Archivi del giorno: 12 marzo 2010

Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi

Fonte: Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi.

Scritto da Vincenzo Mulè

Non solo navi a perdere nel racconto di Francesco Fonti. Il primo pentito di ‘ndrangheta alza il livello e svela una fitta rete di intrecci tra politica, grandi imprese e criminalità organizzata. Con la mediazione dei Servizi

«Tutto nasceva da una necessità». Francesco Fonti, il pentito di ’ndrangheta che per primo ha rivelato nel 2005 l’esistenza delle cosiddette navi dei veleni nel Mediterraneo, continua a parlare. E alza il tiro, rivelando uno spaccato dell’Italia nel quale la vicenda degli affondamenti dei rifiuti potrebbe essere interpretata solo come una naturale conseguenza del clima generale. Ma svela particolari che aiutano a capire anche molte vicende della cronaca: «Dopo “Mani pulite”, la ’ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della DC. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti». Fonti definisce questa operazione come una sorta di «investimento a lungo termine».

In questo modo, aggiunge l’uomo, «risolvemmo un problema politico ed economico. Eravamo sicuri di quello che facevamo. Perché potevamo indirizzare il voto del mondo carcerario e quello degli italiani all’estero, soprattutto in Germania». La politica, dunque. E gli affari. Gli stessi che portavano la ’ndrangheta a lavorare con il gotha dell’industria italiana. «Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco».

La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente».

In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici. «La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti.  Il pentito già in passato ha fatto qualche nome di politici invischiati nei giri.

Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. «Perché noi, all’inizio, accettammo i dieci miliardi che ci venivano offerti senza battere ciglio. Ci sembrava una somma enorme per un lavoro così facile. Dopo, realizzai che potevamo ottenere molto di più. Così andai dall’ex presidente del Consiglio. Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune».

L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (v. anche qui), l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».

Nel racconto del pentito, il legame tra politica e malaffare è talmente saldo che in occasione del rapimento di Aldo Moro, Francesco Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca. Gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro.

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Quest’uomo sarà l’ombra che seguirà Fonti in tutte le sue nefandezze, compresa l’affondamento delle navi dei veleni.

Fonti afferma di aver incontrato durante il soggiorno nella Capitale anche il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto. Lo stesso che il 23 luglio 2009 è stato posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro.

Fonti ricorda uno Zaccagnini «schifato» da quell’incontro: «è un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi».

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma, dove incontrò anche uno dei boss di Cosa nostra, Stefano Bontade. Lo rivedrà poco dopo a Milano. Quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.

Terra, tratto da: GliItaliani

Paolo Franceschetti: Guerra psicologica: disinformazione e false flag

Interessante video sul blog di Paolo Franceschetti

Paolo Franceschetti: Guerra psicologica: disinformazione e false flag.

ComeDonChisciotte – CHI C’È DIETRO LA CRISI FINANZIARIA?

Fonte: ComeDonChisciotte – CHI C’È DIETRO LA CRISI FINANZIARIA?.

DI CLIFF KINCAID
NewsWithViews.com

Il New York Times cita un portavoce di George Soros che dice che il famoso operatore di hedge fund non è colpevole di alcun illecito in relazione allo sconvolgimento finanziario che sta attualmente coinvolgendo la Grecia e l’Europa nel suo insieme. Ma Zubi Diamond, autore del poderoso nuovo libro, Wizards of Wall Street, dice che l’ordine del giorno di Soros e di altri venditori allo scoperto è chiaro. Il loro obiettivo, dice, è di “saccheggiare l’America e ogni altro paese straniero che ha investito sull’America. Tra cui c’è anche la Grecia. L’Islanda è stata devastata e annichilita”.

Il termine “vendita allo scoperto” (short selling) in questo contesto si riferisce agli investitori, agli speculatori e ai manipolatori della valuta che scommettono sul declino o sul crollo di azioni o valute attraverso complessi strumenti finanziari gestiti in gran parte per mezzo di conti esteri segreti. Perché un venditore allo scoperto faccia un profitto, i prezzi devono scendere.

I venditori allo scoperto, che saranno presenti ad un evento presso il libertario Cato Institute il prossimo 11 Marzo, insistono che “forniscono liquidità e trasparenza ai nostri mercati di capitale” e che le loro operazioni “rivelano le frodi e il cattivo management delle società”.

Ma Diamond è in forte disaccordo. Dice che la Management Funds Association, il braccio lobbista dei venditori allo scoperto degli hedge fund, è scaltra e fraudolenta. “Quando dicono che la vendita allo scoperto fornisce liquidità al mercato, è una menzogna,” dice. “La vendita allo scoperto distrugge il capitale e sottrae liquidità al mercato. Quando dicono che stanno prendendo dei provvedimenti per eliminare la manipolazione dal mercato azionario, è una menzogna. Stanno facendo dei passi per introdurre la manipolazione all’interno del mercato azionario, e per preparare il mercato azionario per la manipolazione e il saccheggio. Quando dicono che la regola dell’incremento (o “uptick”) è sorpassata, a causa della decimalizzazione, è una menzogna. Mentono per poter ingannare, per potersi accaparrare un bel gruzzolo dalla vendita allo scoperto, ed ecco quindi il saccheggio dell’America e delle più ricche aziende d’America e dei loro azionisti, sancito dai loro cagnolini di Washington D.C.”.

