Archivi del mese: marzo 2010

Paolo Franceschetti: Intervista al generale Fabio Mini. La guerra ambientale è già cominciata.

Paolo Franceschetti: Intervista al generale Fabio Mini..

e la trascrizione da:

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17573

Fonte: Luogo Comune [scheda fonte]

Riportiamo in home page, per maggior visibilità ed arricchito d’ulteriori contenuti, un argomento già presentato la settimana scorsa nel forum di LuogoComune dedicato alle scie chimiche.

Il 21 febbraio un’emittente veneta, RadioBase, ha intervistato un alto ufficiale in pensione dell’Esercito Italiano sul tema del controllo climatico e delle moderne tecnologie militari capaci di trasformare l’ambiente da scontata cornice d’un conflitto a vera e propria arma o strumento d’attacco.

L’intervista riprende un articolo scritto dallo stesso ufficiale, il Gen. Fabio Mini, e pubblicato sulla rivista Limes n° 6-2007, avente titolo “Owning the weather: la guerra ambientale globale è già cominciata” che è possibile visionare e scaricare a questo indirizzo.

Nel corso dell’intervista […]

[…] è indicativo anche il tono usato dal generale: i vari argomenti esposti, per gli appartenenti al settore militare, sono risaputi già da tempo (si risale financo agli anni ’40) e la fattibilità tecnico-operativa del loro impiego su scala estesa, cioè contro civili, sono ormai date per certe.
Solo nel grosso dell’opinone pubblica tutto ciò è ancora considerato quasi fantascienza, il che dà un’idea del divario tra le realtà in cui vivono i due insiemi di persone e la qualità dei canali d’informazione che i secondi quotidianamente utilizzano.

Intervista al Gen. Fabio Mini. di Radio Base, 21 febbraio 2008.
(Trascrizione a cura di www.luogocomune.net)

Intervistatrice: Buongiorno Generale Fabio Mini, una cortesia si può presentare, per cortesia, da solo: lei di che cosa si occupa e che cosa fa?

Gen. Mini: Beh sono un generale in cosiddetta ausiliaria, noi generali non andiamo mai in pensione: transitiamo dal servizio attivo a uno stato intermedio in cui siamo a disposizione dell’amministrazione e poi passiamo nella Riserva, che comunque sono tutti eufemismi per la pensione quindi sono un generale in pensione e mi occupo di collaborazione e diffusione su temi strategici, scrivo libri, faccio conferenze, do qualche consiglio a qualcuno che non li vuole e che non li vuole comunque ascoltare, ma io ci provo lo stesso, e mi sono impegnato anche un po’ nel campo, così, del sostegno umanitario: ho fondato insieme ad amici un’associazione che si chiama Peace Generation.

Intervistatrice: Ecco senta generale quando lei era attivo, mi sembra che sia più attivo anche adesso, ma quando era attivo in che settori soprattutto lavorava dal punto di vista militare?

Gen. Mini: Dal punto di vista militare ho avuto tre grandi branche; una branca è stata quella di interesse, una branca è stata quella della comunicazione: io ho fatto il portavoce del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito così come dello Stato Maggiore della Difesa. La seconda branca è stata quella logistica: mi sono occupato anche di contratti, contrattistica in questa maniera; la terza è quella che mi ha preso più la parte sostanziale della vita operativa è stata quella appunto operativa: ho comandato le unità dei Vespri Siciliani, ho comandato tutti i tipi di unità bersaglieri, vengo dai bersaglieri, e poi ho comandato il contingente internazionale, la forza internazionale di pace in Kosovo, che è KFOR. Ho fatto il Capo di Stato Maggiore della NATO in Sud Europa, quindi ho avuto parecchi incarichi; sono stato in Cina per tre anni come addetto militare, sono stato in America per altri due anni come integrato in una unità americana e così ho avuto moltissime esperienze.

Intervistatrice: C’è un suo articolo molto interessante sul numero di Limes che intitolava “Il clima dell’energia, il tempo che farà, le guerre dei tubi, l’Italia a rischio”. Ecco il titolo che lei ha dato è “Owning the weather: la guerra ambientale globale è già cominciata”; vorrei cominciare con questa frase che lei ha scritto: “la guerra ambientale in qualunque forma è proibita da leggi internazionali. Le Nazioni Unite fin dal 1977 hanno approvato la convenzione contro le modifiche ambientali” e poi sotto c’è scritto: “la guerra ambientale è oggi definita come l’intenzionale modificazione di un sistema ecologico naturale come il clima i fenomeni meteorologici gli equilibri dell’atmosfera della ionosfera della magnetosfera le piattaforme tettoniche etc…, allo scopo di causare distruzioni fisiche, economiche, psicosociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o una particolare popolazione”. Di cosa stiamo parlando, generale? Di cosa stiamo parlando ieri, di cosa stiamo parlando oggi e di cosa stiamo parlando del futuro?

Gen. Mini: Il senso dell’argomento fondamentale è questo, che poi è anche la mia tesi: la guerra è cambiata, cioè non ci possiamo più tenere attaccati al concetto di guerra tradizionale quando c’era uno che sparava contro un altro. E’ cambiata non soltanto perchè gli interlocutori della guerra o anche i cointeressati alla guerra sono moltissimi; è cambiato perchè i sistemi d’arma sono cambiati: non ci sono più soltanto fucili o missili adesso ci sono anche altri tipi di arma. Una arma fondamentale che nella guerra moderna o in questa guerra globale ha assunto una rilevanza fondamentale è proprio l’arma psicologica o comunque l’arma dell’influenza che può essere esercitata con tutto quindi l’ambiente inteso come sistema ecologico, nel quale noi viviamo e dal quale noi dipendiamo, è diventato un attore principale, non è soltanto una cornice, è un attore principale della guerra, può essere addirittura un obiettivo ma può essere anche uno strumento e questo è il concetto fondamentale.

Intervistatrice: Ecco senta, io vado sempre avanti con il suo articolo, a pagina 82 lei scrive: “Tutti fingono di credere che le devastanti esplosioni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki siano state le prime ed ultime della storia militare, eppure tutti sanno che da allora ci sono già state più di 1.000 esplosioni nucleari nel sottosuolo, nelle profondità degli oceani, in superficie e nello spazio e queste possono provocare per esempio degli tsunami”. Che cosa voleva dire qui generale?

Gen. Mini: Volevo dire che quando si pensa che un certo sistema d’arma come l’ordigno nucleare, con le leggi con le convenzioni internazionali, è stato limitato è vero che è stato limitato però si sono sviluppate altre utilizzazioni anche dello strumento nucleare ed oltre lo strumento nucleare anche di quello magnetoelettrico.

Intervistatrice: Quindi io posso con le… mi scusi se la interrompo: quindi io posso con un esplosione, un esperimento, creare un sisma anche in qualche modo voluto.

Gen. Mini: Ma assolutamente vero, nel senso che questo non è ormai una fantasia o una illazione, sono cose ormai che sono tecnicamente e scientificamente provate. Quello che manca è la prova che qualcuno deliberatamente lo abbia già fatto, però se si vanno a vedere quali sono le linee di frattura o le faglie che ci sono nella crosta terrestre e si può immaginare che se uno agisce in un punto, per esempio in mezzo al pacifico con una esplosione controllata nucleare o anche soltanto non nucleare o anche soltanto convenzionale, bene il riverbero delle onde sismiche che produce questa esplosione può arrivare e alimentare e provocare addirittura lo tsunami; ma adesso lo tsumani è una forma così che tutti quanti conoscono ma i terremoti in genere possono essere in questo senso…

Intervistatrice: Ecco scusi, io la interrompo sempre perchè… negli ultimi anni io ho fatto delle ricerche e ho sempre visto proprio facendo delle tabelle di raffronto che dove c’erano state delle esplosioni sotterranee, io ho seguito anche alcune esplosioni che venivano fatte dai francesi nel Sahara, poi Mururoa, poi in India e in Pakistan, poi a breve distanza venivano fuori dei terremoti quindi a volte erano sperimentazini quindi si può anche pensare che si possano creare al di là dei terremoti anche dei sisma, anche delle frane, delle valanghe, delle inondazioni, cioè degli scienziati in questo caso molto bravi ma in negativo possono in qualche modo condizionare l’ambiente e quindi l’economia anche di un Paese.

Gen. Mini: Ma assolutamente sì cioè questa è una capacità tecnica, tecnico operativa, che esiste. Adesso io ripeto non ho prova provata che ci sia stato un cosiddetto esperimento o nucleare o convenzionale che abbia provocato un reale terremoto, però la parte tecnica c’è ed io sono anche abbastanza pessimista dal punto di vista militare perchè in 45 anni di carriera militare in giro per il mondo ne ho viste di tutti i colori su quello che riusciamo a combinare, cosa riesce a combinare la fantasia umana, bene io sono veramente pessimista nel fatto di dire che probabilmente c’è qualcuno che ci ha già provato a fare di queste cose; non so dove non so quando ma certamente non nei casi, io penso e spero, nei casi che lei ha seguito perchè in genere quando si fanno queste operazioni si sa benissimo qual è il danno, la conseguenza che si vuole provocare, e non si vuole certo far risalire all’attore o a colui che lo ha provocato percui se lei ha seguito degli esperimenti che erano già stati preannunciati o annunciati questi probabilmente sono o casuali, le conseguenze sono o casuali oppure non volute. Però chi è che vuole farlo veramente ha la capacità tecnica di farlo, lo può fare.

Intervistatrice: Ecco lei ha citato un esempio molto interessante: negli anni ’40 un professore australiano, vuole raccontare questa cosa che lei ha seguito, che faceva questi esperimenti, ai nostri ascoltatori?

Gen. Mini: Mah insomma questo è un professore israeliano che si è messo a fare… era australiano, più che altro neozelandese, faceva questi esperimenti, vedeva quali erano le incidenze di questi fenomeni e si è accorto che si potevano provocare…

Intervistatrice: …delle onde anomale, no, mi diceva?

Gen. Mini: …potevano fare delle onde anomale, lui le ha provocate: al largo di Aukland lui ha provocato delle onde anomale, dei piccoli tsunami; in realtà erano soltanto fenomeni di onde che venivano, che montavano per conto proprio, e lui c’è riuscito in maniera controllata in maniera limitata ma c’è riuscito e ci è riuscito talmente bene che poi è sparito per un periodo dalla circolazione ma nel frattempo era stato contattato dagli Stati Uniti i quali sempre da un punto di vista tecnico-scientifico volevano vedere quali erano le possibili applicazioni di questo tipo di nuova, parliamo degli anni ’40 subito dopo la guerra, di questa nuova arma in una eventuale difesa o comunque offesa contro un eventuale nemico. Lui sembra che non abbia aderito alla parte militare di questo progetto, sembra, ma ovviamente i dati che lui aveva erano a disposizione di tutti anche perhè lui, quella volta, lavorava in Australia per conto della Università della Neozelanda ma chi gestiva i fondi dati a questo progetto erano Gran Bretagna e Stati Uniti.

Intervistatrice: Senta Gen. Mini lei, nel suo articolo, che tra l’altro posso dirlo a chi ci sta ascoltando, noi stiamo consigliando a tutti di leggerlo, proprio anche a quelli che da anni lavorano su queste cose e molte volte anche incontrando delle diffidenze. Lei parla anche di questo centro in Alaska che conosciamo tutti, HAARP, il quale lavora sulle onde ad alta frequenza, questo è finanziato… e su questo si è sempre pensato che potesse influire sul clima; ecco vogliamo parlare… lei ne parla nel suo articolo.

Gen. Mini: Sì ne parlo perchè in effetti è una di quelle evoluzioni della ricerca sulle onde a bassissima frequenza e altissima frequenza, sono i due estremi, per la loro capacità praticamente di superare gli ostacoli, di non essere influenzati dalla curvatura terrestre, di non essere influenzati da ostacoli di varia natura… è quello quindi di modificare, di poter modificare l’assetto anche atomico delle cose. Bene questi generatori ovviamente di queste onde elettromagnetiche particolari, ovviamente chi è che li gestisce dice che sono per tutt’altra natura che non hanno questo tipo di capacità…

Intervistatrice: …sì qualcuno diceva che volevano creare una specie di scudo per difendere la terra dal discorso dell’ozono mi pare… c’erano delle motivazioni che nessuno credeva poi tra l’altro…

Gen. Mini: Sì francamente diventano anche poco credibili. Sa che cos’è, mantengono una certa dose di credibilità perchè nessuno sa veramente di che cosa si tratta percui se una fonte autorevole dice, come un governo, dice “no, noi non stiamo facendo questi esperimenti per questo ma lo facciamo per motivi difensivi e non turbiamo, alteriamo l’equilibrio ecologico di nessuno, tutti quanti tendono a crederci; soltanto che negli ultimi 15 – 20 anni ormai questo livello di fiducia sulla parola incomincia a scadere un po’ insomma, ecco queste onde elettromagnetiche hanno la capacità di interferire e quindi di addirittura di provocare delle alterazioni meteorologiche focalizzate in determinati punti che poi possono montare per conto proprio…

Intervistatrice: Ecco, Generale Mini, tra l’altro noi abbiamo raccolto negli anni, negli ultimi anni, delle proteste da parte per esempio di Paesi come la Russia, come la Cina ma anche altri Paesi che lamentavano, a parte che anche i russi sanno condizionare molto bene il clima anche loro hanno delle possibilità insomma in questo senso di creare dei fenomeni meteorologici, accusavano proprio che certe situazioni meteorologiche di aridità, di siccità o di eccessiva pioggia o di eccessivo freddo, come sta succedendo adesso in Cina, potessero essere provocate artificialmente; avevano fatto una denuncia nazionale, internazionale, dicendo c’è qualcuno dietro tutta questa operazione per creare problemi alla situazione economica di un paese. Lei che cosa risponde di fronte a questo? Lei non ha le prove però a livello, così, di momento…

Gen. Mini: A livello così di momento proprio di riflessione, di una riflessione….

Intervistatrice: Certo, non è tanto fuori di norma insomma questa cosa…

Gen. Mini: Non è al di fuori della norma, come ripeto, anche questo campo, cioè, è un campo in cui la parte tecnica è molto avanzata; ora quando si parla che, si pensa che il programma Owning the Weather 2015, voglio dire… no 2025 addirittura, è partito nel 1999; oggi siamo nel 2008 quindi sono già passati 10 anni e questo obiettivo di possedere il tempo meteorologico entro il 2025 a fini militari, questo è il programma perchè è finanziato dall’aeronautica militare statunitense non è finanziato da McDonald che vuole vendere gli hamburger, quindi questo è un programma che sta andando avanti e se tanto mi dà tanto, se l’obiettivo finale è al 2025, nel 2008 noi abbiamo già qualche risultato lo dobbiamo avere altrimenti chi è che investe i soldi avrebbe già chiuso i rubinetti dei fondi. Qundi ci sono già adesso delle capacità pratiche che possono essere sfruttate io dubito molto a livello di riflessione che ci sia qualcuno che intenzionalmente stia dirigendo queste armi contro un altro obiettivo. Dubito molto non perchè credo che gli uomini siano buoni, dubito molto che ne abbiano acquisito la capacità, però ho messo anche in evidenza nell’articolo la teoria, ma anche le supposte prove, che uno scienziato tecnico militare americano dà di queste cose e lui, secondo lui, i russi… lui attribuisce ai russi…

Intervistatrice: …Bearden mi pare…

Gen. Mini: …esatto sì, ma quello che si può attribuire ai russi si può attribuire agli Stati Uniti in maniera maggiore oggi, perchè gli hanno superati in molti campi, ma si può attribuire anche ai cinesi i quali intanto si stanno organizzando e attrezzando per questo; percui se lui pensa che ci siano stati già negli anni ’70 degli episodi di utilizzazione di queste onde elettromagnetiche per produrre puntuali fenomeni atmosferici sul territorio degli Stati Uniti, io penso che se lui, e lui è uno scienziato… tra l’altro scrive dappertutto è accreditato dalla organizzazione degli scienziati americani insomma, non dovrebbe essere un millantatore o un fesso. Percui prendendo anche… facendo la tara a quello che lui dice, dal punto di vista tecnico-scientifico già esiste questa capacità e questa possibilità; speriamo soltanto che non abbiano ancora raggiunto un livello tale, soprattutto di determinazione e dico da un certo punto di vista, di stupidità e cattiveria, da impiegarlo realmente pensando di far fuori un obiettivo o un nemico circoscritto senza allargare i danni ad altri che possono anche non essere nemici e possono anche…

Intervistatrice: …quindi diciamo, per concludere, noi possiamo concludere con quest’immagine su cui io voglio proprio la sua chiusura: io posso provocare, dal punto di vista climatico, una siccità in un paese quando ho l’intenzione di far, come si può dire, andare via una popolazione che in qualche modo mi possa essere di peso la faccio, non so, diventano dei profughi da un’altra parte perchè in quel Paese ci sono materie prime che m’interessano.

Gen. Mini: Questo è un fatto che non si può…

Intervistatrice: …questa è una guerra…

Gen. Mini: Questo è un fatto che non si può assolutamente escludere ed è una guerra.

ComeDonChisciotte – CONFERMA: LA GRECIA SOTTO USURA

ComeDonChisciotte – CONFERMA: LA GRECIA SOTTO USURA.

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La conferma è arrivata ieri al summit specifico di Bruxelles. Sarkozy e Merkel (e altri sedici Paesi dell’area Euro a ruota), hanno trovato l’accordo, si fa per dire, per gli aiuti alla Grecia.

