Archivi del giorno: 14 aprile 2010

Antimafia Duemila – Emergency: sabato 17 aprile a ROMA

Fonte: Antimafia Duemila – Emergency: sabato 17 aprile a ROMA.

17 aprile, ore 14.30, appuntamento a Piazza Navona (Roma)
Sabato 10 aprile
militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

Con chi bisogna stare

Fonte: Con chi bisogna stare.

La lettura dei fatti del Tenente Generale Fabio Mini, alto ufficiale dell’Esercito, scritta per peacereporter, sito in diretto contatto con Emergency ed al quale fare riferimento per tutti gli aggiornamenti sulla vicenda.

Bisogna essere pacifisti incalliti e un po’ ottusi per non lasciarsi prendere dal sospetto che qualcuno di Emergency sia veramente colpevole del complotto ai danni del governatore di Helmand.
Bisogna rifiutare la realtà per non immaginare che dei medici possano fare causa comune con quelli che curano.
Bisogna essere sordi e ciechi di fronte ai problemi del mondo per non ammettere che una organizzazione umanitaria come Emergency potrebbe ospitare dei violenti repressi mal mimetizzati dal buonismo e dal sorriso scimunito dello pseudo-buddista che crede di aver trovato la felicità interiore.

Siccome non sono pacifista, siccome cerco di stare con i piedi per terra e non ho ancora trovato alcuna pace interiore che mi lasci inebetito trovo molti aspetti della vicenda, perfino i più imbarazzanti, plausibili e comprensibili. Specie alla luce di qualche esperienza.

Anni fa… una delle lettere dai ”Medici senza Frontiere” rivelava che uno di essi in Africa si era preso l’Aids andando a letto con una collaboratrice locale. Non disse nulla a nessuno, nemmeno al suo sostituto che, ovviamente, ebbe una relazione con la stessa collaboratrice e si beccò l’Aids anche lui. Alla faccia dei medici umanitari, si potrebbe dire. Alcune organizzazioni umanitarie islamiche fanno proselitismo per l’estremismo e anche contrabbando di armi. Alla faccia dell’umanitarismo, si potrebbe dire.
Alcune organizzazioni internazionali di cosiddetto sviluppo sono manifestamente agli ordini dei servizi d’intelligence e di corporazioni dedite allo sfruttamento degli uomini e delle risorse. Alla faccia dello sviluppo, si potrebbe dire.

Non ci sarebbe quindi nulla di strano che un medico di Emergency si facesse dare mezzo milione di dollari per aiutare dei terroristi. Con quello che li paga l’organizzazione, il compenso varrebbe il rischio della pelle.
Semmai di strano c’è che quella cifra viene offerta a uno straniero da chi non dà alcun valore alla vita e in un posto dove la vita non ha obiettivamente alcun valore. I dubbi aumentano se si considera che una tale fortuna viene offerta al medico per portare un paio di scatoloni nel suo ospedale e lasciarli in bella vista in modo che vengano subito trovati: sembra più una operazione da “governatori” e servizi segreti che da terroristi.
Non ci sarebbe nulla di strano che un medico, ancorché pacifista, a forza di vedersi portare corpi straziati dalle bombe dell’umanità occidentale, desse i numeri e diventasse terrorista. Non avrebbe però bisogno di essere pagato. Lo farebbe gratis e anzi pagherebbe lui per avere l’opportunità di scaricare frustrazione e impotenza.

Non sarebbe neppure strano che Emergency non sapesse nulla delle deviazioni di alcuni suoi componenti e che quindi sia tra le vittime dei complottisti piuttosto che tra i complici. Ogni organizzazione ha le sue mele marce e nessuna organizzazione umanitaria dovrebbe essere messa sotto accusa perché uno o alcuni suoi componenti vengono meno agli impegni assunti o diventano matti.
E non è strano che il responsabile dell’organizzazione difenda a spada tratta i suoi: sia che non ne sappia niente e ancor di meno se ne sa qualcosa.

Semmai è strano che la prima dichiarazione venuta in mente al nostro Ministro degli Esteri sulla vicenda sia la condanna contro tutti i terrorismi: in pratica è l’ammissione che Emergency è una organizzazione terroristica. O almeno una di cui è lecito sospettare.

E infine non sarebbe affatto strano che i prigionieri in Afghanistan confessassero. Da quelle parti gli stranieri si salvano solo se confessano, qualsiasi cosa e alla svelta. Salvano la faccia dei loro aguzzini e così salvano la pelle. Se c’è da fare dell’eroismo o del martirio bisogna aspettare di essere tornati a casa.

Queste sono possibilità che vanno giustamente considerate con dispiacere e senza cinismo o accondiscendenza anche se qualcuno può goderne e strumentalizzarle.

Tuttavia, una volta considerate tutte le possibilità bisogna esaminare i fatti. Piaccia o non piaccia, Emergency ha fatto un eccellente lavoro in Afghanistan. La sua storia parla a suo favore in termini umanitari ma anche di indipendenza ed equidistanza dalle parti in conflitto. Semmai le leggerezze commesse in passato sono state determinate da eccesso di zelo o protagonismo, ma a fin di bene.

Ho già detto chiaramente in tempi non sospetti che Emergency avrebbe pagato caro il suo intervento “politico” nella vicenda Mastrogiacomo. Ora ci siamo. Un altro fatto concreto è il fastidio arrecato da Emergency alle forze internazionali e ai governanti afgani ogni volta che ne ha denunciato le nefandezze. Un fatto è che Emergency è un punto di riferimento per chiunque abbia bisogno e quindi anche per i cosiddetti talebani. Un fatto è che Helmand è ancora una roccaforte dei ribelli pashtun e che il loro smantellamento deve necessariamente passare per quello di qualsiasi organizzazione che li aiuta, anche se per i soli aspetti umanitari.
Un fatto è che la politica inglese di conquistare i cuori degli afgani di Helmand è fallita e ora, nonostante le promesse di Obama, si sta ritornando alla mattanza. Un fatto è che in Afghanistan è in atto una lotta fra organizzazioni internazionali alla ricerca di giustificazioni sia degli insuccessi sia dei soldi spesi ed Emergency si è invece distinta per i successi e il favore della gente.
Un fatto è che la provincia di Helmand , come altre in Afghanistan, è affidata a politicanti di professione che ruotano ogni due anni traendo il massimo profitto e che si reggono solo sul favore delle truppe straniere.

Il governatore Gulab Mangal, presunta vittima del complotto, vive nel terrore, il figlio è sotto continua minaccia e lui stesso è scampato a diversi attentati veri o presunti. Gli inglesi che si sono sempre scelti il governatore di Helmand cominciano a dimostrarsi stanchi di proteggerli senza avere nulla in cambio ed Emergency non li ha certo aiutati a gestire la provincia. Da questi fatti deriva la concreta probabilità che Emergency sia finita sotto la mannaia della vendetta di alcuni e sotto la logica militare di altri.
Invece di essere bombardato (e non si esclude che prima o poi non lo sia, per sbaglio, naturalmente) l’ospedale deve essere delegittimato e la sua funzione umanitaria deve perdere di credibilità.
Dal punto di vista militare Emergency deve cessare di essere un testimone e un punto di riferimento per i ribelli. Tutti devono sapere che farsi ricoverare può essere l’anticamera dell’arresto che per gli afgani è sempre l’anticamera del cimitero.
Inoltre, il governatore deve riacquistare peso dimostrando ai suoi e ai protettori inglesi che anche le organizzazioni internazionali e gli alleati italiani ce l’hanno con lui. Solo così può sperare di continuare a fare gli affari propri.

