Archivi del giorno: 3 aprile 2010

Antimafia Duemila – L’ultima cosa da fare e’ beccarsi

Fonte: Antimafia Duemila – L’ultima cosa da fare e’ beccarsi.

di Giulietto Chiesa – 2 aprile 2010

La sconfitta è stata dura. Ma non è finita qui, perchè è adesso che si comincia a ballare sul serio. La prossima tappa – che le circostanze ci imporranno – sarà di difendere la Costituzione dall’attacco finale. E già sappiamo che il Partito Democratico si prepara a trattare la resa.

Dunque tanto più dobbiamo tenere la testa a posto, tutti quelli che non fanno parte, non si sentono, non sono coinvolti nelle manovre della casta.

L’emergenza democratica esige un alto senso di responsabilità. Nel senso che l’ultima cosa da fare è beccarsi come i polli di Renzo appesi a testa in giù.

Nella società civile e democratica  non ci sono vincitori in queste elezioni. Se qualcuno pensa di avere vinto mette il proprio piccolo successo a coprire malamente la realtà più vasta del disastro. Questo vale anche per Beppe Grillo.

E vale anche per tutti quelli che adesso, in ritardo, si affannano a inventare nuove coalizioni, che non esistono; nuovi leader, che non esistono.

E non esistono perchè tutto lo schieramento democratico non è stato capace di produrre una visione comune, una idea per il futuro del paese in un mondo in crisi drammatica.

E’ il momento (vale anche per De Magistris) non di escogitare convergenze personali e di partiti. Convergenze afasiche perchè afasici sono tutti i protagonisti.  Convergenze fittizie perchè basate sul niente. E’  il momento di individuare le scelte per costruire una alternativa a questa società. Non solo a Berlusconi. Perchè allearsi agli alleati di Berlusconi è la più sciocca tra le Realpolitik possibili.

Un’alternativa a questo sistema non può venire da coloro che questo sistema hanno contribuito a creare e nel quale hanno prosperato.  Le convergenze – se ci saranno – dovranno nascere da un’analisi nuova di un paese ignorante e impaurito, manipolato e senza idee. Sapendo che non è stato solo Berlusconi a produrre questo sconquasso, ma anche chi gli ha regalato le menti degli italiani. E che se la Lega vince è perchè la democrazia ha perduto il contatto con le masse popolari. Di questo si discuta e non di chi sarà il nuovo leader della sinistra.

Tratto da: megachip.info

YouTube – “HA VINTO LUI?” editoriale di MARCO TRAVAGLIO annozero 01/04/2010

YouTube – “HA VINTO LUI?” editoriale di MARCO TRAVAGLIO annozero 01/04/2010.

Antimafia Duemila – Afghanistan, le verita’ nascoste

Fonte: Antimafia Duemila – Afghanistan, le verita’ nascoste.

di Enrico Piovesana – 2 aprile 2010
Il corrispondente del ‘Times’ di Londra denuncia le vittime civili dei raid notturni delle forze speciali Usa. I comandi Nato lo attaccano. Il comando Isaf-nato di Kabul, normalmente molto diplomatico con la stampa, ha reagito con insolita durezza agli articoli in cui Jerome Starkey, corrispondente del Times di Londra dall’Afghanistan, ha denunciato le vittime civili dei raid notturni condotti delle forze speciali americane. 

Kunar. Il primo ‘attrito’ tra Starkey e i comandi militari alleati risale a fine dicembre 2009, quando il giornalista britannico scrisse che in una di queste operazioni, condotte in un villaggio della provincia orientale di Kunar, le forze speciali Usa avevano giustiziato a sangue freddo otto ragazzini innocenti.

La versione ufficiale inizialmente fornita dai comandi Nato sosteneva che le vittime erano “tutti membri di una cellula terroristica che fabbricava esplosivi artigianali” e che i militari “entrando nel villaggio erano stati attaccati da diversi edifici”.
Le inchieste condotte dalle autorità afgane dopo le proteste della popolazione locale e l’articolo di Starkey, hanno dimostrato che i Rambo americani fecero irruzione nella casa sparando a sangue freddo contro due bambini che dormivano in una stanza, Samargul e Ismael, entrambi di 12 anni, poi uccidendo l’anziano padrone di casa, Abdul Khaliq, che si era alzato dopo aver sentito gli spari, e infine ammanettando e giustiziando sul posto altri cinque ragazzini che dormivano in un’altra stanza: Samiullah, 12 anni, Atiqullah e Attahullah, 15 anni, Matiullah, 16 anni, Rahimullah e Sebhanullah, 17 anni. Nessuno di loro mai coinvolto in attività insurrezionali.
Due mesi dopo, a fine febbraio, il comando Nato è stato costretto ad ammettere l’errore, dicendo che quel raid “non avrebbe dovuto essere autorizzato”.

