Archivi del giorno: 21 febbraio 2010

Il caso Ilardo – Rainews24, 19 febbraio 2010

Lo stato sul patto tra stato e cosa nostra e il caso Ilardo, infiltrato dentro cosa nostra che aveva portato i carabinieri al covo di Provenzano ma i carabinieri incredibilmente non lo arrestarono.

Fonte: Il caso Ilardo – Rainews24, 19 febbraio 2010.

La storia di Luigi Ilardo è la storia di un infiltrato in Cosa Nostra che si incontrava con Bernardo Provenzano e che era pronto a farlo arrestare ma misteriosamente le sue informazioni non furono utilizzate e l’informatore si trovò abbandonato, tradito ed infine ucciso. Parlano di questo caso e del libro di Sigfrido Ranucci e Nicola BiondoIl Patto“: il magistrato Alfonso Sabella, il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Sigfrido Ranucci di Report, Emanuela Bonchino di Rainews24 e Mariagrazia Conti del Giornale. Conduce Maurizio Torrealta.


http://www.byoblu.com/post/2010/02/19/La-Rai-e-quellintervista-censurata-a-Giuliani-approdano-sul-Fatto-Quotidiano.aspx

Fonte: http://www.byoblu.com/post/2010/02/19/La-Rai-e-quellintervista-censurata-a-Giuliani-approdano-sul-Fatto-Quotidiano.aspx.

Rai, censurata intervista al sismologo
6 giorni prima del disastro

« Giampaolo Giuliani rilasciò un’intervista a una troupe Rai sei giorni prima del sisma che ha distrutto L’Aquila e mezzo Abruzzo, ma la messa in onda fu bloccata dalla telefonata di un membro della commissione grandi rischi. Su Byoblu.Com, blog di Claudio Messora, compare la testimonianza di Cristiano D., operatore di ripresa della Rai, componente della troupe che si recò a L’Aquila una settimana prima del devastante terremoto, dopo una scossa di entità inferiore che aveva causato comunque danni ad alcune abitazioni e scuole.
La troupe incontra Giampaolo Giuliani, non molto propenso a rilasciare un’intervista, prima di rivelare che una nuova forte scossa ci sarebbe stata da lì a sei giorni. “Non gli credevo, – afferma Cristiano D. – pensavo si trattasse di un mitomane, anche se ci faceva vedere dei dati“.
Mentre la troupe era di ritorno verso Roma “abbiamo ricevuto diverse telefonate da persone di alto profilo istituzionale, legate alla Commissione Grandi Rischi“, di cui fa parte lo stesso Bertolaso. “Ci diffidavano dal mandare in onda il servizio, che poteva provocare allarme sociale. Succede spesso in Rai, ma forse senza quelle telefonate qualcuno in più poteva essere salvato.” »

“7 giorni: la videocassetta che uccide”, sarà anche disponibile tra gli extra del doppio DVD INTERNET FOR GIULIANI, in imminente uscita.

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?.

DI ROLPHE PAPILLON

Il crollo fisico di tutti gli edifici simbolici del potere in Haiti il 12 gennaio 2010, non è che una metafora. In realtà è da tempo che il palazzo nazionale non è più la vera sede del potere esecutivo e che le grandi decisioni politiche si prendono altrove e spesso anche al di fuori delle frontiere haitiane. L’esiguo numero di vittime registrate sotto le macerie del palazzo crollato mostra che lì dentro non c’era molto da fare alle 4,53 del pomeriggio di un paese in crisi (meno di una dozzina di morti contro i 300 dell’ufficio delle Nazioni Unite in Haiti).

