Archivi del giorno: 10 aprile 2010

Il nuovo nucleare in Italia. Affari, lobby e propaganda. Prima puntata dell’inchiesta | Pietro Orsatti

Fonte: Il nuovo nucleare in Italia. Affari, lobby e propaganda. Prima puntata dell’inchiesta | Pietro Orsatti.

(In allegato il Decreto legislativo del 15 febbraio DLGS_15_ 2_ 2010_ n_ 31_ NUCLEARE)

«Credo che l’inizio del percorso che ci ha portato alla nuova offensiva dei nuclearisti sia da rintracciare nella creazione della Sogin fra il 1999 e il 2000». Così cerca di spiegare l’intricatissima vicenda del rilancio del nucleare nel nostro Paese Massimo Scalia, fisico e docente all’Università de La Sapienza di Roma, antinuclearista storico fin dai tempi del Comitato per il controllo delle scelte energetiche negli anni ’70 e per anni parlamentare dei Verdi (fu il primo presidente della commissione di inchiesta sulle ecomafie) e dirigente di Legambiente. «Non si capiva, tanto per intenderci –prosegue Scalia -, per quale ragione l’Enel non avesse messo in piedi per più di un decennio una struttura che si occupasse della dismissione e del trattamento e smaltimento del nucleare italiano. La nascita della Sogin, all’inizio, aveva una sua logica. Poi le cose sono andate in modo diverso». In modo diverso? «Certo, se pensi che si sono andati a infilarsi anche nella dismissione di sommergibili e simili in ex Unione sovietica – prosegue Scalia – senza, contemporaneamente, risolvere la questione dei siti provvisori italiani è evidente che la “mission” della Sogin quantomeno con il tempo è mutata».

Quindi, per capire di cosa stiamo parlando, per districarci dalle matasse di intrecci e azioni degli ultimi dieci anni è necessario partire dalla società che sembra essere la vera protagonista di questa vicenda.

Cos’è la Sogin?

La Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari Spa) è stata istituita nel quadro del riassetto del sistema elettrico in ottemperanza al decreto legislativo n. 79 del 1999 (che ha disposto la trasformazione dell’Enel in una holding formata da diverse società indipendenti, tra cui appunto la Sogin, che ha ereditato tutte le attività nucleari dell’Enel). Lo stesso decreto assegnava: le azioni della società al ministero del Tesoro  (ora ministero dell’Economia e delle Finanze) con lo specifico compito di fornire gli indirizzi operativi al Ministro dell’Industria (ora ministro delle Attività produttive). Come società del Gruppo Enel, quindi, la Sogin ha incorporato le strutture e le competenze precedentemente applicate alla progettazione, alla costruzione e all’esercizio delle quattro centrali elettronucleari italiane. E alla loro dismissione e al trattamento delle scorie. Quindi, nonostante la società risulti “autonoma, di fatto si tratta dell’Enel. Punto.

La SOGIN ha un’articolazione territoriale che comprende:

  • la sede centrale di Roma
  • le centrali nucleari in fase di smantellamento ex-Enel
    • Trino (Vercelli)
    • Caorso (Piacenza)
    • Latina
    • Garigliano (Caserta)
  • gli impianti del ciclo del combustibile in fase di smantellamento ex-Enea
    • Impianto EUREX Saluggia (Vercelli)
    • Impianto FN Bosco Marengo (Alessandria)
    • Impianto OPEC Casaccia (Roma)
    • Impianto Plutonio Casaccia (Roma)
    • Impianto ITREC Trisaia, Rotondella (Matera)

Le risorse finanziarie impiegate da SOGIN per l’attuazione dei programmi di messa in sicurezza e smantellamento degli impianti derivano da due diversi contributi:

  • il fondo trasferito a Sogin dall’Enel all’atto del conferimento delle attività nucleari
  • il finanziamento pubblico accordato dal governo sulla base delle determinazioni dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas a valere sulla componente A2 della tariffa elettrica (oneri nucleari)

Un aspetto importante che regola la gestione Sogin è che sia il fondo trasferito dall’Enel sia le risorse derivanti dal finanziamento pubblico hanno per oggetto esclusivo la copertura dei costi di smantellamento degli impianti e di sistemazione del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, e non possono essere utilizzati per scopi diversi.

