Archivi del mese: febbraio 2010

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: basta la sentenza di primo grado

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Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: basta la sentenza di primo grado.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’Appello a Marcello Dell’Utri di venerdì 26 febbraio.

Testo dell’intervento

Ogni giorno abbiamo l’impressione di essere giunti al punto di non ritorno. All’apice di una rottura degli equilibri istituzionali provocata da un uomo i cui scheletri nell’armadio sono talmente ingombranti da costringerlo ad usare tutta la sua forza mediatica perché i cittadini possano capire meno cose possibile.
Al processo contro Marcello Dell’Utri c’è stato un altro rinvio perché le difese vogliono studiare attentamente le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino. Se i Giudici di appello dovessero decidere di ammettere questa testimonianza, una volta riscontrata, non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto. Basta la sentenza di primo grado a capire il livello di collusione mafiosa. Il ruolo di mediatore svolto da Marcello Dell’Utri tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Dall’incontro di Milano tra i boss e l’attuale Premier fino alla nascita di Forza Italia. Partito preferito dalla mafia al posto dell’idea del movimento “Sicilia Libera”.
In Italia anziché occuparsi delle dichiarazioni di un personaggio bene informato, si tenta di delegittimarlo. O gli si attribuiscono dichiarazioni non formulate, al posto di discutere e riflettere sulle cose veramente dette.

Per 42 deputati i delinquenti possono fare campagna elettorale – Cronaca | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Per 42 deputati i delinquenti possono fare campagna elettorale – Cronaca | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

In 7 votano contro e in 35 si astengono sulla legge di Angela Napoli: sono tutti di centrodestra

La proposta è chiara: i sorvegliati speciali non possono fare campagna elettorale. Per questo Angela Napoli, la deputata Pdl relatrice del provvedimento, mercoledì in Aula era convinta che non ci sarebbero stati ostacoli all’approvazione all’unanimità.

Invece in 42 non l’hanno votato. Quel testo l’ha riscritto tre volte e ai suoi colleghi lo ha spiegato nei minimi dettagli: vogliamo impedire alle persone abitualmente dedite a traffici delittuosi, ritenute pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità, o sospettate di appartenere ad associazioni di tipo mafioso di andare in giro a dispensare consigli su chi votare.

Spiega la Napoli in Aula: “Si mira a fare in modo che il delinquente non possa procedere alla raccolta dei voti, perdendo così il suo potere contrattuale nei confronti del politico”. La proposta di legge punisce sia il sorvegliato speciale che non rispetta il divieto, sia il candidato che “inequivocabilmente sia a conoscenza” della situazione giuridica del pregiudicato e gli chieda comunque di dargli una mano in campagna elettorale. Perché “ciò che si deve punire è il sistema”. La deputata del Pd Marilena Samperi non ha obiezioni: “È una legge semplice, chiara e direi quasi ovvia”.

Anche Mario Tassone, Udc, non ha nulla da eccepire: una proposta simile l’ha presentata lui stesso 16 anni fa. Figuriamoci se non è d’accordo l’Idv. “Finalmente si comincia a fare sul serio” esulta Federico Palomba, che chiede di estendere la norma anche a chi è stato definitivamente condannato “per un delitto non colposo”. Sono le 14. Un’ora di pausa, ci si rivede per il voto. Nessuno sospetta che almeno in 40, al momento di schiacciare il pulsante del voto, si tireranno fuori da quel consesso di fanatici della lotta alla criminalità.

Il primo è Giorgio Stracquadanio. Lo seguono altri 34: Ignazio Abrignani, Deborah Bergamini, Mariella Bocciardo, Annagrazia Calabria, Carla Castellani, Giuseppina Castiello, Giuliano Cazzola, Giovanni Dell’Elce, Giuseppe Fallica, Nicola Formichella, Benedetto Fucci, Fabio Garagnani, Sestino Giacomoni, Gabriella Giammanco, Rocco Girlanda, Mario Landolfi, Giulio Marini, Riccardo Mazzoni, Giustina Mistrello Destro, Chiara Moroni, Giovanni Mottola, Osvaldo Napoli, Massimo Nicolucci, Carlo Nola, Massimo Parisi, Gaetano Pecorella, Mario Pepe, Paolo Russo, Elvira Savino, Giacomo Terranova, Piero Testoni, Cosimo Ventucci e Raffaello Vignali. Tutti Pdl, a cui va aggiunto il leghista, Alberto Torazzi.

Altri 7, sempre Pdl, votano contro [ndr: sono lucio barani, luca barbareschi, sabrina de camillis, giancarlo lehner, gianni mancuso, sergio pizzolante daniele toto]. Hanno obiezioni e cavilli. O forse, come sostiene la Napoli, non hanno “il coraggio di dire in pubblico che li spaventa la finalità della legge”.

da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio

Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli

Fonte:Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli.

di Peter Gomez – 25 febbraio 2010
È il nostro Parlamento ma sembra la Chicago di Al Capone: tutti gli uomini mandati da Cosa Nostra per “fare il lavoro”. Guardi il Parlamento e pensi al consiglio comunale di Chicago. Quello degli anni Venti, in cui Al Capone teneva il sindaco William “Big Bill” Hale Thompson jr e tutti gli altri a libro paga.

E, almeno nei film, apostrofava i pochi poliziotti onesti urlando “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. Il caso di Nicola Di Girolamo, il senatore Pdl che si faceva fotografare abbracciato ai boss e si metteva sull’attenti quando gli dicevano “tu sei uno schiavo e conti quanto un portiere”, è infatti tutt’altro che isolato. Tra i nominati a Montecitorio e Palazzo Madama, gli uomini (e le donne) risultati in rapporti con le cosche sono tanti. Troppi. Anche perché farsi votare dalla mafia non è reato. Frequentare i capi-bastone nemmeno. E così, mentre la Confidustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone che, codice alla mano, non commettono un reato, ma lo subiscono), i partiti imbarcano allegramente di tutto . Anche chi potrebbe aver fatto promesse che oggi non può, o non vuole, più rispettare.

Quale sia la situazione lo racconta bene la faccia di Salvatore Cintola, 69 anni, uomo forte dell’Udc siciliano dopo che pure in secondo grado Totò Cuffaro ha incassato una condanna (sette anni) per favoreggiamento mafioso. Pier Ferdinando Casini lo ha fatto entrare al Senato (come Cuffaro) sebbene Giovanni Brusca, il boss che uccise il giudice Falcone, lo considerasse un suo “amico personale”. Quattro archiviazioni in altrettante indagini per fatti di mafia, una campagna elettorale per le Regionali del 2006 (17.028 preferenze) condotta ad Altofonte – stando alle intercettazioni – dagli uomini d’onore e persino una breve militanza in Sicilia Libera, il movimento politico fondato per volontà del boss Luchino Bagarella, non sono bastate per sbarrargli le porte.

Anche perché, se si dice di no al vecchio Cintola, si finisce per dire no pure al giovane deputato Saverio Romano. Anche lui ha la sua bella archiviazione alle spalle (concorso esterno). Ma nel palmares può fregiarsi del titolo di candidato Udc più votato alle ultime Europee (110.403 preferenze nelle isole). Per questo, anche se di fronte a testimoni anni fa pronunciò una frase minacciosa che pare tratta dalla sceneggiatura del Padrino (“Francesco mi vota perché siamo della stessa famigghia” disse rivolgendosi al pentito Francesco Campanella), Romano fa carriera. È membro della commissione Finanze, Il segretario Lorenzo Cesa, lo ha nominato commissario dell’Udc a Catania, mentre Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, lo ha incluso con Cintola, Cuffaro, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nell’elenco dei parlamentari a cui sarebbero finiti soldi provenienti dal tesoro di suo padre.

Così Romano è oggi indagato come gli altri per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. E se mai finirà alla sbarra qualcuno in Parlamento, c’è da giurarlo, dirà: “È giustizia ad orologeria”. Ma la verità è un’altra. I rapporti di forza tra la mafia e la politica stanno cambiando. Il dialogo tra i due poteri e sempre meno paritario. Nel 2000, quando una microcamera immortala l’attuale senatore del Pd, Mirello Crisafulli, mentre discute di appalti con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (appena uscito di galera), negli investigatori della polizia resta ancora il dubbio su chi sia a comandare. “Fatti i cazzi tuoi” dice infatti chiaro Crisafulli (poi archiviato), al mafioso. In altri dialoghi, invece, il rapporto sembra invertirsi.

A bordo della sua Mercedes nera Simone Castello (un ex iscritto al Pci-Pds diventato un colonnello di Bernardo Provenzano) ascolta così il capo del clan di Villabate, Nino Mandalà (nel 1998 membro del direttivo provinciale di Forza Italia), mentre sostiene di aver “fatto piangere”, l’ex ministro Enrico La Loggia. “Gli ho detto: Enrico tu sai chi sono e da dove vengo e che cosa ero con tuo padre. Io sono mafioso come tuo padre. Ora lui non c’è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso” racconta Mandalà al compare aggiungendo che La Loggia, in lacrime, si sarebbe messo a implorare: “Tu mi rovini, tu mi rovini”. In questo caso la minaccia (smentita da La Loggia, che però ammette l’incontro) è quella di svelare legami inconfessabili. Un po’ quello che sta accadendo in questi mesi con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi che, secondo molti osservatori, starebbero subendo una sorta di ricatto. Dell’Utri, dicono i giudici, ha stretto un patto con i clan. Un patto non rispettato o solo in parte. E così adesso, visto che è difficile organizzare un attentato ai suoi danni (nel 2003 Dell’Utri e una serie di avvocati parlamentari erano stati inclusi dal Sisde in un elenco di personaggi politici che la mafia voleva ammazzare perché di fatto considerati traditori), la vendetta potrebbe passare attraverso le rivelazioni nei tribunali. Fantascienza? Mica tanto. Perché, almeno nel caso di Dell’Utri, ogni volta (o quasi) che intercetti un telefono di un presunto uomo delle cosche, corri il rischio di ascoltare la sua voce. È successo nell’indagine su Di Girolamo (vedi articolo a pagg. 4-5 de Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2010). Ed è accaduto due anni fa, poco prima delle elezioni, con gli affiliati del clan Piromalli. Il loro referente Aldo Micciché (vedi articolo a fianco) chiamava il senatore in ufficio dal Venezuela, mentre a uno dei ragazzi della ‘Ndrina Dell’Utri affida il compito di aprire un circolo del Buon governo a Gioia Tauro.

Ovvio che tanta disponibilità al dialogo (Dell’Utri si è giustificato dicendo che lui “parla con tutti”) anche se non dovesse nascondere accordi illeciti, espone quantomeno al rischio di pericolosi equivoci. Se alla Camera entra una bella ragazza di Bagheria, priva di esperienza politica, come Gabriella Giammanco (Pdl), e poi si scopre che suo zio, Michelangelo Alfano, è un boss condannato in via definitiva, è chiaro come qualcuno nelle famiglie di rispetto possa pensare (sbagliando) di trovarsi di fronte a una sorta di messaggio. E se nel governo siede ancora un sottosegretario, Nicola Cosentino, con parenti acquisti detenuti al 41-bis e una richiesta di arresto per Camorra che pende sulla sua testa, è inevitabile che gli uomini di panza considerino il premier un loro amico. Un politico come tutti quelli con cui i patti sono stati siglati con certezza. E ai quali, parafrasando Al Capone, si può sempre gridare, in caso di cocente delusione: “Sei solo chiacchiere e distintivo”.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Antimafia Duemila – Uno Stato ad alto tasso criminale

Fonte:Antimafia Duemila – Uno Stato ad alto tasso criminale.

di Roberto Morrione – 26 febbraio 2010

Cosa è diventato il nostro Paese? Quanto è concreto il rischio che l’Italia si trasformi in uno Stato ad alto tasso di criminalità, dove i comportamenti illegali investono responsabilità pubbliche, la politica, le istituzioni, l’economia, avvolgendo nella corruzione gruppi dirigenti a ogni livello e trovando nella società resistenze sempre più deboli, contiguità diffuse, opaca indifferenza?
Interrogativi traumatici, di fronte al dilagare degli scandali che emergono ogni giorno, con una continuità che fa dell’Italia un caso unico all’attenzione allarmata del consesso internazionale, a partire dalla Banca Mondiale, che sta analizzando il sistema italiano delle tangenti.

