Archivi del giorno: 25 febbraio 2010

Antimafia Duemila – La truffa del secolo

Fonte: Antimafia Duemila – La truffa del secolo.

di Monica Centofante – 24 febbraio 2010
Compagnie telefoniche, ‘Ndrangheta e riciclaggio. Un mix esplosivo per una truffa allo Stato da due miliardi e 400 milioni di Euro.
Nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Roma su richiesta della Dda diretta da Giancarlo Capaldo c’è la cronistoria di “una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale”.
E l’affresco di un’organizzazione con ramificazioni internazionali “tra le più pericolose mai individuate”: sia per “l’inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite” che per la “capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi”.
Sono nomi di primo piano quelli che figurano tra i 56 per i quali il gip ha ordinato l’arresto,  nell’ambito dell’inchiesta Phunchard-Broker. Da Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb (uno dei venti uomini più ricchi d’Italia, al momento ricercato all’estero) a Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle (controllata al 100% da Telecom Italia spa); da Luca Berriola, ufficiale della Guardia di Finanza attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica a Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa. E grazie ai voti della ‘Ndrangheta, si legge nel documento, che tramite emissari calabresi in Germania, in particolare a Stoccarda, avrebbe riempito allo scopo, con il nome del senatore, le schede bianche degli italiani residenti all’estero.

Con i voti delle ‘ndrine
Per Di Girolamo l’accusa è di violazione della legge elettorale “con l’aggravante mafiosa” perché il politico, si legge, “risulta organicamente inserito nell’associazione criminale con incarico di consulente legale e finanziario” della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, nonché di altre ‘ndrine e di altri arrestati nella maxi operazione scattata ieri. Mentre sponsor della sua elezione sarebbe stato l’amico imprenditore romano Gennaro Mokbel, un tempo vicino ad Antonio D’Inzillo, ex esponente della destra eversiva e della Banda della Magliana e da tempo latitante in Africa.
Mokbel, spiega il documento, è il fondatore del movimento politico “Alleanza Federalista”, “nato nell’ottobre del 2003” e “gravitante nell’area politica della Lega Nord, la cui sede è ubicata in Roma. L’attuale segretario, Giacomo Chiappori, è stato eletto nelle liste della Lega Nord, alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione Liguria”. E in quel movimento Gennaro Mokbel aveva assunto “la carica di segretario regionale, con altre cariche distribuite anche ad altre persone”.
Alleanza Federalista, continua l’ordinanza, sarebbe stata in sostanza “la vera e propria base logistica per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali , sia politiche. Poi a seguito di contrasti con i vertici di Alleanza Federalista, accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere Gennaro Mokbel” sarebbe maturata la decisione di costituire un autonomo gruppo politico (a cui veniva dato il nome di partito Federalista Italiano) culmiato “nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 di Nicola Di Girolamo quale candidato al Senato”. Successivamente eletto con con 22.875 consensi.
Ma i rapporti tra Mokbel e il senatore del Pdl si sarebbero presto guastati perché Di Girolamo non avrebbe seguito “esattamente” i consigli dell’amico. “Nicò – lo aggredisce quest’ultimo nel corso di una telefonata – non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato una, due, tre volte ed io con un coglione come te non me ce ammazzo… vuoi far il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo e non me rompè se no ti metto le mani addosso”.

