Archivi del giorno: 17 febbraio 2010

ComeDonChisciotte – NIENTE PIU’ MONETINE A LORSIGNORI

Fonte: ComeDonChisciotte – NIENTE PIU’ MONETINE A LORSIGNORI.

DI MASSIMO FINI
antefatto.ilcannocchiale.it/

Di fronte all’arresto del consigliere comunale Milko Pennisi che si è fatto beccare con la tangente in bocca esattamente come 18 anni fa il “mariuolo” Mario Chiesa (ma già lo stesso Chiesa non più tardi di dieci mesi fa si era fatto ripescare con le mani nel sacco fra l’indifferenza generale come se la cosa non avesse un suo concretissimo simbolismo), alle inchieste di Firenze, di Bari, di Palermo, la gente, ma anche insigni personaggi come la sindachessa Letizia Moratti, che pare che in questi anni sia vissuta sulla luna, si chiede: è tornata Tangentopoli, ma allora Mani Pulite non è servita a niente?

Io mi meraviglierei del contrario. Ci si è dimenticati della costante, capillare e devastante campagna di delegittimazione della magistratura italiana che Silvio Berlusconi, con le sue potenti bocche di fuoco, con le sue Tv, con i suoi giornali, diretti alternativamente da Bibì e Bibò, con i suoi settimanali, con i suoi parlamentari, con i suoi alleati, sta conducendo da quindici anni?

Appoggiato in quest’opera di demolizione sistematica dai principali quotidiani del Paese, Corriere della Sera in testa con i suoi editorialisti “liberali”, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia, Piero Ostellino, Pierluigi Battista. Ci si è dimenticati della valanga di fango che è stata riversata sulle Procure e i Tribunali, soprattutto milanesi, dopo che, nel biennio 1992-94, per la prima volta nella storia del nostro Paese, avevano osato richiamare anche la classe dirigente, politica e imprenditoriale, al rispetto della legge cui tutti siamo tenuti? Ci si è dimenticati delle accuse di “complotto”, di “uso politico della giustizia”, di “indebita supplenza”, di “giacobinismo”, di “giustizialismo”, di “protagonismo” dei magistrati, del voler creare “uno Stato etico”, del “tintinnar di manette”, del “li arrestano per farli confessare”?

Si è dimenticato che per salvare Berlusconi, i suoi amici e, più in generale, “lorsignori”, si sono inventate categorie giuridiche mai prese in considerazione da alcun codice penale, né del Primo né del Terzo mondo, e neppure all’altro mondo, come l’ “accanimento giudiziario” (di cui potrebbero dolersi legittimamente anche Totò Riina e Bernardo Provenzano) e la “modica quantità” nei falsi in bilancio, problema poi risolto brillantemente cancellando, di fatto, questo reato per il quale negli Stati Uniti sono previsti 25 anni di reclusione? Si è dimenticato che pur di assolvere la classe dirigente dai suoi crimini si è ricorsi a ogni sorta di false argomentazioni, di paralogismi, di sofismi? Si è gridato che le inchieste danneggiavano l’economia italiana, oltre che la nostra immagine all’estero, mentre è vero esattamente il contrario: la Corte dei Conti ha calcolato che la corruzione ci è costata 60 miliardi di euro. Si è sostenuto, da parte dell’onorevole Berlusconi, che i magistrati italiani dimostravano una deplorevole mancanza di “spirito patriottico” quando collaboravano con i colleghi stranieri per inchieste che riguardavano nostri connazionali. Si è detto, da parte dell’onorevole Tremonti, che «i comportamenti previsti dalla legge come reati cessano di essere tali se la coscienza morale dominante non li considera tali» (se si desse retta a questa curiosa tesi di Tremonti, che oggi è ministro delle Finanze, tutti i reati fiscali non sarebbero più reati). Si è scritto -da Angelo Panebianco- che la punibilità o meno di un cittadino dipenderebbe dal consenso che ha o non ha presso l’opinione pubblica (e questa è la vera “giustizia di piazza”, il “giustizialismo” contro il quale si son scagliati tante volte quelli del centrodestra).

