Archivi del giorno: 17 marzo 2010

ComeDonChisciotte – CRESCITA CONTRO SVILUPPO

ComeDonChisciotte – CRESCITA CONTRO SVILUPPO.

A CURA DI THE OIL DRUM

Il Dr. Dennis Meadows, uno degli autori di Limits to Growth [“I limiti dello sviluppo”] ha mandato un link a questo breve video [vedi sotto N.d.r.]. Il Dr. Meadows ha girato questo video a Davos, in Svizzera, nel Settembre 2009, quando era lì per partecipare al World Resources Forum.

Nel filmato, il Dr. Meadows parla della crescita, del picco petrolifero e della possibilità di un collasso. Qui sotto troverete una trascrizione approssimata del suo discorso, in modo da poterla leggere se preferite.

Mi chiamo Dennis Meadows. Sono stato per molti anni professore in diverse università degli Stati Uniti.

Sono nato nel 1942, più o meno qui [indica su un grafico]. Il 96% di tutto il petrolio che sia mai stato usato nella storia umano, è stato usato dopo che sono nato. L’uso globale del petrolio – e ora siamo qui [indica il grafico], l’uso globale del petrolio è andato più o meno in questo modo. [Indica il vertice della curva di produzione del petrolio] e adesso dovrà scendere, in qualche modo, non sappiamo come [fa diverse linee tratteggiate]. Recentemente un think tank tedesco ha previsto che entro il 2030, più o meno qui, il petrolio sarà a metà dei livelli attuali. Qualcosa del genere [segna su un grafico].

La sfida: il picco petrolifero

La società si aspetta ciò [estende il grafico della storia della produzione petrolifera verso l’alto in modo lineare], ma otterremo questo [sottolinea la diminuzione]. Quali politiche dobbiamo intraprendere per far sì che questo cambiamento sia equo e pacifico? E’ possibile far ciò se ci prepariamo, ma se neghiamo il problema non vi riusciremo mai.

Crescita contro sviluppo

Se siete un genitore, e avete un bambino, allora sarete entusiasti se nei suoi primi 18 o 20 anni di vita il bimbo diventa più grande, cioè cresce fisicamente. E’ persino una fonte di felicità se vostro figlio cresce molto velocemente. Ma dopo circa 18 o 20 anni non vorrete che vostro figlio cresca ancora; vorrete che vostro figlio si sviluppi —diventi più saggio; impari lingue straniere; impari ad avere importanti relazioni sentimentali; ad essere un buon genitore; e così via.

Dopo 18 o 20 anni, se vostro figlio continuasse a crescere, diventando alto due, tre o quattro metri sareste davvero in imbarazzo, e sareste davvero preoccupati. La gente sarebbe meravigliata e addirittura ne riderebbe.

Il legame con l’economia

Sfortunatamente, in economia, non abbiamo fatto questa distinzione. C’era un tempo in cui per i paesi del ricco occidente era molto utile avere una espansione fisica —capitale in aumento, aumento nell’uso di energia, maggiore consumo di materiali, sempre più edifici e così via. Ma quel periodo è passato da molto tempo. Sfortunatamente abbiamo preso l’abitudine di prendere azioni che provocano una crescita fisica, e continuiamo a tenere questa abitudine.

Lo sviluppo nelle società

Dobbiamo sapere come convertire le politiche e le istituzioni che ci hanno dato una espansione fisica in altre che ci diano sviluppo – in ciò che ci dà cultura, comprensione, pace, amicizia, amore, le cose che sono veramente importanti nella società.

L’attuale stato del nostro pianeta

Oggi c’è molta preoccupazione, lo si vede nei giornali e nei discorsi dei politici, per il cambiamento climatico, i danni all’ambiente, i danni al livello freatico, per la scarsità di cibo e di petrolio, e così via. In realtà questi non sono problemi, sono sintomi. E’ come se un vostro amico avesse un cancro, e per questo ha anche mal di testa. Il mal di testa è un sintomo. Non è di per sé il problema. Potete curare il mal di testa con analgesici e cose simili, ma anche se il mal di testa va via non crederete che il problema sia risolto.

Il cambiamento climatico, la scarsità di cibo, questi sono sintomi. Forse possiamo risolverli, forse no. Ma anche se ci riuscissimo non elimineremmo il problema. Il problema è la crescita fisica, la continua espansione della popolazione, il continuo aumento negli standard materiali di vita, in un mondo che ha dei limiti finiti.

Il pericolo del collasso

Tecnicamente parlando il “collasso” è il processo con cui le situazioni crollano, vanno fuori controllo. Per esempio, se un edifico crolla, esso crolla senza essere sotto il controllo di nessuno. I crolli delle società riguardano gli indicatori chiave della nostra società – standard materiali di vita, pace, fiducia nel governo, e altre cose che cadono, fuori controllo.

Il collasso è vicino

La nostra situazione è simile a quella di chi vive in una città con terremoti, ad esempio Tokyo o San Francisco. Potrei dire a un mio amico di San Francisco che al 100% di probabilità vi sarà un altro grosso terremoto a San Francisco – assolutamente, senza alcun dubbio. Ma quando? Questa è la domanda. E quanto forte? Queste sono domande davvero importanti. Non ne abbiamo idea. Potrebbe essere domani o tra trenta anni. Per il collasso è lo stesso. So che l’attuale crescita della popolazione e del consumo di materiali non può continuare – assolutamente no, al 100% di probabilità, ciò deve finire. Quando? Come? Quanto gravemente? Non abbiamo un modo scientifico per fare previsioni.

Le conseguenze

Più a lungo aspettiamo per prendere delle contromisure sociali, come controllo delle nascite, o semplicità volontaria [di vita], più sarà probabile che i limiti fisici provocheranno questo declino.

