Archivi del giorno: 22 aprile 2010

Ingroia: testo incostituzionale. Così indagare sarà più difficile

Fonte: Ingroia: testo incostituzionale. Così indagare sarà più difficile.

Il pm di Palermo: le norme anomale uscite dalla porta sono rientrate dalla finestra

Legge sull`Iphone gli emendamenti alle intercettazioni e, mentre lo fa, sorride ironico. Poi ecco il giudizio lapidario: «Le norme anomale uscite dalla porta sono rientrate dalla finestra». E poi, man mano che il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia giudica le modifiche, la sua frase più ricorrente è: «Testo incostituzionale».

Lettura rapida ma giudizio assai critico?
«Da una parte vengono meno le disposizioni più clamorose che non consentivano neppure di utilizzare lo strumento delle intercettazioni fino ad annullarlo del tutto. Soprattutto la previsione più rozza, richiedere gli indizi di colpevolezza per disporle al posto degli indizi di reato. Ma dall`altra, se si legge con attenzione il testo, si scopre che quello che è uscito dalla porta è rientrato dalla finestra».

Dopo l`altolà di Napolitano siamo al punto di partenza?
«È stata ripristinata la dizione “gravi indizi di reato”, ma sono state aggiunte almeno altre due disposizioni che produrranno incertezze applicative e il drastico calo delle intercettazioni perché comunque devono sussistere “indizi di colpevolezza” e non solo “di reato”».


Ma com`è possibile?

«Si cita l`articolo 192 del codice di procedura penale che serve per valutare la colpevolezza a carico dell`imputato. Ma usarlo qui equivale a dire che non saranno sufficienti i “gravi indizi di reato”, ma ci vorranno quelli “di colpevolezza”, perché la semplice dichiarazione di un collaboratore non sarà sufficiente per poter registrare una telefonata. Per un`intercettazione ci vorrà la stessa prova che ci vuole per condannare un imputato».


Le obietteranno che il problema riguarda al massimo i pentiti ma per gli altri bastano i “gravi indizi”.
Non è che esagera?
«Affatto, la mia riflessione è identica quando leggo che per fare un`intercettazione è necessario che l`utenza sia intestata all`indagato, per cui ci vorranno i gravi indizi di reato, ma intesi secondo i canoni dell`articolo 192, quindi torniamo ai gravi indizi di colpevolezza.
E non basta ancora…».


Cos`altro ha scoperto?

«C`è una regola del tutto bizzarra:
per intercettare una persona non indagata si deve essere già certi che “sia a conoscenza dei fatti per cui si procede” e che i risultati degli ascolti siano collegati all`inchiesta. Cosa accadrà quando verrà intercettata una conversazione in cui si parla di un omicidio mentre si sta procedendo per un reato diverso? Mi viene da pensare subito al caso delle telefonate registrare per la Santa Rita in cui si partì con la truffa e si approdò alla clinica degli orrori».


E lo stop a un ascolto che ne produce un secondo?
«E’ una norma altrettanto sconclusionata e dannosa, per non dire di peggio. Se si individua uno degli assassini e si scoprono elementi per trovare il secondo, questo non potrà essere intercettato».


Gli effetti della norma transitoria?

«È un nuovo esempio di intervento a piedi uniti sulle indagini in corso. Un legislatore serio e coerente guarda avanti, non sulla punta dei propri piedi. Ma la lungimiranza del legislatore è un valore che ci siamo dimenticati da anni».


Un giudizio sulla “norma D`Addario”?

«Si criminalizzano i cittadini per bene che sono riusciti ad assicurare le prove di estorsioni e concussioni.
Si vanifica uno dei pochi strumenti in mano a cittadini inermi anche se Cassazione e Consulta ne hanno confermato la validità».


È la stretta sui parlamentari e sul loro entourage?

«È un`ulteriore forma di espansione dell`area di rispetto o di immunità o di impunità che non so in quale misura sia in linea con i principi costituzionali in materia. Senza contare le conseguenze negative di una discovery anticipata».


Un giudizio sul bavaglio alla stampa?

«Vedo profili di illegittimità costituzionale per violazione del diritto all`informazione dei cittadini».