“Nic”, la creatura dei boss
Dalle carte emerge infatti il rapporto di sudditanza dello stesso Nicola Di Girolamo, per gli “amici” Nic, nei confonti di Mokbel. Che non mancava di offenderlo, come emerge chiaramente dalle numerose intercettazioni telefoniche, e di definirlo “schiavo mio”, ergo: “Una creatura sua e dei suoi amici della ‘Ndrangheta”. Per i quali il senatore avrebbe lavorato a tempo pieno, creando società, investendo i soldi della mega truffa delle telecomunicazioni e quelli delle cosche su scala internazionale ponendo in essere, scrive il gip, una vera e propria “attività di riciclaggio”. E trovando anche posti di lavoro a soggetti indicati da Mokbel.
“I programmi di investimento dei proventi illeciti del sodalizio – si legge ancora in riferimento alle diverse tipologie di reimpiego – venivano poi sviluppati da Di Girolamo e da Toseroni che cominciava pertanto ad adoperarsi con i suoi referenti asiatici nonché per le questioni  relative alle pietre preziose con Massimo Massoli (altro indagato ndr.)”. Uno soltanto dei vari business gestiti dal sodalizio criminale che trafficava anche in diamanti estratti in Uganda e venduti a Roma.
Elevatissima la capacità d’intimidazione di Mokbel, si apprende dalle intercettazioni, tanto che l’ex estremista di destra avrebbe commesso ben dieci omicidi. Mentre i rapporti del senatore con soggetti gravitanti nel mondo della criminalità organizzata non sarebbe cosa nuova per gli investigatori.
Una richiesta di arresto simile a quella formulata ieri, ma con la misura dei domiciliari, era già scattata il 7 giugno del 2008 quando l’autorizzazione alla sua applicazione era stata negata dal Senato e ora dovrà essere ridiscussa a fronte degli elementi emersi nel corso di un’indagine che dura ormai da quattro anni.
In quella prima occasione era stato il senatore Cuffaro a prendere la parola in aula: “Onorevoli colleghi – aveva detto – mettetevi una mano sulla coscienza! Se votate per la decadenza quest’uomo sarà arrestato”.

Manette e sequestri

Sono in tutto 56 le ordinanze di custodia cautelare scattate ieri a seguito delle indagini condotte dai Carabinieri dei Ros e della Guardia di Finanza. E tra queste ci sarebbero, oltre a Scaglia e Mazzitelli, anche altri ex dirigenti di Fastweb e Sparkle in carica tra il 2003 e il 2006, tutti operanti “in un contesto di piena e totale illegalità” al fine di “frodare l’Erario, il mercato e gli azionisti”.
Ancora, tra gli indagati della maxioperazione figurano Stefano Parisi, attuale amministratore delegato di Fastweb e Riccardo Ruggiero, all’epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ambasciatore Riccardo Ruggiero, ex Presidente dell’Eni nel governo D’Alema ed ex Ministro degli Esteri nel governo Berlusconi (dimessosi dopo 5 mesi).
Le accuse per tutti sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Con il supporto di decine di banche e fiduciarie estere nonché società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore.
Mentre tra i beni sequestrati, per un valore di circa 48 milioni di Euro, vi sarebbero 247 immobili, 133 auto, 5 imbarcazioni, 743 rapporti finanziari, 58 quote societarie, due gioiellerie e crediti nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
La procura di Roma ha intanto chiesto il commissariamento delle due società telefoniche coinvolte. Colpevoli, recita il documento, di “mancata vigilanza”, per non aver adottato le misure necessarie ad evitare che società fittizie lucrassero, attraverso falsa fatturazione, crediti d’imposta per operazioni inesistesti e riguardanti l’acquisto di servizi telefonici e telematici. Motivo per cui nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività che sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo.

Antimafia Duemila – Sviste pulite

Fonte: Antimafia Duemila – Sviste pulite.