Classificata come 146° su 177 nazioni secondo l’UNDP (United Nations Development Programme), la Repubblica di Haiti figura tra i 28 paesi più indigenti del pianeta. Su questa terra dove l’aspettativa di vita è inferiore ai 60 anni, la mortalità infantile supera il 130 per 1000 contro il 15 per 1000 dei vicini cubani, l’80% dei bambini soffre di malnutrizione e il tasso d’analfabetismo supera il 70%. Con queste cifre Haiti batte tutti i record di povertà in America. Dopo parecchi decenni, una ventina di famiglie si spartisce gelosamente e impietosamente l’80% della ricchezza nazionale mentre il popolo si batte ancora per ottenere i diritti elementari come ad esempio il diritto alla salute e alla sicurezza alimentare.

Quello che gli animali hanno già conquistato presso i nostri vicini Stati Uniti. In questa situazione già drammatica, il terremoto arriva come il colpo di grazia per la popolazione. Il mondo sembra infine colpito dalla nostra lenta agonia e la solidarietà internazionale si mobilita. Il discorso di Obama così come l’intervento di Kouchner sono stati confortanti, non avendo noi avuto la possibilità di ascoltare il capo di stato haitiano. Nelle prime ore che hanno seguito la catastrofe i dominicani, i messicani, i cubani, i venezuelani e tutti quelli che, per delle ragioni politiche evidenti, non sono stati visti alla televisione erano già sul posto. “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”, si dice.

In questo affollamento di intenzioni nobili, i nostri aguzzini di ieri si sono trasformati davanti le telecamere in angeli redentori e volano in nostro soccorso al punto che certi haitiani ci vedono perfino una “chance” grazie alla quale le cose ad Haiti potranno finalmente cambiare.

Nella Storia, diceva Césaire, più importanti dei fatti sono i legami che li uniscono, le legge che li governa e la dialettica che li suscita. Si tratta qui di andare al di là delle immagini fast-food della televisione e delle idee preconcette per capire la complessità dei meccanismi che tendono a mantenere Haiti in questa situazione di povertà assoluta e di smantellarli, approfittando di questo nuovo slancio di solidarietà dei popoli verso gli haitiani, affinché tale slancio non sia votato al fallimento.

La lunga tragedia degli haitiani non è cominciata con la dittatura di Duvalier (1957-1986). Noi facciamo risalire questo pesante fardello molto più indietro, ai circa 3 secoli di schiavitù e ai 200 anni di disprezzo e incomprensione subiti per aver osato essere la prima repubblica nera nel mondo razzista e schiavista del 19° secolo. Come rappresaglia a questa doppia rivoluzione, allo stesso tempo antischiavista e anticolonialista, una umiliazione per la potentissima armata napoleonica, il paese ha dovuto pagare un riscatto colossale alla Francia corrispondente a 150 milioni di franchi d’oro (equivalenti all’incirca al bilancio annuale della Francia dell’epoca). Durante il 19° secolo, persino la lontana Germania è venuta a reclamare i suoi tributi ed esigere una fortuna a condizioni umilianti. Le loro navi da guerra ripartirono come rapinatori arroganti con il loro bottino di guerra. Noi gettiamo via il denaro, ci dicono i poeti, a fronte alta, l’animo fiero come quando si getta un osso al cane.
Nel 1915, la coesistenza pacifica in una nazione costituita da proprietari di schiavi e un’altra da schiavi ribelli, era inconcepibile. In conformità alla dottrina di Monroe e per impedire che dei nazionalisti come Rosalvo Bobo si impossessassero del potere, gli americani invasero Haiti. Come premessa a questa aggressione, la loro prima azione a Port-au-Prince fu di impossessarsi manu militari il 17 dicembre 1914 della riserva in oro del paese; un atto di banditismo internazionale (all’epoca, gli americani non avevano ancora inventato il concetto di stato canaglia).
L’occidente ha la memoria corta, ci dice Michel-Rolph Trouillot. Come quella di chi scrive la storia, la propria e quella degli altri, la Storia dei popoli è breve. E (noi) fieri della nostra memoria presa a prestito, ci dimentichiamo il ruolo stesso dell’Occidente.