Dalla sua entrata in servizio al 2006 la Sogin è stata diretta dall’ex generale Carlo Jean.

Qualche problema la Sogin li ha avuti fin dai suoi primi anni di esercizio. I costi degli stipendi e delle collaborazioni infatti erano cresciuti enormemnte. E i costi amministrativi sembravano quasi superare quelli tecnici e attuativi, che in gran parte sarebbero stati assegnati esternamente. Un brutto vizio italiano, a quanto sembra, a cui neppure quella costola dell’Enel che doveva chiudere la decennale questione del nucleare italiano non solo non affrontò direttamente e definitivamente la questione, ma anzi divenne in poco tempo un oggetto burocratico con un enorme bilancio che veniva assorbita per una grande fetta dai costi della “struttura”. Senza che la “struttura”, alla fine, entrasse mai veramente in funzione a pieno regime.

Ma è proprio la creazione di questo “oggetto”, la Sogin, che rilancia prima sotto traccia e poi sempre con più chiarezza la questione nucleare italiana. E il nucleare, come lo fu nella sua stagione aurea fra il 1960 e la prima metà degli anni ’80, è sempre stato un tema trasversale che ha avuto molti sostenitori in tutti gli schieramenti politici.

Ma torniamo alle attività della Sogin in questo decennio di attività. Il progetto di punta della società si chiama “Global Partnership” e prevede lo smantellamento di una serie di sottomarini a propulsione atomica ormai obsoleti, parcheggiati nei porti dove attracca la flotta russa. “Global Partnership” vede luce come contratto nel giugno del 2002, dopo che i Paesi del G8 – al summit di Kananaskis – decisero di investire 20 miliardi di dollari Usa nel giro di dieci anni proprio per affrontare il gravissimo problema della dismissione di queste strutture ormai abbandonate e senza controllo. E la Sogin, come risulta chiaramente dai resoconti della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti nel luglio 2003, ottiene la commessa, ma non da sola ovviamente, portandosi appresso Fincantieri, Ansaldo, Duferco e Camozzi.

La Sogin e le aziende italiane contano – come ha spiegato all’epoca alla Commissione lo stesso Carlo Jean – di realizzare in Russia anche un impianto chiamato “Accelerator Driven System (Ads)”, ideato dal Nobel Carlo Rubbia ma mai sperimentato: questa macchina dovrebbe bruciare parte delle scorie nucleari russe, riducendone la pericolosità. Se questo impianto dovesse svilupparsi e rivelarsi efficace, secondo il generale potrebbe accogliere anche le scorie italiane che, ha detto ancora Jean, non possono essere stoccate in casa dati i “seri problemi” causati dalla “emotività esistente a riguardo”.

L’ Ansa in data 19/02/04 ha riportato la notizia che per smantellare entro il 2015 i cinque impianti del ciclo del combustibile nucleare presenti in Italia – i due della Casaccia, nei pressi di Roma, e quello di Rotondella (Matera), Saluggia (Vercelli) e Bosco Marengo (Alessandria) spenderà  862 milioni di euro. La domanda, ancor prima di capire quale sarà il futuro delle nuove ipotetiche centrali nucleari, è ovviamente: a che punto è il lavoro di smantellamento dei cinque impianti? E poi, di conseguenza: l’importo indicato di 862 milioni di euro è stato ritoccato e di quanto?

(segue)

Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici

Fonte: Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici.

Nel 1991 la mafia è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia

Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.

Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.

Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di “pulirsi i piedi”. Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).

“Si fa la guerra per fare la pace”, spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.

Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito “per fermare le stragi”. E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di “supporto politico”. Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: “Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi”. L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola “segreto” in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino – che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan – sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. “Ero preoccupato”, ha spiegato l’ex ministro, “era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia…Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’”. Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: “Probabilmente”, diceva, “i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste”. Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010)

“Borsellino sapeva dei contatti dei Ros per arrivare a Don Vito”

“Borsellino sapeva dei contatti dei Ros per arrivare a Don Vito”.

La Ferraro e la trattativa Stato-mafia del 1992

Paolo Borsellino sapeva dei contatti avviati dal Ros dei carabinieri per giungere a Vito Ciancimino, sapeva della loro ricerca di un “supporto politico” per l’operazione e, soprattutto, apprendendo quelle notizie, avrebbe detto che “se ne sarebbe occupato lui”. I nuovi elementi sono stati raccontati ai magistrati di Palermo e Caltanissetta dall’ex direttore degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, Liliana Ferraro che, per motivi di salute, non ha potuto deporre al processo in corso a Palermo contro il generale Mario Mori per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

Interrogata a Roma, il 17 novembre 2009, la Ferraro ha ricostruito l’incontro col capitano De Donno e il colloquio seguente con Paolo Borsellino, il 28 giugno 1992 nella sala d’attesa “vip” dell’aeroporto di Fiumicino. “Mi colpì molto l’incontro che ebbi con De Donno – racconta la Ferraro – mi parve molto provato e mi disse che era molto difficile accettare la morte del dottor Falcone e trovare il modo di continuare a svolgere le proprie funzioni, anche perché riteneva il dottor Falcone il loro punto di riferimento per il rapporto mafia-appalti”. Fu proprio lì che De Donno parlò di “provare tutte le strade e che, essendo Vito Ciancimino un personaggio di spessore, avevano pensato di sondare la possibilità che lo stesso iniziasse un rapporto di collaborazione”. De Donno raccontò di aver preso contatti con Massimo Ciancimino e tramite lui “pensava di poter agganciare o aveva già agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino – dice la Ferraro – Mi chiese infine se fosse il caso di accennare la vicenda al ministro Martelli, poiché chiedeva anche un ‘sostegno politico’ per l’iniziativa che stavano intraprendendo”. Liliana Ferraro a quel punto suggerisce di rivolgersi a Paolo Borsellino, anzi, promette che sarà lei stessa a riferire del colloquio all’allora procuratore aggiunto di Palermo. Così si passa al 28 giugno 1992 – l’incontro con De Donno era avvenuto “qualche giorno prima”, fra il 21 e il 28 giugno – quando Paolo Borsellino, transitando da Fiumicino per tornare a Palermo da una trasferta in Puglia, chiama la Ferraro per incontrarla. “Ricordo – dice la Ferraro – che il dottor Borsellino mi disse che ‘era solo’ e Agnese Borsellino (la moglie, ndr), udendo tale frase, si inserì nel discorso chiedendomi più volte di convincere il marito a non andare avanti poiché non voleva che i suoi figli rimanessero orfani. Riferii poi al dottor Borsellino della visita del capitano De Donno”. E lui? “Il dottor Borsellino non ebbe alcuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso e quasi indifferente alla notizia, dicendomi comunque che ‘se ne sarebbe occupato lui’”. Quella è stata l’ultima volta che i due si sono incontrati.


Ma la Ferraro ricorda anche un colloquio telefonico avuto con Borsellino il 18 luglio
1992, il giorno prima della strage di via D’Amelio. “Mi disse che era in partenza il lunedì successivo e che, al ritorno, si sarebbe fermato a Roma per avere un altro colloquio con me perché voleva parlarmi di tutte le questioni che avevamo in sospeso. Più esattamente mi disse: ‘Poi dobbiamo parlare’ sicché ritenni che vi potesse essere un nesso con le discussioni avvenute il 28 giugno 1992”. Un incontro che non ci fu mai perché il giorno dopo la telefonata c’è stata la bomba in via D’Amelio, la morte del giudice e della sua scorta.