di Marco Travaglio – 24 febbraio 2010

Davvero spassoso il dibattito sulle “liste pulite” avviato dal titolare delle liste più luride della storia dell’umanità. Politici, giornalisti, intellettuali e giuristi per caso si esercitano intorno al tema della corruzione con gli stessi esiti di Emanuele Filiberto che tenta di cantare, di Gasparri che tenta di ragionare e di Angelino Jolie che tenta di scrivere una legge anticorruzione.
Si impegnano, si applicano, ma non ce la fanno proprio. Non è il loro ramo. Sono troppo abituati a spostare l’attenzione dalle mazzette al colore della toga del giudice che le ha scoperte o della camicia del giornalista che le ha raccontate, per riuscire a dire qualcosa di sensato. Così non fanno altro che rinfacciarsi le reciproche mazzette: tu ne hai prese più di me, tu hai più condannati di me, tu hai più processi di me. Ieri il Geniale, copiando i nostri libri e le denunce di Grillo, elencava i condannati e gli inquisiti in Parlamento. Solo quelli di Pd e Udc, ci mancherebbe: per quelli del Pdl occorrerebbe una Treccani in vari volumi. In prima pagina, direttamente dalla famiglia Addams, Alessandro Sallusti si inerpicava sul tema per elogiare il Pdl del padrone, “unico partito ad affrontare una questione vera e non più rinviabile”. Ma va? Benvenuto nel club. Sulle prime zio Tibia partoriva persino un concetto sensato: non sempre, per cacciare un politico imputato, bisogna attendere la Cassazione. Poi però si perdeva per strada, vaneggiando di misteriosi “reati civili e amministrativi”. Infine perdeva la brocca parlando del Banana: i suoi processi sono speciali, rientrano nella “zona grigia della giustizia”. E’ quel che dice pure Cicchitto, altro neofita dell’argomento: l’altra sera a Porta a Porta tentava teneramente di conciliare le liste pulite e il Banana. Impresa titanica: “Sia chiaro che contro Berlusconi c’è un uso politico della giustizia, contro Bertolaso pure, mentre sugli altri si può discutere”. Ecco, i processi buoni e quelli meno buoni li decide lui: indossa cappuccio e grembiulino, poi scrive le sentenze. L’ottimo Belpietro, per non sbagliare, affida il commento a Giancarlo Abelli, contitolare del conto a Montecarlo per cui la sua signora ha appena patteggiato 2 anni per riciclaggio e restituito 1,2 milioni di maltolto: un’autorità in materia di liste pulite. Formidabili le prediche anticorruzione del duo Marcegaglia&Montezemolo, presidente ed ex presidente del più popoloso consesso di corruttori mai visto in natura: la Confindustria. Che ora espelle chi paga il pizzo per non esser ammazzato dalla mafia, cioè le vittime di concussione, ma non ha mai messo alla porta un solo iscritto che paga tangenti. Anche perché la sora Emma dovrebbe espellere se stessa, o almeno il fratello e il papà, titolari del gruppo di famiglia che due anni fa ha patteggiato a Milano 500 mila euro di pena pecuniaria e 250 mila di confisca per Marcegaglia Spa, 500 mila euro di pena più 5 milioni di confisca per la controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione per Antonio Marcegaglia (fratello di Emma, figlio di Steno): il tutto perché nel 2003 pagarono una mazzettona all’Enipower in cambio di appalti. Ora Montezemolo sostiene che la corruzione dilaga perché i politici “non hanno fatto le riforme”. Forse voleva dire “perché hanno fatto le riforme”: in 15 anni hanno sfornato 200 leggi in materia di giustizia, tutte a favore della corruzione e nessuna contro. E la Confindustria non ha mai emesso un pigolio contro condoni fiscali, scudi, depenalizzazioni del falso in bilancio, allungamenti dei tempi dei processi e tagli dei termini di prescrizione. Ma niente paura: Renato Brunetta assicura che all’anticorruzione ci pensa lui. Nella Prima Repubblica, Brunetta era consulente del ministro De Michelis; nella Seconda, divenuto ministro, ha ingaggiato come consulente De Michelis. Il giusto premio per le condanne collezionate da De Michelis per finanziamento illecito e corruzione. Ecco, la legge anticorruzione potrebbe scriverla lui. Dopo tanti dilettanti, finalmente un professionista.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali

Fonte: Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali.