Alla partenza degli americani nel 1934, il pregiudizio razziale dell’era coloniale viene restaurato. Essi hanno personalmente redatto una nuova costituzione per il paese e messo in piedi “le forze armate moderne”. Sono quelle che nel 1957 hanno insediato François Duvalier “uno dei dittatori più deliranti della Storia dell’America Latina, edificatore di quella che lo scrittore Graham Greene chiama una repubblica da incubo”.
Tra il 1957 e il 1986 (gli anni di Duvalier) il debito con l’estero si è moltiplicato di un fattore 17,5 raggiungendo i 750 milioni di dollari nel 1986. Con il gioco degli interessi e delle penalità delle istituzioni finanziarie internazionali, ha raggiunto la somma astronomica di 1884 milioni di dollari nel 2008, secondo il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo).
L’embrione dello stato moderno haitiano è stato costantemente e coscienziosamente distrutto dai nostri regimi autoritari, è un’evidenza. Ma, nel fare un bilancio, siamo obbligati a constatare che il dramma haitiano trova delle ragioni ancor più evidenti nell’aiuto internazionale inadatto, spesso incompetente e corrotto che in più impone scelte economiche e politiche al paese.

Le Nazioni Unite, solo per citare un esempio visibile, giustificano la loro presenza ad Haiti con la necessità di vincere la cosiddetta insicurezza anche se il paese presenta un tasso di criminalità inferiore a quello del Brasile (paese capofila della MINUSTAH, Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti), inferiore a quello della Giamaica, della Repubblica Dominicana e della maggioranza dei paesi vicini. Il 3 novembre 2007, 111 soldati dell’ONU sono stati rimpatriati nei loro paesi dopo che un rapporto di inchiesta dei servizi di controllo interni alle Nazioni Unite (OIOS) aveva stabilito che le accuse di sfruttamento sessuale che li riguardavano erano fondate. Questi militari avrebbero ottenuto dei favori sessuali in cambio di denaro, da parte di ragazze minorenni. Avevate parlato di sicurezza? In 6 anni di presenza ONU ad Haiti, nessuna struttura seria è stata messa in atto e la speranza di un domani migliore non trova alcuna giustificazione se non nei loro discorsi di autolegittimazione e di autosoddisfazione arroganti e menzogneri.

All’indomani della catastrofe del 12 gennaio 2010, la MINUSTAH non ha mobilitato verso la capitale disperata nessuna delle sue truppe che sono in maggioranza dislocate sulle spiagge della provincia. Nella stessa Port-au-Prince, durante le prime dolorose 72 ore subito dopo il sisma, non ho visto nessun poliziotto o soldato della MINUSTAH all’opera. Sono rimasti con le braccia incrociate mentre in questa corsa contro la morte bisognava velocemente scavare e salvare vite umane. Questa occupazione travestita da missione umanitaria non costa meno di 600 milioni di dollari all’anno. Si può facilmente immaginare quanti ospedali, scuole, strade e acquedotti si potrebbero fare con un tale budget se noi, haitiani, avessimo il potere di sostituire questi “esperti internazionali” e questi generali con ingegneri e medici.

Contrariamente a una opinione generalmente accettata, in materia di corruzione, di progetti insensati e di dirottamento di fondi, gli haitiani non sono che dei pessimi apprendisti. La maggioranza di questi prestigiosi organismi internazionali sono nostri maestri e le lezioni sono dolorosamente care.

Se una soluzione haitiana alla crisi non viene messa in atto, il futuro di Haiti rischia di giocarsi nei prossimi giorni, fuori da Haiti e contro gli interessi degli haitiani invece che di venire stabilito con e per noi. Questa soluzione consiste innanzitutto nell’assicurarsi che le forze internazionali rispettino i propri limiti di intervento. Anche nella disperazione, la sovranità nazionale non è negoziabile.

