Archivi del mese: aprile 2010

ComeDonChisciotte – MAGIA NUCLEARE

ComeDonChisciotte – MAGIA NUCLEARE.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

“La natura dei popoli è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.”
Niccolò Machiavelli

Dalla Francia alla Russia – evitando però la Germania, dove hanno deciso che, man mano che le centrali nucleari diverranno obsolete, semplicemente le spegneranno ed utilizzeranno energia rinnovabile – il Grande Capo Capelli Dipinti stringe mani ed accordi, celebrando il gran ritorno dell’Italia al nucleare.
Non prima di tre anni, però, per iniziare la prima centrale e dove ancora non si sa. Siccome esiste ancora un “rischio elezioni”, non sia mai che si spiattellino segreti di Pulcinella come i luoghi dove sorgeranno futuri siti nucleari, e si perdano così i voti dei “favorevoli sì, ma nel giardino del mio vicino”.

Questi famosi siti – verrebbe da dire “elementare, Watson” – per una questione tecnico/legale, salvo qualche new entry saranno quasi tutti nelle zone dove c’era già prima una centrale, poiché quelle aree già possiedono le necessarie autorizzazioni. Le autorizzazioni non invecchiano mai, i referendum invece sì: magia nucleare.

Ovviamente, la colpa di questi ritardi è solo da imputare al “gran lavoro” che la commissione d’esperti, nominata ad hoc, si trova sul groppone per districare il contorto groviglio geografico/istituzionale dei futuri siti.
Il che, fa sospettare che i famosi “esperti” abbiano frequentato un anticipato anticipo della Riforma Gelmini poiché, anche sapendo assai poco di Geografia, non ci vuole tanto a capire dove le centrali potranno essere costruite, ossia in aree non sismiche e ricche d’acqua dolce.
Può anche darsi che una futura riforma istituzionale istituisca nuove aree non sismiche: Sicilia, Friuli, Umbria…per decreto. All’unanimità, Gelmini compresa.

Il garante di tutta l’operazione è quel galantuomo di Scajola – quello del “rompicoglioni” al defunto Marco Biagi – che adesso pare abbia comprato una casupola nel centro di Roma con un pagamento in nero di 600.000 euro, pagati – si dice, la Magistratura dovrà accertarlo, sempre che domani possa ancora accertare qualcosa dopo che sarà stata “riformata” – dal costruttore Anemone, uno dei “fiori di campo” della “serra Bertolaso”.
Insomma, con le competenze geografiche della Gelmini e lo specchiato fulgore morale di Scajola, più la benedizione del Banana, possiamo affermare d’essere in buone mani. Anzi, in una botte di ferro, come Attilio Regolo.
Eppure, non si sentono sicuri.

C’è forse un ripensamento…che so, almeno un atto di dolore per aver infranto una decisione che gli italiani avevano preso con un referendum abrogativo? No, niente.
Su quel referendum hanno glissato perché – essendo un referendum abrogativo – sotto il profilo legale aveva abolito le leggi che istituivano il nucleare dell’epoca: basta fare una nuova legge!
Fare, oggi, un referendum consultivo? Eh…mica sono scemi…eppure sarebbe il minimo. In una democrazia vera.
Chi ancora, però, non confonde le coltellate alla schiena con la democrazia ateniese, qualche mal di pancia lo scorge perché quella campagna referendaria si giocò proprio sulla scelta fra mantenere il nucleare oppure abolirlo. Una scelta politica, di campo: mica per abolire il decreto numero…della legge numero…e il comma…

Serve, allora, una vigorosa campagna pubblicitaria [1] per convincere gli italiani che il nucleare è bello, fa bene e non ingrassa. Pare che abbia anche dei positivi riflessi sulla cute, sulle rughe e sulla circonferenza dei glutei: ancora non si sa se la testimonial sarà Carlà Brunì in Sarcofagò, oppure la più “ruspante” Michela Brambilla in Ministerium. E in reggicalze. Deciderà la commissione d’esperti.

Già me la vedo quella pubblicità.
Prevedo carrellate “lunghe” su paesaggi incontaminati dove – solo in lontananza, sia chiaro – comparirà un etereo sbuffo di vapori iridescenti, mentre la sommità del reattore sarà truccata con Photoshop per assomigliare alla pipa dello zio Amilcare. Come colonna sonora, ovviamente, la Sesta di Beethoven.
Poi – se ne occuperà “Striscia la notizia”? – ci faranno entrare in un’abitazione francese con la famiglia che attende il desco. Il più piccolo dei figli avrà un girello che sembrerà l’Atomium di Bruxelles, mentre la mamma mescolerà la minestra nella zuppiera e, nei vapori, compariranno le stelline di Natale. Musica: We are the (atomic) World.
Infine, il capofamiglia condurrà la telecamera nel garage dove, ben allineati, ci saranno tre mastodontici SUV tutti con la scritta “dono di EDF”. Musica: la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Qui, la metà dei maschi italiani in età da scorrazzata notturna a tutto gas, raggiungerà l’eiaculazione.

Eh, se non ci fosse lui…chi avrebbe mai pensato – al posto dei noiosi dibattiti, della valutazione dei rischi, dell’impennarsi del prezzo dell’Uranio, della questione delle scorie, dell’eolico che da un paio d’anni, negli USA, produce più del nucleare, e poi ancora… – che la questione va sistemata, semplicemente, a suon di spot?
Siamo o non siamo un Paese di cerebrolesi?
Insomma, un po’ quello che noi facevamo credere alle giovani albanesi che appassivano curve sui libri: oggi, per fortuna, la loro salute è salva perché stanno all’aria aperta e passeggiano nei viali italiani.
Il Banana stesso, durante l’ultima visita a casa degli Skipetari, ha raccomandato al premier di Tirana di continuare con le forniture di carne fresca.

Così, con i soldi pubblici della RAI – paradosso: anche con i soldi di quelli contrari! – sarà allestita una bella campagna pubblicitaria, con tutto lo staff prelevato fra figli, nipoti, cugini e parenti vari dei notabili pidiellini. Uno staff ben pagato, ovviamente: chissà se questa volta scoppierà pubblicopoli?

Ci ha colpito, in questi giorni, l’affermazione del buon Scajola – “una faccia, una razza”, come dicono in Grecia e noi aggiungiamo “una certezza” (!) – nella quale sosteneva che la maggioranza degli italiani è oramai favorevole al nucleare. Poche balle, su. Addirittura, il 54%! [2].
Peccato che non siano stati comunicati gli estensori della ricerca, le metodologie…niente. Lo dice Agi Energia è ciò vi basti, popolo incredulo: direttore responsabile Giuliano De Risi, nominato a quel posto nel 2005. Regnante sempre lui, il Banana.

Ora, che la questione del nucleare non possa essere affrontata a colpi di sondaggi (e di pubblicità) è papale, però ne ho scovati parecchi che raccontavano cose un po’ diverse. E, importante, tutti citavano le fonti degli istituti di ricerca, dai quali si possono ricavare le metodologie adottate. Li riporto nelle note [3] [4] [5] [6].
Poi, che Legambiente tiri da una parte e Scajola dall’altra si può capire: ma, almeno, le fonti e le metodologie adottate…
D’altro canto, se gli italiani fossero in così larga maggioranza favorevoli al nucleare, che bisogno ci sarebbe di metter su tutto il can can pubblicitario?

Ciò che si ricava dai sondaggi è che la percentuale degli italiani, favorevoli ad avere una centrale nella propria Provincia, cala drammaticamente: un terzo, anche meno. Perché?
Non è soltanto la ben conosciuta solfa del “non nel mio giardino”, perché gli italiani – in larga maggioranza proprietari delle loro abitazioni – guardano anche al mercato immobiliare.
Già sappiamo che, sulle prime, faranno roboanti promesse: soldi a tutti, elettricità gratis, come nella famiglia della pubblicità. Chissà che non arrivino anche delle escort atomiche.
Poi, quando si spegneranno i riflettori, gli italiani che avranno accettato scopriranno che il valore immobiliare delle loro case si sarà ridotto ad un terzo: e non fidatevi dei dati francesi! Le case, in Francia (a parte Parigi e poche altre aree), costano già un terzo rispetto alle corrispondenti abitazioni italiane! Il motivo? Leggete “La guerra di Cementland” [7].

Comunque, buona gente, dormite sonni tranquilli: non ci sono vere centrali nucleari in costruzione, solo quelle della pubblicità. Fra un materasso ortopedico ed una cyclette, troveranno il modo per far guadagnare qualche soldo alla solita squinzia che poi si porteranno a letto: tutto finirà lì. Perché?
Poiché ci sono parecchi segnali in tal senso.

Mangiafuoco s’è recato all’incontro con Putin [8] accompagnato dal Gatto e dalla Volpe, in arte Conti e Scaroni, i capoccia di ENEL e di ENI.
Sotto l’albero (anche se non è Natale) c’erano già i doni: le forniture di gas per l’ENI ed il completamento del Southstream, tanto gradito a Putin, Scaroni e poco da Obama.
Dopo una breve pausa di rilassamento, nella quale hanno promesso centrali a fusione – ma quando, fra mezzo secolo? Nessuno c’è ancora riuscito! – si è passati ad un altro “pezzo da novanta”.

Per Conti, c’era una vera e propria sorpresa: la costruzione a Kaliningrad (o, se preferite, Königsberg) di una grande centrale nucleare, avente una potenza installata (su due gruppi) di circa 2.350 MW. Roba grossa.
Per chi l’avesse scordato, Kaliningrad è un’enclave russa completamente staccata dalla madrepatria, giacché è compresa all’interno dei confini lituani e polacchi nel Baltico centro-meridionale. Che cosa se ne fa, Mosca, di una centrale che si trova in una regione che non ha vie d’accesso alla Russia? A Putin piace giocare la parte degli ucraini nella “guerra del gas”? Ma per favore.
Come è stato limpidamente dichiarato, la produzione della centrale sarà destinata alle “aree europee”. E, l’Italia, dove si trova?

Per rassicurare ancor più l’ospite, il Banana ha dichiarato che l’inizio dei lavori per la prima centrale nucleare italiana avverrà non prima di tre anni. Ma…sa contare?
Già pensare che questo governo duri ancora tre anni è una bella scommessa, con la maggioranza che “va sotto” in Parlamento e passa un emendamento dell’opposizione. Chi mancava all’appello? Tantissimi deputati, ma fra i tanti i più erano quelli di Fini.
Tanto per fare una gentilezza “all’amico Gianfranco”, il Banana fa pubblicare sul giornale del fratello (!) un bel articolo che prende di mira Fini, accusandolo di una trama oscura fra la di lui suocera e la RAI. Se dovessimo meravigliarci per tutte le nefandezze della RAI, dovremmo scrivere dall’alba al tramonto per 365 giorni l’anno.
Mentre Bossi tuona col suo federalismo, il Banana – ma, allora, è proprio sfatto, pronto per la macedonia – si scusa con Fini, questa volta facendolo incavolare come una bestia. Ma, insomma…di chi è il Giornale?

Se, anche, domani Bossi e Fini s’innamorassero perdutamente l’uno dell’altro – con il Banana stesso a fare da testimone alle nozze – e la legislatura durasse ancora tre anni, s’andrebbe a nuove elezioni in pieno “subbuglio nucleare”, magari con una campagna referendaria in atto. Scelta oculata, non c’è che dire: se non hanno nemmeno il coraggio di pubblicare i nomi dei futuri siti nucleari!
Quindi, signori miei, dormiamo sonni tranquilli: Conti si porta a casa una centrale (va beh, in Russia, ma l’elettricità viaggia alla velocità della luce…) mentre Scaroni si gonfia le tasche di gas e petrolio russo. Il Banana può continuare a raccontare la sua panzana nucleare e tutti sono contenti: dopo, darà la colpa ai comunisti. Anzi, a Fini ed ai comunisti, anzi no, a Fini comunista. Parola di Fede.

Nota metodologica.
Chi conosce come scrivo, sa benissimo che non mi piacciono gli epiteti e non amo insultare: non ho mai chiamato Silvio Berlusconi “il Banana”.
Dopo, però, aver compreso che per Silvio Berlusconi io – e con me tutti gli italiani – siamo ritenuti soltanto un ammasso di cellule cerebrali da ammansire con le grazie di qualche velina del gran circo Barnum/Raiset, soprattutto per una questione di vitale importanza come l’energia, non ho più motivo per non appellarlo “Banana”, anzi, “testa di banana”.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/magia-nucleare.html
29.04.2010

NOTE:

[1] Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10237/nucleare-in-arrivo-spot-televisivi-per-convincere-gli-italiani?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ecoblog%2Fit+(ecoblog)
[2] Fonte: http://www.agienergia.it/NewsML.aspx?idd=67230&id=65&ante=0
[3] Fonte: http://www.legambiente.eu/archivi.php?idArchivio=2&id=5765
[4] Fonte: http://www.demos.it/a00231.php
[5] Fonte : http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/ambiente/nucleare1/sondaggio-nucleare/sondaggio-nucleare.html
[6] Fonte : http://www.ansa.it/ambiente/notizie/notiziari/energia/20100210173935026688.html
[7] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[8] Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=99407&sez=HOME_INITALIA

Articolo liberamente riproducibile, ovvia la citazione della fonte

Antonio Di Pietro: 1000 gazebo per 3 referendum

Firmate, firmate, firmate…

Fonte: Antonio Di Pietro: 1000 gazebo per 3 referendum.

L’Italia dei Valori si appresta a dare il via alla campagna referendaria. Dal 1° maggio saranno più di 1000 i gazebo presenti in tutta Italia dove sarà possibile firmare i quesiti: contro il ritorno al nucleare (stampa e diffondi il volantino), in difesa dell’acqua pubblica (stampa e diffondi il volantino) e per fermare il legittimo impedimento (stampa e diffondi il volantino).

Saremo al fianco dei cittadini in ogni regione, in ogni provincia e in ogni città per spiegare le ragioni che ci hanno spinto ad iniziare questa nuova battaglia. Una battaglia in difesa della libertà e della democrazia. Una battaglia volta a restituire dignità agli italiani.

Grazie alla vostra firma sarà possibile bloccare tre normative altamente antidemocratiche. Se non blocchiamo il legittimo impedimento non saremo più tutti uguali davanti alla legge. Ai magistrati, di fatto, sarà impedito di processare il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e i suoi ministri. Se non difendiamo l’acqua pubblica ci allontaniamo dai bisogni dei cittadini, svendendo un bene prezioso alle multinazionali: l’acqua. Se non blocchiamo l’avanzata del nucleare saranno spesi soldi inutili e sarà messa a rischio la salute della gente e del territorio.

E’ disponibile un’area contenente i dettagli della raccolta firme, dove potete trovare l’elenco completo dei banchetti presenti in tutta Italia. Potrete informarvi su come partecipare attivamente alla raccolta firme e avere informazioni sul materiale divulgativo.

Contiamo molto sul vostro aiuto e sulla collaborazione della società civile. Vi chiediamo di darci una mano interagendo con i comitati territoriali i cui riferimenti sono raggiungibili sul sito www.3referendum.it. Anche su Facebook inseriremo una pagina riguardante le location dei gazebo. Da un account Twitter saranno date notizie in tempo reale sull’andamento della campagna referendaria. Attraverso YouTube, invece, saranno trasmessi video e inchieste riguardanti gli argomenti trattati dai referendum.

La campagna referendaria si chiuderà il 20 luglio: avremo ottanta giorni di tempo per raccogliere le 800 mila firme necessarie, una media di 10 mila firme al giorno. Una scommessa difficile, certo. Ma siamo convinti che anche grazie al vostro impegno sarà possibile vincerla.

Antimafia Duemila – I Servizi non sono affatto ”deviati”, servono logiche di potere occulto ed economico

Fonte: Antimafia Duemila – I Servizi non sono affatto ”deviati”, servono logiche di potere occulto ed economico.

