Archivi del giorno: 23 aprile 2010

YouTube – V-DAY 3 – SEMBRA UN FILM, MA NON LO E’ (TRAILER BY FRA)

In evidenza: diffondete e resistete!

YouTube – V-DAY 3 – SEMBRA UN FILM, MA NON LO E’ (TRAILER BY FRA).

L’Amore trionfa – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: L’Amore trionfa – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2010

Questo Partito dell’Amore, visto in diretta senza rete, è proprio un amore. Colpivano gli sguardi, soprattutto. Tutti molto amorevoli. Teneri. Affettuosi. Si vede proprio che si amano. Lo zenith del sentimento si è registrato quando Fini ha proferito la parola “legalità”. Berlusconi ha digrignato i denti e contratto i muscoli facciali, come per sbranarlo all’istante: se Verdini, seduto a fianco, non se lo fosse legato al polso con un bel paio di manette (le porta sempre con sé per ogni evenienza), sarebbe corso il sangue. Intanto l’intera sala, eccettuati alcuni incensurati, grugniva fremente di sdegno. Legalità a noi? Chi ti ha insegnato certe parolacce? Ma allora dillo che sei venuto a provocare! Vai subito in bagno e lavati la bocca col sapone!

In effetti, in 16 anni di storia, nessuno aveva mai osato tanto: parlare di legalità in casa del corruttore di Mills, del principale di Mangano, dell’amico di Dell’Utri e di Cosentino fortunatamente assenti: avevano subodorato qualcosa. Non contento, il noto provocatore ha pure osato evocare la Sicilia, altro tabù proibitissimo, specie se accompagnato dal nome “Micciché”. Mancava che citasse pure Dell’Utri, poi lo menavano proprio. Ci voleva Fini per far uscire dai gangheri Berlusconi e insegnare come si fa al Pd, che in sedici anni non ci è mai riuscito: basta parlargli di legalità e di libertà d’informazione (due temi dai quali il Pd si tiene a debita distanza, per non passare per antiberlusconiano, non sia mai). E magari smontargli pure il federalismo fiscale (sul quale un anno fa il Pd si astenne e Idv votò sì), anziché ripetere che la Lega ha ragione, bisogna fare come la Lega e dialogare con la Lega.
Infatti, con tutto quel che gli aveva detto Fini per un’ora e mezza, Berlusconi gli ha risposto solo su quei temi: del resto s’infischia allegramente (a parte un cenno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, sui quali è molto preparato: infatti dice “i 150 anni della storia della nostra Repubblica”, quella di re Vittorio Emanuele II di Savoia e del conte Cavour). Sugli attacchi del suo Giornale a Fini, ha risposto amorevole e sofferente: “Io sul Giornale non ho alcun modo di influire” (versione moderna del “sono forse io il custode di mio fratello?”, by Caino). Poi ha aggiunto che il Giornale è in vendita e se Fini ha un amico a cui farlo comprare il problema è risolto, e comunque lo attacca anche Libero, edito dal suo amico senatore Angelucci: dal che si potrebbe dedurre che forse gli attacchi dei giornali di destra a Fini dipendono dai padroni che hanno.

Notevole anche il concetto di “super partes” illustrato dal ducetto: Fini non è un presidente della Camera super partes perché ogni tanto critica il governo. Ecco, per lui è super partes solo chi è sempre d’accordo con lui. Anzi, meglio: chi è di sua proprietà. Tipo Schifani, per dire. Quanto al federalismo fiscale, Fini s’è permesso di ricordare l’impegno di abolire le province (altro tema astutamente disertato dal Pd). Il 31 marzo 2008 il Cavaliere dichiarò nella videochat del corriere.it: “Non parlo di province, perché bisogna eliminarle…Dimezzare i costi della politica significa innanzitutto dimezzare il numero dei politici di mestiere ed eliminare tanti enti inutili, province, comunità montane…”. A Matrix ribadì: “E’ necessario eliminare le province”. E a Porta a Porta: “Le province sono tutte inutili e fonte di costi per i cittadini. E’ pacifico che vanno abolite”.
Ieri invece ha detto: “Aboliremo solo quelle non utili”, tanto abolirle tutte farebbe risparmiare “solo 200 milioni” (falso: sarebbero 6 miliardi l’anno solo per il personale), e soprattutto “non ne faremo di nuove”. Un po’ come per le tasse: in campagna elettorale giurava di tagliarle, ora invece si vanta di non averle aumentate. Come promettere un collier alla fidanzata e poi, se quella si lamenta perché non l’ha ricevuto, replicare: “Ma cara, in compenso non ti ho presa a calci in culo, cosa pretendi di più?”.