di Marco Palombi – 23 febbraio 2010

“Non è punibile a titolo di colpa per violazione di disposizioni in materia di tutela dell’ambiente e tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro […] per fatti commessi nell’espletamento del servizio connesso ad attività operative o addestrative svolte nel corso di missioni internazionali, il militare dal quale non poteva esigersi un comportamento diverso da quanto tenuto, avuto riguardo alle competenze ai poteri e ai mezzi di cui disponeva in relazione ai compiti affidatigli”.
Così il governo Berlusconi ha predisposto l’ennesimo scudo penale. Stavolta, peraltro, di fattispecie addirittura marziale visto che serve a mettere al riparo da eventuali rilievi penali generali, colonnelli e via scendendo. Questa nuova versione della incoercibile tendenza all’impunità dell’esecutivo è contenuta nientemeno che nel decreto di proroga delle Missioni internazionali (articolo 9 comma 4) varato il 1 gennaio e ora in corso d’approvazione in Senato dopo l’ok della Camera. Curiosamente a Montecitorio le opposizioni, pur avendo criticato con parole di fuoco il comma “salva-generali”, hanno poi votato a favore. “Il governo fa carta straccia dei diritti di salute dei militari, compresi quelli che svolgendo il proprio lavoro hanno perso la vita o hanno visto compromessa la propria salute per le patologie connesse all’uso di sostanze nocive, come l’uranio impoverito”, hanno sostenuto ad esempio i deputati Pd Donatella Ferranti, Jean Leonard Touadì e Rosa Calipari. Di più, questo “è un grave colpo di mano nei confronti di migliaia di vittime (per l’Associazione Vittime Uranio sono   216 morti e oltre 2500 i malati, e si tratta di dati parziali!)”. Questo comma, infatti, disattiva le leggi in materia di sicurezza sul lavoro, tutela dell’ambiente e della salute nel corso delle missioni internazionali e sembra pensato per casi come quello della contaminazione da uranio impoverito, sostanza contenuta negli armamenti americani e britannici usati ad esempio nella ex Jugoslavia, dove i nostri soldati – a differenza dei colleghi Usa e Gb – agirono senza alcun dispositivo di protezione. Ora però le sentenze di risarcimento concesse dai giudici civili alle vittime e ai loro familiari cominciano ad arrivare: il ministero della Difesa non ha tutelato i suoi dipendenti, hanno scritto le toghe di Roma a proposito di un caporalmaggiore di Lecce morto nel 2005. Il Tribunale di Firenze, nel dicembre 2008, ha sostenuto la stessa cosa anche per la missione in Somalia: il ministero “non ha disposto l’adozione di adeguate misure protettive… nonostante fosse sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale la pericolosità specifica di quel teatro di guerra, e nonostante l’adozione da parte di altri contingenti di misure di prevenzione particolari”. Oggi, con questo comma infilato alla chetichella in un decreto che è quasi obbligatorio approvare in fretta, si tenta di deresponsabilizzare i vertici delle Forze Armate: “Si tratta di una norma vergognosa e anticostituzionale – sostengono le associazioni delle vittime – un tentativo di dare un colpo di spugna alle responsabilità di chi ha inviato i nostri militari all’estero senza informarli dei rischi” e “di chi non ha adottato le norme di protezione e di chi non le ha fatte rispettare”. Non solo. D’ora in poi nelle missioni di pace all’estero, dal Libano al Kosovo, alcune migliaia di lavoratori italiani – militari e civili – non avranno pieno diritto alla salute e alla sicurezza. Per legge.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Fiorani da’ il listino della spesa al pm: ”Ecco i politici che ho pagato”

Fonte: Antimafia Duemila – Fiorani da’ il listino della spesa al pm: ”Ecco i politici che ho pagato”.

di Gianni Barbacetto – 25 febbraio 2010
Da Dell’Utri a Calderoli; da Brancher a Grillo: 100-200mila euro elargiti dal banchiere imputato a Milano nel processo Antonveneta.

Il banchiere che nel 2005 diede l’assalto alla finanza italiana è rilassato, nel suo completo gessato grigio. Gianpiero Fiorani, allora amministratore delegato della Popolare di Lodi, oggi imputato nel processo Antonveneta, si è lasciato alle spalle l’euforia del banchiere vincente, ma anche la disperazione dello sconfitto che tenta due volte il suicidio. “Dopo le vicende che mi hanno coinvolto, si diventa come degli appestati. Prima ero centrale nel sistema, poi c’è la morte civile, tutti quelli che hanno avuto a che fare con me e che sono stati beneficiati da me sono spariti. Come fossi un lebbroso e avessero paura del contagio”. Interrogato in aula, a Milano, dal pubblico ministero Eugenio Fusco, racconta la sua verità. Il legame fortissimo con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. I rapporti incrociati tra il suo assalto ad Antonveneta e l’assalto dell’Unipol di Giovanni Consorte a Bnl (“Io do una mano a te, tu dai una mano a me”). Ma soprattutto gli intrecci con la politica, con gli uomini dei partiti informati sulle scalate e “oliati” con i soldi della banca.