…Ciancimino Jr, visibilmente teso ed emozionato, non stenta a chiedere perdono per tutti “gli errori” commessi dal padre. “Non ho avuto paura di farlo a Palermo – ha detto – tantomeno ne ho a Corleone, dove il nome di mio padre ha contribuito a dare quella luce negativa che ancora oggi le fa subire il pregiudizio”. Una condizione a cui “sono sottoposto anch’io”- ha spiegato, che ha dato a Massimo quella stessa voglia di cambiamento che lo ha spinto a parlare con i magistrati, svelando i retroscena di una vita vissuta all’ombra di quelle trasversali commistioni di potere che all’interno della sua casa trovavano assenso e attuazione. Ciancimino raccoglie così i pensieri e comincia a raccontare di quel padre ingombrante e della sua spiccata tendenza alla libertà, puntualmente repressa da punizioni esemplari e doveri da adempiere. “Io ero il figlio sacrificabile – ha commentato – quello a cui non piaceva studiare”, quello per cui “quando Riina voleva uccidere mio padre, questi mi disse che mi avrebbe portato con sé”. Don Vito ha condizionato la sua vita ed è perciò che Massimo confida a sé stesso e al suo pubblico di non potersi ritenere responsabile di quella scelta. “Oggi sono qui a parlare”, ha affermato con rammarico, purtroppo “l’anomalia non è la gente che non parla ma Ciancimino perché parla”. “Io non credo di custodire verità assolute, cerco di portare prove alle mie dichiarazioni. Sono stato criticato per quella che è stata definita progressione o rateizzazione delle dichiarazioni, ma io questa la chiamo semplicemente paura. Parlare di certi soggetti non è facile. Non è facile quando questi stanno ancora al potere. Non è facile confrontarsi con la diffidenza della gente, non è facile spiegare a tuo figlio le minacce che ti arrivano con proiettili o pacchi bomba, così come non lo è andare via da Palermo, cambiare continuamente indirizzo, chiamare la scorta, effettuare le bonifiche, vivere in una realtà completamente diversa da quello che immaginavo io”.  “Io racconto fatti. È compito della magistratura fare il resto”.  “E’ stato detto che è inutile spendere i soldi dei contribuenti per indagini vecchie di 17 anni, ma è fondamentale capire che cosa hanno determinato quegli anni bui” attorno alle stragi del ’92 – 93. Poi arrivano alcune domande.  Sono critiche, ma cercano di misurare la sua lealtà. “Perché Ciancimino non ha parlato prima? Non mi sembrava che disdegnasse la vita lussuosa di un tempo! Perché parla proprio adesso?” Sono solo legittimi interrogativi a cui la gente di Corleone pretende delle risposte. Ma “a chi avrei dovuto denunciare – afferma Ciancimino – ai carabinieri che solevano frequentare mio padre? Ai magistrati che talvolta si presentavano a casa? A qualche cardinale che frequentava gli amici degli amici?” Ed inoltre “se avessi voluto godermi i soldi non avrei fatto questa scelta che sicuramente non è la più accomodante”. Ciancimino trova così il silenzio attento della gente sulla base di un ragionamento che si rivela illuminante .“Le sue dichiarazioni–  ha sottolineato Giorgio Bongiovanni – vengono sottovalutate, invece sono importantissime. I magistrati che lo stanno interrogando sono l’eredità di Falcone e Borsellino ma c’è una stampa che sta remando contro questa collaborazione, perché un potere non vuole che Ciancimino parli”. Quello stesso potere che di recente gli ha inviato cinque proiettili per dissuaderlo dal continuare ad andare avanti. “Tesoro o non tesoro, uno può essere tremendamente triste e straricco o tremendamente povero e superfelice, dipende dallo stato d’animo dell’essere umano – ha continuato Bongiovanni – Massimo Ciancimino ha una bella famiglia, un buon lavoro, chi glielo fa fare a parlare di una verità così scomoda?” Una verità che il Sindaco Iannazzo chiede che venga raccontata tutta, compresa quella sull’identità del fantomatico uomo dei Servizi alla quale, rassicura Massimo, “i magistrati stanno lavorando perché sia raggiunta”. Sono stati fatti dei riconoscimenti fotografici, ora manca un nome e un cognome che non tarderà ad arrivare. Ma in tutta questa fase la lotta di Massimo è rivolta principalmente a restituire dignità e valore a suo figlio Vito Andrea. “Certo – ha affermato – quando si parla con la magistratura non bisogna avere limiti, però non vorrei lasciare in eredità a mio figlio ‘un padre pazzo’ perché è questo che cerca di far passare una certa stampa che si guarda bene dal parlare di quei politici che hanno ritrovato la memoria dopo anni, grazie alle mie dichiarazioni”. Per questo è importante cercare di “capire quanto il passato ci lega al presente”. Quel passato che qui a Corleone aspettano di sentire in tanti. Tutti in silenzio, allo stesso tempo rispettosi e diffidenti nei confronti dell’inaspettato ospite cui ha fatto gli onori di casa il sindaco Iannazzo seduto accanto a un ex primo cittadino di schieramento opposto, Pippo Cipriani, a riprova che la lotta contro la corruzione e la mafia è trasversale, apartitica, che non è una virtù né di destra né di sinistra ma un messaggio di onestà intellettuale e morale su cui tutti devono lavorare. Un programma etico che imporrebbe una pulizia interna al Parlamento senza precedenti, perché abbiamo una dirigenza nel nostro Paese che è complice di pesanti fardelli. Fin quando non scopriremo i mandanti delle stragi che uccisero Falcone e Borsellino non si capiranno mai i fili che legano la seconda Repubblica al ricatto. Ed è questo il tenore dell’intervento del direttore di Antimafia Duemila, secondo il quale “non è un caso che proprio La Licata abbia scritto questo libro. Proprio lui che “venne avvertito da Falcone che l’attentato all’Addaura era stato fatto da ‘menti raffinatissime’ e non solo dalla mafia”. “Falcone – ha proseguito Bongiovanni – si riferiva ai Servizi Segreti di questo Stato i quali non sono affatto deviati, fanno il loro lavoro, cioè quello di servire il potere che nel nostro Paese è quello delle banche, dell’economia, dei poteri occulti come la massoneria, l’Opus Dei, il Vaticano e la mafia, che è parte di esso”. Il padre di Massimo Cancimino, amico personale di Bernardo Provenzano, “era funzionale a questo potere”. Ripercorrendo le linee del libro si capisce che tutta la vita dell’ex sindaco di Palermo è costantemente “accompagnata dai Servizi Segreti” . Sono loro “che controllano la politica”, la stessa che “nella migliore delle ipotesi ha partecipato, se non organizzato, le stragi del ’92 – 93”.  E questa non vuole essere una retorica, ma è un fatto che emerge dai contenuti del testo e che si riallaccia “alla strategia della tensione posta in essere negli anni Settanta e perpetrata, ancora, negli anni Novanta mentre andava avanti una trattativa tra Mafia e Stato” in direzione del riassetto di nuovi equilibri. Un modus operandi che l’ex giornalista de l’Ora di Palermo, Francesco La Licata, ha avuto modo di conoscere, all’epoca in cui il quotidiano parlava di commistioni fra mafia politica e servizi. “Quando ho sentito questi racconti – ha detto – mi sembrava di rivedere un film che in qualche modo avevo già vissuto” avendolo a suo tempo raccontato. Mentre a Palazzo delle Aquile si discuteva un piano regolatore, dall’altro lato della città cadevano le persone ammazzate e noi sapevamo che morivano per quello che accadeva lì e lo abbiamo scritto anche andando incontro alle critiche di chi ci prendeva per visionari. Io mi sono stupito a sentir parlare di questi racconti, nonostante ne avessimo scritto, non pensavamo che l’abbraccio tra il malaffare e la politica, ma soprattutto del potere finanziario ed economico, fosse così totalizzante. Tassello dopo tassello abbiamo capito perché ogni volta che si discuteva di un appalto, che al comune di Palermo non veniva mai concesso per meno di trent’anni, per la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e dell’illuminazione pubblica, c’era un certo fermento da parte di strani personaggi. Solo adesso posso dire che appartenessero a questi benedetti Servizi Segreti che noi pensavamo fossero dei fantasmi, ma che invece sono delle persone in carne ed ossa”. Ed è questo “uno spaccato di storia siciliana – ha affermato Cipriani – completamente dominato dal sistema politico, affaristico mafioso di non facile metabolizzazione”. Soprattutto per quei figli nati ‘nelle famiglie sbagliate’. Come per esempio “Giovanni Riina che all’età di sedici anni fu trascinato a casa dello zio per rapire una persona e ucciderla strangolandola con una cordicella”. Una problematica che ripropone la spinosa e controversa questione nata da una proposta dello stesso Cipriani di arrivare a togliere la patria potestà ai genitori non idonei all’educazione. Ma che nel caso di Massimo Ciancimino ha trovato conforto nella sua stessa presa di posizione nell’affermare davanti ai magistrati una verità scomoda appartenuta alla sua condizione familiare in cui lui stesso ha rivestito un ruolo di primo piano, con riferimento in particolare alla trattativa tra Stato e Mafia intercorsa nel ’92. Da apprezzare e incoraggiare dunque la scelta dell’ultimo figlio maschio di casa Ciancimino che ha avuto l’ardito coraggio di rivelare affari, scrivere nomi, raccontare omissioni di un mondo pericoloso costituito non solo da qualificati criminali ma da squallidi mercenari dai volti rispettati del mondo della politica, delle professioni e dello Stato. Quello stesso Stato, ancora oggi, troppo impreparato a riconoscere se stesso perché intrappolato in un maligno gioco di specchi, il cui potere supremo “viene gestito – ha ricordato in ultimo Bongiovanni – da chi ha compartecipato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fondando la seconda Repubblica sul loro sangue”. Ci sono tanti uomini delle istituzioni onesti ma “finché non si chiarirà questo fatto – ha concluso – in Italia non si risolverà mai il problema del malaffare, della mafia militare e della corruzione. Solo quando si arriveranno a sapere i risvolti di questa storia, allora potremmo dire che esistono in Italia, singoli uomini corrotti e pezzi di Servizi deviati”.


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- “Don Vito”:  le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione

Antimafia Duemila – ”Arresto latitanti non e’ merito Governo”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Arresto latitanti non e’ merito Governo”.

«Gli arresti dei latitanti che si susseguono negli ultimi tempi non rappresentano un merito del Governo ma delle forze dell’ordine, che però lavorano con grandi sacrifici perchè hanno organici insufficienti».

Lo ha detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, replicando, nel corso della trasmissione Radio Anch’io al Ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per Gratteri, «il Governo ha fatto due cose importantissime abolendo il patteggiamento in appello, che era uno scandalo ed un regalo alle mafie e modificando la normativa sul sequestro e la confisca dei beni, che oggi sono più facili. Il resto dei provvedimenti adottati dall’esecutivo, però, mi sembrano palliativi». Secondo Gratteri, «bisogna attuare un’inversione di tendenza perchè è da oltre dieci anni che si fanno concorsi nelle forze dell’ordine in numero insufficiente, tanto che non si riesce a coprire i vuoti che si determinano per i pensionamenti». Gratteri ha espresso, inoltre, un giudizio negativo sull’uso dell’Esercito contro la criminalità «perchè – ha detto – bisogna stabilire, in questo senso, un rapporto qualità-prezzo. Non è possibile, per esempio, pensare di fare intervenire l’Esercito anche in zone periferiche perchè i costi di questa operazione sarebbero troppo elevati. Non bisogna, inoltre, abolire le intercettazioni telefoniche ed occorre informatizzare il processo per farlo durare di meno e per fare diminuire il potere discrezionale. Si risparmierebbero milioni di euro e non ci sarebbero più abusi in termini di notifiche e di trasmissione di atti».

Piero Ricca » Giorgio Napolitano

Fonte: Piero Ricca » Giorgio Napolitano.

Quando gli storici del futuro si chineranno sui reperti di quest’epoca politica, risalterà l’ipocrisia codarda di chi per dovere istituzionale avrebbe dovuto e potuto stabilire un limite all’eversione berlusconiana. Ma non l’ha fatto. In cima alla lista, tra gli ignavi, ci sarà il nome di Giorgio Napolitano.
Se n’è stato sempre in silenzio quando i magistrati venivano linciati dalla banda Berlusconi: mai una parola chiara, al massimo astratti inviti al rispetto reciproco, buoni per tutte le stagioni. Ora invita la magistratura all’autocritica, al recupero di un buon rapporto con la politica. Dopo caterve di diffamazioni e leggi per l’impunità di pochi, dentro una crisi morale e costituzionale di inaudita gravità, alla vigilia dell’approvazione della legge contro le intercettazioni e del “lodo Alfano” bis. Quasi volesse preparare il terreno, dare una mano a normalizzare il clima, legittimando una degenerazione che finge di non vedere o reputa ineluttabile, in vista delle “riforme condivise” da lui tanto caldeggiate, come s’addice più a un garante della Casta che della Costituzione. Come giudicarlo? O è sotto ricatto o è codardo di suo. Comunque è inadeguato: al ruolo e ai tempi. Quanta paura deve fargli l’ometto inceronato!

Lo diremo in piazza, con iniziativa ad hoc, con tanto di preavviso alla questura e ampia documentazione, in una delle prossime agorà, speriamo in compagnia dei tanti che in questi giorni ci hanno manifestato condivisione e solidarietà dopo lo spiacevole episodio con gli sgherri manzoniani sul set di piazza della Scala.

Blog di Beppe Grillo – Beppe Grillo interviene all’assemblea degli azionisti Telecom

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Beppe Grillo interviene all’assemblea degli azionisti Telecom.

