Archivi del giorno: 3 febbraio 2010

Il vero volto di Cosa Nostra

Fonte: Il vero volto di Cosa Nostra.

Eccolo il vero volto di Cosa Nostra. Quello delle interconnessioni tra politica, affari e servizi segreti disegnato ieri da Massimo Ciancimino durante la sua deposizione all’aula bunker dell’Ucciardone all’udienza del processo che vede imputati il generale Mori e il colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Quel volto che ancora in Italia si fa fatica a comprendere e a metabolizzare, complice la diffusa propaganda che vorrebbe la lotta alle mafie come una qualsiasi questione di guardie e ladri particolarmente arricchiti.
La Cosa Nostra che ha delineato il figlio di don Vito, di cui è stato testimone diretto, è invece una struttura potentissima con un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico e politico della Sicilia e non solo.
Vito Ciancimino era legato a doppio filo tanto con Provenzano, con cui si conoscevano fin da ragazzi, quanto con il misterioso signor Franco, nome di fantasia, uomo dei servizi che gli sarebbe stato accreditato dall’onorevole Restivo, al tempo ministro dell’Interno.
Con il primo gestiva la grande imprenditoria, con il secondo le questioni più riservate, con entrambi, visto che erano anche in stretto contatto fra di loro, collaborava alle strategie più delicate.

E’ grazie alla sua amicizia con il padrino suo compaesano che il vecchio sindaco si aggiudica e fa aggiudicare ai suoi prestanome appalti e concessioni a sufficienza per arricchire se stesso e l’organizzazione criminale. E’ il caso del big business del gas di Caltanissetta che, grazie all’influenza di don Vito e al legame di Provenzano con i Madonia, viene assegnato alla cordata Lapis-Brancato.  Tanto per rendersi conto: al momento della vendita nel 2004 l’azienda di cui don Vito aveva una quota occulta del 15% e Provenzano una percentuale fissa della “messa a posto” del 2% valeva circa 1000 euro ad utenza con un guadagno finale di 130 milioni di euro. Con Salvatore Buscemi e Franco Bonura, entrambi boss di primo piano, con i quali intrattiene “rapporti di carattere famigliare” don Vito invece diversifica i suoi investimenti non più solo in Sicilia ma anche in Canada, a Montreal e a Milano dove i proventi mafiosi vengono impiegati in “un’operazione faraonica” alla periferia del capoluogo lombardo. E’ la Milano due di Silvio Berlusconi, nella quale – ha specificato il testimone- già avevano investito molti altri capi mafiosi. E fra i nomi degli affaristi, contenuti nei documenti del padre, compare in lista anche Marcello Dell’Utri.

Il signor Franco, di cui Massimo Ciancimino fornisce generiche caratteristiche fisiche (sui 65, 70 anni distinto, molto ben curato) e la tracciabilità in una sim per ora non rinvenuta, è piuttosto il consigliere discreto e silente. Interviene e viene consultato in situazioni più chirurgiche. E’ lui ad indicare nel politico corleonese la persona adatta ad effettuare alcune attività di copertura. Quando Moro venne rapito, nel 1978, i vertici della Dc e lo stesso Franco avevano contattato don Vito affinché facesse sapere a Provenzano, ma anche a Pippo Calò, in quel periodo molto presente su Roma e al vertice anche della banda della Magliana, di astenersi dal prendere iniziative non sollecitate alla ricerca del covo in cui era detenuto lo statista democristiano.
Un compito simile era stato richiesto all’ex sindaco anche immediatamente dopo la strage di Ustica. Doveva contattare Provenzano al fine di effettuare un controllo serrato del territorio in modo da evitare fughe di notizie o testimonianze incontrollate che potessero mettere in discussione la versione ufficiale stabilita dal governo dell’epoca.
Cosa Nostra quindi, con uno dei suoi referenti politico-imprenditoriali principali, partecipa ad alcuni degli avvenimenti più drammatici del Paese e se in questi casi svolge solo parti di supporto all’epoca del biennio stragista  92-93 è protagonista del cambiamento.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Massimo Ciancimino, ha infatti introdotto il tema della trattativa, cioè il dialogo tra lo Stato rappresentato dal generale Mori, odierno imputato e dal capitano De Donno, con la mafia di Riina di cui don Vito fu tramite.
Ciancimino junior ha ricordato dell’incontro avuto con l’allora capitano De Donno in aereo verso Palermo pochi giorni dopo la strage di Capaci e la richiesta dell’incontro con il padre .
Solo dopo essersi consultato con Provenzano e il signor Franco Vito Ciancimino acconsente ad incontrare i due ufficiali, “non era nella forma mentis di mio padre incontrare carabinieri e questo non poteva certamente essere ben visto dentro Cosa Nostra”. Lo scopo dell’incontro era di mettere fine alla violenza arrivata al suo culmine con l’omicidio Falcone e ottenere perciò una resa dei latitanti in cambio di un buon trattamento per i familiari. Per Ciancimino il vantaggio offerto è quello di poter beneficiare di qualche sconto di pena.
Don Vito però non riteneva i due ufficiali in grado di assicurargli la risoluzione dei suoi problemi carcerari quindi, sempre grazie al signor Franco, gli sarebbe stato garantito che il Ministro Rognoni e il ministro Mancino erano a conoscenza dell’attività dei carabinieri. Il tutto prima della strage di via D’Amelio.