Mancanza di petrolio, acqua e cibo

Se mi chiedete a me, come persona, di fare un’ipotesi, direi che il cibo sarà un fattore importante perchè riflette molte delle altre questioni. Il clima sta sicuramente cambiando ora, sta cambiando molto rapidamente, di sicuro. Il cambiamento climatico ridurrà la possibilità di produrre cibo in molte aree. Ciò provocherà problemi.

Probabilmente la produzione globale di petrolio ha già raggiunto il suo massimo, io credo nel 2006, ma sicuramente è avvenuto in questo periodo. Quando l’energia diventerà sempre più costosa, molte cosiddette tecnologie agricole moderne diventeranno impossibili; ciò ridurrà la produzione di cibo. Per esempio, senza combustibile diesel a buon mercato non si può pompare acqua per l’irrigazione. Se dovete smettere di irrigare la terra, e iniziate a usare le cosiddette tecniche agricole per le terre aride, la produttività scenderà – meno cibo. Perciò penso che la produzione di cibo sarà un fattore importante, ma non sarebbe accurato dire che è il problema e nemmeno che è il solo problema.

Prof. Dennis Meadows, Davos, Sett. 2009.

Titolo originale: “Dennis Meadows: ‘Growth versus Development'”

Fonte: http://www.theoildrum.com
Link
01.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO

Blog di Beppe Grillo – Il nodo di Gordio

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il nodo di Gordio.

Il cittadino è escluso da qualunque scelta. La democrazia non è mettere una croce sul simbolo di una coalizione ogni cinque anni. La democrazia è partecipazione. In teoria, esiste anche in Italia. Il referendum è una forma di partecipazione, lo sono le leggi di iniziativa popolare. Entrambi, però, solo a livello nominale. Le firme finiscono nei sotterranei del Senato e lì rimangono per sempre. I referendum sono boicottati o ne viene persino ignorato l’esito, come nel caso del nucleare.
La Costituzione sovietica era, sulla carta, la migliore del mondo. La sua applicazione dipendeva però dalla volontà di Stalin e della gerontocrazia che lo seguì. Il potere al popolo e il popolo nei gulag. L’Italia è un gulag moderno, con abitanti senza voce, senza diritti. Una pentola a pressione con (sopra il coperchio) una classe di persone che la sfrutta fino in fondo, fino all’ultima zolla di terra, di albero, di fiume, di aria, di energia. In Italia è in atto in modo ormai palese una nuova lotta di classe. Da una parte la classe dei cittadini, dall’altra gli “spaghetti power“, dove tutto è intrecciato: i concessionari di confindustria, gli appaltatori pubblici, una parte del clero, la massoneria, i partiti, la criminalità organizzata, i servizi deviati dello Stato, il sistema bancario, l’informazione. E’ un’orgia. Se tiri un solo spaghetto, sollevi un gomitolo inestricabile, un nodo di Gordio.
Il cittadino ha una sola possibilità, mettersi l’elmetto, farsi Stato e riappropriarsi della sua vita con azioni concrete, dirette, non intermediate dai politici. Siamo persone, non merci. Viviamo in uno Stato, non in un mercato. Partiamo da ciò che ci appartiene per nascita, dall’acqua.
1. L’acqua è la fonte principale di vita, appartiene a tutti
2. L’acqua è un diritto umano e sociale
3. L’acqua non può essere fonte di profitto
Nello Statuto dei vostri Comuni fate inserire il testo: “In osservanza della legge, la proprietà delle infrastrutture e delle reti del servizio idrico integrato è pubblica e inalienabile. La Città si impegna per garantire che la gestione del servizio idrico integrato sia effettuata esclusivamente mediante soggetti interamente pubblici“.
Il consiglio comunale lo può fare su richiesta dei cittadini in modo spontaneo o attraverso una delibera di iniziativa popolare come è avvenuto a Torino su iniziativa del Comitato Acqua Pubblica che ha raccolto 12.000 firme.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

“Stai attento a parlare…” – Peter Gomez – Voglio Scendere

“Stai attento a parlare…” – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2010

Adesso a Roma, nelle fila del centrodestra, è tutto un gridare alla fuga di notizie. È una caccia continua alle fonti che hanno permesso a Il Fatto Quotidiano di ricostruire parte dei contenuti dell’indagine di Trani sulle pressioni e le minacce del premier, Silvio Berlusconi, all’Agcom. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha sguinzagliato i suoi ispettori. Il vicepresidente dei senatori del Pdl, Domenico Nania, parla di un “disegno politico”. L’avvocato-deputato Niccolò Ghedini denuncia la “violazione del segreto istruttorio”. Il presidente del Senato, l’avvocato Renato Schifani, chiede che venga approvata in fretta la legge mordacchia sugli ascolti telefonici “per porre i cittadini al riparo da pubblicazioni che riguardano la loro vita privata e fatti non penalmente rilevanti”, dimenticando che ben poco (anzi niente) di ciò che è finora è finito sulle pagine dei giornali riguarda la privacy del cittadino presidente del Consiglio.

Come è doveroso, comunque, la Procura di Trani indaga. Anche se, a ben vedere, la fuga di notizie più misteriosa di tutta l’inchiesta sull’Agcom non riguarda tanto Il Fatto Quotidiano che, per dovere di cronaca, è tenuto a pubblicare quanto sa (e riesce a verificare) sui lati oscuri del potere. Lo spiffero più inquietante riguarda invece sempre lui: Silvio Berlusconi. Il premier, infatti, almeno dai primi di dicembre era a conoscenza dell’esistenza di un’inchiesta sull’Autorità garante delle Comunicazioni. Pochi giorni prima delle deposizioni, ancora nelle vesti di testimoni, del direttore del Tg1, Augusto Minzolini ,e del membro dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, messe in calendario dalla procura per il 17 dicembre (filone carte di credito revolving), il leader del Pdl esterna le sue preoccupazioni proprio a Innocenzi.

