Ci pensa la procura di Roma

Fonte: Ci pensa la procura di Roma.

Le accuse al magistrato Toro e il “porto delle nebbie”: dove le inchieste scomode vengono trattate con “riguardo”

Inutile girarci intorno. Non era necessaria l’indagine fiorentina sull’ormai ex procuratore aggiunto Achille Toro per capire che il Palazzo di Giustizia della Capitale era da un pezzo tornato ad essere un porto delle nebbie. Per comprendere che cosa accade a Piazzale Clodio, dove pure lavorano decine di magistrati dalla schiena dritta, bastano invece le collezioni dei giornali. Da anni, e con sempre maggiore frequenza, i cronisti raccontano come buona parte delle inchieste sui potenti (di qualsiasi colore) condotte dall’ufficio diretto dal procuratore Giovanni Ferrara abbiano un esito pressoché scontato: o finiscono in archivio o partoriscono il più classico dei topolini.

Gli esempi sono tanti. Si va dal caso Berlusconi-Saccà, ai voli di Stato con fanciulle del Cavaliere; dai viaggi aerei verso il gran premio di Monza (con amici e familiari) di Francesco Rutelli e Clemente Mastella, fino alle prime indagini sullo spionaggio degli uomini dell’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ai danni di Piero Marrazzo.

Ma suscitano perplessità e interrogativi pure l’inchiesta sulla Parmatour di Calisto Tanzi e quella sui supposti ricatti legati a Vallettopoli. Certo, a volte ci sono fondati motivi giuridici, per chiudere tutto. Ma è incontestabile che “prudenza”, “mosse ponderate” siano state fino a ieri le parole d’ordine di Ferrara e del suo ex braccio destro Toro. Parole riecheggiate anche nella primavera del 2009 quando, di fronte alla Guardia di finanza, i carabinieri e i pm che domandavano d’investigare a fondo sugli affari del gruppo Anemone e sulle ruberie in occasione del G8 (mancato) alla Maddalena, Ferrara e Toro decisero di procedere con il piombo nel timore, scrive Repubblica, di ledere l’immagine dell’Italia.

Oggi Toro è indagato per corruzione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo l’ipotesi d’accusa dietro le fughe di notizie che misero gli uomini della cricca della Protezione civile in allarme per i probabili arresti potrebbe esserci stato una scambio di favori. Gli eventuali reati, però, non bastano per spiegare che cosa è accaduto negli ultimi anni negli uffici al vertice della procura di Roma. Il vero punto è un altro: i rapporti delle toghe con il potere politico e la volontà di disturbare il meno possibile il manovratore. Un paio di esempi giovano a capire.

Proprio nei mesi in cui l’inchiesta romana sul gruppo Anemone veniva di fatto insabbiata, la procura si trova di fronte a un grosso problema: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Da Napoli sono arrivate le carte sul caso di Agostino Saccà. L’ex direttore generale della Rai, è stato sorpreso al telefono mentre riceveva dal premier calorose raccomandazioni su una serie di attricette da piazzare in varie fiction e, in cambio, incassava la promessa di un aiuto nelle sue future attività imprenditoriali. Quasi contemporaneamente la passione di Berlusconi per le belle ragazze apre pure un secondo fronte: il fotografo Antonello Zappadu ne ha immortalate molte mentre scendevano ad Olbia da aerei di Stato.

Lo scandalo è in apparenza enorme. Ma la prudentissima Procura di Ferrara riesce a trovare la soluzione. Vediamo come. In totale gli scali ripresi da Zappadu sono cinque, così gli accertamenti (di tipo strettamente burocratico) vengono condotti solo sulle liste passeggeri dei voli Roma-Olbia del 24, 25 e 31 maggio, 1 giugno e 17 agosto 2008. Berlusconi in quelle occasioni è sempre presente. Dunque, spiega la procura nella sua repentina richiesta di archiviazione non c’è stato “alcun danno patrimoniale” né sono “emersi casi di soggetti estranei che hanno viaggiato in assenza del presidente”. L’abuso di ufficio e il peculato sono “insussistenti”. Tutto vero. Ma perché non allargare i controlli pure agli altri voli, come suggerivano alcuni pm? Prudenza.

Più complicato è invece il caso Saccà. Quella è davvero una brutta storia che lede l’immagine dell’Italia. Le intercettazioni (inviate per competenza dal gup di Napoli al quale la procura partenopea aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati) sono esplicite. E, quel che peggio, secondo i pm napoletani, dal loro ascolto emerge anche l’ipotesi che una delle attrici raccomandate, Evelina Manna, abbia ricattato il premier. In pratica potrebbe averlo minacciato di svelare i retroscena della loro amicizia se non avesse ricevuto un aiuto (e per questo Napoli ha suggerito a Roma di aprire un’inchiesta per concorso in estorsione). Il tutto però finisce in archivio.

Come? Grazie a molte acrobazie giuridiche e un accorto uso dei media. Della storia dell’ipotetico ricatto non si saprà infatti mai niente. Anche perché un sunto delle 14 pagine della richiesta di archiviazione viene fatto arrivare (opportunamente depurato dalla parte riguardante le pressioni della Manna) nelle mani di alcuni cronisti. Già quello che si legge basta comunque per capire che aria tira in procura. Berlusconi dice, per esempio, a Saccà: “Aiuta Elena Russo è come se aiutassi me e io poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore”. Sembra una corruzione in piena regola. Ma per la procura la frase  (non, ndr) prova il do ut des. E poi, sostengono gli uomini di Ferrara, Saccà, “non è un incaricato di pubblico servizio”.

La tesi è bizzarra (tanto che il gip la farà propria solo in parte) e contrasta pure con una sentenza della Cassazione. Ma non importa. Meglio essere prudenti. Col risultato che, a volte, il caso ti deflagra in mano. Come è accaduto con la Protezione civile o come è successo, nel 2005, con l’indagine Storace. Cinque anni fa i carabinieri si rendono conto che degli investigatori privati in contatto con l’ex governatore del Lazio stanno spiando Marrazzo durante la campagna elettorale. Chiedono a Toro d’intercettare i telefoni. Ma lui dice di no. Finisce che tutto viene scoperto dai pm di Milano e scattano le manette. Lo smacco è grande, ma Toro viene lo stesso considerato affidabile. Sia in procura sia dalla politica.

Tanto che nel 2006 quando finisce sotto inchiesta per fughe di notizie legate al caso Unipol, prima il ministro Alessandro Bianchi, lo sceglie come capo dei gabinetto, e poi una volta incassata l’archiviazione (con qualche interrogativo) torna in procura per dirigere il pool dei reati contro la pubblica amministrazione. Piedi di piombo, in questo caso, nessuno. Anche perché Toro è un leader di Unicost (la corrente moderata del sindacato dei giudici, in cui milita Ferrara), per quattro anni è stato membro del Csm, piace persino alla sinistra (Bianchi è legato al Pdci) ed è amato della destra. Insomma è l’uomo giusto per un posto prudentemente giusto.


Peter Gomez (il Fatto Quotidano, 24 febbraio 2010)

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