Archivi del mese: maggio 2010

B. e l’incubo Spatuzza

Fonte: B. e l’incubo Spatuzza.

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra  stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca  accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

Grasso sa benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà  politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

In quell’atto, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”. Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana  un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

Spatuzza dice che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio. Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2010)

La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca

Fonte: La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca.

L’agente indicato da Spatuzza, in mare con Contrada quando Borsellino saltò in aria. Ebbero la notizia prima di tutti

È tutta racchiusa in cento secondi la verità sulla strage di via D’Amelio, dove il 19 luglio 1992 morirono Paolo Borsellino e la sua scorta. Un vuoto di cento secondi che ora – grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza e del testimone Massimo Ciancimino, incrociate con vecchie perizie del consulente antimafia Gioacchino Genchi – si riempie di due nomi: quelli di un uomo di mafia e di un servitore dello Stato. Il doppio Stato.

L’uomo di mafia è Gaetano Scotto, della famiglia palermitana dell’Arenella, che il 6 febbraio 1992 risulta aver telefonato a un’utenza del Cerisdi (il centro studi che ha sede nel castello Utveggio sul Monte Pellegrino che domina Palermo, dove il Sisde aveva un ufficio “coperto” e da dove, secondo molti, sarebbe stato premuto il detonatore dell’autobomba che ha ucciso Borsellino) e parlato con un dirigente per 4 minuti; poi fu condannato all’ergastolo per quella strage.


L’uomo dello Stato è Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Narracci fu indagato con Contrada a Caltanissetta in una delle inchieste sui “mandanti esterni” delle stragi, poi archiviata nel 2002. Ora però è stato riconosciuto sia da Spatuzza sia da Ciancimino jr: il pentito dice che Narracci era presente nel garage in cui fu imbottita di tritolo la Fiat 126 che poi sventrò via D’Amelio; il figlio di don Vito dice di averlo visto in un hotel di Palermo dove erano presenti anche suo padre e il “signor Franco”, l’uomo degli “apparati” che lo assistè per trent’anni; quel giorno, nel bar dell’hotel, Narracci avrebbe parlato con Scotto.

Sebbene di nuovo indagato a Caltanissetta, Narracci al momento non è colpevole di nulla: il rischio che, 18 anni dopo, la memoria dei testimoni sia confusa è forte. Ma, se il doppio riconoscimento trovasse conferma, sarebbe il tassello mancante di un mosaico di “coincidenze” che lascia senza fiato. Perché Narracci è, nel migliore dei casi, l’uomo delle coincidenze (come ha ricordato ieri Marco Lillo, il suo nome emerse pure a vario titolo nelle inchieste sulle stragi di Capaci e di via Fauro, senz’alcuna responsabilità penale).

Quattro uomini in barca. Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Racconterà Contrada a verbale che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, raggiunge via D’Amelio con Narracci.

Ma gli orari ricostruiti da Genchi non tornano. Tutto in 100 secondi. L’istante esatto della strage è fissato dall’Osservatorio geosismico alle ore 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.

Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica).

Tutto in cento secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime confuse notizie sull’attentato sono delle 17:30. Le sale operative di Polizia e Carabinieri parlavano genericamente di “esplosione” e di “incendio nella zona Fiera” fino alle 17:10–17:15 senz’aver ancora individuato il luogo preciso, forse a causa dell’isolamento dei telefoni dei condomìni adiacenti, coinvolti nell’esplosione. Valentino e Contrada, però, in alto mare, pochi secondi dopo le 17 già sapevano tutto: “Attentato”.

Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini Sisde siano veggenti e ricordando i rapporti di Valentino con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi “professionali” ne sapeva molto di più: magari qualcuno appostato in via D’Amelio o sul Monte Pellegrino (dove il Sisde aveva una succursale occulta in contatto col mafioso Scotto), che attendeva il buon esito dell’attentato per comunicarlo in diretta a chi stava in barca. Nel qual caso la gita dei nostri marinaretti assumerebbe tutt’altro significato. Purtroppo la chiamata non ha lasciato tracce: proveniva da un fisso (abitazione, ufficio o cabina). E Valentino nel frattempo è morto. Ma ora, quando quei 100 secondi misteriosi sembravano sepolti per sempre, i ricordi di Spatuzza e Ciancimino hanno provveduto a riaprire il caso.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2010)

ComeDonChisciotte – VASTO PROGRAMMA: AMMAZZARE DI TASSE I COMMENSALI DI SOROS

Fonte: ComeDonChisciotte – VASTO PROGRAMMA: AMMAZZARE DI TASSE I COMMENSALI DI SOROS.

DI PINO CABRAS
megachipdue.info

L’accelerazione della crisi in Italia è stata davvero brusca, se persino il governo che più di tutti al mondo liscia il pelo agli evasori fiscali si è trovato costretto a proporre misure economiche detestate dal blocco dei suoi elettori. Gli Stati hanno tutti sfondato i tetti dell’indebitamento, e fra di loro si apre una lotta concorrenziale immediata per piazzare ciascuno i propri buoni del tesoro. Amputano i propri modelli sociali, i propri progetti, le proprie clientele, con l’urgenza chirurgica di chi si sottopone a malincuore a un intervento dal risultato incerto: sempre meglio che morire certamente dissanguati. Così Berlusconi farà atti contro natura, fino a promettere di combattere l’evasione da lui finora glorificata. Questo per non perdere il regno, il cui trono traballa sopra il cumulo del terzo debito pubblico del pianeta.

La Grecia ha dimostrato quanto devastante e rapido possa essere il precipitare della crisi. Tutti i governi sono costretti a compiacere i crudeli capibranco che decidono dove far fluire l’acquisto dei titoli di Stato. Tutti cercano di riequilibrare in modo drastico entrate e spese, tanto da toccare subito interessi organizzati. In ogni singola realtà nazionale scossa dai piani di sacrifici i portatori d’interesse lotteranno in modo acceso per non rappresentare l’interesse più sacrificato.

Però, parafrasando Danny De Vito, sotto l’attacco della speculazione non ci sono vittorie, solo gradazioni di sconfitte.

L’urgenza porta a riscoprire cose dimenticate: che quelli che non pagano le imposte valgono decine di miliardi, che l’economia ha una quota troppo grande in nero, e così via. Il problema è che l’emergenza, per definizione, si concentra su certi aspetti immediati e visibili della realtà, ma trascura altri aspetti importanti. Durante l’alluvione vai a salvare chi è sul tetto di una casa, lì e allora, doverosamente, ma non stai operando la manutenzione degli argini del fiume che avrebbero evitato il debordare delle acque.

Durante l’emergenza finanziaria ci si concentra sull’evasione presente nell’economia reale, grave per le sue distorsioni, iniqua quanto si voglia, ma assai meno determinante di un’evasione molto più vasta che pure sarebbe raggiungibile dalla mano degli Stati: ossia le transazioni che avvengono sui derivati, che si compiono prevalentemente senza alcuna trasparenza, fuori dai mercati aperti al pubblico. Nel gergo finanziario, questa enorme massa di transazioni parallele, da cliente a cliente, viene definita «Over The Counter» «Over The Counter» (OTC). È il mondo ideale di chi non vuol farsi raggiungere da alcuna investigazione tributaria. In questo mondo parallelo le transazioni valgono – almeno nominalmente – decine di volte il PIL degli USA e dell’Europa.

La bolla delle moltiplicazioni del PIL è anche la bolla del connubio fra tutte le liquidità criminali, politiche e speculative. Una bolla gonfiata da operatori senza responsabilità, e perciò una bolla esentasse, del tutto priva di ricadute positive sul mondo reale. Influentissima invece in qualità di sistema bancario ombra, capace di lucrare e manovrare una contabilità devastante per chi ne subisce il flusso, fra frodi titaniche e assalti speculativi voluminosi, in mano a un clan ristretto di individui e istituti finanziari opachi.