Berlusconi, già premier, in terra di Spagna, davanti a tutta la stampa internazionale, mentre Aznar cercava disperatamente di tirarlo per la giacca, ha affermato che Mani Pulite, cioè inchieste e sentenze della magistratura del Paese di cui era presidente del Consiglio, erano state “una guerra civile”. Quindi, in un “crescendo rossiniano”, ha definito i giudici «antropologicamente pazzi», «il vero cancro della democrazia italiana» fino ad arrivare a dire che i Pubblici ministeri di Firenze, colpevoli di aver avviato un’inchiesta che ha coinvolto anche settori della Protezione civile, «dovevano vergognarsi», insultando così non solo loro ma anche i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, sezione anticrimine, sui cui rapporti i magistrati si sono basati per le incriminazioni.

Ci sono poi le innumerevoli ispezioni che i vari ministri della Giustizia, di centrodestra ma anche di centrosinistra, hanno inviato non alle Procure neghittose e nullafacenti (queste, per i berluscones, sono «le Procure che lavorano sodo e in silenzio» basta che non disturbino il manovratore), ma a quelle più attive ed efficienti, a Milano, a Napoli, a Palermo.
Infine, attraverso il dimezzamento dei tempi di prescrizione, proprio mentre si allungavano ulteriormente quelli dei processi inzeppati di norme cosiddette “garantiste”, si è assicurata ai politici, ai pubblici amministratori e a “lorsignori”, i cui reati economici e finanziari sono particolarmente difficili da accertare, l’impunità o la quasi impunità.
Ma per i reati di “lorsignori” non è mancata, salvo in rari casi, solo la sanzione penale, ma anche quella sociale. Durante lo “scandalo Necci”, l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato arrestato nell’ottobre del 1995 per le consuete malversazioni (una specie di “Tangentopoli Due”), si scoprì che costui aveva chiamato a collaborare i seguente personaggi: Pierfranco Pacini Battaglia, detto “Chicchi”, un banchiere «protagonista di buona parte dei fondi neri girati dalle Partecipazioni statali al vecchio pentapartito» (Corriere, 17/9/95); Rocco Trane, socialista, già sottosegretario ai trasporti, in precedenza coinvolto in un altro scandalo riguardante le Ferrovie e riciclatosi come legale delle stesse Ferrovie; l’ex democristiano Emo Danesi, iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli e riemerso come imprenditore della società TPL coinvolta in numerose inchieste penali; Carlo Alberto Zamorani, con precedenti penali per Tangentopoli; Luigi Bisignani, ex piduista pure lui, e corriere delle tangenti Enimont. Lo stesso Necci era stato al vertice di Enimont e quindi protagonista di una delle più oscure vicende finanziarie italiane conclusasi con la tragica morte di Gardini e una raffica di pesantissime condanne. Questi uomini avrebbero dovuto essere squalificati e scomparire dall’area della Pubblica amministrazione e invece controllavano, col beneplacito del governo e dei suoi ministri, la più importante e prestigiosa azienda di Stato del Paese. Potentissimi, rispettatissimi, onoratissimi.

Di recente abbiamo raggiunto l’apice con la “riabilitazione”, da parte anche di alte e altissime cariche dello Stato, di Bettino Craxi, un criminale latitante fuggito ignominiosamente dal Paese di cui era stato presidente del Consiglio sul quale, stando al sicuro, da Hammamet, ha gettato fango a palate, ed elevato al rango di “esule” e “martire”, e la contemporanea crocifissione di Di Pietro, il Pubblico ministero leader di Mani Pulite e suo simbolico contraltare.
E allora quale può essere stata la pedagogia di questi lunghissimi quindici anni in cui, ribaltando le parti, i magistrati son diventati i colpevoli e i ladri delle vittime, giudici dei loro giudici? Che il delitto, sempre, beninteso, se commesso da “lorsignori”, paga, che non ha conseguenze, né penali né sociali, e che quindi non c’è nessuna ragione di non proseguire con le vecchie, care, buone abitudini.