Il massiccio aiuto internazionale dovrà essere sottomesso ad una leadership haitiana responsabile, che debba render conto ai donatori ed essere punibile davanti alla legge. L’aiuto dovrà essere adattato e rispondere ai bisogni e alle domande locali. Gli haitiani devono poter decidere se hanno bisogno di 12000 marines US o di 12000 medici e soccorritori all’indomani di un terremoto. A metà strada tra i paesi di Monroe e il Sudamerica che si definisce ormai bolivariano, il paese può ritrovarsi ancora una volta in mezzo ai conflitti geostrategici e la catastrofe haitiana rischia di servire alle potenze «amiche» di Haiti e alle loro dubbie ambizioni.

La carità, anche se disinteressata e generosa spesso causa degli effetti perversi. Gli haitiani non devono perdere di vista il fatto che a lungo termine, l’aiuto ci deve «aiutare a superare l’aiuto».

L’aiuto umanitario, se è serio e onesto questa volta, deve cominciare dall’annullamento incondizionato del debito di Haiti. Si tratta di mettere la parola fine alla spirale infernale dell’indebitamento e di arrivare a stabilire dei modelli di sviluppo sociale giusti ed ecologicamente durevoli (CADMT, Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo). Certe costrizioni imposte al popolo haitiano dalle istituzioni finanziarie internazionali nella loro implacabile logica del profitto nel lungo termine fanno tanti danni quanti quelli di un terremoto di magnitudo 7.3. Bisogna considerare il ritiro dei piani criminali di aggiustamento strutturale che consistono tra l’altro nel rendere lo stato ancora più vulnerabile e aprono la porta alle società transnazionali private. O ancora, abolire l’accordo di partenariato economico (APE) imposto dall’Unione Europea ad Haiti nel 2008 che instaura tra l’altro la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle merci. Insomma, ci assicurino che tutti questi biglietti promessi, se si concretizzano per una volta, non siano dei biglietti andata e ritorno.
Allora, infine, si potrà cominciare a parlare di ricostruzione. La prima cosa che bisognerà forse cominciare a ricostruire è l’immagine del paese che ci si accanisce a distruggere facendolo passare per un paese violento, oltre ad altre redditizie leggende. Non è con simili immagini false che attireremo dei turisti o degli investitori. Avete mai visto un paese che si sviluppa grazie all’aiuto umanitario?

Inoltre, se questa catastrofe ci insegna qualcosa è senza dubbio la necessità di decentralizzare il paese. Cominciamo a decentralizzare l’aiuto perché le province non toccate direttamente dal sisma ne hanno subito comunque le conseguenze. I donatori stranieri di buona volontà devono identificare e stabilire un ponte con le istituzioni locali e le organizzazioni di base che, prima della crisi, si interessavano già alle sorti di Haiti e hanno già dimostrato serietà ed efficacia sul campo, al fine di sostenerli nei loro sforzi di sviluppo in completa dignità.

In caso contrario, tutto porta a credere che in dieci anni, le gigantesche somme di danaro che stanno per essere raccolte saranno disperse invano, tra corruzione locale ed internazionale, progetti inutili e salari degli «esperti internazionali». Verremo allora incolpati di nuovo, noi haitiani, per la nostra «incompetenza».

Rolphe Papillon ( Giornalista, ex sindaco di Corail)
20.02.2010

Traduzione a cura di LUCOLI

Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez.

La Telecom ha spiato migliaia di italiani, costruito per anni dossier su politici, manager, giornalisti. Il PDL e il PDmenoelle nel 2006 hanno distrutto tutte le intercettazioni e il materiale che riguardava i politici. Come dice Peter Gomez, una mossa del tutto inutile, esistono di certo copie digitali per ricattare o per essere immuni alle leggi. Tronchetti Provera non sapeva! Questa è la barzelletta del secolo. Il velista di Portofino è candidato alla presidenza di Mediobanca, la più importante banca d’affari italiana. Gli intercettati non sono stati risarciti. L’attuale amministratore di Telecom, Franco Bernabè, rimane impassibile.