Siamo nella settimana calda della puntata di Annozero dedicata alla presunta trattativa Stato-mafia e alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza su Marcello Dell’Utri e lo stesso Berlusconi. Il presidente del Consiglio, come sempre, vorrebbe che non andasse in onda. Negli uffici dell’Authority sono in corso le grandi manovre tra i membri, in teoria indipendenti, dell’Autorità di garanzia. Ma il problema è sempre il solito. Il presidente Corrado Calabrò, resta sulla sua linea. L’Agcom può eventualmente sanzionare ciò che accade in una trasmissione televisiva solo dopo che è andata in onda, non prima. Berlusconi e Innocenzi, comunque, ci riprovano. Sperano che durante la riunione del consiglio, Calabrò finisca per cambiare idea e che voti con i membri legati al centrodestra “un provvedimento d’urgenza”. Per questo Innocenzi spiega che sta per telefonare al Garante. Ma il premier lo invita alla prudenza: “Stai attento a parlare col presidente”, ammonisce, “ci sono voci, non so se fondate che dicono che abbia il telefono sotto controllo”. L’informazione è (quasi) esatta. Davvero l’Agcom è sotto inchiesta. Solo che nel mirino degli investigatori non c’è Calabrò, ma Innocenzi. Insomma qualcuno ha parlato. Ma chi? Gli accertamenti finora non hanno permesso di stabilirlo.

È noto che, nel recente passato, il premier si è reso protagonista di memorabili sfuriate nei confronti dei vertici dei Servizi segreti e di varie forze di polizia colpevoli, a suo avviso, di non averlo messo in guardia dal frequentare personaggi, come il giovane imprenditore barese Giampaolo Tarantini (caso Escort), che erano in quel momento nel mirino dei detective. Ma le indagini di Trani sulle eventuali fughe di notizie istituzionali non hanno portato a nessuna certezza e hanno finito solo per mettere in luce solo i timori di Innocenzi.
Anche l’ex manager Fininvest ha infatti dei sospetti. A Berlusconi confida di aver trovato sul display del suo apparecchio portatile un numero che, una volta richiamato, è risultato inesistente. Uno dei tecnici dell’Authority gli ha pure spiegato che quello poteva essere un sistema per ascoltargli le telefonate. Per questo vuole disporre altri controlli. All’improvviso il premier si fa così laconico e pensieroso. Dopo poche frasi chiude la conversazione. Forse ha un presentimento. Ma ormai è tardi. Maledettamente tardi. Quello che ha detto e fatto contro la libertà d’informazione è lì, inciso nelle memorie dei computer della Guardia di finanza. E non può più essere cancellato.

Mafia: 18 arresti e il cerchio si stringe attorno al latitante Matteo Messina Denaro

Fonte: Mafia: 18 arresti e il cerchio si stringe attorno al latitante Matteo Messina Denaro.

Qual’è il volto della mafia trapanese? È il viso di imprenditori, professionisti, di insospettabili commercianti, uomini che hanno scelto di servire il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro non nascondendo la devozione riservata nei suoi riguardi, «è il capo di tutto» lo appellano.

C’è affianco a questi volti quelli della vecchia mafia che non abbandona mai il campo, come quella di «don» Nino Marotta, classe 1927, castelvetranese: fu «consigliori» del patriarca della mafia belicina, «don» Ciccio Messina Denaro, adesso lo è del figlio, Matteo, 48 anni il prossimo aprile, latitante dal 1993. Marotta era tra quelli che convocava i «summit» quando c’era qualcosa da decidere, dentro una officina di Castelvetrano, il segnale erano le sue parole che annunciavano a chi doveva esserci «che il pezzo di ricambio era arrivato». Una cerchia di 18 persone finita in manette stanotte a Trapani nell’operazione “Golem II”, 18 persone fermate per ordine della Procura antimafia di Palermo, provvedimento eseguito dai Poliziotti delle Mobili di Trapani, Palermo e dello Sco.


Una mafia tutt’altro che remissiva, in ritirata, pronta a compiere balzi in avanti e per questo la Dda di Palermo (procuratore aggiunto Teresa Principato, pm Paolo Guido e Marzia Sabella) non ha voluto attendere i tempi per la emissione da parte del gip di una ordinanza di custodia cautelare ed ha deciso di agire con i fermi. Ad agire la scorsa notte il «pool» che ha condotto le indagini, gli agenti delle squadre mobili di Trapani e Palermo e dello Sco (servizio centrale operativo di Roma). La notte scorsa sono andati a bussare alle porte di personaggi insospettabili, alle abitazioni dei familiari del latitante, nella casa della madre Lorenza dove vive anche la compagna del boss, Francesca Alagna, che a Matteo ha dato una figlia oggi quindicenne e che porta lo stesso nome della nonna. Una casa dove in ogni stanza ci sono due foto poste sui mobili, quella di Francesco, morto in latitanza nel 1998, di crepacuore per l’arresto del figlio Salvatore, oggi tornato in manette, e quella di Matteo, il segno preciso è dire che «loro ci sono». Caparbietà trasferita anche all’esterno come testimoniano le intercettazioni che hanno permesso di ascoltare i complici di Matteo Messina Denaro discutere di tante cose.


Il vertice

La mafia trapanese è nelle mani dei più stretti parenti del super boss, il fratello Salvatore Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, Giovanni e Matteo Filardo, suoi cugini. Loro guidavano il «cerchio» di persone più vicine al latitante, Salvatore Messina Denaro era indicato da tutti come «la testa dell’acqua», arrestato l’altro suo cognato, il bagherese Filippo Guattadauro, toccò a Salvatore diventare il referente per i contatti da e per il fratello latitante. Quella della scorsa notte è l’operazione che è il seguito di quella dell’estate scorsa, «Golem» quando furono arrestati i «pizzinari» che gestivano il circuito esterno, quelli di ora sono soggetti vicinissimi al latitante, che hanno avuto (lo tradiscono nelle loro discussioni finite intercettate) occasione di incontrarlo, come racconta di avere fatto l’imprenditore di Castelvetrano Giovanni Risalvato, lo stesso che è pronto a mettersi a disposizione per fare da manovale, andare a bruciare la casa per esempio del consigliere comunale del Pd di Castelvetrano Pasquale Calamia, «punito» in questa maniera per avere auspicato durante una seduta consiliare (presente il prefetto Trotta) l’arresto del latitante così da cancellare la nomea di Castelvetrano città di Messina Denaro.