Ps. Bersani ha commentato l’epico scazzo con una dichiarazione listata a lutto: “Sono divisi, non faranno le riforme”. Una bella perdita.

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori.

«Avemmo la sensazione che tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino ci fossero rapporti stretti ma se avessi avuto sentore che c’era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia, avrei fatto l’inferno». Claudio Martelli nell’estate del ‘92, a cavallo tra gli eccidi di Capaci e di via D’Amelio, era a conoscenza che c’erano in corso contatti “anomali” per fermare le stragi tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. L’ex ministro socialista lo ha confermato l’8 aprile, diciotto anni dopo quella stagione di sangue in un’aula di tribunale, incalzato dalle domande dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Ha parlato per due ore, in qualità di testimone, al processo in corso a Palermo contro il generale del Ros, Mario Mori, e il colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, nell’ottobre del ‘95, a Mezzojuso. L’ex Guardasigilli conferma che venne a conoscenza che gli ufficiali dell’Arma erano in contatto con Ciancimino, già a fine di giugno del ‘92, quando l’allora direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, gli riferì quello che aveva appreso parlando con il capitano del Ros, Giuseppe De Donno.

«La Ferraro – ha aggiunto Martelli deponendo al processo – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Borsellino. Praticamente la Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai – ha aggiunto Martelli – perché trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perché il Ros agisse per conto proprio». Martelli, rispondendo alle domande dei pm palermitani, si infuria ancora oggi e tira in ballo anche l’allora ministro dell’Interno (Nicola Mancino, che però nega) da lui stesso informato di quanto aveva appreso dalla Ferraro.

«Nell’ottobre del 1992 – prosegue il racconto di Martelli – Ferraro mi disse di avere visto De Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ros e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino. Dare credibilità a Ciancimino – ha aggiunto – per cercare di catturare latitanti era un delirio. Per questo chiamai l’allora procuratore generale di Palermo Bruno Siclari esprimendogli la mia contrarietà alla storia del passaporto». In soldoni il Ros, secondo Martelli, agiva di testa propria e senza l’avallo della procura per mera presunzione: «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato. Sono convinto che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato – ha aggiunto Martelli -, contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile».

Tuttavia Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm, pochi minuti dopo la fine dell’udienza in cui ha testimoniato Martelli, nega all’Ansa di essere stato informato dall’ex Guardasigilli dei contatti tra Ros e Ciancimino: «Né Martelli né altri mi parlò mai di contatti con Ciancimino – afferma Mancino. Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia». Le parole di Mancino non sono una novità.

In diverse occasioni ha detto che lo Stato non trattò ma, di quella torbida stagione, nega anche un’altra circostanza: l’incontro con il giudice Paolo Borsellino che ci sarebbe stato proprio il giorno del suo insediamento al Viminale (il 1 luglio ‘92). Il giudice quella mattina, mentre negli uffici romani della Dia stava raccogliendo le confessioni del pentito Gaspare Mutolo, ricevette una telefonata e sospese l’interrogatorio per recarsi, pare, proprio al Viminale a incontrare Macino. Quando tornò da quell’incontro, come confermò anche Mutolo, Borsellino era visibilmente agitato tanto da mettersi in bocca due sigarette contemporaneamente. Mancino, fino a oggi, non ha negato la possibilità che l’incontro sia potuto avvenire ma ha sempre ribadito di non ricordare se “tra gli altri giudici che venivano a omaggiarlo per la sua nomina” ci fosse stato anche Paolo Borsellino. Strano o, quantomeno, anomalo.