L’accordo prevede, sinteticamente, un intervento di aiuti “volontari e bilaterali” con una partecipazione complementare del Fondo Monetario Internazionale. Quest’ultimo sarà attivato “in caso di problemi molto seri e in assenza di alternative”. Un modo elegante per indorare la pillola: i problemi sono già molto seri e non ci sono valide alternative. Come dire, appunto, conferma su quanto annunciato – e che avevamo denunciato – i giorni scorsi.

“La partecipazione dei governi dell’Eurozona sarà maggioritaria”: naturalmente anche questa è una sciocchezza, poiché bisognerà verificare, e presto, quali e quanti saranno effettivamente gli Stati europei che decideranno di acquistare dei titoli greci. E non ci pare che in Europa, al momento, vi siano Stati tanto in salute da poterlo fare, anzi. Ergo l’FMI, come detto, tornerà alla ribalta.

Si è parlato di una somma tra 20 e 30 miliardi di Euro, ovvero il totale dei titoli che la Grecia deve emettere entro due mesi. Guarda caso.

Rammentiamo, solo di passaggio, un punto fondamentale, che precede (o dovrebbe) qualsiasi ragionamento in merito. Nel momento in cui uno Stato vende i propri titoli – letteralmente, “si vende” – vuol dire che diventa merce. E i cittadini di questo Stato – al momento, i greci, la loro ricchezza e il loro lavoro, ovvero il loro tempo, dunque la loro vita – sono oggetto di scambio. Come prodotti su uno scaffale di un supermercato. Un uomo oggetto di scambio è uno schiavo. Questo il punto.

Merkel & Co. hanno detto che i titoli greci saranno venduti e acquistati da “volenterosi” al prezzo di mercato. Il che significa al prezzo al quale verranno scambiati i Cds (Credit Default Swap), che come abbiamo visto poco tempo addietro su queste stesse pagine, essendo prodotti che garantiscono (dovrebbero) il rischio di insolvenza dello Stato, e che vengono scambiati sul mercato come merce qualunque, stabiliscono di fatto il “prezzo” di un titolo. Ovvero il valore dello Stato per il quale tali titoli e derivati sono scambiati.

Detenuti da chi? Da Banche e speculatori, naturalmente.

Il circolo è vizioso, perché nel momento in cui uno Stato comprerà titoli greci, e gli stessi arriveranno a scadenza senza che la Grecia sarà in grado di ripagarli, quest’ultima non avrà altra strada che emettere nuovi titoli, e titoli sui titoli, che qualcuno dovrà comprare… e saremo da capo. In una spirale perpetua e soffocante.

Brutalmente: strozzinaggio legalizzato.

Valerio Lo Monaco
Fonte: www.ilribelle.com
26.03.2010

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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ComeDonChisciotte – CITTA’ IN TRANSIZIONE

Interessante esperimento riuscito per uno sviluppo sostenibile.

Fonte: ComeDonChisciotte – CITTA’ IN TRANSIZIONE.

DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

Dalla dipendenza energetica alla sostenibilità delle comunità locali: moneta propria al riparo dalla inflazione, ma soprattutto un nuovo olistico sistema di vita. Si può fare.

Transition è un movimento culturale nato in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins, ora apprezzabile anche dai lettori italiani (Manuale Pratico della Transizione, Arianna Editrice). Tutto avviene quasi per caso nel 2003. In quel periodo Hopkins insegnava a Kinsale, in Irlanda e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan: un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e ampiamente disponibile. Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito ci si rese conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della “Transizione”, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro.

“I progetti di Transizione mirano a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base comunitarie…”

“Pensare globalmente, agire localmente”: in questo semplice slogan si possono riassumere l’obiettivo e il modus operandi del movimento delle “Città in Transizione”. Una filosofia che ora si sta diffondendo anche da noi in ambito locale, dei piccoli e virtuosi comuni della variegata e propositiva provincia italiana, dopo che Hopkins ha fatto della cittadina di Totnes, in Gran Bretagna, l’esempio più famoso di questo movimento. Questo villaggio di 8.500 abitanti nel sud-ovest dell’Inghilterra è stato da subito terreno fertile per le idee della transizione. Partendo da una presa di coscienza dei problemi che ci affliggono su scala planetaria – il cambiamento climatico, la futura penuria di fonti di energia non rinnovabili, la questione dello sfruttamento delle risorse idriche – Hopkins e i suoi sono riusciti a coinvolgere una piccola comunità che ha iniziato a compiere la sua “rivoluzione” nel nome dell’autosufficienza. L’obiettivo è che produzione, distribuzione e consumo (di energia, di acqua e di cibo, principalmente) diventino il più possibile locali, indipendenti da fattori esterni. E così via libera a progetti riguardanti l’uso di fonti energetiche rinnovabili, farmer’s market, spesa a chilometro zero, coltivazione di giardini e orti comuni, mobilità sostenibile. L’idea forte è stata quella di introdurre una valuta locale complementare, la “sterlina di Totnes”, cambiata alla pari con la sterlina del Regno Unito. Questa moneta – spendibile nella settantina di negozi associati al movimento – incentiva l’acquisto di prodotti locali, cosa che determina una diminuzione delle emissioni di anidride carbonica dovute al trasporto e un effettivo sostegno alle imprese e all’occupazione degli abitanti del posto. Ma sarebbe riduttivo concentrarsi sulla autosufficienza “monetaria”: infatti, uno dei pilastri dell’economia di Totnes viene dallo scambio e dalla condivisione di cose molto concrete come ad esempio, risorse o materiali inutilizzati da ditte e imprese. Chi ha manodopera inutilizzata, materiali che si accumulano, spazi vuoti in immobili o mezzi di trasporto, è incentivato a condividere tutto ciò con altre imprese che ne hanno bisogno, secondo il Business Resource Exchange Project. Chi possiede un orto-giardino che non riesce a curare per mancanza di tempo o capacità, è invitato a condividerlo con chi invece può coltivarlo, nell’ambito del Garden Share Project. Con due progetti chiamati The Great Re-skilling (recuperare abilità perdute) e Transition Tales (racconto di esperienze) si possono condividere conoscenze e saperi stimolando spontaneamente relazioni di vicinato e reciprocità sociale.

Raccontata in questo modo Totnes può apparire come un piccolo paesino irenico e decontestualizzato, che ha attuato la sua piccola svolta “verde” proprio in virtù del suo essere irrilevante, circondato da fertili campagne e abitato da una popolazione istruita, ricettiva ed economicamente agiata. Ma è possibile “pensare globalmente e agire localmente” in contesti in cui le politiche ecologiche non sembrano essere il problema più pressante? Il movimento delle Transition Towns può sopravvivere nei sobborghi delle metropoli, nelle aree ad alta densità abitativa, nei sobborghi periferici “difficili” o semplicemente nei tessuti urbani occidentali?
Forse ce lo dirà l’esperienza di Transition Town Brixton. Un tentativo appena nato di applicare la filosofia delle comunità di transizione proprio a un popoloso e degradato quartiere di Londra. Quest’ultimo ha la sua moneta complementare chiamata Brixton Pound che, come a Totnes, cercherà di incentivare la gente a comprare presso negozi locali indipendenti e di spingere i negozi stessi a servirsi di fornitori del posto, inibendo le derive inflazionistiche.

A questo si affiancheranno i consueti progetti per la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica, nel trasporto pubblico, nel riciclaggio dei rifiuti, nella riduzione degli sprechi e nello sviluppo di orti urbani e gruppi di acquisto solidali.

Grande enfasi è data naturalmente ai progetti di sensibilizzazione ed educazione. A Brixton si lavora su numeri più grandi di quelli a cui sono abituate le Transition Towns (oltre 60mila persone sono potenzialmente interessate), e soprattutto su un pubblico che, gravato dal bisogno e le necessità, risulta apparentemente insensibile alle “buone pratiche” e alla “semplicità volontaria” della sobrietà ecologista.

La Transizione – infatti – è un movimento culturale sperimentale con esplicita valenza metapolitica, avendo l’ambizioso proponimento di traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sul consumo illimitato delle risorse a un nuovo modello sostenibile indipendente da energie fossili non rinnovabili e caratterizzato da un alto livello di “resilienza”. Tale principio è il cardine per ribaltare sul piano della concretezza l’irrealismo dell’economia del mondo industrializzato, che è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione per i consumi siano infinite. Le conseguenze più evidenti di questa politica sono una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale: inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, distruzione del tessuto identitario e comunitario.

La crisi petrolifera appare però la minaccia più immediata e facilmente percepibile dall’opinione pubblica. Hopkins parte quindi da questa percezione diffusa per arrivare agli altri di conseguenza – per progressiva consapevolezza – un’intuizione che è probabilmente alla base della considerevole diffusione del suo movimento nell’area anglosassone. Da ecologista ha passato anni a insegnare i principi della Permacultura, da cui deriva il concetto di resilienza. Quest’ultimo non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. Consiste nella capacità di un ecosistema, di una specie, di una certa organizzazione vivente o sociale di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una flessibilità dinamica rispetto alle sollecitazioni indotte. La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo.

“Transition Towns: un metodo che si può facilmente imparare e insegnare, riprodurre e rielaborare nel rispetto delle identità e delle diversità sociali e culturali…”

Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.

È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza.

I progetti di Transizione – in controtendenza – mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali). Lo fa con proposte e progetti risolutamente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità, e la dimensione locale non preclude l’esistenza di altri e più complessi livelli di relazione sussidiaria e di scambio, regionale, nazionale e internazionale.
Per dirla con la visione solistica del compianto Edward Goldsmith, se seguire la Via significa mantenere l’ordine cruciale del cosmo, si può ritenere che una società lo faccia quando il suo modello di comportamento, o di autogoverno, sia omeotelico. L’omearchia è il concetto chiave dell’intera visione olistica ed indica il controllo di sistemi naturali differenziati da parte della gerarchia di sistemi più ampi, di cui essi fanno parte.

Quando, al contrario, è eterotelico (il controllo delle parti di un sistema da parte di un agente esterno/estraneo alla gerarchia), si deve ritenere che la società segua l’anti-Via, la civilizzazione dell’accumulo e dell’entropia, quella che minaccia l’ordine del cosmo e provoca inevitabilmente la rottura degli equilibri.

Le unità di attività omeotelica sono le unità sociali naturali entro le quali gli esseri umani si sono evoluti: la famiglia, la comunità e la cultura che la sostanzia. Quando si disintegrano sotto l’impatto dello sviluppo economico, queste unità sono sostituite da istituzioni – politiche, economiche e sociali – il cui comportamento è sempre più eterotelico rispetto all’obiettivo di mantenere l’ordine cruciale della società e della gerarchia naturale.

Nascono così le Transition Towns, “città di comunità” che sulla spinta dei propri abitanti decidono di prendere la via della transizione.

Qui si evidenzia probabilmente l’elemento di forza più coinvolgente del progetto di Rob Hopkins: quello che lui ha creato è un metodo che si può facilmente imparare e insegnare, riprodurre e rielaborare nel rispetto delle identità e delle diversità sociali e culturali.

Questo lo rende contagioso, persuasivo perché non ideologico, grazie alla emulazione della visione del mondo pluralistica che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di uno stile di vita volontariamente sobrio e disinteressato – nell’anonimato egoistico della società individualistica – che ricostruisce l’appartenenza comunitaria.

La crisi profonda di civiltà che stiamo attraversando può quindi rivelarsi una grande opportunità che va colta e valorizzata per una trasformazione profonda del paradigma dominante. Il movimento di Transizione è uno strumento per farlo.

Eduardo Zarelli
Fonte:www.ilribelle.com
Febbraio 2010

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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ComeDonChisciotte – LETTERA AI CANDIDATI (DI QUALSIASI ELEZIONE DEMOCRATICA)

Fonte: ComeDonChisciotte – LETTERA AI CANDIDATI (DI QUALSIASI ELEZIONE DEMOCRATICA).

DI LUCA PARDI
malthusday.blogspot.com

Caro candidato,

iniziata l’ultima settimana di campagna elettorale ognuno si chiede per chi sarebbe meglio votare, per motivi di interesse personale, generale, nazionale, umano …. e la confusione si fa preoccupante.

Personalmente avrei un criterio molto semplice: votare qualunque politico che mostri di comprendere una o più delle questioni elencate qui di seguito (o possibilmente l’intera sequenza):

1- La crisi economico – finanziaria in cui siamo piombati nel 2008 non è altro che l’effetto di un più generale manifestarsi dei limiti della crescita economica. Il fattore più evidente di questi limiti è stato il raggiungimento di un picco di produzione globale del petrolio convenzionale che ha determinato un aumento impetuoso del prezzo dell’energia nel periodo 2004-2008 (da 30 a 140 USD/barile) che il sistema del credito basato sulla continua estensione del debito non poteva reggere altro che in condizioni di crescita materiale infinita. Fine della crescita, fine del sistema finanziario contemporaneo.

2- Il globalismo economico, le istituzioni che lo governano e le infrastrutture fisiche che lo rendono possibile dipendono da un flusso continuo di energia a basso costo. Fine dell’energia a basso costo: fine del globalismo economico e delle sue strutture locali cioè dell’intero sistema da cui dipendiamo attualmente per ogni singola azione della nostra vita.

3- Raggiunti I limiti della crescita economica e superati molti dei confini ecologici del pianeta, si è raggiunto anche il limite della crescita demografica. L’unica opzione sensata è un progetto politico di rientro dell’economia e della popolazione. Tale progetto non può evitare nel prossimo futuro un periodo di instabilità e incertezza, ma è l’unica via di uscita praticabile per attenuare, se non evitare, il collasso del sistema.

4- Tale progetto non può che partire dal ‘locale’. La produzione industriale, e in particolare la produzione di energia, deve essere diffusa sul territorio e restare nelle mani delle comunità locali. Il modello di produzione e distribuzione polare dell’energia è incompatibile con il progressivo assottigliamento della dispobibilità di risorse fossili e minerali ed è impensabile in assenza o in fase di assottigliamento della disponibilità di combustibili liquidi.

5- L’intero modello di trasporto di merci e persone è legato alla disponibilità di combustibile a buon mercato. Nessuna delle soluzioni proposte per la sostituzione dei combustibili liquidi con altri combustibili (biocombustibili, idrogeno, carbone liquefatto ecc …) sono praticabili per un volume di traffico come quello attuale. Il sistema di trasporti attuale è condannato, tanto vale prenderne atto. Le case automobilistiche sono un dinosauro come le compagnie aeree. Quanto di questo potrà restare in piedi non è certo, ma quello che è certo è che si dovrà pensare ad un modo di rispondere alla crisi dell’auto e di tutto il sistema dei trasporti e del suo indotto.
Un modello di trasporto che garantisca una residua capacità di movimento di persone e merci deve essere basato principalmente sul trasporto pubblico perchè, piaccia o meno, la stagione del trasporto automobilistico di massa è al crepuscolo. Con una crescente elettrificazione della produzione di energia, la trazione elettrica potrà diventare un’alternativa praticabile per il trasporto individuale e non, ma non è pensabile, neppure in questo caso, di riproporre il modello “una automobile per ciascuno” per mancanza di risorse.

6- La produzione di cibo è attualmente legata a filo doppio alla disponibilità di combustibili liquidi e perciò di petrolio a buon mercato. L’intera filiera agroalimentare industriale globalizzata va incontro a difficoltà crescenti nella fase di assottigliamento della disponibilità di petrolio. Si deve assecondare e stimolare lo sviluppo di filiere alternative che siano ecologicamente e socialmente sostenibili. Anche in questo caso non si può prescindere da una rilocalizzazione della produzione.

La rilevanza delle questioni sopra elencate in una competizione elettorale democratica come quella attuale è altissima. Le elezioni in questione riguardano infatti in gran parte le regioni che, in Italia, appaiono come la divisione territoriale dimensionalmente più adatta per mettere in atto progetti di gestione e governo dell’emergenza. Un candidato serio dovrebbe promettere di opporsi, o in caso di vittoria di porre fine, ad ogni progetto che nasca da una visione conformistica di crescita economica: blocco dei progetti edilizi, blocco della costruzione di strade e capannoni e di ogni altra infrastruttura che porti a quel drammatico consumo del territorio che ha distrutto il suolo fertile delle nostre regioni, marginalizzato e frammentato gli habitat naturali e saturato, senza altra giustificazione che la crescita indifferenziata, gli ecosistemi con gli scarti del nostro metabolismo sociale ed economico. Riduzione a zero dei rifiuti, blocco della costruzione e dell’uso degli inceneritori. Ripensamento totale della politica energetica: abbandono dei e opposizione ai megaprogetti che implicano una produzione polare dell’energia (rigassificatori, centrali nucleare e termoelettriche) a favore di una produzione distribuita, adatta alle necessità delle comunità locali e basata sull’uso esclusivo delle fonti rinnovabili. Questo porterà quasi certamente ad una riduzione dell’offerta e quindi dei consumi, ma è l’unica via per affrontare realisticamente e da subito l’emergenza. Difesa dei suoli agricoli e ripristino della loro fertilità. L’agricoltura industriale petrolio dipendente è segnata, ci si deve attrezzare per produrre cibo in quantità sufficiente per la popolazione residente. E’ abbastanza ovvio che un progetto di totale autonomia alimentare sia di lunga o lunghissima durata, a meno che non sia forzato e traumatico per cause esterne (fatto che non si può escludere), ma prima si comincia a metterlo in atto, meno traumatico sarà il passaggio. Per fare questo le valutazioni sull’uso del suolo devono essere fatte olisticamente con il rigoroso rispetto dei vincoli ecologici e non in ossequio alle (sole?) convenienze economiche. Ad esempio l’uso dei suoli fertili e dei prodotti agricoli per la produzione di biomassa e biocombustibili deve essere valutata in vista dell’uso del suolo come fonte primaria di cibo.