Come ottenere tutto questo con un semplice coup di teatro è esattamente quello che si è visto finora. Una soffiata, la perquisizione, una scatola di esplosivo, una pistola, due bombe a mano attive e quattro inattive, gli agenti dei servizi che si portano dietro le telecamere, qualche soldato e poliziotto afgano e un paio di parà inglesi che si dirigono a colpo sicuro in una sala e fra decine di scatoloni individuano subito quelli sospetti.
E quindi l’arresto di nove afgani e tre italiani, la detenzione e, forse, la confessione. Perfetto, come da copione, un po’ grossolano ma sempre efficace.
Pur ammettendo ogni possibilità e perfino qualche deviazione, sono questi fatti ed il corso di eventi probabili a far prevalere l’ipotesi della trappola e dell’intimidazione.

Per questo, per il pedigree dell’organizzazione e per tutta la brava gente che crede nella sua missione oggi bisogna stare con Emergency. Domani si vedrà.

Genchi è un fiume in piena. Scenari inquietanti e legami stretti tra politica e criminalità

Fonte: Genchi è un fiume in piena. Scenari inquietanti e legami stretti tra politica e criminalità.

“Questa vicenda mi ha dato la possibilità di incontrare tante persone impegnate nella ricerca della giustizia e della verità, con una grande volontà di conoscenza”. Chi pronuncia queste parole è Gioacchino Genchi, Vice questore di Palermo, davanti ad una nutrita platea presente nell’aula consiliare del Comune di Sapri. L’occasione è quella del primo incontro ufficiale organizzato dall’appena nata Associazione di promozione sociale “Officine Creative – Luigi Sainato”, gruppo che ha preso il nome del 24enne di Sapri scomparso qualche mese fa in conseguenza di un tragico incidente stradale. Il riferimento è al cosidetto “caso Genchi”, al presunto (e fantomatico) archivio illecito di intercettazioni elaborato dal vice questore.

L’evento, svoltosi nel pomeriggio di domenica, si è articolato nell’arco di oltre due ore, durante le quali si è discusso del libro di Edorado Montolli “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato.” e ci si è addentrati nella situazione attuale dell’informazione italiana, in relazione al rapporto tra tutela della privacy e diritto all’informazione. Si è parlato dell’attività di consulente delle procure, portata avanti da Genchi per oltre 20 anni. Anni nei quali l’esperto di tabulati si è trovato ad analizzare e intersecare i traffici telefonici di tutti i personaggi coinvolti nelle indagini più scottanti del torbido panorama politico, economico e criminale, dagli anni ’90 ad oggi. Dal periodo del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, quello delle stragi, alle scalate bancarie, ai sequestri, agli omicidi, alle collusioni tra mafia e politica, fino ad arrivare all’inchiesta “Why not” e agli ultimi scandali, come quello di Fastweb e del senatore Di Girolamo. Genchi ha ricostruito, attraverso i dati inconfutabili dei traffici telefonici, la fitta rete di relazioni che stava dietro ai maggiori avvenimenti della scena politica ed economica, permettendo in numerosi casi l’accertamento di verità processuali fondamentali.
Ma un paio di anni fa scoppia il “caso Genchi”. Berlusconi da Olbia annuncia: “Sta per scoppiare il più grande scandalo della storia della Repubblica: un signore ha intercettato 350 mila cittadini italiani.” Quel signore è Gioacchino Genchi.


L’intervento di Genchi all’incontro di Sapri è stato preceduto da quello di Luca Mattiucci, direttore del periodico “Comunicare il sociale”. Il giornalista ha inizialmente fatto riferimento alla precaria situazione contrattuale dei giornalisti, spesso costretti a “raccattare notizie” con una retribuzione di 400 euro al mese. Poi, arrivando al tema della privacy, Mattiucci ha fatto riferimento ai dati statistici degli ultimi due anni su quanto nel mondo dell’informazione si parla dell’argomento, dipinto sovente mediante l’immaginario del “fortino assediato”. Il trend dice che c’è un + 19,5% degli spazi coperti dall’argomento-privacy e un + 4,5% di quelli dedicati alla criminalità mafiosa. “Si parla più di privacy che di mafia”, riassume Mattiucci, esprimendo l’evidenza della costruzione mediatica di uno spauracchio: la privacy viene costantemente narrata allo spettatore come “l’ultimo baluardo della libertà del cittadino, da difendere ad ogni costo”.


E’ in questo quadro che viene inserito dai media “controllati” il discorso insistente riguardante le “intercettazioni selvagge”, sulla “democrazia a rischio”; e qui si inserisce il caso Genchi e il disegno di legge in via di approvazione in parlamento, relativo a nuove norme restrittive in materia di intercettazioni. Una legge che restringerà in maniera molto marcata i margini di libertà di informazione per i giornalisti e di efficacia delle indagini per gli inquirenti. Il disegno di legge, che, come precisa Mattiucci “è lo stesso di quello Mastella, votato a larga maggioranza. Questo per far capire che è una tendenza dell’intera classe politica, non di una sola parte”. Dunque l’intera classe politica pare aver intenzione di limitare drasticamente le intercettazioni e la loro pubblicazione. “Fino ad oggi, ad esempio, si potevano pubblicare per riassunto quegli atti già depositati alle parti. D’ora in avanti il giornalista non potrà pubblicare nulla fino alla chiusura delle indagini preliminari, e potrà farlo solo dopo che la procura avrà dato un’autorizzazione formale. E i giornalisti rischiano fino a 10 mila euro di multa e una pena che va da 1 a 6 anni di reclusione”, spiega Mattiucci. Per poi fare riferimento all’enorme limitazione addossata agli inquirenti rispetto alla possibilità di disporre le intercettazioni, concesse solo in presenza di “evidenti indizi di colpevolezza” e per un periodo non superiore ai 3 mesi, anche per le indagini relative a reati molto gravi – fatti, questi, denunciati di recente pure da Antonio Ingroia, in un incontro avvenuto all’Università di Salerno.

A riguardo, Genchi ieri si è espresso in maniera netta: “La nuova legge è assurda, qualcosa di gravissimo. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per le indagini. Con leggi come questa, come quella sullo scudo fiscale e come altre che sono in programma, si permette alla criminalità di agire praticamente indisturbata.” Genchi è un poliziotto che studia i tabulati e li incrocia e che, come precisa, in realtà “non ha mai fatto un’intercettazione in vita sua”. Elabora dati e ricostruisce legami ed eventi, attraverso dati raccolti da altri.

A Sapri il consulente ha fornito spunti riguardanti tante delle indagini e degli scenari raccontati nel libro “Il caso Genchi”. Ha parlato di Di Girolamo, il senatore eletto all’estero, a disposizione della ‘ndrangheta, che in realtà non viveva all’estero. Quando ciò si scopre, tempo prima dello scandalo scoppiato di recente, il senato non lo fa decadere. “Tra chi lo difendeva c’era Cuffaro, una mia vecchia conoscenza” riferisce Genchi, per poi raccontare la rete di rapporti, ricostruita attraverso l’analisi dei tabulati e di alcune intercettazioni ambientali, tra l’esponente Udc condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e personaggi di Cosa Nostra.