Gli arrestati

A finire in manette sono stati: Salvatore Messina Denaro, 57 anni, Maurizio e Raffaele Arimondi, 44 e 50 anni, Calogero Cangemi, 61 anni, Tonino Catania, 43, Lorenzo Catalanotto, 30 anni, Andrea Craparotta (detto Giovanni), 46, Giovanni e Matteo Filardo, 47 e 42 anni, Leonardo Ippolito, 55, Marco Manzo, 45, Antonino Marotta, 83, Nicolò Nicolosi, 39, Vincenzo Panicola, 40, Giovanni Risalvato, 56, Filippo Sammartano, 52, Salvatore Sciacca, 30, Giovanni Stallone, 52. Tra i 18, sei sono imprenditori, Raffaele Arimondi, Calogero Cangemi, Giovanni e Matteo Filardo, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola; due commercianti Maurizio Arimondi e Giovanni Stallone. Nel corso dell’operazione, sono state eseguite oltre 40 perquisizioni, nelle province di Trapani, Palermo, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca, Siena e Caltanissetta, nei confronti di altrettanti soggetti, ed è stato eseguito il sequestro preventivo penale di un’impresa commerciale per la distribuzione all’ingrosso di caffè e prodotti dolciari (la società Ari gestita da Salvatore Messina Denaro), di un centro revisioni e officina autorizzata Alfa Romeo e di un esercizio pubblico.

Il reticolo

Il reticolo che custodisce il capo mafia latitante poco alla volta sta venendo alla luce, si scoprono i capi saldi, i punti di riferimento, i complici, vicini e lontani, gli arresti di oggi sono il prosieguo dell ’indagine «Golem» del giugno scorso quando gli arrestati furono 13, la «prima filiera esterna« di sostegno a Matteo Messina Denaro, con alcuni, come Francesco Luppino e Natale Bonafede, che garantivano i contatti con gli allora vertici regionali di «Cosa Nostra», tra cui, Salvatore Lo Piccolo. Gli arresti costituiscono un nuovo step tattico nella strategia investigativa volta alla individuazione progressiva dei successivi livelli gerarchici di responsabilità che costituiscono la filiera funzionale dei sostenitori del latitante castelvetranese». Una cerchi di sodali che si occupavano di estorsioni, danneggiamenti, di trovare un rifugio al latitante, della occulta gestione delle «casseforti» del boss. Punti di riferimento Salvatore Messina Denaro e Vincenzo Panicola, ma anche  soggetti come Giovanni Risalvato e Leonardo Ippolito, veri e propri trait-d’union tra le due fasi gestionali della compagine mafiosa. L’officina Alfa Romeo di Ippolito era adibita a luogo sicuro dove di norma avvenivano gli incontri, sempre presenti Filippo Guttadauro, fino al suo arresto, Nino Marotta, Giovanni Risalvato, Giovanni Filardo, Lorenzo Catalanotto, Girolamo Casciotta, ora deceduto, e Tonino Catania, quest’ultimo specialista negli incendi.


L’attività mafiosa

La spartizione di lavori  tra imprenditori organici o contigui a «Cosa Nostra» castelvetranese, regolamentarne o incentivarne le attività lavorative quali l’affidamento di lavori in sub appalto, condizionare nell’area di Castelvetrano il sistema produttivo del conglomerato cementizio, del movimento terra e di altri settori produttivi connessi, per la fornitura del calcestruzzo alle imprese che operavano nella zona di Castelvetrano. Oppure occuparsi direttamente dei nascondigli del latitante, un passaggio finito intercettato quando ad occuparsene su incarico di Filippo Guttadauro dovevano essere proprio Tonino Catania, Giovanni Risalvato e l’imprenditore caseario di Partanna Calogero Cangemi, che aveva frequentazioni importanti anche con mafiosi agrigentini, come Gino Guzzo, arrestato di recente. Doveva essere una casa con grandi comodità per ospitare Messina Denaro. L’officina di Ippolito non era l’unico luogo degli incontri. Salvatore Messina Denaro spesso preferiva parlare con i suoi «amici» all’esterno, in piazza, in riva al mare, a Tre Fontane, in un appezzamento di terreno nei pressi di una folta vegetazione di alberi di ulivi, oppure a Campobello nei pressi di una statua votiva di San Padre Pio. Il gruppo finito in manette la notte scorsa nell’operazione «Golem seconda fase» è quello che si occupava della trasmissione della corrispondenza da e per il soggetto latitante, nonché del reperimento periodico di somme di denaro per il suo sostegno logistico. Le intercettazioni hanno consentito di accertare il confezionamento di involucri  di piccolissime dimensioni, arrotolate accuratamente nel nastro adesivo, in cui venivano racchiuse banconote da 500 euro inviate a Matteo Messina Denaro, ancora appellato, come avveniva 12 anni addietro, quando l’operazione «Progetto Belice» tradiva che Matteo era appellato come «u siccu». Oggi Matteo è anche indicato come «il primo assoluto», proprio per segnare il suo comando incontrastato della mafia in Sicilia Occidentale. In una intercettazione ambientale del 15 novembre 2008, fatta a Palermo, Giuseppe Scaduto, relazionando i suoi interlocutori sull’incontro avvenuto il giorno prima con il gruppo dei dissidenti (a cui pure aveva partecipato l’allora latitante Giovanni Nicchi), riferiva che la fazione legata a Gaetano Lo Presti aveva tirato fuori un pizzino di Matteo Messina Denaro, che  pur dichiarandosi a disposizione di tutti, non era intenzionato a «riconoscere» nessuno come nuovo capo della commissione provinciale.
Matteo Messina Denaro, dunque, pur non potendo formalmente rivestire cariche verticistiche nella consorteria palermitana a lui estranea, si poneva e si pone come l’unica figura carismatica a tutt’oggi capace di imprimere le linee strategiche dell’intera Cosa nostra e il cui orientamento finisce per assumere carattere imperativo.