“I membri più influenti della Managed Funds Association, i venditori allo scoperto degli hedge fund, hanno un ordine del giorno anticapitalistico, un ordine del giorno contro le nazioni industrializzate, e un ordine del giorno radicale, marxista, liberale, di estrema sinistra,” sostiene Diamond. “i venditori allo scoperto di hedge fund non sono capitalisti. Sono anticapitalisti e non sono investitori; sono contro gli investitori”. Dice che “saccheggiano” società e nazioni.

Il Times ha osservato che il mese scorso c’è stata una cena a New York nel corso della quale “i rappresentanti di alcuni di questi hedge fund avrebbero parlato di scommettere contro l’euro” a seguito della crisi finanziaria in Grecia. Per questo motivo, secondo il quotidiano, il Dipartimento di Giustizia avrebbe chiesto ad almeno quattro hedge funds di presentare i registri commerciali ed altri documenti. Erano la Greenlight Capital, la SAC Capitol Advisors, la Paulson & Company e la Soros Fund Management.

Sostenendo che Soros non è coinvolto in alcuna attività illecita, Michael Vachon, un portavoce della Soros Fund Management ha detto al Times che “è diventato un luogo comune portare l’attenzione su George Soros ogni qual volta che i mercati monetari sono in primo piano”.

Diamond, un immigrato africano che è venuto in America ed è diventato un uomo d’affari di successo, trae una conclusione differente, dicendo che Soros ed altri venditori allo scoperto che appartengono alla Managed Funds Association, la “voce della comunità di investimento alternativa globale”, stanno corrompendo le influenze che minano le nazioni, la loro economia e la loro moneta, e il sistema finanziario globale nel suo complesso.

Diamond, che ha alle spalle 14 anni di esperienza nei mercati finanziari, ha chiamato il suo libro un corso “Economic crisis 101” [ “crisi economica 101”, sarebbe a dire “un corso sui fondamenti della crisi economica” N.d.r.] a ragione della necessità di informare gli Americani su quello che sta avvenendo davanti ai loro stessi occhi. Il libro è di facile lettura, pur trattando di regolamenti ed operazioni finanziare complesse, e pur contando solo 118 pagine. Il tema è che la crisi economica è stata intenzionalmente ingegnerizzata per trarne vantaggi economici e politici, e che ha già causato il “saccheggio” di $11 mila miliardi di dollari dall’economia americana.

L’AIM ha avvisato di questo potenziale problema in un articolo del 16 gennaio 2008 intitolato “Soros scommette sul crollo economico dell’America”, in cui abbiamo sottolineato i legami dell’hedge fund con il partito democratico, nonché una notizia che i manager degli hedge fund, compreso Soros, si aspettavano di guadagnare miliardi di dollari da un crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti.

Il regolamento dell’industria degli hedge fund ed altre raccomandazioni sono comprese nel libro di Diamond, che ha per sottotitolo “la truffa che ha eletto Obama”. Accusa molti degli stessi attori globali, ora sotto indagine per aver causato il caos in Europa, di essere dietro la crisi finanziaria americana che ha consentito ad Obama di arrivare alla presidenza.

“George Soros ha messo il sostegno dell’organizzazione [la MFA] dietro Obama”, dice nel suo libro. “Soros voleva qualcuno che odia l’America tradizionale e la sua costituzione, un radicale di sinistra come è lui stesso, quindi ha scelto Obama”.

“Non succederà niente finché il popolo d’America non saprà cosa ha provocato la crisi economica e quale sia la soluzione per risolverla”, dice ad AIM. “Non avverrà niente finché il pubblico americano non sarà a conoscenza del ruolo della Managed Funds Association nella fabbricazione del crollo economico”. Chiama la MFA un “cancro nella nostra società che deve essere eliminato, sterminato e abolito. L’America e il capitalismo non sopravvivranno se la Managed Funds Association non verrà estirpata, sradicata e distrutta”.

La MFA nel frattempo, sta facendo quello che in gergo politico si chiama un “cambiamento di immagine”, con l’applicazione di un maggior scrutinio alle operazioni dei suoi membri. Il presidente e direttore esecutivo della MFA Richard Baker dice alla pubblicazione [AIM] che “… abbiamo un enorme compito di fronte a noi nel fornire una chiave di lettura dell’industria che è basata sul reale ruolo di mercato che rivestiamo, contrariamente alle percezioni che si sono sedimentate”.

Diamond dice ad AIM che la crisi in Grecia “è solo l’ennesimo teatro delle ripercussioni della truffa per annientare il capitalismo. Devono essere regolati proprio come i fondi comuni. Se regoliamo i venditori allo scoperto di hedge fund, come i fondi comuni, si eliminerà l’incentivo al loro comportamento predatore di prendere di mira le società, le nazioni e le valute”.