Testo intervista

“Mi chiamo Peter Gomez, sono un giornalista de Il Fatto Quotidiano, mi sono occupato in questi anni di tutti i più grandi scandali finanziari di corruzione di mafia di questo paese e in particolare a partire dal 2004 con alcuni colleghi de L’Espresso mi sono appassionato e ho seguito lo scandalo degli spioni Telecom, uno scandalo che oggi, come speso accade in Italia, sta finendo in niente.
Cosa è accaduto lo sapete, migliaia e migliaia di persone sono state spiace, schedate, analizzate, le loro vite sono state rovistate, i loro conti correnti sono stati osservati, le banche dati riservate del Ministero dell’Interno sono state consultate per formare delle schede su di loro, schede che finivano in mano alla sicurezza Telecom, allora capitanata da Giuliano Tavaroli.
Oggi a sei anni di distanza possiamo dire che tutto questo è stato uno scherzo o quasi, tutti i principali imputati della vicenda, dipendenti Telecom stanno uscendo dal processo con un patteggiamento e con dei risarcimenti minimi, i vertici dell’azienda erano testimoni e sono rimasti testimoni, secondo i giudici Tronchetti Provera non sapeva nulla di quello che era accaduto nella sua azienda, è possibile? Non è possibile? I magistrati dicono che non ci sono prove, io registro solamente quello che è accaduto in questo periodo.
E’ accaduto che Telecom si è trovata accusata esclusivamente della violazione della legge 231, di un omesso controllo, del fatto di non essersi data degli apparati organizzativi che impedissero le corruzioni e questo tipo di spionaggio, la partita è stata chiusa con un patteggiamento a 7 milioni di Euro. Sotto processo di fatto rimangono due persone, due personaggi importanti uno è l’investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani che era il proprietario del cosiddetto archivio Z, l’archivio in cui venivano accatastate tutte queste pratiche, pratiche che non riguardavano solo, come all’epoca della FIAT la schedatura di migliaia e migliaia di dipendenti o di aspiranti dipendenti della Telecom, che venivano analizzati prima di essere assunti in spregio a ogni regola, ma riguardava molto spesso anche personaggi di primo piano della politica e della finanza italiana.
Altro grande imputato, ma salvato o forse presto salvato dal segreto di Stato controfirmato dal Premier Silvio Berlusconi è l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Quest’ultimo era accusato e è tutt’ora accusato di avere brigato insieme agli spioni Telecom, di avere venduto delle informazioni del servizio alla Telecom, Berlusconi ha detto che è vero, tutti i suoi rapporti con Telecom, con l’azienda sono coperti dal segreto di Stato e quindi oggi dobbiamo anche chiederci cos’era Telecom a quell’epoca? Era una struttura parallela dei servizi segreti? Era un grande orecchio che osservava tutti gli italiani? Non lo sappiamo, aspettiamo cosa decideranno i giudici.
Una cosa però l’abbiamo capita, abbiamo capito che tra i dossier che venivano accumulati c’erano anche una serie di dossier politici, ci sono dossier per esempio che riguardano il sottosegretario Aldo Brancher, ci sono dossier che riguardano il Segretario dell’UDC Lorenzo Cesa e c’è poi il dossier dei dossier , quello che nessuno di noi potrà mai conoscere perché una legge bipartisan approvata nel 2006 ne ha ordinato la distruzione, il dossier Oak , sui presunti fondi esteri dei DS, creati, secondo questo dossier, al momento della scalata a Telecom da parte della cordata dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno.