Riporto alcuni passaggi del mio intervento:

Oggi sono venuto a celebrare i funerali di Telecom Italia. Ho il lutto al braccio. La ex prima azienda tecnologica del Paese è finita, ogni anno, da 10 anni, diventa più piccola, più marginale nel contesto internazionale. Nel periodo 2008/2012 tra tagli effettuati e tagli futuri sono previsti altri 13.000 licenziamenti. L’organico di Telecom Italia al 31.12.2009 era di 54.236 dipendenti, nel 1999 quando fu ceduta a debito da Massimo D’Alema ai capitani coraggiosi Gnutti e Colaninno e Consorte aveva quasi il doppio di dipendenti.
Telecom si sta estinguendo. Quando un’azienda esternalizza i suoi migliori informatici e ingegneri per fare efficienza non ha futuro. 3000 tra i migliori del Paese sono esternalizzati in una grande scatola dal nome SSC che sarà “efficientata” e poi venduta con comodo. Che futuro ha un Paese che licenzia gli ingegneri e importa mano d’opera a basso costo? Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che gli attuali azionisti ne spolpino anche le ossa. Telecom è morta, ma si possono espiantare i suoi organi e salvare l’occupazione ancora rimasta.
Il presidente di Telecom Galateri ha detto che: “c’è il debito da ridurre, lo faremo”, ma come può pensare di farlo se continua a distribuire dividendi agli azionisti tutti gli anni, anche quest’anno. La casa va a fuoco e usano l’acqua rimasta per farsi una doccia. Negli ultimi 10 anni il debito è rimasto lo stesso, mentre gli azionisti e i manager si sono arricchiti e Telecom ha come dice elegantemente Galatieri “diminuito il suo perimetro”. Il perimetro dei piccoli azionisti si è invece allargato, il valore di un’azione Telecom era di circa 8 euro nel 2003 e oggi vale poco più di un euro. Nel 2009 i ricavi di Telecom Italia sono stati di 27,1 miliardi di euro con un debito di 34 miliardi di euro. Il debito è di 7 miliardi di euro più dei ricavi.
I ricavi sono in diminuzione del 6,3% rispetto al 2008 ed è previsto un ulteriore calo del 3% nel 2010 e, dopo aver ceduto quasi tutto in questi dieci anni, dalle partecipazioni estere, agli immobili, a società innovative come Telespazio, Italtel Sirti, si annuncia la prossima cessione del 50% di Telecom Argentina.
Si parla di investimenti nei prossimi anni quando la Rete è un colabrodo e siamo ultimi nelle classifiche europee per la diffusione della banda larga.
Vorrei fare un semplice esercizio, da ragioniere, perché io sono un ragioniere, se la Telecom in questi dieci anni ha venduto quasi tutte le sue partecipazioni, i suoi immobili, persino le centrali telefoniche, ridotto del 50% il personale, diminuito i suoi ricavi, ridotto gli investimenti, quasi azzerato il valore del titolo e, nonostante tutto questo, il debito è rimasto lo stesso di 34 miliardi. La domanda è: dove sono finiti i soldi? Chi ha distrutto la più importante azienda italiana nel campo dell’innovazione costruita con le tasse di generazioni di italiani?
I soldi sono finiti in stock option milionarie, in dividendi agli azionisti del salotto buono che hanno spolpato viva la Telecom. E’ necessario fare un’indagine patrimoniale sui manager che in questi anni hanno gestito la Telecom per verificare il loro patrimonio prima e dopo il loro ingresso in Telecom. Per verificare se le operazioni che hanno condotto in questi anni di cessioni del patrimonio Telecom abbiano procurato loro dei guadagni diretti o indiretti. La distruzione del valore di Telecom Italia è stato il più grave danno sia economico che per il futuro sviluppo legato all’innovazione procurato al nostro Paese. Gli azionisti e i lavoratori e le generazioni future hanno o stanno già pagando il conto. I responsabili di questa catastrofe sia politici che imprenditori vanno perseguiti.
Bernabè è una persona che stimo come manager, ma che non ha fatto quello che una persona con la schiena dritta avrebbe dovuto fare: chiedere conto alle precedenti gestioni, da Colaninno a Tronchetti, da Buora a Ruggiero, implicato nello scandalo delle false fatturazioni di Telecom Sparkle, delle loro azioni, dei loro enormi guadagni e in alcuni casi dell’uso privatistico dell’azienda. Lo spionaggio ai danni di decine di migliaia di persone fatto da dipendenti Telecom ha prodotto alla società un danno di immagine enorme. Chi lo paga? Chi risarcisce i piccoli azionisti di un titolo spazzatura? Colaninno e Gnutti hanno intascato una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro quando hanno ceduto le loro quote a Tronchetti finanziato dalle banche, perché? E perché i piccoli azionisti non hanno avuto nulla?
E’ immorale che siano state distribuite stock option milionarie per anni mentre decine di migliaia di persone perdevano il lavoro.
E’ necessaria una legge per impedire la distribuzione di dividendi alle aziende con un indebitamento superiore al 50% del fatturato. Qualunque piccola media azienda con un debito superiore del 30% al fatturato chiuderebbe domani mattina. Telecom è morta, per salvare l’occupazione residua va venduta al più presto a Telefonica e la dorsale deve ritornare in mani pubbliche dando ad ogni operatore le stessa possibilità e non a un unico soggetto.
La banda larga in Italia è stretta, la più stretta in Europa, anche grazie a questo Governo che tiene bloccati gli incentivi di 800 milioni per ridurre il digital divide e introduce tasse assurde come l’equo compenso sulle memorie.
La diffusione della banda larga nelle abitazioni secondo dati della Commissione Europea è nella Lombardia, la più avanzata delle Regioni italiane, di soli 36 famiglie su 100, esattamente come le regioni europee più povere come la Mancha spagnola e peggio della Polonia.
Dopo l’Italia ci sono solo la Romania, la Bulgaria e la Grecia. Senza infrastrutture l’Italia non ha un futuro e neppure un presente. Cari Bernabè e Galateri, vendete quello che è rimasto a Telefonica, restituite la dorsale allo Stato e dopo andate a casa, insieme al consiglio di amministrazione, prima del fallimento.

Antimafia Duemila – Amianto. Quella minaccia nascosta. Due documentari che parlano di lavoro e sicurezza

Fonte: Antimafia Duemila – Amianto. Quella minaccia nascosta. Due documentari che parlano di lavoro e sicurezza.

di Pietro Orsatti – 29 aprile 2010
Mesotelioma pleurico e asbestosi. Malattie terribili, troppo spesso mortali. Causate dall’amianto. Hanno colpito, nel nostro Paese, migliaia di persone.

Cittadini ignari e non informati da chi doveva informare. Lavoratori tenuti all’oscuro della pericolosità dei materiali con cui venivano a contatto. Il business che mostra la sua faccia peggiore. Chi sapeva taceva, chi poteva intervenire non interveniva. Perché era troppo costoso. Perché non conveniva anche politicamente.
Questo è l’amianto. Questo è stato, questo è.
Alla vigilia della giornata mondiale dedicata alle vittime dell’amianto Legambiente torna in questi giorni a lanciare l’allarme sui rischi dovuti all’elevata presenza di materiali contaminati su tutto il territorio nazionale e a denunciare il clamoroso ritardo sugli interventi di risanamento e bonifica. A 18 anni dalla 257/92 che mise al bando la fibra killer nel nostro paese infatti sono solo 13 le Regioni che hanno approvato un Piano Regionale Amianto. Secondo le stime del CNR e dell’Ispesl il materiale tossico ancora da smaltire si aggira intorno ai 32 milioni di tonnellate, prendendo in considerazione solo le onduline di cemento di amianto. Le vittime invece ruotano attorno alle 4000 all’anno.La scorsa settimana una storica sentenza ha finalmente dato un frammento di giustizia. La sentenza sul processo sulle morti bianche causate dalle inalazioni di amianto nel cantiere navale di Palermo. Trentasette morti. Almeno altrettanti operai ammalati. Sono stati ritenuti responsabili tre ex dirigenti della Fincantieri che hanno dovuto rispondere dell’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni gravi colpose. Ad emettere la sentenza di condanna il giuduce monocratico della prima sezione del Tribunale di Palermo, Gianfranco Criscione, il quale ha stabilito una condanna a sette anni e sei mesi per Luciano Lametti, sei anni per Giuseppe Cortesi etre anni invece ad Antonio Cipponeri. Tutti e tre gli imputati hanno avuto un condono di pena di 3 anni.
Oltre al carcere si parla anche di risarcimenti milionari che i tre dirigenti sarebbero tenuti a risarcire all’Inail, che si era costituita parte civile.
Ma la situazione che si era creata nei cantieri palermitani è comune in tutti i porti e cantieri italiani. Situazioni analoghe sono state denunciate anche nel porto di Trieste e nei cantieri di Monfalcone.
Negli scorsi anni ho realizzato vari lavori su questo tema e sulla condizione di lavoro nei porti e nei cantieri italiani. Qui ripropongo due documentari. Uno dello scorso anno realizzato nei cantieri di Marghera e Monfalcone. L’altro dell’anno precedente realizzato nel porto di Trieste.

I FILM

Strike Boat – documentario sul lavoro nei Cantieri navali di Marghera e Monfalcone (e Trieste)

Sulla Stessa Barca – documentario sul lavoro nel porto di Trieste (con capitolo conclusivo sull’amianto)

VISITA: orsatti.info

Tratto da: gliitaliani.it

Ustica, scenari di guerra

Ustica, scenari di guerra.

In occasione del trentennale della strage di Ustica (27 giugno 1980) torna in libreria a partire dal 5 maggio il libro intitolato “Ustica, scenari di guerra” scritto da Leonora Sartori e Andrea Vivaldo, un testo a cura di Fabrizio Colarieti (Edizioni Becco Giallo, 2010).
Proponiamo agli utenti del sito la lettura della prefazione al testo scritta da Fabrizio Colarieti.


RAGIONI DI STATO

La domanda, trent’anni dopo, è sempre la stessa: perché?
Il 27 giugno 1980, un minuto prima delle 21, precipitava dal cielo di Ustica al fondo del Mar Tirreno un DC-9 della compagnia Itavia, in volo da Bologna a Palermo con a bordo ottantuno passeggeri. Sono passati trent’anni dalla più grave tragedia dell’aviazione italiana, subito divenuta il caso Ustica.

Quella notte la storia comincia con un aereo che scompare dagli schermi radar e i suoi passeggeri (64 adulti e 13 bambini) e l’equipaggio (2 piloti e 2 assistenti di volo), inghiottiti dal mare. Immediate le tesi su quello che doveva sembrare a tutti i costi un incidente, una sciagura del tutto casuale, forse un caso remoto – ricordate? – di cedimento strutturale. Mille ipotesi, mille inchieste, il silenzio di tanti, l’impunità e il mistero che sempre più avvolgeva quello strano incidente. Invece quella sera, lassù, c’era la guerra: questo hanno raccontato agli italiani i magistrati che hanno indagato sulla Strage di Ustica. Lo hanno detto anche ai familiari delle vittime, senza però lasciare loro la possibilità di gridare “assassino” a qualcuno, perché, riassumendo il mare di carte giudiziarie in cui è scritta questa storia, restano ancora oggi “ignoti gli autori del reato”.
Loro, i passeggeri e l’equipaggio, affrontarono quel volo da inconsapevoli vittime di una scellerata Ragion di Stato. Non sapevano di certo che non sarebbero mai atterrati e che la loro fine sarebbe diventata un giallo. Lungo trent’anni. Tra quei passeggeri c’era Alberto Bonfietti, 37 anni, giornalista del quotidiano “Lotta Continua”, che non ha avuto il tempo di appuntare un ultimo pensiero nel suo taccuino. Così come Francesco, Paolo, Daniela, Andrea e Marianna. Forse neanche loro hanno avuto un istante per pensare un’ultima volta ai loro cari, in attesa a Palermo. Non ha avuto il tempo di scrivere sul suo diario “segreto” neanche Giuliana Superchi, 11 anni, e al papà, che la stava aspettando a terra, non ha potuto far vedere la pagella. Anche Rosa De Dominicis, 21 anni, allieva hostess, non ha avuto modo di capire se quello fosse davvero il lavoro della sua vita. Questa è Ustica. Quella notte le tenebre hanno inghiottito tutto questo, senza appello: la vita di quelle sfortunate persone, la dignità del nostro Paese, le prove e la verità su un caso mai chiuso per la giustizia italiana. Quella notte è successo qualcosa che nessuno doveva sapere. Sapevano e sanno ancora oggi, tuttavia, solo coloro che dovevano proteggere il volo di quell’aereo e che, invece, sono diventati per sempre i custodi di un segreto inconfessabile.

La storia va ripercorsa dall’inizio, in quell’attimo, il tempo monco del “Gua…”, inciso nell’ultimo pezzetto del nastro che girava dentro la scatola nera: un frammento di parola che non ha dato risposte, ma solo un indizio. Sull’aereo, tranne il comandante Domenico Gatti, colui che gridò al microfono quel “Gua…”, nessuno ha avuto il tempo di accorgersi di quanto stava avvenendo nel cielo attorno al DC-9. Oggi, a sentire le parole del senatore a vita Francesco Cossiga, che all’epoca era il presidente del Consiglio dei ministri – parole che, ventotto anni dopo, hanno ispirato un nuovo filone investigativo su cui lavora ancora la Procura di Roma – sembra certo che quella notte nei cieli italiani si consumò una battaglia aerea che vide i caccia della Marina francese colpire l’aereo sbagliato nel posto giusto: lì, in quel tratto di buio sopra il Tirreno, doveva esserci l’aereo con a bordo il Muammar Gheddafi, non il DC-9. Un errore, quindi, che attende ancora che sia fatta giustizia.

Dubbi non ce n’erano, fin dall’inizio, fin dalle ore successive mentre tutti puntavano il dito contro la compagnia Itavia, accusata di far volare aerei “carretta”, messa prima in ginocchio e poi fatta fallire. Cinque mesi dopo la strage, due tra i massimi esperti di guerra aerea, gli americani John Transue e John Macidull, guardando il tracciato radar di Ciampino, non ebbero alcun dubbio: nel punto dove il DC-9 è scomparso, un altro aereo, un caccia, ha compiuto una manovra d’attacco da manuale, incrociando la rotta dell’Itavia da ovest verso est. Questo contesto, per chi ha indagato, altro non è che la realtà, chiara e semplice, che non può certamente essere più negata, tanto più da chi aveva precisi obblighi verso i cittadini.

Probabilmente anche Gheddafi sa qualcosa in più di noi, dato che in questi trent’anni non ha mai smesso di affermare che quella sera la Libia fu vittima tanto e quanto il nostro Paese. L’ultima volta lo ha ripetuto davanti alle sue Tv, era il 31 agosto 2003, in occasione del 34esimo anniversario della Rivoluzione libica. Non ha mai smesso di accusare chi probabilmente voleva ucciderlo: forse gli americani, forse i francesi. Insomma i suoi nemici dichiarati. Forse era proprio il suo l’aereo che doveva essere tirato giù, quello che doveva essere lì, nel punto Condor al posto dell’Itavia. Si salvò dall’imboscata – sempre secondo Cossiga – perché i nostri Servizi segreti fecero in tempo ad avvisarlo.
È perciò impossibile accontentarsi degli esiti di un processo penale, già concluso, che si doveva limitare a giudicare la condotta dei vertici dell’Aeronautica militare italiana. Pure loro, i militari che quella notte sedevano davanti ai radar, sanno come sono andate le cose. Per la giustizia, per la Cassazione che nel 2007 li ha assolti “perché il fatto non sussiste”, gli allora vertici dello Stato maggiore dell’Ami non depistarono le indagini né – come sosteneva l’accusa – omisero di comunicare al governo quanto accaduto. Cosa era davvero accaduto lo sapeva, probabilmente, anche Mario Alberto Dettori, il radarista trovato impiccato a un albero nel 1987. Era in servizio al radar quella notte a Grosseto e vide qualcosa che lo turbò, una verità di cui si ammalò e che lentamente ha finito per schiacciarlo. Non è il solo, Dettori, perché in questa storia ci sono anche altre otto vittime collaterali che, come lui, hanno sfiorato la verità e a cui è toccata la stessa sorte dei passeggeri del volo India Hotel 8-7-0. Una sorte infame che li ha attesi – tutti – nascosta dietro un angolo. Le vittime sul DC-9 non c’entravano nulla e nulla sapevano della guerra fredda, silenziosa e strisciante, in corso proprio intorno a loro, in quel buco nero, a metà strada tra Ponza e Ustica: un puntino che sulle carte aeronautiche è chiamato Condor. La versione dei fatti che somiglia di più alla verità, gli italiani la immaginano, l’hanno letta sui giornali, sui libri, l’hanno ascoltata al cinema, nei teatri, l’hanno compresa addirittura attraverso i disegni di un fumetto. Ma vale la pena ripeterla.

Nel ’99, dopo nove anni di istruttoria, il giudice Rosario Priore, l’unico che in questa storia provò ad arrivare fino in fondo, scrisse nero su bianco che il DC-9 fu vittima di “un’azione militare di intercettamento messa in atto, verosimilmente, nei confronti dell’aereo che era nascosto sotto di esso”. Un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, un’operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui furono violati confini e diritti. L’Itavia 870 – concluse la scienza – rimase vittima fortuita di questa azione: di una near collision con un altro velivolo o, peggio ancora, tirato giù da un missile. Quella notte intorno al DC-9, lo dicono i tabulati di Ciampino – miracolosamente scampati dall’azione sistematica e scientifica, di distruzione delle prove – c’erano in volo aerei militari di almeno quattro Paesi: Italia, Libia, Stati Uniti e Francia. Dai depistaggi, ai non so, dai non ricordo, ai colpi di lametta che tagliano intere pagine di registri, dalle bobine cancellate agli aerei che volavano senza nome, è scampata un’unica verità: l’aerovia percorsa dal DC-9, l’Ambra 13, nel punto Condor era intersecata dall’aerovia militare francese Delta Whisky 12.