Si deve considerare non solo l’urgenza attuale, ma la sostenibilità di certe produzioni. In un ottica del genere diventa chiaro come il sole che ogni progetto di produzione di biocombustibili deve essere abbandonato, ma anche l’uso della biomassa, utilizzando, ad esempio, gli scarti delle produzioni alimentari, può non essere considerato sostenibile a causa del mancato ritorno al suolo agricolo di una parte sostanziale dei nutrienti necessari al ripristino della fertilità. In poche parole per la sostenibilità si deve adottare non le leggi della politica economica, ma quelle della politica ecologica che tiene conto della natura termodinamica del mondo fisico in cui viviamo, fatto di cui l’economia si è dimenticata sia nella pratica che nella teoria.

Per la sostenibilità si deve altresì smettere di elevare lamenti per la decrescita della natalità. La descrescita della natalità è un fatto positivo che non può che aiutarci ad affrontare gli anni che verranno. Dalla decrescita della natalità si deve, di fatto, passare alla decrescita della popolazione. Questo sarebbe l’obbiettivo sensato da perseguire in ogni regione, nell’intero paese e sul pianeta. Una politica di riduzione demografica non può prescindere da una opportuna politica che affronti il temporaneo invecchiamento della popolazione non come una calamità, ma come un INEVITABILE fenomeno da governare.

Nessuna altra ipotesi può condurre ad alcunchè che somigli ad una politica sensata. Questo è il realismo, questo è essere pragmatici. Il resto appare come il sogno stralunato di una classe politica che non è in grado di comprendere i fenomeni in cui si è trovata ad operare e vive nel mondo dell’intrattenimento- spettacolo- informazione come se fosse il mondo reale. Tale classe politica non può chiedere il mio voto.

Luca Pardi
Fonte: http://malthusday.blogspot.com
Link: http://malthusday.blogspot.com/2010/03/lettera-ai-candidati-di-qualsiasi.html
24.02.2010

Visto su www.aspoitalia.blogspot.com/

Architetti e brokers: il nuovo volto di Cosa Nostra

Fonte: Architetti e brokers: il nuovo volto di Cosa Nostra.

Il PM Ingroia analizza l’arresto di Liga

Prima gestivano rapporti economici, drenavano finanziamenti, coltivavano relazioni a cavallo tra affari e politica, ma rispondevano sempre al boss di turno: erano, in una parola, collaterali. Oggi sono i nuovi capi: non hanno, probabilmente, mai sparato, ma possiedono autorevolezza e pedigree per traghettare Cosa Nostra verso una nuova fase di crescita e sviluppo. L’arresto dell’insospettabile architetto palermitano Giuseppe Liga accende i riflettori sulla mafia dei broker, i nuovi vertici operativi più abituati a tessere trame politiche che ad impugnare revolver. Per riportare Cosa Nostra ai tempi delle frequentazioni nei salotti buoni della città. Dice il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: “La parentesi corleonese si è definitivamente chiusa, l’arresto di Liga è la conferma delle mutazione delle strategie mafiose dentro un processo di spiccata finanziarizzazione. Si   torna al passato dei Greco e dei Bontade con le relazioni sociali con spezzoni della società civile coltivate ai livelli più alti e non a caso si riallacciano rapporti con quella che una volta era considerata la mafia perdente, gli ‘scappati’ americani’’.

Dottore Ingroia, questo però non è un fenomeno completamente nuovo…
No, diciamo però che negli ultimi tempi si è fortemente accentuato. Le ultime inchieste, e questa di Liga in particolare, condotta, voglio ribadirlo, con l’utilizzo di non solo di dichiarazioni di collaboratori, ma soprattutto di indagini pure (intercettazioni telefoniche e ambientali, pedina-menti e servizi di osservazione, fonti documentali), hanno confermato ciò che pensiamo da tempo: il ruolo finanziario ha assunto sempre di più una funzione di guida, di vertice dell’organizzazione, il mafioso diventa un factotum al quale rivolgersi per ogni esigenza.

In questo contesto ricompaiono personaggi legati alle famiglie perdenti degli anni ’80, gli Inzerillo, con solidi legami americani. Che ruolo hanno oggi nel controllo del territorio palermitano?
Cosa Nostra ha il volto dei colletti bianchi per tornare ad essere accolta nei salotti buoni della città. Non è un caso il recupero della mafia cosiddetta “perdente”, vagheggiata con un po’ di nostalgia da Buscetta, e capace di rapporti strettissimi con esponenti della società civile. Si tenta di rimettere in piedi i ponti tagliati dai corleonesi di Riina con l’altra sponda dell’oceano, e per farlo   ci si rivolge ad esperti in investimenti finanziari.

Dalle indagini di qualche anno fa era emerso un contrasto tra i boss palermitani Rotolo e Lo Piccolo sull’opportunità di consentire il ritorno in città ai cosiddetti “perdenti”. Il primo era contrario, il secondo favorevole. L’indagine su Liga sembra confermare quelle acquisizioni investigative…
Non è certo un caso che Liga sia vicino a Lo Piccolo. E, ma questa è una mia ipotesi, io penso che fosse proprio il professionista, e non Lo Piccolo, ad elaborare le nuove strategie di Cosa Nostra. Del resto c’è un pentito, Isidoro Cracolici, che lo definisce “la mente finanziaria”.

Sessanta anni, da trenta leader del movimento cristiano dei lavoratori, sedicente, in un’intervista, protagonista del movimento dei cattolici del dissenso, schierato negli anni ’80 contro la dc di Salvo Lima ritenuta contigua a Cosa Nostra, Liga ha attraversato decenni di vita cittadina in un movimento che promuove principi e valori agli antipodi di Cosa Nostra. E nessuno si è mai accorto di nulla. Come spiegare questo processo di mimetizzazione così riuscito?
Intanto Liga ha vissuto tutte le stagioni della democrazia cristiana, compresa quella di una sua vicinanza a Lima. Il suo appare un modo di essere cristiano sui generis, ma non mi stupisce la capacità di infiltrazione di organismi che hanno nel loro oggetto sociale la difesa di valori e principi lontani anni luce da quelli mafiosi. Penso ad alcune rivelazioni del pentito Campa-nella sui tentativi di infiltrare organismi antimafia. Diciamo che c’è un modo molto meno ideologico, tra virgolette, e più pragmatico dei mafiosi di affrontare le questioni che via via si pongono. Un esempio sono le condotte processuali nuove, con la citazione, per discolparsi, di dichiarazioni di questo o quel collaboratore di giustizia. Una volta sarebbe stato impensabile.

Si utilizzano, insomma, mezzi e strumenti a disposizione nella societa’ civile…
Si, Cosa Nostra è sempre meno un mondo a parte e sempre più integrato nel tessuto sociale ed economico del nostro Paese.

Ed è per questa ragione, secondo lei, che nessuno si è accorto del ruolo dell’architetto   Liga, a cominciare dall’ordine degli architetti che dopo le prime notizie pubblicate dai giornali non ha adottato alcun provvedimento cautelare?
C’è sempre tempo per gli ordini professionali per fare un passo avanti verso la legalità.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2010)

Zitto e mena

Fonte: Zitto e mena.

Lo so che è bizzarro, almeno in Italia. Ma chi scrive, fra guardie e ladri, ha sempre scelto le guardie, convinto che la magistratura e le forze dell’ordine abbiano sempre ragione fino a prova contraria. Il guaio è che, sempre più spesso, dalle forze dell’ordine giungono prove contrarie. I casi di detenuti o fermati massacrati di botte, morti in circostanze misteriose coperti di lividi, come i casi di contestatori prelevati e trascinati lontano da manifestazioni del centrodestra per aver osato contestare civilmente o sventolare cartelli critici, fanno temere che qualcosa di spiacevole stia accadendo fra i “tutori della legge”. E le reazioni prudenti, ai limiti della reticenza, dei vertici lasciano la sgradevole sensazione che non si tratti di casi isolati, delle solite mele marce. La sensazione diventa qualcosa di più concreto quando si legge che il capo della Polizia, Antonio Manganelli, vuole cacciare il vicequestore Gioacchino Genchi, esperto informatico al servizio di Procure e Tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992.

L’anno scorso Manganelli aveva sospeso Genchi per aver risposto su Facebook a un giornalista che gli dava del bugiardo; e l’aveva risospeso per avere financo rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente: condotte “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e “nocive per l’immagine della Polizia”. Ora ha disposto la terza sospensione, che porterà automaticamente alla destituzione dopo 25 anni di onorato servizio (sempreché il Tar non accolga i ricorsi di Genchi), peraltro preannunciata dal settimanale berlusconiano Panorama e sollecitata dall’apposito Gasparri (“Se il capo della Polizia Manganelli si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”). Senza dimenticare la violenta campagna scatenata da Libero contro il pm romano Di Leo che ha affidato a Genchi una consulenza sulla truffa Fastweb-Di Girolamo, mentre la stessa Procura indaga su di lui (per iniziativa dell’indimenticabile Achille Toro). Stavolta il peccato mortale di Genchi è aver accettato di intervenire al congresso Idv, come se un poliziotto, per giunta sospeso, fosse un libero cittadino con libertà di parola. Curiosamente la sanzione gli è stata notificata un mese dopo il congresso, il 22 marzo, proprio un giorno prima che Genchi riprendesse servizio. E proprio mentre il Pdl cannoneggiava la Polizia per aver osato smentire il mirabolante dato sul milione di manifestanti in piazza San Giovanni: meglio non sollevare altre polemiche consentendo a Genchi di rientrare in servizio il 23 marzo. E pazienza se il vicequestore, per 25 anni, ha sempre ottenuto un punto in più del massimo nelle valutazioni di merito per le sue “eccezionali doti morali” e le capacità operative. E pazienza se la Polizia non sospende nemmeno i suoi uomini condannati in primo grado per stupro e omicidio. E pazienza se tutti i poliziotti condannati in primo e/o secondo grado per le violenze e le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001, o per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli sono rimasti in servizio, e in alcuni casi han fatto addirittura carriera. Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni in primo grado per la mattanza alla Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a 2 anni in primo grado, è al vertice della Direzione Centrale Antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per le sevizie a Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Evidentemente le loro condotte non erano “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e la loro permanenza in servizio non è “nociva per l’immagine della Polizia”. Mica hanno scritto su Facebook o parlato a un congresso.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2010)

Sotto attacco. Terza sospensione per Gioacchino Genchi

Ma che indecenza, ribelliamoci a questo governo piduista!

Solidarietà a Gioacchino Genchi!

Fonte: Sotto attacco. Terza sospensione per Gioacchino Genchi e Legittima difesa: Altra sospensione dalla Polizia. I ‘poteri forti’ hanno deciso di farmi fuori.

Ora la sospensione rischia di diventare definitiva. E il vicequestore Gioacchino Genchi di essere cacciato dalla Polizia. Lo scorso 22 marzo, un giorno prima di rientrare in servizio, il consulente di Procure e Tribunali di mezza Italia ha ricevuto da Antonio Manganelli la terza sanzione: questa volta con “l’infamante accusa” di aver partecipato al congresso dell’Italia dei Valori, al quale era stato invitato un mese fa. Motivazione, non c’è che dire, perfettamente in linea con i due precedenti provvedimenti di sospensione: il primo per aver risposto su Facebook alle critiche di un giornalista di Panorama che gli dava del “bugiardo”, il secondo per aver rilasciato un’intervista al giornalista Pietro Orsatti, nella quale raccontava il suo lavoro da consulente.
Se il Tar non dovesse accogliere i suoi ricorsi la destituzione dall’incarico, questa volta, sarebbe automatica. E Gioacchino Genchi – già consulente di Giovanni Falcone, dei magistrati che indagarono sulle stragi del ’92 e di molti altri che hanno svolto e svolgono le inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni – sarebbe costretto a lasciare la Polizia dopo 25 anni di onorato servizio. Mentre in quello stesso servizio continueranno a rimanere poliziotti che al loro attivo hanno pesanti condanne, persino di omicidio, cosa che evidentemente, per il capo Manganelli non sono ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni”.

Qualche giorno fa, il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, aveva lanciato un messaggio ad Antonio Manganelli: “Se il capo della Polizia si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”. E sarà un caso che la sanzione è arrivata dopo il contributo di Genchi all’inchiesta “Phuncards-Broker”, che ha coinvolto, tra gli altri, i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle insieme al (ex) senatore Di Girolamo.
Per l’occasione Libero non aveva mancato di attaccare il pm Romano Di Leo, che si era permesso di affidare la consulenza proprio a Genchi, mentre la procura capitolina stava indagando su di lui, con un’inchiesta avviata dall’allora procuratore aggiunto Achille Toro.
Lo stesso Toro che insieme al collega Nello Rossi, aveva fatto sottrarre l’intero archivio al perito informatico con un provvedimento illecito e si era rifiutato di restituirlo, con un atto di vera e propria eversione giudiziaria, quando il Tribunale del Riesame glielo aveva ordinato.
Lo stesso Toro che di recente è stato costretto a dimettersi perché sospettato di fuga di notizie, favoreggiamento e corruzione. Indagato nell’inchiesta sulle Grandi Opere che ha visto il coinvolgimento di soggetti ai vertici delle istituzioni, compreso il capo della protezione civile Bertolaso.
Nel dare la notizia su Facebook Gioacchino Genchi si è detto determinato a proseguire la sua battaglia. “La mia coscienza e la solidarietà degli italiani onesti  – ha scritto – mi impongono di resistere per quella che non è una ‘vicenda personale’, ma uno degli attacchi più gravi allo stato di diritto”.

Monica Centofante (ANTIMAFIADuemila, 25 marzo 2010)

La redazioni di ANTIMAFIADuemila e di 19luglio1992.com rinnovano a Gioacchino Genchi tutto l’affetto, la solidarietà e il sostegno.

Un omicidio e un atto terroristico: la mafia sta trattando?

Fonte: Un omicidio e un atto terroristico: la mafia sta trattando?.

L’assassinio di Fragalà, il Lambro e l’ipotesi di una strategia

Certi silenzi parlano più delle parole. E parlano, ai miei occhi almeno, gli inquietanti silenzi su due gravissimi fatti recenti: l’assassinio, a Palermo, dell’avvocato Enzo Fragalà; l’inquinamento doloso, in Lombardia, del fiume Lambro. In apparenza due fatti del tutto lontani e incomunicabili. Ma che potrebbero anche non esserlo. Sicuramente si tratta di due fatti anomali accaduti in contemporanea. Nel primo caso è stato ammazzato davanti al suo studio un avvocato che si è storicamente distinto per avere tutelato in sede legale i boss mafiosi. Che è stato tra i loro difensori più in vista nel maxiprocesso degli anni Ottanta. E che è poi stato eletto in Parlamento, dove è rimasto per numerose legislature. Nel suo caso l’anomalia balza subito agli occhi. Ucciso una sera davanti al portone del suo studio da un energumeno isolato e munito, così ci è stato raccontato, di casco e di bastone. Ma da quando a Palermo si uccide con un bastone? Forse la città non si è distinta nella sua storia per la facilità con cui i conti vi vengono regolati con le armi da fuoco, si tratti di fatti pubblici o (anche) di fatti privati? O davvero si può credere che ci si presenti a uccidere un personaggio famoso da soli e armati solo di un randello, con il rischio, fra l’altro, che la vittima designata riesca a scappare, a premere un tasto o che passi qualcuno d’improvviso? E soprattutto: ma quale individuo isolato ucciderebbe a Palermo un legale dei clan?

Si è fatta l’ipotesi di un pazzo omicida. Certo. Solo che l’avvocato Fragalà era stato indicato come uno dei possibili bersagli di Cosa Nostra ai tempi del celebre striscione esposto allo stadio della Favorita, quello in cui Berlusconi veniva invitato a ricordarsi della Sicilia riferendosi al 41-bis, ossia al carcere duro, vera ossessione dei clan. Solo che il tema del carcere duro continua a tornare come un martello anche nelle sedi processuali. Solo che le promesse non mantenute e il preteso scarso impegno degli avvocati in Parlamento sono stati oggetto di ripetute e pubbliche lamentele nonché di allusive minacce da parte dei boss, di cui si trova conferma anche in qualche narrazione dei collaboratori di giustizia. Se poi Fragalà davvero stava assistendo alcuni imprenditori in via di dissociazione da Cosa Nostra, questo non ha potuto che esporlo ancora di più. Un messaggio di sangue, dunque. Il più volte temuto messaggio a una classe forense ritenuta contigua o più organica alla difesa dei boss in sede giudiziaria. Questo potrebbe essere l’assassinio di Fragalà.