Dalla deposizione di Martelli emerge, poi, un’altra misteriosa circostanza, legata alla cattura del boss Totò Riina: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ‘92, vedendomi preoccupato, – ha aggiunto l’ex ministro della Giustizia rispondendo ancora alle domande dei pm Ingroia e Di Matteo – mi disse che dovevo stare tranquillo perché mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro». Il generale Delfino, di fatto, diede a Martelli una notizia vera perché il capo dei capi fu catturato dal Ros dopo Natale, il 15 gennaio ‘93, grazie alle confidenze, raccolte dallo stesso alto ufficiale, di Balduccio Di Maggio. «Per quanto riguarda la vicenda dell’arresto di Riina – dice a Il Punto Claudio Martelli – ricordo perfettamente di aver ricevuto una telefonata da parte dell’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi, in cui mi chiedeva di incontrare un suo amico generale dei carabinieri che a suo dire doveva riferirmi delle cose importanti. Così, qualche tempo dopo, incontrai Delfino e in quella circostanza mi informò che Riina stava per essere arrestato.

Queste cose – aggiunge l’ex ministro della Giustizia – le ho raccontate solo ora perché solo ora sono stato chiamato a deporre in un processo. Nell’estate del ‘92, lo ripeto, segnalai a chi di competenza che a mio avviso il Ros stava tenendo un comportamento anomalo, ma in quel momento non potevo sapere che fosse il preludio di una trattativa. Con Mancino – aggiunge Martelli – non parlai della trattativa, non avevo elementi per pensare questo, lo informai solo degli “anomali” contatti che c’erano in corso tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco Ciancimino. Mi sembrava assurdo che i carabinieri agissero di propria iniziativa, senza informare né la magistratura né la Dia, che era stata appena creata per coordinare l’attività investigativa. Non parlai con lui di una possibile trattativa tra Stato e mafia, su questo aspetto ha ragione, ma lo informai certamente di quanto avevo appreso dalla Ferraro, così come informai il capo della Dia e quello della polizia. Il colloquio avvenne tra la fine di giugno e i primi di luglio, quindi subito dopo la sua nomina a ministro dell’Interno e – chiosa l’ex Guardasigilli socialista – certamente prima della strage di via D’Amelio».

da Ilpuntotc.com (22 aprile 2010)

Diffondiamo l’articolo che non si voleva far leggere | Pietro Orsatti

Fonte: Diffondiamo l’articolo che non si voleva far leggere | Pietro Orsatti.

di Alberto Spampinato

Un caso senza precedenti in Italia – Un editoriale oscurato due volte su due siti diversi dopo un furto nella redazione di Articolo 21