Paktya. Il 13 marzo, Starkey pubblica sul Times un nuovo articolo in cui accusa la Nato di aver insabbiato un’altra strage di civili innocenti compiuta nel corso dell’ennesima operazione notturna delle forze speciali Usa, risalente a circa un mese prima.
Secondo un comunicato Isaf, militari americani impegnati in un’operazione in un villaggio della provincia orientale di Paktya, erano stati “attaccati da diversi insorti” che poi son stati uccisi nello “scontro a fuoco”. Dopodiché, sempre secondo il rapporto ufficiale, i soldati avrebbero fatto una “raccapricciante” scoperta: i cadaveri di tre donne che erano state legate e uccise, vittime di un delitto d’onore.
L’inchiesta giornalistica di Starkey ha invece dimostrato che le forze speciali americane sono piombate in casa di un noto ufficiale della polizia locale, il comandante Daud, mentre era in corso una festa per la nascita del suo ultimo figlio. I soldati hanno aperto il fuoco uccidendo lui, suo fratello Saranwal Zahir, pubblico ministero, due donne incinte, Shirin e Saleha, e una ragazza di 18 anni, Gualalai. Alcuni giorni dopo, militari americani hanno offerto alla famiglia 2mila dollari di risarcimento per ognuna delle vittime.
Poche ore dopo la pubblicazione dell’articolo, un insolito comunicato Isaf definiva “categoricamente false” le informazioni riportate da Starkey, citandolo con nome e cognome e accusandolo di aver falsificato successive dichiarazioni di un portavoce Nato, salvo ammettere che la storia delle donne vittima di un delitto d’onore non era vera.

Terroristi. “Gli stranieri parlano sempre di diritti umani – ha dichiarato al Times Mohammed Tahir, padre di Gulalai – ma a loro non gliene importa niente! Ci insegnano i diritti umani e poi ci uccidono. Non sono venuti qui per sconfiggere il terrorismo: loro sono i terroristi!”.
“Ci hanno dato dei soldi – protesta Haji Sharabuddin, padre di Daud e Saranwal Zahir – ma noi non vogliamo soldi! Hanno sterminato la mia famiglia: noi vogliamo giustizia! Non ci interessa più vivere, ci faremo saltare in aria in un attacco suicida, e tutta la provincia ci sosterrà!”.

Tratto da: it.peacereporter.net

Disobbedienza civile contro la congiura del silenzio – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Disobbedienza civile contro la congiura del silenzio – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010

Dunque ci siamo. Il grande bavaglio alla stampa è pronto. Tra due settimane, dopo le formalità di rito, il Senato licenzierà il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche. Da un giorno all’altro sui giornali, sulle tv e sul web, non sarà più possibile raccontare le malefatte delle classi dirigenti di un Paese in cui la corruzione, secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti, costa ai contribuenti più di 50 miliardi di euro l’anno. Nel giugno scorso, forse per evitare che anche in Italia venisse creata la categoria dei desaparecidos, la maggioranza ha modificato il testo originale e ha consentito che almeno il riassunto delle ordinanze di custodia cautelare e degli atti non più coperti da segreto possa essere dato alle stampe. In questo modo, per lo meno, si potrà scrivere che chi non c’è più non è vittima di un sequestro o di una lupara bianca, ma che è finito in galera perché accusato di qualche reato.
Ma se il cronista dovesse citare qualche frase tratta testualmente da quei documenti, o peggio ancora, le trascrizioni delle intercettazioni, sarà punito. E la punizione, durissima, scatterà persino se in pagina dovessero finire i semplici riassunti dei colloqui telefonici. Infatti di quello che gli indagati si dicono tra loro, Silvio Berlusconi e i suoi (ma una norma analoga era stata votata già dal centrosinistra nel 2007) non vogliono che si sappia nulla. La legge sul punto è categorica. Anche se le intercettazioni fossero riportate, come accade nel 90%, in ordinanze di custodia o di sequestro, il giornalista deve far finta che non esistano.