Nonostante i membri del Superclan costituiscano una porzione così soverchiante della vera evasione fiscale, sono i primi a mettere sotto pressione “morale” gli Stati sovrani, a distribuire pagelle e ammonizioni sul debito eccessivo e i disavanzi insostenibili, da riaggiustare in qualche modo, altrimenti c’è il castigo del mancato acquisto dei bond, l’esplodere dei tassi d’interesse, infine il default.

Eppure un’imposizione fiscale su questa massa sterminata di transazioni e superprofitti parassitari – a loro modo in nero – ridimensionerebbe l’emergenza finanziaria. Si tratterebbe di ammazzare di tasse i commensali di George Soros.
v L’ostacolo però è politico. Gli Stati dovrebbero mettersi d’accordo, creare il meccanismo impositivo, mettere fuori legge certe operazioni speculative, armonizzare l’estrazione di un gettito colossale dagli intermediari che trafficano con i paradisi fiscali. Riportare insomma alla luce – ecco la vera emersione dal nero – gran parte della liquidità ombra creatasi negli ultimi decenni. Vasto programma. L’amministrazione Obama e il governo britannico non faranno passare riforme di questa portata. Non osano affrontare davvero i burattinai del sistema Over The Counter. Come Berlusconi riscopre obtorto collo chi non vorrebbe scoprire, gli evasori, allo stesso modo Obama è costretto a non ignorare il problema dei Padroni del’Universo, ma lo fa con provvedimenti molto deboli, rosicchiati da aggiustamenti lobbistici che li rendono inadatti a combattere gli speculatori.

Il comportamento dei banchieri ombra è slittato via via verso una direzione paradossale. Prima spingevano la massa del debito contando sulla funzione di garante di ultima istanza da parte dello Stato, perché lo Stato non poteva fallire. Ora scommettono proprio sul default degli Stati, se non di interi continenti.

Le probabilità di collasso sistemico a questo punto si accrescono, con scarti imprevedibili e repentini. Qualsiasi gestione “nazionale” della crisi – con tutti i prevedibili scontri fra interessi “locali” – sarebbe in partenza perdente. Il bersaglio grosso, nelle sue casematte globalizzate, se ne starebbe lì, come in effetti sta, a godersi lo spettacolo degli illusi che sognano il ritorno della crescita e intanto si disputano i denari per le cambiali.

Pino Cabras
Fonte: www.megachipdue.info/
Link: http://www.megachipdue.info/tematiche/kill-pil/3813-vasto-programma-ammazzare-di-tasse-i-commensali-di-soros.html
29.05.2010

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’Appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 28 maggio.

Testo dell’intervento

Battute finali al processo d’appello contro il senatore PdL Marcello Dell’Utri. Si è svolta a Palermo, davanti ai Giudici della seconda sezione penale, la terza udienza riservata agli avvocati difensori dell’imputato Dell’Utri, che oggi non si è presentato in aula.

La parola è toccata anche oggi all’avvocato Sammarco che ha attaccato le tesi accusatorie della sentenza di primo grado soffermandosi in particolare su tre argomenti.

Gli incontri, o presunti tali, avvenuti tra Dell’Utri e Vittorio Mangano nel 1993 per cominciare.

Sulle agende del senatore, in seguito ad una perquisizione, furono notati due diversi appunti che facevano riferimento a Mangano.

Vittorio Mangano, avrebbe incontrato a Milano il senatore per parlargli di problemi personali. E Dell’Utri confermò la circostanza ai magistrati che lo interrogarono.

Oggi però, l’avvocato Alessandro Sammarco, ribalta il tavolo e accusa i pm del primo grado di avere “tratto in inganno” Dell’Utri. Gli appunti sull’agenda non proverebbero alcun incontro.

Ma nulla smentisce la circostanza che Vittorio Mangano fin dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio fosse ancora in grado di avvicinare Dell’Utri senza aspettarsi un rifiuto, tanto appare stretto e datato il loro rapporto.

E’ scritto nella sentenza di primo grado che: “Nonostante la crescita del suo prestigio personale anche in campo politico, aveva continuato ad intrattenere rapporti di frequentazione con un mafioso conclamato ed importante come era Mangano nonostante tutto quello che era successo in passato”.

