Archivi del giorno: 23 marzo 2010

ComeDonChisciotte – ACQUA IN BALLO C’E’ IL FUTURO DI TUTTI NOI

Fonte:ComeDonChisciotte – ACQUA IN BALLO C’E’ IL FUTURO DI TUTTI NOI.

DI UGO MATTEI
lastampa.it

Caro Direttore,
in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.

Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.

Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.

Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.

La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.

Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.

È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.

Ugo Mattei (Professore di Diritto civile all’Università di Torino)
Fonte: http://www.lastampa.it
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7121&ID_sezione=&sezione=
23.03.2010

La feccia che risale il pozzo – Passaparola del 22 marzo 2010 – Passaparola – Voglio Scendere

[yputube=http://www.youtube.com/watch?v=rldhZaRLW-k]

Buongiorno a tutti. Domenica e lunedì si vota per le regionali, ci avevano promesso liste pulite, le hanno fatte sporche come forse mai erano riusciti a farle prima di questa volta, hanno battuto tutti i record precedenti. I due maggiori partiti, ovviamente PD e PDL, sono infarciti di inquisiti, di condannati, di imputati, di pregiudicati, il record ovviamente spetta al PDL, il PD insegue con un buon numero, l’Udc naturalmente tiene fede alla sua tradizione. Ci sono addirittura candidature Udeur quantomai imbarazzanti, insomma ce ne è un po’ per tutti…

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Antimafia Duemila – I Siciliani. La cronaca di un successo

Fonte:Antimafia Duemila – I Siciliani. La cronaca di un successo.

La storia e le storie de “I Siciliani”. Dal sito ”I siciliani di Beppe Fava”

Il mensile riscosse un enorme successo. La tiratura, variabile a seconda delle finanze del momento, veniva quasi totalmente venduta. Era un successo per la Sicilia e i siciliani. E Fava non si esimeva dal sottolinearlo nei suoi editoriali:

I Siciliani hanno conquistato la Sicilia. Il nostro giornale in meno di due mesi è riuscito in una impresa senza precedenti, diffondere cioè la sua presenza in ogni centro dell’isola, dalla grande città al paese più sperduto dell’interno, e dovunque con lo straordinario favore della pubblica opinione. […] Non c’era stato mai finora uno strumento di informazione, giornale o emittente televisiva, che avesse potuto o saputo penetrare così rapidamente e profondamente sull’intero territorio della regione e con una manifestazione di stima così spontanea. Come se nella coscienza siciliana ci fosse un grande vuoto della conoscenza, una specie di spazio deserto della cultura, che il nostro periodico è venuto ad occupare. […] Forse è la prima volta che la Sicilia viene interamente conquistata da Siciliani, i quali da questa conquista muovono per una avanzata verso la Nazione: non più oggetto o semplici destinatari, ma portatori, anzi protagonisti della cultura.
[Giuseppe Fava, Una sfida al Sud, Marzo 1983]

Ma cominciavano anche i problemi. Le inchieste davano fastidio in ogni ambiente, dalla stanza del mafioso latitante Santapaola alle scrivanie dei politici. Era l’inizio della strategia dei nemici che tentarono di isolare il periodico e di delegittimare Fava dipingendolo per lo più come un grande narratore di frottole.

Come previsto, la grande alleanza dei masnadieri contro il nostro giornale si va saldando. Da una infinità di piccoli, oscuri ma inequivocabili segni, appare sempre più chiara la identità dei nemici che via via si aggregano alla congiura. Chi sono costoro? Sono uomini politici corrotti, dirigenti di enti pubblici sperperatori, presidenti di aziende finanziarie che manovrano centinaia di miliardi senza paternità, alti funzionari che amministrano e distribuiscono denaro pubblico alle grandi clientele, operatori di vertice abituati a dominare dall’ombra giganteschi affari. Essi sono contro poiché hanno il terrore del successo imprevisto, clamoroso, incalzante de I SICILIANI […] poiché temono che, da un mese all’altro, su queste pagine, compaia il racconto della loro ribalderia. […] Ora noi vogliamo fare un discorso chiaro e definitivo. Noi vogliamo solo esercitare la nostra professione di giornalisti nel modo più puro, più morale e trasparente, esaminando serenamente i grandi problemi del Sud, proponendo le oneste soluzioni, valorizzando l’intelligenza, le virtù, l’intraprendenza del Sud. […] E tutto questo non si può realizzare se non attraverso la verità su tutto e su tutti. […] A questo punto, allora, un’altra cosa vorremmo fosse chiara e definitiva come una martellata in mezzo alla fronte, per tutti coloro i quali credono di poter ammansire o sopraffare “I SICILIANI”. Non ce la faranno mai. Ben vengano avanti. Noi li ringraziamo! Qualsiasi attacco disonesto, sleale o peggio, avrà soltanto il risultato di poterci fare identificare meglio i ribaldi, e concentrare quindi la nostra attenzione civile, la nostra durissima, incorruttibile azione di giornalisti e di cittadini verso gli uomini e gli enti responsabili.
[Giuseppe Fava, A ciascuno il suo, Giugno 1983]