Guardando al futuro, Diamond dice, “quando l’Unione Europea (UE) salverà la Grecia, un tale salvataggio aumenterà il deficit dell’UE e ne indebolirà la valuta, portando al declino della valuta europea.

Questa è la teoria che viene proposta dai manipolatori. George Soros, i venditori allo scoperto di hedge fund e gli speculatori si muoveranno partendo da questo presupposto. Faranno affondare la moneta europea e questa sarà una manipolazione per collusione”.

Diamond osserva che Soros è un membro della Managed Funds Association, e che “stanno facendo commenti negativi sull’euro. Prendono come bersaglio e depredano le nazioni capitaliste e le loro monete”.

Prosegue, “si sentono invincibili. Hanno la licenza di distruggere qualsiasi società o nazione, o di tenere in ostaggio una società o una nazione mentre predano sugli investitori. Fanno cene di affari, discutono apertamente della collusione per attaccare una particolare asset class [categoria di attività contenuta in un portafoglio finanziario], equity [valore netto di una società], o la valuta di una nazione. Se questa non è criminalità organizzata, non so che cosa lo è”.

Avverte che ogni asset class che è quotata in borsa nel NYSE [New York Stock Exchange], il CME [Chicago Mercantile Exchange] o l’Eurex è suscettibile di manipolazione da parte dei membri della Managed Funds Association e da parte dei loro partner strategici. “Hanno preparato il mercato per la manipolazione”, dice.

Nel caso della Grecia, Diamond sostiene che il paese “ha raccolto tutti i suoi risparmi e li ha portati alla tana dei lupi della Goldman Sachs,” un membro della Managed Funds Association, “ma dopo la Goldman Sachs vendeva allo scoperto mentre i suoi clienti erano dall’altra parte dello scambio”.

Diamond dice che non si sarebbe verificata una crisi del credito in Grecia se non fossero stati eliminati tutti i regolamenti di tutela. Accusa Christopher Cox, che ha prestato servizio come presidente della Securities and Exchange Commission (SEC) , per aver gettato le basi per questo sconvolgimento finanziario. “L’abolizione della regola dell’incremento e dei ‘circuit breakers’ e l’introduzione del ‘mark to market’ è ciò che ha provocato il crollo economico e della borsa” dice. “la Grecia ha perso il capitale di investimento nel crollo di Wall Street del 2008, che ha dato al paese un problema di bilancio oltre al debito che aveva già. Il deficit della Grecia è andato alle stelle. Il resto lo sapete già. L’UE accusa la Grecia di non aver dichiarato tutto il suo debito e l’esposizione al rischio di investimento”.

Commentando le notizie che le autorità federali e la SEC indagheranno sulla Goldman Sachs per il suo coinvolgimento nella crisi del credito in Grecia, Diamond dice “la mia previsione è che non accadrà niente” perché la Goldman Sachs è membro della potente MFA.

“La Management Fund Association è il Governo” accusa Diamond. “hanno comprato i politici e i regolatori, e hanno preso il controllo del nostro governo”.

Cliff Kincaid, giornalista veterano e critico mediatico, si è specializzato in giornalismo e comunicazioni presso la University of Toledo, dove ha conseguito la laurea.

Cliff ha scritto e partecipato alla stesura di nove libri sui media e gli affari culturali e sulle questioni di politica estera. Uno dei suoi libri, “Global Bondage: The UN Plan to Rule the World” è ancora disponibile. Cliff è apparso su Hannity & Colmes, The O’Reilly Factor e Crossfire, ed è stato pubblicato nel Washington Post, Washington Times, Chronicles, Human Events e Insight.

Website: http://www.AIM.org

E-mail: cliff.kincaid@aim.org

Titolo originale: “WHO’S BEHIND THE FINANCIAL CRISIS?”

Fonte: http://www.newswithviews.com
Link
05.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Antimafia Duemila – ”Con le leggi e gli uomini di oggi la mafia non si puo’ nemmeno piu’ arginare”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Con le leggi e gli uomini di oggi la mafia non si puo’ nemmeno piu’ arginare”.

di Silvia Iachetta – 9 marzo 2010

La prova che attualmente  la mafia è ancora più forte rispetto a prima è che ora sono i politici che vanno a chiedere i voti ai mafiosi, e non il contrario.

Il mafioso non ha più interesse a rivolgersi ad un politico perché regolamenta la vita, il respiro, il battito cardiaco del Paese”. Si rimane sconcertati sentendo le parole del Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla ‘ndrangheta. L’autore de “La Malapianta”, scritto con Antonio Nicaso, giornalista specializzato in temi legati alla ’ndrangheta, lascia poco spazio alle speranze: la mafia conquisterà sempre più spazio. Sempre che lo Stato non decida di affrontare seriamente la sfida.