“Il serial killer della memoria e della libera informazione” è il titolo di un acuto editoriale di Roberto Morrione, presidente della Fondazione Libera Informazione, in cui si criticano le accuse di Silvio Berlusconi a Roberto Saviano egli autori di serie televisive sulla mafia come “La piovra” ricordando che non è la prima volta cvhe il presidn ete del Consiglio lancia simili invettive prendendo di mira invece dei mafiosi e delle loro losche imprese, giornalisti,scrittori e giornalisti che ne parlano. Non ci sarebbe che da consntire o dissentire su questa o quella affermazione di Morrione, se nei giorni scorsi il suo articolo non fosse inopinatamente divenuto il bersaglio di un atto di intimidazione e di oscuramento finora senza precedenti in Italia.
Alla fine della scorsa settimana, c’è stata una effrazione notturna alla redazione di Articolo 21, a Roma, ed il furto di sette computer e con essi della chiave di accesso al sito web della stessa associazione. Poi è stato manomesso il notiziario online di Articolo 21. Con un intervento di chirurgia informatica è stato cancellato l’articolo di Morrione. Al suo posto gli hacker hanno meso l’immagine di un teschio, e un link ad un sito pornografico. Il giorno dopo lo stesso attacco, allo stesso editoriale di Morrione, è stato ripetuto sul sito della Fondazione Libera Informazione, collegato al sito di Articolo 21.
Gli episodi hanno suscitato grande allarme. Ci sono state attestazioni di solidarietà del sindacato dei giornalisti e di altri. I fatti sono stati riferiti dalle agenzie di stampa e da comunicati di Articolo 21 e di Libera diffusi in rete. Ma la notizia sull’accaduto non ha raggiunto le pagine dei giornali e il grande pubblico dei lettori dei quotidiani e dei telespettatori. Non c’è da stupirsi più di tanto. Gli episodi di oscuramento dell’informazione, le intimidazioni a giornali e giornalisti, purtroppo non fanno notizia nei gironali, e anche per questo atti così gravi suscitano così poca solidarietà. Queste notizie restano inedite. Nelle redazioni si dice che non interessano i lettori, non si tiene conto della loro importanza sociale: cioè che l’informazione deve assolvere la funzioen di servizio pubblico facendo conoscere ai cittadini “anche” queste notizie; Il fatto che un giornale, che esprime opinioni senza peli sulla lingua su qualche potente – in questo caso sugli interessi del presidente del Consiglio – non può stare tranquillo neppure quando ha chiuso a chiave a doppia mandata la porta della redazione.
Se avvengono fatti così gravi, bisogna farlo sapere ai cittadini.
I nostri giornali di solito parlano di queste cose solo quando capitano in casa propria, nella propria redazione, ai propri giornalisti. E’ un criterio assurdo che non rispetta i canoni del giornalismo e neppure il diritto dei cittadini a sapere cosa accade di rilevante. Io credo che i giornali devono invece trovare lo spazio per riferire queste cose, a costo di tagliare qualche riga di gossip, qualche notizie di intrattenimento, qualche finto retroscena della politica, o qualche chicca da interviste-fiume auto-celebrative che straripano. Inoltre iio credo che i giornali devono reagire coralmente in casi come questo, di fronte all’oscuramento di un articolo specifico, e nel solo modo efficace: pubblicando la notizia dell’abuso e ripubblicando nelle proprie pagine, per esteso, o per sintesi, lo stesso articolo che si vuole oscurare. Solo così si possono scoraggiare i prepotenti e i violenti a ricorrere ad attacchi di questo tipo: facendo vedere che non producono l’oscuramento ma l’amplificazione e la propagazione di una notizia o di un commento critico. In questi casi, ripubblicare non significa condividere e sottoscrivere il contenuto, circostanza che può essere specificata con una premessa esplicita, per dire che ciò che condividiamo e vogliamo difendere è il diritto di ognuno di dire la sua, di esprimere opinioni e critiche nei confronti di chiunque. In questi casi ripubblicare un articolo significa mettersi al fianco del giornale e del giornalista colpito. Significa fare la scorta mediatica.

