Antimafia Duemila – La truffa del secolo

Fonte: Antimafia Duemila – La truffa del secolo.

di Monica Centofante – 24 febbraio 2010
Compagnie telefoniche, ‘Ndrangheta e riciclaggio. Un mix esplosivo per una truffa allo Stato da due miliardi e 400 milioni di Euro.
Nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Roma su richiesta della Dda diretta da Giancarlo Capaldo c’è la cronistoria di “una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale”.
E l’affresco di un’organizzazione con ramificazioni internazionali “tra le più pericolose mai individuate”: sia per “l’inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite” che per la “capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi”.
Sono nomi di primo piano quelli che figurano tra i 56 per i quali il gip ha ordinato l’arresto,  nell’ambito dell’inchiesta Phunchard-Broker. Da Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb (uno dei venti uomini più ricchi d’Italia, al momento ricercato all’estero) a Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle (controllata al 100% da Telecom Italia spa); da Luca Berriola, ufficiale della Guardia di Finanza attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica a Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa. E grazie ai voti della ‘Ndrangheta, si legge nel documento, che tramite emissari calabresi in Germania, in particolare a Stoccarda, avrebbe riempito allo scopo, con il nome del senatore, le schede bianche degli italiani residenti all’estero.

Con i voti delle ‘ndrine
Per Di Girolamo l’accusa è di violazione della legge elettorale “con l’aggravante mafiosa” perché il politico, si legge, “risulta organicamente inserito nell’associazione criminale con incarico di consulente legale e finanziario” della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, nonché di altre ‘ndrine e di altri arrestati nella maxi operazione scattata ieri. Mentre sponsor della sua elezione sarebbe stato l’amico imprenditore romano Gennaro Mokbel, un tempo vicino ad Antonio D’Inzillo, ex esponente della destra eversiva e della Banda della Magliana e da tempo latitante in Africa.
Mokbel, spiega il documento, è il fondatore del movimento politico “Alleanza Federalista”, “nato nell’ottobre del 2003” e “gravitante nell’area politica della Lega Nord, la cui sede è ubicata in Roma. L’attuale segretario, Giacomo Chiappori, è stato eletto nelle liste della Lega Nord, alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione Liguria”. E in quel movimento Gennaro Mokbel aveva assunto “la carica di segretario regionale, con altre cariche distribuite anche ad altre persone”.
Alleanza Federalista, continua l’ordinanza, sarebbe stata in sostanza “la vera e propria base logistica per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali , sia politiche. Poi a seguito di contrasti con i vertici di Alleanza Federalista, accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere Gennaro Mokbel” sarebbe maturata la decisione di costituire un autonomo gruppo politico (a cui veniva dato il nome di partito Federalista Italiano) culmiato “nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 di Nicola Di Girolamo quale candidato al Senato”. Successivamente eletto con con 22.875 consensi.
Ma i rapporti tra Mokbel e il senatore del Pdl si sarebbero presto guastati perché Di Girolamo non avrebbe seguito “esattamente” i consigli dell’amico. “Nicò – lo aggredisce quest’ultimo nel corso di una telefonata – non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato una, due, tre volte ed io con un coglione come te non me ce ammazzo… vuoi far il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo e non me rompè se no ti metto le mani addosso”.

“Nic”, la creatura dei boss
Dalle carte emerge infatti il rapporto di sudditanza dello stesso Nicola Di Girolamo, per gli “amici” Nic, nei confonti di Mokbel. Che non mancava di offenderlo, come emerge chiaramente dalle numerose intercettazioni telefoniche, e di definirlo “schiavo mio”, ergo: “Una creatura sua e dei suoi amici della ‘Ndrangheta”. Per i quali il senatore avrebbe lavorato a tempo pieno, creando società, investendo i soldi della mega truffa delle telecomunicazioni e quelli delle cosche su scala internazionale ponendo in essere, scrive il gip, una vera e propria “attività di riciclaggio”. E trovando anche posti di lavoro a soggetti indicati da Mokbel.
“I programmi di investimento dei proventi illeciti del sodalizio – si legge ancora in riferimento alle diverse tipologie di reimpiego – venivano poi sviluppati da Di Girolamo e da Toseroni che cominciava pertanto ad adoperarsi con i suoi referenti asiatici nonché per le questioni  relative alle pietre preziose con Massimo Massoli (altro indagato ndr.)”. Uno soltanto dei vari business gestiti dal sodalizio criminale che trafficava anche in diamanti estratti in Uganda e venduti a Roma.
Elevatissima la capacità d’intimidazione di Mokbel, si apprende dalle intercettazioni, tanto che l’ex estremista di destra avrebbe commesso ben dieci omicidi. Mentre i rapporti del senatore con soggetti gravitanti nel mondo della criminalità organizzata non sarebbe cosa nuova per gli investigatori.
Una richiesta di arresto simile a quella formulata ieri, ma con la misura dei domiciliari, era già scattata il 7 giugno del 2008 quando l’autorizzazione alla sua applicazione era stata negata dal Senato e ora dovrà essere ridiscussa a fronte degli elementi emersi nel corso di un’indagine che dura ormai da quattro anni.
In quella prima occasione era stato il senatore Cuffaro a prendere la parola in aula: “Onorevoli colleghi – aveva detto – mettetevi una mano sulla coscienza! Se votate per la decadenza quest’uomo sarà arrestato”.

Manette e sequestri

Sono in tutto 56 le ordinanze di custodia cautelare scattate ieri a seguito delle indagini condotte dai Carabinieri dei Ros e della Guardia di Finanza. E tra queste ci sarebbero, oltre a Scaglia e Mazzitelli, anche altri ex dirigenti di Fastweb e Sparkle in carica tra il 2003 e il 2006, tutti operanti “in un contesto di piena e totale illegalità” al fine di “frodare l’Erario, il mercato e gli azionisti”.
Ancora, tra gli indagati della maxioperazione figurano Stefano Parisi, attuale amministratore delegato di Fastweb e Riccardo Ruggiero, all’epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ambasciatore Riccardo Ruggiero, ex Presidente dell’Eni nel governo D’Alema ed ex Ministro degli Esteri nel governo Berlusconi (dimessosi dopo 5 mesi).
Le accuse per tutti sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Con il supporto di decine di banche e fiduciarie estere nonché società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore.
Mentre tra i beni sequestrati, per un valore di circa 48 milioni di Euro, vi sarebbero 247 immobili, 133 auto, 5 imbarcazioni, 743 rapporti finanziari, 58 quote societarie, due gioiellerie e crediti nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
La procura di Roma ha intanto chiesto il commissariamento delle due società telefoniche coinvolte. Colpevoli, recita il documento, di “mancata vigilanza”, per non aver adottato le misure necessarie ad evitare che società fittizie lucrassero, attraverso falsa fatturazione, crediti d’imposta per operazioni inesistesti e riguardanti l’acquisto di servizi telefonici e telematici. Motivo per cui nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività che sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo.

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