Il vice questore parla dell’ultima consulenza, quella del caso Fastweb. E rivela che “Telecom e Fastweb hanno già versato nelle casse dello Stato, per evitare il commissariamento, 545 milioni di euro in contanti. Qualche giorno fa. Questa notizia è passata completamente sotto silenzio.”
Genchi racconta della sua costante ricerca della verità, ad ogni costo, a prescindere dal resto. Anche, a volte, in contrasto col pm che gli ha dato l’incarico. Altre volte a favore di soggetti di Forza Italia, quando i fatti accertati così lo indirizzavano. Una volta a vantaggio di Dell’Utri, in un procedimento per calunnia; un’altra volta a sfavore, in quello per concorso esterno con la mafia.


Ma Genchi, per un certo periodo, è stato il simbolo usato dalla campagna mediatica contro le intercettazioni, contro i “nemici della privacy”. “Mi hanno rivoltato come un calzino, non sono stati capaci di trovare un solo errore nel mio lavoro. Non sono riusciti a trovare nemmeno un trans nella mia vita privata.” dice, davanti ad una platea attenta e sollecitata dai numerosi riferimenti ironici, esplicitati con voce ferma e pacata. “Su Panorama e Libero si è detto che avevo intercettato 85 milioni di persone. Mah…non mi pare che siamo così tanti in Italia. Comunque: in realtà avevo dei cd-rom nei quali erano solo riportati tutti gli elenchi telefonici, per comodità di lavoro.” E sulla sospensione che lo ha riguardato: “Dà fastidio che io faccia il mio lavoro senza farmi condizionare, dunque ho uno spazio d’azione libero. La mia sospensione è stata decisa dai poteri a cui dava fastidio il nostro metodo d’indagine. I miei superiori sono stati costretti ad attuarla”


Parla del periodo delle stragi, della transizione tra la prima e la seconda repubblica. E i riferimenti si intensificano, le suggestioni si moltiplicano. “Tutti i fatti che stanno emergendo ora, con le dichiarazioni dei vari Spatuzza e Ciancimino, mi stanno dando ragione. 17 anni fa fui costretto a lasciare le indagini sulle stragi quando stavo arrivando a toccare il livello dei mandanti esterni. A quel punto misero nella vicenda il pentito fasullo Scarantino, che io già 17 anni fa dicevo essere assolutamente inattendibile. E si è cominciato a parlare pure della nascita di Forza Italia, della fine dei referenti politici della prima repubblica.”


Genchi fornisce riferimenti e connessioni strettissime tra le rapide trasformazioni politiche di quegli anni, le vicende di mafia, le stragi e le dinamiche di determinazione di nuovi equlibri: “In Italia le stragi hanno segnato un colpo di stato, un passaggio istituzionale delegato alla mafia, per attuare un cambio di regime” . Tutta la ricostruzione di Genchi relativa a quegli anni cruciali, drammatici e complessi si basa sul sistema con il quale la mafia cerca dei referenti, degli interlocutori politici. E di come decide di cambiarli. Parla di alcuni periodi centrali, in questo percorso fatto di legami, accordi e ritorsioni. Dell”87, quando “la mafia volta le spalle all’interlocutore sino ad allora privilegiato, la Dc, e vota per altri partiti. E da quella circostanza, i governi di quegli anni ci hanno dato quasi mano libera nella lotta alla mafia; quasi come vendetta, come risposta a quella rottura di un legame”.


Arriva poi a descrivere gli ultimi mesi della prima repubblica, il maxiprocesso contro i boss, il declino di una classe politica a cui la criminalità non si “affida” più. “La fase della chiusura del maxiprocesso (Falcone, giunto agli affari penali del ministero, riesce a far si che in Cassazione si attui una rotazione dei giudici e che, di conseguenza, vengano confermate le condanne ai boss) rappresenta la fine di quella classe politica che non era stata in grado di garantire l’impunità ai capi-mafia”. E i fatti di quei mesi parlano dell’omicidio di Salvo Lima. Genchi continua: poi, quando in parlamento si stava per procrastinare il CAF (la triade Craxi-Andreotti-Forlani), attraverso la prevista elezione di Andreotti alla presidenza della Repubblica, arriva la strage di Capaci. Nel maggio del ’92 viene ammazzato Falcone. La mafia fa capire che i soggetti politici devono cambiare. Il periodo di non-equilibrio tra i poteri continua con la strage di Via d’Amelio e con le bombe del ’93. A questo punto, secondo il vicequestore, si ristabilisce un equilibrio: “Le stragi finiscono con la nascita dell’associazione nazionale Forza Italia”. Genchi fa riferimento a quanto alcuni personaggi (Spatuzza e Ciancimino tra tutti) stanno raccontando in questo periodo, in alcuni processi, rispetto ai presunti legami tra mafia e alcuni ambienti della forza politica di Berlusconi. Intersezioni che sarebbero confermate da quanto verificato da Genchi durante le sue consulenze: racconta di telefonate tra i fratelli Graviano di Brancaccio, persone legate ai boss, soggetti dei circoli di Forza Italia e lo stesso Berlusconi.


Gioacchino Genchi sottolinea poi, nel discorso riguardante la situazione politico-mediatica attuale, la “fondamentale” importanza della legge Mammì – con la quale di fatto si avallava il monopolio televisivo privato, a livello nazionale, di Berlusconi – “per l’istaurarsi del subdolo regime di oggi”. “Lì si gettano le basi del sistema mediatico di oggi, avviando di fatto il progetto della P2, basato sul controllo dei mezzi d’informazione. Anzi, oggi in più, rispetto al piano di Gelli, c’è il controllo delle opposizioni.” L’esperto di tabulati parla di “narcotizzazione del popolo italiano, attuata attraverso la programmazione tv, da quella per bambini ai reality, fino a Porta a porta. E alla cancellazione dei programmi di informazione durante l’ultima campagna elettorale”.


E’ un fiume in piena Genchi. La sua analisi è lucida, capillare e circostanziata. Parla di “giornalisti jukebox, che cambiano registro a seconda di chi inserisce la monetina”, della generale assenza di tutela dei diritti dei giornalisti, che non hanno garanzie legislative a riguardo.
E descrive, facendo riferimento costante alla propria esperienza, le peculiarità della mafia, che “è più forte proprio quando non uccide e non se ne parla. Spesso si pensa che la mafia sta perdendo quando si catturano dei latitanti. Non è così. Sovente lo stato fa “una raccolta differenziata” di latitanti scaricati dalla mafia.”
Arriva a parlare di Provenzano, per fare un esempio. Della lunga latitanza, piena di ombre e interrogativi. “Era vecchio e malato di prostata, quando l’hanno preso”, dice di Zu Binnu Genchi. Ricorda la puntata di Porta a porta in cui fu descritto il modo con cui si era arrivato a lui dopo 44 anni di latitanza. Il capo di Cosa Nostra era “nascosto” a due passi dalla sua Corleone. “Non ad Amsterdam, non in Australia, ma a Corleone” dice Genchi. “Hanno detto di avere prima individuato i familiari. La moglie, il fratello, e altri. Che in verità erano sempre stati a Corleone; viene da pensare che sarebbe bastato andare all’anagrafe e vedere dove abitavano. Anche perchè Corleone non è Tokyo. Poi, è stato seguito il tragitto che, di mano in mano, aveva fatto un pacco di mutande indirizzato al boss, per il cambio della biancheria intima. Dunque, è stato detto che Bernardo Provenzano fu catturato grazie al cambio delle mutande. Come se fosse la prima volta in 44 anni che Provenzano si fosse cambiato le mutande.”