Quella sera, sarà un caso, dalla base francese di Solenzara in Corsica decollarono diverse coppie di Mirage e in mare c’era almeno una portaerei transalpina. Troppi indizi, nessun alibi e, fino a prova contraria, la parola di un ex Capo di Stato, Cossiga. E poi, come non ricordare quel MiG 23 libico, quello ritrovato sulla Sila, caduto – dice la nostra Aeronautica – il 18 luglio ‘80, perché era rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un MiG con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un MiG che verosimilmente “buca” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo è in corso un’imponente esercitazione della Nato. Forse la chiave di volta è proprio il suo ruolo, forse, come disse una volta Giovanni Spadolini ai giornalisti: “Scoprite cosa è successo a quel MiG caduto sulla Sila e troverete la chiave per capire la strage di Ustica”. Solo pezzi mancanti, in un enorme puzzle che la magistratura non è riuscita, in trent’anni, a rimettere assieme. Come, ad esempio, le risposte alle decine di rogatorie internazionali promosse nel corso dell’istruttoria, che tre nostri alleati e partner commerciali (Francia, Stati Uniti e Libia), non hanno mai ritenuto opportuno fornire.

Ciò che sappiamo, che le indagini hanno certamente chiarito, è che quella sera tutto si consumò sotto gli “occhi” di decine di stazioni radar, sopra le antenne di una dozzina di basi “sigint” dell’intelligence americana, sotto l’ombrello di copertura di numerosi satelliti spia e a portata di un aereo radar Awacs della Nato in volo sull’Appennino tosco-emiliano. Il corridoio percorso dal DC-9 da Bologna a Ponza era tutt’altro che libero, era affollatissimo e anche questo lo sappiamo per le tracce nei tabulati radar, nelle risposte fornite dalla stessa Nato, nelle conversazioni terra-bordo-terra e nelle telefonate intercorse tra Ciampino e l’attaché militare della Usa Embassy of Rome.

Un segreto che non c’è, anzi che non esiste sulla carta. E’ recente, infatti, la conferma da parte del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che nessun segreto di Stato è stato mai apposto su atti o documenti inerenti il caso Ustica. Ma questo già lo sapevamo: “Si stima – scrisse il giudice Priore nelle conclusioni della sua monumentale istruttoria – che ci si sia trovati innanzi a qualcosa che è sfuggito e ancora oggi sfugge al controllo istituzionale ed alle garanzie poste dall’ordinamento. Da un punto di vista formale il segreto non esiste; nella sostanza invece esiste ed è stato opposto nei fatti ostacolando ed impedendo di accertare gli eventi e le responsabilità”.

Il muro di gomma è stato fatale per tutti, e tutti ne sono rimasti invischiati, mentitori e sinceri. Da questa brutta storia il Paese è uscito con le ossa rotte, ferito nella sua sovranità e con esso l’Aeronautica, inseguita per sempre dall’ombra del sospetto. La scienza e la magistratura non possono fare più nulla, solo la politica, e con essa la diplomazia, può ancora andare fino in fondo, chiedendo conto di tutto questo ai nostri alleati e ai suoi apparati d’intelligence, con la più elementare e scontata delle domande. Ancora una volta, sempre la stessa: perché?


Fabrizio Colarieti

LINK:
1) Il sito www.stragi80.it
2) Il sito del giornalista Fabrizio Colarieti

Mills di queste balle – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Mills di queste balle – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò, da L’Espresso in edicola

Si indaga su un politico? Per commentare si attende il rinvio a giudizio. Rinvio a giudizio? Si attende la sentenza del tribunale. Condanna in tribunale? Si attende l’appello. Condanna in appello? Si attende la Cassazione. Poi finalmente si pronuncia la Cassazione e tutti si dimenticano di commentare. Con la sentenza sul corrotto prescritto David Mills s’è fatto anche di peggio: il 25 febbraio, quando uscì il dispositivo della Cassazione, i turiferari del Cavalier corruttore lo spacciarono per assoluzione, grazie anche al Tg1 dell’apposito Minzolini. Quando poi, il 21 aprile, sono arrivate le motivazioni, tutti zitti.

Torniamo a due mesi fa: le Sezioni unite dichiarano prescritto il reato di Mills, retrodatando la prescrizione da febbraio 2010 a dicembre 2009, e condannano l’imputato a risarcire 250 mila euro allo Stato. E’ chiaro a tutti che Mills fu corrotto. Da chi, segreto di Pulcinella. Ma Berlusconi dice che “il reato non è stato commesso” e strilla alla “persecuzione giudiziaria” dei “pm talebani”. Il suo capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto delira di “dura sconfitta per il rito ambrosiano”. Il dioscuro del Senato Maurizio Gasparri vaneggia di“giudici milanesi sconfessati e sbugiardati”. Per il capo dei senatori leghisti Federico Bricolo, “questa clamorosa sentenza prova l’accanimento contro Mills per colpire Berlusconi”. Il coordinatore Pdl Denis Verdini tuona contro la “persecuzione giudiziaria ai danni del premier per sovvertire la volontà degli italiani”. L’on. avv. Niccolò Ghedini assicura: “La Cassazione non dice che Mills è colpevole. Nessun accertamento di reato”. “Vittoria di Berlusconi. Schiaffo della Cassazione ai pm”, titola il Giornale: “Il Cav e gli italiani dovrebbero essere risarciti”. “Il Cavaliere – scrive Vittorio Feltri – può cantare vittoria: se non c’è più il corrotto, non ci può più essere il corruttore”. Libero è lapidario: “Silvio assolto”. Sotto, il solito Filippo Facci deduce che, siccome il reato (per Mills) s’è prescritto nel dicembre 2009, “il processo non doveva neanche iniziare” (nel 2005).

Due mesi dopo arrivano le motivazioni: il reato c’era eccome, Mills fu corrotto con 600 mila dollari targati Biscione in cambio della sua “reticenza” al processo d’appello sulle mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza. Berlusconi fu condannato in primo grado, prescritto in appello e assolto in Cassazione per “insufficienza probatoria” appunto perché Mills “aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off-shore”. E proprio la carenza di prove certe sul punto determinò … l’assoluzione di Berlusconi”.
Se Mills non fosse stato comprato e avesse detto la verità, le prove sarebbero state certe e sufficienti a condannare per corruzione il Cavaliere. Che sarebbe finito in carcere, non a Palazzo Chigi. Ecco perché, sulle motivazioni della Cassazione, tutti tacciono. “Quando potremo dire tutta la verità – diceva Leo Longanesi – non la ricorderemo più”.

In Italia magistratura offesa, vilipesa e oltraggiata

Fonte: In Italia magistratura offesa, vilipesa e oltraggiata.

Non voglio apparire né irrispettoso né irriguardoso nei confronti nel nostro presidente Giorgio Napolitano a proposito del suo invito diretto ai magistrati: “Anche i magistrati facciano autocritica“.
Tuttavia, siccome il Corpo giudiziario non ha bisogno di essere difeso da chi scrive, questo non mi esime di esprimere il disaccordo non già sull’invito ma, perché ritengo che la Magistratura italiana sia stata offesa, vilipesa e oltraggiata da dichiarazioni fatte da esponenti di primo piano della politica e che non intendo ribadire.
Quindi, se vi è stata una reazione, peraltro contenuta nei toni, è stata causata da attacchi a tutta la Magistratura. E, aggiungo, con amarezza, che recentemente, oltre alle dichiarazioni del neo pentito della “famigghia” dei Lo Piccolo, sono emersi minacce di morte verso i magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo, Giovanbattista Tona, ed ho visto scarsa “attenzione” del mondo politico. Invero, taluni cittadini con manifestazione autonome hanno dimostrato solidarietà e vicinanza ai giudici.

Oggi, i giornali dedicano ampio spazio all’invito del Presidente e anche alle dichiarazioni di alcuni politici che trovano linfa per affermare il plauso di condivisione.
Però, quando sono emerse le minacce di cui ho appena dato cenno, non ho visto tanta solerzia e non ho letto pari dichiarazioni di sostegno verso la magistratura: non mi riferisco al Capo dello Stato, ma a taluni personaggi politici. Anzi, nel caso di Ingroia, qualcuno ha anche ironizzato, ma soprattutto ha taciuto guardandosi bene di far pervenire al Giudice la propria vicinanza con pubblica condanna sulle minacce ricevute.
Il sacrosanto invito del Capo dello Stato dovrebbe avere, anche, altri destinatari che, mi si consenta il termine, hanno intorpidito ed avvelenato il clima giudiziario, additando i Magistrati come i fautori di tutti mali che affliggono la società civile e la politica in generale.
Inoltre, certe dichiarazioni di giovani e rampanti “portavoce” che subito colgono l’occasione per dichiarare sintonia e soddisfazione nelle parole del Capo dello Stato, ma in passato si sono dimenticati di esternare solidarietà verso i Magistrati destinatari di minacce.
È facile accusare i Pubblici Ministeri di protagonismo perché partecipano a trasmissioni televisive o scrivendo libri. Sono le medesime lagnanze e accuse rivolte al Giudice Giovanni Falcone.
In Italia, abbiamo avuto tante stragi di mafia che hanno visto perire giudici, poliziotti, carabinieri ed inermi cittadini e che credo in nessun paese occidentale sia mai avvenuto tale scempio ad opera della criminalità organizzata.
Eppure, ciononostante, ancora oggi si ripercorrono i medesimi sbagli: attaccare i Pubblici Ministeri. Questo accanimento verso i magistrati non è forse riconducibile al fatto che i Giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri, hanno aperto la strada, tuttora perseguita con diligenza da altri Giudici, verso quel mondo collusivo tra politica e mafia?
Sono in errore? Allora qualcuno, per favore, mi ragguagli!

Pippo Giordano (tratto da palermo.blogsicilia.it, 28 aprile 2010)

Perugia, gli 80 assegni che accusano Scajola – BananaBis

Fonte: Perugia, gli 80 assegni che accusano Scajola – BananaBis.

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/29/news/perugia_gli_80_assegni_che_accusano_scajola-3695898/

Dalle carte dell’inchiesta nuove accuse a Balducci jr. E spuntano conti all’estero. Una nuova ipotesi di corruzione a carico di Rinaldi, commissario per i Mondiali di nuoto. Zampolini conferma ai pm: 900mila euro in nero per la casa del ministro
dai nostri inviati CARLO BONINI E FRANCESCO VIVIANO

PERUGIA – Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha mentito. Non è vero – come ha sostenuto replicando alla ricostruzione di “Repubblica” del 23 e 24 aprile scorso – che per comprare la casa che oggi abita a Roma si limitò ad accendere un mutuo di circa 600 mila euro e ad impegnare pochi contanti tratti dal suo conto corrente. Il 6 luglio del 2004, per acquistare la sua abitazione al civico 2 di via del Fagutale, è stata decisiva – come questo giornale ha riferito – una provvista in nero di 900 mila euro messa a disposizione dal costruttore Diego Anemone attraverso il suo architetto e progettista Angelo Zampolini. La circostanza non è più infatti un’ipotesi investigativa. É una evidenza confermata dalle dichiarazioni rese a verbale venerdì scorso dallo stesso Zampolini ai pm di Perugia, e soprattutto documentata dalla minuziosa ricostruzione del tragitto di quel denaro fatta dalla Guardia di Finanza. Un lavoro, per altro, ora non più coperto da segreto investigativo, perché il conflitto di competenza che si è aperto tra la Procura di Perugia e l’ufficio gip (che, come riferito ieri, ha respinto la richiesta di arresto di Angelo Zampolini, del commercialista Stefano Gazzani e dell’ex funzionario Claudio Rinaldi) ha infatti prodotto una prima discovery di atti istruttori al Tribunale del Riesame che oggi illumina definitivamente la “storia” di casa Scajola e con lei, i nuovi capitoli di questa indagine sulla “cricca” dei Grandi appalti.

Nell’ordine: la montagna di denaro utilizzata da Anemone per comprare il generale della Guardia di Finanza (oggi Aisi) Francesco Pittorru; l’iscrizione al registro degli indagati, per riciclaggio, di uno dei due figli di Angelo Balducci, Lorenzo, l’attore; la scoperta di conti esteri su cui vennero girate tangenti destinate ai funzionari pubblici; un nuovo episodio di corruzione di Claudio Rinaldi nella sua veste di commissario straordinario per i mondiali di nuoto del 2008; il 1 milione e 120 mila euro di false fatturazioni con cui Gazzani gonfiò i costi sostenuti dagli appaltatori delle opere del G8 della Maddalena per consentirgli di abbattere il proprio imponibile fiscale.

GLI 80 ASSEGNI DELLA DEUTSCHE BANK
Accusato di riciclaggio, Angelo Zampolini ammette con i pm di Perugia quel che non può negare, perché provato documentalmente. Nel luglio del 2004 l’architetto versa 900 mila euro in contanti sul proprio conto nella filiale 582 della “Deutsche bank” di Roma. Quindi li trasforma in 80 assegni circolari intestati a Barbara e Beatrice Papa, proprietarie dell’appartamento di via del Fagutale che Claudio Scajola, allora ministro dell’Attuazione per il Programma, ha deciso di acquistare. Il 6 luglio, giorno del rogito, gli 80 circolari di Zampolini vengono incassati dalle due sorelle Papa insieme ai 600 mila euro del “prezzo in chiaro” pagato dal ministro. Zampolini spiega di aver saputo che fosse Scajola l’acquirente della casa. E, nel difendersi dall’accusa di riciclaggio, conferma altre due circostanze che rendono insostenibile la posizione del ministro. La prima: i 900 mila euro utilizzati per gli assegni circolari – come ipotizzava la Finanza – vengono consegnati all’architetto da Diego Anemone. La seconda: è Anemone ad indicare a Zampolini l’uso che ne deve essere fatto. L’architetto sostiene di non aver fatto domande sul perché un costruttore dovesse contribuire per i tre quinti all’acquisto della casa di un ministro. Giura di aver dato corso alle istruzioni di Anemone in buona fede, non avendo ragione di sospettare una provenienza nera di quel denaro. La questione torna dunque ad essere affare tra Anemone e Scajola. L’odore della corruzione è forte. Così come probabile, a questo punto, che la storia di via del Fagutale traslochi presto da Perugia al Tribunale dei ministri.

I DUE APPARTAMENTI
L’operazione “via del Fagutale” ha avuto un prologo. Meglio, una “prova generale”. E avrà un seguito. Con un beneficiario diverso. Quel Francesco Pittorru che, da generale della Finanza prima e da funzionario dell’Aisi poi, sarà utile alla “cricca” per ficcare il naso dove non dovrebbe (gli accertamenti fiscali sullo studio di Stefano Gazzani, commercialista del Gruppo Anemone). Il 2 aprile 2004 (tre mesi prima del “rogito” Scajola), Zampolini versa infatti 285 mila euro in contanti che gli sono stati consegnati da Anemone sul suo conto “Deutsche Bank”, per poi trasformarli in 29 assegni circolari all’ordine di Monica Urbani, proprietaria della casa in via Merulana 17 (quartiere Esquilino), che il generale Francesco Pittorru ha deciso di acquistare per la figlia Claudia. É un bel regalo. Che evidentemente, però, non basta a spegnere gli appetiti del generale. L’8 giugno del 2006 Zampolini torna infatti alla “Deutsche” con un’altra rimessa di Anemone e un nuovo appartamento da comprare. Il contante, questa volta, è pari a 520 mila euro. Gli assegni circolari sono per quattro eredi (Rosa e Daniela Arcangeletti, Rosa Anna e Nello Ruspicioni), proprietari dell’appartamento di via Poliziano 8 (ancora quartiere Esquilino) dove il generale “casa e bottega” (la sede dell’Aisi non è lontana) ha deciso di accomodarsi con la moglie Anna Maria Zisi.