Nel giro di pochi giorni l’opinione pubblica (posto che il concetto sia ancora valido in un Paese  diviso, in cui gran parte della popolazione ha come unica fonte d’informazione una televisione dominata dal conflitto d’interessi) è stata immersa nelle inchieste giudiziarie sui comitati d’affari che ruotano attorno alla Protezione Civile,  quindi negli arresti di funzionari pubblici colti con la mazzetta in mano e ora nell’indagine sul gigantesco riciclaggio di denaro  che avrebbe coinvolto potenti gruppi delle comunicazioni, dirigenti insospettabili, imprenditori legati all’estrema destra, servitori dello Stato “infedeli”. E mentre nell’inchiesta della Procura di Firenze si profilava la presenza inquietante di ambienti massonici e mafiosi, l’ala della più aggressiva fra le mafie, la ‘ndrangheta, si è stesa in modo netto sul senatore del PDL Nicola Di Girolamo di cui è stato chiesto l’arresto. Non siamo in grado di dare giudizi specifici sulla vicenda, né sarebbe giusto anticipare quanto il Parlamento deciderà sulla  sua posizione, ma sentiamo il dovere di chiedere che i cittadini si ribellino al dilagare della corruzione e della commistione affaristico-mafiosa.

Quando nei primi anni ’90 esplose tangentopoli, in un’epoca e in un contesto per molti aspetti diversi, il Paese fu accanto ai magistrati di Mani Pulite, espresse in mille modi una domanda di giustizia che era morale prima ancora che politica e che si riassumeva nel valore della “legge uguale per tutti”. Perché non avvertiamo ora una reazione altrettanto viva e penetrante? Cosa è cambiato in questi anni nel profondo del Paese e della coscienza degli italiani? Innanzi tutto dobbiamo rispondere che è tuttora largamente disattesa quella “questione morale” , in sostanza trasversale al sistema dei partiti, che fa della buona e trasparente amministrazione il punto di forza e credibilità della politica verso i cittadini. Troppe volte le scelte dei diritti e dell’etica sono state insidiate o  sopraffatte dalla ricerca del guadagno a ogni costo, dal miraggio di un falso modernismo e di un mercato senza regole, da un costume opportunista e spregiudicato che lascia inevitabilmente il passo  alle scorciatoie, all’ostentazione del sottopotere, al favoritismo familistico. Per illustrare le responsabilità del processo involutivo non è sufficiente neppure il dilagante “berlusconismo”, che pure ne è il più forte artefice e beneficiario. Da questo processo, che ha nella corruzione e nel voto di scambio i principali acceleratori soprattutto, ma non solo, nelle regioni del Sud, le mafie sono state beneficiate, fino a impadronirsi di parti rilevanti dell’economia nazionale, fino ad arrivare indisturbate, come dimostrano anche le nuove inchieste in corso, nel cuore delle istituzioni, del Governo, del Parlamento.

Ed è la stessa Chiesa, con l’allarme lanciato dalla CEI (che ha ripreso in parte il solenne monito espresso ad Agrigento da Papa Woytila, finora largamente inascoltato da vari livelli della gerarchia e della presenza ecclesiale sul territorio)  che scende in campo per denunciare l’assalto criminale alla democrazia e “l’abuso del potere e dell’illegalità”.

Peccato che la presa di coscienza non sia fatta propria dalle scelte del governo e dall’ossessione del Presidente del Consiglio nei confronti dei giudici e della Giustizia. Mentre si rinvia la tanto decantata legge contro la corruzione, non passa giorno in cui non sia sottolineato l’obiettivo di condizionare lo strumento giudiziario delle intercettazioni, senza il quale nessuno di questi scandali sarebbe venuto alla luce e l’avanzata sott’acqua delle mafie sarebbe inarrestabile.

Una sconcertante contraddizione fra chi proclama ogni giorno la necessità di fare pulizia della corruzione, mentre allo stesso tempo cerca nei fatti di colpire le risorse decisive per  arrivare al bersaglio, insieme impedendo ai giornalisti di fare bene il proprio mestiere e lasciando volutamente al buio i cittadini. Insomma, un po’ come fare ammucchiare la sporcizia  e nasconderla poi sotto il tappeto…

E’ reversibile questo devastante stato di cose? All’interrogativo angosciante che assilla tanti italiani è davvero difficile dare oggi una risposta, tante sono le responsabilità e le incognite che pesano su molteplici componenti della vita nazionale, come sui fattori economici, politici, sociali e culturali, interni e internazionali, che ne determineranno l’evoluzione o l’ulteriore regressione.

Una cosa però ci sentiamo di riaffermare: la partita della democrazia contro l’autoritarismo, della legalità contro il crimine, della trasparenza  e dell’etica contro la corruzione, sarà inesorabilmente persa se i tanti, tantissimi cittadini onesti resteranno in silenzio e nell’indifferenza, senza avere un sussulto di rifiuto, di protesta e di dignità.

Tratto da: liberainformazione.org

Antimafia Duemila – Ciancimino, ma quali ciance

Fonte:Antimafia Duemila – Ciancimino, ma quali ciance.

di Marco Travaglio – 26 febbraio 2010

Lo scandalo Prostituzione&Corruzione Civile Spa ha scacciato dai giornali la lunga deposizione di Massimo Ciancimino sulle trattative Stato-mafia del 1992-93 e sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra.

Così l’ultima parola, anzi l’ultimo delirio sul caso è rimasto in appalto ai troppi commentatori interessati o improvvisati, tutti volti a squalificare l’attendibilità del rampollo dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Non solo Berlusconi e i suoi house organ (‘Le ciance di Ciancimino’ e via sproloquiando). Non solo il ministro Alfano, al quale qualcuno dovrebbe spiegare che il suo compito è far funzionare la giustizia, non insegnare il mestiere a giudici e pm né rilasciare patenti di inattendibilità a pentiti e testimoni. Ma anche il sociologo Pino Arlacchi, eurodeputato Idv, e l’ex magistrato Giuseppe Di Lello, esponente del Prc: i due hanno sentenziato – non si sa in base a quale competenza specifica – che Ciancimino jr. racconta balle.

Chissà se han saputo che il 27 gennaio, mentre cianciavano a ruota libera, la II sezione del Tribunale di Palermo consacrava per la prima volta l’attendibilità del ‘dichiarante’ nelle motivazioni della condanna a 10 anni e 8 mesi per mafia dell’ex deputato regionale forzista Giovanni Mercadante. Contro di lui, fra gli altri, ha testimoniato Ciancimino jr. in veste di depositario dei segreti paterni. E ha detto la verità: “Ritiene il Tribunale di poter esprimere un giudizio di alta credibilità su quanto dichiarato da Massimo Ciancimino”, “racconto fluido e coerente, senza contraddizioni di sorta: ogni circostanza riferita ha trovato. ulteriori precisazioni e argomentazioni a riscontro”. “Quel che è certo”, scrivono i giudici, “e può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano. che parlavano di affari, appalti mafia e politica”.

Questione non da poco, visto che proprio per il suo ruolo di trait d’union fra il genitore e Provenzano è ritenuto dalla procura un teste decisivo su papello, trattativa e origini di Forza Italia: “La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre”, aggiunge il Tribunale, “ha fatto di lui un testimone, se non un protagonista di riflesso di incontri ed episodi, oggi al centro di interesse investigativo in quanto utili a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni, alleanze e accordi politico-istituzionali che fece dei corleonesi un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli, capaci di condizionare la storia politico-sociale-economica della Sicilia (e in parte della Repubblica) dagli anni 70 a buona parte dei 90”. Di più: “Le sue propalazioni. costituiscono riscontro indiretto alle affermazioni di collaboranti quali Giuffrè”. Già braccio destro di Provenzano, Giuffrè raccontò ben prima di Ciancimino e di Spatuzza il patto stipulato nel ’93 fra il boss e Dell’Utri per l’appoggio di Cosa Nostra alla nascente Forza Italia. Dopo questa sentenza, le ‘ciance’ potrebbero diventare riscontri.

Tratto da: L’espresso

Blog di Beppe Grillo – TGBALLA

Basta con le menzogne, smettiamo tutti di guardare i TG e mandiamo messaggi di protesta!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – TGBALLA.

Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Davvero il testimone inglese David Mills è stato corrotto dal premier, Silvio Berlusconi, per mentire in tribunale.” Peter Gomez, FQ 26-2-2010.
Il Tg1 di Minzolini delle 13.30 dice l’esatto contrario, parla di: “sentenza di assoluzione” per Mills.
Il Tg1 ha mentito. Minzolini ha due opzioni: fare una immediata rettifica o essere denunciato.
Nel frattempo aderite al gruppo Facebook: “Cancelliamo il canone RAI“, già 249.232 hanno dato disdetta. E, soprattutto, date un colpo di telefono alla redazione del TG1 per mandargli un vaffanculo senza prescrizioni: tel: 06 – 33173744.

Il Complice – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il Complice – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Da Il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2010

Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Davvero il testimone inglese David Mills è stato corrotto dal premier, Silvio Berlusconi, per mentire in tribunale. Per questo Mills dovrà versare 250.000 euro allo Stato e non andrà in prigione solo perché la prescrizione (abbreviata da una legge approvata dal centrodestra nel 2005) ha cancellato il suo reato.
La sentenza potrebbe avere effetti imprevedibili sul processo in corso a Milano, dopo lo stop dovuto al Lodo Alfano, contro il solo Berlusconi. Il dibattimento rischia infatti diventare brevissimo. I giudici potrebbero far proprio il contenuto del verdetto definitivo sulla corruzione giudiziaria di Mills (che ha valore di prova) e chiudere tutto, o almeno il primo grado, entro il prossimo gennaio 2011, il mese in cui la prescrizione scatterà anche per il Cavaliere.

Un esito paradossale che spiega bene l’ondata d’insulti rivolti in ottobre contro la Corte costituzionale, da quasi tutto il centrodestra, quando il Lodo fu bocciato. Ieri, il presidente della Consulta, Francesco Amirante, ha definito quelle contumelie una “bizzarria” di una classe politica che finge di meravigliarsi se i giudici della Corte fanno il loro lavoro e dichiarano illegittime norme in contrasto con i principi fondanti della Repubblica. Per Amirante si tratta di un gioco pericoloso. Perché “quando si delegittima un’istituzione, a lungo andare si delegittima lo stesso concetto di istituzione e, privo di istituzioni rispettate, un popolo può anche trasformarsi in una massa amorfa”.

Tutto vero. Anche se in Italia la situazione è ancora peggiore. Le istituzioni qui da noi si delegittimano da sole. Prendete, ad esempio, il Senato. Due anni fa i magistrati scoprono che Nicola Di Girolamo, il parlamentare Pdl oggi accusato di essere un uomo della ‘Ndrangheta, è un abusivo. Per farsi eleggere all’estero aveva falsificato il suo certificato di residenza. Bè, cosa fanno i suoi (momentanei) colleghi? Dicono di no al suo arresto. E poi, sebbene le prove della truffa elettorale siano documentali, non lo fanno nemmeno decadere. Tutto viene rimandato all’eventuale sentenza definitiva. Poi arriva la seconda richiesta di manette, spuntano le sue foto abbracciato a un boss, e il presidente del Senato, Renato Schifani, ha una trovata: non pronunciamoci sull’ordinanza di custodia, dice, ma limitiamoci a togliere a Di Girolamo la poltrona abusivamente occupata a Palazzo Madama. Il tutto con due anni di ritardo, mentre il disgusto per la Casta cresce e le istituzioni si trascinano da sole nel fango.