Secondo il dossier Telecom, da quello che si è letto, secondo il dossier Oak, questi fondi in parte arriverebbero ai DS, non sappiamo niente per legge, Giuliano Tavaroli nel 2008 ha descritto in parte questo dossier in una lunga intervista o in una serie di colloqui fatti con Repubblica, con Giuseppe D’Avanzo. Ha fatto dei nomi, ha fatto esplicitamente il nome di Piero Fassino, quest’ultimo ha annunciato a quell’epoca una querela che non risulta essere mai stata notificata a Tavaroli, perché questo è uno dei grandi interrogativi, servivano questi dossier per ricattare la politica o servivano semplicemente per raccogliere informazioni da utilizzare magari non necessariamente a fini ricattatori? Non l’abbiamo capito, questi dossier arrivavano sul tavolo di Tronchetti, non l’abbiamo capito, ho intervistato Emanuele Cipriani, l’investigatore che li raccoglieva, il quale mi ha dichiarato, come del resto aveva fatto ai magistrati che lui abitualmente incontrava Tavaroli, che ogni settimana faceva il punto della situazione e che quando i dossier erano particolarmente delicati come nel caso dei dossier politici, Tavaroli alzava il telefono e chiamava o la Segreteria di Tronchetti o direttamente Tronchetti sul cellulare e poi gli diceva “Dottore è arrivato il fiorentino, abbiamo l’esito di quell’indagine, la vengo a trovare” e partiva verso via Negri, sede della Pirelli con il dossier sotto il braccio.
Questi dossier sono mai arrivati sul tavolo di Tronchetti? Tronchetti nega, i magistrati gli credono e Tavaroli davanti ai magistrati nega anche lui, poi con un’intervista a Repubblica dice esattamente il contrario e preannuncia che forse in Tribunale parlerà, non l’ha fatto, ha patteggiato come tutti gli altri, il risultato qual è? Pensiamo al risultato delle migliaia di cittadini, il cui nome trovate sul sito di Beppe Grillo, degli schedati Telecom, non si sono riusciti a costituire parte civile contro l’azienda, hanno potuto solo costituirsi parte civile contro i singoli imputati, i singoli imputati adesso escono grazie al patteggiamento e i danneggiati per vedere dei soldi veri, di fatto a loro sono state offerte poche migliaia di euro, dovranno rivalersi in sede civile, mi sembra molto incivile tutto questo!
Tra le cose che mi ha raccontato Emanuele Cipriani nella lunga intervista che gli ho fatto, ce ne è una particolarmente nuova, Emanuele Cipriani racconta che venivano spiati e controllati anche quelli che venivano definiti “disturbatori di assemblea” gli ho chiesto “Dott. Cipriani ha quindi spiato anche Beppe Grillo?” lui mi dice di no e anche perché racconta di avere lavorato per Telecom in questo senso fino al 2003 – 2004, mi spiega però che era essenziale sapere cosa avrebbero chiesto gli azionisti per evitare di mettere in imbarazzo la presidenza e Tronchetti, per questo lui sostiene che queste operazioni di controllo e di spionaggio su chi poneva domande in assemblea, è la dimostrazione che Tronchetti fosse perfettamente al corrente del suo lavoro perché grazie alle informazioni da lui raccolte, dice Cipriani a Tronchetti riuscì, almeno in un caso a fare un’ottima figura.
E’ anche vero, dobbiamo ricordarlo che Cipriani è un uomo molto arrabbiato perché la Magistratura gli ha sequestrato ben 14 milioni di euro all’estero, accusandolo sostanzialmente di appropriazione indebita, di avere rubato i soldi a Telecom, Cipriani cosa ribatte? Ma come, era tutto fatturato, su tutte le mie pratiche del mio schedario Z, compariva un codice alfanumerico che rimandava a una fattura, non mi potete venire a dire che ho rubato dei soldi all’azienda, per questo probabilmente adesso sta parlando e sta lanciando un po’ di verità e molti segnali.
Qualcuno nonostante che lo scandalo Telecom sia uno scandalo che giudiziariamente possiamo considerare morto, continua a tremare, anche perché dobbiamo ricordare, che la famosa legge che ha distrutto e ordinato la distruzione di quei dossier, è una legge suicida, quei dossier erano tutti in formato informatico, ovviamente continuano a circolare e continuare a produrre veleni, contro i ricatti c’è un solo sistema per smontarli, bisogna giocare a carte scoperte, cercare di spiegare come sono andate le cose, sempre che lo si possa fare!”.