I pizzini, istruzioni per l’uso

È stato possibile ricostruire  la tempistica della corrispondenza inviata dal latitante e delineare anche il ruolo dei soggetti coinvolti e arrestati. L’apparato delle comunicazioni è strutturato, a differenza di quanto accadeva nella catena epistolare del boss corleonese Provenzano, nell’osservanza di due ferree regole, divieto di lasciare traccia materiale sia dei biglietti che dei movimenti posti in essere per la consegna/prelievo degli stessi , nonché ridurre al minimo il numero dei tramiti e le occasioni in cui la posta viene veicolata. E spunta ancora il Sisde di Mori. Parte dell’indagine è anche dedicata ai contatti – ancora pizzini – tra Messina Denaro e l’ex sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino che tra il 2003 ed il 2006 su incarico di alti funzionari dell’ex «SISDE» teneva contatti con il boss. Una parte dell’indagine scottante, per la quale la Procura ha scritto alla presidenza del Consiglio a proposito di alcune intercettazioni che hanno riguardato uomini dell’allora capo del Sisde prefetto Mori, l’intervento dei servizi segreti è stato tenuto anche all’oscuro della Procura antimafia di Palermo, e questo fino al 2006 quando i pizzini trovati nel covo di Provenzano tradivano contatti che Matteo Messina Denaro aveva con un certo “Vac”, lo indicava al boss di Corleone come un suo paesano, che sarebbe dovuto intervenire su alcuni appalti, come la costruzione di un’area di servizio sull’autostrada dalle parti di Alcamo. Solo in quel momento il Sisde avrebbe deciso di rilevare che Vac, cioè Vaccarino, era un loro informatore. L’analisi degli specialisti della Polizia ha permesso di scoprire che il latitante Matteo Messina Denaro è solito mandare i suoi pizzini in tre precisi momenti dell’anno, tra gennaio e febbraio, tra maggio e giugno e tra settembre ed ottobre. Il “viaggio” di questi pizzini non è di breve durata, di solito occorrono almeno tra le due e le quattro settimane.


Contatti dal carcere

Ma c’è di più, emerge ancora il ruolo di un altro potente uomo del Belice, l’imprenditore Giuseppe Grigoli, il «re» dei centri commerciali Despar, arrestato due anni addietro e oggi sotto processo a Marsala, coimputato con Messina Denaro: sia prima che dopo il suo arresto, e quindi, nonostante la detenzione, è riuscito a mantenere contatti attraverso i familiari con la consorteria mafiosa, in particolare con Salvatore Messina Denaro, lui che davanti ai giudici aveva detto che «mai aveva avuto contatti con i boss». Familiari di Grigoli, come la moglie, Maria Fasulo, sono tra i destinatari dei 40 avvisi di garanzia emessi dalla Procura antimafia di Palermo, indagati per favoreggiamento.

Panettoni e colombe pasquali per le estorsioni

Nell’indagine c’è poi il capitolo sui attentati, incendi, danneggiamenti, nei confronti di commercianti, imprenditori, soggetti politici, nonché alle gestione occulta di imprese, società  e beni, attraverso specifici casi di trasferimento fraudolento di valori, intestazioni fittizie a fidati prestanome. Una delle aziende è la «Ari Group srl», società per l’importazione, l’esportazione ed il commercio all’ingrosso ed al dettaglio di caffè, interamente intestate a Maurizio Arimondi e al figlio Antonino, ma nella mani di Salvatore Messina Denaro. Filippo Sammartano di Campobello di Mazara gestiva la «Mac. One» col cognato Giovanni Stallone. Sembra che l’azienda veniva usata per estorcere denaro ad imprenditori, costretti a comprare sostanziose forniture di panettoni e colombe pasquali a secondo dei periodi dell’anno.


Il fuoco per le intimidazioni

A proposito di attentati incendiari a scopo intimidatorio o estorsivi, emergono i seguenti: l’attentato incendiario a scopo intimidatorio perpetrato, nei confronti dell’imprenditore Francesco Perrone, amministratore dell’impresa «Perrone Costruzioni srl», commissionato da Leonardo Ippolito a Tonino Catania e Girolamo Casciotta, che a loro volta coinvolgevano anche Salvatore Lombardo, ucciso nel maggio dell’anno scorso a Partanna; il tentativo di incendio, a scopo estorsivo,  nei confronti dei proprietari del bar denominato  «Caffè Roma» di Castelvetrano, per indurre i titolari nel recedere dall’acquisto dell’immobile, dove aveva sede l’esercizio commerciale; l’attentato incendiario a scopo intimidatorio delle strutture di proprietà dell’impresa impegnata nella realizzazione di un serbatoio da 3.600 mq e delle condotte di alimentazione dal punto di presa Acquedotto Bresciana, lavori appaltati dal comune di Castelvetrano.
All’opera sono stati visti grazie alle intercettazioni video, Giovanni Risalvato, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, il pregiudicato mafioso campobellese Marco Manzo, oltre che di Nicolò Nicolosi negli incendi tra l’ ottobre 2008 ed il marzo 2009, l’incendio in diversi momenti delle tre auto intestate al pregiudicato Severino Lazzara, dell’auto di Nicola Clemenza, presidente del consorzio per la tutela e la valorizzazione dei prodotti agricoli del territorio della valle del Belice, il quale aveva rivendicato i diritti degli agricoltori oleari costretti dal mercato a vendere il prodotto a prezzi stracciati; l’incendio nel novembre 2008 della villetta sita in Castelvetrano, località Triscina, in uso a Pasquale Calamia, consigliere comunale di Castelvetrano del Pd, il quale nel corso di un consiglio comunale, nel mese di giugno del 2008, aveva formulato pubblicamente al Prefetto di Trapani l’auspicio che la latitanza del Matteo Messina Denaro, che era una offesa per la città di Castelvetrano, potesse terminare in tempi brevi. Agli atti di indagine c’è l’estorsione all’imprenditore di Ganci Luigi Spallina ordinata da Salvatore Messina Denaro. Spallina era aggiudicatario dell’appalto per il polo tecnologico integrato in contrada Airone di Castelvetrano, appalto di Belice Ambiente Ato Trapani 2, per un importo di euro 2.936.597. Messina Denaro chiese il 3 per cento, 100 mila euro.