Ecco l’articolo

Il serial killer della memoria e della libera informazione

di Roberto Morrionepresidente di Libera Informazione, Osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie
Immersi nelle notizie del braccio di ferro di Gianfranco Fini contro l’asse Berlusconi-Bossi all’interno del PDL e del governo, abbiamo sottovalutato in questi giorni l’attacco che il premier ha rivolto il 16 Aprile contro le fiction e i libri sulla mafia, accanendosi nei confronti di Roberto Saviano e di Gomorra. Sull’argomento Silvio Berlusconi è recidivo. Già nel novembre scorso, infatti, si era scagliato inaspettatamente contro le storiche serie della Piovra e in generale le fiction televisive sul tema, che a suo dire lederebbero l’immagine del Paese all’estero, arrivando a una sorta di sfogo dell’anima “…strozzerei gli autori della Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. La reazione a questa uscita era stata allora vasta, sul piano culturale e della comunicazione oltrechè su quello politico. Michele Pacido, che nella Piovra era l’indimenticabile commissario Cattani, gli aveva ironicamente ricordato che le più note e seguite fiction televisive, dal Capo dei Capi alla vicenda di Provenzano, fino alle figure di Falcone e Borsellino, erano state ideate e prodotte da Mediaset…
L’offensiva era poi proseguita il 28 Gennaio al termine del Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria, quando alle critiche alle fiction sulla mafia aveva aggiunto una valutazione sull’immigrazione clandestina, sostenendo che “una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Ancora una volta la reazione di sdegno era stata ampia : c’era chi aveva sottolineato come la camorra e la ‘ndrangheta sono così attente a ingrossare le proprie file con gli extra-comunitari da farne strage a Castelvolturno e da espellerli con la forza a Rosarno, dopo averli sfruttati e schiavizzati nei campi…
E infine ecco la nuova sortita di pochi giorni fa, nella quale Berlusconi ha affermato che la mafia italiana, pur essendo per potenza solo “la sesta al mondo”, è la più conosciuta, proprio per i film, le fiction e i libri che ne hanno parlato, a partire da Gomorra. Nella stessa conferenza, coadiuvato dai ministri Maroni e Alfano, il presidente del consiglio ha per l’ennesima volta magnificato l’azione del suo governo contro la criminalità organizzata, con 500 operazioni di polizia giudiziaria, 5000 arresti di mafiosi, enormi quantità di beni sequestrati, ecc.
A questo punto emergono domande allarmanti, che abbiamo il dovere di estendere ai cittadini.
Questa brutale e reiterata offensiva è solo il frutto di una insensibilità e di un’incultura insita nella formazione del personaggio, nella sua vocazione a improvvisare e a stupire fino a contraddirsi e a rasentare la schizofrenia, di un’incapacità nel valutare i passaggi critici del problema e il rapporto causa-effetto fra la realtà e la sua comunicazione ai cittadini, in una visione mercantile avulsa da ogni responsabilità pubblica come da una scala di valori etici e civili ? O è anche un obiettivo freddamente meditato, parte di una strategia volta a distrarre l’opinione pubblica dalla gravità dell’espansione criminale, chiamando in causa le connivenze e le responsabilità del governo, estese ormai in gran parte del Meridione all’intero schieramento politico, attraverso quel sistema illegale che ha nella corruzione e nel voto di scambio i motori? E hanno un peso in questo sconcertante approccio di Berlusconi le incognite che gravano nelle inchieste aperte sulle stragi mafiose degli anni ’90 e sulla trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra che segnò la fine della prima Repubblica, coincidendo con l’ascesa politica di Forza Italia e, anche se non definitivamente provato, con l’avvio stesso delle fortune economiche del Cavaliere? Il ruolo di Marcello Dell’Utri nei rapporti con Cosa Nostra, il giudizio pendente in Appello dopo la sua condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, sono oggettivi e inquietanti indizi in questa direzione…
Una cosa è certa: le ripetute sortite contro una comunicazione antimafia che ha segnato un positivo salto di qualità nella conoscenza degli italiani di un fenomeno che mina le basi stesse dei diritti e dello sviluppo dell’Italia, richiamano nell’immaginario, ma anche alla ragione, i comportamenti di una sorta di “serial killer”.
Killer della memoria , perché il silenzio sui crimini del passato fa parte di una sotto-cultura mafiosa che ne fa la condizione stessa della propria forza nel presente.
Killer della realtà, perché chiama in causa chi denuncia un problema e non il problema in quanto tale, che passa così in secondo piano, come prendersela al solito con il dito che indica la luna.
Killer della buona informazione, perché si integra ogni volta con capziose e incomplete notizie che
nascondono dati decisivi di conoscenza. E’vero che vi sono stati importanti arresti e sequestri di beni mafiosi, ma questo vuol dire soprattutto che il problema è diventato enorme: visto che gli interessi criminali stanno dilagando in tutt’Italia e nel mondo, e’ chiaro che la pur eccellente azione repressiva non tocca i gangli vitali e le fortissime complicità politiche, imprenditoriali e sociali di cui godono le mafie. Per non parlare dei PM che rendono possibili le operazioni di polizia e che al contempo vengono attaccati, vilipesi, minacciati sul piano legislativo o della mancanza di risorse a cui sono sottoposte le forze investigative, costrette a supplire con l’abnegazione e un faticoso impegno personale.
Killer della libertà e dell’autonomia creativa di tanti autori, scrittori, giornalisti, registi, attori, che dedicano la loro professionalità e l’ impegno civile ai fatti e ai protagonisti della realtà, stabilendo con spettatori e lettori un patto di trasparenza e di lealtà ampiamente ricambiato. L’insieme di queste “uscite” berlusconiane rappresenta infine non solo un più o meno velato desiderio di una sorta di “minculpop” di impronta fascista , ma per alcuni, come Roberto Saviano o l’autore teatrale Giulio Cavalli, già costretti per la loro denuncia a una vita blindata, ulteriore isolamento e minacce da non sottovalutare.