E questa consapevolezza intuitiva è sembrata affiorare nelle dichiarazioni e soprattutto nelle mezze frasi corse qualche giorno dopo, durante l’assemblea dei legali al Palazzo di Giustizia palermitano. Come se si fosse ricevuto il segno di un’impazienza giunta all’ultimo stadio, e che la decisione di mandare all’asta i beni confiscati alla mafia non è bastata a sedare. E che, evidentemente, non bastano a sedare le generosissime falle amministrative che vengono ovunque denunciate nella gestione del 41-bis (ultimi, i liberi convegni in carcere tra i boss Graviano e Schiavone). Soprattutto, forse, di fronte ai ripetuti successi di magistrati e forze dell’ordine nella cattura dei latitanti. D’accordo, potrà dire qualcuno: ma che c’entra il Lambro? In effetti. Può darsi nulla. Ma può darsi molto. Il fatto è che a 1500 chilometri di distanza da Palermo, nella Lombardia dove batte il cuore del potere politico a cui i boss indirizzano da tempo le proprie richieste, è stata provocata una catastrofe ambientale. Non è stato incidente, questo è appurato. Bensì sabotaggio, vero e proprio atto di terrorismo ecologico. I cui danni sarebbero potuti essere immensi e coinvolgere in modo ancor più disastroso il Po e la sua pianura.

Sabotaggio professionale, ci è stato detto. Un atto di terrorismo che ha tutta l’aria di essere stato dimostrativo o punitivo o le due cose insieme. Indirizzato contro qualche interesse locale o contro interessi più ampi? La logica (che non sempre si riflette nei comportamenti umani, questo è vero) suggerisce che l’atto sia stato indirizzato consapevolmente contro la collettività. Un po’ come gli atti di terrorismo compiuti contro il patrimonio artistico. L’assassinio di Fragalà e l’attentato al Lambro-Po sono fatti assolutamente anomali. E quindi non facilmente leggibili dall’opinione pubblica. Dunque, in sé, perfettamente funzionali a un eventuale desiderio di irriconoscibilità da parte degli autori. Che è senz’altro in questo momento (vogliamo ipotizzarlo?) il desiderio di Cosa Nostra. La sua presenza sotto traccia sta scritta nel patto che l’ha traghettata nella Seconda Repubblica.

E d’altronde essa sa perfettamente che per ottenere gli agognati benefici legislativi e amministrativi non può esibire tracotanza delittuosa. Ha imparato che dopo gli scoppi di aggressività criminale lo Stato è costretto a contrastarla di più, a non concederle più niente. Deve usare modalità mascherate e il meno sanguinarie possibili. Assassinio di Fragalà e attentato terroristico, per le forme in cui sono avvenuti, avrebbero dunque i requisiti ideali per minacciare selettivamente. Non il paese, ma chi può e deve capire. E purtroppo i silenzi clamorosi non aiutano a stare tranquilli. Perché, ad esempio, il ministro Alfano, che – oltre a governare la Giustizia – bene conosce la Sicilia, ha detto e mai più ridetto che stanno tornando i tempi più bui? Perché si levano allarmi e grida continue contro i clandestini e ogni più piccolo attacco alla nostra sicurezza ed è passato invece nel più gelido silenzio governativo un terribile atto di terrorismo? Siamo davanti alla coincidenza (possibile) di due fatti separati o a qualcosa che sa di strategia e di trattativa?

Fonte: il Fatto Quotidiano (Nando Dalla Chiesa, 25 marzo 2010)

Antimafia Duemila – Il rapporto dell’Onu che da ragione a Ilaria Alpi a 16 anni dalla morte

Fonte: Antimafia Duemila – Il rapporto dell’Onu che da ragione a Ilaria Alpi a 16 anni dalla morte.

“Gli sforzi per riportare la pace e la sicurezza in Somalia sono minati in maniera determinante da una corrosiva economia di guerra che corrompe ed indebolisce le istituzioni statali”.
É questo uno dei passaggi cruciali dell’ultimo rapporto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Paese del Corno d’Africa. Pirateria, traffico d’armi, industria dei rapimenti, mercato dei visti per l’Occidente, ma anche l’utilizzo degli aiuti umanitari per finanziare la guerriglia islamista sono fra le componenti più perniciose dell’economia parallela di uno Stato senza Stato in guerra con se stesso dal dicembre 1990.

Economia di guerra che ha reso miliardari un gruppo ristretto di uomini d’affari somali, alcuni dei quali con legami ben saldi con l’Italia e che utilizzano uno schema rodato sul quale indagava Ilaria Alpi prima di essere uccisa 16 anni fa: usare i soldi della cooperazione per comprare armi e sostenere la guerriglia.

Il rapporto del Monitoring Group sulla Somalia non è piaciuto a nessuno. Non è andato a genio perché il suo relatore, il canadese Matt Bryden, ha esposto in maniera eloquente una realtà che era da anni sotto gli occhi di tutti. Se il traffico d’armi, la pirateria – mercoledì è stato ucciso il primo pirata da una compagnia di sicurezza privata – ed i rapimenti sono una triste consuetudine, meno lo è l’idea che la macchina degli aiuti umanitari finanziata dal contribuente globale – solo per la Somalia si spendono 850 milioni di dollari ogni anno – serva ad arricchire un ristretto gruppo di individui che rivendono il cibo sui mercati locali senza farlo arrivare ai più bisognosi e che, con quei proventi, finanziano il fondamentalismo terrorista. “Il Programma Alimentare Mondiale (Pam) e il gruppo di Eel Ma’aan” è il titolo del paragrafo dedicato alle gesta di quello che è stato definito dalle Nazioni Unite “un cartello di contractors somali”. Ne fanno parte Abukar Omar Addani, Abdulqadir Mohamed Nur detto “Enow” e Mohamed Deylaaf. Addani è un anziano signore su una sedia a rotelle con la barba rossa tipica dei vecchi somali. Il suo aspetto non deve trarre in inganno. Nel 2006 fu lui uno dei principali finanziatori dell’ascesa su Mogadiscio dei Tribunali delle Corti Islamiche. Quando gli etiopi entrarono in Somalia nel dicembre di quell’anno, Abukar Omar Addani fuggì alla volta del Kenya con le valigie piene di dollari. Arrestato alla frontiera per immigrazione clandestina, fu messo in un carcere comune per essere processato. Alla sua udienza nel gennaio del 2007 entrò in aula sputando sui giornalisti accorsi in massa a vedere una delle eminenze grigie del fondamentalismo somalo. Ad aspettarlo in aula c’era anche il suo socio, Abdulqadir Mohamed Nur detto “Enow”.

“Enow” gestisce anch’egli il porto di Eel Ma’an con una milizia stimata di duemila uomini. Abdulqadir Mohamed Nur utilizzava una società di trasporti nominata Deeqa per ottenere   gli appalti del Programma Alimentare Mondiale. Sua moglie, Khadijia Ossoble Ali, invece, usava un’organizzazione non governativa che fungeva da partner dell’Onu. Il meccanismo era semplice: il marito trasportava, la moglie distribuiva. Soltanto che, secondo il rapporto Onu, almeno la metà degli aiuti non arrivava mai a destinazione. Il risultato è che non solo il cartello gestiva 200 milioni di dollari in aiuti (cifra del 2009), ma che lucrava anche sulla parte non consegnata che era poi rivenduta sui mercati locali.

C’è poi la storia del porto di Eel Ma’ann. L’approdo fu costruito nella prima metà degli anni ’90 da Giancarlo Marocchino, il faccendiere italiano primo sulla scena nel delitto Alpi-Hrovatin e finito nel mirino per traffico d’armi e rifiuti verso la Somalia. Marocchino voleva costruire le banchine con dei container cementati pieni zeppi di rifiuti tossico-radioattivi. Quando il faccendiere lasciò la Somalia – caso vuole che anch’egli gestisse il trasporto degli aiuti del Pam – il molo fu preso in gestione nel 1999 da Enow e Addani. Per la cronaca, l’avvocato di Enow in Italia è l’ex parlamentare del Msi, Stefano Menicacci: lo stesso di Giancarlo Marocchino. Proprio il binomio armi-rifiuti-aiuti della cooperazione era una delle piste su cui lavorava Ilaria Alpi prima di essere uccisa con l’operatore Miran Hrovatin il 20 Marzo del 1994 a Mogadiscio. A pagare quel duplice omicidio un capro espiatorio portato con l’inganno in Italia: Hashi Omar Hassan. Oggi però il processo sull’omicidio Alpi-Hrovatin potrebbe essere ad una svolta. Il 17 Marzo scorso il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura e disposto l’imputazione coatta per calunnia nei confronti del teste chiave dell’accusa responsabile della condanna definitiva a 26 anni di carcere del somalo Hashi Omar Hassan. “Questa è l’anticamera per la revisione del processo”, ha detto il suo avvocato Douglas Duale. Hashi è stato l’agnello sacrificale necessario a chiudere le indagini sui reali motivi e sui mandanti dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Tratto da: Il Fatto quotidiano

Nucleare: fantasia o realtà?

Ai lettori il giudizio:

una centrale nucleare a due passi da casa tua

Blog di Beppe Grillo – L’Italia liberata dalla CIA e dalla mafia

Blog di Beppe Grillo – L’Italia liberata dalla CIA e dalla mafia.

I preparativi per l’Unità d’Italia fervono. 150 anni e non li dimostra. Sembra ieri che i francesi ci liberavano a Solferino e che l’esercito sabaudo massacrava decine di migliaia di meridionali. La vera Storia d’Italia non è mai stata scritta. Appartiene a qualche libro, qualche rara testimonianza. L’Italia è un problema metafisico irrisolto. Cos’è? Perché esiste? Da dove viene?Dove sta andando? Il blog inizia da oggi a cercare di dare una risposta. Nicola Biondo ci ricorda che siamo stati liberati dalla CIA e dalla mafia.

1943: Cosa Nostra si fa Stato
Sono Nicola Biondo, sono un giornalista freelance, con Sigfrido Ranucci per Chiare Lettere abbiamo scritto un libro che si intitola “Il patto” abbiamo indagato la trattativa tra Stato e mafia e analizzato i documenti che ci raccontano, come, questa trattativa partita nel 1992/1993 abbia le radici ben piantate nel passato, in quel passato che ha visto gli americani rivolgersi a Cosa Nostra per lo sbarco in Sicilia nel 1943 e che ha consentito a Cosa Nostra di farsi Stato..

Tutto ciò è avvenuto sotto la diretta responsabilità dei servizi segretari americani, dell’Oss, della Cia e ha consentito a Cosa Nostra di diventare quell’esercito della violenza che fino ai giorni nostri può imporre trattative o può scatenare una guerra.
Uno degli argomenti principali per capire com’è stato mai possibile che la banda criminale Cosa Nostra sia diventata così potente nel nostro Paese, abbia conquistato uomini e cose in una porzione molto grande del territorio a sud e abbia iniziato a investire già dalla fine anni 50, primi anni 60 al nord, è capire come mai e com’è stato possibile che Cosa Nostra si sia fatta Stato. E’ una storia che dobbiamo riprendere dal 1941, quando nella cella di uno dei più grandi boss di mafia, Lucky Luciano, a poche decine di chilometri da New York, il boss riceve alcuni ufficiali della marina statunitense. Cosa volevano quegli ufficiali? Volevano che il boss li aiutasse a fare piazza pulita delle spie naziste nel porto di New York. Lucky Luciano riesce non soltanto a prometterlo, ma lo mette in pratica, fa scoprire attraverso i suoi uomini le spie di Hitler nel porto, da lì parte questa storia innominabile anche se ormai conosciuta, la storia incredibile dei rapporti tra i servizi segreti americani e Cosa Nostra. A partire da lì si stringe questo rapporto e attraverso Lucky Luciano e i suoi agganci in Sicilia gli Stati Uniti ottengono le informazioni per operare nel 1943 lo sbarco in Sicilia.
E’ subito dopo lo sbarco in Sicilia che Cosa Nostra si fa Stato, con lo sbarco americano i boss mafiosi diventano amministratori dell’ordine pubblico, alcuni addirittura sindaci, è il vecchio sogno di Cosa Nostra di avere non solo un proprio esercito, ma di dettare legge, lo sbarco americano, l’amministrazione americana lo garantisce. A capo della sezione Italia dell’Oss che poi diventerà la Cia c’è un ragazzo di 27 anni, si chiama James Angleton, quest’ultimo mette in piedi all’interno della sezione Italia, un ristretto nucleo di persone, una dozzina al massimo. Nei documenti ufficiali questo nucleo di persone, che si occuperà solo e esclusivamente della Sicilia, verrà chiamato il cerchio della mafia.
A questo gruppo di 007 che si occupano della Sicilia, si aggiungono anche dei giovani in gamba siciliani, tra questi c’è un nome che ricorrerà poi per altri 40 anni, quello di Michele Sindoma.
In cosa consiste davvero la presenza degli americani in Sicilia? C’è un’informativa, un report dal titolo emblematico: “La mafia combatte il crimine”. Cosa Nostra diventa l’esercito di occupazione, insieme con gli americani, che gestisce l’ordine pubblico, che deve evitare che le masse contadine potessero invadere e fare a pezzi il latifondo, ma la Sicilia non è soltanto una colonna portante nella politica estera, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, è un avamposto dal quale si controlla l’intero Mediterraneo L’Intelligence americana capisce che c’è già un’altra guerra da combattere e è quella contro il comunismo sovietico.


Mafia e neofascismo. Portella delle Ginestre
La saldatura tra uomini di Cosa Nostra a cui viene demandato il compito di controllo sociale, di controllo territoriale, vede l’entrata di un ulteriore segmento di potere, è quello incarnato da alcuni elementi dal neofascismo che seppur sconfitto, come la mafia, viene assoldato in chiave anticomunista, simbolo di questo terzo lato, di questa santa alleanza mafia – servizi americani, è la figura di Juan Valerio Borghese che infatti viene salvato dalla fucilazione da parte dei partigiani da alcuni ufficiali americani.


Insieme con i capi mafia, con le spie americane, con elementi del neofascismo italiano, un altro uomo simbolo di questa santa alleanza è bandito Salvatore Giuliano, la santa alleanza si manifesta in tutto il suo orrore il primo maggio 1947, a Portella delle Ginestre, un commando composto da mafiosi, spie, neofascisti, spara sulla folla che festeggia il primo maggio, la festa del lavoro, tutto ciò accade a poca distanza dalle elezioni regionali che avevano visto il trionfo del blocco popolare di sinistra, il bilancio è di 14 morti e di decine di feriti.
La mafia finisce così assoldata in una sorta di guerra civile contro il latifondo, il voto popolare, la miseria, e Salvatore Giuliano lo si potrebbe definire come un nome collettivo dietro il quale si nascondono strategie, sigle e personaggi lontani anni luce dai volti truci dei mafiosi.
Dietro Giuliano c’è una cerchia di personaggi che vagheggiano una Sicilia nazione autonoma o uno Stato federato agli Stati Uniti, ma soprattutto c’è un progetto preciso, studiato a tavolino dei documenti dell’Oss e poi della Cia, verrà chiamato: “Piano X” che prevede l’assistenza, il finanziamento e l’armamento di movimento anticomunisti, di chiara matrice fascista, affinché promuovano tutte quelle azioni di sabotaggio, di guerriglia e di disturbo, da attribuire al fronte popolare composto da comunisti e socialisti.
Il quadro di questa Santa alleanza viene completato dall’alta borghesia siciliana, da quella nobiltà nera che con l’avvento della Repubblica e delle riforme sociali, non ha alcuna intenzione di perdere il proprio potere.
Ci sono in particolare due esponenti dell’alba borghesia siciliana che raccontano perfettamente questa storia, uno è il principe Giovanni Alliata di Monte Reale, un massone, un fascista e che in seguito verrà coinvolto nello scandalo della loggia P2, secondo alcune testimonianze questo principe sarebbe uno degli ideatori della strage di Portella delle Ginestre, finirà poi in seguito coinvolto anche nei tentativi di golpe avvenuti negli anni 70, ci ritroviamo davanti, come dice il Giudice Roberto Scarpinato, a una lupara proletaria e un cervello borghese.
Un altro importante nome è quello di Vito Guarrasi, il vero dominus della vita politica e economica siciliana per quasi 50 anni, una foto lo immortala nel 1943, appena ventinovenne alla firma dell’armistizio tra Italia e Stati Uniti, a volerlo lì è un importante generale, il generale Castellano, uno degli architetti di quella santa alleanza tra spie, mafia e neofascisti. Molti anni più tardi l’avvocato Guarrasi ammetterà di essere stato in stretti rapporti di stima per ragioni di servizio proprio con l’Oss e poi con la Cia, era una spia.
In quegli anni sono tantissimi i rapporti che indicano come uno degli strumenti usati dalle classi dirigenti italiane e siciliane era la carta del Movimento separatista, una sorta di lega del sud che oggi stiamo rivedendo nel panorama politico, la manovalanza usata a Portella delle Ginestre, viene però presto sacrificata. Giuliano muore in seguito a una trattativa tra la mafia e i Carabinieri che mettono in scena una fiction degna di una serie televisiva, un conflitto a fuoco, assolutamente inesistente in cui il bndito, Salvatore Giuliano assurto come il nemico pubblico N. 1 in Italia, sarebbe stato ucciso, ma non è così!
La storia inventata di un conflitto a fuoco in cui Salvatore Giuliano avrebbe trovato la morte, viene scoperta da un eccezionale giornalista, Tommaso Besozzi, che manda in frantumi la versione ufficiale e scrive un articolo dal titolo chiarissimo, definitivo: “Di sicuro c’è solo che è morto”, di sicuro oggi sappiamo che Salvatore Giuliano è stato tradito, ucciso nel suo letto e portato su un set, dove è stata allestita la sua morte, un conflitto a fuoco inesistente. Aa tradire Giuliano è un suo cugino, Gaspare Pisciotta, che di lì a poco, terrorizzato per i segreti di questo accordo tra lo Stato e Cosa Nostra, deciderà di raccontare tutto al processo per la strage di Portella. Dice Pisciotta una frase che forse è ancora molto, molto attuale: “Banditi, Polizia e mafia sono un corpo solo come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
Il 9 febbraio 1954 a Gaspare Pisciotta verrà servito un caffè avvelenato e morirà in carcere. E’ da allora, scriverà qualche anno dopo Leonardo Sciascia, che l’Italia diventa un Paese senza verità, anzi viene fuori una regola, che nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti criminali, delittuosi in cui ci sia minimamente attinenza con la gestione del potere.
Questa lunga storia che odora di morte, miseria e violenza, questa santa alleanza, non è altro che il frutto avvelenato della guerra al nazifascismo, Portella delle Ginestre è il primo atto terroristico che secondo gli storici fonda la Prima Repubblica, e come la Prima Repubblica è stata fondata sul sangue versato a Portella, la seconda Repubblica nasce sul sangue versato a Capaci e a Via d’Amelio

Gli Stati Uniti e l’Italia
Questa lunga storia di mafia, di colletti bianchi, di spioni e di servizi segreti, la ritroveremo come una costante in tutti i delitti di mafia e in molti atti di terrorismo politico avvenuti in Italia a partire dal 12 dicembre 1969, dalla strage di Piazza Fontana. E’ assolutamente innegabile l’influenza che gli Stati Uniti hanno avuto nelle scelte politiche, sociali e economiche di questo Paese.