Le regole

La regola che funzionava era quella che a pagare il pizzo dovevano essere le imprese non del territorio, gli «stranieri», per le imprese locali valeva un’altra regola quella di acquisire le commesse, cemento, ferro, inerti, sub appalti, presso le società della mafia, ma per ottenere ciò i boss non dovevano faticare per favorire le società loro vicine o da loro stesse controllate, le commesse arrivavano in modo automatico, in virtù di quel sistema che ha permesso alla mafia di diventare impresa. E al solito non c’è imprenditore che si lamenta. Anzi è pronto a diventare uomo nelle mani del boss pronto a imparare a memoria la ortodossia mafiosa, quella che Messina Denaro aveva spiegato nei pizzini inviati a Vaccarino dove parlava di persecuzione giudiziaria e di una guerra che deve ancora continuare. Intanto oggi a perdere è stato lui, non ha più a disposizione i complici più fidati.

Rino Giacalone (Antimafiaduemila, 15 marzo 2010)

AldoGiannuli.it » Archivio Blog » Democrazia: e se Giuliano Amato fosse più pericoloso di Silvio Berlusconi?

Fonte: AldoGiannuli.it » Archivio Blog » Democrazia: e se Giuliano Amato fosse più pericoloso di Silvio Berlusconi?.

Dopo la crisi greca, va facendosi strada nella Ue l’idea di istituire un Fondo Monetario Europeo sul modello del Fondo Monetario Internazionale, proprio per riequilibrare i danni di eventuali crisi nazionali. Per ora i contorni della proposta non sono chiarissimi, almeno stando a quel che si legge anche sulla stampa specializzata, ma qualche segnale allarmante inizia ad esserci.
E’ il caso di una recente intervista, in proposito, di Giuliano Amato (“Affari & Finanza- La Repubblica” 15 febbraio 2010 p. 2) che è stato fra i primi a proporre l’istituzione del Fme per “intervenire in caso di shock asimmetrici” (cioè di qualche singolo paese dell’Unione), compensando con la liquidità complessiva il rischio di default di qualche singolo paese dell’Unione.
Sostiene Amato che, se l’Euro ha l’ambizione di proporsi come valuta di riserva, non può permettere che la Grecia risolva i suoi problemi rivolgendosi al Fmi, perchè questo comporterebbe una grave sconfitta sul piano simbolico, quando questo può benissimo essere evitato, in quanto la Ue ha la liquidità necessaria per risolvere il problema di alcuni suoi membri.

E, fin qui, il discorso fila ed appare condivisibile: il Fmi, come in tutte le altre occasioni, interverrebbe sostenendo il paese debitore, ma imponendo terapie tali da ridurre la sovranità del paese assistito allo stato larvale e, siccome dire Fmi significa dire in primo luogo Stati Uniti, non si vede perchè l’Europa dovrebbe affidare un suo membro al nemico americano.
Resta da capire, però, cosa significa istituire un Fondo Monetario Europeo e sino a che punto occorre spingere questa scelta.

Nell’intervista, Amato –dopo aver descritto un primo scenario che vede la Germania diventare il lord protettore dell’intera Unione- dice:

<< Il secondo scenario vede invece l’emergere di istituzioni e strumenti per un vero governo europeo dell’economia.>>

senza ulteriori precisazioni, ma nel sottotitolo leggiamo :

<< il nodo resta la “sottrazione” della sovranità fiscale ai rispettivi stati>>

Per la verità, nell’intervista questo concetto non appare con questa nettezza e non sappiamo quanto l’intervistatore abbia forzato il pensiero di Amato, ma, quell’ accenno a “istituzioni e strumenti per un vero governo europeo dell’economia” fa pensare che non si sia lontani dal suo pensiero.
Conviene allora chiarire bene di che si tratta.
Che esista un Fme che rilevi il debito internazionale di un paese membro, assumendo la guida del suo risanamento (auspicabilmente con spirito e politiche diverse da quelle del Fmi) è una idea accettabile. Che il Fme si alimenti con contribuzioni dei paesi più liquidi o con l’emissione di bond europei può anche andar bene. Ma se parliamo di trasferire la sovranità fiscale degli stati membri, vuol dire che stiamo attuando un colpo di stato a livello continentale.
Infatti, come è noto, la Ue ha una architettura costituzionale articolata, complessa e ridondante nella quale il Parlamento è la cosa che conta meno. Di fatto i suoi poteri si riducono ad emanare una valanga di direttive il più delle volte prodotto dell’azione di lobbyng in favore di questo o quell’interesse particolaristico. Nè, tutto sommato, potrebbe essere diversamente, perchè non esistono veri partiti, sindacati, associazioni ecc, a livello europeo, così come non esiste una opinione pubblica europea ma una serie di partiti, sindacati ed opinioni pubbliche nazionali.
Per di più, la Bce (che detiene la sovranità monetaria) è una associazione privata di banche centrali nazionali che, a loro volta, sono (in forme diverse da paese a paese) degli istituti largamente indipendenti dalle istituzioni democratiche rappresentative.