Ermanno Forte (
il Giornale del Cilento, 12 aprile 2010)

Antimafia Duemila – L’immoralita’ trasversale nella politica

Fonte: Antimafia Duemila – L’immoralita’ trasversale nella politica.

di Marco Garavelli – 13 aprile 2010

E’ una forte critica al sistema politico italiano quella di Bruno Tinti, invitato da noi per presentare il suo ultimo libro “La questione immorale”.

Ci si può riconoscere in un programma di destra o di sinistra, ma non si può tollerare che l’illegalità si diffonda e si radichi sempre di più nella nostra classe dirigente e che poi la stessa usi il proprio potere legislativo ed esecutivo per garantirsi l’impunità.

In Italia un processo dura in media 8 anni ma la maggioranza di governo porta i termini di prescrizione a 7 anni e 1/2 per il 93% dei processi. Collegata a questa scelta ci si aspetterebbe una riforma della Giustizia che miri a renderla più celere ed efficiente, ma andiamo a vedere quali sono i provvedimenti finora pianificati:

  1. La separazione delle carriere
  2. La sottrazione della Polizia Giudiziaria al Pubblico Ministero
  3. La non obbligatorietà dell’azione penale
  4. Il blocco delle intercettazioni
  5. Una revisione della responsabilità dei Magistrati per i danni cagionati
  6. Il lodo Alfano
  7. Il “processo breve”
  8. Il legittimo impedimento
  9. Il possibile ripristino dell’immunità parlamentare

Quali di queste atti “riformativi” porterebbe effettivamente ad una maggiore efficienza della Magistratura? Se si esclude il “processo breve” (giustamente ribattezzato “processo morto”) che non fà altro che interrompere prima della loro naturale conclusione il 93% dei procedimenti, di fatto vanificandone la loro celebrazione, nessun altro punto sortirebbe l’effetto auspicabile di accorciare la durata dei processi, se non in maniera collaterale (e deprecabile) come effetto della diminuzione del numero di procedimenti causata dai punti 2, 3 e 4: se si fanno meno processi i magistrati avranno più tempo…

Le conclusioni che Tinti ne trae è che questo impianto di pseudo-riforme ha come unico effetto quello di garantire l’impunità ad una classe dirigente trasversalmente permeata di malaffare. Il processo penale in Italia non funziona perché è costruito per non funzionare: questa è in sintesi “La questione immorale” di cui dobbiamo prendere atto e alla quale dovremmo opporci, a prescindere dalla nostra appartenenza politica.

ComeDonChisciotte – GLI OCCHI “SCOMODI” DI GINO STRADA

Fonte: ComeDonChisciotte – GLI OCCHI “SCOMODI” DI GINO STRADA.

DI MASSIMO FINI
antefatto.ilcannocchiale.it

Sarà difficile sapere presto la verità sull’arresto, operato dalla polizia afghana coadiuvata da soldati britannici, dei nove operatori di Emergency, fra cui tre italiani, nell’ospedale di Lashkar Gah, con l’accusa di star preparando un attentato contro il governatore locale Gulabbudin Mangal. E, forse, non la si saprà mai. Perché anche su eventuali confessioni uscite da un carcere afghano, controllato formalmente dai servizi segreti locali (National Directorate of Security, Nds) ma nella sostanza da quelli americani e inglesi, c’è poco da far conto, visto il trattamento riservato ai “terroristi” ad Abu Ghraib e Guantanamo. Quel che è certo è che Emergency è stata sempre vista con molta ostilità dalle truppe Nato da quando hanno occupato l’Afghanistan. Perché Emergency operò durante il periodo del governo talebano e, a parte qualche disputa sulla rigida separazione dei reparti maschili e femminili, poté farlo tranquillamente perché i Talebani ci tenevano, forse più delle forze Isaf-Nato, che ci fossero degli ospedali funzionanti.

Emergency ha quindi sempre avuto buoni rapporti con i Talebani. La liberazione dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo sequestrato dagli uomini del feroce comandante Dadullah, e che ci avrebbe quindi lasciato sicuramente la pelle perché Dadullah non faceva sconti a nessuno, fu dovuta all’intermediazione personale di Gino Strada che riuscì a far arrivare un messaggio al Mullah Omar che ne ordinò il rilascio. In seguito Omar, che non approvava per nulla i metodi troppo spicci di Dadullah che coinvolgevano civili (lo aveva già degradato o espulso tre volte dal movimento, in particolare per una strage di Hazara avvenuta quando il Mullah era al governo) fece in modo di lasciarlo allo scoperto. E Dadullah fu poco dopo ucciso dalle forze Nato. Nella provincia di Helmand gli uomini di Emergency possono girare tranquillamente, mentre il governatore Mangal, un fantoccio degli angloamericani, è costretto a muoversi in quella che formalmente è la sua provincia protetto da elicotteri, blindati, scorte armate fino ai denti composte più che da poliziotti afghani da militari britannici. Ma, forse, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quanto avvenuto una mese fa nell’assedio della cittadina di Marjah all’interno della grande offensiva lanciata dal generale Stanley McCrystal nell’Helmand. A Marjah esiste un piccolo presidio della Croce Rossa internazionale, una specie di osservatorio, un centro di raccolta di primo soccorso, ma non un ospedale attrezzato, con sale operatorie e tutto quanto occorre.

Nel presidio erano stati ricoverati una cinquantina di feriti e di moribondi che in nessun modo potevano essere curati lì. La Croce Rossa chiese l’apertura di un “corridoio umanitario” che potesse superare i posti di blocco organizzati tutt’intorno a Marjah per poter trasportare i feriti negli ospedali più vicini e in particolare in quello di Emergency di Lashkar Gah che era il più vicino. I comandi Nato si opposero affermando che fra i feriti “potevano esserci anche dei talebani” (conferma indiretta, tra l’altro, che l’offensiva Nato, nonostante tutte le premesse e le promesse di McCrystal, si era risolta nella consueta strage di civili). Ora neanche nelle più feroci guerre moderne, neanche nella Seconda guerra mondiale, si è mai venuti meno alla regola, stabilita dalla Convenzione di Ginevra, che i feriti dei nemici vanno curati. Emergency fu in prima linea nel denunciare questo inaudito comportamento. Adesso siamo alle porte dell’altra grande offensiva che la Nato vuol lanciare contro la città di Kandahar, storica roccaforte del movimento talebano afghano (il Mullah Omar è nato in un villaggio vicino). E non credo che Gino Strada sia molto lontano dalla verità quando dice che si vuole togliere di mezzo Emergency, o privarla di credibilità, come testimone scomodo, in modo che i bombardieri americani, i Dardo e i Predator, aerei senza pilota né equipaggio, ma armati di missili micidiali possano agire indisturbati (intanto ieri, preannuncio della prossima offensiva, i soldati Nato hanno ucciso a Kandahar quattro civili a un posto di blocco).

È chiaro che il governatore Mangal, un quidam qualsiasi, non si sarebbe permesso di arrestare tre operatori italiani senza l’avallo non tanto di Karzai (che tratta da mesi con il Mullah Omar e che recentemente ha dichiarato testualmente in una conferenza stampa “gli americani alimentano il conflitto fra afghani per poter avere il pretesto per continuare ad occupare il Paese, se continua così mi alleerò con i Talebani”) ma dei comandi statunitensi.

E il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini dovrebbe riflettere seriamente sui reali rapporti fra noi e gli alleati anglosassoni, invece di rilasciare dichiarazioni vergognose (un ministro degli Esteri ha innanzitutto il dovere di difendere i propri connazionali, poi si vedrà) accusando Gino Strada di “aver fatto dichiarazioni politiche”. Fino a prova contraria, nonostante il Berlusconi imperans, gli italiani, nel nostro Paese e all’estero, hanno ancora diritto di parola e di manifestazione del proprio pensiero. Anche se sono dei medici, come Gino Strada.