è noto che noi abbiamo in Italia moltissime basi americane, al cui interno sono celati ordigni nucleari, noi siamo una sorta di portaerei americana nel cuore del Mediterraneo. E’ passato abbastanza tempo per poter affermare che vi furono pesanti interventi degli Stati Uniti nella vita politica italiana, il primo è quello per le elezioni del 1948, nel 1949 l’Italia fu il primo Paese che usciva sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale a ricostruire i suoi servizi segreti e fu reso possibile su impulso americano, gli americani per tutti gli anni 50 chiesero costantemente ai governi italiani di mettere fuori legge i partiti della sinistra, il PCI e il PSI. Addirittura furono approvate alcune leggi che però non furono mai fino in fondo messe in pratica, una su tutte, anche molto divertente, del 1953 vietata lo strillonaggio dei giornali, quindi i ragazzini che vendevano giornali per esempio di sinistra non potevano annunciare il titolo del giornale nelle vie e nelle piazze. Vii fu un fortissimo controllo da parte degli americani, soprattutto delle zone di confine, in maniera particolare il confine orientale su Trieste e in Friuli. Vi è stato, e probabilmente vi è tutt’ora, un fortissimo controllo sul sistema delle telecomunicazioni.
Il caso più eclatante di coinvolgimento degli americani nelle vicende italiane è sicuramente stato il caso Mattei, la morte di Ernico Mattei che era il capo dell’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi, che consentiva all’Italia l’approvvigionamento di materie prime, di petrolio, anche quella è ormai una storia che possiamo raccontare.
Enrico Mattei e la sua politica espansionista nella ricerca di materie prime a favore dell’Italia, non era assolutamente vista di buon occhio dagli americani, non potevano consentire che Mattei non solo stringesse accordi con i Paesi del Medio Oriente o che potesse stringere accordi addirittura con l’Unione Sovietica, ma che si espandesse anche in zone come l’Indonesia che era il giardino di casa del dominio americano.
Enrico Mattei muore in un attentato. La giustizia dei tribunali ha provato a portare in aula il caso Mattei, con certezza possiamo dire che in quell’attentato, l’aereo di Mattei fu sabotato, ebbero un ruolo di manovalanza proprio alcuni uomini di Cosa Nostra, l’aereo di Mattei infatti partiva da Catania e doveva atterrare a Milano.
Non sarebbe corretto dire che tutto quello che è successo in Italia, nel bene o nel male, sia stato causato dall’influenza americana. Possiamo dire invece, con buona certezza, che gli americani hanno a un certo punto accettato l’anomalia di un Paese che aveva una forte opposizione comunista e socialista e, allo stesso tempo, un governo come quello della Democrazia Cristiana, che era sì alleato agli Stati Uniti, ma culturalmente molto lontano dal mondo anglosassone e quindi protestante, mentre la Democrazia Cristiana aveva un legame fortissime con l’oltre Tevere, con Città del Vaticano, con la chiesa cattolica. L’anomalia italiana fu accettata solo nella misura in cui l’Italia non avesse voluto diventare una potenza nello scacchiere mondiale, finché si fosse accontentata di essere una potenza a medio raggio si potevano accettare una serie di anomalie. Questo è visibile proprio nella politica energetica di Mattei e poi negli scontri, anche molto duri, che l’Amministrazione americana ha avuto con i governi italiani quando negli anni 70 e 80 i governi italiani hanno direttamente trattato con i Paesi mediorientali per il petrolio. L’orgoglio nazionale di questo Paese viene fuori soltanto quando si tratta della nazionale di calcio e del petrolio.
Senza alcun dubbio vi sono state e vi sono tutt’ora cessioni di quote di sovranità nazionale a favore dell’alleato americano e questo è visibile nel soltanto nel campo militare o nel campo politico, ma è stato anche nel campo scientifico, nella chimica, nella ricerca atomica. Ciò di cui tanto si parla, la fuga dei cervelli dalle università, dalle aziende italiane, è un problema che data agli anni 50. Questo paese è stato terra di conquista, non solo terra di confine, ma soprattutto terra di conquiste per i migliori brevetti italiani come quello della plastica che è stato brevettato in Italia, la plastica fine, quella che usiamo tutti i giorni in casa.
Gli Stati Uniti in un certo senso hanno fatto campagna acquisti in questi campi, nel campo della ricerca scientifica, per esempio nel campo dell’industria, spesso e volentieri rendendo più povero questo Paese.

Le stragi e i tentativi di golpe
Però va anche detto questo, si è spesso parlato del fatto che strutture spionistiche, militari americane abbiano avuto un ruolo nella storia delle stragi italiane, nella storia della strategia della tensione, anche su questo vanno dette delle parole definitive di chiarezza, Ordine nuovo, gruppo terroristico di matrice fascista, resosi responsabile di una serie di atti terroristici in Italia, a partire da Piazza Fontana, ma anche prima e anche dopo, non aveva rapporti diretti con strutture di intelligence americane, gli americani non li pagavano per mettere le bombe, gli americani avevano dei propri uomini all’interno di Ordine nuovo,

esponenti di Ordine nuovo erano fonti degli americani, uno in particolare era un’antenna informativa degli americani e nello stesso tempo l’artificiere di Ordine nuovo, è probabilmente l’uomo che ha confezionato la bomba di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969. Va anche detto che dare responsabilità che non sono emerse giudiziariamente agli americani nel periodo delle stragi, significa anche minimizzare il ruolo di una certa classe dirigente in Italia.
Non possiamo dimenticare che sia la storia di Cosa Nostra, sia la storia di alcuni gruppi terroristici di estrema destra in Italia, quelli che hanno messo tecnicamente e fisicamente le bombe nelle banche, nelle stazioni, è una storia che riguarda le classi dirigenti, il potere di questo Paese. Abbiamo avuto esponenti, troppi, tanti esponenti della classe dirigente italiana che erano pronti a un bagno di sangue e l’hanno messo in pratica, con Piazza Fontana, con Piazza della Loggia, con Bologna, con i tentativi di golpe, anche sui tentativi di golpe va detta una parola di chiarezza. Gli Stati Uniti erano sicuramente a conoscenza, per esempio, del golpe Borghese che avrebbe visto la partecipazione di alcuni importanti uomini di Cosa Nostra. In quel caso la Santa Alleanza che si manifesta a Portella delle Ginestre, la stessa uguale Santa Alleanza si è manifestata con il tentativo del Golpe Borghese.

Le spie americane
Ci sono due casi famosi di spie americane che hanno lavorato in Italia: uno è un caso che ha contorni divertenti, è quello di Ronald Stark che ha una biografia da storia del rock, in effetti Ronald Stark nasce nel mondo del rock psichedelico californiano, si dice che era un caro amico di Jim Morrison. Ronald Stark è anche un grande commerciante di pasticche di Lsd negli anni 60 in tutta la California e poi in Europa.

Stark con questo curriculum di tutto rispetto viene assoldato dalla Cia per una serie di operazioni, una in particolare si chiama operazione Blue Moon che si è realizzata proprio nei confini statunitensi per distruggere la protesta che montava dai campus universitari americani, la protesta contro la guerra nel Vietnam, la Cia decide di finanziare la produzione di milioni e milioni di pasticche di Lsd da immettere nel mercato, sembra fantascienza, ma la storia la raccontano gli stessi documenti della Cia.
Ronald Stark nella prima metà degli anni 70, si trasferisce in Italia, ha dei contatti incredibili, per esempio con il capo del Servizio Segreto Militare Vito Miceli, con Salvo Lima, il pro console andreottiano, è l’uomo di cerniera tra mafia e politica in Sicilia. Viene arrestato per trasferimento di stupefacenti, in carcere entra in contatto con i fondatori delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini, a cui dà una serie di dritte per procurarsi delle armi in alcuni campi di addestramento in Medio Oriente, una storia assolutamente da romanzo. Ronald Stark viene interrogato dai magistrati italiani, questi ultimi gli chiedono chiaramente se lui è della Cia, se lui è una spia americana e lui in maniera assolutamente serafica, ve lo potete immaginare come un classico hippy, capelli lunghi, orecchino e sguardo un po’ allucinato, dice: c’è una legge in America che punisce le spie che ammettono di essere delle spie e si chiude nel suo assoluto silenzio.
Scontati alcuni mesi di pena in carcere viene fatto uscire con uno stratagemma giuridico, portato alla base americana di Camp Derby in Toscana e da lì scompare. e’ stato fatto qualche anno fa un funerale a Ronald Stark, ma secondo alcuni rapporti dei servizi quella bara era vuota, il mistero della vita e della morte di Ronald Stark continua.
Un’altra spia che ha lavorato in Italia per conto degli americani è il milanese Carlo Rocchi, quest’ultimo si è occupato del trasferimento di alcuni importanti gerarchi nazisti in sud America, ha lavorato in centro America, ha lavorato in prima linea in tutte quelle guerre che hanno visto gli Stati Uniti impegnati sia nel centro e nel sud America, sia nel sud est asiatico, Carlo Rocchi lo ritroviamo in un caso di depistaggio delle indagini sulla strage di Piazza Fontana.
In sostanza Rocchi, venuto a sapere che parte delle indagini riguardava uomini di Ordine nuovo in contatto con ufficiali Nato americani di Verona, prova a depistare le indagini e si mette in contatto con un testimone dell’inchiesta, proponendogli di dire cose assolutamente false o indimostrabili. Questo tentativo di depistaggio viene scoperto dal Giudice Salvini, dall’ufficiale dei Carabinieri Massimo Giraudo e Carlo Rocchi viene interrogato e in maniera assolutamente serafica dice: “Perché vi stupite, lavoro per un governo alleato all’Italia, quindi se gli interessi americani vengono “colpiti” da un’inchiesta, sono in diritto di fornire le notizie su questa inchiesta agli americani“.
E’ una buffonata ovviamente ed è un reato quello che ha compiuto Carlo Rocchi. Il suo nome verrà anche fuori per quanto riguarda l’inchiesta Mani Pulite, questa è un’altra grande domanda che ci si è sempre fatti, ci sono stati centri di potere occulto, i Servizi Segreti che hanno agito sull’inchiesta contro la corruzione che sono state fatte in Italia, Carlo Rocchi per esempio prova a carpire informazioni a alcuni magistrati della Procura di Milano, il suo nome finisce in uno strano e mai fino in fondo indagato progetto di attentato al giudice D’Ambrosio che era il vice di Borrelli alla Procura di Milano. Carlo Rocchi sicuramente era uno di quegli agenti americani che in Italia ha lavorato sempre in prima linea, sotto copertura e con strettissimi legami con i servizi segreti italiani, anche andando in alcuni casi ben oltre la legge.

Sovranità nazionale e FMI

L’influenza americana nelle vicende italiane è innegabile, oggi però nel momento in cui si parla di cessione di quote di sovranità nazionale, il problema non è più il rapporto, non è più solo il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, o tra l’Italia e la Russia, o l’Italia e la Cina, il problema è un altro.

L’influenza americana nelle vicende italiane è innegabile, oggi però nel momento in cui si parla di cessione di quote di sovranità nazionale, il problema non è più il rapporto, non è più solo il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, o tra l’Italia e la Russia, o l’Italia e la Cina, il problema è un altro. Ci sono istituzioni finanziarie internazionali che come la Nato nel passato, nel campo militare e politico, oggi hanno un’enorme forza nel sottrarre potere alle istituzioni democratiche, in particolare mi riferisco al Fondo Monetario Internazionale (FMI). E’ di questi giorni la notizia che la Grecia non vuole rivolgersi per un prestito, per la sua fragilissima economia ormai al default, all’FMI. Questo è un punto che andrebbe affrontato perché farsi prestare dei soldi dall’FMI, significherebbe dare in gestione parte della vita economica dei cittadini di quello Stato, significherebbe appaltare le scelte di politica fiscale a un’istituzione che non è stata eletta da nessuno e all’interno della quale gli americani hanno un ruolo evidentemente predominante, quindi la cessione di quote di sovranità internazionale, ormai, è qualcosa che avviene con modalità molto diverse che nel passato e direi quasi senza spargimento di sangue, fino a quando non si arriva al default economico totale. com’è avvenuto in Argentina.

ComeDonChisciotte – ACQUA IN BALLO C’E’ IL FUTURO DI TUTTI NOI

Fonte:ComeDonChisciotte – ACQUA IN BALLO C’E’ IL FUTURO DI TUTTI NOI.

DI UGO MATTEI
lastampa.it

Caro Direttore,
in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.

Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.

Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.

Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.

La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.

Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.

È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.

Ugo Mattei (Professore di Diritto civile all’Università di Torino)
Fonte: http://www.lastampa.it
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7121&ID_sezione=&sezione=
23.03.2010

La feccia che risale il pozzo – Passaparola del 22 marzo 2010 – Passaparola – Voglio Scendere

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Buongiorno a tutti. Domenica e lunedì si vota per le regionali, ci avevano promesso liste pulite, le hanno fatte sporche come forse mai erano riusciti a farle prima di questa volta, hanno battuto tutti i record precedenti. I due maggiori partiti, ovviamente PD e PDL, sono infarciti di inquisiti, di condannati, di imputati, di pregiudicati, il record ovviamente spetta al PDL, il PD insegue con un buon numero, l’Udc naturalmente tiene fede alla sua tradizione. Ci sono addirittura candidature Udeur quantomai imbarazzanti, insomma ce ne è un po’ per tutti…

Leggi tutto: La feccia che risale il pozzo – Passaparola del 22 marzo 2010 – Passaparola – Voglio Scendere.

Antimafia Duemila – I Siciliani. La cronaca di un successo

Fonte:Antimafia Duemila – I Siciliani. La cronaca di un successo.

La storia e le storie de “I Siciliani”. Dal sito ”I siciliani di Beppe Fava”

Il mensile riscosse un enorme successo. La tiratura, variabile a seconda delle finanze del momento, veniva quasi totalmente venduta. Era un successo per la Sicilia e i siciliani. E Fava non si esimeva dal sottolinearlo nei suoi editoriali:

I Siciliani hanno conquistato la Sicilia. Il nostro giornale in meno di due mesi è riuscito in una impresa senza precedenti, diffondere cioè la sua presenza in ogni centro dell’isola, dalla grande città al paese più sperduto dell’interno, e dovunque con lo straordinario favore della pubblica opinione. […] Non c’era stato mai finora uno strumento di informazione, giornale o emittente televisiva, che avesse potuto o saputo penetrare così rapidamente e profondamente sull’intero territorio della regione e con una manifestazione di stima così spontanea. Come se nella coscienza siciliana ci fosse un grande vuoto della conoscenza, una specie di spazio deserto della cultura, che il nostro periodico è venuto ad occupare. […] Forse è la prima volta che la Sicilia viene interamente conquistata da Siciliani, i quali da questa conquista muovono per una avanzata verso la Nazione: non più oggetto o semplici destinatari, ma portatori, anzi protagonisti della cultura.
[Giuseppe Fava, Una sfida al Sud, Marzo 1983]

Ma cominciavano anche i problemi. Le inchieste davano fastidio in ogni ambiente, dalla stanza del mafioso latitante Santapaola alle scrivanie dei politici. Era l’inizio della strategia dei nemici che tentarono di isolare il periodico e di delegittimare Fava dipingendolo per lo più come un grande narratore di frottole.