Il tappo e la toga

Fonte: Il tappo e la toga.

Un tempo al porto delle nebbie di Roma giravano soldi in cambio di sentenze. Dunque, in questo senso, la Procura di Roma non è più il porto delle nebbie, almeno fino a prova contraria. Ma forse è anche peggio: perchè le cose che un tempo si facevano a pagamento oggi si fanno gratis.

Nonostante la buona volontà e la professionalità di molti magistrati, il pesce puzza dalla testa, anzi nella testa: perchè il guaio è nella testa di chi è alla testa della Procura. L’altro giorno Carlo Bonini ha raccontato su Repubblica come l’inchiesta romana sulla Protezione civile fu ibernata per mesi e mesi dal procuratore aggiunto Achille Toro, in piena sintonia col capo Giovanni Ferrara, nonostante le insistenze del pm titolare del fascicolo e della Guardia di Finanza che chiedevano invano l’autorizzazione a intercettare i Bertolaso Boys.

Era già successo quando i carabinieri volevano intercettare gli spioni dello staff Storace durante le regionali 2006. Allora provvide la Procura di Milano a scoprire quel che Roma non voleva sentire. Stavolta ci ha pensato Firenze. Roma, mai. In base ai verbali dei pm e dello stesso Ferrara, ascoltati a Perugia, Bonini ricostruisce due frasi pronunciate da Ferrara nella primavera 2009 per motivare il no alle intercettazioni su Anemone e Balducci: “mancano i gravi indizi di reato per la corruzione” (si è poi visto che gli indizi abbondavano) e c’è pure una questione “di opportunità” nell’imminenza del G8 per evitare un danno all’immagine dell’Italia.


Si spera che il procuratore smentisca soprattutto la seconda frase, perchè tradisce una concezione della Giustizia che non è prevista dalla Costituzione repubblicana. Anzi, ne è esclusa. In Italia i pm hanno l’obbligo di indagare su ogni notizia di reato senza preoccuparsi dell’opportunità politica e dell’immagine del Paese. L’aggiunto Toro, potentissimo crocevia di interessi alla Procura di Roma (basta leggere il libro di Gioacchino Genchi), se l’è data a gambe quando ha capito che, diversamente dal caso Unipol, rischiava di bruciarsi le penne.

Se Ferrara, come pare desumersi da quella frase, condivideva quel concetto protettivo, castale, tutto politico e per nulla giurisdizionale della Giustizia, dovrebbe andarsene anche lui. Mentre Toro e Ferrara ibernavano il caso Bertolaso e neutralizzavano gravissimi scandali berlusconiani come i voli di Stato e il caso Saccà, partivano in quarta contro Genchi, senza competenza e senza reati, in piena sintonia col Copasir di destra e di sinistra. Qualcuno dovrà pure spiegare perchè la Procura più importante d’Italia, sotto la cui competenza ricade la stragrande maggioranza dei delitti del Potere, in 15 anni non sia riuscita a portare a termine un processo degno di questo nome a carico di colletti bianchi di un certo peso.

Perchè, avendo sotto gli occhi un Potere con percentuali di devianza da Chicago anni 30, non ha quasi prodotto altro che archiviazioni. Perchè procure marginali come Potenza o remote come Napoli (caso Saccà), Milano (caso Storace), Firenze (Bertolaso & C) scoprono più reati commessi a Roma di quanti ne scopra la Procura di Roma. Lamentarsi dopo per i presunti furti di competenza lascia il tempo che trova, quando prima si fa poco per indagare e molto per sopire e troncare. Sono vent’anni che sentiamo accusare di “politicizzazione” i pm più attivi d’Italia. Tutti, tranne i vertici della Procura di Roma, che sono proprio i più politicizzati, visto che nella Seconda Repubblica hanno seguitato a comportarsi come nella Prima: forti coi deboli e deboli coi forti.

Più che una Procura, un ministero. Infatti nessun politico ha mai osato attaccarli, nessun governo perseguitarli con ispezioni o azioni disciplinari. Infatti il Csm ha cacciato galantuomini come De Magistris, la Forleo, i salernitani Nuzzi e Verasani, e non ha mai sfiorato la palude di Piazzale Clodio. L’Anm, che in quei casi taceva o addirittura applaudiva, su Roma non ha niente da dire? Se, come dice Mieli, sta saltando il tappo, è bene che salti anche quello della magistratura. E Toro seduto non basta. Bisogna guardare un po’ più in su.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2010)

La prova delle menzogne | BananaBis

Fonte: La prova delle menzogne | BananaBis.

IL COMMENTO

di GIUSEPPE D’AVANZO

DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all’immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato “a concorso necessario”: se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l’arcipelago di società off-shore creato dall’avvocato inglese. “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999). “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole  –  e dagli impegni pubblici  –  del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l’interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell’obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c’è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l’aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento “diretto e personale” del Cavaliere, David Mills dà vita alle “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le gestisce per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio “somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che lo ricompensano della testimonianza truccata.

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell’avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l’impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l’atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E’ la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell’ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell’infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della “società dell’incanto” che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l’ombra di quell’avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l’esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d’illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l’Italia, ma l’affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”.

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/26/news/prova_menzogne-2433189/

Antimafia Duemila – La truffa del secolo

Fonte: Antimafia Duemila – La truffa del secolo.

di Monica Centofante – 24 febbraio 2010
Compagnie telefoniche, ‘Ndrangheta e riciclaggio. Un mix esplosivo per una truffa allo Stato da due miliardi e 400 milioni di Euro.
Nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Roma su richiesta della Dda diretta da Giancarlo Capaldo c’è la cronistoria di “una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale”.
E l’affresco di un’organizzazione con ramificazioni internazionali “tra le più pericolose mai individuate”: sia per “l’inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite” che per la “capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi”.
Sono nomi di primo piano quelli che figurano tra i 56 per i quali il gip ha ordinato l’arresto,  nell’ambito dell’inchiesta Phunchard-Broker. Da Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb (uno dei venti uomini più ricchi d’Italia, al momento ricercato all’estero) a Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle (controllata al 100% da Telecom Italia spa); da Luca Berriola, ufficiale della Guardia di Finanza attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica a Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa. E grazie ai voti della ‘Ndrangheta, si legge nel documento, che tramite emissari calabresi in Germania, in particolare a Stoccarda, avrebbe riempito allo scopo, con il nome del senatore, le schede bianche degli italiani residenti all’estero.

Con i voti delle ‘ndrine
Per Di Girolamo l’accusa è di violazione della legge elettorale “con l’aggravante mafiosa” perché il politico, si legge, “risulta organicamente inserito nell’associazione criminale con incarico di consulente legale e finanziario” della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, nonché di altre ‘ndrine e di altri arrestati nella maxi operazione scattata ieri. Mentre sponsor della sua elezione sarebbe stato l’amico imprenditore romano Gennaro Mokbel, un tempo vicino ad Antonio D’Inzillo, ex esponente della destra eversiva e della Banda della Magliana e da tempo latitante in Africa.
Mokbel, spiega il documento, è il fondatore del movimento politico “Alleanza Federalista”, “nato nell’ottobre del 2003” e “gravitante nell’area politica della Lega Nord, la cui sede è ubicata in Roma. L’attuale segretario, Giacomo Chiappori, è stato eletto nelle liste della Lega Nord, alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione Liguria”. E in quel movimento Gennaro Mokbel aveva assunto “la carica di segretario regionale, con altre cariche distribuite anche ad altre persone”.
Alleanza Federalista, continua l’ordinanza, sarebbe stata in sostanza “la vera e propria base logistica per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali , sia politiche. Poi a seguito di contrasti con i vertici di Alleanza Federalista, accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere Gennaro Mokbel” sarebbe maturata la decisione di costituire un autonomo gruppo politico (a cui veniva dato il nome di partito Federalista Italiano) culmiato “nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 di Nicola Di Girolamo quale candidato al Senato”. Successivamente eletto con con 22.875 consensi.
Ma i rapporti tra Mokbel e il senatore del Pdl si sarebbero presto guastati perché Di Girolamo non avrebbe seguito “esattamente” i consigli dell’amico. “Nicò – lo aggredisce quest’ultimo nel corso di una telefonata – non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato una, due, tre volte ed io con un coglione come te non me ce ammazzo… vuoi far il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo e non me rompè se no ti metto le mani addosso”.

“Nic”, la creatura dei boss
Dalle carte emerge infatti il rapporto di sudditanza dello stesso Nicola Di Girolamo, per gli “amici” Nic, nei confonti di Mokbel. Che non mancava di offenderlo, come emerge chiaramente dalle numerose intercettazioni telefoniche, e di definirlo “schiavo mio”, ergo: “Una creatura sua e dei suoi amici della ‘Ndrangheta”. Per i quali il senatore avrebbe lavorato a tempo pieno, creando società, investendo i soldi della mega truffa delle telecomunicazioni e quelli delle cosche su scala internazionale ponendo in essere, scrive il gip, una vera e propria “attività di riciclaggio”. E trovando anche posti di lavoro a soggetti indicati da Mokbel.
“I programmi di investimento dei proventi illeciti del sodalizio – si legge ancora in riferimento alle diverse tipologie di reimpiego – venivano poi sviluppati da Di Girolamo e da Toseroni che cominciava pertanto ad adoperarsi con i suoi referenti asiatici nonché per le questioni  relative alle pietre preziose con Massimo Massoli (altro indagato ndr.)”. Uno soltanto dei vari business gestiti dal sodalizio criminale che trafficava anche in diamanti estratti in Uganda e venduti a Roma.
Elevatissima la capacità d’intimidazione di Mokbel, si apprende dalle intercettazioni, tanto che l’ex estremista di destra avrebbe commesso ben dieci omicidi. Mentre i rapporti del senatore con soggetti gravitanti nel mondo della criminalità organizzata non sarebbe cosa nuova per gli investigatori.
Una richiesta di arresto simile a quella formulata ieri, ma con la misura dei domiciliari, era già scattata il 7 giugno del 2008 quando l’autorizzazione alla sua applicazione era stata negata dal Senato e ora dovrà essere ridiscussa a fronte degli elementi emersi nel corso di un’indagine che dura ormai da quattro anni.
In quella prima occasione era stato il senatore Cuffaro a prendere la parola in aula: “Onorevoli colleghi – aveva detto – mettetevi una mano sulla coscienza! Se votate per la decadenza quest’uomo sarà arrestato”.

Manette e sequestri

Sono in tutto 56 le ordinanze di custodia cautelare scattate ieri a seguito delle indagini condotte dai Carabinieri dei Ros e della Guardia di Finanza. E tra queste ci sarebbero, oltre a Scaglia e Mazzitelli, anche altri ex dirigenti di Fastweb e Sparkle in carica tra il 2003 e il 2006, tutti operanti “in un contesto di piena e totale illegalità” al fine di “frodare l’Erario, il mercato e gli azionisti”.
Ancora, tra gli indagati della maxioperazione figurano Stefano Parisi, attuale amministratore delegato di Fastweb e Riccardo Ruggiero, all’epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ambasciatore Riccardo Ruggiero, ex Presidente dell’Eni nel governo D’Alema ed ex Ministro degli Esteri nel governo Berlusconi (dimessosi dopo 5 mesi).
Le accuse per tutti sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Con il supporto di decine di banche e fiduciarie estere nonché società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore.
Mentre tra i beni sequestrati, per un valore di circa 48 milioni di Euro, vi sarebbero 247 immobili, 133 auto, 5 imbarcazioni, 743 rapporti finanziari, 58 quote societarie, due gioiellerie e crediti nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
La procura di Roma ha intanto chiesto il commissariamento delle due società telefoniche coinvolte. Colpevoli, recita il documento, di “mancata vigilanza”, per non aver adottato le misure necessarie ad evitare che società fittizie lucrassero, attraverso falsa fatturazione, crediti d’imposta per operazioni inesistesti e riguardanti l’acquisto di servizi telefonici e telematici. Motivo per cui nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività che sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo.