Il politico più interno all’operazione è il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, vicinissimo a Fazio e ufficiale di collegamento tra il governatore e Fiorani. “Gli ho dato 100 mila euro, poi altri 200 mila, poi altro ancora. Su un conto aperto alla Popolare di Lodi per operazioni finanziarie sui derivati. Un aiuto per le sue spese elettorali”. Una parte dei soldi finisce al senatore Marcello Dell’Utri. “Sì, 100 mila euro: Grillo me li chiese espressamente per il senatore”. Ma poi, chiede Fusco, gli sono effettivamente arrivati? “Certamente, perché Dell’Utri mi ha ringraziato”.

Altri soldi vanno al deputato di Forza Italia Aldo Brancher: “Mi chiese un contributo perché aveva perso dei soldi investiti in un’azienda. Gli diedi 100 mila euro, su un conto corrente intestato alla moglie. Altri 100 mila glieli diedi per Roberto Calderoli”, l’esponente della Lega nord.

I soldi servivano a rinsaldare il trasversale “partito del governatore” contro i nemici di Fazio (Giulio Tremonti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa…) che volevano far passare in Parlamento il mandato a termine per il   governatore della Banca d’Italia. “Anche la Lega era acerrima nemica del governatore”, ha ricordato Fiorani, “ma poi ha cambiato idea”: dopo che Fazio e Fiorani portarono a termine il salvataggio di Credieuronord, la banca della Lega che era “sull’orlo del fallimento”. Altri soldi, ricorda Fiorani, sono arrivati a un personaggio a cavallo tra la politica e la finanza: Fabrizio Palenzona, massiccio esponente della Margherita e banchiere di Unicredit: “Due bonifici, più versamenti in contanti. Sul conto Radetzky, presso la filiale di Montecarlo della Banca del Gottardo”.

Fiorani prova a tirare le somme della sua esperienza: “Cosa non rifarei nella vicenda Antonveneta? Non ho nulla da rimproverarmi. Come si poteva rinunciare a un progetto così importante?”. Il banchiere lo racconta come una grande operazione finanziaria compiuta sotto l’ala di Fazio, fautore dell’“italianità delle banche” da strappare ai compratori stranieri: “Gli ho sempre detto tutto, se mi avesse comunicato che c’erano problemi, avrei subito consegnato le azioni Antonveneta agli olandesi, realizzando una bella plusvalenza da 280 milioni di euro. Sarei diventato il banchiere con la più alta liquidità in Italia. Invece Fazio mi ha usato e adesso scarica tutte le responsabilità su di me”. Informato di ogni passaggio, secondo il banchiere di Lodi, anche il presidente della Consob, l’agenzia di controllo della Borsa, Lamberto Cardia. E gli scalatori avevano dalla loro parte anche un giudice del Tar del Lazio, Pasquale De Lise. Alleato prezioso, perché proprio il Tar doveva decidere su un esposto degli olandesi di Abn-Amro, che i “concorrenti” di Lodi volevano a ogni costo bloccare. A un certo punto, nell’estate 2005 tra gli scalatori si diffuse la paura di essere intercettati. Chi li avvisò che i telefoni erano sotto controllo? Segnali arrivarono a un alleato di Fiorani, Stefano Ricucci, “messo in allarme dal senatore Giuseppe Valentino”, di An, ex sottosegretario alla Giustizia. Ma si allarmò anche la moglie di Fazio, Cristina Rosati. Racconta Fiorani: “Mi rivelò che il suo telefono era sotto controllo, e mi disse che gliel’aveva riferito Paolo Cirino Pomicino, che era in contatto in ambienti romani con esponenti dei servizi segreti”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”

Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”.

Quando Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria autore con il criminologo Antonio Nicaso di “La Malapianta” (Mondadori) sente parlare di limitazioni delle intercettazioni telefoniche monta su tutte le furie.