Liana Milella (La Repubblica, 21 APRILE 2010)

Qualcuno lo deve pur dire

Fonte: Qualcuno lo deve pur dire.

Come spesso accade, nell’Italietta degli ultimi 10-15 anni spessissimo, emergono fatti di tale gravità da documentare l’annichilimento dello Stato di Diritto. Ci era stato dato di assistere, nei primi di dicembre dell’A.D. 2008, all’operato di alcuni magistrati deviati che si erano sottratti al sequestro probatorio in un procedimento penale che li vedeva indagati semplicemente sequestrando a loro volta. Cioè abusando dei poteri loro conferiti perché difendessero e applicassero la Legge, li avevano usati per difendere il loro privato interesse. Qualsiasi altro cittadino, pubblico ufficiale, avvocato, parlamentare o vattelapesca, sottraendo cose e documenti sequestrati dall’Autorità Giudiziaria, se individuato, sarebbe stato arrestato. Loro no, per loro la Legge è più uguale, per loro la Legge coincide con un’opinione: la propria. Sono in molti a condividere siffatto convincimento anticostituzionale, tutti coloro che avendone la responsabilità ed i poteri nulla hanno fatto per interrompere le condotte criminose di LOMBARDI Mariano, MURONE Salvatore, FAVI Dolcino, IANNELLI Enzo, GARBATI Alfredo, DE LORENZO Domenico, CURCIO Salvatore Maria (Magistrati).

Nemmeno quei magistrati di Salerno che oggi hanno stigmatizzato condotte criminose di tale gravità da postulare immediate esigenze cautelari. Quelle che la Legge impone quando vi è il rischio dell’inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Dicono, i dottori Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, Sost.ti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Salerno, che i nominati “magistrati” si sono associati per delinquere e precisamente per addomesticare le indagini penali a carico di loro stessi e di sodali da cui ricevevano ora denari ora altre utilità. Dicono che lo hanno fatto arrampicandosi sugli specchi, eludendo scientemente il sistema normativo dettato a presidio della competenza per reati nei quali un Magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini ovvero di persona offesa o danneggiata, evocando a più riprese istituti processuali diversi ed incoerenti rispetto alla situazione venutasi a determinare e reiteratamente prospettata dall’A.G. funzionalmente competente. Non dicono i salernitani che tutte le massime autorità dello Stato poste a presidio delle garanzie costituzionali hanno taciuto (a volte) oppure hanno parlato difendendo siffatti magistrati e favorendone l’operato criminoso e criminogeno (più spesso). Non dicono, i salernitani, che ancora oggi, per il procedimento penale “Toghe Lucane” è stata intrapresa da subito un’opera di parcellizzazione dell’unitario contesto investigativo senza una piena cognizione degli atti del procedimento. Non dicono che molti degli indagati citati sono attualmente all’opera dove erano allora, con i metodi di allora che sono quelli di oggi. Non dicono i dottori Rocco Alfano eccetera, che hanno archiviato l’indagine a carico di Vincenzo Capomolla, erede di De Magistris in Toghe Lucane, e complice di Curcio, Iannelli, Murone, Favi e chissà quanti altri. Non dicono che l’hanno fatto mentendo su dati documentali presenti in atti e per i quali dovranno rispondere alla Procura di Napoli. Non dicono che i loro colleghi Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella hanno pagato un prezzo professionale altissimo ed oggi si scopre che i “cattivi magistrati” (ma anche cattivi Presidenti della Repubblica, cattivi membri del CSM, cattivi ministri della Giustizia, cattivi Ispettori Ministeriali, cattivi e infedeli avvocati) che li hanno condannati hanno errato, sapendo di sbagliare, volendo sbagliare.