Finanziamenti e Pubblicità
Mentre I Siciliani avevano conquistato la Sicilia, tutta la Sicilia degli imprenditori rifiutava di pubblicare i propri annunci pubblicitari sul giornale di Fava. Gli introiti pubblicitari erano pochissimi, a fronte delle spese di stampa e distribuzione del giornale. Le spese aumentarono inoltre quando della stampa si occupò una tipografia di Roma, visto che la tiratura de I Siciliani cresceva e le macchine comprate si erano rivelate già vecchie all’acquisto.
La situazione finanziaria della cooperativa era sempre stata critica: nessun giornalista percepiva uno stipendio, per nessun lavoro, visto che tutti i soci svolgevano più mansioni all’interno del giornale (grafici, distributori e perfino elettricisti).
Intanto nessun imprenditore aderiva al progetto de I Siciliani. Solo qualche piccolo imprenditore amico del direttore. Eppure figuravano sulla rivista pagine di pubblicità nazionali, come le auto Fiat e Volvo, la birra Peroni e i pneumatici Pirelli. Era uno degli altri lavori di Riccardo Orioles che cercava di rendere appetibile la rivista presso gli inserzionisti pubblicitari.

Pubblicavamo pubblicità fasulla. Copiata da altri giornali per dare autorevolezza al giornale. Solo un albergatore, il signor Timpanaro forniva qualche inserzione pubblicitaria. Poi ogni tanto qualche ristorante di serie b, e nient’altro. [….] La lega delle cooperative aveva chiesto una pubblicità: una cooperativa di water mobili per le manifestazioni, che ci fu pagata dopo un anno. Fu l’unica consistente. […] Ogni tanto qualche giudice di provincia ci dava qualche annuncio istituzionale. Avevamo chiesto a tutti gli industriali puliti: tutti rispondevano “il mese prossimo”. Mentre il Banco di Sicilia pubblicava la pubblicità sui giornali di Mantova. Mettersi su I Siciliani voleva dire esporsi. Anche nell’ultima riapertura non avevamo pubblicità alla stessa maniera, neanche istituzionale”.
Riccardo Orioles, intervista

Mai nessuno però fu invogliato a schierarsi così responsabilmente contro la mafia. Una pagina di pubblicità costava quattrocentomila lire: una somma modesta che neanche il Banco di Sicilia poté spendere, visto che rifiutò l’invito poiché quei soldi “per l’acquisto di una pagina pubblicitaria non rientrassero nei budget promozionali” [C.Fava, La mafia comanda…]. Gli unici introiti, oltre alla vendita del giornale, erano quelli provenienti dall’inserto turistico. Erano dei servizi presenti nelle ultime pagine del giornale che i comuni siciliani acquistavano per pubblicizzare la loro storia, mediante dei pezzi, a cura dei comuni, corredati da foto e itinerari. Erano spesso Nanni Maione o lo stesso Giuseppe Fava, che giravano in lungo e in largo la Sicilia per vendere a qualche piccolo paese un servizio di questo genere.