>>>>> Scopri se sei stato intercettato da Telecom. Clicca.

Antimafia Duemila – Antonio Ingroia: ”La verita’ difficili sono sempre una conquista collettiva”

Fonte: Antimafia Duemila – Antonio Ingroia: ”La verita’ difficili sono sempre una conquista collettiva”.

Il 13 febbraio 2010 davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo si ripeteva l’esperienza del Comitato di scorta civica per i Magistrati vissuta per la prima volta il 23 gennaio scorso a Caltanissetta. Il dottor Antonio Ingroia ha salutato con queste parole:

“Volevamo ringraziarvi tutti per esserci qui, per esserci oggi ma, direi, per esserci sempre. Questo sostegno che noi, vi asssicuro, sentiamo, avvertiamo, ci contiamo, e diceva bene Salvatore Borsellino quando ricordava quella frase, quella bellissima espressione di Paolo sul fresco profumo di libertà, che è stata un po’ la frase che ha guidato tanti di noi, giovani e meno giovani…
Ecco, sono tempi difficili, tempi in cui la Magistratura e l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura è sotto attacco da un po’. Sono molti le falsità, i luoghi comuni, gli insulti gratuiti, le campagne di delegittimazione vomitati quasi quotidianamente dagli organi di stampa e da certi programmi televisivi… si tratta di un’aria mefitica che sta avvelenando il paese. Contro questi veleni c’è solo un antidoto, l’antidoto è questa aria fresca che sentiamo invece, che si respira con voi, tra di voi in questa piazza, ed è soprattutto questo che ci aiuta ad andare avanti.
Noi facciamo naturalmente il nostro dovere e il nostro lavoro, bene o male come sappiamo fare, con i nostri limiti, magari con i nostri errori. Crediamo che ci possa, ci debba essere riconosciuta la buona fede e anche, diciamo, una certa professionalità, se abbiamo appreso qualcosa da questi nostri grandi maestri.
Però quello che conta ancora di più, come ricordava Salvatore Borsellino, è che se davvero crediamo in valori come quelli della Verità, della Giustizia, dell’Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge, se crediamo e se vogliamo, lo dico non solo da magistrato ma anche da cittadino, che venga fuori tutta la verità anche sui fatti più pesanti, e anche le verità più difficili sulle pagine più buie della storia del nostro Paese, che è una verità la cui scoperta non può essere legata solo ai magistrati… le verità difficili sono sempre una conquista collettiva.
Se riuscirete quindi a rappresentare bene l’Italia che quella verità la vuole, e se quell’Italia che la verità la vuole riuscirà a prevalere sull’Italia dei depistaggi e degli insabbiamenti, potremo davvero scoprire tutta la verità e regalarci, a tutti noi, un futuro migliore.
Grazie”

Antonio Ingroia

Trascrizione dell’intervento a cura di Adriana Castelli

Tratto da: 19luglio1992.com

Lettera a Michele Santoro – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Lettera a Michele Santoro – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da il Fatto Quotidiano del 20 febbraio

Caro Michele,

ho riflettuto su quanto è accaduto giovedì ad Annozero. E, siccome è accaduto davanti a 4 milioni di persone, te ne parlo in forma pubblica. Parto da una tua frase dell’altra sera: “Parliamo di fatti”. Il punto è proprio questo. Si può ancora parlare di fatti in tv? Sì, a giudicare dagli splendidi servizi di Formigli, Bertazzoni e Bosetti. No, a giudicare dal cosiddetto dibattito in studio, che non è più (da un bel pezzo) un dibattito, ma una battaglia snervante e disperante fra chi tenta di raccontare, analizzare, commentare quel che accade e chi viene apposta per impedirci di farlo e costringerci a parlar d’altro.