Sono imminenti le elezioni dei membri togati del CSM. Saranno eletti dei magistrati votati da altri magistrati. Mettiamo che un Procuratore titolare di indagini a carico di colleghi si voglia candidare. Peseranno di più i voti degli indagati o quelli dei coraggiosi che hanno subito pur di rispettare la Costituzione? Siamo ad una svolta delicatissima nella storia repubblicana, occorre un grande senso dello Stato ed una enorme stima della propria dignità personale per venirne fuori. Doti di cui riconosciamo alcuni “portatori sani” e che, auspichiamo, risveglino in tanti il fascino umano della libertà, della verità, della bellezza e della giustizia. Qualcuno lo deve pur dire, visto che i più guardano lontano quanto la punta delle proprie scarpe, rimandando sempre al raggiungimento del “gradino successivo” il momento di smettere con i compromessi e le neghittosità.

Libertà di stampa. Un capitolo chiuso | Pietro Orsatti

Fonte: Libertà di stampa. Un capitolo chiuso | Pietro Orsatti.

Il Ddl sulle intercettazioni del governo sancisce non solo la fine nel nostro Paese di questo strumento fondamentale per individuare e indagare su reati gravissimi, non ultimi quelli di mafia, ma di fatto cancella il diritto del cittadino di essere informato e il dovere del cronista di informare. Anzi, di più: fare cronaca, se il Ddl diventerà legge, in un futuro prossimo diventerà un reato.

Infatti, il legislatore intende punire qualsivoglia pubblicazione e divulgazione non di chissà quali atti coperti da segreto istruttorio. Il Ddl intende sbattere in carcere (letteralmente) chi scriverà invece di atti giudiziari depositati regolarmente e disponibili alle parti. Ovvero di atti di fatto, e di sostanza, pubblici. Quindi divulgabili.

In questo modo si vogliono rendere segreti tutti i processi, le indagini, le notizie che riguardino in qualche modo la classe dirigente. La funzione della stampa viene negata, sminuita, cancellata e alla fine perfino perseguita. Primo, non informare. Secondo, non sapere. Terzo, obbedire.

Attenzione, perché la tentazione di mettere un bavaglio definitivo al diritto/dovere di cronaca e di informazione non la ha solo la maggioranza ma anche ampi settori del centro sinistra, del mondo dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione. Perché appellandosi a una distorta interpretazione del diritto di privacy si vuole rendere invisibile al pubblico un dato fondamentale e non smentibile. Ovvero, che i reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione sono all’ordine del giorno nel nostro Paese.

Criminalizzare chi fa informazione è il primo atto di uno stato autoritario. Non di una democrazia.

Le 14 lettere di Matteo Messina Denaro

Fonte: Le 14 lettere di Matteo Messina Denaro.

C’è un politico che Bernardo Provenzano ha “messo a disposizione” di Matteo Messina Denaro. C’è un prete che continua a mandare saluti a Matteo Messina Denaro e gli scrive: “Se hai bisogno della benedizione di Gesù Cristo sai dove e come trovarmi”. C’è un imprenditore che è pronto a intestarsi alcune quote di una società per fare grandi affari in provincia di Trapani. C’è un “amico”, che era devoto a Francesco Messina Denaro, e adesso è al servizio del figlio. C’è un tipografo che ha appena stampato un nuovo documento al nuovo leader carismatico di Cosa nostra, il trapanese Matteo Messina Denaro.

Ci sono cinque, e chissà quanti altri, insospettabili che da 16 anni proteggono la latitanza dell’ultimo depositario dei segreti di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Quei cinque sono citati, con grande rispetto, da Messina Denaro nelle sue lettere: senza nomi, naturalmente, ma con diversi particolari che dicono della immutata capacità di infiltrazione di Cosa nostra nella società legale (o presunta tale). Bisogna leggerle con attenzione le lettere di Matteo Messina Denaro: quelle che sono state sequestrate nel corso degli ultimi anni sono 14. Sette, ritrovate dalla polizia nel covo di Bernardo Provenzano, a Corleone, l’11 aprile 2006. Due, sequestrate nel covo di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, a Giardinello, durante il blitz fatto dalla squadra mobile di Palermo il 5 novembre 2007. Cinque lettere sono state invece consegnate al Sisde, il servizio segreto civile, dall’ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino, pure lui in contatto epistolare col latitante, fra il 2004 e il 2005.