Massimo Fini
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Link: http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2471728&yy=2010&mm=04&dd=13&title=gli_occhi_scomodi_di_gino_stra

Da il Fatto Quotidiano del 13 aprile

VEDI ANCHE: LE BUFALE SU EMERGENCY

GUADALAJARA

Antimafia Duemila – Il club dei bugiardi incalliti

Antimafia Duemila – Il club dei bugiardi incalliti.

di Antonella Randazzo – 13 aprile 2010
Chi pensava che Berlusconi fosse l’unico bugiardo incallito si sbagliava. Infatti, egli è in buona compagnia di alti prelati e del papa.

Si è rotto il muro del silenzio e sono saliti alla cronaca fatti sconcertanti e agghiaccianti di pedofilia e protezione della pedofilia, con prove inoppugnabili sulle responsabilità del papa e di parecchi alti prelati.
Nonostante ciò, i personaggi implicati negano, e hanno persino raccolto parole di “solidarietà” da parte di alcune nostre autorità politiche. Si è mosso persino quel burattino di Alfano, cercando di intimidire chi sta facendo il suo dovere denunciando le responsabilità del clero. Nessuna delle nostre autorità ha preteso dal papa che, oltre alle parole di condanna, faccia anche qualcosa di concreto. Infatti, il clero che pratica la pedofilia rappresenta la chiesa, e non è pensabile che il Vaticano non abbia gravi responsabilità riguardo ai danni causati da questi personaggi. Il papa, se davvero fosse interessato ad affrontare il problema, si assumerebbe le sue responsabilità e si presenterebbe al processo che ha come imputato padre Ernesto Garcia Rubio, che avrebbe praticato la pedofilia in una parrocchia di Miami e in seguito è stato protetto dalle autorità cattoliche. Ogni persona è uguale di fronte alla legge, e il papa è una persona come tutte noi. I suoi legali vorrebbero affermare il contrario e stanno cercando di evitare che il “papa venga coinvolto nel processo o che documenti segreti siano citati in giudizio”. Chi non è colpevole non teme nulla e non nasconde documenti.
Noi siamo dalla parte delle piccole vittime e non delle autorità cattoliche, e non ci stanchiamo di denunciare questo “club di bugiardi incalliti”, auspicando che queste persone paghino per i crimini commessi.
Non è certo una novità che una parte dei prelati cattolici è dedita ad una sessualità perversa e criminale, che danneggia e distrugge la vita di molte persone. Nel nostro paese il fenomeno è molto presente, ma avendo il Vaticano un potere enorme, si glissa su parecchi crimini, e non si dà al problema il peso che dovrebbe avere.
Quando in passato sono emersi casi di pedofilia praticata da prelati, spesso le vittime sono state criminalizzate, e si è cercato di farle passare per imbroglioni o si è gridato al “complotto”.
Ma da recente, dopo gli articoli pubblicati dal New York Times, alcune persone hanno trovato il coraggio di denunciare e sono state ascoltate. Ricordiamo il caso dell’Istituto Provolo di Verona, in cui diverse persone hanno denunciato l’esistenza di un giro di pedofilia che coinvolgeva molti preti e frati (quasi tutti a detta delle vittime). Uno di questi preti ha confessato: “Lo facevano (violentare o molestare i bambini N.d.A.) quasi tutti, era normale… I responsabili dell’Istituto lo sapevano”.3 Già da alcuni anni le vittime, all’epoca dei fatti bambini sordomuti, denunciavano le violenze subite. La risposta da parte della Chiesa era stata la  criminalizzazione delle vittime.
Anni fa emersero violenze pedofile nell’Arcidiocesi di Boston, oltre 200 sacerdoti furono accusati di abusi sessuali, e le diocesi scelsero di risarcire le vittime. All’epoca emersero parecchi casi di pedofili protetti dalle autorità cattoliche. Ad esempio, l’arcivescovo di Los Angeles cardinale Roger Michael Mahony fu accusato di aver coperto diversi preti pedofili. Nel 2007 il prelato chiese pubblicamente scusa per gli abusi commessi dai preti della sua diocesi. Non era la prima volta che emergevano casi di pedofilia nelle diocesi americane. Erano emersi casi avvenuti negli anni Quaranta nell’Arcidiocesi di Los Angeles. I risarcimenti pagati ammonterebbero a 774 milioni di dollari.
Da recente sono emersi anche molti casi di pedofilia in Irlanda. Un documentario della Bbc dal titolo “Sex crimes and the Vatican” presenta 100 casi di bambini e bambine abusati da 26 sacerdoti irlandesi.
Scandali di pedofilia in seno alla Chiesa sono emersi in moltissimi altri Paesi, come il Messico, l’Australia, il Messico, il Canada, l’Alaska, la Polonia, l’Inghilterra, l’Irlanda, la Spagna, la Germania, l’Olanda, in molti Paesi africani, ecc.
Nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse l’epistola De Delictis Gravioribus in cui sosteneva che si doveva seguire il vecchio Crimen sollicitationis e mettere ogni crimine (anche la pedofilia) sotto il controllo della Chiesa.
Ratzinger fu citato in giudizio dall’avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), perché praticava “ostruzione alla giustizia”. Il documento di Ratzinger mirava a proteggere i pedofili, impedendo alla giustizia di fare il suo corso. Nel 2005 Ratzinger doveva presentarsi di fronte alla corte, ma nell’aprile di quell’anno fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti chiesero l’immunità diplomatica. L’Amministrazione Bush accettò e Ratzinger la fece franca.
Non ci si deve sorprendere quando si apprende che non pochi casi di pedofilia sono stati coperti dal Vaticano e dall’allora cardinale Ratzinger: purtroppo anche in passato altri vescovi e papi hanno fatto altrettanto.
Il New York Times ha scritto che Ratzinger e altri personaggi al vertice del Vaticano nascosero gli abusi di un prete americano che avrebbe violentato circa 200 bambini sordi scolari nel Wisconsin.
Secondo il quotidiano Sueddeutsche Zeitung, “Ratzinger deve aver avallato il trasferimento del prete pedofilo da Essen a Monaco nel 1980”. Il prete fu condannato nel 1986 per abusi sessuali su un bambino. Eppure continuò ad operare nell’Alta Baviera, a contatto con altri bambini e ragazzi.
Lawrence C. Murphy, lavorò nella scuola del Wisconsin dal 1950 al 1974, e qualcuno aveva notato qualcosa di sospetto in lui. Nel 1996, l’allora cardinale Ratzinger ignorò due lettere scritte dall’arcivescovo di Milwaukee, Rembert G. Weakland, e soltanto 8 mesi dopo il cardinale Tarcisio Bertone decise di far avviare un processo canonico segreto per allontanare padre Murphy.
Bertone bloccò il processo dopo che Murphy scrisse al cardinale Ratzinger dicendo che il suo caso era caduto in prescrizione e che lui voleva “solo vivere il tempo che mi resta nella dignità del mio sacerdozio. Chiedo il vostro aiuto in questa vicenda”. Il New York Times ha considerato alcuni documenti rilasciati dai legali di 5 uomini che hanno fatto causa alla diocesi di Milwaukee. In questi documenti non c’è alcun intervento da parte di Ratzinger. Murphy non fu mai punito in alcun modo, veniva soltanto trasferito in altre parrocchie e scuole, pur sapendo che poteva continuare a praticare pedofilia.
