Antimafia Duemila – Nei pizzini di don Vito Dell’Utri e le origini di Milano 2

Antimafia Duemila – Nei pizzini di don Vito Dell’Utri e le origini di Milano 2.

di Monica Centofante – 9 febbraio 2010
Palermo.
Potrebbe tornare a deporre Massimo Ciancimino. Questa volta al processo che vede imputato il senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nella serata di ieri i pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo hanno trasmesso alla procura generale, che sceglierà se chiederne l’acquisizione a dibattimento, due fogli di appunti scritti da don Vito nel 2000.
Almeno secondo la versione fornita dal figlio Massimo, che racconta di quando il padre raccoglieva vecchi documenti e prendeva nota di una serie informazioni che sarebbero poi confluite in un libro di memorie: la sua verità su una vita di rapporti, relazioni, interessi e affari.
“Berlusconi – Ciancimino” – si legge nel primo documento messo a disposizione dei magistrati – “Marcello Dell’Utri, Milano – truffa bancarotta, Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto”.
Parole chiave che sembrano riportare a vecchie vicende degli anni Settanta, quando un giovane Marcello Dell’Utri lasciava temporaneamente la residenza di Arcore, dell’amico Silvio, e veniva assunto insieme al fratello Alberto alla corte di Filippo Alberto Rapisarda. In quel tempo assurto al vertice del terzo gruppo immobiliare italiano e costretto a fare quelle assuzioni, racconterà ai giudici, perché il favore gli fu chiesto da Gaetano Cinà “che non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontate e Teresi”. I capi di Cosa Nostra. Gli stessi che avevano finanziato la vertiginosa ascesa imprenditoriale del Rapisarda.
È il 1977, si legge nella sentenza Dell’Utri, e all’imprenditore fanno capo tre società: la Bresciano spa, la Cofire spa e la Inim spa – poi andata in bancarotta – nella cui compagine sociale figura appunto Francesco Paolo Alamia “soggetto notoriamente in rapporti con Vito Ciancimino”. Così come avrebbe ricordato, tra l’altro, il giudice Paolo Borsellino in un’intervista rilasciata al giornalista  Zagdoun Jean Claude: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino – sono le sue parole – è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato”.
Ma Alamia sembra non essere l’unico ad avere rapporti con l’ex sindaco di Palermo. Angelo Siino, alias “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” racconterà ai magistrati di un suo colloquio con Stefano Bontade che parlando del Dell’Utri gli aveva accennato appunto ai suoi rapporti con “un certo Alamia” e con Vito Ciancimino. In merito a quest’ultimo ”mi disse che stava… il Dell’Utri curava problemi finanziari del Ciancimino, inerenti a questa società di costruzioni con l’Alamia”.
E a confermare la sua versione saranno, tra gli altri, lo stesso Rapisarda, che parlerà di Berlusconi e Dell’Utri come riciclatori dei soldi di Bontade e il pentito Francesco Di Carlo che ricorderà i miliardi guadagnati con la vendita della droga e ripuliti sulla piazza milanese.
Accuse che non troveranno un definitivo riscontro, ma che lasceranno diverse zone d’ombra. Sulle quali forse Ciancimino Jr. potrà contribuire a fare luce.
Aggiungendo particolari contenuti nel secondo foglio consegnato ieri al procuratore generale Gatto e sempre redatto nel 2000 che riguarderebbe rapporti economici di Ciancimino padre con costruttori mafiosi palermitani e una ricostruzione di flussi finanziari che viaggiavano sull’asse Palermo-Milano2.
In anni più recenti, nel ’94/95, Vito Ciancimino avrebbe redatto una missiva indirizzata al neo-eletto onorevole Dell’Utri e all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi al suo primo mandato. Una lettera in parte suggerita da Bernardo Provenzano o da uomini di sua fiducia nella quale l’ex sindaco di Palermo annuncia: “Se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni”. Una rottura del riserbo che Massimo Ciancimino, nel corso dell’ultima udienza al processo Mori-Obinu, spiega  con l’eventuale possibilità prospettata dal padre di raccontare che “quella era stata la nascita della coalizione che poi aveva dato vita al gruppo Forza Italia”. E che rientrava nella famosa trattativa tra Cosa Nostra e la mafia che sarebbe durata fino al giorno della scomparsa dell’ex sindaco di Palermo e che nella sua idea e in quella di Bernardo Provenzano doveva avere uno sbocco politico con personaggi affidabili. Gli stessi con i quali i rapporti erano consolidati sin da quei lontani anni Settanta.

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