Si ritorna poi a parlare dell’incontro Edilnord a cui avrebbero preso parte i capi della mafia degli anni ’70, tra i quali il “Principe di Villagrazia” titolo con cui si soprannominava Stefano Bontate. Un incontro a seguito del quale si decise l’ingresso di Vittorio Mangano a casa Berlusconi, a Villa Macherio, per assicurarsi protezione in un’epoca dove erano frequenti i sequestri di persona.

La testimonianza del boss Di Carlo non basterebbe. E poi la difesa punta l’indice contro la ricostruzione temporale operata dal Tribunale e dal Procuratore Generale.

Il capitolo del “pizzo” pagato da Fininvest per le antenne da installare in Sicilia viene liquidato con la circostanza che – all’epoca dei fatti – Dell’Utri si fosse lavorativamente allontanato da Berlusconi entrando nel gruppo Rapisarda.

Mentre per quanto riguarda gli attentati alla Standa di Catania, un modo col quale i Santapaola volevano – secondo l’accusa – agganciare Dell’Utri e sfruttarne le entrature sul gruppo imprenditoriale di Berlusconi l’avvocato Sammarco parla di “Omeopatia Mafiosa”.

Perché usare i mafiosi di Palermo per difendersi da quelli di Catania. La risposta, si potrebbe dire viene da sé.

Altro focus sulla vicenda che riguardava la presenza di Dell’Utri a Londra al matrimonio del mafioso Jimmy Fauci. Una circostanza accertata e confermata dall’imputato che – secondo la versione della difesa – si trovava nel Regno Unito e lì venne accompagnato da Gaetano Cinà. Alla cerimonia prese parte anche Francesco Di Carlo, mafioso oggi collaboratore di giustiza.
Solo che all’epoca Di Carlo era latitante. Ma Dell’Utri non fece una piega.

Annotano i giudici nella sentenza di primo grado: “La notoria pluriennale amicizia del Cinà con Marcello Dell’Utri ed i rapporti tra i de, tranquillizzavano Di Carlo sul fatto che la sua latitanza non sarebbe mai stata segnalata da Marcello Dell’Utri che sapeva vicino ad esponenti prestigiosi e potenti di Cosa Nostra”.

Secondo la difesa, invece, non sarebbe provata né la completa partecipazione né la circostanza che Dell’Utri conoscesse tutti gli invitati. Lo stesso Fauci dichiarò di non avere né invitato né conosciuto Dell’Utri. Ma la testimonianza del Di Carlo incastra il senatore.

Per la difesa non rimane che ripiegare. “Frequentare mafiosi è forse reato?

Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”.

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.

“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l’appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

Tratto da: La Repubblica

Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?

Fonte: Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?.

di Anna Petrozzi e Maria Loi – 28 maggio 2010
Le stragi mafiose del ’93 erano tese a causare disordine per dare “la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione”.