Lo rileviamo noi il giornale!
Erano state numerose le offerte per far tacere la voce de I Siciliani durante il loro primo anno di attività. Inizialmente il cavaliere del lavoro Graci, uno degli editori del Giornale del Sud, aveva contattato Fava per comunicargli la proposta di rientrare come direttore nel quotidiano catanese. Successivamente persone vicine al cavaliere Rendo parlarono con il direttore Fava al fine di offrire alla redazione la gestione della emittente televisiva catanese Telecolor, di proprietà dello stesso cavaliere. Tale offerta fu ricomunicata anche da Salvo Andò, politico socialista, successivamente Ministro della Difesa, che arrivò in redazione per convincere Fava ad accettare l’offerta del cavaliere Rendo. Infine sempre il cavaliere Graci, durante un diverbio con il direttore de I Siciliani, arrivò ad offrire duecentocinquanta milioni per entrare nella cooperativa. Erano tutte tecniche per cercare di addomesticare una redazione che si era rivelata scomoda, guidata da un direttore ormai considerato una spina nel fianco dalla mafia. Fava rifiutò amabilmente tutte le offerte che vennero fatte da tali persone che volevano comprare, a suon di denari, un progetto editoriale e la libertà professionale e di espressione.

Tratto da: gliitaliani.it

I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina.

Fonte: I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina..

Dal prossimo mese di aprile sarà in libreria il lavoro di Antonio Mazzeo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Edizioni Alegre, Roma, costo 14 euro). Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla costruzione del Ponte sullo Stretto. La prefazione è stata curata da Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Antimafia “Giuseppe Impastato”.

Dall’Introduzione de “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”
Speculatori locali o d’oltreoceano; faccendieri di tutte le latitudini; piccoli, medi e grandi trafficanti; sovrani o aspiranti tali; amanti incalliti del gioco d’azzardo; accumulatori e dilapidatori di insperate fortune; frammassoni e cavalieri d’ogni ordine e grado; conservatori, liberali e finanche ex comunisti; banchieri, ingegneri ed editori; traghettatori di anime e costruttori di nefandezze. I portavoce del progresso, i signori dell’acciaio e del cemento, mantengono intatta la loro furia devastatrice di territori e ambiente. Manifestazioni di protesta, indagini e processi non sono serviti a vanificarne sogni e aspirazioni di grandezza. I padrini del Ponte, i mille affari di cosche e ’ndrine, animeranno ancora gli incubi di coloro che credono sia possibile comunicare senza cementificare, vivere senza distruggere, condividere senza dividere.

Agli artefici più o meno occulti del pluridecennale piano di trasformazione territoriale, urbana, ambientale e paesaggistica dello Stretto di Messina, abbiamo dedicato questo volume che, ne siamo consapevoli, esce con eccessivo ritardo. Ricostruire le trame e gli interessi, le alleanze e le complicità dei più chiacchierati fautori della megaopera, ci è sembrato tuttavia doveroso anche perché l’oblio genera mostri e di ecomostri nello Stretto ce ne sono già abbastanza. E perché non è possibile dimenticare che in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, si sono potuti riorganizzare segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Forse perché speriamo ancora, ingenuamente, che alla fine qualcuno avvii una vera inchiesta sull’intero iter del Ponte, ricostruendo innanzitutto le trame criminali che l’opera ha alimentato. Chiarendo, inoltre, l’entità degli sprechi perpetrati dalla società Stretto di Messina. Esaminando, infine, i gravi conflitti d’interesse nelle gare d’appalto ed i condizionamenti ideologici, leciti ed illeciti, esercitati dalle due-tre famiglie che governano le opere pubbliche in Italia.

Forse il recuperare alla memoria vicende complesse, più o meno lontane, potrà contribuire a fornire ulteriori spunti di riflessione a chi è chiamato a difendere il territorio dai saccheggi ricorrenti. Forse permetterà di comprendere meglio l’identità e la forza degli avversari e scoprire, magari, che dietro certi sponsor di dissennate cattedrali nel deserto troppo spesso si nascondono mercanti d’armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. È il volto moderno del capitale. Ribellarsi non è solo giusto. È una chance di sopravvivenza.


Scheda autore

Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Ha inoltre scritto numerose inchieste sull’interesse suscitato dal Ponte in Cosa Nostra, ricostruendo pure i gravi conflitti d’interesse che hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, I”l mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte” (Edizioni Punto L, Ragusa).