Antimafia Duemila – Sviste pulite

Fonte: Antimafia Duemila – Sviste pulite.

di Marco Travaglio – 24 febbraio 2010

Davvero spassoso il dibattito sulle “liste pulite” avviato dal titolare delle liste più luride della storia dell’umanità. Politici, giornalisti, intellettuali e giuristi per caso si esercitano intorno al tema della corruzione con gli stessi esiti di Emanuele Filiberto che tenta di cantare, di Gasparri che tenta di ragionare e di Angelino Jolie che tenta di scrivere una legge anticorruzione.
Si impegnano, si applicano, ma non ce la fanno proprio. Non è il loro ramo. Sono troppo abituati a spostare l’attenzione dalle mazzette al colore della toga del giudice che le ha scoperte o della camicia del giornalista che le ha raccontate, per riuscire a dire qualcosa di sensato. Così non fanno altro che rinfacciarsi le reciproche mazzette: tu ne hai prese più di me, tu hai più condannati di me, tu hai più processi di me. Ieri il Geniale, copiando i nostri libri e le denunce di Grillo, elencava i condannati e gli inquisiti in Parlamento. Solo quelli di Pd e Udc, ci mancherebbe: per quelli del Pdl occorrerebbe una Treccani in vari volumi. In prima pagina, direttamente dalla famiglia Addams, Alessandro Sallusti si inerpicava sul tema per elogiare il Pdl del padrone, “unico partito ad affrontare una questione vera e non più rinviabile”. Ma va? Benvenuto nel club. Sulle prime zio Tibia partoriva persino un concetto sensato: non sempre, per cacciare un politico imputato, bisogna attendere la Cassazione. Poi però si perdeva per strada, vaneggiando di misteriosi “reati civili e amministrativi”. Infine perdeva la brocca parlando del Banana: i suoi processi sono speciali, rientrano nella “zona grigia della giustizia”. E’ quel che dice pure Cicchitto, altro neofita dell’argomento: l’altra sera a Porta a Porta tentava teneramente di conciliare le liste pulite e il Banana. Impresa titanica: “Sia chiaro che contro Berlusconi c’è un uso politico della giustizia, contro Bertolaso pure, mentre sugli altri si può discutere”. Ecco, i processi buoni e quelli meno buoni li decide lui: indossa cappuccio e grembiulino, poi scrive le sentenze. L’ottimo Belpietro, per non sbagliare, affida il commento a Giancarlo Abelli, contitolare del conto a Montecarlo per cui la sua signora ha appena patteggiato 2 anni per riciclaggio e restituito 1,2 milioni di maltolto: un’autorità in materia di liste pulite. Formidabili le prediche anticorruzione del duo Marcegaglia&Montezemolo, presidente ed ex presidente del più popoloso consesso di corruttori mai visto in natura: la Confindustria. Che ora espelle chi paga il pizzo per non esser ammazzato dalla mafia, cioè le vittime di concussione, ma non ha mai messo alla porta un solo iscritto che paga tangenti. Anche perché la sora Emma dovrebbe espellere se stessa, o almeno il fratello e il papà, titolari del gruppo di famiglia che due anni fa ha patteggiato a Milano 500 mila euro di pena pecuniaria e 250 mila di confisca per Marcegaglia Spa, 500 mila euro di pena più 5 milioni di confisca per la controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione per Antonio Marcegaglia (fratello di Emma, figlio di Steno): il tutto perché nel 2003 pagarono una mazzettona all’Enipower in cambio di appalti. Ora Montezemolo sostiene che la corruzione dilaga perché i politici “non hanno fatto le riforme”. Forse voleva dire “perché hanno fatto le riforme”: in 15 anni hanno sfornato 200 leggi in materia di giustizia, tutte a favore della corruzione e nessuna contro. E la Confindustria non ha mai emesso un pigolio contro condoni fiscali, scudi, depenalizzazioni del falso in bilancio, allungamenti dei tempi dei processi e tagli dei termini di prescrizione. Ma niente paura: Renato Brunetta assicura che all’anticorruzione ci pensa lui. Nella Prima Repubblica, Brunetta era consulente del ministro De Michelis; nella Seconda, divenuto ministro, ha ingaggiato come consulente De Michelis. Il giusto premio per le condanne collezionate da De Michelis per finanziamento illecito e corruzione. Ecco, la legge anticorruzione potrebbe scriverla lui. Dopo tanti dilettanti, finalmente un professionista.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali

Fonte: Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali.

di Marco Palombi – 23 febbraio 2010

“Non è punibile a titolo di colpa per violazione di disposizioni in materia di tutela dell’ambiente e tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro […] per fatti commessi nell’espletamento del servizio connesso ad attività operative o addestrative svolte nel corso di missioni internazionali, il militare dal quale non poteva esigersi un comportamento diverso da quanto tenuto, avuto riguardo alle competenze ai poteri e ai mezzi di cui disponeva in relazione ai compiti affidatigli”.
Così il governo Berlusconi ha predisposto l’ennesimo scudo penale. Stavolta, peraltro, di fattispecie addirittura marziale visto che serve a mettere al riparo da eventuali rilievi penali generali, colonnelli e via scendendo. Questa nuova versione della incoercibile tendenza all’impunità dell’esecutivo è contenuta nientemeno che nel decreto di proroga delle Missioni internazionali (articolo 9 comma 4) varato il 1 gennaio e ora in corso d’approvazione in Senato dopo l’ok della Camera. Curiosamente a Montecitorio le opposizioni, pur avendo criticato con parole di fuoco il comma “salva-generali”, hanno poi votato a favore. “Il governo fa carta straccia dei diritti di salute dei militari, compresi quelli che svolgendo il proprio lavoro hanno perso la vita o hanno visto compromessa la propria salute per le patologie connesse all’uso di sostanze nocive, come l’uranio impoverito”, hanno sostenuto ad esempio i deputati Pd Donatella Ferranti, Jean Leonard Touadì e Rosa Calipari. Di più, questo “è un grave colpo di mano nei confronti di migliaia di vittime (per l’Associazione Vittime Uranio sono   216 morti e oltre 2500 i malati, e si tratta di dati parziali!)”. Questo comma, infatti, disattiva le leggi in materia di sicurezza sul lavoro, tutela dell’ambiente e della salute nel corso delle missioni internazionali e sembra pensato per casi come quello della contaminazione da uranio impoverito, sostanza contenuta negli armamenti americani e britannici usati ad esempio nella ex Jugoslavia, dove i nostri soldati – a differenza dei colleghi Usa e Gb – agirono senza alcun dispositivo di protezione. Ora però le sentenze di risarcimento concesse dai giudici civili alle vittime e ai loro familiari cominciano ad arrivare: il ministero della Difesa non ha tutelato i suoi dipendenti, hanno scritto le toghe di Roma a proposito di un caporalmaggiore di Lecce morto nel 2005. Il Tribunale di Firenze, nel dicembre 2008, ha sostenuto la stessa cosa anche per la missione in Somalia: il ministero “non ha disposto l’adozione di adeguate misure protettive… nonostante fosse sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale la pericolosità specifica di quel teatro di guerra, e nonostante l’adozione da parte di altri contingenti di misure di prevenzione particolari”. Oggi, con questo comma infilato alla chetichella in un decreto che è quasi obbligatorio approvare in fretta, si tenta di deresponsabilizzare i vertici delle Forze Armate: “Si tratta di una norma vergognosa e anticostituzionale – sostengono le associazioni delle vittime – un tentativo di dare un colpo di spugna alle responsabilità di chi ha inviato i nostri militari all’estero senza informarli dei rischi” e “di chi non ha adottato le norme di protezione e di chi non le ha fatte rispettare”. Non solo. D’ora in poi nelle missioni di pace all’estero, dal Libano al Kosovo, alcune migliaia di lavoratori italiani – militari e civili – non avranno pieno diritto alla salute e alla sicurezza. Per legge.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Fiorani da’ il listino della spesa al pm: ”Ecco i politici che ho pagato”

Fonte: Antimafia Duemila – Fiorani da’ il listino della spesa al pm: ”Ecco i politici che ho pagato”.

di Gianni Barbacetto – 25 febbraio 2010
Da Dell’Utri a Calderoli; da Brancher a Grillo: 100-200mila euro elargiti dal banchiere imputato a Milano nel processo Antonveneta.

Il banchiere che nel 2005 diede l’assalto alla finanza italiana è rilassato, nel suo completo gessato grigio. Gianpiero Fiorani, allora amministratore delegato della Popolare di Lodi, oggi imputato nel processo Antonveneta, si è lasciato alle spalle l’euforia del banchiere vincente, ma anche la disperazione dello sconfitto che tenta due volte il suicidio. “Dopo le vicende che mi hanno coinvolto, si diventa come degli appestati. Prima ero centrale nel sistema, poi c’è la morte civile, tutti quelli che hanno avuto a che fare con me e che sono stati beneficiati da me sono spariti. Come fossi un lebbroso e avessero paura del contagio”. Interrogato in aula, a Milano, dal pubblico ministero Eugenio Fusco, racconta la sua verità. Il legame fortissimo con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. I rapporti incrociati tra il suo assalto ad Antonveneta e l’assalto dell’Unipol di Giovanni Consorte a Bnl (“Io do una mano a te, tu dai una mano a me”). Ma soprattutto gli intrecci con la politica, con gli uomini dei partiti informati sulle scalate e “oliati” con i soldi della banca.

Il politico più interno all’operazione è il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, vicinissimo a Fazio e ufficiale di collegamento tra il governatore e Fiorani. “Gli ho dato 100 mila euro, poi altri 200 mila, poi altro ancora. Su un conto aperto alla Popolare di Lodi per operazioni finanziarie sui derivati. Un aiuto per le sue spese elettorali”. Una parte dei soldi finisce al senatore Marcello Dell’Utri. “Sì, 100 mila euro: Grillo me li chiese espressamente per il senatore”. Ma poi, chiede Fusco, gli sono effettivamente arrivati? “Certamente, perché Dell’Utri mi ha ringraziato”.

Altri soldi vanno al deputato di Forza Italia Aldo Brancher: “Mi chiese un contributo perché aveva perso dei soldi investiti in un’azienda. Gli diedi 100 mila euro, su un conto corrente intestato alla moglie. Altri 100 mila glieli diedi per Roberto Calderoli”, l’esponente della Lega nord.

I soldi servivano a rinsaldare il trasversale “partito del governatore” contro i nemici di Fazio (Giulio Tremonti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa…) che volevano far passare in Parlamento il mandato a termine per il   governatore della Banca d’Italia. “Anche la Lega era acerrima nemica del governatore”, ha ricordato Fiorani, “ma poi ha cambiato idea”: dopo che Fazio e Fiorani portarono a termine il salvataggio di Credieuronord, la banca della Lega che era “sull’orlo del fallimento”. Altri soldi, ricorda Fiorani, sono arrivati a un personaggio a cavallo tra la politica e la finanza: Fabrizio Palenzona, massiccio esponente della Margherita e banchiere di Unicredit: “Due bonifici, più versamenti in contanti. Sul conto Radetzky, presso la filiale di Montecarlo della Banca del Gottardo”.