Lo ha affermato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, intervenendo ad un convegno commemorativo della strage di via dei Georgofili che nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 causò la morte di cinque persone. “L’attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato – ha spiegato Grasso – assumeva duplice finalità: quella di orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, che è sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e attuare una vera e propria dimostrazione di forza attraverso azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli”. Pur tuttavia, ha sottolineato il magistrato, “occorre dimostrare l’esistenza di una intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per agevolare le prospettive di affermazione politica; e dimostrare l’esistenza di contatti riconducibili allo scambio successivo alle stragi”.
Se persino il procuratore Grasso, apprezzato proprio per la sua prudenza, si spinge a confermare ipotesi investigative ardite emerse fin dai primi momenti di indagine sulle stragi, possiamo a ragione ritenere che gli elementi che stanno emergendo in questo periodo hanno quanto meno una base robusta per sostenere quanto si era subito capito: Cosa Nostra non ha agito da sola.
Le intuizioni dei primi chiamati a capire cosa stava accadendo sono poi state confortate negli anni dai numerosi collaboratori di giustizia di spessore che hanno contribuito a ricostruire chi e cosa si muovesse dietro l’associazione criminale.
Da ultimo, ci riferisce Massimo Ciancimino, lo stesso Don Vito, dopo la strage di Capaci, disse al figlio: “Questa non è più mafia, ma terrorismo”. Anche Gaspare Spatuzza, l’ultimo dei pentiti che si è accusato di avere piazzato l’autobomba in Via D’Amelio, sbugiardando Scarantino e complici ha così commentato ai magistrati che lo interrogavano circa gli attentati di Roma, Milano e Firenze: “Ci siamo spinti un po’ oltre in un terreno che non ci appartiene”.
La valutazione circa le entità esterne però, ed è bene ricordarlo ancora una volta, non viene solo
dalla voce interna di Cosa Nostra, ma è stata ampiamente accolta anche dai giudici di Firenze che nella sentenza di I° grado per le stragi del ’93 scrivono chiaramente “di una strategia attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine costituzionale”.
Anche il pm Luca Tescaroli, che ha sostenuto l’accusa nei processi per il fallito attentato all’Addaura prima e la strage di Capaci poi non ha avuto alcun dubbio a collocare i due fatti delittuosi “in un progetto terroristico eversivo”.
Ma il primo in assoluto ad aver individuato questo terrificante meccanismo è stato il giudice Giovanni Falcone quando dopo il fallito attentato all’Addaura spiegò chiaramente: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Oggi che sono stati assicurati alla giustizia la maggior parte degli esecutori materiali restano quindi da risolvere i quesiti più importanti e inquietanti: Chi sono le menti raffinatissime? Chi ha costretto Vincenzo Scarantino a mentire sotto ricatto e per che cosa? Chi ha usato e poi scartato l’ala stragista di Cosa Nostra per poi tornare a ristabilire l’antica e proficua pax mafiosa con Provenzano, latitante per altri 13 anni da quei fatti? Chi l’ha protetto?
Le indagini riaperte di recente a Firenze a Caltanissetta e a Palermo seguono da vicino la traccia lasciata da uomini dei cosiddetti servizi segreti, questa entità sempre più ibrida di cui le “menti raffinatissime” si sarebbero servite per destabilizzare e poi spalancare le porte al “nuovo”. Una vecchia efficace metodologia che risale agli albori della Repubblica.
E’ chiaro che si tratta di un momento delicatissimo per i magistrati che lamentano fughe di notizie e intravvedono persino il tentativo di “intorbidire le acque” e di “dividere le procure di Palermo e Caltanissetta”.
Per ora quindi è giusto limitarsi a constatare ciò che alcuni atti pubblici consentono.
Gli inquirenti sono riusciti ad isolare il Dna di uno dei personaggi che partecipò al fallito attentato all’Addaura, ciò servirebbe ad identificare almeno uno dei sommozzatori colpevoli di aver portato la borsa piena di dinamite sugli scogli per uccidere Falcone e i magistrati svizzeri Del Ponte e Lehman. E potrebbe anche chiarire o forse solo escludere il coinvolgimento di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, i due giovani collaboratori dei servizi segreti, assassinati poco tempo dopo.