Eccole, di seguito, le 14 lettere scritte da Matteo Messina Denaro. Leggerle è importante per capire cosa è diventata oggi Cosa nostra. Il padrino che ha voluto le stragi di Firenze, Roma e Milano sostiene di essere investito di una “causa”: “Se io fossi nato due secoli fa, con lo stesso vissuto di oggi già gli avrei fatto una rivoluzione a questo stato italiano e l’avrei anche vinta”. Però, poi, le parole che seguono non sono proprio da Che Guevara: “In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda”. Questa l’ho già sentita, e ho lo sensazione di sapere anche dove.

Le lettere di Messina Denaro, alias Alessio, a Bernardo Provenzano

1-10-2003
1-2-2004
25-5-2004
30-9-2004
6-2-2005
30-9-2005
21-1-2006

I due capimafia discutono soprattutto di una questione economica che vedeva contrapposti i clan di Trapani (legati a Messina Denaro) e quelli di Agrigento (legati la latitante Giuseppe Falsone). Le lettere fanno riferimento alla figura di un insospettabile imprenditore del settore della grande distribuzione, Giuseppe Grigoli. Per chi vuole approfondire l’argomento, ecco la memoria depositata dalla Procura di Palermo al tribunale che si è trovato a dover giudicare la posizione di Grigoli:
Memoria della Procura

Le lettere di Alessio a Vaccarino, alias Svetonio
1-10-2004
1-2-2005
22-5-2005
30-9-2005
28-6-2006

Le lettere di Alessio a
Salvatore Lo Piccolo
Sandro Lo Piccolo

Salvo Palazzolo (tratto da: http://www.ipezzimancanti.it)

Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia

Che Riina vuoti il sacco, niente benefici se non collabora pienamente con la giustizia.

Fonte: Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia.

Il boss dei boss Totò Riina ha chiesto al cappellano del carcere di Opera, dove è detenuto, di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, affinché appoggi una sua domanda di grazia. Lo rivela il Corriere della Sera.

Per il suo avvocato, Luca Cianferoni, quella del 79enne capo della cupola mafiosa, condannato per attentati come quelli dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è un’iniziativa personale.

“Non sono a conoscenza di questa iniziativa – ha dichiarato il legale al quotidiano milanese – che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale”.

Riina non ha ancora formalizzato la sua richiesta. Ma le sue intenzioni sono osservate con grande attenzione: il direttore del carcere milanese ha subito avvertito il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha informato la Procura nazionale antimafia, diretta da Piero Grasso.

Il boss ha scontato 17 anni di carcere ed è detenuto in regime di 41 bis, cioè di carcere duro. Il suo avvocato Luca Cianferoni ritiene che il suo stato di salute “decadente” – il capomafia ha avuto già diversi problemi cardiaci – si potrebbe pensare di attenuare queste condizioni di detenzione.

Fonte: Maggiani Chelli: Riina collabori con la giustizia. Solo cosi’ possibile alleggerire 41 bis

Il capo di “Cosa nostra”, Salvatore Riina, ci riprova. Questa volta pare pensare alla  richiesta di grazia con l’aiuto della Chiesaattraverso l’arcivescovo di Milano.
“E’ malato ed ha 79 anni” lamenta il suo avvocato. Al di là del fatto che della richiesta di grazia il legale non sa nulla, questi suggerisce: si potrebbe pensare ad un alleggerimento del 41 bis e di tutto il sistema detentivo per alleviare le pene dell’anziano boss.
Pare di essere ritornati ai tempi in cui “Totò u’ curto”, tritolo alla mano, chiedeva, attraverso il suo “papello”, alleggerimenti  del 41bis. Allora li chiedeva  a suon di massacri di bambini e ragazzi, di bombe sotto le chiese. Oggi il lupo si è dipinto le zampette di agnello mentre lancia comunque i suoi messaggi e così  noi non gli crediamo.
Anche noi vorremmo un alleggerimento delle condizioni di vita dei nostri invalidi all’80%, maledettamente giovani per non poter più lavorare. Ma a riguardo sono tutti quanti girati dall’altra parte e i giornali non lo scrivono.
Collabori con la giustizia Salvatore Riina, dia la possibilità ai giudici di mandare in galera i “mandanti esterni a cosa nostra” per la strage di via dei Georgofili, così oltre a contribuire ad  una grande azione di giustizia verso di noi, e verso l’Italia,  potrà passare il resto dei suoi giorni fuori dal regime di 41 bis.
Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Vice Presidente Portavoce
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Fonte: Rita Borsellino: ‘Richiesta Riina sembra segnale per qualcuno’

“Questa richiesta è talmente inverosimile da non potere essere considerata vera. Del resto Totò Riina ci ha abituato ormai alle sue dichiarazioni tanto estemporanee quanto paradossali”.