Fiorani prova a tirare le somme della sua esperienza: “Cosa non rifarei nella vicenda Antonveneta? Non ho nulla da rimproverarmi. Come si poteva rinunciare a un progetto così importante?”. Il banchiere lo racconta come una grande operazione finanziaria compiuta sotto l’ala di Fazio, fautore dell’“italianità delle banche” da strappare ai compratori stranieri: “Gli ho sempre detto tutto, se mi avesse comunicato che c’erano problemi, avrei subito consegnato le azioni Antonveneta agli olandesi, realizzando una bella plusvalenza da 280 milioni di euro. Sarei diventato il banchiere con la più alta liquidità in Italia. Invece Fazio mi ha usato e adesso scarica tutte le responsabilità su di me”. Informato di ogni passaggio, secondo il banchiere di Lodi, anche il presidente della Consob, l’agenzia di controllo della Borsa, Lamberto Cardia. E gli scalatori avevano dalla loro parte anche un giudice del Tar del Lazio, Pasquale De Lise. Alleato prezioso, perché proprio il Tar doveva decidere su un esposto degli olandesi di Abn-Amro, che i “concorrenti” di Lodi volevano a ogni costo bloccare. A un certo punto, nell’estate 2005 tra gli scalatori si diffuse la paura di essere intercettati. Chi li avvisò che i telefoni erano sotto controllo? Segnali arrivarono a un alleato di Fiorani, Stefano Ricucci, “messo in allarme dal senatore Giuseppe Valentino”, di An, ex sottosegretario alla Giustizia. Ma si allarmò anche la moglie di Fazio, Cristina Rosati. Racconta Fiorani: “Mi rivelò che il suo telefono era sotto controllo, e mi disse che gliel’aveva riferito Paolo Cirino Pomicino, che era in contatto in ambienti romani con esponenti dei servizi segreti”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”

Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”.

Quando Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria autore con il criminologo Antonio Nicaso di “La Malapianta” (Mondadori) sente parlare di limitazioni delle intercettazioni telefoniche monta su tutte le furie.

Una vita passata ad occuparsi di ‘Ndrangheta e lotta al narcotraffico internazionale, “ho iniziato indagando sui clan di Platì, della Locride e dell’area aspromontana. Li ho visti trasformarsi da mafiosi rurali in broker della droga a livello mondiale”, sa quanto sia difficile inseguire una mafia che fa della modernizzazione il suo punto di forza. Telefonini, satellitari, Skype e chat. Picciotti e capi della ‘Ndrangheta usano tutti i mezzi per comunicare.

Dottor Gratteri, ma davvero senza mettere sotto controllo i telefoni non si riesce a combattere le mafie?
Le intercettazioni sono uno strumento formidabile, ma anche il mezzo più economico, garantista e sicuro per acquisire le fonti di prova.

Il governo non sembra pensarla allo stesso modo e sta cambiando profondamente tutta la normativa che le regola.
E sbaglia, è un errore gravissimo limitare l’uso di questo strumento.

Sul quale voi puntate – dicono   i sostenitori della riforma – perché non volete più fare indagini.
Lasciamo stare le polemiche inutili. Se io devo pedinare un trafficante di droga che si sposta dalla Calabria a Roma, sono costretto ad impiegare dai dieci ai venti uomini se voglio sapere chi incontra e di cosa parla. Costo dell’operazione 2.000 euro al giorno circa. Se invece gli metto il telefono cellulare sotto controllo spendo non più di 12 euro più Iva e non devo distogliere uomini delle forze dell’ordine da altri compiti, come il controllo del territorio che nelle zone di mafia lo Stato deve contendere ai boss. Ma poi con quali uomini si fanno i pedinamenti? In polizia, nei carabinieri e nella Guardia di finanza, si fanno concorsi per poche centinaia di unità e non si riesce neppure a coprire il normale turnover. Le intercettazioni telefoniche e ambientali sono una necessità.

Addirittura, dottore, chi le vuole devitalizzare pensa l’esatto contrario.
Per capirci facciamo l’esempio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, possono essere vere sette volte su dieci, l’intercettazione, invece, è la fedele rappresentazione della realtà, di quello che i protagonisti si dicono in quel momento, dei progetti che fanno, del sistema di complicità e di relazioni di cui fanno parte.

Maggioranza e governo, però, dicono che in questi anni la magistratura ha abusato nell’uso dello strumento.
Non è vero. Le faccio un esempio che uso sempre. Vent’anni fa c’era un telefonino ogni 5 mila abitanti, oggi statisticamente ogni italiano ha un cellulare e mezzo. Come vede è lo strumento più usato per comunicare, anche dai delinquenti e dai mafiosi. Nella mia esperienza ho scoperto che ormai un narcotrafficante quando telefona butta via il suo cellulare o cambia scheda, è un modo per evitare di essere intercettato. Se io devo indagare su 50 persone che trafficano in droga e che dopo aver parlato tra di loro cambiano scheda e numero, devo mettere sotto controllo diecimila telefoni. Quindi se si è in buona fede si dice che sono stati intercettati cinquanta utenti, se si è in malafede si parla di diecimila intercettazioni. Una cifra enorme per una sola indagine, questo pensa l’opinione pubblica, che vede in noi l’occhio del Grande Fratello, teme per la propria privacy. Una campagna così è chiaro che ha i suoi effetti.

Queste cose, però, sono da mesi il pane quotidiano della polemica politica.
E a me non piace. Non ho difficoltà a riconoscere le cose positive che questo governo ha fatto nella lotta alla mafia. L’abolizione del patteggiamento in appello, ad esempio, ci ha consentito di cancellare lo scandalo delle pene che dal primo grado al secondo subivano una riduzione spaventosa senza portare alcun beneficio al funzionamento della macchina della giustizia. Riconosco, inoltre, anche il valore delle maggiori possibilità offerte in materia di sequestro di beni. Detto questo, però, il resto sono slogan e palliativi, se non addirittura proposte di modifiche legislative discutibili.

Faccia qualche esempio.
Le modifiche alla normativa sulle intercettazioni, il processo breve e la legge sui collaboratori di giustizia. Tre cose devastanti.

Per quanto riguarda la legge sulle intercettazioni, però, il governo assicura che le limitazioni non riguarderanno i reati di mafia.
E’ una banalità, ma come si fa a definire, prima di iniziare il controllo di conversazioni telefoniche, la tipologia del reato? Nella legge che si intende approvare ci sono cose assurde, per una proroga dell’intercettazione è previsto un collegio di almeno tre giudici, pensi a quanti ricorsi potranno fioccare nei tribunali piccoli e medi. E non solo, per richiedere la proroga bisognerà trasmettere l’intero fascicolo dell’indagine, migliaia di pagine che vagano di stanza in stanza, passando per più mani.

Cos’è la ‘Ndrangheta?
La mafia più forte, ricca e potente. Non è l’antiStato, ma è dentro lo Stato. Con un fatturato di 44 miliardi di euro l’anno può consentirsi tutto, entrare nel sistema finanziario, condizionare il mercato, insinuarsi nelle proprietà di giornali e mezzi di comunicazione. Il problema delle élite di ‘Ndrangheta non è più quello di accumulare ricchezze, ma di giustificarle.
Nicola Gratteri visto da Fabio Corsi

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Ci pensa la procura di Roma

Fonte: Ci pensa la procura di Roma.

Le accuse al magistrato Toro e il “porto delle nebbie”: dove le inchieste scomode vengono trattate con “riguardo”

Inutile girarci intorno. Non era necessaria l’indagine fiorentina sull’ormai ex procuratore aggiunto Achille Toro per capire che il Palazzo di Giustizia della Capitale era da un pezzo tornato ad essere un porto delle nebbie. Per comprendere che cosa accade a Piazzale Clodio, dove pure lavorano decine di magistrati dalla schiena dritta, bastano invece le collezioni dei giornali. Da anni, e con sempre maggiore frequenza, i cronisti raccontano come buona parte delle inchieste sui potenti (di qualsiasi colore) condotte dall’ufficio diretto dal procuratore Giovanni Ferrara abbiano un esito pressoché scontato: o finiscono in archivio o partoriscono il più classico dei topolini.

Gli esempi sono tanti. Si va dal caso Berlusconi-Saccà, ai voli di Stato con fanciulle del Cavaliere; dai viaggi aerei verso il gran premio di Monza (con amici e familiari) di Francesco Rutelli e Clemente Mastella, fino alle prime indagini sullo spionaggio degli uomini dell’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ai danni di Piero Marrazzo.

Ma suscitano perplessità e interrogativi pure l’inchiesta sulla Parmatour di Calisto Tanzi e quella sui supposti ricatti legati a Vallettopoli. Certo, a volte ci sono fondati motivi giuridici, per chiudere tutto. Ma è incontestabile che “prudenza”, “mosse ponderate” siano state fino a ieri le parole d’ordine di Ferrara e del suo ex braccio destro Toro. Parole riecheggiate anche nella primavera del 2009 quando, di fronte alla Guardia di finanza, i carabinieri e i pm che domandavano d’investigare a fondo sugli affari del gruppo Anemone e sulle ruberie in occasione del G8 (mancato) alla Maddalena, Ferrara e Toro decisero di procedere con il piombo nel timore, scrive Repubblica, di ledere l’immagine dell’Italia.

Oggi Toro è indagato per corruzione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo l’ipotesi d’accusa dietro le fughe di notizie che misero gli uomini della cricca della Protezione civile in allarme per i probabili arresti potrebbe esserci stato una scambio di favori. Gli eventuali reati, però, non bastano per spiegare che cosa è accaduto negli ultimi anni negli uffici al vertice della procura di Roma. Il vero punto è un altro: i rapporti delle toghe con il potere politico e la volontà di disturbare il meno possibile il manovratore. Un paio di esempi giovano a capire.

Proprio nei mesi in cui l’inchiesta romana sul gruppo Anemone veniva di fatto insabbiata, la procura si trova di fronte a un grosso problema: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Da Napoli sono arrivate le carte sul caso di Agostino Saccà. L’ex direttore generale della Rai, è stato sorpreso al telefono mentre riceveva dal premier calorose raccomandazioni su una serie di attricette da piazzare in varie fiction e, in cambio, incassava la promessa di un aiuto nelle sue future attività imprenditoriali. Quasi contemporaneamente la passione di Berlusconi per le belle ragazze apre pure un secondo fronte: il fotografo Antonello Zappadu ne ha immortalate molte mentre scendevano ad Olbia da aerei di Stato.

Lo scandalo è in apparenza enorme. Ma la prudentissima Procura di Ferrara riesce a trovare la soluzione. Vediamo come. In totale gli scali ripresi da Zappadu sono cinque, così gli accertamenti (di tipo strettamente burocratico) vengono condotti solo sulle liste passeggeri dei voli Roma-Olbia del 24, 25 e 31 maggio, 1 giugno e 17 agosto 2008. Berlusconi in quelle occasioni è sempre presente. Dunque, spiega la procura nella sua repentina richiesta di archiviazione non c’è stato “alcun danno patrimoniale” né sono “emersi casi di soggetti estranei che hanno viaggiato in assenza del presidente”. L’abuso di ufficio e il peculato sono “insussistenti”. Tutto vero. Ma perché non allargare i controlli pure agli altri voli, come suggerivano alcuni pm? Prudenza.

Più complicato è invece il caso Saccà. Quella è davvero una brutta storia che lede l’immagine dell’Italia. Le intercettazioni (inviate per competenza dal gup di Napoli al quale la procura partenopea aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati) sono esplicite. E, quel che peggio, secondo i pm napoletani, dal loro ascolto emerge anche l’ipotesi che una delle attrici raccomandate, Evelina Manna, abbia ricattato il premier. In pratica potrebbe averlo minacciato di svelare i retroscena della loro amicizia se non avesse ricevuto un aiuto (e per questo Napoli ha suggerito a Roma di aprire un’inchiesta per concorso in estorsione). Il tutto però finisce in archivio.