Recentemente è stata approvata alla Camera dei Deputati il disegno di legge Lazzati. Il Ddl dovrebbe limitare la contaminazione mafiosa dalla procedura elettiva dei candidati in elezioni locali e nazionali, punendo ogni atto di propaganda elettorale da parte dei pregiudicati e punendo anche chi ne ha ricevuto gli illeciti benefici. Crede che sia un passo in avanti nella lotta contro la mafia?
Punisce chi fa propaganda elettorale e l’eletto o l’eleggendo che è mafioso chi lo punisce? È un passo in avanti, però rispetto alla gravità del fenomeno mafioso è troppo poco. La ‘ndrangheta oggi è molto più arrogante rispetto a 15 anni fa, primo perché è più ricca e poi perché i vari governi, che si sono succeduti negli ultimi anni, non hanno creato un sistema giudiziario proporzionato e proporzionale alla realtà criminale. Man mano che sono passati i decenni, i figli degli ‘ndranghetisti sono andati all’università e oggi sono medici, ingegneri, avvocati che occupano i quadri della pubblica amministrazione. È quindi molto più difficile, non dico sconfiggere, ma “arginare” il fenomeno mafia.

Lei afferma quindi che il problema non è più come sconfiggere la mafia, ma come arginarla?
Sì. Con le leggi e gli uomini di oggi non si può nemmeno più arginare la mafia. In Calabria, attualmente, abbiamo una ‘ndrangheta talmente forte da determinare le scelte economiche della Regione stessa, da condurre l’economia, da decidere posti di lavoro. Paradossalmente, mentre in altri luoghi il lavoro rende liberi, in Calabria è l’opposto, il lavoro rende schiavi perché il mercato del lavoro lo determina la mafia. Quando si parla di voto di scambio non deve intendersi come un ottenere voti in cambio di denaro, così come prevede l’art. 416-ter del codice penale, ma di un posto di lavoro, di un appalto, di una fornitura, comunque di rapporti economici.

Ma com’è possibile riscontrare oggettivamente il voto di scambio?
Soprattutto attraverso le intercettazioni telefoniche.

Restendo in tema, come giudica la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche?
E’ una disgrazia, una rovina. L’intercettazione telefonica è il mezzo più economico e garantista che esista. Consente di poter acquisire prove che sono inoppugnabili e dove non c’è margine di discrezionalità. E’ la voce degli indagati che forma la prova. E non è vero che le intercettazioni costano molto. Intercettare un telefono in un giorno costa 12 euro più iva, per un pedinamento ci voglio 2000-3000 euro al giorno.

Ma ritiene che ci sia un abuso delle intercettazioni?
No, un abuso no. Intanto, quando diamo una valutazione sul troppo o sul poco dobbiamo farlo considerando diversi parametri. Vent’anni fa per ogni cinque mila persone c’era un telefono. Oggi per ogni persona ci sono quasi due telefoni. Le faccio un esempio. Sto facendo un’indagine su un traffico di droga; gli indagati cambiano scheda telefonica ogni due giorni, quindi io, ovviamente, ogni due giorni devo allacciare un nuovo numero. Alla fine, dopo due anni di indagini, mi ritrovo che 50 persone indagate hanno utilizzato oltre 10 mila numeri di telefono. Dovendo fare una statistica, se sono in buona fede scriverò che ho intercettato 50 persone, se sono in malafede dirò di aver intercettato 10 mila telefoni e, quindi, nel pensare comune questo dato si assocerà a10 mila persone intercettate. Non dimentichiamo che affinchè un giudice possa emettere un decreto di intercettazione è necessario che ci siano i presupposti normativi. E poi, mi creda, non abbiamo il tempo e gli uomini per indagare su tutti quelli che noi riteniamo essere mafiosi o delinquenti o ‘ndranghetisti, si figuri se perdiamo tempo ad intercettare gente che non ci interessa.
La parte di modifica che mi trova d’accordo con la legge sulle intercettazioni è quella inerente alla pubblicazione sulla stampa della vita privata delle persone che addirittura non sono indagate. Qui io darei una limitazione. Aggiungo, infine, che oggi è possibile, con la stessa tecnologia con cui si intercetta, stabilire il minuto e il secondo in cui “l’infedele” ha tolto dal computer l’intercettazione per darla ai giornalisti.

L’attuale governo sta conducendo una reale lotta contro la mafia?
Finora ha fatto due cose buone. Innanzitutto ha abolito il patteggiamento in appello che era scandaloso. Consentiva che il pubblico ministero d’udienza in appello e l’avvocato concordassero la pena. Cioè scendessero, ad esempio, da 25 anni a 7 anni e in cambio il giudice d’appello non scriveva la sentenza. Questo è stato creato per deflazionare il carico in appello. Nella realtà è stato un grande regalo alle mafie. In secondo luogo ha fatto delle modifiche in materie di misure di prevenzione ed oggi è più facile sequestrare e confiscare i beni. Per il resto non ho visto grandi cambiamenti tali da creare un’inversione di rotta nella lotta alle mafie.