Ad “Annozero” Paolo Mieli, improvvisamente smarcatosi dal suo “terzismo” e dalla sua sostanziale complicità con tutti i regimi, ha affermato: «Come alla vigilia del 1992 sta per saltare il tappo». Anche se Marco Travaglio (e non solo lui) ci spera, io non lo credo. Nel 1992 il popolo italiano era ancora capace di indignazione, anche con eccessi (l’inseguimento di De Michelis per le calli di Venezia, le monetine a Craxi davanti al Raphael, che son cose che non dovrebbero avvenire mai, perché non c’è nulla di più ripugnante della caccia all’uomo), oggi non più. Dopo quindici anni di questa pedagogia, cui anche Paolo Mieli ha abbondantemente contribuito, la gente appare, nella migliore delle ipotesi, rassegnata, nella peggiore ha finito per perdere quel poco di senso della legalità e della propria dignità che le era rimasto.

Massimo Fini
Fonte: http://www.massimofini.it/

pubblicato su Il Fatto 17.02.2010

Falcone – Lo strano caso dell’ingegner Petrini

Fonte: Falcone – Lo strano caso dell’ingegner Petrini.

Floppy disk e file bollenti, note e appunti al calor bianco, quelli passati per mesi al setaccio dai due consulenti informatici impegnati nel giallo della strage di Capaci, l’ormai famoso Gioacchino Genchi e Luciano Petrini. Vittima di strani furti, Petrini, e poi, trovato in un mare di sangue. Omicidio gay per gli inquirenti…

C’e’ un angolo oscuro nella storia della strage di Capaci, un angolo oscuro quasi del tutto sconosciuto.
Luciano Petrini era un ingegnere elettronico, aveva trentasette anni quando venne trovato, il 9 marzo 1996, con il cranio fracassato, nella sua abitazione romana. E’ la storia di un altro delitto irrisolto. Ma cosa c’entra l’ingegner Petrini con Cosa Nostra, cosa c’entra con i misteri? Scapolo, riservato, sempre elegante, Petrini non era un esperto informatico qualunque, era uno dei migliori. Pochi mesi prima, l’8 gennaio dello stesso anno, il perito si trovava in un’aula di Tribunale, a Caltanissetta, per deporre insieme a Gioacchino Genchi in un processo importantissimo: il processo di primo grado ai presunti mandanti della strage di Capaci.
Nel luglio 1992 la Procura aveva affidato a Petrini il delicatissimo compito di scoprire se i computer di Giovanni Falcone fossero stati manomessi. Un compito immane, ma il consulente, con Gioacchino Genchi, porto’ a termine il lavoro in poco piu’ di sei mesi. I risultati? Sconvolgenti! Tre anni piu’ tardi, Petrini e Genchi iniziarono a deporre davanti ai giudici. Ascoltati, pero’, anche da Toto’ Riina e Giovanni Brusca e certamente anche da altre orecchie interessate. Avevano analizzato oltre duecento milioni di byte, trentamila pagine di documenti e di dati, il contenuto di un portatile, due notebook, due databank ed una trentina di floppy disk; i due periti consegnarono alla Procura le loro conclusioni, contenute in quarantasette volumi.