Come? Grazie a molte acrobazie giuridiche e un accorto uso dei media. Della storia dell’ipotetico ricatto non si saprà infatti mai niente. Anche perché un sunto delle 14 pagine della richiesta di archiviazione viene fatto arrivare (opportunamente depurato dalla parte riguardante le pressioni della Manna) nelle mani di alcuni cronisti. Già quello che si legge basta comunque per capire che aria tira in procura. Berlusconi dice, per esempio, a Saccà: “Aiuta Elena Russo è come se aiutassi me e io poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore”. Sembra una corruzione in piena regola. Ma per la procura la frase  (non, ndr) prova il do ut des. E poi, sostengono gli uomini di Ferrara, Saccà, “non è un incaricato di pubblico servizio”.

La tesi è bizzarra (tanto che il gip la farà propria solo in parte) e contrasta pure con una sentenza della Cassazione. Ma non importa. Meglio essere prudenti. Col risultato che, a volte, il caso ti deflagra in mano. Come è accaduto con la Protezione civile o come è successo, nel 2005, con l’indagine Storace. Cinque anni fa i carabinieri si rendono conto che degli investigatori privati in contatto con l’ex governatore del Lazio stanno spiando Marrazzo durante la campagna elettorale. Chiedono a Toro d’intercettare i telefoni. Ma lui dice di no. Finisce che tutto viene scoperto dai pm di Milano e scattano le manette. Lo smacco è grande, ma Toro viene lo stesso considerato affidabile. Sia in procura sia dalla politica.

Tanto che nel 2006 quando finisce sotto inchiesta per fughe di notizie legate al caso Unipol, prima il ministro Alessandro Bianchi, lo sceglie come capo dei gabinetto, e poi una volta incassata l’archiviazione (con qualche interrogativo) torna in procura per dirigere il pool dei reati contro la pubblica amministrazione. Piedi di piombo, in questo caso, nessuno. Anche perché Toro è un leader di Unicost (la corrente moderata del sindacato dei giudici, in cui milita Ferrara), per quattro anni è stato membro del Csm, piace persino alla sinistra (Bianchi è legato al Pdci) ed è amato della destra. Insomma è l’uomo giusto per un posto prudentemente giusto.


Peter Gomez (il Fatto Quotidano, 24 febbraio 2010)

E il consigliori disse al senatore “Devi pagare le tue cambiali” – Repubblica.it

Ma quelli di Repubblica ci prendono in giro? Sono forse nati ieri? Fanno forse i finti tonti? Dicono che “La ‘ndrangheta è entrata anche nel Parlamento italiano”. Ma la ndrangheta e le altre organizzazioni criminali in parlamento ci sono da molto tempo! E il senatore Di girolamo del PDL non è né il primo né l’unico a rappresentare in parlamento le organizzazioni criminali!

Fonte: E il consigliori disse al senatore “Devi pagare le tue cambiali” – Repubblica.it.

La ‘ndrangheta è entrata anche nel Parlamento italiano. Ha un suo autorevole rappresentante, il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo per il quale la Procura di Roma ha chiesto l’arresto. La misura cautelare è stata chiesta per Di Girolamo perché il senatore “risulta organicamente inserito nell’associazione criminale con incarico di “consulente legale e finanziario”” sia con gli uomini della ‘ndrangheta della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, sia di altre ‘ndrine sia con gli altri arrestati nella retata della grande truffa. I boss della ‘ndrangheta lo chiamavano confidenzialmente “Nic” ed il suo amico fraterno, l’imprenditore romano Gennaro Mokbel (in passato legato ad Antonio D’Inzillo, l’ex esponente dei Nar e della banda della Magliana latitante da tempo in Africa), lo manovrava come un burattino.

ComeDonChisciotte – IL CASO IRAN

No secco alla guerra contro l’Iran.

Articolo 11 della costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”

Fonte: ComeDonChisciotte – IL CASO IRAN.

DI FRANCO CARDINI
diorama.it/

Qualcosa di molto grave si sta profilando in Occidente: qualcosa che forse minaccia il mondo. E’ uno scenario che purtroppo abbiamo già visto. Tra 2002 e 2003 i governi statunitense e britannico inscenarono una pietosa e vergognosa commedia cercando di far credere al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di pericolose armi segrete di distruzione di massa. Era incredibile: e infatti chi aveva capacità di comprendere e di assumere informazioni precise si rese subito conto che si trattava di una colossale e infame menzogna. Ma i mass media insistevano, i politici – anche italiani – erano già decisi a seguire il sentiero tracciato del sinistro signor Bush: il risultato fu la guerra e un’occupazione che perdura e dalla quale gli stessi italiani non sanno come far a uscire.[1]

Sette anni dopo, siamo alle solite: analogo scenario, analoghe sfrontate bugie. La vittima designata, ora, è l’Iran. Auguriamoci che le dissennate dichiarazioni dei politici e dei mass media non preludano a qualcosa di simile al pasticcio irakeno: stavolta sarebbe molto più grave.

La Repubblica Islamica dell’Iran è una società molto complessa,[2] che non è certo retta da un regime totalitario, bensì da un sistema assembleare per certi versi paragonabile a una repubblica protosovietica controllata da un “senato” di teologi-giuristi. Nata da uno strappo violento che ha sottratto trent’anni fa agli USA il suo più sicuro e fedele alleato-subordinato e che ha fatto tabula rasa d’importanti interessi petroliferi occidentali, è strutturalmente avversaria della superpotenza americana: dal momento che essa individua in Israele il principale supporto della politica statunitense nel Vicino Oriente, essa avversa radicalmente anche quest’ultimo. Non c’è dubbio che il governo iraniano attuale abusi dei suoi poteri, a cominciare da quello che gli consente di comminare pene capitali, e che non rispetti alcuni diritti della persona umana. Non è l’unico a far certe cose (tali diritti non sono rispettati nemmeno nell’illegale campo di detenzione di Guantanamo, tenuto aperto dalla Prima Democrazia del mondo): ma le fa, e ciò dev’essere denunziato con deciso rigore.

Ciò non toglie che sull’Iran il mondo occidentale in genere, italiano in particolare, sia malissimo informato. Esaminiamo sinteticamente i quattro fondamentali capi d’accusa che vengono ormai rivolti abitualmente al governo di Ahmedinejad: si sarebbe reso responsabile di gravi brogli elettorali durante le ultime elezioni e di una pesante repressione delle proteste da parte dell’opposizione; minaccerebbe e programmerebbe un attacco contro Israele, con intenzione di distruggerlo; starebbe fabbricandosi un potenziale nucleare militare; sarebbe candidato a cedere in quanto isolato internazionalmente.

Si tratta sostanzialmente di quattro calunnie, per quanto ciascuna di essi riposi su un qualche elemento di verità. Vediamole in ordine.
Prima. In una recente intervista consultabile nella versione telematica di “Panorama” del 30.12.2010 una delle maggiori esperte di cose iraniane, Farian Sabahi,[3] non ha escluso che vi siano stati brogli elettorali, ma ha sottolineato che essi non possono aver falsato sostanzialmente il responso delle urne che è stato comunque con certezza largamente favorevole ad Ahmadinejad in quanto egli, a differenza dei suoi elettori, ha saputo guadagnarsi la fiducia della maggioranza degli iraniani non grazie alle sue tracotanti minacce contro Israele, bensì con una politica sociale che ha costantemente messo a disposizione dei ceti più deboli una massa ingente di pubbliche risorse, ha consentito a 22 milioni d’iraniani di accedere a efficaci cure mediche gratuite, ha aumentato molti stipendi (p.es. del 30% quello degli insegnanti), ha aumentato del 50% ‘entità delle pensioni. Al contrario i suoi avversari, pur abilissimi a mobilitarsi su Twitter e forti nei ceti medi specie della capitale, hanno fatto ben poca breccia nei centri minori e praticamente nessuna nelle campagne. I nostri mass media insistono sui deliri oratori hitleriani di Ahmedinejad (che peraltro riassumono sistematicamente, senza darci modo di capire che cosa effettivamente egli dica, e a chi, e in quali contesti), ma non c’informano per nulla della sua politica sociale, impedendoci di farci un’idea di che cosa realmente sia l’Iran di oggi.[4]

Seconda. Quanto all’atteggiamento di Ahmedinejad contro Israele, è indubbiamente una maldestra e odiosa misura propagandistica da parte sua la contestazione della shoah; ma, quanto alle minacce, chi non si limita al materiale scaricato da Twitter si è reso facilmente conto che il presidente iraniano non ha mai affermato che Israele vada distrutta (cioè che gli israeliani siano eliminati o cacciati), bensì che la pretesa di uno stato ebraico che si presenti come etnocratico e confessionale ma che nello stesso tempo pretenda di essere un modello di democrazia all’occidentale è evidentemente insostenibile in quanto costituisce una contraddizione in termini. Da ciò Ahmedinejad non deduce che lo stato d’Israele vada distrutto dall’esterno, ma che esso non potrà mai mantenersi sulla base dei principi proclamati. Oltretutto, nell’ormai radicato immaginario occidentale Ahmadinejad starebbe minacciando di distruzione nucleare Israele: ora, si domanda come può il leader di uno stato che non è ancora arrivato nemmeno al nucleare civile minacciare di distruzione nucleare un paese che invece dispone sul serio di un nucleare militare. Tutto ciò è assurdo. E non è difatti mai accaduto. Ahmedinejad si limita a dire che la convivenza di ebrei e di palestinesi dovrà essere rifondata su basi diverse da quelle dell’attuale stato d’Israele se vorrà avere qualche probabilità di sopravvivere.

Terza, la questione nucleare. Qui siamo al ridicolo e all’infamia al tempo stesso. L’11 febbraio scorso, trentennale della rivoluzione khomeinista, l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Alì Akbar Naseri indiceva una conferenza stampa. Visto il momento “caldissimo” nell’opinione pubblica, si potrebbe supporre ch’essa è stata presa d’assalto dai media. Macché. Né un TG importante, né una testata di rilievo: è così che da noi si fa informazione. Tuttavia, le pacate dichiarazioni del diplomatico hanno richiamato un’ennesima volta a una verità obiettiva che ormai conosciamo. Il 4 febbraio scorso, il governo iraniano ha formulato alla authority internazionale nucleare, l’AIEA, una proposta molto flessibile e ragionevole: accettazione della prassi elaborata dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Germania) nell’ottobre scorso, sulla base della quale l’Iran consegnerà delle partite di uranio arricchito al 3,5% alla Russia, che lo porterà al 20% e lo passerà alla Francia incaricato di restituirlo all’Iran. Date però le circostanze e il macchinoso sistema elaborato, il governo dell’Iran – temendo evidentemente che l’uranio gli venga sottratto – chiede semplicemente che lo scambio avvengo in territorio iraniano e che ad ogni cessione di partita di uranio al 3,5% l’Iran venga risarcito con la consegna di una pari quantità arricchita al 20%. Non si capisce perché il governo statunitense abbia rifiutato come “non interessante” una proposta del genere e si ostini a pretendere dall’Iran la pura e semplice cessione del minerale, senza contropartite né garanzie. Ciò corrisponde solo a un vecchio e abusato trucco diplomatico: formulare pretese assurde e irricevibili per poi accusare l’avversario, reo di non averle accettate. Bisogna al riguardo tener presente due cose: primo, per avviare la costruzione del nucleare militare è necessario un arricchimento dell’uranio all’80%, mentre l’Iran non è ancora in grado nemmeno di arricchirlo al 20%, limite indispensabile per gli usi civili. E di sviluppare un nucleare civile l’Iran ha diritto, in quanto paese firmatario del trattato di non-proliferazione (gli unici tre stati che non hanno firmato sono Israele, India, Pakistan). Il punto è che sembra proprio che i soggetti occidentali più importanti (quindi il governo statunitense e la NATO, che da esso è largamente controllata) siano ben decisi a procedere su una strada pregiudizialmente tracciata. In un’intervista concessa a Luigi Offeddu del “Il Corriere della Sera”, e pubblicata il 29.2.2010, Adres Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO dall’agosto 2009, ha proferito affermazioni allucinanti nella sostanza non meno che nel tono: “Al momento dovuto, noi prenderemo le decisioni necessarie per difendere i paesi della NATO”, ha dichiarato.[5] Ha parlato di un sistema missilistico difensivo, risultato di una triplice collaborazione tra USA, NATO e Russia, fingendo di non sapere che in Realtà la Russia è preoccupata delle installazioni missilistiche USA-NATO in Romania e in Polonia, non è soddisfatta dei chiarimenti fornitile (secondo i quali esse sarebbero dirette contro la minaccia iraniana) e la sua richiesta di “collaborazione a tale sistema è, in realtà, una richiesta di controllo. Rassmunsen, ignorando del tutto le proposte iraniane, continua a proporre un diktat: l’Iran consegni tutto il suo uranio che verrà arricchito all’estero, senza alcuna possibilità di controllarne il destino, senza alcun controimpegno e senza alcuna contropartita. C’è da chiedersi chi mai potrebbe accettare imposizioni del genere.