MAFIA: AGGRESSIONE INFORMATICA CONTRO SITO LIBERA INFORMAZIONE
Roma, 22 apr. 2010 (Adnkronos) – “Una aggressione informatica ha colpito questa notte il sito internet di Libera Informazione, l’osservatorio nazionale sull’informazione per la legalita’ e contro le mafie”. E’ quanto rende noto l’associazione antimafia Libera, ricordando che “nel giro di pochi giorni, si sono ripetuti tentativi di intimidazione nei confronti di Articolo 21 e di Libera Informazione” e citando “l’incursione notturna nei giorni scorsi nella sede di Articolo 21, dove ignoti hanno rubato 7 computer e contemporaneamente gli hackers sono entrati nel sistema informatico distruggendo un articolo di Roberto Morrione sugli attacchi che il presidente del Consiglio ha mosso contro le fiction televisive e i libri sulla mafia, con riferimento a ‘Gomorra’ e a Roberto Saviano”.
Articolo 21: se qualcuno pensa di intimidirci sbaglia
http://www.articolo21.org/1021/notizia/se-qualcuno-pensa-di-intimidirci-sbaglia.html

Memorie | Il blog di Daniele Martinelli

La dichiarazione di Dell’Utri alla fine dell’articolo mi lascia a bocca aperta. Che sia questo il motivo per cui sono fissati con la “libertà”?

Fonte: Memorie | Il blog di Daniele Martinelli.

Le inchieste delle procure di Firenze e Caltanissetta su Berlusconi e Dell’Utri come presunti mandanti degli attentati ai giudici Falcone e Borsellino, furono archiviate per decorrenza dei termini di indagine. Non perché la verità fosse così remota. Nel corso degli anni i 2 “amici per la pelle” (degli altri?) hanno avuto percorsi giudiziari diversi. Berlusconi ha evitato una dozzina di sentenze grazie ad amnistie, lodi, prescrizioni e volgare pornografia giuridica travestita da legge che tutti (noi della rete) conosciamo.
Per Dell’Utri, invece, si sono materializzate alcune condanne penali tra cui quella a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nell’attesa di conoscere il verdetto della sentenza d’appello, per la quale il pg Antonino Gatto del tribunale di Palermo ha chiesto 11 anni di carcere, propongo un ripasso delle dichiarazioni battute dalle agenzie (dicembre 2004) di una pletora di fantocci assoldati camuffati da politici senza autonomia politica e di pensiero.