Durante la deposizione di Luciano Petrini, qualcuno, a molti chilometri da Caltanissetta, stava entrando in casa sua, senza forzare la serratura, per appropriarsi di un computer portatile, duecento cd di musica classica ed un impianto hi-fi. Un banale furto in un appartamento, benche’ senza scasso, o un avvertimento?
Appena quattro mesi piu’ tardi, l’ingegnere venne trovato da un amico, Maurizio Scibona, in una pozza di sangue, avvolto in un lenzuolo. Nell’appartamento si precipitarono i poliziotti del Commissariato San Paolo, gli uomini della Mobile romana, pero’ stranamente accorsero anche agenti dei servizi. La serratura non era stata forzata, in casa apparentemente non mancava nulla, i vicini non avevano sentito, ne’ notato niente di strano o di anomalo.
Petrini era omosessuale, il suo compagno, appunto Maurizio Scibona, possedeva le chiavi dell’appartamento e per sua fortuna aveva un alibi inattaccabile per l’ora del delitto. E la Procura non ebbe dubbi: l’omicidio era maturato negli ambienti gay e chiuse il caso in poche settimane. Il colpevole, individuato in un portoghese, un ragazzo di vita, rimorchiato chissa’ dove e chissa’ quando da una persona riservata e discreta come Petrini, pero’, era sparito nel nulla. Nessun mistero e nessuna stranezza.

X FILES
I files contenuti nei computer furono aperti in data successiva alla morte di Falcone: si trattava di una serie di documenti editati dallo stesso magistrato, relativi agli atti del processo Mattarella, interventi presso il Consiglio Superiore della Magistratura, oltre ad appunti riservati. Il collegio di consulenza rilevo’ anche che la formazione del documento non era tipica dell’impostazione usata da Falcone, il quale adoperava abitualmente un numero inferiore ai sessanta caratteri per riga. Genchi dichiaro’ che sul computer portatile Toshiba era stato installato nel giugno 1992 il programma PC Tools, creato appositamente per consentire operazioni di recupero e cancellazione dati: esattamente il genere di operazioni avvenute sui computer di Falcone, mirate ad eliminare quanto era registrato e certamente compromettente.
Il computer Compact, acquisito dai carabinieri durante una perquisizione presso la Direzione degli Affari Penali, conteneva files riindicizzati ed editati il 9 giugno, data successiva alla strage. Questi files facevano riferimento a Gladio ed alla scomparsa di Emanuele Piazza. Il computer Compact sotto sequestro si trovava nella stanza di Falcone, naturalmente anch’essa sigillata, all’interno del ministero di Grazia e Giustizia.


STRAGE ANNUNCIATA

I periti fecero riferimento anche ad una strana telefonata intercettata: un camionista contatto’ il centralino dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia. Il camionista, piuttosto concitatamente, descriveva le modalita’ ed il posizionamento dell’ordigno posto allo svincolo di Capaci, indicava persino il tipo di furgone usato ed il colore delle tute indossate dagli attentatori.
Durante la deposizione di Petrini e Genchi fu sollevato il problema della situazione di sicurezza precaria nella quale si trovavano i due esperti nominati dalla Procura. Fu Genchi a confermare il proprio disagio: «Dopo l’accettazione di questo incarico – sottolineo’ – ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti da parte del ministero dell’Interno. Ad esempio, quando partii per Roma, per ispezionare il ministero di Grazia e Giustizia, chiesi di avvalermi di un agente: non furono autorizzate ne’ la missione dell’agente e nemmeno la mia. Tengo a precisare che per me era obbligo accettare l’incarico di consulenza. A Roma poi, dovendomi spostare con il pm, non mi venne assegnata neppure un’auto, tanto che ne noleggiai una, a nome mio, alla Hertz». Genchi, vicequestore presso la Questura di Palermo, venne improvvisamente trasferito su disposizione del Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, dalla Direzione del Nucleo Anticrimine per la Sicilia occidentale, all’undicesimo reparto Celere, con mansioni di ordine pubblico. «Mi fu tolta – dichiaro’ amaramente – l’auto di servizio, mi fu tolto il telefono, mi fu tolto tutto. Oggi sono qui con la mia macchina, e per poter deporre ho preso le ferie».
Chi opero’ sul computer di Falcone era a conoscenza della password, Joe. A questo proposito Petrini dichiaro’ ai giudici: «La potevano conoscere tutti coloro ai quali il dottor Falcone l’aveva detto. Magari l’ufficio di segreteria o la segretaria stessa. Chi ha operato sul computer, tra il 23 maggio ed il 9 giugno, verosimilmente ha ottenuto la password dalla segretaria del giudice, che non poteva non conoscerla».
Furono rinvenuti anche alcuni dischetti contenenti appunti sull’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, circa questioni particolarmente delicate: Falcone sollecitava indagini su determinati omicidi. Questi cd sono stati aperti, letti ed in parte salvati, mantenendone integro il contenuto, in parte completamente cancellati in maniera professionale.
Ancora una dichiarazione di Genchi: «Possiamo dire con certezza una cosa: il 9 giugno 1992, alle 16 e 20, qualcuno ha aperto il file Orlando.back, l’ha editato, lo ha letto e, a nostro parere, lo ha anche modificato». Quali “manine” saranno mai entrate in azione?