Mentre della terribile sorte del primo, ucciso con la moglie incinta, il 5 agosto 1989, non si sa praticamente nulla, del secondo conosciamo i risvolti del drammatico omicidio, anche in questo caso, grazie alle dichiarazioni di un altro pentito: Francesco Onorato. Il quale ricevette ordine da Salvatore Biondino di uccidere Emanuele, che conosceva e con cui si incontrava spesso in palestra, perché “sbirro”. Non è chiaro come il braccio destro di Riina, incensurato fino al momento della cattura con il suo capo il 15 gennaio 1993, potesse sapere chi era veramente Emanuele Piazza.
Un suggerimento in questo senso ci viene da Salvatore Cancemi che in un’intervista al nostro direttore Giorgio Bongiovanni raccolta nel libro “Riina mi fece i nomi di…”,  non ebbe alcuna difficoltà a sostenere nel suo linguaggio tipico: “Dire Biondino è già come dire Riina e Provenzano”  “Un personaggio che è sempre stato sottovalutato, ma che gode di agganci altissimi, sia fuori che dentro Cosa Nostra”.
Gli agganci altissimi sarebbero sempre i servizi segreti. Di questo legame l’ex boss di Porta Nuova si dice certo poiché il suo avvocato di un tempo ebbe modo di confidargli: “C’è un grosso latitante corleonese che è in contatto con i servizi segreti”. Riferendosi a Bernardo Provenzano.
Una dichiarazione, questa, spesso dimenticata ma che ben coincide con quanto riferisce oggi Massimo Ciancimino, che oltre ad aver fatto riemergere dalle profondità dei segreti italiani il famigerato papello (di cui Cancemi aveva testimoniato l’esistenza fisica ndr.), ha dato finalmente corpo a quell’ibrido connubio di cui parlava Falcone tra centri di potere: politica, rappresentata da suo padre, mafia, da Provenzano e servizi segreti, impersonati dall’ormai noto signor Franco.
Su quest’ultimo si è scatenata una incredibile caccia all’uomo, da parte degli inquirenti ovviamente, ma anche di giornalisti ed è di ieri il rincorrersi forsennato di notizie circa la sua identificazione con foto pubblicate e poi smentite.
Insomma la tensione è alta e si rischia il gioco sporco.
Del resto individuare il signor Franco sarebbe un grosso passo avanti ma non è che un passo appunto. I servizi per definizione servono e per capire davvero il senso delle stragi bisognerebbe sapere chi hanno servito.
Se questo obiettivo appare ancora troppo lontano, rifacendoci alle dichiarazioni di Grasso, possiamo intanto chiarirci senza tante ipocrisie chi è la “nuova realtà politica” agevolata dalle stragi del ’92 e del ’93.
Sia Ciancimino che Spatuzza individuano in Marcello Dell’Utri il tramite, la cerniera, l’agente di raccordo, come lo aveva definito anche la sentenza che lo condanna in primo grado a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, tra i mafiosi alla ricerca di un nuovo interlocutore politico e la nascente creatura di Silvio Berlusconi, ma non fanno altro che aggiungere tasselli ad un puzzle iniziato da altri e finora ritenuto plausibile da più sentenze anche di archiviazione.
Sempre Cancemi, per fare un esempio, ma si potrebbero citare Brusca e Giuffré, per rifarci ai più noti, disse espressamente che Riina in persona lo fece chiamare per dirgli di rintracciare Vittorio Mangano. “Totù – racconta – dicci a Vittorio Mangano che si deve mettere da parte perché Berlusconi e Dell’Utri ce li ho nelle mani io. E questo è un bene per tutta Cosa Nostra”.
Certo, ha ragione il procuratore Grasso, occorrono prove certe per ricostruire con chiarezza questo passaggio così cruciale e nello stesso tempo drammatico, e per farlo bisogna indagare, con ogni mezzo, con ogni sacrificio, anche a costo della tanto decantata privacy. Del resto se vogliamo che il nostro Paese attraversi davvero un percorso di cambiamento non possiamo far finta di non sapere che questo passa attraverso la verità. E questa va cercata, sicuramente non si può fare senza intercettazioni, quindi senza indagini e senza una stampa libera che informi il cittadino.
Saremo malpensanti ma un sospetto sul perché si stiano tanto accanendo per limitarle al nulla e per tappare la bocca ai giornalisti ci sovviene…