Come previsto, la grande alleanza dei masnadieri contro il nostro giornale si va saldando. Da una infinità di piccoli, oscuri ma inequivocabili segni, appare sempre più chiara la identità dei nemici che via via si aggregano alla congiura. Chi sono costoro? Sono uomini politici corrotti, dirigenti di enti pubblici sperperatori, presidenti di aziende finanziarie che manovrano centinaia di miliardi senza paternità, alti funzionari che amministrano e distribuiscono denaro pubblico alle grandi clientele, operatori di vertice abituati a dominare dall’ombra giganteschi affari. Essi sono contro poiché hanno il terrore del successo imprevisto, clamoroso, incalzante de I SICILIANI […] poiché temono che, da un mese all’altro, su queste pagine, compaia il racconto della loro ribalderia. […] Ora noi vogliamo fare un discorso chiaro e definitivo. Noi vogliamo solo esercitare la nostra professione di giornalisti nel modo più puro, più morale e trasparente, esaminando serenamente i grandi problemi del Sud, proponendo le oneste soluzioni, valorizzando l’intelligenza, le virtù, l’intraprendenza del Sud. […] E tutto questo non si può realizzare se non attraverso la verità su tutto e su tutti. […] A questo punto, allora, un’altra cosa vorremmo fosse chiara e definitiva come una martellata in mezzo alla fronte, per tutti coloro i quali credono di poter ammansire o sopraffare “I SICILIANI”. Non ce la faranno mai. Ben vengano avanti. Noi li ringraziamo! Qualsiasi attacco disonesto, sleale o peggio, avrà soltanto il risultato di poterci fare identificare meglio i ribaldi, e concentrare quindi la nostra attenzione civile, la nostra durissima, incorruttibile azione di giornalisti e di cittadini verso gli uomini e gli enti responsabili.
[Giuseppe Fava, A ciascuno il suo, Giugno 1983]

Finanziamenti e Pubblicità
Mentre I Siciliani avevano conquistato la Sicilia, tutta la Sicilia degli imprenditori rifiutava di pubblicare i propri annunci pubblicitari sul giornale di Fava. Gli introiti pubblicitari erano pochissimi, a fronte delle spese di stampa e distribuzione del giornale. Le spese aumentarono inoltre quando della stampa si occupò una tipografia di Roma, visto che la tiratura de I Siciliani cresceva e le macchine comprate si erano rivelate già vecchie all’acquisto.
La situazione finanziaria della cooperativa era sempre stata critica: nessun giornalista percepiva uno stipendio, per nessun lavoro, visto che tutti i soci svolgevano più mansioni all’interno del giornale (grafici, distributori e perfino elettricisti).
Intanto nessun imprenditore aderiva al progetto de I Siciliani. Solo qualche piccolo imprenditore amico del direttore. Eppure figuravano sulla rivista pagine di pubblicità nazionali, come le auto Fiat e Volvo, la birra Peroni e i pneumatici Pirelli. Era uno degli altri lavori di Riccardo Orioles che cercava di rendere appetibile la rivista presso gli inserzionisti pubblicitari.

Pubblicavamo pubblicità fasulla. Copiata da altri giornali per dare autorevolezza al giornale. Solo un albergatore, il signor Timpanaro forniva qualche inserzione pubblicitaria. Poi ogni tanto qualche ristorante di serie b, e nient’altro. [….] La lega delle cooperative aveva chiesto una pubblicità: una cooperativa di water mobili per le manifestazioni, che ci fu pagata dopo un anno. Fu l’unica consistente. […] Ogni tanto qualche giudice di provincia ci dava qualche annuncio istituzionale. Avevamo chiesto a tutti gli industriali puliti: tutti rispondevano “il mese prossimo”. Mentre il Banco di Sicilia pubblicava la pubblicità sui giornali di Mantova. Mettersi su I Siciliani voleva dire esporsi. Anche nell’ultima riapertura non avevamo pubblicità alla stessa maniera, neanche istituzionale”.
Riccardo Orioles, intervista

Mai nessuno però fu invogliato a schierarsi così responsabilmente contro la mafia. Una pagina di pubblicità costava quattrocentomila lire: una somma modesta che neanche il Banco di Sicilia poté spendere, visto che rifiutò l’invito poiché quei soldi “per l’acquisto di una pagina pubblicitaria non rientrassero nei budget promozionali” [C.Fava, La mafia comanda…]. Gli unici introiti, oltre alla vendita del giornale, erano quelli provenienti dall’inserto turistico. Erano dei servizi presenti nelle ultime pagine del giornale che i comuni siciliani acquistavano per pubblicizzare la loro storia, mediante dei pezzi, a cura dei comuni, corredati da foto e itinerari. Erano spesso Nanni Maione o lo stesso Giuseppe Fava, che giravano in lungo e in largo la Sicilia per vendere a qualche piccolo paese un servizio di questo genere.

Lo rileviamo noi il giornale!
Erano state numerose le offerte per far tacere la voce de I Siciliani durante il loro primo anno di attività. Inizialmente il cavaliere del lavoro Graci, uno degli editori del Giornale del Sud, aveva contattato Fava per comunicargli la proposta di rientrare come direttore nel quotidiano catanese. Successivamente persone vicine al cavaliere Rendo parlarono con il direttore Fava al fine di offrire alla redazione la gestione della emittente televisiva catanese Telecolor, di proprietà dello stesso cavaliere. Tale offerta fu ricomunicata anche da Salvo Andò, politico socialista, successivamente Ministro della Difesa, che arrivò in redazione per convincere Fava ad accettare l’offerta del cavaliere Rendo. Infine sempre il cavaliere Graci, durante un diverbio con il direttore de I Siciliani, arrivò ad offrire duecentocinquanta milioni per entrare nella cooperativa. Erano tutte tecniche per cercare di addomesticare una redazione che si era rivelata scomoda, guidata da un direttore ormai considerato una spina nel fianco dalla mafia. Fava rifiutò amabilmente tutte le offerte che vennero fatte da tali persone che volevano comprare, a suon di denari, un progetto editoriale e la libertà professionale e di espressione.

Tratto da: gliitaliani.it

I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina.

Fonte: I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina..

Dal prossimo mese di aprile sarà in libreria il lavoro di Antonio Mazzeo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Edizioni Alegre, Roma, costo 14 euro). Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla costruzione del Ponte sullo Stretto. La prefazione è stata curata da Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Antimafia “Giuseppe Impastato”.

Dall’Introduzione de “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”
Speculatori locali o d’oltreoceano; faccendieri di tutte le latitudini; piccoli, medi e grandi trafficanti; sovrani o aspiranti tali; amanti incalliti del gioco d’azzardo; accumulatori e dilapidatori di insperate fortune; frammassoni e cavalieri d’ogni ordine e grado; conservatori, liberali e finanche ex comunisti; banchieri, ingegneri ed editori; traghettatori di anime e costruttori di nefandezze. I portavoce del progresso, i signori dell’acciaio e del cemento, mantengono intatta la loro furia devastatrice di territori e ambiente. Manifestazioni di protesta, indagini e processi non sono serviti a vanificarne sogni e aspirazioni di grandezza. I padrini del Ponte, i mille affari di cosche e ’ndrine, animeranno ancora gli incubi di coloro che credono sia possibile comunicare senza cementificare, vivere senza distruggere, condividere senza dividere.

Agli artefici più o meno occulti del pluridecennale piano di trasformazione territoriale, urbana, ambientale e paesaggistica dello Stretto di Messina, abbiamo dedicato questo volume che, ne siamo consapevoli, esce con eccessivo ritardo. Ricostruire le trame e gli interessi, le alleanze e le complicità dei più chiacchierati fautori della megaopera, ci è sembrato tuttavia doveroso anche perché l’oblio genera mostri e di ecomostri nello Stretto ce ne sono già abbastanza. E perché non è possibile dimenticare che in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, si sono potuti riorganizzare segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Forse perché speriamo ancora, ingenuamente, che alla fine qualcuno avvii una vera inchiesta sull’intero iter del Ponte, ricostruendo innanzitutto le trame criminali che l’opera ha alimentato. Chiarendo, inoltre, l’entità degli sprechi perpetrati dalla società Stretto di Messina. Esaminando, infine, i gravi conflitti d’interesse nelle gare d’appalto ed i condizionamenti ideologici, leciti ed illeciti, esercitati dalle due-tre famiglie che governano le opere pubbliche in Italia.

Forse il recuperare alla memoria vicende complesse, più o meno lontane, potrà contribuire a fornire ulteriori spunti di riflessione a chi è chiamato a difendere il territorio dai saccheggi ricorrenti. Forse permetterà di comprendere meglio l’identità e la forza degli avversari e scoprire, magari, che dietro certi sponsor di dissennate cattedrali nel deserto troppo spesso si nascondono mercanti d’armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. È il volto moderno del capitale. Ribellarsi non è solo giusto. È una chance di sopravvivenza.


Scheda autore

Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Ha inoltre scritto numerose inchieste sull’interesse suscitato dal Ponte in Cosa Nostra, ricostruendo pure i gravi conflitti d’interesse che hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, I”l mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte” (Edizioni Punto L, Ragusa).

E Ciancimino scrisse: nel 1982 potevano condannare Dell’Utri

Fonte: E Ciancimino scrisse: nel 1982 potevano condannare Dell’Utri.

Mentre il figlio replica ai giudici che non lo vogliono sentire

Le soffitte della famiglia Ciancimino continuano a sfornare appunti imbarazzanti per i due imputati eccellenti dei processi palermitani: Marcello Dell’Utri e il generale Mario Mori. Le ultime carte sono state trovate negli scatoloni dimenticati nella casa della moglie di don Vito proprio quando Mori e Dell’Utri hanno cominciato ad attaccare il figlio del boss defunto. Entrambi i fogli sono stati scritti – secondo il figlio – da don Vito di suo pugno nel 2000 quando stava lavorando a un libro autobiografico. Nel foglio che riguarda il senatore del Pdl, don Vito ripercorre l’indagine milanese su mafia e affari che vide indagato Marcello Dell’Utri insieme a Vito Ciancimino. Nel suo biglietto l’ex sindaco mafioso rimarca stizzito il differente trattamento ricevuto: Dell’Utri fu prosciolto dal pm Viola di Milano mentre lui sarà condannato a Palermo per iniziativa di Giovanni Falcone. Nel biglietto si afferma questo concetto: “se l’istruttoria su Dell’Utri fosse stata condotta a Palermo da Falcone, Marcello Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e condannato”.

L’altro foglietto proveniente dagli scatoloni di mamma Ciancimino è un foglio nel quale Ciancimino senior scrive le sue impressioni dopo avere assistito alla deposizione del generale Mori e del capitano Giuseppe De Donno al processo di Firenze sulle stragi di mafia. Secondo don Vito, Mori e De Donno avevano mentito testimoniando sul suo arresto e sulla vicenda del passaporto del boss. Ciancimino senior dice di essersi rifiutato di deporre – come gli avevano chiesto i mafiosi imputati – anche se avrebbe potuto sbugiardare in aula i carabinieri che avevano intavolato con lui la “trattativa” del 1993. La vicenda del passaporto di don Vito è centrale nel processo Mori. Massimo Ciancimino ha sempre citato questo episodio come la prova della volontà degli apparati dello Stato di arrestare l’uomo con il quale avevano trattato per nascondere all’opinione pubblica la verità. Secondo Ciancimino jr furono proprio i carabinieri a far chiedere e ottenere dal padre il passaporto. Una trappola in piena regola per l’anziano boss che, poco dopo, fu arrestato.

Ora però la procura di Palermo ha accertato che la richiesta di arrestare Vito Ciancimino è partita più di un mese prima della sua istanza per il rilascio del passaporto. Il 27 ottobre 1992, infatti, il sostituto procuratore generale, Luigi Croce, richiede alla corte d’appello di Palermo di ripristinare la custodia cautelare a Don Vito. Il pentito Gaspare Mutolo stava riempiendo fiumi di verbali e si attendeva la conferma in appello della condanna a 10 anni in primo grado. Il pericolo di fuga era “gravissimo, concreto e attuale”. Poi si sospende tutto perché la commissione antimafia doveva sentire don Vito. Il 25 novembre 1992 il boss chiede il rilascio del passaporto e il 7 dicembre il procuratore Croce torna a chiedere l’arresto perché l’audizione in commissione non c’è stata. Parte un lungo giro di fax fra Roma e Palermo e, alla fine, il 18 dicembre Armando D’Agati, presidente della terza sezione penale d’appello, scrive a penna l’ordinanza d’arresto. Dove si legge che la domanda per il passaporto “può concretizzare il tentativo, in un uomo abile, intelligente e non ignaro delle leggi, di sottrarsi definitivamente alla giurisdizione italiana ”. Massimo Ciancimino però non retrocede dalla sua versione: “Non è affatto una smentita della mia ricostruzione”, spiega a “Il Fatto Quotidiano”, la richiesta del passaporto ha comunque accelerato l’esecuzione dell’arresto ed è stata la sua motivazione”. Ciancimino non è affatto deluso dalla decisione della Corte di Appello di Palermo di non ascoltarlo come testimone dell’accusa contro Marcello Dell’Utri. “Ho accolto questa scelta con sollievo perché non ho mai avuto tanta voglia di parlare di questi argomenti e poi credo di avere sollevato dall’imbarazzo uno dei membri della Corte”. Comunque la Corte di assise di appello di Roma, a differenza di quella di Palermo, nonostante le sollecitazioni della difesa perché si seguisse quell’orientamento, ha ammesso il testimone Ciancimino. Quanto alle sue incoerenze, notate anche da Il Fatto, Ciancimino junior tiene a precisare che si tratta solo di un errore materiali. Quando ha raccontato il ruolo di don Vito e del banchiere Calvi (morto nel 1982) nella distribuzione della mazzetta Enimont (operazione del 1989) non mentiva ma era solo vittima di un lapsus. “Basta leggere i verbali”, spiega Ciancimino jr, “per capire che l’episodio da me riferito al processo Calvi usando la parola Enimont era lo scandalo Eni-Petromin, precedente alla morte di Calvi. Nessuna incoerenza, quindi ma solo una confusione di nomi dovuta alla stanchezza dovuta alle troppe deposizioni che ho fatto”. Quanto all’altro errore segnalato dalla difesa di Mario Mori, cioé la lettera all’ex ministro Dc Attilio Ruffini sul caso Ustica datata 1979 (mentre l’aereo dell’Itavia è caduto nel 1980) Ciancimino replica: “le lettere di mio padre a Ruffini depositate sono una ventina. Gli avvocati di Mori hanno semplicemente citato quella sbagliata”.

Marco Lillo e Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2010)

ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE: UNA PRODUZIONE KOSHER

Fonte: ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE: UNA PRODUZIONE KOSHER.

DI GIANLUCA FREDA
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“E’ sicuro al 100% che l’11 settembre è stato un’operazione del Mossad […]. Ciò che gli americani devono capire è che sono stati loro. SONO STATI LORO. E se capiranno questo, allora Israele scomparirà. Israele scomparirà definitivamente dalla faccia di questa Terra. […] Vedi, se gli americani dovessero mai capire che è stato Israele a fare questo, lo spazzeranno via dalla faccia della Terra”.

A parlare in questi termini non è il crudele e bieco Ahmadinejad o un delirante neonazista del Circolo Ariano. E’ invece Alan Sabrosky, veterano del corpo dei marines ed ex direttore degli studi presso l’US Army War College. In un podcast messo in rete dal sito The Ugly Truth, Sabrosky discute con Phil Tourney, uno dei marinai sopravvissuti all’attacco contro la nave americana USS Liberty.

La USS Liberty fu aggredita l’8 giugno 1967 – in piena guerra dei sei giorni – da aerei e motosiluranti israeliane che provocarono una strage: 34 marinai americani morti e 172 feriti. La portaerei Saratoga, rispondendo all’SOS lanciato dalla Liberty, inviò dodici aerei militari per proteggere la nave, che vennero però fatti rientrare senza ulteriori spiegazioni prima di raggiungere la loro destinazione, abbandonando la Liberty al suo destino. Già questo potrebbe servire a comprendere come l’asservimento della politica statunitense alle pressioni delle lobby filoisraeliane non sia un fenomeno recente.Insieme a Tourney c’è Mark Glenn, ex docente ora dedicatosi a tempo pieno al giornalismo. I legami del Mossad con l’11 settembre sono noti da tempo. Tutti (o quasi) conoscono la storia dei cinque agenti del Mossad arrestati durante gli attacchi al WTC, mentre sghignazzavano e ballavano di fronte ai grattacieli in fiamme. I cinque figuri – arrestati, detenuti in confinamento per settimane e poi inspiegabilmente rispediti in Israele – operavano sotto copertura, svolgendo ufficialmente il lavoro di facchini per la ditta di traslochi Urban Moving System, di proprietà dell’israeliano Dominick Suter. Al momento dell’arresto si trovavano su uno dei furgoncini bianchi della ditta, quelli utilizzati, con ogni probabilità, per trasportare all’interno delle torri l’esplosivo e le attrezzature che servirono per la loro demolizione. Tre giorni dopo gli attacchi, anche Dominick Suter fuggì precipitosamente in Israele. A questo si aggiungano i massicci movimenti di agenti israeliani registrati nei mesi e negli anni precedenti agli attacchi su tutto il territorio americano, documentati dal filmato qui sotto. Fox News riferiva che tra il 2000 e il 2001 sarebbero state arrestate su territorio USA almeno 200 spie israeliane, nella più massiccia operazione di controspionaggio mai vista nella storia americana.