Una vita passata ad occuparsi di ‘Ndrangheta e lotta al narcotraffico internazionale, “ho iniziato indagando sui clan di Platì, della Locride e dell’area aspromontana. Li ho visti trasformarsi da mafiosi rurali in broker della droga a livello mondiale”, sa quanto sia difficile inseguire una mafia che fa della modernizzazione il suo punto di forza. Telefonini, satellitari, Skype e chat. Picciotti e capi della ‘Ndrangheta usano tutti i mezzi per comunicare.

Dottor Gratteri, ma davvero senza mettere sotto controllo i telefoni non si riesce a combattere le mafie?
Le intercettazioni sono uno strumento formidabile, ma anche il mezzo più economico, garantista e sicuro per acquisire le fonti di prova.

Il governo non sembra pensarla allo stesso modo e sta cambiando profondamente tutta la normativa che le regola.
E sbaglia, è un errore gravissimo limitare l’uso di questo strumento.

Sul quale voi puntate – dicono   i sostenitori della riforma – perché non volete più fare indagini.
Lasciamo stare le polemiche inutili. Se io devo pedinare un trafficante di droga che si sposta dalla Calabria a Roma, sono costretto ad impiegare dai dieci ai venti uomini se voglio sapere chi incontra e di cosa parla. Costo dell’operazione 2.000 euro al giorno circa. Se invece gli metto il telefono cellulare sotto controllo spendo non più di 12 euro più Iva e non devo distogliere uomini delle forze dell’ordine da altri compiti, come il controllo del territorio che nelle zone di mafia lo Stato deve contendere ai boss. Ma poi con quali uomini si fanno i pedinamenti? In polizia, nei carabinieri e nella Guardia di finanza, si fanno concorsi per poche centinaia di unità e non si riesce neppure a coprire il normale turnover. Le intercettazioni telefoniche e ambientali sono una necessità.

Addirittura, dottore, chi le vuole devitalizzare pensa l’esatto contrario.
Per capirci facciamo l’esempio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, possono essere vere sette volte su dieci, l’intercettazione, invece, è la fedele rappresentazione della realtà, di quello che i protagonisti si dicono in quel momento, dei progetti che fanno, del sistema di complicità e di relazioni di cui fanno parte.

Maggioranza e governo, però, dicono che in questi anni la magistratura ha abusato nell’uso dello strumento.
Non è vero. Le faccio un esempio che uso sempre. Vent’anni fa c’era un telefonino ogni 5 mila abitanti, oggi statisticamente ogni italiano ha un cellulare e mezzo. Come vede è lo strumento più usato per comunicare, anche dai delinquenti e dai mafiosi. Nella mia esperienza ho scoperto che ormai un narcotrafficante quando telefona butta via il suo cellulare o cambia scheda, è un modo per evitare di essere intercettato. Se io devo indagare su 50 persone che trafficano in droga e che dopo aver parlato tra di loro cambiano scheda e numero, devo mettere sotto controllo diecimila telefoni. Quindi se si è in buona fede si dice che sono stati intercettati cinquanta utenti, se si è in malafede si parla di diecimila intercettazioni. Una cifra enorme per una sola indagine, questo pensa l’opinione pubblica, che vede in noi l’occhio del Grande Fratello, teme per la propria privacy. Una campagna così è chiaro che ha i suoi effetti.

Queste cose, però, sono da mesi il pane quotidiano della polemica politica.
E a me non piace. Non ho difficoltà a riconoscere le cose positive che questo governo ha fatto nella lotta alla mafia. L’abolizione del patteggiamento in appello, ad esempio, ci ha consentito di cancellare lo scandalo delle pene che dal primo grado al secondo subivano una riduzione spaventosa senza portare alcun beneficio al funzionamento della macchina della giustizia. Riconosco, inoltre, anche il valore delle maggiori possibilità offerte in materia di sequestro di beni. Detto questo, però, il resto sono slogan e palliativi, se non addirittura proposte di modifiche legislative discutibili.

Faccia qualche esempio.
Le modifiche alla normativa sulle intercettazioni, il processo breve e la legge sui collaboratori di giustizia. Tre cose devastanti.