ComeDonChisciotte – PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?.

DI VIVENC NAVARRO
vnavarro.org

L’articolo chiama l’attenzione sulla corrente popolare a favore dell’apertura di banche statali pubbliche sia a livello statale che federale, che sta avendo una gradita accoglienza negli Usa, tanto è vero che diversi governatori federali stanno dando spazio a progetti d’apertura di queste nuove banche per facilitare l’erogazione di credito. Questa nuova corrente è in crescendo negli Usa, dopo le catastrofi combinate dalle banche private messe anche a confronto con gli ottimi risultati ottenuti dalle banche pubbliche in quegli Stati che hanno già potuto appoggiarsi ad esse ed affrontare così meglio la crisi economica. L’articolo mette anche in risalto come le grandi cifre erogate per l’ipotetico salvataggio delle banche private, negli Stati Uniti come in Spagna, avrebbero potuto essere destinate all’apertura di questi nuovi istituti di credito.

C’è una notizia che sicuramente non avrete letto nei principali mass media informativi: la nuova corrente che assale gli Stati Uniti (epicentro della crisi finanziaria globale) e che, visti i risultati trova un grande sostegno popolare, propone la creazione di banche pubbliche sia a livello statale che federale.

Ciò è in parte dovuto alla grande disistima di cui gode attualmente la banca privata in quel Paese.

Secondo gli ultimi sondaggi sono le banche le istituzioni meno affidabili nella società americana. Nonostante le enormi erogazioni di fondi pubblici che le banche hanno ricevuto, è ancora difficile per le piccole e medie imprese, nonché per la maggior parte dei privati cittadini, ottenere credito bancario.

Anzichè fare uso dei fondi pubblici, come la stessa parola dice, per compiere una funzione sociale, in questo caso l’offerta di credito, le grandi banche hanno adoperato gli aiuti statali per continuare le loro solite speculazioni (causa tra l’altro della odierna crisi) e per aumentare ancora di più i premi e gli stipendi dei loro dirigenti. Ne consegue una logica e forte insoddisfazione della popolazione verso le banche.

La risposta positiva che si riscontra in quegli Stati che usufruiscono già di queste realtà bancarie, e un’altra ragione per la quale ci sono sempre un maggior numero di politici che, dietro pressione degli elettori, propongono l’ attuazione di queste banche statali pubbliche.

La più conosciuta fra tutte è la Banca Statale dello stato del North Dakota, fondata novantuno anni fa, il cui capitale d’inizio furono i ricavati delle tasse statali e che sono ancora oggi la sua principale fonte di liquidità.

Lo statuto interno della banca proibisce qualunque tipo d’investimento in attività speculative ed esige oltretutto la riconversione degli utili nel proprio territorio. E’ stata una delle banche con più profitti e meno afflitta dalla crisi finanziaria che devasta il Paese. E’ stata anche una delle poche banche a prevenire la bolla immobiliare evitando di conseguenza di praticare ipoteche spazzatura (i mutui subprime).

Così come scrive Ellen Brown nel suo libro Web of Debt, questa banca pubblica è la diretta responsabile del fatto che nel North Dakota non ci sia stato il deficit di credito che hanno avuto la maggior parte degli stati USA.

E’ questo l’esempio che altri stati stanno pensando d’imitare.

Si sono create così un’ondata di proposte governative che in stati come il Vermont, Virginia, Michigan e Washington cercano di mettere in pratica la realizzazione a tutti gli effetti di queste banche statali.

Tutto ciò in risposta al malessere generale della popolazione che non ne può più dell’odierno sistema bancario e dello spreco di fondi pubblici. Davanti a questo diversi parlamentari hanno proibito che i depositi dello Stato vengano impiegati dalle banche d’investimento (Investiments Banks) che altro non fanno che mettere a rischio il denaro pubblico coi loro investimenti speculativi.

L’altro fatto importante che non ha trovato eco nei maggiori mezzi d’informazione e persuasione spagnoli è l’inizio del sorgere di voci che negli Stati Uniti trovano una grande ricettività nell’opinione pubblica e persino in alcuni settori del Congresso Statunitense, ma non ancora carpiti dalle lobbies bancarie. Tra queste, c’è quella del premio nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, che in un recente articolo su The Nation, dichiarava che i 700.000 milioni di dollari spesi per aiutare le banche, avrebbero dovuto essere utilizzati per avviare una banca pubblica, evitando agli USA l’enorme problema di credito che oggi ha. Secondo Joseph Stiglitz questo capitale poteva significare la creazione di una banca pubblica, dalla quale sarebbe stato possibile realizzare un’attività creditizia di 7.000 milioni di dollari (seguendo così il criterio di sicurezza di 1 a 10, ancora più conservatore di quello di 1 a 30 che è la pratica bancaria più diffusa). Questo importo rappresenta una quantità molto più grande di quella di cui ha bisogno oggi il Paese. Stiglitz conclude nel suo articolo, che l’aiuto alle banche non è stato in realtà un mezzo per facilitare il credito, ma bensì un intervento statale il cui primordiale scopo era quello di salvare banchieri ed azionisti.