E’ questo il commento a caldo di Rita Borsellino in merito alla notizia della presunta richiesta di grazia fatta da Totò Riina.
La sorella di Paolo Borsellino spiega: “A me pare più un segnale, un messaggio lanciato a qualcuno, tutto da interpretare, piuttosto che una richiesta verosimile. Riina non ha mai mostrato alcun segno di pentimento o di revisione delle sue azioni, pertanto ritengo che questa richiesta non abbia alcun senso”.
A.B.

Tratto da: livesicilia.it

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”.

«Così come mio padre Vito Ciancimino aveva rapporti privilegiati con Bernardo Provenzano, Salvo Lima aveva rapporti privilegiati con Totò Riina».

Lo ha detto Massimo Ciancimino tintervenendo questa mattina a Rai news 24. Parlando dei rapporti tra il padre, l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia, e il capomafia Totò Riina, Ciancimino junior dice che «spesso arrivavano a contrasti, mio padre conosceva l’aggressività di Riina e lo ‘usavà a suo favore, giocando in anticipo».

Adnkronos

Antimafia Duemila – Dossier ”Privati dell’acqua”

Fonte: Antimafia Duemila – Dossier ”Privati dell’acqua”.

di Carlo Ruta – 21 aprile 2010
Dopo i dossier “Munnizzopoli – Catania tra rifiuti ed affari”, “Toccata e fuga”e “Case”, “I privati dell’acqua” è l’inchiesta numero quattro realizzata dall’associazione “Lavori in corso”
che da più di un anno punta a mettere diverse testate di base (“U Cuntu”,“I Cordai”, “La Periferica”) e tante persone con l’obiettivo di fare rete per combattere il monopolio della disinformazione e costruire un’informazione libera. A questa inchiesta hanno partecipato inoltre la redazione de “Il Clandestino – con permesso di soggiorno” di Ragusa e diversi comitati per l’acqua attivi in Sicilia.