E’ il momento che Dell’Utri torni pienamente alla politica. Nessuno potrà contestargli questo diritto, almeno nessuno che abbia rispetto per i principi fondamentali del diritto che vogliono che un cittadino sia innocente fino a sentenza definitiva“. Angelino Alfano segretario della conferenza dei coordinatori siciliani di Forza Italia;

Se fossi stato anch’io a Palermo non avrei forse avuto relazioni con tutti quelli che contano in qella città?” Giancarlo Galan ex governatore del Veneto;

La condanna di Marcello Dell’Utri ha fatto finalmente venire al pettine un nodo che è stato forse troppo a lungo rinviato. Questo nodo si chiama reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che è un finto reato, o un non reato“.
Luigi Bobbio (An) capogruppo in commissione antimafia;

Solidarietà al senatore Dell’Utri“. “Totò Cuffaro (Udc) ex presidente della Sicilia;

Sono assolutamente certo che il senatore Dell’Utri sia innocente e completamente estraneo ai fatti che gli vengono addebitati e sono assolutamente certo che i successivi gradi di giudizio lo dimostreranno pienamente, ribaltando un clamoroso errore giudiziario e ripagando il senatore Dell’Utri di troppe ingiuste sofferenze, che tuttavia mai nessuno potrà rimarginare“. Sandro Bondi;

E’ una sentenza che ci fa sentire tutti meno liberi“. Maurizio Sacconi (Forza Italia) sottosegretario all’Welfare;

Una cosa fuori dal mondo, non ho parole. Lo conosco da 25 anni e ho lavorato con lui in azienda ancor prima che nel partito, so chi è e cosa vale“. Aldo Brancher (Pdl), sottosegretario alle riforme condannato per finanziamento illecito ai partiti;

Marcello Dell’Utri è un grande patrimonio del partito, il suo apporto è indispensabile. Sono sicura che la sentenza del tribunale di Palermo verrà smentita dai successivi gradi di giudizio“. Gabriella Carlucci (Forza Italia);

Ho conosciuto DellUtri una decina d’anni fa come uomo di cultura che cercava di portare nella politica forti principi morali“. Rocco Buttiglione (Udc);

Ho provato tanta tristezza questa mattina ascoltando il verdetto del tribunale di Palermo. Credo che Marcello Dell’Utri sia una persona perbene e sono certo che questo verrà riconosciuto anche nelle aule di giustizia nei prossimi gradi di giudizio“. Claudio Scajola (Forza Italia) ministro per l’attuazione del programma;

Quando c’è di mezzo la politica, bisogna sempre comprendere dove arrivi la sentenza e dove inizi la politica“. Roberto Calderoli (Lega) ex ministro delle riforme citato da Fiorani come destinatario di 100 mila euro di tangente per l’affaire Credieuronord;

Non credo si possa immaginare Dell’Utri nella veste di colluso con la mafia e mi sembra davvero incredibile questa sentenza che conferma una tesi accusatoria veramente fantasiosa“. Ignazio La Russa ex vicepresidente di An;

Sarà certo interessante leggere le motivazioni di questa condanna provvisoria, visto che le accuse muovono solo da affermazioni di pentiti, neanche di rango. Continuiamo a essere fermamente convinti, comunque, che dopo questo lungo calvario Marcello Dell’Utri vedrà conclamata la sua totale estraneità a queste assurde accuse“. Renato Schifani presidente dei senatori di Forza Italia;

Sono entrato in politica e faccio il parlamentare solo per difendermi dai processi. Se non avessi problemi giudiziari non lo avrei mai fatto“. Marcello Dell’Utri intervistato dal Corriere 17 aprile 2010.

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Antimafia Duemila – Talpe Dda: Corte appello, Cuffaro favori’ Cosa Nostra

Fonte: Antimafia Duemila – Talpe Dda: Corte appello, Cuffaro favori’ Cosa Nostra.