Per quanto riguarda la legge sulle intercettazioni, però, il governo assicura che le limitazioni non riguarderanno i reati di mafia.
E’ una banalità, ma come si fa a definire, prima di iniziare il controllo di conversazioni telefoniche, la tipologia del reato? Nella legge che si intende approvare ci sono cose assurde, per una proroga dell’intercettazione è previsto un collegio di almeno tre giudici, pensi a quanti ricorsi potranno fioccare nei tribunali piccoli e medi. E non solo, per richiedere la proroga bisognerà trasmettere l’intero fascicolo dell’indagine, migliaia di pagine che vagano di stanza in stanza, passando per più mani.

Cos’è la ‘Ndrangheta?
La mafia più forte, ricca e potente. Non è l’antiStato, ma è dentro lo Stato. Con un fatturato di 44 miliardi di euro l’anno può consentirsi tutto, entrare nel sistema finanziario, condizionare il mercato, insinuarsi nelle proprietà di giornali e mezzi di comunicazione. Il problema delle élite di ‘Ndrangheta non è più quello di accumulare ricchezze, ma di giustificarle.
Nicola Gratteri visto da Fabio Corsi

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Ci pensa la procura di Roma

Fonte: Ci pensa la procura di Roma.

Le accuse al magistrato Toro e il “porto delle nebbie”: dove le inchieste scomode vengono trattate con “riguardo”

Inutile girarci intorno. Non era necessaria l’indagine fiorentina sull’ormai ex procuratore aggiunto Achille Toro per capire che il Palazzo di Giustizia della Capitale era da un pezzo tornato ad essere un porto delle nebbie. Per comprendere che cosa accade a Piazzale Clodio, dove pure lavorano decine di magistrati dalla schiena dritta, bastano invece le collezioni dei giornali. Da anni, e con sempre maggiore frequenza, i cronisti raccontano come buona parte delle inchieste sui potenti (di qualsiasi colore) condotte dall’ufficio diretto dal procuratore Giovanni Ferrara abbiano un esito pressoché scontato: o finiscono in archivio o partoriscono il più classico dei topolini.

Gli esempi sono tanti. Si va dal caso Berlusconi-Saccà, ai voli di Stato con fanciulle del Cavaliere; dai viaggi aerei verso il gran premio di Monza (con amici e familiari) di Francesco Rutelli e Clemente Mastella, fino alle prime indagini sullo spionaggio degli uomini dell’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ai danni di Piero Marrazzo.

Ma suscitano perplessità e interrogativi pure l’inchiesta sulla Parmatour di Calisto Tanzi e quella sui supposti ricatti legati a Vallettopoli. Certo, a volte ci sono fondati motivi giuridici, per chiudere tutto. Ma è incontestabile che “prudenza”, “mosse ponderate” siano state fino a ieri le parole d’ordine di Ferrara e del suo ex braccio destro Toro. Parole riecheggiate anche nella primavera del 2009 quando, di fronte alla Guardia di finanza, i carabinieri e i pm che domandavano d’investigare a fondo sugli affari del gruppo Anemone e sulle ruberie in occasione del G8 (mancato) alla Maddalena, Ferrara e Toro decisero di procedere con il piombo nel timore, scrive Repubblica, di ledere l’immagine dell’Italia.

Oggi Toro è indagato per corruzione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo l’ipotesi d’accusa dietro le fughe di notizie che misero gli uomini della cricca della Protezione civile in allarme per i probabili arresti potrebbe esserci stato una scambio di favori. Gli eventuali reati, però, non bastano per spiegare che cosa è accaduto negli ultimi anni negli uffici al vertice della procura di Roma. Il vero punto è un altro: i rapporti delle toghe con il potere politico e la volontà di disturbare il meno possibile il manovratore. Un paio di esempi giovano a capire.

Proprio nei mesi in cui l’inchiesta romana sul gruppo Anemone veniva di fatto insabbiata, la procura si trova di fronte a un grosso problema: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Da Napoli sono arrivate le carte sul caso di Agostino Saccà. L’ex direttore generale della Rai, è stato sorpreso al telefono mentre riceveva dal premier calorose raccomandazioni su una serie di attricette da piazzare in varie fiction e, in cambio, incassava la promessa di un aiuto nelle sue future attività imprenditoriali. Quasi contemporaneamente la passione di Berlusconi per le belle ragazze apre pure un secondo fronte: il fotografo Antonello Zappadu ne ha immortalate molte mentre scendevano ad Olbia da aerei di Stato.