Per il caso di padre Murphy ci furono 29 denunce e l’arcidiocesi di Milwaukee scrisse al prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, cardinale Ratzinger, chiedendo come procedere sul caso Murphy e su quello di un altro prete, accusato di crimini sessuali e finanziari. Ratzinger non rispose mai. Oggi il papa, in seguito alle tante denunce e notizie date in prima pagina, parla di “limiti e debolezze” e condanna a parole la pedofilia, ma senza riferimenti concreti ai tanti casi scoperti in Germania, Irlanda, Austria, Stati Uniti, Olanda, ecc. Soltanto in Germania ci sono almeno 150 denunce. E’ troppo facile condannare a parole, ma se alle parole non seguono i fatti è legittimo pensare che la Chiesa non ha alcuna intenzione di cambiare le cose.
Oggi le pubblicazioni cattoliche come l’Avvenire e l’Osservatore Romano, cercano di difendere il papa, ma non sono in grado di smentire le gravissime accuse, non avendo prove del contrario. Si limitano a parlare di una sorta di “congiura” contro il papa parlando di un “evidente e ignobile intento di arrivare a colpire a ogni costo Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori”.
Anche nel nostro paese, non sono pochi i casi di pedofili trasferiti in altre diocesi, e lasciati del tutto liberi di continuare a praticare la pedofilia. Ricordiamo, ad esempio, il caso di Don Giorgio Carli, sacerdote della parrocchia Don Bosco a Bolzano, che è stato arrestato il 14 luglio del 2003 con l’accusa di pedofilia. La Curia aveva cercato di proteggerlo spostandolo in un’altra parrocchia, in cui avrebbe continuato ad “occuparsi” di bambini.
Per impedire al prete di continuare le violenze sessuali sui bambini, il pm Cuno Tarfusser chiese al Gip l’ordinanza di custodia cautelare. Il reato fu denunciato da una ragazza oggi maggiorenne, che, andando in analisi scoprì cose terribili che prima cercava di rimuovere.
Carli fu assolto in primo grado, ma nel 2008 la Corte d’Appello di Bolzano lo ha condannato a sette anni e sei mesi di reclusione. Se fosse stato per le autorità ecclesiastiche sarebbe ancora in parrocchia a molestare bambini. Esistono casi analoghi in moltissimi Paesi. Persino in Polonia è emerso il caso di Padre Michal Moskwa, parroco di un piccolo villaggio della Polonia meridionale, che ha abusato sessualmente di sei bambine. Quello di Moskwa è il primo caso emerso in Polonia, ma ce ne sarebbero molti altri non ufficialmente denunciati per paura. Nel 2002 si dimise l’arcivescovo Juliusz Paetz, grande amico di Giovanni Paolo II, egli stesso accusato di pedofilia da alcuni giovani seminaristi.
In Gran Bretagna si ebbe il caso di Simon Grey, un uomo diventato alcolizzato e violento in seguito alle violenze sessuali subite da bambino per sei anni da parte di padre Christofer Clonan. La vittima ha raccontato: “Non riuscivo a mantenere un lavoro, il più lungo è stato per sei mesi. Ho finito col darmi fuoco, provocandomi bruciature profonde e ho passato sei mesi in ospedale”.4 Fino al 2004 erano 4450 i preti denunciati per pedofilia negli Usa. Questi preti hanno avuto ben 11.000 denunce.
Qualcuno ha addirittura parlato di una grossa “multinazionale pedofila”, che si estende a moltissimi Paesi ed è protetta dalle autorità ecclesiastiche e non.
Nel nostro paese, un altro caso di pedofilia in cui le autorità ecclesiastiche cercarono di proteggere il pedofilo si ebbe qualche anno fa. Don Paolo Mauro Pellegrini, parroco di Colleferro fu arrestato dai carabinieri della Casilina di Roma. Nell’abitazione del prete furono trovati filmini che aveva girato alle vittime. Dopo l’arresto, il prete disse agli organi di stampa: “Devo curarmi, lo so, sto cercando di curarmi, aiutatemi”. Curioso che non ci abbia pensato prima dell’arresto. Peggio ancora è stata la reazione del vescovo della diocesi di Segni e Velletri da cui dipende la chiesa di San Gioacchino di cui è parroco don Pellegrini, che non soltanto disse di non sapere nulla, ma addirittura sostenne che il prete poteva essere innocente: “Vediamo, aspettiamo, per il momento è solo indagato. Il sacerdote verrà sospeso  soltanto se le accuse verranno provate e se ci sarà una condanna. Noi non sapevamo nulla, non conoscevamo questa situazione, ora siamo sconvolti”.
Alcuni preti (come anche Pellegrini) non soltanto praticano violenze sessuali su bambini ma producono oppure acquistano anche materiale pedopornografico. Ad esempio, nell’abitazione di un frate domenicano di Bari, Giancarlo Locatelli furono trovate un centinaio di foto pedopornografiche che erano state acquistate tramite carta di credito. L’inchiesta ha portato alla luce un grosso mercato della pornografia minorile. Anche in questo caso la Curia barese si è astenuta dal commentare il fatto e non ha fatto nulla contro il frate domenicano che ha continuato a svolgere il suo lavoro di segretario dell’Istituto di teologia ecumenica di Bari.
In Austria emerse un grosso giro di produzione di materiale pedopornografico.
Furono trovate circa 40.000 fotografie e diversi video di giovani preti in atteggiamenti sessuali con seminaristi. Alcune foto ritraevano anche bambini. La Diocesi non ha rilasciato dichiarazioni. Ma il vescovo Kurt Krenn che supervisionava la diocesi di St. Poelten, ha confessato alla televisione austriaca di aver visto fotografie di insegnanti del seminario in situazioni sessuali inequivocabili con studenti.
Krenn in un primo momento aveva parlato di “ragazzate che non hanno niente a che vedere con omosessualità”, e il teologo pastorale austriaco Paul Zulehner aveva chiesto le sue dimissioni. Il giornale austriaco Profil scrisse che gli inquirenti avevano trovato “nelle stanze dei seminaristi almeno 40 mila fotografie e alcuni filmati con rappresentazioni sessuali in parte perverse che mostrano anche giovani preti di St. Poelten con superiori. Si fotografavano vicendevolmente, perchè anche in questa maniera si eccitavano. E siccome lo facevano anche con il capo e con il suo vice, tutto sembrava così normale, si sentivano al sicuro… Un largo fronte di personalità ecclesiastiche della diocesi di St. Poelten trovano insopportabile il doppio gioco e si sono decisi a un’azione concordata per portare alla luce la verità, dopo che per anni i loro tentativi dietro le quinte non hanno avuto successo”.5 Il network tedesco ARD mandò in onda un documentario dedicato alle vicende accadute nel seminario di St. Poelten. Emerse che gli alti prelati erano del tutto a conoscenza di quello che accadeva nel seminario, delle foto pornografiche e delle feste con pratiche sessuali. Anche un servizio radiofonico fatto dal Suedwestrundfunk sosteneva che lo stesso Vaticano, da almeno due anni, fosse al corrente delle attività sessuali che avvenivano nel seminario. Nel documentario del network ARD un exseminarista raccontò diversi incontri sessuali avvenuti a St. Poelten. Un testimone sostiene che i seminaristi venivano definiti dai preti “carne fresca e giovane”. Il testimone, che ha mantenuto l’anonimato a causa delle minacce ricevute, raccontò: “Quel posto era come una palude. E’ molto triste che il Vaticano abbia reagito solamente dopo che i media avevano portato alla luce questa sordida situazione”.
In altri casi la Curia ha difeso ad oltranza i pedofili, senza alcuna attenzione verso la sofferenza delle vittime. Ad esempio, quando la Procura di Brescia mise sotto indagine 3 sacerdoti sospettati di pedofilia, la Diocesi respinse le loro dimissioni e li difese.