Riccardo Castagneri (articolo tratto da
La Voce delle Voci, 11 febbraio 2010)

Antimafia Duemila – Le colpe dei padri ricadono sui figli e quelle dei figli sui nipoti

Fonte: Antimafia Duemila – Le colpe dei padri ricadono sui figli e quelle dei figli sui nipoti.

di Paolo Farinella – 17 febbraio 2010

Ho ricevuto da diverse parti il seguente testo a cui ho dato un titolo che a me pare appropriato.

Il testo circolava senza fonte, ma solo con il nome dell’autrice. Sembrava troppo cucito su misura per correre il rischio di divulgarlo senza essere certi e sicuri della sua origine. Ho chiesto a chi me l’ha inviato e dopo qualche ricerca, mi è stata data la fonte bibliografica che faccio mia e che pertanto pubblico. Inutile dire lo sdegno e l’amarezza per una ripetizione di condizione e di comportamenti che condannano l’Italia all’estinzione. Ho sempre creduto che la vita fosse responsabilità di chi la vive e di come la vive, di fronte a questo testo devo rassegnarmi all’ineluttabilità del «fato», cioè una condanna ancestrale che ha sanzionato in qualche anfratto infernale che l’Italia non merita di essere né libera né democratica. A meno che … insieme non facciamo la rivoluzione, ribellandoci, scioperando e principalmente sussultando di orgoglio e indignazione in nome della dignità di uomini e donne liberi, oggi brutalizzati da un governo e un parlamento ignobili e immorali che hanno svuotato l’Italia della sua anima e forse anche del suo riscatto.

Ecco il testo di Elsa Morante [con citazione bibliografica]:

«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».
Morante Elsa, Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII.

Post Scriptum: Qualunque cosa abbiate pensato, il testo è del 1945 e si riferisce a Mussolini.

*Prete – Chiesa di San Torpete (= St. Tropez) – Genova

Antimafia Duemila – ”La mafia non esiste senza i partiti”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La mafia non esiste senza i partiti”.

“Esiste la mafia senza rapporti con i partiti? No, purtroppo no. Se la mafia non avesse avuto rapporti di questo tipo sarebbe già stata sconfitta. Sarebbe solo un’organizzazione di tipo gangsteristico, più facile da combattere ed eliminare”.

Prende spunto da questa considerazione l’analisi che il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, affida al nuovo numero di “S”, il magazine che guarda dentro la cronaca, in edicola da sabato 20 febbraio: “La temperatura al calor bianco delle polemiche che hanno occupato il dibattito delle ultime settimane sul tema dei rapporti mafia e politica nella “Seconda Repubblica”, a cavallo della stagione delle stragi ‘92/’93 e della “trattativa” – spiega Ingroia nel suo articolo -, è indicativo della difficoltà ad affrontare temi del genere in modo pacato, sereno ed equilibrato, eventualmente confrontando opinioni diverse”.