Quarto. Si continua acriticamente a ripetere, da noi, che ormai l’ONU sarebbe pronta a inasprire l’embargo all’Iran e che lo stesso consiglio di Sicurezza sarebbe d’accordo: si tratterebbe solo di convincere la Cina a non usare il suo diritto di veto e a studiare sanzioni che colpiscano il governo iraniano, ma non la popolazione. Quest’ultimo proposito è manifestamente ipocrita: le sanzioni colpiscono sempre le popolazioni, e in genere rinsaldano la loro solidarietà con i loro governi (a parte l’ipocrisia del governo italiano, che sostiene di preoccuparsi per ragioni umanitarie mentre in realtà è in ansia per il grosso business iraniano dell’ENI, che potrebb’essere compromesso dalle sanzioni con un forte danno agli interessi italiani). Ad ogni modo, le sanzioni contro l’Iran non funzioneranno, perché il governo iraniano è a vari livelli in contatto positivo con molti paesi e ha stipulato o sta stipulando accordi non solo con Cina e Russia, ma anche con la Siria, col Venezuela e con la Turchia. E’ del 19.2., stando a due “lanci” AGI, la dichiarazione del viceministro degli Affari Esteri Serghiey Ryabkov, secondo la quale non solo la Russia è contraria a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran e indisponibile ad appoggiarle, ma si conferma intenzionata a fornire all’Iran i sistemi antiaerei S-300, come si era impegnata a fare.

Insomma, il regime iraniano può non piacere: ma non ha la possibilità e forse nemmeno l’intenzione di costruire armi nucleari e non si trova affatto in una posizione di assoluto isolamento diplomatico.
Ma allora perché gli USA sembrano preoccuparsi dell’Iran di Ahmedinejad al punto di arrivare alle esplicite minacce? L’atomica, i diritti umani e le minacce a Israele non c’entrano. C’entra invece il modesto isolotto di Kish sul Golfo Persico, che gli iraniani hanno scelto a sede di una futura rete di scambi petroliferi mirante alla costituzione di un “cartello” che si fonderebbe sull’unità monetaria non più del dollaro, bensì dell’euro. Questa è la bomba nucleare iraniana che davvero gli americani temono.

E allora, immaginiamoci un possibile e purtroppo piuttosto probabile futuro. La guerra, lo sanno tutti, è un gran ricco business: vi sono cointeressate potentissime lobbies industriali e finanziarie internazionali; è rimasta l’unica attività produttiva statunitense che davvero “tiri”; le commesse vanno rinnovate e gli arsenali debbono essere vuotati se si vogliono riempire di nuovo; poi ci sono i generali (non solo i generaloni del Pentagono, quelli che ostentano nomi da conquistatore romano, tipo Petreus; ma anche i generalucci della NATO e i generalicchi italiani, per tacer degli strateghi-peopolitici da TV…); inoltre c’è il sacrosanto spiegamento dei fondamentalisti cristiani, ebrei e musulmano-sunniti che non vedono l’ora di saltar addosso al demonio sciita; infine ci sono i poveri cristi che aspettano di venir ingaggiati come in Afghanistan e in Iraq, la folla dei portoricani in caccia della magica green card che fa di loro dei quali cittadini statunitensi, i sottoproletari che sognano di ascendere al rango di contractors. Tutte insieme, queste forze sono – non illudiamoci – potentissime.

Se non ci salva il duplice “veto” russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma anche quello non sarà sufficiente: basterà la NATO, come in Afghanistan nel 2001: poi, l’ONU sarà costretta ad avallare…), oppure, meglio ancora, un deciso “no” degli israeliani che – a differenza del loro governo – non hanno perduto il ben dell’intelletto e la voce dei quali potrebbe contare moltissimo dinanzi all’opinione pubblica mondiale , l’aggressione all’Iran probabilmente si farà. E’ molto più facile di quella all’Iraq del 2003: il sunnita e “laico-progressista” Saddam poteva contare su molti amici negli USA, in Europa e nel mondo musulmano, l’Iran fondamentalista e sciita non ne dispone. Poi, tra qualche anno, qualcuno in gramaglie verrà a dirci che no, ci eravamo sbagliati, la bomba nucleare proprio l’Iran non ce l’aveva e nemmeno i terribili missili puntati contro l’Occidente; qualcun altro sgamerà, altri ancora si rifugeranno nell’amnesia. Frattanto, nella migliore dell’ipotesi, ci saremo infilati in un pantano sanguinoso e costoso, peggiore di quelli afghano e irakeno messi insieme: un pantano nel quale sguazzeranno allegramente solo le anatre e le rane tipo gli imprenditori, i militarastri e i sottoproletari del “finché-c’è-guerra-c’è-speranza”, che ciascuno al suo livello ci guadagneranno (“produzione e consumo” in alto, patacche e promozioni a mezza tacca, “posti di lavoro” in basso) , o tipo La Russa, che già ora s’inorgoglisce dei suoi picchetti d’onore e delle sue finte uniformi militari. Se non altro, tutto ciò darà una nota comica alla vicenda. Ma non illudiamoci: quella sarà soltanto la migliore fra le ipotesi.

Franco Cardini
Fonte: http://www.diorama.it/
Link: http://www.diorama.it/index.php?option=com_content&task=view&id=178&Itemid=1
22.02.2010

NOTE

[1] I media ci hanno poi informati che le armi di distruzione di massa non c’erano: ma nessun governante nessun politico di quelli che a suo tempo avevano stragiurato sulla loro esistenza, nessun intellettuale o pubblicista di quelli che immaginavano scenari festosi (tipo i liberatori che arrivano a Baghdad in mezzo ai fiori e alle bandiere del popolo irakeno liberato…), nessun mezzobusto televisivo-opinion maker ha fatto ammenda dell’errore in cui aveva tentato d’indurci, o meglio della menzogna proferita. Anzi, a dimostrazione della longevità dei falsi miti, Tony Blair, nel corso della sua pietosa autocritica che sigilla il fallimento della sua carriera di politico (dopo i danni che ha fatto, e che purtroppo paghiamo e pagheremo noi) è tornato sulle armi di distruzione saddamiste come se fossero davvero esistite, “dimenticando” al figuraccia sua e di altri.
[2] Cfr. L’iran e il tempo. Una società complessa, a cura di A. Cancian, Roma, Jouvence 2008; A.Negri, Il turbante e la corona. Iran trent’anni dopo, Milano, Tropea, 2010.
[3] Di cui cfr. F.Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Milano, Bruno Mondadori, s.d.
[4] Cfr. il lucido commento di M.Tarchi, La lezione iraniana, “Diorama letterario”, 296, ott.-dic. 2009, pp. 1-3.
[5] L.Offeddu, “L’iran si fermi sul nucleare o la NATO dovrà difendersi”, “Corriere della Sera”, 20.2.2

Antimafia Duemila – Disastro ambientale in Campania, il silenzio dei colpevoli

Fonte: Antimafia Duemila – Disastro ambientale in Campania, il silenzio dei colpevoli.

E’ domenica, ma la campana della chiesa non canta, geme. Teresa se ne è andata.

Aveva 47 anni, e tanta voglia di portare a termine la sua missione di moglie, di mamma, di maestra.
Ha lottato, ha sperato, si è aggrappata alle bugie pietose che le raccontavano i figlioli. Teresa è morta. Di cancro. Come di cancro sono morti Salvatore, che di anni ne aveva 34, e Francesca, che è arrivata a 39. Nunzio, invece, ce l’ha fatta a superare la cinquantina, anche se solo di pochi mesi. I parroci furono tra i primi ad accorgersi che qualcosa non andava. Troppi i funerali celebrati, troppi i morti con diagnosi sempre uguali. In Campania occorre darsi da fare per realizzare il progetto della vita perché non solo si vive male, ma si vive men0. Lo avevano capito i preti, specialisti in niente, ma armati di quel buon senso che li porta a diffidare di ogni ideologia ed a mettersi in ascolto della gente vera. Avevano provveduto, com’è nel loro stile, con discrezione, a riferirlo a politici e medici locali. Niente. Ne avevano parlato dall’Altare. Avevano stampato volantini come questo: « Ci state uccidendo. Lentamente. Miseramente. Stupidamente. Morir di puzza. Che morte ignominiosa. Che morte miserabile. Che vergognosa morte…>). Niente. Qualche amministratore con il bronzo al posto della faccia informava i cittadini: «E vero, si sente il tanfo, ma è inevitabile abitando a ridosso di un cdr. Per cui, state tranquilli, è fastidioso, ma non è nocivo per la salute…», Il tempo dell’emergenza rifiuti costrinse il governo ad aprire gli occhi sulla Campania. Si prendeva atto che a livello locale il problema non sarebbe stato risolto mai. L’immondizia scomparve dalle strade e con essa fu messo a tacere anche l’allarme per la salute. Chi continuava ad insistere, venne tacciato di impaurire inutilmente la gente per chissà quali reconditi motivi. Non andava fatto. E tanti non lo fecero. C’erano, sì, voci di rifiuti tossici. Ma erano e sono tuttora solo voci, Chi possiede le mappe dei siti dove questi veleni furono occultati? Stavolta si comincia ad alzare la voce: in Campania, salute a rischio. In un convegno promosso dall’Ordine dei medici di Napoli e dai Medici per l’Ambiente lunedì scorso, scienziati italiani di chiara fama, sulla scottante materia rivelano i primi dati allarmanti: «Diossina nel latte materno; aumento delle mastectomie per cancro della mammella; aumento dei tumori nei bambini e aumento del 300% in otto anni della spesa farmaceutica presso l’istituto dei tumori di Napoli». Il coordinatore campano dei medici per l’ambiente, Gaetano Rivezzi, ha dichiarato che è stato stimato che il 24% delle patologie ha una causa ambientale. Alla fine del convegno, è stato chiesto un osservatorio presso l’Ordine dei medici con l’Associazione dei medici per l’ambiente per avviare le ricerche e tutelare la salute dei cittadini campani. Dobbiamo recuperare il nostro ruolo di educatori e promotori della salute anche dicendo la verità sui guasti dell’ambiente nella nostra regione . Verrebbe da dire: finalmente! Ritornano in mente le parole del Papa: rubare e mentire sono atti non umani. In Campania si è mentito ai cittadini tenendoli all’oscuro ed inquinando, oltre all’ambiente, anche le notizie. Si è mentito a volte per rubare: atti che di umano non hanno niente. Si è fatto di tutto per distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi che affliggevano e affliggono la regione. Consola, e non poco, la presa di coscienza e la buona volontà della classe medica napoletana. Ci piace sperare che a quella medica si unisca la classe politica, votata da cittadini che, nonostante tutto, continuano a credere che ancora esistono persone che sanno e vogliono governare bene. Senza rubare e senza mentire. (Maurizio Patriciello, Avvenire, tratto da napolionline.org)

Tratto da: 9online.it

Blog di Beppe Grillo – Nuclearisti schizofrenici

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nuclearisti schizofrenici.