I REGALI PER LORENZO
La generosità di Anemone semplifica la vita anche di Lorenzo Balducci, figlio di Angelo. Sui conti di tale Achille Silvagni, cognato di Stefano Gazzani, viene versato e quindi trasformato in assegni circolari 1 milione e 100 mila euro di cui risulta beneficiaria la “Blu International G. F. srl”, società di produzione del film “Uccidimi”. Pellicola mai girata, di cui Lorenzo Balducci doveva essere protagonista. Ebbene, quel denaro – scrivono oggi i pm – sembra aver avuto quale “destinatario finale” proprio Lorenzo Balducci. Che, del resto, deve alla generosità di Anemone anche i 435 mila euro che Zampolini, secondo il solito schema contanti-assegni circolari, verserà nel 2004 per l’acquisto della sua casa nel centro di Roma.

LA CORRUZIONE DI RINALDI
La figura di Gazzani – che, per altro, per tutto il 2009, usa il suo studio come fabbrica di false fatture utili a gonfiare i costi sostenuti dagli appaltatori del G8 della Maddalena – è cruciale anche nella ricostruzione di un nuovo episodio di corruzione contestato a Claudio Rinaldi, già commissario per le opere dei mondiali di nuoto. Rinaldi autorizza il Gruppo Anemone all’ampliamento del Salaria Sport Village (il centro di Roma che Guido Bertolaso frequenta per i suoi massaggi) violando in un colpo solo ordinanze comunali, leggi regionali, vincoli paesaggistici. É un regalo che consente ad Anemone di risparmiare 9 milioni di euro. La ricompensa – scrivono i pm – “è una somma, allo stato non determinata” che “viene girata in conti esteri intestati a pubblici ufficiali”. Uno, a san Marino, è di Rinaldi, intestato alla madre, Mimma Giordani.

Il nucleare? Fa bene alla salute!

Fonte: Il nucleare? Fa bene alla salute!.

L’intraprendenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è pari solamente alla scelleratezza con cui il caramogio di Arcore è solito sottoscrivere con le altre nazioni accordi talmente sfavorevoli al nostro paese da risultare perfino imbarazzanti per coloro che ne beneficiano sfregandosi allegramente le mani.

Nel maggio del 2004 il Cavaliere diede prova del proprio genio firmando con il Presidente francese Chirac un accordo in merito alla suddivisione dei costi del TAV in Val di Susa, nell’ambito del quale l’Italia era disposta ad accollarsi il 50% del costo totale della tratta internazionale (di 72 km) pur risultando essa solamente per un terzo di competenza italiana. I francesi ringraziarono e portarono a casa il cadeaux.

Il 30 novembre 2005, costretto a trovare un barbatrucco che potesse permettere alla società Impregilo di defilarsi dal disastroso affare dei rifiuti in Campania, il genietto di Arcore.. varò nientemeno che un decreto legge che consentiva la risoluzione ope legis dei contratti con le società appaltatrici. Impregilo ringraziò e pochi mesi più tardi venne perfino premiata con l’appalto per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.

Alla fine di agosto 2008 il salapuzio più famoso d’Italia firmò il cosiddetto accordo fra Italia e Libia, nell’ambito del quale l’Italia si impegnava a versare 5 miliardi di dollari a Gheddafi, in cambio della promessa di un maggior controllo da parte del paese libico in merito alle imbarcazioni cariche di clandestini che regolarmente salpano alla volta delle coste italiane, e dal momento della stipula dell’accordo Gheddafi sta continuando a sorridere compiaciuto.

Nell’autunno del 2008 il Silvio “nazionale”, dopo avere fortemente osteggiato la vendita di Alitalia ai francesi caldeggiata dal governo Prodi, ha pensato bene di svenderla ad una cordata d’imprenditori italiani che si sono a loro volta premurati immediatamente di risvenderla ai francesi, ad un prezzo notevolmente più contenuto rispetto a quello che Air France era disposta a sborsare solo qualche mese prima. I quotidiani d’oltralpe sono parsi perfino imbarazzati quando si sono ritrovati a fare dell’ironia sulla vicenda.

Nel febbraio 2009, un Silvio Berlusconi impettito come non mai ha realizzato il suo vero capolavoro, firmando a Roma con il presidente francese Nicolas Sarkozy un accordo che prevede in collaborazione con la Francia la realizzazione sul suolo italiano di 4 centrali nucleari che utilizzeranno la tecnologia francese. Una vera manna per la Francia, unico paese al mondo a dipendere quasi totalmente (circa 80%) dal nucleare per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, e che ha necessità di esportare e capitalizzare i propri investimenti nell’atomo. Una vera iattura per l’Italia che dopo il referendum del 1987 era riuscita a liberarsi da una tecnologia pericolosa ed antieconomica che buona parte dei paesi nel mondo stanno abbandonando.

Lunedì 26 aprile 2010 (proprio il giorno in cui si commemorava la tragedia di Chernobyl) il Cavaliere è riuscito ancora una volta a superare sé stesso, siglando durante un incontro “informale” con Putin un memorandum d’intesa con la Russia, avente come oggetto la realizzazione in territorio russo di un reattore termonucleare sperimentale Ignitor.

Ed annunciando all’Italia intera l’intenzione d’inaugurare entro tre anni il cantiere della prima centrale nucleare su suolo italiano. Naturalmente dopo un’intensa campagna pubblicitaria (naturalmente a spese del contribuente) mirata ad orientare l’opinione pubblica dei cittadini, trasferendola su posizioni favorevoli all’atomo.
Il nucleare? Fa bene alla salute! Come la “vecchia” acqua Lurisia, dovete berla tutti è il vero gerovital.

Sostiene Schifani – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Sostiene Schifani – Peter Gomez – Voglio Scendere.

di Peter Gomez e Marco Lillo, da Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2010

Le 54 pagine della citazione civile notificate ieri a Il Fatto Quotidiano dal presidente del senato, Renato Schifani, spiegano bene quale considerazione abbiano della libertà di stampa molti esponenti delle nostre classi dirigenti. Nei mesi scorsi, come è noto, questo giornale ha pubblicato più puntate di una lunga inchiesta sulla vita umana e professionale della seconda carica dello Stato e alcuni pezzi di commento sulle risposte (mancate) di Schifani. L’indagine giornalistica si è rivelata quanto mai opportuna.

Dopo i primi articoli è tra l’altro emerso come il nome di Schifani, già citato da altri collaboratori di giustizia, fosse stato fatto anche di recente da due protagonisti della storia di Cosa Nostra palermitana: Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Gaspare Spatuzza, il braccio destro ora pentito dei fratelli Graviano, i boss di Brancaccio condannati per le stragi del 1993. E le loro dichiarazioni, vista l’importanza delle persone tirate in ballo, sono state ampiamente riprese da giornali e agenzie. Ora, è bene dirlo subito, nè Ciancimino, nè Spatuzza, hanno imputato a Schifani dei reati. E nemmeno lo avevamo fatto noi de Il Fatto con le nostre inchieste.
Ciancimino ha raccontato
come il presidente del Senato da giovane fosse stato l’autista del potente senatore fanfaniano, Giuseppe La Loggia, solito accompagnarlo alle riunioni con l’eurodeputato Salvo Lima e suo padre Vito. Spatuzza ha poi sostenuto di aver visto Schifani mentre, al fianco del suo cliente Pippo Cosenza, s’incontrava nei primi anni novanta con Filippo Graviano. Mentre, Il Fatto Quotidiano ha ripercorso i rapporti societari e professionali del senatore azzurro, rivelando come tra questi ve ne fossero stati molti con persone poi ritenute o mafiose, o contigue o complici di Cosa Nostra.

Se non si vogliono ridurre i giudizi politici su chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni alla categoria (giudiziaria) del colpevole o innocente, ci pare sia necessario partire proprio da notizie come queste. Specie quando sono numerose e reiterate nel tempo. Nelle democrazie liberali le regole del gioco sono chiare. La selezione delle classi dirigenti, e ancor più quella delle altissime cariche istituzionali, non viene demandata alla magistratura, ma all’opinione pubblica. L’elettore ha il diritto di sapere tutto sul suo candidato per poi sceglierlo o bocciarlo al momento del voto (o almeno era così finchè ci veniva data la possibilità di esprimere le nostre preferenze). Il Fatto si è sempre mosso – e continuerà a muoversi – proprio in questa convinzione. E per dar modo al senatore Schifani di offrire la sua versione, o di contestare eventuali inesattezze rispetto a quanto da noi scoperto, prima di scrivere, lo ha contattato via e-mail o attraverso il suo portavoce. Il presidente del Senato, pur informato nei particolari, non ha mai voluto rispondere. Oggi leggendo la citazione in giudizio con cui Schifani chiede un risarcimento da 720mila euro si comincia a intuire il perché. In 54 pagine il senatore bolla come “falsa” (e vedremo poi quale) solo una delle decine di notizie su di lui riportate da Il Fatto Quotidiano. Schifani invece si lamenta genericamente perchè “gli autori hanno tratteggiato, con dichiarazioni altamente diffamatorie, la figura dell’attore (lui, il presidente del Senato ndr) come quella di un soggetto vicino agli ambienti della criminalità mafiosa, ledendone la sua reputazione, dignità e prestigio professionale e personale”. L’unica prova addotta non è però il contenuto degli articoli o delle inchieste portate in giudizio, ma è una vignetta-fotografica del 22 novembre, pubblicata nella rubrica Satire&satiriasi . Un’immagine in cui Schifani, immortalato mentre offre la mano stesa a alcuni parlamentari, appare circondato da persone a cui viene fatto dire “bacio le mani”. In casi come questi più che invocare il diritto di satira, serve invece ricordare la storia. La libertà di parola è nata nel ‘700 per poter parlare male di chi stava al potere. Per parlarne bene, infatti, c’erano già i cortigiani. Ma andiamo avanti. Quale sia la filosofia che sta alla base della citazione lo si capisce leggendo le pagine 29 e 30 del documento. Il Fatto il 20 novembre per la penna di Marco Lillo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Schifani e la casa della mafia”. È la storia di un palazzo abusivo, quasi interamente costruito e abitato da parenti o esponenti di famiglie mafiose. A opporsi allo scempio edilizio erano due palermitane, le sorelle Pilliu, che proprio per questo furono anche ascoltate informalmente da Borsellino prima della morte. Schifani, con un suo collega di studio, assisteva invece dal punto di vista amministrativo il costruttore Pietro Lo Sicco. Il nipote di Lo Sicco, Vincenzo, dopo essere stato collaboratore dello zio ha avuto il coraggio di rompere con quel mondo e di testimoniare contro il suo familiare. Il Lo Sicco “buono” ha sostenuto in aula che Schifani si vantò con lui di aver salvato palazzo “facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi” e che la sanatoria era “riuscito a farla pennellare in quello che era l’esigenza di questi edifici”. Per la seconda carica dello Stato “non si vede quale sia l’interesse pubblico ad un processo nel quale il presidente Schifani non risulta in alcun modo indagato e nel quale le dichiarazioni rese dal Lo Sicco non sono passate al vaglio della magistratura”. In realtà Il Fatto, dopo aver scritto, chiaramente che i pm non avevano ritenuto di mettere Schifani sotto inchiesta, ha riassunto una serie di elementi che lasciano la porta aperta ad interrogativi.

Già nel ‘94, pur non essendo formalmente iscritto a partito, Schifani lavorava politicamente al fianco del senatore Enrico La Loggia, capogruppo degli azzurri. Il condono allora varato dal governo Berlusconi, come ammette lo stesso senatore, ha permesso di mettere in regola il palazzo. Ma c’è di più. Schifani sostiene che è una “affermazione gravemente falsa e ingannevole” scrivere che un emendamento alla legge finanziaria del 2000, presentato da un esponente di Forza Italia, fosse ad personam perchè sembrava ritagliarsi alla perfezione sugli inquilini dello stabile. Per capire che non è così basta però guardare che cosa è accaduto. Fino a quell’anno chi aveva firmato un compromesso di acquisto per un appartamento in un palazzo abusivo poi confiscato per fatti di mafia, non poteva perfezionare la compravendita. Grazie alla nuova legge sì. Tanto che uno dei promittenti acquirenti (che non citiamo per ragioni di privacy, visto che non è un politico) è già riuscito a comprare proprio grazie a quella norma, mentre gli altri ci stanno ancora provando. Questi, però, sono particolari da tribunale.

Più interessante è rileggere altri passaggi della citazione. Schifani ci rimprovera di non aver sottolineato che tra la sua clientela vi erano anche molte persone mai incappate in guai di tipo mafioso con la giustizia. E ci redarguisce per non aver detto che da una cooperativa edilizia in cui entrò a far parte molti anni fa uscì già nel 1986. Poi se la prende con Marco Travaglio che nella sua rubrica lo ha definito un “avvocaticchio di terza fila” prima di descrivere la sua straordinaria carriera politica. È un reato tutto questo o è diritto di cronaca e di critica? Prima del giudice, un’idea se la potranno fare i lettori che da oggi troveranno l’atto di citazione di Schifani liberamente scaricabile da sito dell’Anteffato. Noi invece continueremo le nostre inchieste giornalistiche. E invieremo di nuovo delle e-mail al presidente del Senato. Nella speranza che per una volta ci risponda. Pubblicamente e non in tribunale.

Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?

Fonte: Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha chiamato la magistratura ad una “riflessione seria e critica” su se stessa.
Lo ha fatto questo pomeriggio in occasione della visita ai magistrati tirocinanti incontrati al Quirinale. E nella doppia veste di Presidente della Repubblica e Presidente del Csm ha evidenziato problemi che “in materia di giustizia continuano a creare apprensione”. Come la “crisi di fiducia insorta nel Paese sia per il funzionamento insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia sia per l’incrinarsi dell’immagine e del prestigio della magistratura”.
Soluzioni proposte: rifuggere “da visioni autoreferenziali”, percorso “non facile al quale può darsi positivo inizio se si stemperano le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo ‘delicato e critico’ dei rapporti tra politica e giustizia”;
“Non cedere alle esposizioni dei media” e quindi ad “atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l’imparzialita’ dei singoli magistrati, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”;
Non rinunciare alla “fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato, – ‘soggetti solo alla legge’, fedeli alla Costituzione – che in decenni di vita democratica ha espresso personalità e straordinaria tempra morale, sapienza giuridica e dato contributi inestimabili alla tutela della legalità”.


Ma come, Presidente Napolitano, non dovrebbe lei, con tutto il rispetto, essere il primo a fare autocritica?
Non è forse il Csm, da lei presieduto, ad avere attaccato e ammonito magistrati come Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, Luigi de Magistris che non avevano fatto altro che svolgere il proprio lavoro applicando l’art. 3 della Costituzione?
Magistrati che in molti casi hanno accettato di subire la scomunica in silenzio mentre le indagini finora svolte da diverse autorità competenti hanno dimostrato che non avevano commesso alcuno degli illeciti che il Csm ha loro addebitato. Semplicemente, come dovrebbe fare qualunque rappresentante della Giustizia, si erano rifiutati, nonostante le velate intimidazioni, di chiudere gli occhi di fronte ad un sistema di potere che si arricchiva con i soldi pubblici rubati alla collettività.
Un sistema fatto di politici, imprenditori e anche magistrati. Molti dei quali, a dispetto delle gravi accuse per cui risultano indagati, sono rimasti al loro posto mentre i colleghi onesti venivano cacciati e subivano l’onta del linciaggio mediatico. Perché?
E cosa dovrebbero fare quei magistrati ingiustamente puniti Presidente? Non cedere all’esposizione dei media? Continuare a tacere mentre di fronte all’opinione pubblica il Consiglio Superiore della Magistratura e talvolta l’Associazione Nazionale Magistrati continua a delegittimarli facendo il gioco di chi è si macchiato di gravi reati e a causa dei tanti, sospetti trasferimenti e delle altrettanto sospette avocazioni rischia pure di farla franca?
Lei ammonisce chi, suo malgrado, è uscito dal riserbo e ha preso la parola per legittima difesa, elemento secondo lei pregiudizievole per la magistratura, ma non attacca chi è indagato per appartenenza a caste mafiose.
E’ questa la fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato? Ed è questa la legge Presidente?