I governi nazionali –che oggi detengono la sovranità fiscale- hanno una legittimazione elettorale. Al contrario, l’auspicato Fme non potrebbe essere nè il prodotto di una investitura popolare diretta, nè della designazione da parte dei governi nazionali, per ovvie ragioni relative alla sua funzionalità decisionale, ma –esattamente come il Fmi- la risultante dell’intesa delle banche centrali.
Dunque, postulare il trasferimento della sovranità fiscale ad un ipotetico Fme, non significherebbe altro che trasferire la capacità decisionale in materia fiscale da organismi espressi per via elettorale ad un organismo autocratico e non rappresentativo.
In buona sostanza: una ristretta elite di banchieri eserciterebbe contemporaneamente la sovranità fiscale e quella monetaria (che già ha).
Questo comporterebbe, di conseguenza il condizionamento di ogni politica di spesa da parte di governi e parlamenti nazionali.
A questo punto potremmo iniziare a parlare della democrazia come di una interessante forma di governo del passato ormai del tutto inattuale.

Chiediamoci: sul piano dell’attacco alla democrazia fa più danni uno come Berlusconi –con le sue leggi ad personam, la sua pretesa di impunità, la sua prassi totalmente fuori dallo spirito della Costituzione, le sue pose da Caudillo ecc.- o una proposta come questa che, in un colpo secco, fa fuori qualsiasi possibilità di contare della volontà popolare?
Berlusconi è quello che è, ma non è l’unico nemico che abbiamo se vogliamo difendere la democrazia.

Aldo Giannuli, 16 marzo ‘10

Antimafia Duemila – Giannuli: Non e’ vero che Mani Pulite non sia servita a nulla.

Antimafia Duemila – Giannuli: Non e’ vero che Mani Pulite non sia servita a nulla..

di Aldo Giannuli – 15 marzo 2010

L’avv. Carlo Federico Grosso (“Il Fatto” 18 febbraio 2010), commentando il dato della relazione del Presidente della Corte dei Conti (+ 229% denunce per corruzione, +153% per concussione ecc.) ricava la sconsolata morale che “Mani Pulite non è servita a nulla” perchè la corruzione continua. 
Non siamo d’accordo.
“Mani Pulite” ha raggiunto il suo scopo che, però, non era e non poteva essere quello di combattere la corruzione, compito che non spetta al giudice. Questa visione è il prodotto di una ideologia irrazionale nata nel periodo del terrorismo, quando la stampa dipingeva giudici con l’elmetto in prima linea nella lotta al terrorismo, poi il clichet venne ripetuto per le inchieste di Mafia e dopo ancora per quelle sulla corruzione politica. Ma si dimentica che, in uno Stato di Diritto, un magistrato non ha il compito di combattere terrorismo, mafia e corruzione, ma stabilire se quel determinato cittadino abbia compiuto reati di terrorismo, mafia o corruzione. Punto e basta.

A combattere i fenomeni sociali indesiderabili deve pensare la politica con un’azione preventiva che impedisca i reati prima che si verifichino, mentre il magistrato interviene solo  dopo che il reato è stato commesso. Nè si può affidare il contrasto ai comportamenti antisociali solo all’effetto deterrente delle sentenze di condanna, anche perchè, quando un determinato comportamento è molto diffuso, è fatale che la maggioranza dei rei la faccia franca.
Ma chi sostiene che “Mani Pulite” sia stata un’occasione mancata, probabilmente vuol dire che poteva essere l’occasione per una presa di coscienza del problema e di un nuovo corso della politica per il quale è mancata la volontà.
Continuiamo a non essere d’accordo. Neppure dal punto di vista sostanziale “Mani pulite” fu questo. Il suo fine fu quello di eliminare una classe politica in un particolare momento, quando la fine dell’Urss rendeva superflua la mediazione di quel ceto politico e l’approssimarsi del mercato unico europeo e delle privatizzazioni spingeva i ceti imprenditoriali a ritenere auspicabile la liquidazione dei loro vecchi interlocutori politici.
Questo non vuol dire –come la vulgata di destra vorrebbe- che i politici inquisiti erano poveri innocenti perseguitati da una torma di toghe rosse al servizio del Pci-Pds. I reati c’erano (eccome!) e l’autorità giudiziaria  fece il suo dovere procedendo di conseguenza.
Questo, però, non esclude che, di volta in volta, non sia potuto accadere:
1- che la magistratura abbia potuto essere orientata da qualche servizio segreto per il tramite di qualche ufficio di polizia giudiziaria
2- che possa esserci stato qualche doppiopesismo per il quale, calcando la mano su uno e tenendola leggera su un altro (non c’è bisogno di grandi abusi, basta un gioco di sfumature) si sia ottenuto effetti politici che non hanno nulla a che fare con i fini di giustizia conclamati
3- che il circuito mediatico possa, anche al di là delle intenzioni dei magistrati, essersi impadronito della questione, orientando l’opinione pubblica verso una determinata  lettura dei fatti
4- che il mondo della politica (che non è fatto solo dai partiti e, tanto meno, solo da quelli di maggioranza, ma che include anche soggetti extraistituzionali non tutti visibili) possa aver usato la questione per un suo regolamento di conti interno che non aveva niente a che spartire con la lotta alla corruzione.
Insomma, detto papale papale, i Poteri Forti (in altra occasione preciseremo molto meglio cosa intendiamo per essi) non avevano bisogno che ogni magistrato o giornalista fosse un proprio consapevole agente per effettuare una sapiente regia occulta dell’azione a fini eversivi. E fra questi, ovviamente, non c’era sicuramente la lotta alla corruzione che non è patologia, ma fisiologia del sistema di potere nel nostro paese.
D’altra parte, magistrati e giornalisti non erano tutti della stessa pasta: c’era chi faceva esemplarmente il suo lavoro, c’era chi compiva qualche peccato veniale per eccessi di carica ideologica, chi faceva finta di non accorgersi del ruolo assegnatogli in commedia dal regista nascosto per godersi i vantaggi del palcoscenico, cera chi agiva per rancore personale e c’era anche chi era consapevolmente parte di un disegno eversivo.
D’altra parte in una vicenda di quella complessità, che coinvolgeva centinaia di magistrati, migliaia di agenti di polizia, di giornalisti, opinion maker e politici d’ogni ordine e grado sarebbe ingenuo attendersi che non ci fosse anche lo zampino di soggetti nascosti. E per di più in un paese come l’Italia…
Dunque, Mani Pulite non ha mancato l’obiettivo di sradicare la corruzione dal nostro paese per la semplice ragione che questa era solo l’etichetta mediatica del fenomeno. Era solo la sua reclame pubblicitaria, non certo la sua sostanza politica.
E la corruzione non è invincibile e non sradicabile dal nostro paese, ma occorre voler fare sul serio.