Quali sono i provvedimenti più urgenti che andrebbero adottati?
Intanto cercare di far stare i delinquenti in carcere il più possibile, poi abolire il rito abbreviato che è un altro regalo alla mafia. In quest’ultimo caso la norma dice: “Se vuoi essere giudicato allo stato degli atti ti faccio uno sconto di un terzo di pena”. È ovvio che se c’è la prova schiacciante che sono mafiosi, tutti gli indagati chiederanno all’udienza preliminare di essere giudicati con rito abbreviato, ottenendo così uno sconto di un terzo della pena. E non è vero che in questo modo non si intasano i tribunali, perché se anche uno solo degli imputati decidesse di non essere giudicato con il rito abbreviato si dovrebbe passare al dibattimento. E dov’è il risparmio? Io in dibattimento dovrò portare lo stesso 50, 70 testimoni per dimostrare che il tizio è un mafioso; i testimoni, a loro volta, per dimostrare che il soggetto è associato, mi parleranno anche degli altri imputati che sono stati giudicati con il rito abbreviato.

Qual è il suo pensiero a proposito della Commissione parlamentare Antimafia?
Io ritengo che sulle mafie ormai si sappia tutto. Penso che il compito del parlamentare o del politico sia più quello di creare norme per arginare il fenomeno mafioso che quello di fare indagini. Ci sono già tanti mezzi, modi, organismi che portano informazione a livello centrale. La Commissione ha senso se, ad esempio, dopo essere venuta  in Calabria ed essersi fatta un’idea della pervasività della ‘ndrangheta, approva, dopo una settimana, 10 giorni, una legge che modifica 10- 15 articoli del codice di procedura penale. In questo caso avrebbe un senso, altrimenti sono organismi che rispetto ai costi producono poco.

Il caso Di Girolamo, il senatore coinvolto nell’inchiesta sul riciclaggio, è solo l’ultimo di una serie che rivela quanto è forte l’abuso di potere e la collusione dei politici con esponenti della mafia, spesso della ‘ndrangheta. Come mai stanno venendo alla luce solo ora?
Non stanno venendo alla luce solo ora. Semplicemente, grazie soprattutto alle intercettazioni telefoniche, è più facile che vengano a galla. Si commettono più reati con il mezzo del telefono. Non è che prima non accadevano. Il punto è che oggi sono venuti meno diversi freni inibitori. C’è una caduta della morale, dell’etica, c’è una forte caduta del senso dello Stato, c’è arroganza. Tutte queste cose messe insieme li portano ad essere meno accorti, meno attenti.

Come ha fatto la ‘ndrangheta a raggiungere una tale pervasività a livello mondiale?
Perché ha i soldi. Con i soldi che ha fatto con il traffico di cocaina ormai sta comprando tutto ciò che è in vendita, soprattutto in questo periodo di piena crisi economica e crisi di liquidità. La ‘ndrangheta è presente dove c’è da gestire potere e denaro. Molti uomini della ‘ndrangheta stanno entrando in società con imprese apparentemente pulite proprio perché queste ultime sono in crisi.

In Calabria il problema maggiore è la ‘ndrangheta o la cultura mafiosa, la mafiosità dei comportamenti?
Sono due problemi complementari. Se il sistema giudiziario fosse forte, noi riusciremmo ad arginare di molto il fenomeno mafioso. Di conseguenza l’atteggiamento, la mafiosità del cittadino non mafioso, ma che comunque si muove nella zona grigia, si adeguerebbe alla nuova stagione, al nuovo andazzo.

I media offrono una visione corretta del fenomeno mafia, nello specifico della ‘ndrangheta?
Purtroppo non c’è un giornalismo di inchiesta perché i giornali non danno ai giornalisti i soldi per fare le inchieste. Spesso si fermano alle veline, al comunicato stampa. Però devo dire che complessivamente, con tutte le difficoltà del mondo, vedo giovani giornalisti corretti che cercano di descrivere quello che vedono, che sono meno ossequiosi al potere rispetto ai giornalisti già affermati. Penso, quindi, che per quanto riguarda il fenomeno mafia ci sia una stampa attenta.

Quali sono gli scenari futuri? È utopia credere che la ‘ndrangheta faccia un passo indietro?
Assolutamente sì. La ‘ndrangheta sarà sempre più ricca.

Tratto da: articolo21.org

Così Berlusconi ordinò:”Chiudete Annozero” | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fonte: Così Berlusconi ordinò:”Chiudete Annozero” | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva “chiudere” Annozero. Un membro dell’Agcom – dopo aver parlato con il premier – sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d’aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani – per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un’inchiesta partita da lontano. L’indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d’usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l’Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l’ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d’interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un’altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all’interno dell’Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull’argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s’intrecciano. I sospetti crescono. L’inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull’Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull’Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” – come pubblicamente li chiama lui – siano chiusi. E l’Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi – che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione – parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l’Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l’esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all’avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell’Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l’hanno attaccato. Chiede se – e come – l’Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l’intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell’Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l’Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l’Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all’avvocato inglese Mills, all’epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell’Utri. Tutt’altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un’impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell’Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell’intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un’indagine.