Redazione ANTIMAFIADuemila (antimafiaduemila.com, 27 aprile 2010)


LINK:
1) Imputati e contenti (Marco Travaglio, Passaparola, BLOG Voglioscendere, 26 aprile 2010)
2) L’avviso di conclusioni indagini della Procura di Salerno sulla presunta corruzione di alcuni magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari di Catanzaro

Antimafia Duemila – Il boss vola in borsa, economia illegale all’ombra della politica

Antimafia Duemila – Il boss vola in borsa, economia illegale all’ombra della politica.

di Carlo Ruta – 27 Aprile 2010
La crisi dà una mano e gli affari si allargano fino a Piazza degli Affari: Milano nasconde tanti segreti, preziosi quando si vota.

Sintomatico come altri fatti di questo periodo, l’arresto dell’architetto palermitano Giuseppe Liga, indicato dai magistrati di Palermo come erede del boss Lo Piccolo, offre degli spunti per argomentare sull’evoluzione del fenomeno mafioso. Se a lungo, come istituzione prima ancora che come organizzazione, la mafia siciliana si è resa partecipe di un sistema che le ha consentito di porre delle ipoteche sullo Stato, negli ultimi decenni è divenuta soprattutto una avvolgente trama di denaro. Ed è il denaro a sollecitare in questi tempi le condotte e gli stili di vita che stanno portando, nell’epicentro della holding criminale, al sovvertimento di alcune regole. La società italiana ha subìto mutamenti importanti, si direbbe di rilievo antropologico. La civiltà contadina in Sicilia non esiste più, se non nei musei etnologici e nel ricordo degli anziani. Gli stili di vita a Palermo e Catania come nei centri minori sono cambiati in profondo. È quindi nelle cose che tutto questo abbia delle ripercussioni dentro gli orizzonti di mafia. Ma tale sfondo, pur importante, non spiega del tutto i nuovi iter del fenomeno.

Malgrado i ritardi accumulati nel business del narcotraffico, che potrebbero essere comunque eliminati negli anni a venire, il valore aggiunto della mafia, nei contesti dell’economia legale, non demorde. Lo si evince in modo coeso dai modi con cui si fa impresa nell’isola, in taluni settori in particolare, su cui non ci si sofferma perché lo si è già fatto in altre sedi. È rilevabile altresì in modo induttivo dalla curva ascendente delle confische avvenute nell’ultimo decennio, mentre dai rapporti di magistratura e polizia, oltre che da ricerche recenti condotte da associazioni di categoria, a partire dalla Confesercenti, emerge che le economie dei siciliani rimangono sostenute in Liguria, in Lombardia, in Veneto, nel Nord Europa, a dispetto delle congiunture negative e della stessa crisi globale. Tutto questo richiama i fasti dei decenni passati che hanno reso la mafia dell’isola una holding internazionale e, in tema di PIL, una voce economica in ascesa. La situazione odierna appare comunque quella di un ordine interamente rovesciato. Il vecchio contratto di servizio che legava gli «uomini d’onore» a pezzi di Stato è andato sciogliendosi infatti nello scambio fra economia e politica, più mimetico e avvolgente. Si tratta di definire allora quale nuovo paradigma può reggere i processi attuali.

È il caso di prendere le mosse da alcuni aspetti del fenomeno che appaiono in declino. In via generale, è legittimo dubitare sulla consistenza di alcuni vecchi riti nelle prassi di mafia dell’ultimo Novecento. Nella pubblicistica sul tema si direbbe che non sia mancata infatti una certa abitudine a generalizzare dati che appartengono a situazioni specifiche. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia più quotati, da Antonino Giuffrè ad Angelo Siino, da Francesco Campanella allo stesso Massimo Ciancimino, che pure ricopre un ruolo diverso, emerge comunque un quadro diverso, pragmatico, legato alla consistenza degli affari piuttosto che alle «liturgie». In situazioni come quelle odierne, che sempre meglio si muovono a tempo di Borsa e di internet, sarebbe d’altronde curioso che le consorterie si attardassero a tradizioni desuete, risalenti alla mafia ottocentesca dei giardini. Il passato continua beninteso a fare aggio sul presente, ma, necessariamente, su un piano diverso: quello dei patrimoni da investire, che non possono combinarsi bene, oggi, con i santini che bruciano e il sangue, oltre che con le latitanze lunghe e inevitabili: nelle cantine e nei tombini, piuttosto che nei classici paradisi. È ancora da definire quanto il vecchio Bernardo Provenzano sia stato interprete delle nuove istanze di mafia. Rimane da valutare altresì a fondo i ruoli che sono andati ricoprendo i più giovani di quello che è stato il gotha della mafia siciliana. Si conoscono tuttavia alcuni esiti, su cui è il caso di riflettere.

A partire dal 1994 lo stato maggiore dei corleonesi è stato falcidiato, con gli arresti di Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo, Giovanni Nicchi. Molto probabilmente, se non si avranno eventi risolutori di altro tipo, finirà in carcere pure Matteo Messina Denaro, l’imprendibile Diabolik. È supponibile infine che la medesima sorte toccherà ad altri esponenti. Si direbbe che occorra fare allora un ricalcolo, sui modi d’essere della mafia, oggi. Ma per un attimo occorre indugiare ancora su quel che scompare della «società onorata», con riferimento a un fatto sintomatico: la determinazione con cui boss noti e meno noti stanno mandando in crisi il culto dell’analfabetismo. Non si intende dire dei foglietti dattiloscritti con cui Provenzano comunicava dal proprio rifugio con affiliati e complici, ma di qualcosa di più sfuggente. Si è argomentato abbastanza sul fatto che oggi i figli dei mafiosi usano avviarsi alle libere professioni. E le ragioni di un tale abitudine, anch’essa sintomatica, non mancano. Ma cosa pensare del fatto che oggi sono gli stessi capimafia, in cattività, a darsi allo studio? Le cronache ne danno conto in modo eloquente. Pietro Aglieri e Calogero Brusca stanno studiando Lettere. Tommaso Spadaro, già re del contrabbando siciliano, si è appena laureato in Filosofia con una tesi su Gandhi. Filippo Graviano e Antonio Galliano stanno concludendo gli studi di Economia e Commercio. Il boss della mafia di Riesi Carlo Marchese sta studiando Giurisprudenza. Si potrebbe continuare perché i casi sono tanti. Regge comunque l’ipotesi che anche questo derivi da un collasso di “valori”.

Fin qui, quel che declina. Si tratta di dire adesso della mafia va crescendo, che reagisce alla crisi, muovendosi a passo di Borsa. Come si accennava, la holding criminale si erge su una montagna di soldi che in buona misura sono stati ereditati dai business del passato, frutto appunto di accordi con la politica, di egemonie internazionali conquistate con il fuoco delle lupare e dei kalashnikov. Sono soldi che contaminano, persuadono, spalancano porte, alimentano i circuiti dell’arricchimento. In certi frangenti sono penetrati nei salotti della buona finanza. Verosimilmente, come ha affermato il direttore dell’Unodc Antonio Maria Costa, riferendosi ai proventi dei narcotici in senso lato, servono in questi tempi per rinsaldare le difese di gruppi bancari in crisi. In ogni caso impongono soluzioni inedite, che non possono essere attinte dalla tradizione della forza. La mafia necessita di avvocati, commercialisti, consulenti, manager, formatori, agenti, esperti di finanza. Lo si è detto, ma non basta. Necessita soprattutto, tanto più in questi tempi, di una progettualità «normale», oltre che di individui «normali», che non hanno mai sciolto persone nell’acido, che non hanno commesso delitti efferati né sono braccati dallo Stato; che sono bensì del tutto integrati nei contesti economici e territoriali, come sembra essere il caso dell’architetto Liga appunto. E tale acquisizione, concettuale prima che vissuta realmente, attestata comunque da fatti, come quello appena citato, potrebbe fare la nuova antropologia degli «uomini d’onore».

Il caso di Francesco Campanella sembra essere al riguardo paradigmatico. Il reo confesso di Villabate, come lui stesso racconta, alla domanda di un magistrato della procura di Palermo se fosse un mafioso, dopo aver riflettuto un attimo, ha risposto che non poteva esserlo nel senso tradizionale. Non era stato affiliato in modo rituale. Non era stato inquadrato in un mandamento. Non doveva rispondere delle proprie azioni a un capofamiglia. Aggiungeva tuttavia che mafioso lo era a pieno titolo, e con tale status entrava negli affari comuni, trovandosi perfettamente integrato nell’orizzonte d’interessi che fa oggi la mafia. La cosa potrebbe apparire contraddittoria. In realtà viene a delinearsi, una volta ancora, qualcosa di inedito, che evoca una sovversione di «valori», uno scarto antropologico, sulle vie, appunto, di una ricercata normalità. Storicamente, la “società onorata” ha fondato il proprio potere sulla differenza. Ha rivaleggiato con lo Stato, insidiandogli il monopolio della forza, rendendosi istituzione e organizzazione, arrogandosi un ruolo giuridico, che le ha consentito di fare leggi vincolanti, emettere sentenze, comminare sanzioni. Ponendosi su un gradino più in alto, il boss ha gettato sul piatto degli affari, illegali e legali, il peso della propria hìbris guerriera. Ma tutto questo, fino a che punto può muoversi, nel mondo di oggi, a tempo di Borsa e di internet? I fatti dimostrano che esistono problemi. E sarebbe curioso che gli stessi boss, i responsabili di omicidi, i latitanti, sottoposti ormai da anni a una intensa pressione investigativa da parte dello Stato, non se ne rendessero conto. Come si diceva, è fin troppo facile prevedere che Matteo Messina Denaro verrà preso, come lo saranno altri. È naturale allora che il centro del potere mafioso tenda agli slittamenti, verosimilmente non in direzione di singole persone, ma di un soggetto collettivo.

È probabile che la mafia, traendo lezione da quella calabrese, mediti situazioni meno verticistiche e più circolari, per corazzare, meglio di quanto abbia fatto in questi difficili decenni, i patrimoni ingenti di cui è titolare. In ogni caso, il futuro del monstrum criminale va scindendosi da taluni destini personali. Se si tratta di tracciare allora un profilo attendibile delle cose odierne, potrebbe essere ancora paradigmatica la vicenda di Francesco Campanella. Formatosi negli anni di Totò Cuffaro, il mafioso di Villabate, ha esordito da consulente finanziario di un gruppo bancario. Ha fatto però presto a inserirsi in politica, ponendosi nel punto di congiunzione di imprenditoria e poteri pubblici. Di lì si è portato più in alto. È divenuto amico personale di Clemente Mastella, che lo ha nominato segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. Si è introdotto negli uffici decisionali dell’Udc siciliano, che, per consensi elettorali, si pone fra i più importanti del paese. Ha avuto incarichi di gestione di fondi comunitari sul piano interregionale. Ha goduto di una forte frequentazione con Cuffaro, che ha avuto pure come testimone alle nozze. Ha preso parte ad affari importanti, in Sicilia e in Calabria, garantiti da esponenti nazionali dell’Udc. Nel medesimo tempo, da uomo di mafia, si è speso per modernizzare le economie dei boss di area palermitana, in particolare di Bernardo Provenzano, perché il controllo del territorio potesse essere portato a un livello inedito, al riparo quindi dall’iniziativa giudiziaria. In tale quadro, si direbbe «normale», ha promosso infine, prima di essere arrestato, il progetto integrato di sviluppo denominato Metropolis Est, con l’adesione e l’impegno finanziario di ben quattordici comuni del Palermitano.

Ci sono beninteso aspetti ineliminabili, che fanno il fondamento stesso della holding criminale. Pur motivata a percorrere vie necessarie alla sopravvivenza, la mafia non può estraniarsi dagli affari illegali, né liberarsi dalla hìbris guerriera che fa la sua differenza, senza avviarsi fatalmente all’implosione. Se lo scambio fra clandestino e legale rimane il dato costitutivo, il rapporto fra i due livelli è però mutato vistosamente, per certi versi fino all’inversione. E su tale mutato rapporto si pone il problema. In sostanza, se a lungo gli impieghi legali della consorteria sono stati il naturale risvolto delle attività clandestine, negli ultimi anni sta avvenendo qualcosa di diverso: sono gli affari economici in senso lato, quelli che sostengono il PIL, a fare aggio sulle attività di ruolo. Non c’è nulla di definitivo, ovviamente. Rapporti investigativi di questi anni testimoniano con sufficiente chiarezza che i siciliani stanno facendo il possibile per attivare i collegamenti fra l’isola e gli Stati Uniti ai fini di un recupero nel narcotraffico intercontinentale. L’ampiezza delle risorse che la holding mafiosa ha messo in gioco, su tutti i piani dell’economia, suggerisce tuttavia che, pure nell’eventualità di una ripresa egemonica nei traffici clandestini, che non è affatto remota, la vocazione a una certa normalità, in grado di contaminare e condizionare meglio l’orizzonte del legale, di tenere aperte quindi delle prospettive, è improbabile che venga meno.

Fonte: Domani.arcoiris.tv

Tratto da: accadeinitalia.it

Antimafia Duemila – La mafia c’e’ da tempo in Parlamento

Fonte: Antimafia Duemila – La mafia c’e’ da tempo in Parlamento.

di Claudio Fava – 27 febbraio 2010
Se vogliamo dirla tutta, la mafia non è entrata in Parlamento con il senatore Di Girolamo. Le cosche, i loro uomini in Parlamento li spediscono con solerte puntualità da parecchi decenni.