Se il coinvolgimento del Mossad nell’orribile messinscena dell’11 settembre è cosa risaputa, la novità sta nel fatto che gli ambienti militari americani iniziano ora a denunciare sempre più apertamente all’opinione pubblica quella che, fino a poco tempo fa, era una verità conosciuta solo su internet e nota solo ai ricercatori più informati. L’insofferenza degli ambienti militari americani verso la politica di Israele diventa sempre più marcata. Il 16 gennaio scorso il Gen. David Petraeus, comandante in capo del CENTCOM (il Comando Centrale statunitense) e architetto delle strategie militari americane in Medio Oriente, aveva espresso al capo di stato maggiore, Ammiraglio Michael Mullen, la propria preoccupazione per la situazione del conflitto israelo-palestinese. Su ordine di Petraeus, uomini del Comando Centrale avevano parlato con i principali leader arabi, riportandone la sensazione di netta sfiducia e ostilità che circonda in questo momento gli Stati Uniti a causa dell’incapacità del governo americano di far rispettare ad Israele i propri impegni relativi all’ormai più volte disatteso ed inservibile processo di pace.

Le osservazioni di Petraeus, espresse nel corso di un briefing ufficiale, sono qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’esercito americano. Non era infatti mai successo prima che un generale americano esprimesse la propria opinione su quello che è essenzialmente un problema politico. Il problema è che i cedimenti a Israele e la visibile debolezza dell’amministrazione americana nel far rispettare le proprie richieste iniziano a rappresentare un serio pericolo per l’immagine delle truppe statunitensi operanti in Iraq, Afghanistan e Pakistan. I paesi arabi non rispetteranno l’esercito di un paese che tutti ritengono – non a torto – asservito alle lobby israeliane e che per giunta si mostra incapace di ottemperare alle proprie promesse.

La situazione si è ovviamente aggravata dopo la decisione di Netanyahu di costruire 1.600 nuove case a Gerusalemme Est. Si tratta di un atto di sfida aperta ai desideri espressi dall’amministrazione americana, di fronte alla quale il vicepresidente Biden è riuscito solo a farfugliare scuse e garanzie di ulteriori, inutili colloqui. Petraeus ha chiesto alla Casa Bianca l’estensione dell’autorità del CENTCOM ai territori palestinesi, richiesta ovviamente respinta, ma che dà l’idea di quanto i comandi militari americani si mostrino preoccupati e ormai apertamente insofferenti per i continui insulti di Israele all’autorità statunitense. La recente diffusione presso le truppe americane di alcune evidenti, ma finora poco pubblicizzate, verità sugli attacchi dell’11 settembre è da inserirsi sicuramente in questo clima di gelo diplomatico tra due potenze che, all’epoca dell’amministrazione Bush, mostravano di essere pressoché un’unica, indistinguibile macchina da guerra e da propaganda.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-03-21
21.03.2010

Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa.

di Monica Centofante – 19 marzo 2010
Palermo.
“Marcello Dell’Utri contribuì alle trattative del ’93-’94 tra lo Stato e Cosa Nostra, come già risultava prima delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza”.

E’ la ricostruzione presentata in aula questa mattina dal procuratore generale Antonino Gatto, che dopo l’interruzione sopraggiunta per consentire l’audizione dello stesso Spatuzza e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, ha ripreso la requisitoria al processo contro il senatore del Pdl. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.
Nel corso dell’udienza, durata oltre quattro ore, il pg ha illustrato alla Corte, presieduta dal giudice Claudio Dell’Acqua, le “prove tangibili dei rapporti tra l’imputato e importanti elementi di spicco legati a Cosa Nostra”. Partendo dal boss Stefano Bontade e da contatti avvenuti a cavallo tra il 1974 e il 1975 per poi concentrarsi sui primi anni Novanta. Più precisamente tra il 1992 e il 1994, gli anni bui delle stragi, quando Marcello Dell’Utri “intratteneva saldi rapporti con i fratelli Graviano”. Che tra le altre cose “gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan” e “che trascorrevano la latitanza a Milano”.
Una cosa, quest’ultima, anomalissima, come aveva sottolineato il pentito Gaspare Spatuzza, che dei Graviano era un uomo di fiducia e che da loro avrebbe poi ereditato la guida del mandamento di Brancaccio.
In quegli anni, ha spiegato Gatto ripercorrendo le dichiarazioni del pentito e di altri prima di lui, “i Graviano erano interessati a Sicilia Libera”. Un movimento di tipo separatista, o almeno autonomista, che aveva l’obiettivo di costruire una nuova forza politica tutta siciliana e tutta mafiosa. E che avrebbe dovuto sopperire alla mancanza di referenti politici che in quel periodo caratterizzava Cosa Nostra, alla disperata ricerca di agganci affidabili dopo la fine dello storico legame con la Democrazia Cristiana e il fallimento dei rapporti con il Psi.
L’esperimento Sicilia Libera, come hanno dichiarato diversi collaboratori di giustizia, fu poi accantonato e lasciato alla deriva perché l’associazione mafiosa siciliana aveva spostato la sua attenzione verso un’altra formazione politica, e precisamente verso Forza Italia. Come spiega in particolare Antonino Giuffré, al tempo braccio destro di Bernardo Provenzano. Lo stesso Provenzano, ha proseguito Gatto ricordando le parole del Giuffré già riportate nella sentenza di primo grado, che “uscì allo scoperto” e per la prima volta si assunse la responsabilità in prima persona e disse: “Ci possiamo fidare”.
Una ricostruzione che si sposa perfettamente con il racconto di Spatuzza, che dalle parole del boss Giuseppe Graviano aveva dedotto l’esistenza in quegli anni di una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato che avrebbe portato benefici per tutti, carcerati compresi. E che sarebbe poi andata a buon fine. Almeno secondo quanto gli avrebbe riferito lo stesso boss di Brancaccio nel corso di un incontro a due al Bar Doney di Via Veneto, a Roma. “In quell’occasione – ha detto il pg – col petto gonfio di gioia il capomafia disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani”: ossia “Berlusconi e un nostro compaesano Dell’Utri”. Un soggetto, aveva dichiarato a verbale Spatuzza, “vicinissimo a Cosa Nostra”.
Sull’attendibilità del pentito, Gatto ha poi incentrato la parte centrale della sua requisitoria, che si protrarrà almeno per un’altra udienza prima di cedere il passo all’arringa dei difensori.
Anche se “nessun organo giudicante si è ancora pronunciato sulla sua attendibilita’” ha sottolineato, “l’origine della sua collaborazione costituisce un criterio ineludibile di verifica”: per la genesi del pentimento, che trae origine da un percorso spirituale, confermato da esponenti ecclesiastici che l’hanno seguito, nel “camminino di fede”; per il grado di certezza che accompagna le sue rivelazioni; per il parere positivo espresso dalle procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta alla sua ammissione al programma di protezione.  “Dopo che le sue nuove dichiarazioni, come quelle relative alla strage di Via D’Amelio, hanno indotto la procura di Caltanissetta a riaprire le indagini”.
La nuova udienza del processo è aggiornata al 26 marzo prossimo con la prosecuzione della requisitoria che, salvo imprevisti, dovrebbe concludersi il 9 aprile.

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare,leggete e datene massima diffusione. Tratto dai i seguenti blog:

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare « Perlablu – Legambiente @ Cologna Veneta.

Piero Ricca » Nucleare. Le ragioni del no.

4 video e sintesi:

I contenuti del video sono sintetizzati da questa presentazione che per comodità viene riportata qui sotto:

Per un sistema energetico moderno, pulito e sicuro

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare

BUGIA 1: “Il nucleare è necessario per il rispetto degli accordi internazionali sui cambiamenti climatici”

Nel mondo il 75% delle emissioni di gas serra sono generate da settori che non hanno alcun legame con la produzione di elettricità: trasporti, industria, riscaldamento degli edifici.

In tutti questi settori il nucleare non servirebbe a nulla.

Al 2020 le emissioni di gas serra del 1990 dei paesi industrializzati dovranno essere ridotte di almeno il 40%, al 2050 le emissioni globali di almeno l’80%: il nucleare non serve!

In Italia se il governo decidesse di costruire alcune centrali nucleari, passerebbero – senza considerare le contestazioni nei territori coinvolti – almeno 10-15 anni prima della loro entrata in funzione.

L’Italia quindi non riuscirebbe a rispettare la scadenza europea vincolante del 2020 – prevista dal pacchetto energia e clima dell’Unione europea, il cosiddetto 20-20-20 -, incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili del Protocollo di Kyoto.

BUGIA 2: “Il nucleare può convivere con rinnovabili ed efficienza”

Il nucleare ha bisogno di enormi investimenti iniziali, che per essere coperti richiedono anche ingenti sussidi statali, soprattutto nella chiusura del ciclo.

In Italia se il programma nucleare del governo si concretizzasse (eventualmente anche in Albania!), inevitabilmente si dirotterebbero sull’atomo di fatto tutte le attenzioni e le risorse (50 mld di €!) destinabili alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica, uniche soluzioni praticabili per ridurre efficacemente e in tempi brevi le emissioni di CO2.

BUGIA 3: “Il nucleare diminuirà la bolletta energetica del Paese”

La produzione elettrica dal nucleare, includendo anche lo smantellamento delle centrali e lo smaltimento delle scorie radioattive, costa più delle altre fonti (Dipartimento dell’energia statunitense, Agenzia di rating Moody’s, Istituti bancari, etc).

Il MIT di Boston, il più importante politecnico al mondo, in un recente aggiornamento del rapporto Future of nuclear power del 2003 ha certificato che il costo per KW installato è raddoppiato in soli 5 anni.

Le ultime stime del MIT di Boston (2009) Per la collettività italiana è in arrivo una maxi stangata a causa dell’atomo made in Italy.

Il decreto sui criteri localizzativi approvato il 10 febbraio 2010 prevede compensazioni economiche e sostanziosi rimborsi alle aziende per la mancata realizzazione del programma nucleare. Alla faccia della tanto propagandata riduzione in bolletta, tutto sarà ovviamente a carico dello stato e dei cittadini!

BUGIA 4: “Il nucleare ridurrà le importazioni dell’Italia?

Il nucleare produce solo elettricità, pari a circa il 25% dei consumi energetici finali italiani, e non calore o carburante per i trasporti.

Quindi non permetterà alcuna sostanziale riduzione delle importazioni dei combustibili fossili (soprattutto petrolio, ma anche carbone e gas) utilizzati per:

– produrre calore nell’industria

riscaldare gli edifici

– produrre il carburante per i trasporti.

Inoltre le centrali nucleari utilizzano l’uranio, materia prima da importare dall’estero come gli altri combustibili fossili.

BUGIA 5: “Il nucleare garantirà la diversificazione delle fonti energetiche italiane”

La produzione elettrica in Italia dipende per il 60% dal gas naturale (per l’entrata in funzione di tanti nuovi cicli combinati negli ultimi 10 anni).

Il contributo dell’atomo alla riduzione dei consumi di gas sarebbe insignificante.

Secondo uno studio del Cesi Ricerca del 2008, con la costruzione di 4 reattori EPR di terza generazione evoluta da 1.600 MW l’uno, risparmieremmo dal 2026 in poi appena 9 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, pari al 10% dei consumi attuali e al contributo di un rigassificatore di media taglia.

Altro che diversificazione delle fonti!

BUGIA 6: “I reattori EPR sono un gioiello della tecnologia e assolutamente sicuri”

La costruzione degli unici due reattori di “terza generazione evoluta” (3+) al mondo (ad Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia) è davvero un flop.

Il cantiere della centrale finlandese è partito nel 2005 e dovrebbe chiudersi nel 2012, con 3 anni di ritardo rispetto alle previsioni (ma anche questo termine è destinato a slittare in avanti). I costi sono aumentati fino ad oggi di circa il 50%: dai 3,2 previsti ai 4,5 miliardi di euro.

Novembre 2009: clamorosa bocciatura delle Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Finlandia e Gran Bretagna sui sistemi di sicurezza dei reattori francesi e chiedono ad Areva «di migliorare il progetto iniziale dell’EPR».

È l’ennesima e autorevole conferma che non esiste tecnologia che possa escludere i rischi di un incidente nucleare con conseguente fuoriuscita di radioattività all’esterno (Chernobyl del 1986, Three Mile Island negli Usa del 1979, Tokaimura in Giappone del 1999, Tricastin nel 2008 – che ha causato la fuoriuscita di circa 25mila litri di acqua contaminata radioattivamente -).

Centrali di ultima generazione? La tecnologia francese EPR sposata dal governo italiano è di “terza generazione evoluta” (3+) e non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni:

– produzione e smaltimento delle scorie;

– riserve di uranio;

– proliferazione nucleare e rischio terrorismo;

– contaminazione ordinaria.

L’Italia si sta quindi candidando a promuovere una tecnologia inquinante, costosa e vecchia, a maggior ragione se nel 2030-40 vedrà la luce il nucleare di “quarta generazione”, in fase di studio a livello internazionale.

BUGIA 7: “Il nucleare non emette gas serra”

Il nucleare emette gas serra, se si considera l’intera filiera (costruzione delle centrali; estrazione, trasporto e lavorazione dell’uranio; riprocessamento del combustibile nucleare irraggiato; smantellamento delle centrali; smaltimento delle scorie) – e non solo l’esercizio della centrale.

A differenza di altre tecnologie di taglia minore e quindi più efficienti, il nucleare inoltre non permette di recuperare il calore in esubero generato per produrre l’elettricità, obbligando i cittadini e l’industria a ricorrere ad altri sistemi rispettivamente per il riscaldamento delle abitazioni e per la produzione di calore nel ciclo produttivo.

BUGIA 8: “Nel mondo è in corso un rinascimento nucleare”

Secondo l’Aiea ad oggi sono attivi 436 reattori nucleari (370mila MW), a cui se ne dovrebbero aggiungere 53 in costruzione.

Dove sono in costruzione questi 53 reattori? I principali paesi che stanno investendo nell’atomo sono:

Cina (16 reattori)

Russia (9)

India (6)

Corea el Nord (6)

Il nuovo governo tedesco di centro destra non prevede la costruzione di nuove centrali nucleari in Germania, ma solo l’allungamento della vita di quelle esistenti (Angela Merkel: “il nucleare come tecnologia ponte”).

Escludendo i Paesi che non hanno un mercato elettrico davvero liberalizzato o che vogliono dotarsi di

armamenti nucleari, ma dove sarebbe questo Rinascimento del nucleare?

BUGIA 9: “Il nucleare garantirà una maggiore occupazione al nostro Paese”

Una centrale nucleare nella fase di costruzione produce 2.500 posti di lavoro, che si riducono a 500 nella fase di esercizio!

A parità di investimenti l’efficienza energetica e le rinnovabili sono capaci di creare 15 posti di lavoro per ogni posto di lavoro nel nucleare.

In meno di 10 anni, la Germania ha creato oltre 250.000 posti di lavoro nel settore delle rinnovabili, tra diretto e indotto. In Italia al 2020 con la diffusione delle rinnovabili si potrebbero creare dai 150 ai 200mila posti di lavoro.

BUGIA 10: “Sulle localizzazioni delle centrali decideranno gli enti locali e le popolazioni, non il governo”

Il ministro Scajola “dimentica” infatti che la legge Sviluppo, approvata dal Parlamento italiano nel luglio 2009, permette al governo di utilizzare il potere sostitutivo in caso di mancata intesa tra gli enti locali per la localizzazione delle centrali, utilizzando eventualmente anche l’esercito.

L’amnesia di Scajola aumenta in prossimità delle scadenze elettorali. Ha forse paura di perdere consenso?

E poi, la maggioranza di governo non riesce a convincere neanche i suoi candidati regionali (presidenti o consiglieri), come pensa di convincere gli italiani?

Dove si faranno?

Si devono rispettare soprattutto queste 4 condizioni:

sito stabile sotto il punto di vista geologico

presenza di acqua

distanza dai centri abitati (5-10 km?)

presenza di una rete elettrica

Cosa comporta la presenza della centrale nucleare sul territorio che la ospita?

Nel 2008 l’Agenzia tedesca sul nucleare ha confermato che più si vive vicini alle centrali e maggiore è il rischio di malattie gravi.

Per i bambini che vivono in un raggio di 5 km da una centrale nucleare la possibilità di contrarre la leucemia aumenta del 76% rispetto ai coetanei che vivono a oltre 50 km dall’impianto.

Pesanti impatti DIRETTI su:

agricoltura

turismo

Oltre agli impatti INDIRETTI su:

settore dell’efficienza e delle rinnovabili (produttori di tecnologia, installatori, addetti alla

manutenzione, etc)

A chi serve il nucleare?

Alle grandi aziende energetiche che faranno grandi affari, monopolizzando sempre più il mercato elettrico, a discapito di una economia distribuita e più democratica

È necessario invece fondare il nostro modello energetico su:

innovazione tecnologica

miglioramento dell’efficienza

sviluppo delle rinnovabili

gas come fonte fossile di transizione

Questo è il sistema energetico che vogliamo!

Serve una rivoluzione energetica per rendere più efficiente e sostenibile il modo con cui:

produciamo l’elettricità e il calore

si muovono persone e merci

consumiamo energia nell’industria e negli edifici

ComeDonChisciotte – FUTURO SI, NUCLEARE NO

Fonte: ComeDonChisciotte – FUTURO SI, NUCLEARE NO.