Senza scomodare casi celebri come quello dei Furbetti del Quartierino – in cui gli italiani scoprirono che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio non era un arbitro imparziale proprio leggendo le intercettazioni – basta pensare che cosa accadrà nelle indagini per droga. Una microspia capta due mafiosi mentre trattano una partita di 100 chili di eroina. I due sono molto abili. La polizia non riesce a documentare lo scambio, ma li sente parlare delle consegne già effettuate e dei soldi da pagare. Scatta l’arresto. I giornali scrivono che sono finiti in prigione, che rispondono di traffico di stupefacenti, ma non possono dire quali prove l’accusa ritiene di avere.
Riflettete allora su un caso concreto di corruzione del Terzo millennio. La storia dell’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Angelo Balducci. Tutta l’inchiesta si basa su intercettazioni che, per i pm, dimostrano come l’alto funzionario favorisse alcune imprese legate a doppio filo alla politica. Non c’è un solo testimone. Non c’è una sola gola profonda. Quindi non c’è niente che possa essere riassunto e raccontato. Quando Balducci viene arrestato i suoi sponsor e quelli del suo ex capo Bertolaso (il premier Berlusconi) si mettono così a urlare. Dicono che siamo di fronte a un complotto delle toghe. Nessuno, carte alla mano, avrà modo di sostenere il contrario. Se poi l’indagine dovesse riguardare uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio (per esempio Marcello Dell’Utri che si accorda per telefono per incontrare due presunti ndranghetisti) allora il fuoco di fila, amplificato dalle tv, sarà davvero impressionante. Col risultato che tutti, a partire dagli investigatori, di fronte a episodi del genere faranno semplicemente finta che non esistono.

Certo, chi scrive, a suo tempo si è già impegnato con molti altri colleghi a disobbedire a queste norme. La notizia, se è tale, viene prima di tutto. La prospettiva di pagare forti sanzioni pecuniarie per raccontare che, subito dopo il terremoto de L’Aquila, due imprenditori già ridevano pensando agli affari futuri, non ci spaventa. Faremo una colletta. E non ci spaventa nemmeno il rischio di finire in carcere. Chi infatti pubblica intercettazioni non trascritte perché considerate non penalmente rilevanti (ma importanti politicamente o moralmente) verrà punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma bastano tre articoli per finire in carcere.

Il problema è che i nostri parlamentari – tra i quali, è bene ricordarlo, siedono una novantina tra indagati, condannati o salvati da prescrizione e amnistia – questa volta l’hanno pensata bene. Da una parte l’autore dello scoop dovrà finire davanti all’ordine dei giornalisti. Dall’altra a pagare (fino a circa mezzo milione di euro) sarà il suo editore. Conseguenza: se “Il Giornale” si ritrova in mano, come è accaduto nel 2006, l’intercettazione non trascritta in cui Piero Fassino dice a Giovanni Consorte “allora siamo padroni di una banca” la pubblicherà (giustamente) sempre. Anche perché Fassino è un avversario della ricchissima famiglia Berlusconi, disposta a pagare qualsiasi cifra, visto che le elezioni sono alle porte. E lo stesso potrebbe fare “Libero” di proprietà dei facoltosi Angelucci o, a parti invertite, “Repubblica” . Insomma chi se lo può permettere farà scrivere, quando conviene, articoli solo contro i “nemici” politici o economici e considererà la multa come un investimento. Il giornalismo si trasformerà così definitivamente in una guerra per bande in cui il contenuti dei giornali non vengono decisi dai direttori, ma dagli editori.

Cosa farà allora “Il Fatto Quotidiano”? Semplice: quando avremo una notizia importante sarà disubbidienza civile. Di fronte alla censura violeremo la legge e lo diremo. Per poi ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Nel 2007 Strasburgo ha infatti condannato la Francia per violazione della libertà di espressione. A Parigi due giornalisti erano stati puniti per aver scritto un libro in cui si raccontava il sistema di intercettazioni illegali messo in piedi dall’ex presidente Mitterand. Per la corte avevano sì violato il segreto istruttorio, ma vista la portata della notizia l’interesse dei cittadini a sapere era da considerare preminente. E qualcosa di analogo accade nel 1971 negli Usa. Due giornali pubblicarono documenti coperti da segreto di Stato che dimostravano come il celebre incidente del Tonchino in seguito al quale, di fatto, comiciò la guerra del Vietnam fosse un falso. Allora la Corte Suprema disse che avevano tutto il diritto di farlo. Perché, spiegò l’ottuagenario giudice Hugo Black, “la stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Così oggi, in Italia, attendiamo anche noi un Hugo Black che spieghi a tutti come stanno le cose.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Documento Vito Ciancimino, Dell’Utri sarebbe stato condannato a Palermo

Fonte: Documento Vito Ciancimino, Dell’Utri sarebbe stato condannato a Palermo.