Vi ricordate Gaspare Giudice, uno dei fondatori di Forza Italia in Sicilia? Nel 1998 la Procura di Palermo chiese all’aula di Montecitorio il suo arresto ritenendo che fosse a disposizione della Famiglia di Caccamo. «Gasparino! Guarda che lì dentro ti ci abbiamo messo noialtri!» gli mandavano a dire al telefono: e l’onorevole obbediva.
Alla fine Giudice è stato assolto con molti reati prescritti e una sentenza in cui si afferma di aver «verificato con assoluta certezza» l’appoggio datogli da Cosa nostra nel 1996 e «con grandissima probabilità » anche nel 2001. Tanto per non sbagliare, la Camera aveva già bocciato l’autorizzazione all’arresto decidendo di impedire anche l’utilizzo processuale dei tabulati telefonici che lo accusavano.
Disse Berlusconi in quei giorni: «Essendo Giudice vice coordinatore di Forza Italia in Sicilia e avendo avuto quindi rapporti con l’onorevole Gianfranco Miccichè, non si può neppure immaginare alcun alone di dubbio intorno a lui, perché altrimenti non avrebbe potuto avere quell’incarico». Essendo, avendo… Cogito ergo sum. È accaduto, non di rado, che qualche zelante procura abbia
chiesto di associare alle patrie galere un parlamentare della Repubblica.
Non è mai accaduto che questa richiesta sia stata accolta. Nel 2001 il mafioso Giuseppe Mangion, braccio destro di Nitto Santapaola, intercettato dai carabinieri, spiegava che la Famiglia aveva deciso di appoggiare alle elezioni Forza Italia e di puntare su un cavallo vincente: Pino Firrarello. Puledro di razza, visto che due anni prima il Senato aveva già ricevuto, e rigettato, la richiesta di autorizzare l’arresto di Firrarello per associazione a delinquere, corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa. Uno che si fa voler bene
da tutti, Firrarello: mentre Mangion lo suggerisce come candidato della «famiglia», Forza Italia lo indica come componente dell’Antimafia. Tecnicamente, un ossimoro.
Va da sé che Firrarello, condannato in primo grado per turbativa d’asta a due anni e otto mesi, continui a fare il senatore, ricandidato d’ufficio da Berlusconi alle ultime elezioni per «una causa di verità e di libertà». Amen.
Altro giro, altra scorno. Nicola Cosentino: è uomo nostro, dice un collaboratore di giustizia parlando a nome del clan dei Casalesi. Il resto è storia nota. La procura di Napoli chiede l’arresto dell’onorevole: la giunta per le autorizzazioni respinge; Cosentino si dimette da sottosegretario: Silvio Berlusconi respinge. Fine delle trasmissioni.
E qui si sorvola, per carità istituzionale, sul senatore Dell’Utri. La sua richiesta d’arresto fu respinta all’unanimità dalla giunta per le autorizzazioni l’8 aprile 1999 (governava l’Ulivo, ci pare…). Poi ci fu il processo, poi la condanna a nove anni di carcere. Dice la sentenza: «Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia». Il commento lo lasciamo all’onorevole Nicola Latorre: «Con il senatore Dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore».
Insomma, questo Di Girolamo, pizzetto bianco e l’aria imbambolata da ultimo banco, non è il primo a far da chaperon delle cosche in Parlamento. Personaggio a metà fra il tragico e il ridicolo, s’era fatto scoprire tre ore dopo essere stato eletto quando un cronista aveva verificato che al suo presunto indirizzo di Bruxelles c’era un negozietto di frutta e verdura. Eppure anche in quel caso il Senato gonfiò il petto e disse un no secco e sfacciato alla richiesta d’arresto. Adesso, di fronte alla sconvenienza di quelle intercettazioni, la destra prova a salvare la faccia degradando Di Girolamo a impostore, togliendogli pubblicamente i galloni di senatore ed evitando, soprattutto, il pericolosissimo precedente d’una Camera che voti l’autorizzazione all’arresto d’uno dei suoi protetti.
Tutto questo per dirvi di fare attenzione: le cosche non si stanno timidamente affacciando all’uscio del nostro Parlamento: ci sono entrate più volte in questi anni.
È vero quello che scriveva Saviano ieri: colpa grave sarebbe abituarsi.
Ma la sua è una preoccupazione vecchia almeno di quindici anni: a quelle porte spalancate a calci, ai bivacchi – per interposta persona – delle mafie nelle nostre istituzioni, questo paese s’è abituato ormai da molto tempo.v

Tratto da: l’Unita’

Saviano: scrivo di mafia, non diffamo l’Italia

Il video dell’intervento di Roberto Saviano al Festival internazionale di giornalismo in cui lo scrittore risponde alle critiche di Silvio Berlusconi e cita Paolo Borsellino sulla battaglia culturale contro le cosche si trova alla pagina: Saviano: scrivo di mafia, non diffamo l’Italia.

ComeDonChisciotte – LE GUERRE PIÙ CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI

Fonte: ComeDonChisciotte – LE GUERRE PIÙ CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI.

DI NILOUFER BHAGWAT
Global Research

In tutto il mondo la situazione è davvero apocalittica. Stiamo assistendo ad un collasso finanziario ed economico di regioni che storicamente devono molto allo sviluppo capitalistico e allo stesso tempo alle guerre più cruente della Storia, alla ricolonizzazione e alla distruzione di stati-nazione in tutti i continenti, all’aggressione di mercati, piani e spazi economici di interi Paesi con il preciso scopo di eliminare in massa la popolazione civile considerata d’intralcio all’uso e al consumo delle risorse.

Nonostante siano stati invasi o occupati numerosi Paesi (compresi, fra gli altri, Palestina, Congo, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Yemen, Haiti) e nonostante Iran, Russia e Cina siano stati direttamente minacciati o individuati come obiettivi futuri, oggi non è stato ancora fatto alcun serio tentativo di promuovere una comprensione politica di imperialismo e fascismo – estensioni del capitalismo – nonostante il grande coraggio e il successo e dei movimenti politici e delle forze di resistenza. Di conseguenza, sempre più Paesi sono distrutti da aggressioni militari o soccombono a intestini golpe fascisti. Questo fallimento ideologico del cittadino politicamente consapevole è fatale, a lungo andare, per l’indipendenza politica dei cittadini e delle società; inoltre, anche in quei governi instaurati dopo rivoluzioni storiche, esso ha già seriamente indebolito la capacità di organizzare una determinata opposizione nazionale ed internazionale che sconfigga l’offensiva propagandistica conseguente l’aggressione militare, che ora è globale.

Accanto ad altre società, l’India e la sua popolazione sono ancora una volta prede economiche e finanziarie per compagnie multinazionali globali e indiane, proprio mentre tre comitati governativi indiani mettono in luce che più di un terzo della popolazione indiana vive in zone povere ed i lavoratori che rappresentano circa 700 milioni di persone del settore operaio non rappresentato dai sindacati sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e molti altri con circa venti rupie (circa mezzo dollaro). Considerata la situazione, il quarto ‘Committee on Agrarian Reforms and Unfinished Task of Land Reforms’ si sono mostrati critici riguardo le recenti politiche di esproprio delle terre da parte dello Stato a favore delle Corporation multinazionali indiane ed estere, e sostengono che la crescente illegalità, la povertà e la violenza sono l’ovvio risultato della neo-liberale agenda economica dello Stato e degli emendamenti che hanno alterato la legislazione. Quest’ultima, fino ad oggi, aveva impedito che venissero confiscate le terre abitate e coltivate da tempo immemore dalla popolazione indigena e dai contadini. Il forward trading speculativo di prodotti, proibito per decenni dopo l’indipendenza indiana, oggi è permesso grazie a una serie di governi di credo politico solo apparentemente differente, tutti orientati al “mercato libero”, alla finanziarizzazione e agli investimenti esteri indiscriminati, mentre i prezzi degli alimenti sono saliti alle stelle e le attività agroindustriali sono pronte a divorare l’India, che è stata invece per migliaia di anni un’area di tradizionali eccedenze agricole e biodiversità. A questa situazione di fondo è da aggiungere il presunto “Terrore Islamico” e altri governi cui è strettamente collegato, la politica alternativa vista solo come diversiva, con l’uccisione di ufficiali di polizia e avvocati che mostrano che le trame terroristiche sono create ad hoc, e altri che invece vengono accusati, ma solo sulla base di false prove.

Cercando strategie per affrontare queste brutali aggressioni all’umanità, che colpiscono gran parte delle società, è bene citare fra gli altri movimenti che hanno avuto una certa importanza nel 20mo secolo la lotta politica condotta dal Mahatma Gandhi, la sua determinata opposizione alla dominazione dello spazio economico indiano da parte delle compagnie straniere, le sue preoccupazioni per il mondo evidenziate dall’opposizione alla colonizzazione della Palestina – iniziata con la Dichiarazione Balfour del governo britannico in collaborazione con il sionismo europeo – la sua critica delle devastazioni sociali in seguito al colonialismo e al capitalismo come sistemi economici, la sua strategia di educazione politica, le lotte di massa, la disobbedienza civile e la non collaborazione per sovvertire i sistemi politici ingiusti. Queste sono ancora strategie da tenere in considerazione nella ricerca di una ricostruzione equa della società del 21mo secolo.

Dopo la “Great War of Indian Independence” [ndt. “grande guerra per l’indipendenza indiana”] del 1857, in cui la Compagnia delle Indie orientali trucidò 10 milioni di indiani, mentre i movimenti anti-coloniali si trovavano nel caos, il Mahatma Gandhi emerse come leader nella corrente dominante dell’Indian Freedom Movement [ndt. “movimento per l’indipendenza indiana”]. Gandhi poneva particolare importanza al fatto che isolati atti terroristici non avrebbero sconfitto il dominio coloniale britannico; la strategia da adottare, invece, avrebbe dovuto basarsi su una costante educazione politica, con lotte di massa e proteste riguardo a questioni cruciali, e cooperazione in tutti i settori dell’amministrazione che rendessero impossibile il governo ingiusto.

Un rivoluzionario si riconosce dall’eccezionalità dei suoi seguaci. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, fu il reverendo Martin Luther King a seguire il Mahatma Gandhi, guidando uno dei maggiori movimenti di massa nella storia americana e dando avvio all’emancipazione degli afro-americani; di conseguenza, M.L. King si oppose al militarismo statunitense, che riteneva fosse la continuazione e l’estensione delle politiche anti-sociali dello sfruttamento economico e del razzismo negli Stati Uniti. Inoltre, M.L. King credeva che il militarismo penalizzasse gli interessi della classe operaia degli Stati Uniti. Ciò nonostante ci sono alcune differenze fra i due. Il Mahatma Gandhi credeva che in un Paese dove milioni di persone soffrono la fame, il cibo fosse la “divinità” da diffondere necessariamente in ogni casa e che la filosofia religiosa imponesse il rispetto di tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture. Martin Luther King, invece, metteva in evidenza che “qualunque religione che si professi preoccupata dell’anima dell’uomo ma non della miseria in cui gli uomini si dannano, delle condizioni economiche che li strangolano e delle condizioni sociali che li paralizzano è una religione spiritualmente moribonda e in attesa di essere sepolta”.

Dall’esperienza dell’apprendistato politico in Sudafrica, Gandhi giunse a scegliere la strategia politica della disobbedienza civile di massa, della non collaborazione, e della “Satyagraha” – la battaglia per la verità. In India, ispirati da questo movimento, milioni di persone abbandonarono progressivamente l’apatia politica e il fatalismo, iniziarono a discutere dei temi politici quotidiani e parteciparono alle lotte di massa, cosicché per l’Impero britannico divenne impossibile governare. In questi ultimi anni, anche in Bolivia i cittadini indigeni hanno fatto ricorso alla disobbedienza civile, che si è concretizzata nell’assedio della sede governativa ed i governi hanno dovuto di volta in volta dimettersi finché non è stato eletto Evo Morales. Non è stata una rivoluzione colorata, la popolazione boliviana ha cambiato il proprio governo attraverso un movimento di massa che chiedeva giustizia politica ed economica per la popolazione indigena della Bolivia.

Mentre la Corte Suprema indiana ha ordinato lo smantellamento del “Salwa Judum” (le milizie armate private assoldate dalle multinazionali indiane e straniere, in ambito estrattivo e non solo, nell’India centrale e orientale), d’altro canto i maggiori partiti politici non si sono opposti alla “Operation Green Hunt” (un’operazione para-militare su larga scala recentemente avviata contro la popolazione tribale indigena e contadina dell’India centrale e orientale) finalizzata allo sgombero di migliaia di acri di terre ricche di minerali oggi abitate dalla popolazione indigena e dagli agricoltori, che la coltivano da tempo immemore; e tutto ciò a dispetto di qualsiasi razionale requisito per l’estrazione mineraria o per l’industrializzazione, attraverso una massiccia appropriazione territoriale che distruggerà l’habitat di queste regioni, e che è stata definita da alcuni come “colonizzazione interna” in una regione con uno dei minori indici di sviluppo umano dell’India. Non ci sono dubbi riguardo a chi Gandhi avrebbe sostenuto in questa regione, sebbene avrebbe cercato il giusto equilibrio fra agricoltura e industrializzazione. Attualmente, persino i seguaci di Gandhi presenti nella popolazione e fra i contadini sono stati individuati e imprigionati.

Il Mahatma Gandhi non si oppose all’industrializzazione e allo sviluppo economico, come talvolta erroneamente appare. Dal suo punto di vista, però, la grande industria doveva essere regolata e sotto il controllo sociale, attraverso la partecipazione dei lavoratori nella gestione, indipendentemente dal settore interessato; allo stesso tempo sosteneva che la disoccupazione nell’India rurale e urbana dovesse essere eliminata attraverso l’introduzione di migliori tecniche agricole e attraverso il ricorso alla piccola industria e all’artigianato. Inoltre, Gandhi pose particolare importanza, considerandole immediate priorità, alla creazione di infrastrutture rurali per l’acqua potabile, alle condizioni igieniche, alla sanità, all’alfabetizzazione, all’educazione e all’alloggio. Sebbene i loro metodi divergano, ci sono molti punti in comune fra i programmi del Mahatma Gandhi e di Mao Tse Tung per quanto riguarda il miglioramento rurale come preludio dello sviluppo delle economie di Paesi in difficoltà agricole, storicamente devastati dalla colonizzazione. Mao Tse Tung era un nazionalista interessato prima di tutto al popolo cinese; il Mahatma Gandhi, sebbene comprendesse le specifiche condizioni della società indiana, estendeva la sua preoccupazione all’umanità intera. Tuttavia Gandhi era un realista politico e aveva colto con perspicacia la situazione dei movimenti politici del 20mo secolo. Nel 1945, in un’edizione riveduta del suo “Reconstruction Programme” del 1941 (pubblicato nei Selected Works of Mahatma Gandhi, Vol. III), avvertiva al paragrafo 13 del programma intitolato “Economic Equality”:

“Finché persiste un enorme divario fra i ricchi e i milioni di persone affamate è chiaramente impossibile istituire un sistema di governo non violento. Vedete il contrasto tra i palazzi di New Delhi e le misere baracche della povera classe operaia… è sicuro che ci sarà una violenta e sanguinosa rivoluzione un giorno, a meno che i ricchi non abdichino volontariamente e che si condivida il potere per il bene comune.”

Gandhi dava grande importanza all’esempio personale, sia dei singoli individui sia dei movimenti. A tal fine trasformò lo stile di vita semplice in una cultura raffinata, sottolineando come il consumo eccessivo fosse volgare e indecente, moralmente ripugnante e a scapito delle risorse sociali. Tutto ciò contrasta totalmente con il comportamento delle classi politiche odierne in India e altrove, dove si mostra acquiescenza verso stipendi e debiti aziendali di milioni e miliardi, cifre che vanno ben oltre le necessità di una un’intera esistenza vissuta agiatamente; e tutto questo solo per standard di vita osceni ed indecenti, con milioni di risparmi in titoli e simili, che non producono altro se non bolle economiche e speculazione, mentre molti governi si trovano ora di fronte a debiti inevitabili con un impatto sociale mondiale.

La lotta politica del Mahatma Gandhi conteneva un punto di vista morale che la rendeva inoppugnabile. Gandhi focalizzava l’attenzione sulle ingiustizie sociali e sul sistema politico che schiavizzava l’umanità, piuttosto che sull’individuo, spersonalizzando le questioni, ed era un “generale” politico del popolo par excellence, con un’intelligenza politica intuitiva e strategica, basata su una grande esperienza delle dinamiche politiche. Perciò il suo movimento eclissò, per sostegno e varietà di composizione, qualsiasi altro movimento anti-coloniale.

Anche se non è molto noto, Gandhi condivise gli obiettivi della prima rivoluzione socialista del 1917 (che estese il proprio sostegno a tutti i movimenti di liberazione nazionale), dato che l’interesse primario di Gandhi si estendeva oltre la libertà dai soli regimi coloniali; quest’ultima, infatti, era per Gandhi solo il primo passo verso l’eliminazione della fame, della disoccupazione e dell’indigenza su larga scala e verso il benessere diffuso e le riforme sociali in una società indiana indebolita dal feudalesimo, dal sistema delle caste e dai tabù religiosi, a causa dei quali i riti avevano preso il sopravvento sulle filosofie religiose. Avendo conosciuto il capitalismo avanzato in Inghilterra, Gandhi era ben conscio che questo sistema economico in sé era la causa della diffusa disoccupazione e della miseria sociale. Gandhi credeva che si dovesse necessariamente abbandonare il capitalismo ed esplorare delle alternative, per evitare che il genere umano affondasse permanentemente nella miseria dello sfruttamento, della disoccupazione, delle indecenti disparità, della violenza e della guerra. Soggiornando in una colonia di lavoratori durante una visita a Londra per negoziati politici, Gandhi affermò pubblicamente che i lavoratori in Inghilterra sarebbero stati i primi a comprendere le ragioni del movimento per boicottare i prodotti britannici in India.