Tratto da: aldogiannuli.it

Antimafia Duemila – L’ossessione televisiva

Fonte: Antimafia Duemila – L’ossessione televisiva.

di Curzio Maltese – 15 marzo 2010
La televisione conta poco o nulla nel consenso a Berlusconi? A parlare dei processi e degli scandali che riguardano il premier gli si fa soltanto un favore?

Invece di rompere le tasche da anni a noi «antiberlusconiani», i professorini di liberalismo dovrebbero spiegare questi concetti al diretto interessato. Dalle intercettazioni pubblicate da Il Fatto e riprese da tutti, pare infatti che il Cavaliere non si occupi d´altro che di controllare la televisione e i suoi controllori.
Le intercettazioni rivelano la totale sottomissione di funzionari e dipendenti pubblici a un capo politico.
Mentre il Pil crolla e i conti peggiorano il premier trascorre le serate a trovare il modo di chiudere le trasmissioni non gradite.
Mentre il Pil crolla e i premi Nobel per l´economia pronosticano la bancarotta dello Stato italiano, il presidente del Consiglio trascorre le serate a «concertare» con il commissario dell´Agcom Giancarlo Innocenzi e con altri sottoposti il modo di chiudere Annozero, si sbatte per impedire in futuro l´accesso agli studi Rai a Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, ordina l´oscuramento perpetuo di Antonio Di Pietro, perde perfino tempo a spiegare a Minzolini che cosa deve dire nell´editoriale del giorno dopo. Tutto purché non passi nel servizio pubblico una mezza informazione sui processi e gli scandali che lo riguardano. Al resto, ci pensano i fidi direttori dei tiggì.
È un concentrato nauseabondo di regime quello che emerge dai dialoghi al telefono. Un padrone ossessivo e dittatoriale che impartisce ordini pazzeschi a un branco di servi contenti. Nel novembre scorso, alla vigilia di una puntata di Santoro dove figura fra gli invitati, Maurizio Belpietro, classico giornalista da riporto, telefona al padrone per informarlo che si parlerà del caso Mills. Berlusconi diventa una furia, chiama il suo uomo all´Autorità delle Comunicazioni, Innocenzi, e gli affida la missione di impedire la messa in onda del programma. Innocenzi chiama il direttore generale della Rai che un po´ si lamenta («nemmeno in Zimbabwe») ma poi illustra allo sprovveduto censore il sistema per bloccare Santoro. In futuro però, perché per impedire la messa in onda la sera stessa bisognerebbe fare un golpe. Ipotesi ancora prematura. Nel frattempo il premier del fare ha già sparso minacce e pressioni per mezza Italia e inviato in missione Letta da Calabrò, presidente dell´Autorità. Un copione simile si rivede ogni volta che Annozero affronta le questioni giudiziarie del premier, per esempio nei giorni della deposizione del pentito Spatuzza. In questo caso scatta anche la rappresaglia sotto forma di editoriale di Minzolini. Quello che teme chi vuole dimezzarne la professionalità. Ponendo un affascinante quesito matematico: si può dimezzare lo zero assoluto?
Ma qui nello Zimba, nemmeno Zimbabwe, si può tutto. Nessuno si scandalizza. Il direttore del Tg1 sostiene che sia normale per un giornalista prendere ordini dal presidente del Consiglio. «Altrimenti che giornalista sarei?». Quando si dice una domanda retorica. I professori di liberalismo invitano, come sempre quando si tratta di persone di rispetto, a non criticare (ovvero: «linciare») nessuno prima che siano provati i reati in maniera definitiva. Quindi, mai. In Italia infatti i processi a potenti da decenni non giungono a sentenza definitiva. In compenso la libera informazione italiana può sempre sfogarsi mettendo alla gogna mediatica qualsiasi anonimo poveraccio incappato in un´indagine su un delitto di periferia, senza suscitare le ire dei garantisti nostrani. Così com´è un costume diffuso in Europa, nel Nord America e finanche in molte democrazie africane e asiatiche, esprimere giudizi etici e politici sui comportamenti delle figure pubbliche addirittura – sebbene alcuni opinionisti indigeni non lo crederanno mai – in assenza di veri e propri reati.
Se dalle intercettazioni e dai comportamenti concreti del commissario Innocenzi e del direttore Minzolini, funzionario e dipendente pubblico, emerge una totale sottomissione a un capo politico, non c´è alcun bisogno di aspettare l´esito dell´inchiesta di Trani per dare un giudizio del loro operato. Almeno se si vuole continuare a fingere di essere un paese normale.
Peraltro, a volte queste cose accadono anche in paesi meno normali. Tanto per rimanere in tema, tre anni fa a Bulawayo l´arcivescovo Pius Ncube, anche in seguito alla protesta dei fedeli, rassegnò le dimissioni per potersi difendere «più liberamente e senza coinvolgere la Chiesa» in un processo per reati sessuali. Bulawayo è nello Zimbabwe.