Della trattativa Mori e De Donno avevano sempre fornito una diversa versione datando gli incontri invece successivamente all’omicidio del giudice Borsellino ma soprattutto avevano sempre negato di aver visto il famoso “papello” l’elenco di richieste che Riina, una volta constatata la disponibilità dello Stato al dialogo, avrebbe avanzato in cambio della cessazione dello stragismo. Il documento è stato però prodotto da Massimo Ciancimino e riporta, su di un post-it allegato, la dicitura autografa di don Vito: consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros. Su ordine del padre, Massimo andò a ritirarlo personalmente, in busta chiusa, dal dottore Antonino Cinà, longa manus di Riina, nella sua villa di Mondello. Una volta preso visione dei contenuti, don Vito però si imbestialì con un caratteristico: “la solita testa di minchia”. I rapporti tra il politico e il capo di Cosa Nostra non erano mai stati idilliaci, don Vito lo riteneva un megalomane e dopo la strage di Capaci – confidò anni dopo al figlio – si era convinto che qualcuno stesse soffiando su questa sua personale esaltazione per indurlo a provocare un clima di destabilizzazione propedeutico ad una fase di profondo cambiamento.

Tuttavia, nonostante la sua contrarietà, sia Provenzano che il signor Franco lo avevano sollecitato a cercare una forma di mediazione, una rielaborazione moderata per rendere più accettabili le proposte impossibili lanciate da Riina. E questo è proprio il contenuto del secondo documento che il pm Di Matteo ha chiesto a Ciancimino di commentare. Si tratta di un foglio manoscritto del padre nel quale vi sono altri generi di modifiche legislative comunque di grande interesse per Cosa Nostra e non solo. Una sorta di appunto, una traccia che gli sarebbe servita per i prossimi incontri che doveva tenere con Provenzano, il signor Franco e i carabinieri, insomma con i suoi interlocutori. Tutti argomenti di cui continuerà a parlare Massimo Ciancimino nel prosieguo della sua deposizione.

Un piccolo dato curioso, ieri in aula c’erano una scolaresca attenta e silenziosa e pochi giornalisti, le firme più illustri, ma niente a che vedere con il can can mediatico che si era creato per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza che seppur importante era un uomo d’onore di relativa caratura rispetto ad un testimone diretto di un’epoca drammatica che ha segnato la storia del nostro Paese.
Certo in questo caso c’è da scrivere poco di sangue e violenza e Massimo Ciancimino non è facilissimo da smentire e infangare, ma soprattutto racconta di una mafia di cui è meglio non far sapere. Chissà mai che gli italiani comincino a capirne qualcosa.

Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Ingroia, con ddl “antipentiti” a rischio l’antimafia

Fonte: Ingroia, con ddl “antipentiti” a rischio l’antimafia.

“Questo disegno di legge rischia di essere un colpo di grazia definitivo a tutto l’impianto della validita’ probatoria delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia su cui si e’ fondato il maxiprocesso di Falcone e Borsellino e cosi’ via”. Cosi’ ai microfoni di “Tutta la citta’ ne parla” (un programma di Radiotre), il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, a margine al processo Ciancimino-Mori in corso a Palermo, a proposito del disegno di legge “antipentiti” firmato dal senatore Giuseppe Valentino (relatore del processo breve e vice di Ghedini).

“Se questo disegno di legge – afferma Ingroia – fosse gia’ stato in vigore, l’85% delle condanne del maxiprocesso non ci sarebbero state, lo stesso vale per il 60-70% delle condanne all’ergastolo anche per le stragi di Capaci e via D’Amelio, che si fondano tra l’altro sul cosiddetto incrocio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Insomma, si rischia di introdurre una breccia all’interno della legislazione antimafia che potrebbe travolgere anni e anni di lavoro”.

Il pm spiega il nuovo ddl: “Viene fissato un principio di prova legale, nel senso che vengono riconosciuti come valido riscontro alle dichiarazioni dei pentiti soltanto i cosiddetti riscontri obiettivi, escludendo qualsiasi valore probatorio di conferma delle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni di uno o cinque pentiti vengono messi sullo stesso piano, le dichiarazioni di un altro collaboratore non aggiungono nulla”. Per Ingroia: “Potrebbero esserci conseguenze su tutti i processi i corso, persino su quelli già chiusi con sentenza definitiva: infatti, si aprono insperate aspettative per i mafiosi oggi con tanti ergastoli alle spalle, che possono invocare una revisione del processo e delle sentenza sulla base delle quali sono stati condannati”.

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano assicura: la cosiddetta ‘norma-salva pentiti’ “non fa parte del programma del Governo, non è nei progetti del governo e non avallata dal governo”.

Da Rainews24

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista

Il termine “grande architetto” mi fa venire in mente la massoneria…

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista.

”Carissimo ingegnere. Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore.
Come gia’ avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e’ molto pressato”. Inizia cosi’ uno dei ‘pizzini’ inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. ”Ricevetti la busta con all’interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe’ da familiari di Pino Lipari”, ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.

Analizzando il ‘pizzino’, mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del ”nostro amico” si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un ‘grande architetto’ con l’obiettivo di ”mandare avanti la politica stragista” anche se, ha detto il figlio dell’ex sindaco, ”mio padre e Provenzano erano contrari all’accelerazione delle stragi”. ”E’il momento che tutti facciamo un grande sforzo”, si legge nel ‘pizzino’ e Massimo Ciancimino spiega: ”Mio padre diceva che l’ulteriore sforzo era il contropapello”.

Ma chi e’ ‘l’architetto’ di cui si parla nel pizzino? “Il nome non mi fu mai fatto da mio padre”, ha detto Ciancimino. “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme”, si legge ancora nel pizzino. “Provenzano – ha spiegato Ciancimino junior – si riferisce alla possibilita’ di avanzare il ‘contropapello’, cioe’ una controproposta, di mio padre per aprire un’altra eventuale possibilita’ di trattare con queste persone e sollecita quindi un incontro fra i due, ipotizzando di potere continuare la trattativa”.

Provenzano avrebbe, quindi, chiesto a Vito Ciancimino, nel ‘pizzini’ che il pm Ingroia legge in aula, di incontrarlo al cimitero, dove – scriveva il boss mafioso – “potremmo rivolgere insieme una preghiera a Dio”, si legge. L’incontro tra Ciancimino e Provenzano sarebbe poi effettivamente avvenuto a Palermo, ma non al cimitero.

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina.

La mancata perquisizione del covo di Riina era uno degli elementi della “trattativa” in corso negli anni delle stragi tra Cosa Nostra e lo Stato.
E’ quanto ha dichiarato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, durante la seconda udienza dedicata al suo interrogatorio e attualmente in corso all’aula bunker dell’Ucciardone. Ricordando il momento in cui Vito Ciancimino avrebbe messo a disposizione dei Carabinieri le cartine su cui era indicato il covo del boss di Cosa Nostra, all’epoca latitante, “mio padre – ha spiegato il teste – mi disse che era stato concordato insieme a Provenzano, al signor Franco (il misterioso uomo dei servizi segreti ndr.) e agli stessi Carabinieri che il covo andava rispettato. Che non andava perquisito per una forma di rispetto nei confronti della famiglia di Riina che doveva essere messa in condizione di allontanarsi e di portare via tutta la documentazione”. Anche perché, prosegue, “prima di essere arrestato Riina si vantava che nel momento in cui avrebbero perquisito il covo l’Italia sarebbe crollata, perché i documenti contenuti al suo interno avevano questo potere”.
“Questo margine di operatività – ha proseguito Ciancimino Jr. – era una sorta di onore alle armi, un messaggio da dare a Riina per fargli capire che non si trattava di un tradimento, ma di una azione quasi necessaria per salvaguardarlo da se stesso”. E che per farlo ”si era scelto il metodo meno traumatico”.
“Dopo aver consegnato le carte catastali mio padre non si aspettava di essere arrestato. E interpretò lo stesso arresto come una trappola che gli tesero i Carabinieri dopo aver ottenuto la necessaria documentazione per giungere alla cattura di Salvatore Riina”. Così ha proseguito nel suo racconto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato dal pm Nino Di Matteo nel corso dell’udienza al processo Mori-Obinu attualmente in corso a Palermo.
“Mio padre – ha proseguito – aveva dato informazioni per la cattura di Riina insieme al Provenzano ed era convinto che per questo motivo lo avrebbero lasciato libero”.

Ciancimino: ”Era Dell’Utri il nuovo referente della trattativa”

Fonte: Ciancimino: ”Era Dell’Utri il nuovo referente della trattativa”.

“La morte di Borsellino segnò il passaggio dalla fase A alla fase B o se preferite l’inizio della seconda trattativa”. Nel secondo giorno di deposizione Massimo Ciancimino riprende il suo racconto dalla sequenza dei dialoghi tra il padre, portavoce di Cosa Nostra e i carabinieri del Ros, portavoce di interessi a tutt’oggi da chiarire.

“Quando ci fu la strage di Via D’Amelio mio padre si sentì responsabile!” – spiega al Tribunale rispondendo alle domande del pm Di Matteo -. Aveva capito che proseguire nella trattativa, anche cercando di ammorbidire le richieste avanzate da Riina, così come gli avevano chiesto il signor Franco e lo stesso Provenzano, aveva avuto un effetto deleterio.
Riina infatti aveva approfittato di quella apertura per scatenare il suo delirio di onnipotenza sobillato in questo suo folle progetto da un soggetto o un’entità che don Vito, anni più tardi, parlando con il figlio, aveva chiamato l’Architetto.
A quel punto però, secondo quanto riferì a Massimo, il padre decise di prendere in mano la situazione e di agire come avrebbe voluto fin dall’inizio, convinto che non vi era nessuna vera volontà di trattare da parte del capo di Cosa Nostra.
Con il solo obiettivo di ottenere benefici carcerari e soprattutto di mitigare le misure di prevenzione Ciancimino decide di convincere Provenzano che la soluzione migliore per tutti, per Cosa Nostra, per Provenzano e per gli eterni equilibri, è sfruttare il canale stabilito con i carabinieri per ricondurre Riina alla ragione, nell’unico modo possibile: togliendolo di mezzo.

Dopo molti colloqui, prosegue il testimone, necessari per portare il suo compaesano verso una decisione “che non era nella sua natura”, Provenzano acconsente a che il piano di Ciancimino si realizzi.
Don Vito quindi ordina al figlio di contattare il capitano De Donno. Il 25 agosto del 1992 riprendono i dialoghi, questa volta con una precisa finalità: consegnare Riina.
Il capitano dei carabinieri fa avere al vecchio sindaco tabulati di utenze abitative e soprattutto una serie di mappe della città di Palermo.
Massimo le porta al padre che gliene fa fotocopiare solo due, in fogli A3, con la zona che comprende Baida fino a via Leonardo da Vinci. Il giovane Ciancimino parte alla volta di Palermo per consegnarla a Provenzano. E’ lui l’unico in grado di segnare con precisione dove si trova il suo gemello scriteriato che sta rovinando un lavoro di anni.
Di tutto questo iter è ovviamente informato anche il signor Franco che come ombra onnipresente segue tutte le manovre.
Quando sta per avvenire la consegna delle piantine con tutti i riferimenti però, Don Vito viene arrestato, la motivazione del ripristino della custodia cautelare è la sua richiesta di poter avere il passaporto che fa temere per un suo possibile intento di fuga.
Ciancimino chiede dunque spiegazioni a De Donno che però giura di non saperne nulla e promette che avrebbe fatto il possibile per porre rimedio alla situazione.
Qualche giorno dopo Massimo riceve una telefonata dal padre dal carcere tramite il telefono del capitano e gli ordina di consegnare la documentazione a De Donno, cosa che avviene.

Dopo poco meno di un mese, il 15 gennaio, Riina viene catturato.
Ma, precisa Massimo, gli viene riconosciuto “il valore delle armi”, né la sua famiglia né i suoi documenti vengono toccati. “E’ un segnale, come a far capire a Riina che non si tratta di un vero e proprio tradimento, quanto piuttosto di un atto necessario per tornare al tempo della coabitazione. Quasi un salvarlo da se stesso”.
Lasciar partire in tutta calma la famiglia è inoltre un segno di rispetto nei confronti del capo, deposto da cause di forza maggiore, e delle antiche regole di Cosa Nostra ed è soprattutto una clausola che Provenzano e Ciancimino pretendono nel loro accordo con i carabinieri e con il signor Franco. E così in effetti fu.
Dal carcere don Vito, ricorda sempre il figlio, osserva il suo piano e ne rivendica la paternità, ma capisce anche di essere stato tradito e scavalcato e che gli è stata tesa una trappola. La richiesta di tornare in possesso del passaporto, sollecitata da Provenzano e garantita dai carabinieri era stato il pretesto della sua detenzione. Un messaggio, a suo avviso, ben chiaro.
Solo in tempi recenti, tra il 2000 e il 2002, quando padre e figlio avevano deciso di scrivere un libro su tutti quegli avvenimenti, il potente Ciancimino, ormai vecchio, malato e ridotto su una sedia a rotelle da un ictus invalidante, ha rivelato a Massimo chi era il nuovo referente del patto tra mafia e stato. E il teste, a precisa domanda del pubblico ministero, non ha difficoltà a rispondere con certezza: è Marcello Dell’Utri.
E come avviene questo nuovo agghiacciante dialogo?
Direttamente. Provenzano parla direttamente con Dell’Utri.
In cambio di un accordo a garanzia della sua latitanza Provenzano si impegna di ricondurre  Cosa Nostra nel suo alveo principale, quello degli affari, della politica e dei favori.
Ora ci sarebbe da chiarire per conto di chi Provenzano pone come condizione a Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro e a tutta la frangia stragista e vendicativa di spostare gli attentati “in continente”, a Firenze, Roma e Milano, con sempre più evidente fine destabilizzatore.
Di questo Massimo Ciancimino non ha parlato, non ancora almeno, a quanto ci è dato sapere.
Per quattro ore ha risposto lucidamente a tutte le domande del pm che, ha più volte voluto precisare, prendendosi anche un richiamo dal presidente del Tribunale a non divagare troppo,
sono nella maggior parte dei casi relative ai documenti che ha ricevuto in gravosa eredità dal genitore e che ha già prodotto alla Procura di Palermo.
L’analisi dei cosiddetti pizzini scambiati tra il padre e Provenzano è iniziata con l’interrogatorio del pm Ingroia e proseguirà il prossimo lunedì 8 febbraio.


Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano.

Nel secondo giorno d’interrogatorio Massimo Ciancimino è stato escusso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia in merito ai pizzini acquisiti al fascicolo del dibattimento e consegnati dallo stesso Ciancimino alla Procura di Palermo tra novembre e dicembre dello scorso anno.

Si tratta, in particolare, di tre missive inviate da Provenzano a don Vito Ciancimino nel 1992 e nel 2001 e recuperate da suo figlio Massimo nella casa di via S. Sebastianello, a Roma, dopo la morte del padre. “Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta (il papello) dal caro dottore (Antonino Cinà)…  credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo (per alleggerire le richieste di Riina), come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico (Riina) è molto pressato (dall’Architetto), speriamo che la risposta ci arrivi per tempo (prima di una nuova strage), se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è una buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo si ricorda, me ne parlò lei, potremo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico OMISSIS  bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per  organizzarci”. Un biglietto, secondo Massimo Ciancimino, riferibile ai primi di luglio ’92, dopo la consegna delle richieste che Riina inoltrò allo Stato attraverso il dottore Antonino Cinà e che giunse attraverso l’ex sindaco di Palermo ai carabinieri.