Liliana Ferraro, poi, aggiunge spontaneamente: “Ho letto nei giornali che non ci si riesce a spiegare perché riferisca questi fatti dopo 17 anni. Io in realtà ho già riferito l’incontro con De Donno al dottor Chelazzi, quando questi era già alla Pna (Procura nazionale antimafia, ndr)”. L’episodio viene collocato dalla Ferraro nel 2002, “in epoca molto vicina all’anniversario del 23 maggio”. “Mentre si stava stampando il verbale, vi erano problemi per la stampa – conclude – non so se gli stessi (fatti, ndr) vennero formalizzati a verbale”.

Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2010)

Blog di Beppe Grillo – Padania nucleare

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Padania nucleare.

L’Italia è una potenza nucleare in franchising. La licenza, dalla fine della seconda guerra mondiale, l’abbiamo ottenuta dagli Stati Uniti. Sul nostro territorio ci sono ordigni nucleari americani pronti a essere caricati su un bombardiere e lanciati su uno Stato canaglia a scelta. Nel blog in questi cinque anni sono state riportate tutte le informazioni possibili sui depositi nucleari di Aviano e Ghedi Torre contenenti 90 testate nucleari. Fotografie dall’alto dei siti, tipo di ordigni, servizi, interviste, documenti.
Un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa ha valutato il potenziale distruttivo pari a 900 volte Hiroshima. Il documento fu ordinato Roger Brady, comandante dell’Air Force in Europa, dopo che un B52 trasportò per errore sei testate atomiche sorvolando gli Stati Uniti. Nel rapporto si rilevano: “problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e ai sistemi di sicurezza, a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento“.
Nella base di Ghedi Torre, alcuni anni fa, un gruppo di ragazzi improvvisò un picnic per una mezz’ora prima di essere identificato. Era un test per verificare le misure di sicurezza che fu documentato in seguito dalla televisione svizzera italiana. I nostri vicini sono da sempre preoccupati di un incidente nucleare a due passi da casa loro. Può capitare. L’imponderabile è sempre in agguato. Un’esplosione dovuta a un errore umano o a un attacco terroristico cancellerebbe dalla carta geografica il Nord Italia e parte dei Paesi confinanti. Addio Padania.
In Italia nessuna reazione, eppure per Pdl e Pdmenoelle chi si preoccupano dell’Iran nuclearizzato almeno una volta alla settimana, ospitare un numero di testate sufficienti a spazzare via la vita dall’Europa dovrebbe essere un problema fondamentale. Una questione di vita e di morte. Persino la rivista TIME si è posta in un recente articolo dal titolo. “What to do about Europe secret nukes” (Cosa fare con le testate nucleari segrete dell’Europa) la domanda: “Is Italy capable of delivering a thermonuclear strike?” (L’Italia è capace di effettuare un attacco termonucleare?). Secondo il TIME, In caso di guerra l’Italia, in virtù di un accordo sottoscritto durante la Guerra Fredda, potrebbe acquisire il controllo delle bombe termonucleari B61 presenti sul suo territorio.
La presenza di ordigni nucleari in Italia è contraria al Trattato di non proliferazione nucleare (NPT), oltre che antistorica a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Le bombe made in USA devono ritornare al loro Paese di origine. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Link ai post sull’argomento:
Chi ha paura del Lupo Cattivo?, del 6 gennaio 2010
Umberto Garibaldi, l’antifederalista, del 10 dicembre 2008
Referendum on line per Dal Molin , del 3 ottobre 2008
Delirio, del 4 settembre 2008
Vicenza: Lega e manganello, del 1 agosto 2008
L’hiroshima è vicina, del 22 giugno 2008
Occupazione americana, informazione Mentana, del 22 maggio 2008
Il virus della verità, del 26 aprile 2008
Pillola rossa: la base di Vicenza, del 26 gennaio 2007
Un Paese a sovranità limitata, del 16 gennaio 2007
Lettera a George Bush, del 13 aprile 2006
Un appello ai marines, del 28 ottobre 2005
USABomber 2: nessuna risposta, del 3 marzo 2005
USABomber, del 1 marzo 2005