(Adnkronos) – La grafia e’ a tratti incerta, ma il contenuto e’ pesante. Il foglio di carta e’ formato A4 e per scrivere don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo, condannato per mafia e morto nel novembre del 2002, uso’ una matita. E’ solo uno degli ultimi documenti consegnati dal figlio Massimo Ciancimino, che da mesi racconta i particolari della presunta ‘trattativa’ tra Stato e Cosa nostra dopo le stragi del ’92, ai magistrati di Palermo, che adesso l’hanno depositato al processo a carico del generale Mario Mori. Don Vito, nel manoscritto, si riferisce a un vecchio procedimento penale a carico del senatore Marcello Dell’Utri che si celebro’ a Milano negli anni Ottanta e in cui il politico venne assolto. “Se il processo lo avesse fatto Falcone e lo avesse celebrato il giudice Ingargiola (lo stesso che assolse in primo grado Giulio Andreotti per associazione mafiosa ndr), sarebbe stato condannato”. L’ex sindaco lamenta un trattamento diverso, invece, a suo carico. Per questo scrisse il foglio a matita che adesso e’ agli atti del processo Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell’85.

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”.

Lipari “conferma” Ciancimino

La trattativa, il papello, il ruolo di Vito Ciancimino, del generale Mori e del capitano De Donno. Qualcuno prima di Massimo Ciancimino aveva raccontato questa storia ma non è stato creduto, “bollato” come depistatore. I verbali di quegli interrogatori – datati 20, 28 novembre e 5 dicembre 2002 – ritornano, depositati al processo al generale Mori per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo. Il personaggio al centro della vicenda è Pino Lipari, ex braccio destro economico di Bernardo Provenzano, oggi agli arresti domiciliari. Il 17 luglio 2009 è stato interrogato dai pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo. A loro ha confermato le dichiarazioni che aveva reso a suo tempo a Piero Grasso, Guido Lo Forte e Michele Prestipino.

“Mori e De Donno avrebbero incontrato il Ciancimino, credo nel ‘92, a Roma, per intraprendere una trattativa, De Donno avrebbe chiesto, o Mori, non so, ‘ma che cosa vuonno chisti, che cos’è?’, era successo il… la strage di Falcone, quindi siamo subito… nelle immediate… dopo qualche 15 giorni, 20 giorni, un mese, non so…”. Pino Lipari colloca, quindi, l’inizio dei colloqui fra gli ufficiali del Ros e Don Vito, dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. “Fu prima che morisse Borsellino, Borsellino era ancora in vita”. E Lipari sostiene anche che dietro Mori e De Donno ci fossero “persone delle istituzioni, lui faceva riferimento ai servizi segreti”. “Lui chi?” chiedeva allora Prestipino. “Provenzano – rispondeva Lipari – non a politici, perché se ci fosse stato Lima vivo avrebbe detto ‘Lima’, se Salvo fosse stato vivo, avrebbe detto ‘Salvo ’, perché i canali del tradimento di Cosa nostra quelli erano stati”.

Lipari sostiene anche di aver incontrato Vito Ciancimino a Roma, all’hotel Plaza, dopo le stragi. In quell’occasione Ciancimino gli avrebbe raccontato degli incontri con Mori e De Donno, “e mi diede una versione diversa dal Provenzano” ha raccontato Lipari. “Ciancimino mi disse: ‘io volevo un appuntamento col primario, col Riina, un incontro, e tu non me lo hai dato (…) e siccome non potevo parlare col suo aiuto, con Provenzano perché questa cosa era una cosa che doveva essere, per forza di cose, definita da Riina”. Così, secondo quanto dichiarato da Lipari, Ciancimino si sarebbe rivolto ad Antonino Cinà, medico della famiglia Riina. Quanto ai due ufficiali del Ros, anche Don Vito avrebbe confidato che “questa non è farina del loro sacco, venire a casa mia, a Roma…”.
Poi, attorno al 2000, Pino Lipari si sarebbe incontrato con lo stesso Antonino Cinà. Un’occasione buona per sapere come fossero andate le cose, e il medico gli avrebbe detto: “Pino, ti giuro, ho riferito a Riina, in occasione di una visita, gli ho riferito di questo aspetto proposto dal Ciancimino. Mi rimandò ad un paio di giorni, mi pare, e mi disse: ‘Nino qua c’è il papello, te lo puoi portare, che vuole Ciancimino? Vediamo che cosa deve fare”.