La maledizione della par condicio, dovuta alla maledizione di Berlusconi, impone la presenza simmetrica di ospiti di destra e di sinistra. E, quando si tratta di politici, pazienza: la loro allergia ai fatti è talmente evidente che il loro gioco lo capiscono tutti.
Ma quando, come l’altra sera, ci si confronta fra giornalisti, anzi fra iscritti all’albo dei giornalisti, ogni simmetria è impossibile: quelli “di destra” parlano addosso agli altri e – quando non sanno più che dire – tirano fuori le mie condanne penali (inesistenti) o le mie vacanze con mafiosi o a spese di mafiosi (inesistenti). Da una parte ci sono giornalisti normali, come l’altra sera Gomez e Rangeri, che non fanno sconti né alla destra né alla sinistra; e dall’altra i trombettieri. Che non sono di destra: sono di Berlusconi. E non fanno i giornalisti: recitano un copione, frequentano corsi specialistici in cui s’impara a fare le faccine e a ripetere ossessivamente le stesse diffamazioni.

Invece di contestare i fatti che racconti, tentano di squalificarti come persona. Poi, a missione compiuta, passano alla cassa a ritirare la paghetta. E, se non si abbassano a sufficienza, vengono redarguiti o scaricati dal padrone. Non hanno una faccia e dunque non temono di perderla.
Partono avvantaggiati, possono permettersi qualunque cosa. Non hanno alcun obbligo di verità, serietà, coerenza, buonafede, deontologia. Non temono denunce perchè il padrone mette ogni anno a bilancio un fondo spese per risarcire i danni che i suoi sparafucile cagionano a tizio e caio dicendo e scrivendo cose che mai scriverebbero o direbbero se non avessero le spalle coperte. Come diceva Ricucci, che al loro confronto pare Lord Brummel, fanno i froci col culo degli altri.

Sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda. E ci tocca pure chiamarli colleghi perchè il nostro Ordine non s’è mai accorto che fanno un altro mestiere. Ci vorrebbe del tempo per spiegare ogni volta ai telespettatori chi sono questi signori, chi li manda, quali nefandezze perpetrano i loro “giornali”, perchè quando si parla di Bertolaso rispondono sulle mie ferie e soprattutto che cos’è davvero accaduto a proposito delle mie ferie: e cioè che ho documentato su voglioscendere.it di aver pagato il conto fino all’ultimo centesimo e di aver conosciuto un sottufficiale dell’Antimafia prima che fosse arrestato e condannato per favoreggiamento, interrompendo ogni rapporto appena emerse ciò che aveva fatto (i due trombettieri invece dirigono e vicedirigono i giornali di due editori – Giampaolo Angelucci e Paolo Berlusconi, già arrestati due volte ciascuno, il secondo pregiudicato – e non fanno una piega).

Ma in tv non c’è tempo per spiegare le cose con calma. E, siccome io una reputazione ce l’ho e vi sono affezionato, non posso più accettare che venga infangata ogni giovedì da simili gentiluomini. Gli amici mi consigliano di infischiarmene, di rispondere con una risata o un’alzata di spalle. Nei primi tempi ci riuscivo. Ora non più: non sai la fatica che ho fatto giovedì a restarmene seduto lì fino alla fine. Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta diventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero. Che faccio? Mi appendo al collo le ricevute delle ferie e il casellario giudiziale? Esco dallo studio a fumare una sigaretta ogni volta che mi calunniano? O ti viene un’idea migliore?

Blog di Beppe Grillo – Scudo Fiscale senza capitali

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Scudo Fiscale senza capitali.

Lo Scudo Fiscale ha regolarizzato 85 miliardi di euro di evasori totali, frutto di traffici illeciti, ricchezze di origine criminale. I possessori hanno pagato solo il 5% e i capitali sono ritornati puri come un giglio. Gli evasori sono rimasti rigorosamente anonimi. Tremorti ha spiegato che questa porcata avrebbe fatto ritornare in Italia i patrimoni. La Banca d’Italia ha comunicato che solo 35 degli 85 miliardi sono rientrati per “fare girare” l’economia (e mettere in difficoltà attraverso la concorrenza sleale gli imprenditori che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo di euro). Evasori totali sì, ma fessi no.