La notizia più interessante, però, è un’altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d’interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d’indagine – è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

La doppia pista su faccia da mostro

La doppia pista su faccia da mostro.

Un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e uno nelle cosche, e un dipendente regionale vicino a Ciancimino

Le “facce da mostro” che giravano in Sicilia negli anni delle stragi erano due: un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e l’altro nelle cosche, e un dipendente regionale vicino all’ex sindaco Ciancimino, che suo figlio Massimo avrebbe già identificato. Entrambi sarebbero morti: il primo nel 2004, il secondo due anni prima. Due ombre, tanti sospetti e solo poche certezze, in quanto solo uno di loro, il dipendente regionale, è stato recentemente identificato, attraverso una foto. A dare un nome a quel volto, con quella vistosa cicatrice sulla guancia destra, è stato, per l’appunto, Massimo Ciancimino, il figlio del boss don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia. Due volti sfigurati, inguardabili e indimenticabili, rimasti impressi nella memoria di decine di testimoni e di cui – a distanza di vent’anni da quella stagione di sangue – si sa davvero ancora poco.

La spia

La prima misteriosa figura, che entra ed esce dalle oscure vicende siciliane apparterrebbe a un agente del Sisde, il servizio segreto civile (oggi Aisi). Secondo i racconti di alcuni testimoni – che lo chiamano in causa in almeno quattro vicende (tre delitti ed almeno un fallito attentato) – aveva un volto sfigurato, paragonabile solo a quello di un mostro, ma nulla a che fare con il dipendente regionale. Nelle storie di mafia, “faccia da mostro”, c’è dentro fino al collo. Gli inquirenti pare non lo abbiano ancora identificato e pare che non sia servito a nulla il tentativo, compiuto il 18 novembre dai magistrati di Palermo e Caltanissetta, di ottenere nuove informazioni dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, attraverso un ordine di esibizione di atti del Sisde e del Sismi, finora rimasti riservati.


Gli affari riservati

Tuttavia, secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto, “faccia da mostro” sarebbe stato un sottoufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi, intorno al ’84, il misterioso agente segreto sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo (via Notarbartolo). Tra l’89 ed il ’92 era alle dirette dipendenze di Bruno Contrada, il numero tre del Servizio condannato nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ’96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione esterna con il Sisde che si sarebbe definitivamente conclusa nel ’99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004.


Il pentito

Ne parla anche la “gola profonda” Luigi Ilardo, il mafioso, vicerappresentante provinciale di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri, ma un anno dopo gli tapparono per sempre la bocca. Ilardo confidò al colonnello Michele Riccio del Ros che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, uno chiaccherato: insomma un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata, antipatico ai mafiosi solo per via di quella faccia. Il confidente, parlando dello strano agente segreto, disse agli inquirenti: “Di certo questo agente girava imperterrito per le strade di Palermo. Stava in posti strani e faceva cose strane”.


Il fallito attentato

Il suo nome, anzi il suo soprannome, comincia a saltare fuori nell’89, quando a parlare di lui è una donna che poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti, dentro un’auto, insieme a un altro individuo. La donna se lo ricorda proprio perché il suo volto era inguardabile. Era il 21 giugno 1989, Falcone aveva affittato per il periodo estivo quella villa sulla costa palermitana. Introno alle 7.30 tre agenti di scorta trovano sugli scogli, a pochi metri dall’abitazione, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera ed una borsa sportiva blu contenente una cassetta metallica. Dentro c’è un congegno a elevata potenzialità distruttiva. La bomba non esplode, l’attentato fallisce.


Delitto 1

“Faccia da mostro” è legato anche a una lunga scia di sangue e strane morti, come l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Agostino dava la caccia ai latitanti, pare anche per conto del Sisde, e sembra avesse informazioni sul fallito attentato all’Addaura. Le indagini non hanno mai chiarito, fino in fondo, come sono andate le cose, però sembra che l’agente, poco prima di morire, avesse ricevuto in casa una strana visita, quella di un collega con la faccia deforme. A dirlo è suo padre, Vincenzo, che riferì agli inquirenti che un giorno notò “faccia da mostro”, uno “con il viso deforme che prendeva o gli dava notizie”, vicino l’abitazione del figlio. Per lui, quell’uomo, era inguardabile: “Quell’uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e via D’Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti – disse ai magistrati il padre di Agostino – mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote. Due persone vennero a cercare mio figlio al villino. Accanto al cancello, su una moto, c’era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia da mostro”.