Lo scandalo è in apparenza enorme. Ma la prudentissima Procura di Ferrara riesce a trovare la soluzione. Vediamo come. In totale gli scali ripresi da Zappadu sono cinque, così gli accertamenti (di tipo strettamente burocratico) vengono condotti solo sulle liste passeggeri dei voli Roma-Olbia del 24, 25 e 31 maggio, 1 giugno e 17 agosto 2008. Berlusconi in quelle occasioni è sempre presente. Dunque, spiega la procura nella sua repentina richiesta di archiviazione non c’è stato “alcun danno patrimoniale” né sono “emersi casi di soggetti estranei che hanno viaggiato in assenza del presidente”. L’abuso di ufficio e il peculato sono “insussistenti”. Tutto vero. Ma perché non allargare i controlli pure agli altri voli, come suggerivano alcuni pm? Prudenza.

Più complicato è invece il caso Saccà. Quella è davvero una brutta storia che lede l’immagine dell’Italia. Le intercettazioni (inviate per competenza dal gup di Napoli al quale la procura partenopea aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati) sono esplicite. E, quel che peggio, secondo i pm napoletani, dal loro ascolto emerge anche l’ipotesi che una delle attrici raccomandate, Evelina Manna, abbia ricattato il premier. In pratica potrebbe averlo minacciato di svelare i retroscena della loro amicizia se non avesse ricevuto un aiuto (e per questo Napoli ha suggerito a Roma di aprire un’inchiesta per concorso in estorsione). Il tutto però finisce in archivio.

Come? Grazie a molte acrobazie giuridiche e un accorto uso dei media. Della storia dell’ipotetico ricatto non si saprà infatti mai niente. Anche perché un sunto delle 14 pagine della richiesta di archiviazione viene fatto arrivare (opportunamente depurato dalla parte riguardante le pressioni della Manna) nelle mani di alcuni cronisti. Già quello che si legge basta comunque per capire che aria tira in procura. Berlusconi dice, per esempio, a Saccà: “Aiuta Elena Russo è come se aiutassi me e io poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore”. Sembra una corruzione in piena regola. Ma per la procura la frase  (non, ndr) prova il do ut des. E poi, sostengono gli uomini di Ferrara, Saccà, “non è un incaricato di pubblico servizio”.

La tesi è bizzarra (tanto che il gip la farà propria solo in parte) e contrasta pure con una sentenza della Cassazione. Ma non importa. Meglio essere prudenti. Col risultato che, a volte, il caso ti deflagra in mano. Come è accaduto con la Protezione civile o come è successo, nel 2005, con l’indagine Storace. Cinque anni fa i carabinieri si rendono conto che degli investigatori privati in contatto con l’ex governatore del Lazio stanno spiando Marrazzo durante la campagna elettorale. Chiedono a Toro d’intercettare i telefoni. Ma lui dice di no. Finisce che tutto viene scoperto dai pm di Milano e scattano le manette. Lo smacco è grande, ma Toro viene lo stesso considerato affidabile. Sia in procura sia dalla politica.

Tanto che nel 2006 quando finisce sotto inchiesta per fughe di notizie legate al caso Unipol, prima il ministro Alessandro Bianchi, lo sceglie come capo dei gabinetto, e poi una volta incassata l’archiviazione (con qualche interrogativo) torna in procura per dirigere il pool dei reati contro la pubblica amministrazione. Piedi di piombo, in questo caso, nessuno. Anche perché Toro è un leader di Unicost (la corrente moderata del sindacato dei giudici, in cui milita Ferrara), per quattro anni è stato membro del Csm, piace persino alla sinistra (Bianchi è legato al Pdci) ed è amato della destra. Insomma è l’uomo giusto per un posto prudentemente giusto.


Peter Gomez (il Fatto Quotidano, 24 febbraio 2010)