Per Ingroia, che traccia un bilancio degli ultimi processi sulle contaminazioni fra mafia e politica, dai cugini Salvo alle recenti sentenze nei confronti di Lillo Mannino e Totò Cuffaro, “la sorte giudiziaria di taluni esponenti di spicco della Dc in nulla può mutare le valutazioni di ordine storico-politico sui rapporti fra importanti settori di quel partito e la mafia. Si tratta di riconquistare spazio alla riflessione politica, storica, morale, senza scaricare tutto sul giudiziario”. Secondo Ingroia, al di là della sorte dei singoli, “gli studi storici, prima ancora dell’esito di alcuni processi, hanno consentito di ricostruire genesi ed evoluzione del rapporto simbiotico che si realizzò fra il sistema di potere mafioso e il sistema politico-clientelare gestito da alcuni settori, assai influenti, della Dc”.

Tratto da: livesicilia.it

ComeDonChisciotte – GRECIA, GOLDMAN E…PRODI. LE DOMANDE CHE NESSUNO PONE

ComeDonChisciotte – GRECIA, GOLDMAN E…PRODI. LE DOMANDE CHE NESSUNO PONE.

DI MARCELLO FOA
blog.ilgiornale.it

Grazie al New York Times ora sappiamo che dietro la crisi greca, ci sono ancora una volta le grandi banche di Wall Street, secondo le stesse modalità che hanno provocato il terremoto dei subprime e il fallimento della Lehman: una truffa contabile realizzata con i derivati (potete leggere una sintesi della notizia in italiano qui .

E chi sono le banche coinvolte? La solita Goldman Sachs, vera regina di Wall Street, da cui ranghi sono usciti ben due segretari al Tesoro (Rubin e Paulson) e JP Morgan Chase, che come spiega Massimo Gaggi, è da sempre la banca più vicina al governo americano ed è, ricordiamolo, l’istituto del banchiere più potente della storia degli Usa, David Rockefeller, nonché cantore della globalizzazione finanzaria.

Mi chiedo: quand’è che le autorità di controllo si decideranno ad indagare a fondo su Goldman e Jp Morgan Chase? Se esaminiamo la storia recente della finanza internazionale, scopriamo sovente Goldman e lo stesso Rockfeller hanno avuto un ruolo importante, talvolta di lobby per orientare leggi in una certa direzione, talaltra a fini di lucro, come dimostra la vicenda greca.

L’impressione è che questi stessi protagonisti abbiano creato un sistema di alleanze e connivenze che gli permette di esercitare un’influenza enorme, evitando contestualmente guai giudiziari. E forse, anche controlli e indagini credibili sulle loro attività.

Anche in Italia. Dall’articolo del New York Times emerge che anche il nostro Paese nel 1996 è ricorso a trucchetti contabili simili a quelli greci. E chi era a Palazzo Chigi allora? Romano Prodi, ex consulente di Goldman Sachs. E chi era il direttore generale del Tesoro? Mario Draghi, che di Goldman Sachs è diventato consulente qualche anno dopo. E forse sarebbe il caso che lo stesso Prodi chiarisse finalmente i suoi rapporti con lo stesso Rockefeller, che oltre ad essere un banchiere, ha fondato il Club internazionale dei potenti, il Bilderberg. Prodi divenne a sorpresa presidente della Commissione Ue un anno dopo essere stato ammesso nel Bilderberg. Solo una coincidenza ?

E che ruolo hanno avuto Tommaso Padoa Schioppa, nonché lo stesso Draghi, nello scandalo Easy Credit, che consentì a, guarda caso, Goldman Sachs, Jp Morgan Chase e Citigroup, una truffa ai danni dello stato per 600 milioni di euro? Di quell’inchiesta non si è più saputo nulla… ma a Goldman Sachs il governo italiano ha continuato ad affidare l’emissione di global bonds per miliardi di euro

Sono queste le domande a cui bisognerebbe dar risposta. E che invece vengono ignorate. E credo che, in Italia, i primi a pretendere un chiarimento debbano essere gli elettori di sinistra che, in buona fede, hanno dato fiducia proprio a Prodi, a Padoa Schioppa e che oggi, con una certa ingenuità, si commuovono ascoltando Draghi.

O sbaglio ?

Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2010/02/15/grecia-goldman-e-prodi-le-domande-che-nessuno-pone/
15.02.2010