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L’affare dell’acqua ha in Sicilia dimensioni inedite. Sono in gioco 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni, con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un miliardo di euro. Dopo un primo indugio, dettato presumibilmente da ragioni di cautela, che ha visto comunque diverse gare andare a vuoto, la scena si è poi movimentata, con l’irruzione di importanti realtà economiche, interne all’isola ed esterne. La posta in gioco è dunque altissima, potendo comprendere, fra l’altro, gli ingenti finanziamenti a fondo perduto che l’Unione Europea ha destinato perché vengano eliminati i gap che interessano l’Italia. Tanto più lo è comunque in regioni in cui le strutture e gli impianti esistenti scontano deficit strutturali, consolidatisi lungo i decenni. È il caso della Sicilia, dove l’EAS e le municipalizzate hanno gestito regolarmente impianti obsoleti, dove quasi tutti gli invasi recano vistosi segni d’incuria, le infrastrutture restano esigue, le condutture fatiscenti e in una certa misura da rifare. Il progetto di privatizzazione nell’isola ha potuto quindi fregiarsi di un obiettivo seducente, quello della modernizzazione dei servizi idrici che, dopo anni di attesa interlocutoria, è stato agitato come una sorta di rivoluzione dal governo regionale di Salvatore Cuffaro. In verità è una moderna caccia all’oro. E in Sicilia l’accaparramento dell’acqua è già storia vecchia: nel periodo postunitario, il controllo delle fonti o favare – per usare il termine di derivazione araba – da parte dei ceti dominanti consentì di lucrare rendite economiche e posizionali importanti, di capitalizzare, di chiamare a patti le autorità pubbliche, di condizionare quindi gli atti dei municipi, degli enti di bonifica, di altre istituzioni. La storia adesso si ripete e una fetta cospicua dell’affare è stata messa in cassaforte dalla multinazionale francese Vivendi, socia di maggioranza della Sicilacque spa, che, dopo la liquidazione dell’Ente Acquedotti Siciliani, ha ereditato la gestione di 11 acquedotti, 3 invasi artificiali, 175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, circa 1.160 km di condotte e circa 40 km di gallerie. In diverse ATO si è già provveduto, altresì, alle assegnazioni. Nell’area di Caltanissetta si è imposta Caltaqua,A Palermo e provincia ha vinto il cartello Acque potabili siciliane Nell’area etnea la catanese Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Nelle altre ATO le gare rimangono sospese. È la prima fase ovviamente, quella dei grandi appalti, che per molti aspetti risulta già preoccupante e virulenta. Vanno muovendosi infatti imprenditori discussi, a partire dai Pisante, le cui imprese sono state inquisite, perlopiù per reati serissimi e con vari esiti, dalle procure di Milano, Monza, Savona, Catania e altre ancora. Già coinvolta nell’isola in vicende legate agli inceneritori, la famiglia Pisante si è mossa con intenti strategici, inserendosi in diversi raggruppamenti siciliani per la gestione idrica. Nelle mappe dell’acqua assumono altresì rilievo due noti imprenditori siciliani: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta e l’ennese Franco Gulino, che vanno facendo non di rado gioco comune, pure di concerto con i Pisante. Il primo, cui sono stati confiscati beni per circa 300 milioni di euro, ha assunto la gestione dei dissalatori di Trapani, Gela, Porto Empedocle, Lipari e Ustica. Franco Gulino, invece, proprietario di un gruppo di quaranta società operanti in diverse regioni italiane, con interessi pure in Sud America, è stato rinviato a giudizio a Messina per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, che tramite l’Emit ha coinvolto pure i Pisante. Con l’Altecoen, che la stessa Corte dei Conti siciliana ha definito nell’aprile 2007 un’azienda “infiltrata dalla criminalità mafiosa”, si è introdotto nell’affare dei termovalorizzatori, per uscirne con ingenti guadagni. A questo proposito importanti sono le dichiarazioni di un reo confesso, Francesco Campanella, ex presidente del consiglio municipale di Villabate, sulla costituzione del consorzio Metropoli Est, finalizzato per l’appunto al controllo delle acque in alcuni centri del Palermitano. In linea con le consuetudini, vanno delineandosi in sostanza due livelli: quello della gestione idrica in senso stretto, conteso da multinazionali e grandi società del settore, non prive appunto di oscurità, e quello dell’impiantistica, lasciato in palio alle consorterie territoriali. Un quadro definito degli interessi potrà aversi comunque con l’entrata nel vivo degli ammodernamenti, nella danza di bisogni e pretese che sempre più verrà a stabilirsi fra appalti e subappalti. Si tratterà allora di fare i conti con il privato che cova già nei territori, quando si tratterà altresì di saldare i conti con la parte