Delitto 2

Un altro pesante sospetto lega “faccia da mostro” a un altro delitto, quello dell’ex agente di polizia Emanuele Piazza. Il suo nome in codice era “topo”, collaborava anche lui con il Sisde, era amico di Nino Agostino, ma non era ancora un effettivo. Figlio di un noto avvocato palermitano, era un infiltrato e dava la caccia ai latitanti quando, il 15 marzo 1990, scompare nel nulla. Molti anni dopo si saprà che fu “prelevato” con un tranello dalla sua abitazione da un ex pugile, vecchio compagno di palestra, portato in uno scantinato di Capaci, ucciso e sciolto nell’acido. Cercava la verità sulla morte del suo amico Antonino Agostino, forse l’aveva anche trovata, e anche lui sapeva qualcosa dell’Addaura.


Faccia da mostro-bis

“La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010), – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. E’ affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002. Le indagini – prosegue Palazzolo nella sua ricostruzione – dicono pure che ha fatto parte del comitato di gestione di un’unità sanitaria locale, su indicazione dell’ex sindaco condannato per mafia Vito Ciancimino”.


Delitto 3

Una traccia che lega l’agente segreto con la faccia da mostro a un’altra vicenda di sangue arriva addirittura dal lontano ’86 ed è ancora il pentito Luigi Ilardo a chiamarlo in causa. Siamo a Palermo, quartiere di San Lorenzo, è il 7 ottobre ’86, un bambino di 11 anni, Claudio Domino, viene ucciso mentre sta rientrando a casa. Lo freddano su un marciapiede, a colpi di pistola. Suo padre è il titolare di un’impresa di pulizie che lavora anche nell’aula bunker, ma non è un mafioso. Due pentiti raccontano che ad uccidere il bambino sarebbe stato l’amante di sua madre (poi giustiziato da Cosa Nostra) perché li avrebbe visti insieme. Secondo un altro boss, il piccolo Claudio Domino sarebbe stato ucciso (da un altro killer poi eliminato) perché, sbirciando in un magazzino, avrebbe visto confezionare alcune dosi di eroina. I giudici, tuttavia, crederanno ai primi due pentiti, accreditando la versione che il bambino vide l’amante di sua madre e per questo fu giustiziato. Ilardo, tuttavia, riferisce agli inquirenti che quel giorno, nel quartiere San Lorenzo, mentre veniva assassinato quel bambino, c’era anche “faccia da mostro”.


Fabrizio Colarieti (
www.ilpuntontc.it, 11 marzo 2010)

“G8, Ferrara e Toro ordinarono di non fare intercettazioni”

Fonte: “G8, Ferrara e Toro ordinarono di non fare intercettazioni”.

Tre verbali a conferma di quanto accaduto a Piazzale Clodio. “Motivi di opportunità politica”. Così la procura di Roma si spaccò

ROMA – Agli appalti truccati del G8 della Maddalena, al nocciolo duro della “cricca” – Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Diego Anemone – i carabinieri del Noe e il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Assunta Cocomello erano arrivati per tempo, nell’autunno del 2008. Ma l’indagine – come ricostruito da “Repubblica” il 26 febbraio scorso – venne addormentata dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Achille Toro per ragioni di “prudenza” e “opportunità politica”. Ebbene, ora, a confermare e documentare quanto accaduto negli uffici di piazzale Clodio sono tre verbali di testimonianza raccolti il 16 febbraio scorso dai magistrati di Perugia e depositati al Tribunale del Riesame. A parlare sono il capitano Pasquale Starace e il tenente Francesco Ceccaroni del Noe, il sostituto procuratore di Roma Assunta Cocomello. Ecco il loro racconto.

Buste di ringraziamento.
Ricorda Pasquale Starace: “Nell’ambito di un’indagine condotta dalla procura della Repubblica di Nuoro con delega al Noe di Sassari, venne redatta il 5 giugno del 2008 un’informativa in cui si faceva riferimento ad intercettazioni telefoniche che coinvolgevano due imprenditori sardi in contatto con tale Angelo Balducci. In queste conversazioni si parlava di “appalti e di buste”, una delle quali era definita “di ringraziamento”. Un altro soggetto, citato nelle conversazioni con il solo nome “Ingegner Mauro” (Della Giovampaola, ndr), sembrava suscettibile di interesse investigativo. Gli atti furono trasmessi alla Procura di Roma dalla Procura di Nuoro e per questo motivo fummo convocati dal sostituto della Procura di Roma, dottoressa Cocomello. (…) Il 15 gennaio 2009, nel depositare l’informativa, chiedemmo intercettazioni telefoniche. Il 29 gennaio esaudimmo la richiesta di indagini. Il 10 febbraio sollecitammo un incontro con la Cocomello, rappresentando l’importanza dell’indagine”.
Esclusi i carabinieri. Ma qui accade qualcosa che disturba l’ufficiale. Le intercettazioni non vengono concesse. La delega per le indagini passa alla Guardia di Finanza. “I motivi di sorpresa per il mancato accoglimento della nostra richiesta (di intercettazioni,  ndr) secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica della Autorità Giudiziaria con la Polizia Giudiziaria ed erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini (la Cocomello) concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti ma che gli esiti da noi richiesti non venivano adottati per dei contrasti con il procuratore capo Ferrara ed il procuratore aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di “opportunità politica” e non di discrezionalità giudiziaria. Del tutto sorprendente mi sembrava inoltre l’intenzione di affidare le indagini alla Guardia di Finanza, perché non comprendevo le ragioni di cambiare la polizia giudiziaria delegata”.