DI LUIGI SERTORIO
http://aspoitalia.blogspot.com

Poiché l’alimentazione elettronucleare civile italiana non è la continuazione di una realtà esistente, ma è una novità, il governo dovrebbe elaborare uno studio programmatico e sottoporlo alla discussione del Parlamento che a sua volta dovrebbe interloquire con tutti i cittadini. Tuttavia il presente Parlamento è stato votato prima che il tema nucleare, che viene presentato non come idea teorica ma come pretesa esecutiva, saltasse fuori: ne segue che la dinamica dell’informazione su un problema così importante è anomala. Il progetto nucleare italiano ha implicazioni decisionali immediate, ha implicazioni di strategia economica a lungo termine, e infine implicazioni tecnico-scientifiche su un intervallo di tempo di imprecisata lunghezza. Osserviamo che queste tre fasi, inesplorate per l’Italia, sono all’opposto ben note e fanno parte della storia degli ultimi sessantasette anni per gli Stati Uniti. E’ necessario ricordare queste tappe essenziali.

– Il progetto Manhattan, 1943-45, frutto di circostanze scientifiche favorevoli e decisioni immediate, segretissimo, e mastodontico come impegno tecnologico e organizzativo, culminato con Hiroshima e Nagasaki.

– Il periodo della guerra fredda, 1945-91, dominato dalla produzione industriale di bombe nucleari, sommergibili nucleari e, in misura minore, di centrali elettronucleari civili. Naturalmente queste produzioni su larga scala nell’arco di tempo di oltre mezzo secolo hanno visto il succedersi di diverse generazioni di aggiornamenti tecnologici.

– Il problema aperto delle scorie nucleari. Anche qui segretezza alla sorgente e assenza di informazione alla base dei cittadini. Esiste il deposito di Yucca Mountain in Nevada? Quale capienza ha (quella presente e quella futura)? Quanti e dove sono i sommergibili nucleari dismessi (quanti sono attivi, quanti programmati)? Quante e dove sono le bombe nucleari dismesse (quante attive, quante programmate)? Tutte le filiere dei cicli nucleari, incluso ovviamente il nucleare civile, finiscono a Yucca Mountain? Sappiamo che la risposta è no. Quali altri siti sono implicati?

Il progetto nucleare italiano è piccolino e palesemente non autonomo. L’Italia non fa parte del club nucleare del quale i membri più importanti sono USA, Russia, Inghilterra, Francia, Cina. Tra questi paesi esistono contrasti passati e presenti. In tale dinamica l’Italia dal 1945 a oggi è stata implicata solo con un ruolo passivo. In conclusione i cittadini intelligenti dovrebbero porsi queste domande: “perché si propone questa visione del futuro del paese, da che radici parte, verso quale direzione si muove? “

Per rispondere a queste domande dobbiamo affrontare una analisi articolata su tre punti: scelte, spese, responsabilità.

Scelte

Quale è il panorama sociale ed economico al quale si riferisce l’alimentazione energetica elettronucleare? L’energia entra nella vita domestica, nei trasporti, nella produzione di beni semipermanenti o di consumo, in un mix che oggi è il risultato della crescita, mai veramente pianificata con una visione a lungo termine, avvenuta dopo le distruzioni materiali e morali della guerra, ossia il periodo che parte dal 1945. Le vicende caratterizzanti la vita economica e sociale dell’Italia dopo la sconfitta della guerra non si articolarono per scelta politica libera, autonoma, ma per assoggettamento all’esorbitante superiorità militare e industriale del vincitore, l’America, che plasmava le relazioni e gli scambi di tutta la metà occidentale dell’Europa, quella raccolta sotto il trattato Nato e contrapposta all’altra metà appartenente al Patto di Varsavia. Sistemi economici e politici molto diversi anzi contrapposti in una guerra subdola e nascosta, la guerra fredda. In generale possiamo dire che per l’Italia l’alimentazione energetica è stata basata sul petrolio, le fabbriche sono state inventate e sono state indirizzate a produzioni tutte basate sul petrolio, che veniva e viene fornito da poche sorgenti esterne al nostro paese. L’Italia in tutto questo periodo evolutivo ha importato la grande maggioranza dell’energia primaria. E’ chiaro che l’assetto economico energivoro faceva molto piacere alle compagnie petrolifere americane, così come è chiaro che le iniziative autonome di Enrico Mattei furono sgradite, considerate sovversive e fermate non con le parole ma coi fatti. Nel regime ipotetico in cui ci fosse una importante presenza dell’energia nucleare l’alimentazione sarebbe ancora più rigida e centralizzata e si aumenterebbe ancora di più l’allontanamento da un modello di vita collettiva del tipo ad alimentazione energetica diffusa, una dinamica sociale a rete anziché a polo erogatore. Anche nel progetto nucleare l’Italia importerebbe energia primaria da sorgenti esterne e inoltre si orienterebbe verso un processo di erogazione e distribuzione poco flessibile. Quale è la valutazione fornita dal governo sul futuro del paese che porta alla preferenza per la erogazione di energia nucleare estero-dipendente rispetto alla erogazione di energia diffusa, basata sulle risorse proprie del nostro territorio? Ci possono essere ottime ragioni per la preferenza nucleare, ma ci può essere totale assenza di analisi progettuale su tale dilemma: la esposizione dei motivi della scelta è obbligatoria. Oggi in Italia non esiste l’alimentazione nucleare, ed esiste una piccola penetrazione della tecnologia di alimentazione solare nelle sue tre forme o canali inorganici: termico, elettrico, eolico. Poi ovviamente c’è il canale organico o biologico, il cibo, quello tradizionale noto e sfruttato da sempre. Peraltro, il trasporto dei generi alimentari a lunga distanza è basato sull’uso di mezzi energivori (tutti a loro volta basati sulla sorgente petrolio), che si contrappongono alla dinamica di produzione e consumo locale. La movimentazione dei generi alimentari su lunghi tragitti può essere stata interessante in una certa fase di sviluppo per paesi a bassa densità di popolazione, ma è discutibile per un paese come l’Italia. L’energia elettronucleare dovrebbe operare nel contesto generale della vita attiva e produttiva dell’Italia e quindi dovrebbe essere giustificata da scelte che tengono conto di varie alternative progettuali. C’è certamente un dilemma, e dunque la scelta nucleare deve essere discussa molto seriamente e non fatta passare come semplice decisione settoriale. E’ chiaro che il posizionamento dell’Italia nel sistema di alimentazione nucleare globale è assoggettato a un complesso di pressioni esterne e queste non devono restare nascoste.

E’ evidente in conclusione che il tipo di società che si configura per il futuro non è lo stesso nel caso nucleare e nel caso solare. Quale futuro a lunga distanza il governo propone? Tale proposta deve essere esposta non solo al Parlamento ma in tutti i canali di discussione democratici.

Spese

Nel progetto nucleare la voce “spese” è peculiare perché implica un mix internazionale, ben diverso dal progetto solare che implica all’opposto un mix locale. Le spese si differenziano in tre fasi: costruzione delle centrali, gestione e alimentazione delle centrali, dismissione delle centrali. I tempi tipici possono essere nella prima fase dell’ordine di 5 anni, nella seconda fase 50 anni, nella terza fase non si sa, perché l’insieme dei problemi da affrontare è complicatissimo.

A) La fase di costruzione implica sia aziende italiane sia aziende straniere, dove la differenza fra italiano e straniero può essere difficile, non netta, poiché le attività imprenditoriali multinazionali operano su una scacchiera del denaro di tipo globale. Tuttavia un certo flusso di denaro esce dallo stato italiano e tale flusso uscente deve essere documentato e giustificato.

B) La fase di gestione implica l’acquisto del combustibile e la discarica del combustibile esaurito, anno per anno. Tale dinamica sarà operativa per un periodo dell’ordine di grandezza di mezzo secolo. Quali garanzie sa dare il governo presente sugli aspetti decisionali e burocratici dei problemi che si presenteranno per questo lungo periodo di tempo? Quali enti sono o saranno preposti al controllo di tale dinamica? Non abbiamo in Italia alcuna esperienza per una gestione così importante per un tempo di tale durata. Non si parla di progetto (che può essere comprato da un ente straniero ben collaudato), ma di controllo, due aspetti ben distinti della realtà, persone e strutture gerarchiche diverse. Un paragone potrebbe essere fatto con la costruzione e la gestione di grandi dighe e relativi bacini idrici artificiali. In questo caso l’esperienza italiana è stata tormentata e negativa, ingegneri progettisti bravi, valutazioni geologiche cattive, dialogo fra il calcolo scientifico e l’informatica burocratica assente. Un motivo di più per esigere delle garanzie.

C) La fase di dismissione. E’ la più complessa, è quella che nessun paese che abbia sperimentato l’avventura nucleare ha saputo risolvere soddisfacentemente. Quando non ci sarà più petrolio chi azionerà i mezzi pesanti necessari per eseguire le opere di bonifica nucleare? Si manterrà attiva una ultima centrale nucleare onde alimentare le opere implicate nella bonifica delle centrali che la precedettero?

Responsabilità

L’assunzione di responsabilità ovviamente vale in tutte le fasi del progetto ma diventa particolarmente importante nella fase finale di dismissione delle centrali. Nessuno dei politici che decidono oggi sarà vivo nel periodo della dismissione. La dismissione non è un lascito concettuale ma un ben preciso lascito fisico. Ciò che è deciso oggi è la prenotazione di azioni che dovranno essere intraprese fra oltre mezzo secolo. Il governo attuale pensa di allocare delle risorse socioeconomiche oggi per tale problema futuro? Alternativamente è in grado di dichiarare che ha predisposto un meccanismo automatico o semiautomatico di seppellimento eterno delle centrali a fine vita? Si parlava molti anni fa di meccanismi di autoseppellimento, ma erano considerazioni al livello di fantascienza. Quale soluzione ha scelto il governo italiano presente? Esistono dei precedenti, nella storia delle nazioni civili, di decisioni che implicano responsabilità alle quali non si può far fronte? Esistono, anche solo in teoria, leggi dello Stato scritte per gestire degli eventi non noti, quindi valide non per oggi ma per il lontano futuro? Il ministro Scajola non mente sulle discariche nucleari futuribili perché non sa quello che dice, peggio, non può saperlo; però decide, ha il potere di nominare un ente incaricato di individuare i posizionamenti geologici, i metodi di scavo, e così parte una successione di artifici per coprire gli errori e le bugie: e alla fine, chi lo punirà fra cento anni?

In conclusione il problema delle responsabilità è enorme e inesplorato. Nei paesi in cui l’erogazione di energia elettronucleare civile è in opera già da diversi decenni, gli aspetti legali furono relegati alla struttura esistente del sistema assicurativo. Insomma alla legge civile. Con la comparsa di eventi socialmente dannosi implicanti l’intervento delle compagnie di assicurazione sono nati dei contenziosi che sono tuttora irrisolti. Il Diritto degli stati e il Diritto internazionale sono impreparati di fronte a problemi nei quali le variabili causa, effetto, tempo, quindi i concetti di proprietà e responsabilità, sono mal definiti. Per questo la tendenza è di sottomettere il nucleare civile al controllo militare, cioè fare tornare il nucleare civile sotto il dominio del nucleare militare, che è la matrice da cui tutta l’industria nucleare è nata e cresciuta a partire dagli anni fra il 1943 e il 1945 sia in USA che in Unione Sovietica. Vuole il governo italiano indirizzarsi su tale strada pericolosissima? Non ci si muove sul terreno internazionale del potere militare nucleare solamente armati di furbizia, ma privi di forza, anzi essendo storicamente in posizione subalterna alla strapotenza americana. La militarizzazione dei siti nucleari potrebbe implicare una dipendenza additiva rispetto alla dipendenza puramente economica. Così come l’Italia oggi deve accettare di essere portatrice di alcune fra le più grandi basi militari USA, potrebbe essere costretta ad accettare di essere portatrice di siti di discarica nucleare utilizzati anche da altri Paesi. Questa prospettiva è di estrema importanza, è difficilissimo valutare ora le conseguenze storiche che possono essere implicate; non si possono tollerare patti internazionali segreti, questo punto deve essere chiarito dal governo, e i cittadini devono studiare, informarsi, e arrivare a creare dei canali intelligenti per pretendere che il governo si esprima con chiarezza su tali problemi.

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L’analisi della prima parte, scelte, spese, responsabilità, si confronta con il vuoto storico dell’Italia nella dinamica industriale nucleare, sia militare che civile. Non fa quindi stupire che il governo attuale non abbia fatto precedere la comparsa delle decisioni sul programma nucleare da una presentazione logica: non esiste, per questo, il fondamento culturale né dalla parte originante né dalla parte della cittadinanza passiva recipiente. Il dialogo, che dovrebbe essere articolato, è purtroppo limitato in gran parte a due sole voci: l’asserzione autoritaria che le centrali nucleari moderne sono sicurissime, a cui si oppone la conoscenza della gestione clientelare e corrotta della cosa pubblica, di cui tutti i cittadini italiani sono espertissimi, che trasforma la sicurezza in paura. La sicurezza esiste nel Laboratorio di Los Alamos, sede da sessantasette anni di eccellenza e disciplina, là dove ancora si ricorda il rigore di Oppenheimer, di Fermi, di Bethe, la sicurezza esiste nei libri di fisica e nei manuali della tecnica; la corruzione esiste nel tessuto della nostra società e delle nostre gerarchie. Il risultato del dialogo è zero, e la manovra dei filonucleari improvvisati ha via libera.

In conclusione il programma nucleare del governo italiano è caratterizzato da insipienza e segretezza. Invece vorremmo vedere in azione saggezza e cultura alla guida dei progetti tecnici e industriali, e chiarezza nelle strategie della dinamica della nazione. Ma esistono tali virtù altrove, nel grande mondo che ci circonda? Limitiamoci a considerare due nazioni, Germania e Stati Uniti. Un buon motivo per limitarci a questa scelta è che la Germania è stata la culla dell’industrializzazione europea basata sulla sorgente fossile carbone già nell’ottocento, e poi anche nazione portatrice della cultura scientifica da cui nacque la fisica nucleare nella prima metà del Novecento; ha qualcosa da insegnarci. Gli Stati uniti sono cresciuti sul flusso d’alta marea della industrializzazione basata sull’abbondanza della sorgente fossile petrolio e poi sono diventati, a partire dal 1945, la massima potenza nucleare. Ebbene la Germania è oggi al primo posto nel mondo per la ricerca e sviluppo della tecnologia solare, eolica e da biomassa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la nostra attenzione è polarizzata sulle recenti dichiarazioni del presidente Obama relative al finanziamento statale per la costruzione di “alcune” centrali elettronucleari. Le parole del presidente americano, ad ascoltarle con attenzione, sono un capolavoro di scaltrezza dialettica. E’ noto che in USA una piccolissima parte della popolazione segue il discorso politico; chi ascoltava il discorso di Obama sul nucleare, e ora chi discute sulle sue parole, è una minoranza di persone letterate, orbene queste persone sono state invitate al dialogo, al dibattito razionale sul dilemma nucleare e ambiente, invitate a pensare alla solidità dell’economia nazionale, all’orgoglio della nazione, al futuro. Chi segue la stampa americana sa che tale tipo di dibattito è già in corso da tempo e quindi, stimolati dalle parole del presidente, si può continuare a scrivere e parlare e scambiarsi opinioni per tantissimo tempo. A cosa serve guadagnare tempo? A portare avanti la dinamica industriale nucleare, l’aggiornamento della tecnologia dei sommergibili nucleari, tecnologia per la quale è in atto una transizione evolutiva sia per il normale ritmo industriale di rinnovamento (il ciclo è rozzamente valutabile in dieci o quindici anni) sia per l’innovazione imposta dalla emergenza delle nuove tecnologie russe e cinesi. Infatti le caratteristiche prestazionali della flotta sottomarina sono intimamente legate alle caratteristiche della tecnologia missilistica – si parla ovviamente di sommergibili portatori di missili balistici. La ricerca e sviluppo nucleare è realizzata da tre o quattro complessi industriali; si tratta di attività complicatissime che richiedono competenze specialistiche implicanti anni di educazione di fisici, ingegneri, tecnici spesso operanti in simbiosi, ed è proprio da questa realtà che nascono i tempi tipici ciclici dell’aggiornamento della produzione citati prima. L’America con Truman ha aperto la strada all’era delle armi nucleari prodotte su larga scala, ma la proliferazione tanto temuta dalle persone intelligenti è avvenuta, solo l’ingenuità o l’ignoranza dei politici credeva che le armi nucleari potessero restare un segreto e un privilegio nelle mani del Pentagono. I fisici, a partire da Einstein e Fermi, hanno sempre saputo che non è così, e furono loro gli iniziatori dei ragionamenti sulla logica globale del disarmo. Non ascoltati. Ora è compito dell’America continuare a gestire, in qualità di nazione più potente, il precario stato di cose dell’armamento nucleare globale. E questo ingrato compito spetta al presidente Obama.

L’Italia si trova a un bivio. Tentare la strada della leadership nella scienza del futuro, l’ecofisica, e nelle tecnologie che ne conseguono, ossia entrare in collaborazione e competizione con la Germania. Questa sarebbe la decisione orgogliosa, nella tradizione dell’eccellenza che avevamo nell’era di Edoardo Amaldi, quando le nostre università erano alla frontiera della fisica delle alte energie, dell’astrofisica. In senso profondo l’ecofisica è nella filiera di questa grande matrice di pensiero. Oppure seguire la strada del continuo vassallaggio, ora verso l’America, domani non si sa, Arlecchino tende a essere servo di due padroni.

Luigi Sertorio
Fonte: http://www.aspoitalia.blogspot.com/
16.03.2010