pubblica, in sede municipale, provinciale, regionale. In questa fase, in cui alcuni raggruppamenti recano caratteri di veri e propri cartelli, la logica prevalente rimane quella delle concertazioni a tutto campo, che traspare, fra l’altro, in certi movimenti mirati, prima e dopo le aggiudicazioni: tali da pregiudicare talora la linearità delle gare. Un caso esemplare, che ha avuto pure risvolti parlamentari, con una interpellanza del deputato Filippo Misuraca, è quello di Caltanissetta, dove la IBI di Pozzuoli, capofila della compagine esclusa dalla gara ATO, ha presentato ricorso contro Caltaqua, per ritirarlo appena avuta l’opportunità di inserirsi, con l’Acoset di Catania che l’affiancava, nel gruppo assegnatario, attraverso l’acquisizione di una quota cospicua dalla Galva del gruppo Pisante. Tutto questo, a dispetto delle leggi e delle direttive comunitarie, che vietano qualsiasi modificazione all’interno delle compagini vincenti. Il processo di privatizzazione in Sicilia non sta recando comunque un decorso facile. Ha suscitato tensioni politiche, tali da rendere difficoltose le aggiudicazioni, mentre ha agitato la protesta delle popolazioni, allarmate dai rincari dell’acqua che ovunque ne sono derivati. Per tali ragioni a Trapani e Messina le gare rimangono sospese, con rischi di commissariamento dei rispettivi ATO, mentre a Ragusa si è arrivati addirittura a un ripensamento, per certi versi un dietro-front, che ha coinvolto gran parte dei sindaci dell’area. Sotto il profilo economico, il sudest, da Catania alla provincia iblea, reca tratti distinti. È la sede principale delle colture in serra, lungo i percorsi della fascia trasformata. È area d’insediamento di grandi centri commerciali, con poli importanti a Misterbianco, Siracusa, Modica e Ragusa. È territorio di una banca influente, la BAPR, che riesce a collocarsi oggi, per capitalizzazione, fra le prime venticinque banche in Italia. E’ un’area di forte interlocuzione economica, a tutti i livelli, con risvolti operativi non da poco. Se ne hanno riscontri nella politica concertata dei nuovi poli commerciali, negli accordi strategici che vanno maturando nel mercato immobiliare, nella grande distribuzione alimentare, nel mercato ittico, nella costruzione di opere pubbliche e infine, dopo la svolta della legge Galli nello sfruttamento privato delle acque. Negli ultimi anni la società che opera anche nella provincia catanese, l’ Acoset, è stata al centro di numerose contestazioni, da parte di enti e comitati di cittadini che ne hanno denunciato, oltre che i canoni esosi, le carenze di controllo. Il caso più clamoroso è emerso nel 2006 quando nell’acqua da essa erogata in diversi centri sono state rilevate concentrazioni di vanadio nocive alla salute. La Confesercenti di Catania è intervenuta con esposti ad autorità competenti e al Ministero della Salute. Il comune di Mascalucia ha aperto in quei frangenti un contenzioso, negando la potabilità dell’acqua. Per la mancata erogazione in alcuni centri, l’azienda è stata inoltre censurata dal Codacons e, in un caso almeno, è stata indagata dalla magistratura etnea. Ma l’Acoset, potendo contare su alleati idonei, ha ormai assunto i toni e le pretese di un potere forte. Quale socio privato dell’ATO 2 di Catania, l’impresa eroga l’acqua a 20 comuni etnei, per circa 400 mila abitanti. Da capofila della società Girgenti Acque ha sbaragliato potenti società italiane ed estere, come Aqualia appunto, aggiudicandosi un affare che le farà affluire in trenta anni 600 milioni di euro, di cui circa 100 milioni dall’Unione Europea. In definitiva, nella Sicilia più a sud si è giocato per vincere, a tutti i costi. Il coinvolgimento della banca BAPR ne è una prova. E anche nel ragusano Acoset, con le sue alleate, avrebbe vinto se, dopo la decisione assunta dai sindaci dell’ATO in favore della privatizzazione, nel giugno 2006, non fossero accaduti degli incidenti, privi di riscontro in Sicilia, per certi versi quindi imprevedibili. Un pugno di ragazzi, fondatori di un giornale in fotocopia, “Il clandestino”, hanno deciso di mettersi di traverso, suscitando una resistenza corale, che ha incrociato lungo il suo cammino Alex Zanotelli, l’Antimafia di Francesco Forgione, il Contratto Mondiale dell’acqua di Emilio Molinari, la CGIL di Carlo Podda. Dalle cronache, in Sicilia e nel paese tutto, la storia è stata registrata come una esperienza esemplare, cui si sono coinvolti dirigenti sindacali come Tommaso Fonte, Franco Notarnicola, Nicola Colombo e Aurelio Mezzasalma, esponenti politici come Marco Di Martino, esponenti dell’associazionismo come Barbara Grimaudo. La battaglia dell’acqua, nel sudest siciliano, rimane comunque aperta, con i poteri forti che insistono a lanciare i loro moniti, mentre vanno preparandosi all’ultimo decisivo assalto.

Fonte: ucuntu.org

Tratto da: gliitaliani.it