Il Dr. M. S. Swaminathan, lo specialista di agraria della rivoluzione verde indiana (controversa in quei circoli che sostengono l’agricoltura priva di fertilizzanti e pesticidi chimici, che ritengono siano stati scaricati sugli agricoltori in grandi quantità aumentando il loro debito e inquinando la terre e le acque), in un’intervista televisiva su Bloomberg UTV trasmessa il 20 gennaio 2010, richiamando le priorità politiche del Mahatma Gandhi, si mostrò dispiaciuto del fatto che l’India nell’ultimo decennio non avesse raggiunto nemmeno metà degli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite riguardo alle disponibilità alimentari, mentre Cina e Vietnam avevano portato a termine i loro programmi, e avvertì che il continuo rialzo dei prezzi e l’assenza di sicurezza alimentare avrebbe inevitabilmente portato a tumulti di massa.

È stato il Mahatma Gandhi, e non un qualsiasi altro leader di credo politico alternativo, ad essere preso di mira e ucciso dall’ala destra fascista, e per di più in età avanzata, quando gran parte delle personalità politiche perde importanza; e tutto ciò perché la sua attività ed il suo programma politico erano percepiti come la maggiore minaccia per il futuro progetto imperiale, fonte di discordia, per il subcontinente indiano, indipendentemente dalle spiegazioni che gli assassini e i loro eredi ideologici possano dare oggi, e nonostante la secessione (che è stata una riorganizzazione del subcontinente indiano) fosse già stata imposta come l’ultimo atto imperiale tramite l’addestramento, finanziato e curato dal governo coloniale, delle forze politiche di entrambi i gruppi religiosi per l’esecuzione di omicidi religiosi settari come quelli che avvengono in paesi oggigiorno occupati, e in quelle società che si cerca di controllare.

Il Dr. B. R. Amdedkar (che studiò alla Columbia University negli Stati Uniti, all’apice della “Grande depressione”, nonché uno dei maggiori architetti della Costituzione dell’India, rappresentante della parte più oppressa della classe operaia urbana e rurale indiana, oggi chiamata Dalit [gli “intoccabili” n.d.r.], nell’Assemblea costituente, con il grande sostegno di Gandhi) quanto all’assassinio di Gandhi, con evidente commozione, disse: “il Mahatma Gandhi era il più vicino a noi”. Questo tributo riassume la vita del pacato, ma irremovibile, rivoluzionario indiano che indusse politicamente il popolo indiano e i movimenti di molte parti del mondo, insieme ad altri straordinari leader del 20mo secolo, a resistere all’Imperialismo e ai sistemi politici atti a negare la giustizia economica, sociale e politica alla classe lavoratrice.

Titolo originale: “The Most Barbaric Wars in Human History: The Political Relevance of Mahatma Gandhi”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
20.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di JADE GALLAGHER

Antimafia Duemila – Un anno dopo. Le Ecoballe di Bertolaso

Fonte: Antimafia Duemila – Un anno dopo. Le Ecoballe di Bertolaso.

di Pietro Orsatti – 24 aprile 2010
A quasi un anno di distanza da quando è stato realizzato, riproponiamo questo reportage. La ragione è evidente. La situazione nella “terra dei fuochi” non è cambiata una virgola.

Come non è cambiato il pudore di gran parte dei media nazionali nel parlare di un territorio che è totalmente sfuggito fuori dal controllo dello Stato e dove a volte (troppo spesso) lo stesso Stato diventa una parte, e non piccola, del problema. Quel giorno eravamo in quattro. Francesco Piccinini, Nello Trocchia, un fotografo napoletano di cui non ricordo il nome e io. Stravolti, anche se ci aspettavamo in gran parte quello che poi ci siamo trovati davanti, a sera ci ritrovammo a mangiare dagli amici di NCO (Nuova Cucina Organizzata) a Casale: si cercava di ridere, ma a fatica. Non è facile far scattare l’interruttore che ti consente di tornare alla normalità dopo una giornata del genere. Non so gli altri. Io i vestiti che indossavo quel giorno li ho buttati.

p.o.

REPORTAGE – Un milione di metri cubi di rifiuti. Abbandonati e senza controllo nella discarica di Ferrandelle, dove il percolato cola nei canali dell’acqua destinata a irrigare immensi campi di grano e rifornire i tre caseifici della zona

La terra dei fuochi è in piena attività. Un vulcano in eruzione. Ribolle di puzza, liquami, immondizia e fiamme. L’emergenza rifiuti in Campania, e in particolare nella provincia di Caserta feudo dei Casalesi, è scomparsa e risolta solo nei Tg nazionali e nei proclami dei commissari e degli accondiscendenti emissari di governo. Non serve leggere rapporti, perizie e lanci di agenzia per accorgersene. Non serve fare anticamera dall’assessore di turno e meno che mai chiedere “permesso” alle forze dell’ordine. Basta andarci, nella terra dei fuochi, per scoprire questo ennesimo, raccapricciante e pericolosissimo inganno messo in piedi dal Titanic mediatico che fa capo all’attuale maggioranza di governo e in particolare al premier e al suo braccio armato Bertolaso. Basta salire in auto e fare una manciata di chilometri dall’uscita della Domiziana cercando di dimenticare cosa si rischi a prendersela con gli affari dei Casalesi.

A Casal di Principe è morto lo Stato per suicidio. Se qualcuno vi dice il contrario o è spaventato a morte o è un complice. Peppe è uno che lavora nel sociale, si batte da anni contro la camorra e il degrado. Ed è spietato nel suo giudizio: «Prima, quando ci battevamo contro la “monnezza” smaltita irregolarmente dalla camorra ci dicevano “bravi, andate avanti così”, oggi che ci battiamo contro la “monnezza” smaltita sempre irregolarmente, ma dallo Stato, ci danno dei camorristi».
Che vuoi dire? «Vatti a vedere che cos’è Ferrandelle». E andiamo a vedere. Ferrandelle è il più grande sito di smaltimento (provvisorio, si diceva) dell’era Bertolaso bis, quella della rinascita del governo Berlusconi terzo. Sta in un’area posta a metà strada fra Santa Maria la Fossa e Casal di Principe. In un’azienda agricola confiscata a Sandokan, Francesco Schiavone, il boss che più di altri capì anticipatamente che la “monnezza” è oro. Un milione di metri cubi di rifiuti, ecco cosa conterrebbe questo sito “di interesse strategico nazionale” (di conseguenza vincolato a segreto di Stato per non avere rompiscatole che vadano a ficcare il naso). E ad aprile scorso il blocco per raggiunti limiti.

Discarica immensa, a cielo aperto, parzialmente abbandonata. Se c’è una vigilanza all’ingresso principale, di lato si arriva quasi a toccarle le montagne di rifiuti e non risulta alcun controllo neppure a distanza. Ci si rende conto immediatamente che sono saltate, se mai sono state attuate, tutte le norme di sicurezza e di contenimento degli inquinanti. Il percolato cola nei canali di scolo mischiandosi con l’acqua (se è possibile chiamare acqua il liquame maleodorante che scorre in quei fossi) che andrà a irrigare gli immensi campi di grano della zona. Le coperture sono saltate. Molte delle piscine (fatte di teli impermeabilizzanti) hanno ceduto e i rifiuti sono a contatto direttamente con il terreno. Come del resto anche nel sito limitrofo, a ridosso di una base militare praticamente in disuso, dove si lavora per preparare le strutture non per ricevere i rifiuti ma per consentire lo svuotamento di Ferrandelle, ormai collassata. Ma anche in questo sito già ci sono rifiuti smaltiti irregolarmente senza alcuna barriera di contenimento del percolato. «Andatevene che arrivano i militari». Anche se siamo per strada, non in zona militare. Perché anche questo è un sito militarizzato, anche se di soldati non se ne vedono.
La situazione diventa paradossale davanti l’ingresso principale di Ferrandelle. Dall’altra parte della strada una serie di capannoni e di aree di stoccaggio di ecoballe. In uno di questi, allagato, le ecoballe galleggiano. Lo stesso spettacolo al quale si assiste nell’area limitrofa all’aperto, senza neppure la provvisoria copertura garantita dalle tettoie. I teli a terra sono posizionati in modo che il percolato (che si riforma inevitabilmente a contatto dell’acqua) defluisca all’esterno del sito. Anche questo posizionato a pochi metri da terreni coltivati e dai tre caseifici presenti nell’area.

Il mostro è lì sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vede. Pomeriggio di festa, Casal di Principe. Il sabato di giugno da queste parti sembra essere destinato ai matrimoni. Fa un certo effetto vedere la sposa con il suo vestito avanzare verso l’ingresso della chiesa con sullo sfondo cumuli di immondizia e un branco di cani randagi ansimanti per il caldo. Fa effetto a noi, non agli invitati con il vestito della festa. Potere dell’abitudine. Perché vivere “co a munnezza” per strada ormai è consuetudine. Altro che raccolta differenziata ed emergenza rientrata. Qui, la “monnezza” da schifo è diventata panorama. “Monnezza” e ville di boss piccoli e grandi, pacchiani monumenti alla camorra più mafiosa, nella sua declinazione tecnica tradizionale.
Identità, capacità di differrenziare attività lecite e illecite, controllo uniforme e militare dell’intero territorio. E infiltrazione, a ogni livello, di amministrazioni, organi tecnici ed elettivi e di interi comparti economici. Altro che mafietta tamarra e gratuitamente violenta.

I Casalesi assomigliano, e tanto, a Cosa nostra. E il bello è che lo sanno talmente tanto bene da imitarne anche i comportamenti “accomodanti” dei clan siciliani. «Siete proprio sicuri che quel pazzo sanguinario di Setola sia stato preso senza il consenso, anche se passivo, delle famiglie?». È uno dei tanti investigatori a parlare, anonimamente. Uno di quelli senza giubba blu che danno la caccia a boss latitanti da decenni. Ride e accende una sigaretta. «Anche qui, come in Sicilia per Provenzano, dovrete seguire “un sacchetto di mutande” per prenderli?». La risata è più eloquente di una risposta. «Speriamo non ci vogliano trent’anni per seguirlo sto sacchetto». Una mezz’ora dopo l’ultimo lancio di riso sul sagrato di una chiesa, si alza una colonna di fumo a poche centinaia di metri. All’incrocio di due vie, in mezzo alle case basse protette da muri da fortino spagnolo, in un pezzo di terreno incolto una discarica “estemporanea” (identica alle altre centinaia presenti sul territorio) ha preso fuoco. Incendio spontaneo coatto con tanto di aiutino in forma di benzina. Sotto gli occhi di una piccola folla tre uomini, uno anziano con un secchio gli altri più giovani con pompe da giardino, bagnano il perimetro per impedire che il fuoco si allarghi fuori dalla discarica. Amianto, frigoriferi, copertoni, spazzatura “semplice”, barattoli di vernice: tutto brucia velocemente e il fumo avvolge tutto, denso, irrespirabile. «Avete già chiamato i pompieri?», chiediamo all’uomo con il secchio. «No». «E perché no?» Con uno sguardo che scioglierebbe anche un carrozziere: «Perché no». Ma i pompieri, comunque, qualcuno li ha chiamati lo stesso. E appena arriva l’autopompa la strada si svuota. Dei tre uomini e delle decine di spettatori nessuna traccia.

VISITA: orsatti.it

Tratto da: gliitaliani.it

YouTube – Iraq: Our real enemies / I nostri veri nemici

Un video avvincente in cui il veterano Mike Prysner ci racconta delle atrocità e dell’inutilità della guerra

YouTube – Iraq: Our real enemies / I nostri veri nemici.

Trovavo difficile essere orgoglioso del mio servizio, invece riuscivo a provare solo vergogna.

Il razzismo non può più coprire la realtà dell’occupazione.

Queste sono persone, sono esseri umani. Da allora provo vergogna ogni volta che vedo un anziano come quello che non riusciva a camminare, che abbiamo trasportato in barella e ordinato alla polizia irachena di portare via.

Mi sento colpevole ogni volta che vedo una madre con bambini
come quella che piangeva istericamente e strillava che siamo peggio di Saddam perché la stavamo trascinando via da casa.

Mi sento colpevole ogni volta che vedo una ragazzina come quella
che ho trascinato in strada.

Ci dicono che stiamo combattendo il terrorismo, ma i veri terroristi eravamo io e questa occupazione.

Il razzismo è stato a lungo uno strumento per l’esercito per giustificare distruzione e occupazione. E’ stato usato a lungo per giustificare l’uccisione, la sottomissione e la tortura.

Il razzismo è un’arma fondamentale per questo governo. E’ un’arma più importante di un fucile, di un carro armato o di una corazzata. E’ più devastante di un proiettile di artiglieria, delle bombe anti-bunker o di un missile tomhawk. Anche se tali armi sono create e possedute dal governo esse sono innocue senza che ci sia gente disposta a usarle.

Quelli che ci mandano in guerra non devono premere il grilletto o sparare colpi di mortaio. Non devono combattere la guerra,
gli è sufficiente “vendere” la guerra. Hanno bisogno di un pubblico
disposto a mandare i soldati al fronte Hanno bisogno di soldati disposti ad uccidere ed essere uccisi senza fare domande. Possono spendere milioni per una bomba, ma quella bomba diventa un’arma solo quando ci sono militari disposti a obbedire e usarla.

Possono mandare soldati ovunque nel mondo ma ci sarà una guerra solo se ci saranno soldati disposti a combatterla

La classe dominante, i miliardari che traggono profitto dalle sofferenze umane, a loro importa solo spendere le loro ricchezze
per controllare l’economia mondiale. Capiscono che il loro potere consiste nell’abilità di convincerci che la guerra, l’oppressione
e lo sfruttamento sono nel nostro interesse. Capiscono che la loro ricchezza dipende dalla capacità di convincere i lavoratori a morire
per controllare il mercato di un’altro paese, e convincerci ad uccidere e a morire dipende dalla loro abilità nel farci credere di essere in qualche modo superiori.

I soldati, marinai, marines, aviatori non hanno nulla da guadagnare
da questa occupazione. La maggioranza delle persone che vivono negli USA non ha nulla da guadagnare da questa occupazione. In realtà non solo non abbiamo nulla da guadagnarci, ma soffriamo di più a causa sua.

Soffriamo mutilazioni, traumi e perdiamo la vita. Le nostre famiglie devono vedere bare venire interrate avvolte da una bandiera.

Milioni di persone a cui mancano l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’istruzione guardano inerti il governo sperperare
450 milioni al giorno per quest’occupazione.

I lavoratori di questo paese vengono mandati ad uccidere lavoratori di un altro paese per rendere i ricchi più ricchi.

Senza razzismo i soldati capirebbero che abbiamo più in commune con la gente dell’Iraq che con i miliardari che ci mandano in guerra.

Ho sbattuto famiglie per la strada in Iraq, solo per tornare a casa e vedere in patria famiglie sbattute per strada per questa tragica crisi del debito.

Dobbiamo svegliarci e capire che i nostri veri nemici non sono in qualche paese lontano, non sono persone sconosciute e culture che non capiamo.

I nostri nemici li conosciamo bene: il nemico è un sistema
che fa la guerra quando la guerra crea profitto, il nemico sono gli amministratori delle aziende che licenziano per fare profitti, sono le compagnie di assicurazione che ci negano l’assistenza sanitaria, sono le banche che ci tolgono le nostre case per ottenere profitto.

I nostri nemici non vivono a ottomila km di distanza, essi sono qui.

Ma se ci organizziamo per lottare insieme alle nostre sorelle e fratelli possiamo fermare questa guerra, fermare il governo
e creare un mondo migliore.

Citazione:

Se la tirannia e l’oppressione
verranno in questo paese
saranno sotto forma di lotta
contro un nemico straniero…

La perdita di libertà in patria è attribuita
alle misure  contro il pericolo
vero o falso che esso sia
-James Mudison

video originale di ThePhaedrus83

http://www.youtube.com/watch?v=akm3nYN8aG8