Accade dell’altro. Il 3 marzo 2009, il capitano Starace, il tenente Francesco Ceccaroni, il maresciallo Catalano, vengono accompagnati dalla Cocomello nell’ufficio del procuratore aggiunto Achille Toro per “un colloquio diretto”. “Toro ci manifestò le sue perplessità sulle ipotesi delittuose prospettate (la corruzione, ndr) in quanto, a suo parere, si era più in presenza di un reato di abuso di ufficio da cui poteva, al massimo, conseguire una richiesta di interdizione dai pubblici uffici”.

Il tenente Francesco Ceccaroni conferma la ricostruzione del suo capitano e aggiunge un dettaglio significativo. “La mia impressione fu quella che la Cocomello fosse in dissenso sia sulle valutazioni giuridiche, sia sulle considerazioni di natura politica di Ferrara e Toro”.

“Niente intercettazioni”.
Le impressioni del tenente sono corrette. Alla Cocomello, che nel settembre del 2008, ha formalizzato l’inchiesta sugli appalti del G8 nata dall’informativa del Noe con l’iscrizione segretata al registro degli indagati dei nomi di Balducci, Anemone e Della Giovampaola, viene chiesto per quanto concerne quel fascicolo di “riferire prima di ogni atto al procuratore Ferrara”.

“Riferivo al procuratore quanto meno per concordare le linee generali dell’indagine – ricorda la Cocomello – Successivamente invece riferivo principalmente all’aggiunto (Toro, ndr)”. Ed è lui – aggiunge – che la sollecita a togliere la delega di indagine al Noe per affidarla alla Guardia di Finanza, data la “complessità dell’indagine”. Toro muove anche delle obiezioni. “Io, sin dall’inizio, ritenevo necessaria un’attività di intercettazione telefonica, ma Toro riteneva non sussistenti elementi a sostegno dell’ipotesi investigativa”. È pur vero – chiosa la Cocomello – che l’ufficio gip di Roma è molto rigoroso nel concedere le intercettazioni. Ma, a ben vedere, non è questa la ragione della prudenza che ispira le mosse dell’aggiunto e dello stesso procuratore.
“Ferrara e Toro segnalavano la necessità di individuare il passaggio di somme di denaro per supportare la sussistenza di indizi (di corruzione, ndr). Al massimo individuavano elementi per ipotizzare un abuso d’ufficio. Ferrara (non ricordo se direttamente o tramite Toro) mi ha anche responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell’indagine, in relazione ad un’eventuale fuga di notizie in pieno G8, a fronte dell’esistenza di ipotesi di reato che, a parere dell’Ufficio, non erano ancora sufficientemente delineate”.

È un fatto che neppure nel gennaio di quest’anno, a G8 ampiamente archiviato, l’atteggiamento di Ferrara e Toro cambia. La Guardia di Finanza, in quel momento, lavorando su due segnalazioni di operazioni sospette su società del Gruppo Anemone ha consegnato alla Cocomello e al pm che le è stato nel frattempo affiancato (Sergio Colaiocco) elementi sufficienti a ipotizzare due nuovi reati – “associazione per delinquere e riciclaggio” – e a rendere non più rinviabili le intercettazioni telefoniche. Ferrara e Toro frenano ancora.

“Il 29 gennaio scorso – ricorda la Cocomello – io e Colaiocco ci riunimmo con Ferrara e Toro. In quella circostanza, Toro disse che a suo parere le indagini andavano condotte sui documenti e non sul contenuto di intercettazioni telefoniche. Di fronte a queste obiezioni, ribadii con forza la mia opinione sull’assoluta indispensabilità delle intercettazioni. Nella richiesta di intercettazione erano indicati tutti i soggetti iscritti alla data del 28/01/2010. Ma la nostra richiesta di intercettazione venne ritenuta comunque “debole” dal capo (Ferrara) e dall’aggiunto (Toro) con particolare riferimento all’indagato Della Giovampaola, così che io e il collega Colaiocco, convenendo che quella posizione fosse effettivamente la più debole, depennammo quel nome”.

Quel che accade dopo il 29 gennaio è noto (arriveranno gli arresti, Roma non avrà tempo di intercettare nessuno). Tranne un particolare, sin qui inedito. Luca Turco, uno dei pm di Firenze, pochi giorni prima degli arresti del 10 febbraio, incontra a Roma la Cocomello e Colaiocco in quello che dovrebbe essere un incontro di “coordinamento investigativo” che mai vedrà la luce. Ricorda la Cocomello: “Turco ci invitò a non eseguire perquisizioni e ci comunicò che la Procura aveva formulato una richiesta di custodia cautelare per reati di nostra competenza. Non ci comunicò i nominativi e noi non insistemmo”.

Carlo Bonini (
la Repubblica, 11 marzo 2010)