Nel 2004 il vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, pur essendo al corrente degli abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista, non prese alcun provvedimento, dicendo che il fatto “non lo  riguardava”. Il sacerdote, don Bruno Puleo, fu poi condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Le indagini avevano portato alla luce abusi verso altri sette giovani. La vittima che denunciò il prete, Marco Marchese, scrisse una lettera al vescovo, in cui diceva: “Scrivo proprio a lei che una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto…
Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio, amareggiato per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi”.6 Marchese aveva parlato al vescovo per fare in modo che il prete pedofilo non potesse più violentare altri bambini, ma il vescovo non fece nulla. Racconta la vittima: “Il vescovo mi ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che nessuno mai l’aveva informato di quanto era avvenuto. Io gli confidai la mia paura che don Puleo potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi… Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco.
Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro… (Don Gaetano Montana) continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà”.7
Nel Diritto Canonico non esiste un canone che riguardi pene da comminare a chi non denuncia un reato pur avendone conoscenza. Dunque, quei vescovi che coprono i pedofili la fanno franca.
E’ legittimo chiedersi se davvero si tratta, come molti sostengono, di un fenomeno non sostenuto dai vertici della Chiesa, dato che le autorità cattoliche non soltanto non affrontano questo problema, ma cercano di coprirlo o si limitano a condannarlo solo a parole.
Molti prelati hanno cercato di convincere che qualcuno ce l’avrebbe con loro, come se i fatti non esistessero.
La pedofilia è una perversione sessuale criminale, che danneggia le creature più deboli, ovvero i bambini. Questa perversione è da collegare in molti casi alla repressione sessuale, che esiste in ambiti ecclesiastici. Come tutti sanno, la Chiesa cattolica non ha una concezione equilibrata e realistica del corpo e della sessualità.
I preti sono “formati” in modo innaturale: a reprimere la propria sessualità, a non cercare una compagna, ad avere una relazione con gli altri fondata sulla loro presunta superiorità morale e spirituale, dovendo rappresentare una Chiesa autoritaria e spesso sorda ad ogni esigenza umana più profonda. Molti preti, in questo ambiente non possono avere una maturazione e un equilibrio sessuale ed emotivo. Rimanendo immaturi, non sono in grado di vivere socialmente in modo adeguato e possono sviluppare patologie. Una Chiesa autoritaria non è “umana” e può essere assai crudele e ingiusta, e lo si vede proprio nei casi di pedofilia emersi, in cui non pochi prelati hanno manifestato soprattutto l’esigenza di proteggere la Chiesa, senza alcuna considerazione della sofferenza dei bambini.
Alcuni prelati vorrebbero farci credere che le vittime sono il papa e i prelati, e non i bambini violentati. Esprimono “solidarietà” al papa, dimenticando che il fulcro del cristianesimo è stare sempre dalla parte dei più deboli, delle vittime. La verità è che sia il papa che molti alti prelati vorrebbero negare o sminuire questo gravissimo problema, e far questo significa essere bugiardi e proteggere i pedofili.
Paradossalmente, gridando alla congiura e non mettendosi dalla parte delle vittime, continuano a fare quello che vorrebbero far credere che non sia vero: proteggere i pedofili.
In barba ai principi cristiani di cui si fanno portatori, molti prelati non cercano di agire per cercare di “salvare” quei bambini che ancora possono essere “salvati”.
Purtroppo, nel caso dell’Istituto Provolo, i sette accusati sono ancora al loro posto, potendo reiterare i crimini.
Chiediamoci perché i pedofili scoperti non vengono resi noti, in modo tale che vedendo la loro foto si possano scongiurare altri crimini.
Al contrario, la Chiesa si comporta in modo tale da tenere quanto più possibile segreti i reati e i criminali. Da sempre i vescovi si limitano a trasferire in luoghi in cui i nuovi parrocchiani sono tenuti all’oscuro dei fatti.
C’è stato addirittura qualche prelato che se l’è presa con i giornalisti, accusandoli di “dare notizie allarmanti”. Come se si dovesse tacere di fronte a fatti così gravi per “difendere il prestigio della Chiesa”.
Oggi si sta parlando di questo problema in riferimento ai prelati cattolici, ma occorre farlo sempre, anche quando i media non metteranno più la notizia in prima pagina, fino a quando non si è eliminato il problema. E occorre farlo considerando anche altri tipi di pedofilia, ad esempio quella praticata dagli occidentali nei Paesi del Terzo mondo.
Purtroppo dalle statistiche ufficiali risulta che la pedofilia è in aumento nei Paesi del G8, mentre nei Paesi del Terzo mondo interessa centinaia di migliaia di bambini, costretti a prostituirsi per la povertà. Internet ha aggravato la situazione, presentando siti in cui si incoraggiano le persone ad andare nei Paesi in cui ci sono bambini e bambine costretti a prostituirsi. Inoltre, esistono molti siti che vendono materiale pornografico.
Noi crediamo, basandoci sui fatti emersi, che la pedofilia sia una pratica molto presente all’interno del clero cattolico, ovviamente senza ritenere che tutti i preti o vescovi ne siano coinvolti. Ma crediamo anche che tale pratica criminale sia anche presente all’interno di altri palazzi del potere.
Altri scandali, non meno gravi, non hanno avuto lo stesso peso mediatico che stanno avendo quelli di cui si parla in questi giorni.
Ad esempio, nel 2003 scoppiò un grosso scandalo che svelava una rete assai ampia di pedofili, fra questi c’era anche l’allora premier Tony Blair, e diversi suoi amici intimi. Si trattava una rete di altissimo livello, capace di rimanere nascosta anche dopo che alcune persone hanno cercato di portarla alla luce. Addirittura si attivarono le autorità inglesi e posero il segreto di Stato per 100 anni. Per questo motivo non si può sapere molto dell’inquietante vicenda che stava venendo alla luce, svelando parecchie cose non certo lusinghiere per le attuali autorità inglesi. Il 19 gennaio 2003 apparve un articolo sul Sunday Herald, dal titolo “Child porn arrests too slow” (Troppo lenti gli arresti legati alla pornografia infantile), firmato dal giornalista Neil MacKay. L’articolo informava sul fatto che altissimi membri del governo di Tony Blair erano sotto inchiesta per pedofilia e “fruizione di pedopornografia”. Da lì a poco l’articolo scomparve misteriosamente.
Fra le altre cose, vi si leggeva: “Il Sunday Herald ha ricevuto conferma da una importantissima fonte dell’intelligence britannico che almeno un ex ministro del governo laburista, e d’alto profilo, è fra i sospetti. Il nostro giornale ha il nome del politico, ma per ragioni legali non può renderlo noto. Voci non confermate dicono che è coinvolto un altro importante uomo politico laburista… una commissione d’emergenza è stata allestita nel governo per controllare gli esiti, potenzialmente rovinosi per Blair e il suo governo, se dovessero avvenire degli arresti”.
Lo scandalo era di proporzioni talmente elevate che immediatamente intervennero le autorità per impedire che i fatti venissero resi noti. Soltanto due ministri si dimisero immediatamente: Alan Milner, ministro della Sanità e Lord George Robertson, già ministro della Difesa e all’epoca dei fatti segretario generale della NATO. Apparentemente le dimissioni venivano giustificate “per cause personali o familiari”.
