore a quello che era nel 2005. Il PIL è una misura dell’attività economica, non dello standard di vita. Ma i termini sono così spesso confusi che i giornalisti oggi li trattano come sinonimi. Le basse vendite al dettaglio dei mesi precedenti sono state recentemente descritte da questo giornale come “desolate” e “cupe”. Le vendite elevate sono sempre “buone notizie”, le vendite basse sono sempre “cattive notizie”, anche se il prodotto offerto è porno da cortile. Credo che sia tempo che il Guardian contesti questi riferimenti pregiudizievoli.

Coloro che ancora vogliono confondere il benessere e il PIL sostengono che il consumo elevato da parte dei ricchi migliora la sorte dei poveri del mondo. Forse, ma è uno strumento molto goffo e inefficace. Dopo circa 60 anni di questa festa, 800 milioni di persone hanno permanentemente fame. La piena occupazione è una prospettiva meno probabile di quanto lo fosse prima che la frenesia iniziasse.

In un nuovo documento pubblicato nelle Philosophical Transactions della Royal Society, Sir Partha Dasgupta puntualizza che il problema con il prodotto interno lordo è il fatto che è, appunto, lordo. Non ci sono detrazioni coinvolte: ogni attività economica viene considerata come se si trattasse di un valore positivo. Il danno sociale è aggiunto, non sottratto, al bene sociale. Un incidente ferroviario che genera un valore di 1 miliardo di sterline per riparazioni delle rotaie, spese mediche e spese funerarie, è ritenuto, da questo punto di vista, vantaggioso come un servizio continuo che generi 1 miliardo di sterline dalla vendita di biglietti.

Più importante, nessuna deduzione è fatta per tener conto del deprezzamento del capitale naturale: l’uso eccessivo o il degrado del suolo, l’acqua, le foreste, la pesca e l’atmosfera. Dasgupta dimostra che la ricchezza totale di una nazione può diminuire anche se il suo PIL è in crescita. In Pakistan, ad esempio, le sue cifre approssimate indicano che, mentre il PIL pro capite è cresciuto in media del 2,2% l’anno tra il 1970 e il 2000, la ricchezza complessiva è diminuita dell’ 1,4%. Sorprendentemente, non esistono ancora cifre ufficiali che cerchino di mostrare le tendenze in termini di ricchezza reale delle nazioni.

Si può dire tutto questo senza timore di punizioni o persecuzioni. Ma nei suoi effetti pratici, il consumismo è un sistema totalitario: essa permea ogni aspetto della nostra vita. Anche il nostro dissenso dal sistema è confezionato e ci è venduto sotto forma di consumo dell’ anti-consumo, come l’ “io non sono un sacchetto di plastica“, che avrebbe dovuto sostituire le borse usa e getta, ma è stato in gran parte utilizzato una o due volte prima di uscire fuori moda, o come i redditizi nuovi libri sul come vivere senza denaro.

George Orwell e Aldous Huxley hanno proposto totalitarismi diversi: uno sostenuto dalla paura, l’altro, in parte dalla cupidigia. L’incubo di Huxley si è avvicinato alla realizzazione. Nei vivai del Brave New World, “le voci adeguavano la futura domanda alla futura offerta industriale. ‘Io amo volare,’ sussurravano, ‘io amo volare, io amo avere vestiti nuovi … i vestiti vecchi sono orribili … Buttiamo sempre via i vestiti vecchi. Buttare è meglio che rammendare, buttare è meglio che riparare”. Il sottoconsumo era stato considerato “assolutamente un crimine contro la società”. Ma non c’era bisogno di punirlo. In un primo momento l’autorità mitragliava i Semplici che cercavano di dissociarsi, ma questo non ha funzionato. Invece hanno usato “metodi più lenti, ma infinitamente più sicuri” di condizionamento: immergere la gente in slogan pubblicitari sin dall’infanzia. Un totalitarismo guidato dalla cupidigia, alla fine, diventa auto-esecutivo.

Lasciate che vi dia un esempio di quanto questa auto-esecuzione sia progredita. In una recente riflessione, un articolista ha espresso un’ idea che ho già sentito un paio di volte. “Abbiamo bisogno di scendere da questo minuscolo mondo e andare fuori, nell’universo più ampio … se ci vogliono le risorse del pianeta per farci andare là fuori, così sia. In qualsiasi modo le usiamo, in qualsiasi modo sfruttiamo l’energia del sole e la ricchezza di minerali di questo mondo e degli altri del nostro sistema planetario, o li usiamo per espandere ed esplorare altri mondi e diventare qualcosa di più grande di un animale semi-senziente che mangia fango, oppure moriremo come specie”.

Questa è la società dei consumi portata alle sue estreme conseguenze: la Terra stessa diventa usa e getta. Quest’idea sembra essere più accettabile, in alcuni ambienti, di qualsiasi restrizione della spesa inutile. Che potremmo saltellare, come gli alieni del film Independence Day, da un pianeta all’altro, consumare le loro risorse per poi passare oltre, è considerato da queste persone una prospettiva più realistica e auspicabile che cambiare il modo in cui la ricchezza si misura.

Come possiamo rompere questo sistema? Come possiamo perseguire la felicità e il benessere piuttosto che la crescita? Per diverse ragioni sono ritornato depresso dai colloqui di Copenaghen sul clima, ma soprattutto perché, ascoltando le discussioni durante il vertice dei cittadini, mi ha colpito il fatto che non abbiamo più i movimenti; abbiamo migliaia di persone e ognuno chiede a gran voce che le proprie visioni siano adottate. Potremmo unirci per manifestazioni e marce occasionali. Ma non appena si comincia a discutere di alternative, la solidarietà viene frantumata da un individualismo possessivo. Il consumismo ha cambiato tutti noi. La nostra sfida è ora di combattere un sistema che abbiamo interiorizzato.

George Monbiot è l’autore dei libri bestseller “The Age of Consent: un manifesto per un nuovo ordine mondiale” e “Captive State: l’acquisizione aziendale della Gran Bretagna”. Scrive una rubrica settimanale per il quotidiano The Guardian. Visitate il sito http://www.monbiot.com

Titolo originale: “After this 60-year feeding frenzy, Earth itself has become disposable”

Fonte: http://www.guardian.co.uk/
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04.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO