Archivi del giorno: 7 febbraio 2010

I verbali integrali di Ciancimino

Fonte: I verbali integrali di Ciancimino.

E’ l’argomento del giorno, la deposizione di Massimo Ciancimino al processo che vede imputato il generale del Ros Mario Mori di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. In realtà, da mesi, il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta raccontando ai pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia i segreti del padre: le figure più ricorrenti sono quelle dell’ingegner Lo Verde, ovvero Bernardo Provenzano, e del signor Franco, un misterioso agente segreto che avrebbe fatto da anello di collegamento fra Cosa nostra e i palazzi delle istituzioni. Massimo Ciancimino racconta, ma non sa tutto.
Il signor Franco, ad esempio, resta senza identità, nonostante le indicazioni offerte ai magistrati: nel suo cellulare, Ciancimino, aveva i numeri di un’utenza fissa (con prefisso 06 – Roma) e di una cellulare. Erano questi i contatti con il signor Franco, “grande amico di mio padre”, racconta il figlio dell’ex sindaco.
Vale la pena di leggerli integralmente i 22 verbali che i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia hanno depositato al processo Mori. Sono il racconto di una Palermo inedita, in cui i mafiosi e strani agenti segreti vanno in giro tranquillamente. Questi verbali sono davvero un’utile lettura, per capire.

Salvo Palazzolo (Fonte: www.ipezzimancanti.it, 6 febbraio 2010)

I verbali integrali di Massimo Ciancimino

Antimafia Duemila – La legge e’ un male per tutti!

Fonte: Antimafia Duemila – La legge e’ un male per tutti!.

di Sonia Alfano – 6 febbraio 2010
“Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura”- Silvio Berlusconi, 24 Dicembre 2009.

Ne siamo certi: lodo Alfano da rivedere, scudo fiscale, processo breve, stop alle intercettazioni, vendita all’asta dei beni confiscati alla mafia, legittimo impedimento in corso d’opera …la mafia TREMA di fronte a questi provvedimenti!

L’ultima geniale trovata del PDL è la legge anti-pentiti, grazie alla quale si vorrebbe neutralizzare il contributo dei collaboratori di giustizia, che negli ultimi 15 anni sono stati fondamentali per la risoluzione di innumerevoli misteri legati alla criminalità organizzata.

Ma andiamo ad esaminare tecnicamente questa proposta del Senatore Valentino, già coinvolto in vicende legate al voto di scambio con la ‘ndrangheta (guarda caso!)
L’articolo 192, comma 3 del codice di procedura penale (CPP) recita: le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso (…) sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità”. Poi aggiunge al comma 4 che la stessa regola vale anche per le … dichiarazioni di persona imputata per un reato collegato a quello per cui si procede….

Sappiamo tutti che per arrivare a condannare l’imputato di un reato, ci vogliono le prove che dimostrino la sua colpevolezza. Ad acquisirle e valutarle sarà il giudice che su di esse forma il suo convincimento e decide di conseguenza. Si comprende dunque quale importanza “la prova” rivesta nell’ambito di un giudizio penale. Un’importanza riconosciuta dallo stesso legislatore che ha stabilito delle regole che indicano al giudice, quali sono i mezzi di prova, come acquisirli, come valutarli e in che misura. Uno dei mezzi di prova indicati dal codice è la testimonianza, cioè una dichiarazione resa di fronte al giudice da una persona che è testimone, cioè che sa o ha visto qualcosa che può concorrere all’accertamento dei fatti. Il testimone può essere estraneo ai fatti, come un passante che ha assistito al reato, ma può essere anche una persona che alla commissione di quel reato ha direttamente o indirettamente contribuito: il complice, per esempio, che sarà dunque coimputato del medesimo reato – e qui ritroviamo i termini dell’articolo 192 – oppure una persona che ha agevolato in altra maniera il compimento di quel reato e che sia stata già giudicata in un procedimento connesso o per reato connesso (art. 197-bis CPP). In questo caso queste dichiarazioni sono considerate a tutti gli effetti elementi di prova da valutare insieme agli altri che ne confermano l’attendibilità. Sono dunque utilizzabili dal giudice per formare il suo convincimento sulla colpevolezza o meno dell’imputato. Facciamo un esempio concreto: il sig. X è un pentito, imputato e giudicato per reati di mafia, che rende dichiarazioni in un processo indicando il sig. M già sotto inchiesta per reato connesso, e il sig. S, al momento non sotto inchiesta, come persone implicate nei fatti di mafia per cui lui è stato giudicato. In questo caso le dichiarazioni di X se confermate attendibili dalle altre prove, sono anche esse prove che permetteranno al giudice di condannare M e possibilmente di incriminare S.

Il DDL Valentino mira a rendere inutilizzabili queste dichiarazioni togliendo loro il valore di prove. Vediamo come. La nuova versione del comma 3 recita: Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso (…) assumono valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni”. Come si vede è sparita la locuzione “gli altri elementi di prova” che indicava che queste dichiarazioni rientrano nella categoria delle prove. Il testo proposto recita che, anche se le dichiarazioni assumessero “valore probatorio”, lo assumerebbero solo in qualità di “indizi”. L’indizio è un elemento che da solo non serve a nulla. Anche più indizi di regola non sono sufficienti a desumere l’esistenza di un fatto, a meno che, precisa la legge questi siano gravi, precisi e concordanti. Quindi devono essere numerosi e con certe caratteristiche. In più il nuovo articolo aggiunge come pre-condizione all’utilizzo che ci siano specifici riscontri esterni. In pratica,questa norma renderebbe impossibile l’utilizzo delle testimonianze di questo tipo come per esempio le dichiarazioni dei pentiti di mafia. Queste diventerebbero nulle, come non fossero mai state fatte. Anche se il pentito/dichiarante è considerato attendibile dai giudici. Dunque, guarda caso, le dichiarazioni di Spatuzza, pentito attendibilissimo, che sta facendo luce su questioni di mafia che coinvolgerebbero il senatore Marcello Dell’Utri, già sotto processo e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non sarebbero così utilizzabili.

E’ sempre più evidente che questo Governo intende solo difendere i delinquenti e calpestare la dignità delle vittime dei reati, in particolare dei reati di mafia, soffocando la memoria dei martiri di questo Paese.
Assistiamo ad una escalation di proposte a dir poco surreali e sconfortanti soprattutto per tutti coloro che attendono ancora verità e giustizia, magari da un ventennio.
Non credete?

Tratto da: soniaalfano.it

ComeDonChisciotte – BERLUSCONI, LA FABBRICA DEL DEBITO

Fonte: ComeDonChisciotte – BERLUSCONI, LA FABBRICA DEL DEBITO.

DI ADRIANO BONAFEDE E MASSIMILIANO DI PACE
repubblica.it

Nei 7 anni e 2 mesi dei 3 governi del Cavaliere, dal 1994 al 30 novembre del 2009, lo Stato ha accumulato un ulteriore indebitamento per circa 430 miliardi. Più o meno 7.500 euro per ciscun cittadino italiano.

Se non avessi trovato questo debito pubblico…”. Quante volte il presidente del Consiglio si è lamentato di non avere spazi di manovra nella finanza pubblica a causa del debito dello Stato? Un macigno da 1.800 miliardi, che genera ogni anno un costo mostruoso di circa 70/80 miliardi di euro. Dovendo pagare questa cifra ogni anno, di soldi per tutte le belle cose che lui vorrebbe fare (riduzione delle tasse, aiuti alle famiglie e chissà quali altri mirabolanti misure) non ce ne sono. Questa è la vulgata di Berlusconi. Ma le cose stanno davvero così? Non proprio, guardando alle cifre della Banca d’Italia. Se prendiamo in considerazione tutti i periodi in cui lui è stato al governo, dal 1994 fino ad oggi, eliminando quindi tutti i periodi in cui ha governato il centro sinistra, viene fuori qualcosa di sorprendente: fra i tanti esecutivi italiani, sono stati proprio quelli a matrice Berlusconi a creare un considerevole lascito di debito pubblico.

In soldoni: durante i 7 anni e 2 mesi di governi di Berlusconi (fino al 30 novembre 2009, ultima data per la quale si hanno i dati) sono stati accumulati 430 miliardi di debito pubblico, ossia circa 7.500 euro per ciascun cittadino italiano, bambini e nonni compresi, che comporta il pagamento di 250 euro l’anno a persona di interessi (essendo 3,2% il tasso medio attuale pagato dai titoli di stato a tasso fisso).

Guardando il debito causato da Berlusconi dal punto di vista delle famiglie, ogni nucleo di 4 persone dovrà ridare prima o poi allo Stato la bellezza di 30mila euro, e per il momento gli toccherà pagare gli interessi di questo piccolo mutuo, perpetuo fino a quando non si restituiranno, pari a 1.000 euro l’anno, da assolvere ovviamente con maggiori tasse. Tutto questo solo perché Berlusconi ha ritenuto indispensabile prendersi cura del nostro Paese in questi 7 anni, con il consenso, è giusto ricordarlo, di diversi milioni di Italiani.

Il ruolo che ha avuto Berlusconi nell’impoverire gli italiani è ancora più chiaro se si considera il valore nominale dei titoli di stato emessi annualmente, in aggiunta a quelli esistenti l’anno precedente, durante i suoi governi: un quarto di tutto il debito pubblico della Repubblica Italiana. E non si tratta di una crescita proporzionale alla durata: perché gli esecutivi guidati da Berlusconi sono durati finora l’11% del tempo della storia della Repubblica, mentre hanno prodotto il 24% del debito totale. Certo, questi confronti sono un po’ a spanne, perché non considerano che il vecchio debito “pesa” in realtà molto più di quello nuovo, che è espresso in euro “svalutati” rispetto al passato.
Ma se se si “rivaluta” secondo le tabelle dell’Istat il valore del debito pubblico degli anni passati, quindi lo si trasforma in euro di oggi, il contributo dei governi di Berlusconi al debito pubblico italiano risulta indubbiamente più contenuto (261 miliardi di euro al valore del 2009, pari al 15% del totale), ma resta comunque di gran lunga superiore al debito prodotto dai governi di centrosinistra che si sono succeduti dal 1995 al 2008.

Infatti, a fronte dei 261 miliardi di euro (al valore di oggi) di debito accumulato in 7 anni e 2 mesi da Berlusconi, vi sono solo 80 miliardi di euro di debito accumulato dai governi di Centrosinistra in 8 anni e 5 mesi di esistenza. Se si guarda l’evoluzione del debito pubblico pro capite in termini reali, ossia depurato dall’inflazione (in euro 2009), si ha la conferma che con Berlusconi gli Italiani ci hanno rimesso. Infatti, il debito pubblico pro capite è passato in termini reali dai 25.360 euro del 1994 ai 29.773 del 2009, un aumento quindi di 4.410 euro , di cui ben 3.390 (cioè il 77 per cento del totale) sono attribuibili agli anni di governo Berlusconi, che però hanno coperto meno della metà del tempo trascorso (7 anni su 15).

La situazione poi peggiora di molto se si considera che la quantificazione del debito pro capite include gli stranieri residenti in Italia, ma che non essendo cittadini italiani, non dovrebbero essere tenuti a rispondere del debito. Se quindi si escludono i residenti stranieri dalla popolazione italiana, il debito pro capite aumenta sensibilmente: nel 2009 sarebbe di 31.800 euro, e non di 29.733, ossia 2mila euro in più. Che Berlusconi non si sia preoccupato delle generazioni future, lo dimostrano anche i dati del rapporto debito pubblico/Pil, che vengono considerati dall’Unione europea per verificare il rispetto del Patto di Stabilità.

Quando Berlusconi fece la sua prima comparsa come Presidente del Consiglio, l’Italia aveva un rapporto debito pubblico/Pil del 121,8%, che lui lasciò inalterato in quei pochi mesi, ma che i Governi di centrosinistra (Dini, Prodi I, D’Alema, Amato) ridussero di 13 punti percentuali in 6 anni, portandolo nel 2001 al 108,8%. Negli anni successivi di Governo di Berlusconi, quel rapporto si ridusse di soli 2,3 punti percentuali nell’arco di 5 anni, mentre Prodi, che gli successe nel 2006, in appena un anno lo ridusse di ulteriori 3 punti.

Ma da quando Berlusconi ha ripreso le redini del Governo nel 2008, il rapporto è cresciuto a dismisura, complice anche bisogna riconoscerlo, comunque una crisi economica ben al di fuori dal comune. Nel 2009 il rapporto debito/Pil è risalito al 115%, un valore che ci riporta al 1998. In pratica, i sacrifici previsti da 10 anni di dure leggi finanziarie sono stati vanificati. In conclusione, i dati della Banca d’Italia smentiscono le affermazioni di Berlusconi, ossia che il debito pubblico costituisca l’eredità degli altri governi, e non del suo, e soprattutto che i suoi esecutivi non abbiano mai messo le mani nelle tasche degli italiani.

Lui le sue mani le ha messe in quelle tasche. E le mette ancora: infatti ogni anno, solamente per il debito pubblico di responsabilità dei suoi governi, lo Stato spende 1518 miliardi per interessi. Che lui trova, naturalmente, con le imposte o ulteriore debito. Di certo sono gli italiani che in un modo o nell’altro devono pagare questi interessi. Ecco la quadratura berlusconiana del cerchio: prendere i soldi dalle tasche degli Italiani senza che questi se ne accorgano.
Purtroppo il livello raggiunto dal debito pubblico italiano, 1.800 miliardi di euro, circa 30mila euro per cittadino, ossia 120mila per una famiglia di 4 persone, dovrebbe far suonare seri campanelli d’allarme, se non altro perché circa la metà dei titoli di stato italiani sono in possesso di investitori esteri: 816 miliardi di euro al 30 settembre 2009. Questo vuol dire che ogni anno escono dall’Italia in media circa 35 miliardi di euro come pagamento degli interessi sui titoli, che è un importo multiplo delle ultime leggi finanziarie, e non si sa per quanto tempo ancora lo Stato italiano se lo potrà permettere.

Non solo, ma l’Italia resta esposta al rischio, tutt’altro che teorico, di rimanere senza risorse, se alcuni fondi di investimento esteri decidono di non riacquistare i titoli di stato italiano giunti a scadenza. In una tale evenienza, lo Stato italiano potrebbe avere difficoltà a pagare gli stipendi dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, e le pensioni dei 16,8 milioni di pensionati, dato che le tasse, anche se ritenute alte, non sono sufficienti a pagare tutta la spesa pubblica, come prova il sistematico deficit pubblico.

Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace
Fonte: http://www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/supplementi/af/1999/02/01/copertina/001agnus.htm
1.02.12010