Sostenendo la candidatura politica di un uomo vicino al boss Giuseppe Guttadauro e facendo arrivare al padrino, in più occasioni, notizie riservate su indagini in corso a suo carico, l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro agì per favorire Cosa nostra. È, in sintesi, il ragionamento seguito dai giudici della corte d’appello di Palermo che, a febbraio scorso, riformando il verdetto di primo grado, che condannava l’ex presidente per favoreggiamento semplice, ritennero il politico responsabile del più grave reato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Valutazione che comportò anche un inasprimento della pena inflitta a Cuffaro: 7 anni di reclusione contro i 5 della prima sentenza. In un’articolatissima motivazione di 939 pagine, il collegio analizza le «relazioni pericolose» del politico, strenuo sostenitore della candidatura alle regionali del 2001 di Mimmo Miceli, suo delfino, poi condannato a 10 anni per mafia. Per i magistrati l’ex governatore era pienamente consapevole dei legami di Miceli con il boss Giuseppe Guttadauro. «Dal contenuto delle conversazioni ambientali intercettate presso l’abitazione del Guttadauro, – scrivono i giudici – risulta proprio che alla scelta della candidatura Miceli si addivenne a seguito di un sostanziale ed effettivo accordo, certamente mai diretto ma mediato, che coinvolse proprio l’associato mafioso e l’imputato Cuffaro». «Ciò che appare sicuramente incontestabile – proseguono – è la circostanza che il Cuffaro era perfettamente consapevole dell’appoggio fornito non soltanto a titolo personale da Guttadauro, ma dall’associazione mafiosa, alla candidatura Miceli, dei frequenti incontri tra i due, del rapporto confidenziale che essi avevano». «Può quindi fondatamente ritenersi – spiegano – che la scelta della candidatura Miceli fu il risultato di una lunga partita a scacchi giocata dall’associato mafioso e da Cuffaro ognuno consapevole del ruolo e degli interessi dell’altro».
Per la corte, inoltre, la prova del rapporto tra Cuffaro e il boss Guttadauro si deduce anche dalla vicenda relativa al concorso per l’assunzione dei medici assistenti all’ospedale Villa Sofia di Palermo «in relazione alla quale – si legge nella motivazione – è risultato inequivocabilmente provato, attraverso l’analisi delle conversazioni intercettate, che Giuseppe Guttadauro aveva raccomandato a Cuffaro due sanitari, tramite Domenico Miceli». Secondo i giudici, «l’uomo politico ben aveva presente l’origine della sollecitazione riguardante i dottori: cioè l’associato mafioso». Dettagliata anche la parte della sentenza relativa alle diverse fughe di notizie fatte da Cuffaro in favore di esponenti mafiosi. Come quella relativa alla presenza di microspie a casa di Guttadauro, comunicata dal politico al boss, a giugno del 2001, sempre tramite Miceli. La rivelazione, peraltro, consentì al capomafia di scoprire la cimice e di mandare a monte possibili sviluppi investigativi. «Se Cuffaro – scrivono i giudici – avesse trasmesso a Miceli la notizia del suo esclusivo coinvolgimento in operazioni di intercettazioni da parte del ROS, allora avrebbe potuto affermarsi che aveva voluto agevolare solo l’amico ed al più correre il rischio, soltanto ipotetico e minimamente probabile, della trasmissione di una informazione anche ai componenti dell’organizzazione mafiosa con esso in contatto». «Avendo, invece, Cuffaro – prosegue la sentenza – trasmesso a Miceli la notizia del coinvolgimento di questi e dell’associato mafioso Guttadauro nelle operazioni di intercettazioni, egli agì ritenendo non semplicemente possibile ma certo od altamente probabile l’evento della trasmissione della notizia anche al membro dell’organizzazione». Secondo i giudici, «con la trasmissione della notizia riguardante la sottoposizione ad intercettazione di entrambi (sia Miceli che Guttadauro), infatti, Cuffaro divulgava un fatto assolutamente dirompente non soltanto per il capomafia, ma per l’organizzazione stessa».

ANSA