Fra le altre carte depositate al processo Mori, c’è anche una lettera firmata da Don Vito. Nell’intestazione si legge “Marcello Dell’Utri” e l’ex sindaco, a proposito di un procedimento milanese contro il senatore del Pdl risalente al 1981, scrive: “Io in piena coscienza affermo che se questa istruttoria fosse stata fatta a Palermo da Falcone, Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e certamente condannato”. Infine, anche le intercettazioni fra gli avvocati Giovanna Livreri e Gianni Lapis. Il 17 gennaio 2009 la Livreri, a proposito di Massimo Ciancimino, dice: “Questo ragazzo può anche sapere meno di quello che altri immaginano che sappia, perché hai visto che comincia a parlare, ci possono essere tante persone in giro che pensano che questo sappia tante cose”. Lapis risponde alla collega: “Ma lui ha il papello del padre, se lo porta veramente… qua succede veramente che farà saltare tutti”. “Ma infatti – risponde l’altra – là c’è tutto, cioé là ci sono pure le connivenze con lo stato quindi è chiaro… ma là mica lo fa fuori la mafia, là lo fa fuori lo Stato”.


Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010)


E le balle chi le intercetta? – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: E le balle chi le intercetta? – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Prima che, contro le intercettazioni, si metta in moto la solita manfrina delle leggi vergogna, con Berlusconi che invoca una legge ammazza-cimici, il Pd che la vorrebbe “migliorare” perché “il problema esiste” e Napolitano che invoca “soluzioni condivise”, basta dare un’occhiata a un atto parlamentare di agevole lettura anche per le teste più dure e più vuote. E’ il “documento conclusivo” dell’”indagine conoscitiva sul fenomeno delle intercettazioni” approvato dalla commissione Giustizia del Senato il 29 novembre 2006 all’unanimità. Anche dai parlamentari dell’attuale Pdl, che oggi fanno finta di niente e non a caso: nata nella speranza di dimostrare che in Italia si intercetta tutto e tutti in un quadro di abusi unico al mondo, l’indagine si rivelò un micidiale boomerang per il partito anti-intercettazioni, avendo appurato che “le garanzie che il nostro sistema legale assicura al cittadino non hanno l’eguale in alcun’altra democrazia occidentale”.

Confrontando il sistema italiano con quelli degli altri paesi, si scoprì che “l’Italia è uno dei pochi che affida il sistema delle intercettazioni ‘legali’ a norme di rango costituzionale”. Il che “costituisce un’indubitabile…garanzia per il cittadino, che vede affidata la tutela della propria privacy alla magistratura, costituzionalmente delegata alla tutela dei diritti fondamentali e con l’unico vincolo della sottomissione soltanto alla legge”. Infatti “anche in Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania e Usa, le intercettazioni sono di competenza soprattutto di autorità amministrative o di polizia, se non addirittura dei soli servizi di sicurezza”. Da noi “le uniche intercettazioni (legali) sono quelle disposte dalla magistratura, mentre nei Paesi stranieri i controlli telefonici (et similia) vengono disposti ed effettuati principalmente da altro genere di autorità (amministrative, di polizia o di sicurezza), con minori livelli di garanzia per il cittadino, autorità che non fanno di certo conoscere facilmente casistica, numeri, dati e costi”.

Dunque non solo è una balla che in Italia si intercetti più che altrove, ma è vero il contrario: “Il numero delle intercettazioni giudiziarie in Francia non supera il 30-40% del totale, in Gran Bretagna esse sono effettuate quasi soltanto dai servizi segreti (senza possibilità di utilizzo processuale)” e la stampa Usa denuncia un “uso clandestino (non autorizzato dalla legge) di centinaia di migliaia (qualche giornale parla di milioni) di intercettazioni al di fuori di ogni controllo di legalità”. Falso pure che l’Italia spenda troppo per intercettare: basterebbe fare come Germania e Francia che obbligano le compagnie telefoniche a fornire il servizio gratis, “facendo rientrare il tutto in una sorta di ulteriore prezzo (o condizione) per il rilascio della concessione”. Dunque il Parlamento italiano non deve nemmeno sfiorare le intercettazioni, né a colpi di maggioranza, né con leggi condivise: l’ha detto, meno di quattro anni fa, il Parlamento italiano.