Robertson era già noto per essersi interessato a Thomas Hamilton, un ex capo di boy scout inquisito per fatti di pedofilia. Nel 1996 Hamilton entrò in una scuola elementare scozzese a Dumblane e con quattro pistole automatiche uccise 16 scolari e una maestra, e poi si suicidò. Dall’inchiesta emerse che Hamilton, nonostante avesse fama di essere squilibrato e molestatore di bambini, aveva avuto un regolare porto d’armi grazie all’interessamento diretto di Robertson.
Hamilton, come Robertson, era un massone. Quest’ultimo appartiene alla superloggia di Edimburgo chiamata “Speculative Society”. Diversi membri di questa superloggia potevano entrare liberamente nella scuola elementare di Dumblane. Secondo le indagini della Polizia, gli scolari di questa scuola “venivano regolarmente portati via e sessualmente abusati”.
Il capo della mensa e dei dormitori del collegio, Glenn Harrison, disse al giornale News of the World che aveva visto Hamilton recarsi nel dormitorio di notte ma non era intervenuto perchè “Hamilton era amico di un poliziotto importante”. Col tempo però Harrison raccolse molte confessioni di bambini che dicevano di aver subito violenze e alla fine si convinse a scrivere lettere ai genitori per raccontare quello che avveniva nel collegio. Il risultato immediato fu il licenziamento e la Polizia perquisì la sua abitazione sottraendo il materiale che l’uomo aveva raccolto sui casi a lui raccontati.
L’inchiesta sulla strage fu condotta da Lord William Cullen, anche lui affiliato alla super-loggia “Speculative Society”. Secondo tutti gli osservatori, Lord Cullen ha “insabbiato” l’indagine. Tony Blair e il ministro Jack Straw si sono protetti imponendo il segreto di Stato.
Addirittura, anche alcuni rapporti della polizia sono stati posti sotto segreto per 100 anni. Questo fa capire quanto potere hanno queste persone di insabbiare i crimini, agendo come se fossero al di sopra della legge.
Spiega l’investigatore e esperto d’intelligence Michael Keaney: “Un ulteriore e potenzialmente esplosivo aspetto della pressione USA su Blair è la investigazione della FBI sui visitatori di siti pedofili che ha già raggiunto un elevato numero di persone importanti…. i due più grandi pesci mi ricordo essere: uno George Robertson, che oggi ha annunciato che lascerà il segretariato della NATO dopo quattro anni e due mesi. Dovesse essere colpito le conseguenze sarebbero spettacolari ma brevi – è stato a lungo fuori dal governo e abbastanza lontano da Tony tanto da non essere ritenuto importante delle attenzioni della commissione del governo, qualsiasi cosa accada. Tuttavia, il nostro secondo candidato è assai più stretto con il Primo Ministro, e ha un alto profilo [e] continua a operare a dei livelli elevatissimi, in Europa, Giappone e Medio Oriente. Peter Mandelson iniziò la vita politica come membro del Communist Party, presto “vide la luce” e venne coinvolto nella ala giovanile del Socialist International, finanziato dalla CIA e dall’MI6 e, quindi, il Labour Party, da cui iniziò la carriera, in parallelo con la sua esperienza di lavoro nella London Weekend Television assieme a gente come John Birt e Michael Maclay, adesso sceneggiatore della Hakluyt, l’azienda privata messa su da una banda di ex spie dell’MI6… Se Mandelson è sospettato, ciò può arrecare dei danni fatali a Blair…A prescindere dalla lista dei sospettati, noi possiamo vedere già che la commissione governativa si è occupata di storielle che servono, alla fine, a ritardare le inevitabili eventuali rivelazioni, guadagnando tempo, se non altro. Quindi dipende dal Guardian salvare ogni giorno Tony, e qui vi è la cortese attenzione dell’MI6 che aiuta a distrarre da ciò che succede realmente, tra cui la turbolenta reputazione sull’integrità finanziaria che segna gli affari di Blair con manager come Bernie Ecclestone, Richard Desmond, Lakshmi Mittal, ecc.”8
La strage dello squilibrato Hamilton poteva svelare la rete massonico-pedofila di cui fanno parte molte delle attuali autorità inglesi. Ponendo il segreto di Stato si è voluto far credere che lo squilibrato Hamilton fosse il solito “assassino solitario” e non, come molti hanno sospettato, un personaggio incaricato di eliminare i bambini che avevano cominciato a parlare e di cercare di seminare terrore per impedire che emergesse la verità. Se si fosse trattato davvero soltanto di un singolo squilibrato, non si capisce perché mettere addirittura il segreto di Stato per 100 anni. E’ chiaro che si è voluto nascondere qualcosa di molto grave.
Il coinvolgimento delle importanti personalità inglesi nella strage della scuola elementare di Dumblane è stato confermato dall’FBI, durante un’inchiesta su alcunisiti pedo-pornografici; diverse carte di credito usate per pagare materiale pedopornografico portavano a questi personaggi. In un reportage di Mike James,9 anche Gordon Brown è stato accusato di far parte del gruppo massonico-pedofilo. Nella rete pedofila si praticavano rituali con “prove iniziatiche” di tipo massonico per dimostrare di essere “fedeli” al gruppo di potere e poter avere incarichi importanti. Questo non dovrebbe sorprende se si pensa che le attuali autorità occidentali sono coloro che proteggono gli interessi delle grandi banche e corporations, le stesse che hanno creato i “paradisi turistici” e pubblicizzano viaggi in cui si può praticare il turismo sessuale, anche di tipo pedofilo.
Occorre ricordare che i paradisi turistici sono tali soltanto per i turisti occidentali, e per la maggior parte della popolazione locale sono luoghi in cui si vive come all’inferno, a causa della “globalizzazione”, che ha permesso a pochi multimiliardari di appropriarsi delle ricchezze locali, e di creare luoghi turistici. Infatti, la globalizzazione (leggi “ristrutturazioni del Fmi” o privatizzazioni selvagge) ha distrutto le economie locali, e costretto alla miseria e alla fame milioni di persone, facendo aumentare ancora di più il divario fra Primo e Terzo Mondo, e inducendo gli abitanti del Primo Mondo a sfruttare ulteriormente le persone più povere, considerandole alla stessa stregua di oggetti. Il più povero diventa un oggetto privo di diritti, e le aree del turismo sessuale diventano luoghi in cui c’è la possibilità di superare i normali tabù, e in cui anche la depravazione più criminale, come la pedofilia, diventa lecita. In molti di questi paradisi turistici i bambini non hanno scuole e non ci sono ospedali per la popolazione, e molti si prostituiscono per sopravvivere. E’ la distruzione dell’infanzia, la devastazione di moltissime esistenze umane. Purtroppo quando si tratta di pedofilia occorre capire, per quanto incredibile possa sembrare, che si tratta di un problema molto esteso, che riguarda ambienti “protetti”, attualmente molto potenti.
Anche se i media negli ultimi tempi hanno bombardato di notizie sulla pedofilia del clero cattolico non bisogna credere che in altri ambienti di potere non possa accadere altrettanto. Purtroppo esistono gruppi che agiscono in modo criminale ma sono in grado di insabbiare i propri crimini. Anche se i media non ne parlano non vuol dire che questi crimini non esistano.