Don Vito allora si era indignato perché quelle richieste sarebbero state politicamente impraticabili. Per questo parlò con Provenzano mettendolo di fonte alle sue responsabilità (“anche tu hai contribuito con le tue scelte a creare questo mostro”) chiedendogli di mediare il punto di vista del suo compaesano al quale “gli era stata riempita la testa di minchiate” da un personaggio “che lo aizzava a proseguire la strategia stragista” e che Ciancimino ha definito come “l’architetto”, un personaggio legato ai servizi di cui si conosce ancora poco. Per questo nel biglietto consegnato da Massimo Ciancimino ai magistrati si allude a una fantomatica “ricetta”. Il cosiddetto “papello” di Riina per il quale Provenzano, su consiglio di don Vito e del Signor Franco, avrebbe dovuto mitigare il contenuto. Da lì la stesura da parte di Vito Ciancimino di una lista contenente le controproposte in alternativa al papello che don Vito avrebbe dovuto sottoporre a Riina e ai carabinieri per cercare di portare a buon fine quella trattativa che era stata avviata dal Ros per la cattura dei latitanti.
In quei punti stilati a mano l’ex sindaco corleonese prevedeva la nascita di un partito capace di raccogliere un bacino di voti ereditati dalla vecchia Dc siciliana per poter tradurre in leggi le richieste più accomodanti per Cosa Nostra. Un progetto che però non andò mai in porto come quello di bloccare la ferocia di Riina il quale, perseverando nella sua linea violenta, organizzava in tutta fretta l’attentato di via d’Amelio al giudice Paolo Borsellino. Una strage che spinse don Vito a cambiare le carte in tavola facendo saltare i patti iniziali e spingendolo a collaborare con i carabinieri (con l’accordo di Provenzano) in cambio di una serie di agevolazioni personali su due richieste fondamentali che comprendevano il buon esito del suo processo pendente in fase d’appello e il parere favorevole della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sui suoi beni in sequestro. Istanze che don Vito aveva inoltrato ai militari guidati dal generale Mario Mori chiedendo l’intervento dell’on. Violante, l’unico politico in grado d’intervenire. Un sogno, anche questo, che non si realizzerà a causa di una “trappola” in cui l’ex sindaco finì per essere vittima. Proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, dopo la consegna delle cartine con l’indicazione del covo di Riina, il politico di Corleone era stato arrestato. Nel mese di novembre del ‘92 “doveva avvenire un incontro – ha spiegato Ciancimino – tra mio padre e Provenzano” il quale, trovandosi in Germania con la famiglia, aveva ritenuto più sicuro organizzarlo lì. Così il vecchio sindaco chiese un passaporto che gli procurò l’arresto per pericolo di fuga.

Ma perché chiedere un passaporto ai carabinieri se l’ex sindaco aveva già una carta d’identità valida per l’espatrio e un passaporto di copertura procuratogli dal Signor Franco? “In realtà – ha spiegato Ciancimino – il suo avvocato e mio fratello Giovanni gli consigliarono di desistere. Mio padre però fu sincerato dai carabinieri che non c’erano problemi”. Un’ingenuità che costò a don Vito la misura cautelare in carcere e la fine del sogno di prendere parte a una nuova fase politica. Don Vito fu arrestato a Rebibbia il 19 dicembre 1992 per scontare una continuazione di pena per associazione mafiosa e concussione, fino al ‘99.  Anno in cui don Vito ottiene i domiciliari che sconterà fino al giorno della sua morte. Un periodo questo, durante il quale incontrerà più volte Provenzano che perorerà a suo favore una legge sull’amnistia che il capo di Cosa Nostra avrebbe spinto attraverso i Senatori Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, all’epoca appena eletto presidente della Regione Sicilia. “Carissimo Ingegnere (…)- aveva scritto Provenzano a don Vito –  Mi è stato detto dal nostro Sen (Dell’Utri)e dal nuovo Pres (Cuffaro) che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. (Nino mormino) è benintenzionato (…)”.  L’iniziativa, ha spiegato in aula Massimo Ciancimino, avrebbe previsto la presentazione in parlamento di un decreto indultivo che sarebbe dovuto essere presentato dall’allora Governo di sinistra e votato, dopo un accordo interno al partito di destra, in larga maggioranza.  Lo stesso Provenzano infatti chiarisce: “Carissimo Ingegnere, con l’augurio che vi troviate in uno stato di salute migliore di quando vi ho visto il mese scorso, ho riferito i suoi pensieri al nostro amico Sen.(Dell’Utri) Ho spiegato che loro (lo schieramento di destra) non possono fare provvedimenti come questi dell’amnistia quando governano loro e che è cosa giusta spingere per far approvare la legge. L’amico (Dell’Utri) mi ha detto che è stata fatta una riunione e sarebbero tutti in accordo. Ho visto che anche il buon Dio con il Cardinale ha chiesto la stessa cosa”. Alla fine don Vito non otterrà l’amnistia tanto sperata, tradito dai carabinieri e dallo stesso Provenzano non vedrà mai più il suo progetto di rinascita.


Silvia Cordella (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2”, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  –  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  –  dice il testimone  –  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  –  dice Massimo Ciancimino  –  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  –  spiega il testimone  –  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  –  spiega  –  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  –  aggiunge il teste  –  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  –  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  –  spiega  –  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ’70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ’95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992”.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ‘signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992”.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ’92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ’92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)