Il nucleare in Italia lo vogliono soltanto in tre: Berlusconi, Sarkozy e la Confindustria. Le Regioni che si dicono favorevoli preferiscono che le centrali siano costruite altrove. Le Regioni contrarie si oppongono a priori alla costruzione nel loro territorio. E’ un rompicapo insolubile. Formigoni (PDL): “In Lombardia siamo vicini all’autosufficienza quindi non c’é bisogno di centrali in questo momento”. Zaia (PDL): “Il Veneto ha oggi un bilancio energetico positivo, produce più energia di quanta ne compra”. Polese (PDL): “La Puglia contribuisce in modo notevole alla produzione di energia e al fabbisogno energetico nazionale con centrali elettriche a Brindisi e Taranto. Non vi è quindi motivo né possibilità di realizzare una centrale nucleare”. Polverini (PDL): ” In tempi rapidissimi il Lazio diventerà energeticamente autosufficiente e in pochi anni andrà addirittura in surplus, esportando energia verso altre Regioni. Pertanto ritengo che nel Lazio non ci sia bisogno di istallare nuove centrali nucleari“. Rimane solo Arcore per una nanocentrale nucleare. Per le scorie c’è già il mausoleo incorporato, sembra fatto apposta.

ComeDonChisciotte – GRECIA – IL LETTO DI PROCUSTE

Fonte: ComeDonChisciotte – GRECIA – IL LETTO DI PROCUSTE.

C’è un’alternativa alla cura da cavallo: la nazionalizzazione del default

DI MORENO PASQUINELLI
sollevazione.blogspot.com

Diceva Noam Chomsky che ove un albero cadesse nella foresta ma non venisse ripreso dalle TV, è come se non fosse caduto. Ha dell’incredibile l’eccesso di zelo delle televisioni italiane (quelle che davvero plasmano il senso comune) verso Berlusconi e la sua direttiva dell’ottimismo coatto. Esse stanno operando una vera e propria censura sugli sviluppi della situazione in Grecia. Questo paese è sull’orlo di un collasso che rischia di scatenare un effetto domino su tutta Eurolandia e di trascinare nel vortice l’Italia anzitutto. Per di più la Grecia è attraversata dal più potente movimento di scioperi degli ultimi decenni. Meglio non parlarne affatto, non solo per non spaventare chi c’ha i quattrini e rischia di perdere tutto, ma per evitare che quelli che già ora non hanno più quasi niente si mettano in testa la strana idea di seguire l’esempio dei loro omologhi greci. Vedremo se questa congiura del silenzio reggerà alla prova del fuoco di domani, 24 febbraio, quando il paese sarà completamente paralizzato da quello che sarà senz’altro il più potente sciopero generale dalla caduta dei Colonnelli.

A seguito: “Il rischio del dominio della Grecia all’Italia” (Paolo Manasse, lavoce.info/); “Grecia: crisi del debito o crisi dell’euro ?” (Nicolas Benies, gauche-unitaire.fr);

Un complotto ai danni della Grecia?

Che negli ultimi anni la grande speculazione finanziaria abbia messo sotto attacco la Grecia e speculato vendendo e ricomprando i suoi titoli di stato, non pare ci sia alcun dubbio. Per smascherare “il complotto” ne stanno addirittura occupando i servizi segreti greci, spagnoli e anche francesi.

Scopriranno l’acqua calda, quello che anche un broker-mezza-tacca sa bene. Sul banco degli imputati anzitutto quattro fondi d’investimento: tre americani e un inglese (Moore Capital, Fidelity International, Paulson & Co e Brevan Howard (il maggior gestore di hedge funds d’Europa). Un primo report degli 007 greci afferma: «I quattro fondi hanno assunto posizioni corte sul debito greco vendendo massicciamente e quotidianamente i nostri bond a dicembre per poi ricomprarli una volta scese le quotazioni. Approfittando del clima sfavorevole all’economia del nostro paese e di rapporti che mettevano in dubbio la capacità di Atene di far fronte ai suoi debiti, questi fondi hanno incassato elevati utili.» (Dal quotidiano greco To Vima del 19 febbraio).
Anche il ministro dell’economia francese, Christine Lagarde conferma: “Ci sono difficoltà nella zona euro perché la Grecia è sott’attacco” (Le Monde del 20 febbraio).
Anche barbe finte spagnole, il CNI (che avrebbe addirittura costituito un dipartimento ad hoc), sta indagando sulla “cospiracion”. Si cerca di capire chi si sia arricchito quando le voci della insolvenza spagnola hanno fatto schizzare i prezzi dei Cds dagli 83 dollari del primo dicembre ai 166 dollari attuali. (El Pais del 20 febbraio). Non è escluso che a speculare sul rischio di default della Spagna essi peschino, non solo i soliti vampiri anglosassoni, ma pure qualche porcellino iberico. Gli affari, si sa, sono affari.
La Bibbia del capitalismo transnazionale, il Wall Street Journal ha risposto per le rime a queste notizie di indagine: “Parlare di una cospirazione… spaventa gli investitori più di qualsiasi editoriale critico”.
Da parte nostra non possiamo che aggiungere una banalità: che il capitalismo si fonda sulla caccia al massimo profitto, e che per ottenere il massimo bottino non si fa scrupoli di sorta. Si può ben affondare un paese se questo fa fare quattrini, tanti, maledetti e subito. La deregulation dei mercati finanziari (globalizzazione) avviata con gli anni ‘80-’90, ha trasformato la vecchia caccia al massimo profitto in un vero e proprio aggiotaggio, in un risico criminale legalizzato, ove ai grandi possessori di denaro è stato consentito di agire come una vera e propria delinquenza organizzata.

Chi possiede il debito pubblico greco ?

Avevamo già segnalato, ma vale la pena tornarci su, che sono due gli indici che la grande finanza considera come primi comandamenti per giudicare lo stato di salute delle casse e delle sorti di un paese: lo Spread e i Cds. Il differenziale (Spread) tra i titoli di Stato greci e quelli tedeschi (Bund) è diventato enorme. É passato dal 5% di fine novembre al 6,5% di questi giorni. Mentre i Credit default swap quinquennali, (le assicurazioni sui titoli di stato che coprono il rischio di insolvenza), sono praticamente raddoppiati in tutti i paesi. I Cds sul rischio di default della Grecia sono praticamente i più alti dell’Occidente (3,7% sull’ammontare del debito detenuto dall’investitore contro, ad esempio, lo 0,5% della Germania).

Questi due indici sono in verità alias o “indici ombra”, agganciati, almeno in teoria, ai loro fondamentali: il rapporto deficit-Pil (la differenza calcolata nell’arco di un anno d’esercizio tra i costi della amministrazione statale e le entrate derivanti dalle imposte dirette e indirette versate da imprese e singoli cittadini), e l’ammontare del debito pubblico —ancora una volta rispetto al Pil— che si dimostra così il bronzeo paradigma del turbo-capitalismo. Diciamo in teoria poiché l’alta finanza c’ha figli e figliastri e non considera tutti allo stesso modo. Il Regno Unito (che ha un rapporto deficit-Pil pari quasi a quello greco) e il Giappone (che ha il debito pubblico di gran lunga più alto del mondo) non sono messi sul banco degli accusati e non sono fatto oggetto di attacchi speculativi devastanti. Sospettiamo che la vera ragione non attenga solo ai “fondamentali” della macchina produttiva (che il Regno Unito infatti non possiede), quanto piuttosto al fatto che questi due paesi sono veri-stati-nazione, forti di una loro sovranità politica e monetaria e dunque in grado di proteggere le loro economie.

Tornando alla Grecia. Com’è noto, questo paese ha il debito più alto d’Europa (124,9% sul Pil) nonché il rapporto deficit -Pil più alto (12,7%). Di qui l’allarme sul rischio di default della Grecia.
Preoccupati sono anzitutto i creditori della Grecia, ovvero coloro che possiedono i suoi titoli di Stato. Se infatti questo paese dichiarasse l’insolvenza o annullasse il debito, non sarebbero i cittadini greci a lasciarci le penne, ma i creditori stranieri. Un dato è eclatante: il debito pubblico greco è per il 73% in mano a creditori stranieri. E vediamoli dunque chi sono questi creditori. Anzitutto francesi e tedeschi, soprattutto fondi pensione. Ecco spiegato l’arcano per cui Parigi e Berlino sono in prima fila nel fare pressioni sulla Bce e su Papandreu. «Nello scenario peggiore possono scegliere se far cadere la Grecia (e quindi condannare a pagare il debito i loro concittadini nati subito dopo la seconda guerra, oppure salvarla, trasferendo i costi del salvataggio sulle loro generazioni future.» (La Stampa del 21 febbraio).

E’ evidente che Francia e Germania vogliono evitare come la peste sia la prima che la seconda strada. Preferiscono la terza: che i greci si tirino fuori dagli impicci da soli, che il governo applichi la cura da cavallo e reprima con fermezza la eventuale rivolta popolare. Ma c’è un rischio nel caso il governo Papandreu cada e le masse popolari abbiano la meglio: l’effetto domino, non solo sugli altri PIGS, ma sulle grandi banche e fondi d’investimento francesi e tedeschi e a catena su tutta Eurolandia. Così in questi giorni, si fa un gran parlare di un piano da 25 miliardi di Euro per soccorrere la Grecia. E’ un fatto che un piano simile violerebbe i trattati europei e richiede che la Bce chiuda, non un occhio soltanto, ma entrambi. Staremo a vedere. Va da sé che l’eventuale piano da 25 miliardi sarebbe condizionato, appunto, all’inasprimento delle misure draconiane già adottate da Atene, ovvero a sacrifici inauditi per il popolo greco

Un’altra via d’uscita: la nazionalizzazione del default

Se un’azienda debitrice fallisce ci rimette quella creditrice che ha prestato denaro, fatta salva la facoltà di quest’ultima di fare rivalsa pignorando i suoi beni. Ma come fare rivalsa contro uno stato nazionale sovrano?
Fare rivalsa sulla Grecia, ormai espropriata in larga parte della sua sovranità nazionale, politica e monetaria, sarebbe in effetti un gioco da ragazzi.
Ma che accadrebbe se la Grecia decidesse d’un botto d’uscire dall’Euro e dall’Unione? Se decidesse unilateralmente di nazionalizzare e pilotare il default, ripristinando la sua moneta e svalutandola decisamente? O addirittura annullando il debito? Accadrebbe che i creditori sarebbero gabbati, che l’economia greca, pur restando nel quadro del capitalismo, riprenderebbe a camminare e ad esportare, attirerebbe non solo una gran massa di turisti, probabilmente anche di investimenti stranieri a causa del vantaggio rappresentato dal differenziale di cambio e dai bassi costi di produzione. Accadrebbe, questo è quel che più conta per milioni di greci, che eviterebbero la cura da cavallo.

Alternativa che non sta né in cielo né in terra? Via d’uscita giacobina? Sentiamo cosa dice Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 18 febbraio:
«Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3% l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti. Ma come fa la Grecia a ricominciare a crescere? Un modo c’è: uscire dall’Euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in Euro, ma sarebbe giocoforza non ripagarlo. E’ ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili».

Moreno Pasquinelli
Fonte: http://sollevazione.blogspot.com
Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/02/una-proposta-provocatoria.html#more
23.02.2010