Queste notizie che non si sono lette nei più grandi mezzi d’informazione e persuasione spagnoli, sono molto importanti per la Spagna, dato che la stessa domanda dovrebbe essere fatta nel nostro Paese. Perché il governo spagnolo ha investito tanti soldi per riscattare le banche, con scarsi risultati nell’erogazione di credito? La popolazione, così come la piccola e media impresa (coloro che creano più posti di lavoro nel settore privato in Spagna), hanno grandi difficoltà a ottenere credito nonostante il fatto che il governo abbia investito somme enormi in aiuti alle banche. Sarebbe stato molto più efficace e solidale se lo Stato Spagnolo (con i soldi spesi ad aiutare i banchieri e i loro azionisti) avesse creato una banca pubblica, così come so per certo, il Sig. Stiligtz suggerì alle autorità spagnole e che a quanto pare, non ebbero nessuna risposta.

E il fatto di non aver tenuto conto del suggerimento è, ancora una volta, l’esempio lampante dell’importanza di cui godono le banche in Spagna (vera forza di potere nel nostro Paese) con a capo la Banca di Spagna, il cui governatore (nominato dal governo socialista) è il massimo esponente del pensiero liberista, pensiero che ha causato l’enorme crisi in atto, e che ancora oggi domina la cultura economica del Paese. La nazionalizzazione delle banche o la creazione di banche pubbliche è uno dei nostri più grandi tabù, uno dei tanti che abbiamo nella cultura politica ed informativa nel Paese, che dovrebbe sparire per poter consentire un vero e proprio dibattito sulla situazione bancaria spagnola, che contrariamente alla saggezza convenzionale che respira il Paese, avrebbe bisogno di attuare cambi radicali nei sistemi di proprietà, nei sistemi del governo e nelle sue funzioni.

Vicenç Navarro, cattedratico di Politiche Pubbliche. Università Pompeu Fabra. Professore di Public Policy nella The Johns Hopkins University.

Titolo originale: “¿Por qué no banca pública? “

Fonte: http://www.vnavarro.org
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16.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

ComeDonChisciotte – PIU’ STATO MENO MERCATO

Fonte: ComeDonChisciotte – PIU’ STATO MENO MERCATO.

DI VLADIMIRO GIACCHE’
aurorainrete.org

La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.

Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.

Così, dopo una breve stagione di interessata riscoperta del ruolo dello Stato (però come donatore di sangue), si torna all’antico. I “convertiti allo Stato interventista” (come lì definì il sociologo Ulrich Beck) sono tornati alla vecchia religione dei mercati razionali ed efficienti. E se due anni fa per il presidente tedesco Köhler i mercati finanziari erano “mostri che devono essere domati”, oggi la priorità del governo tedesco è quella di obbedire ai mercati dei titoli di Stato: e quindi si impongono manovre economiche lacrime e sangue a paesi già in ginocchio economicamente. In definitiva, la gigantesca socializzazione delle perdite che è stata realizzata per evitare il collasso del sistema finanziario internazionale sta originando un fenomeno paradossale: la statalizzazione delle colpe. Con gli Stati a fare da capro espiatorio della crisi, e tutti noi a rischio di perdere i residui benefici di un welfare che è tornato ad essere inefficiente, inutile, immorale, ecc. a fronte della superiore efficienza dei mercati.

Un buon antidoto a questo ritorno di fiamma del liberismo è rappresentato dalla prima traduzione italiana integrale di un libro di John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1926 (l’edizione italiana, curata da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro, è appena uscita per l’editore DeriveApprodi). Il primo dei due capitoli che compongono il volume, “La fine del laissez faire”, è dedicato ad un’analisi della genesi storica e delle diverse fonti dell’ideologia liberistica, avversa a ogni interventismo statale e convinta che “l’intrapresa privata liberata da ogni impedimento avrebbe promosso il massimo benessere per tutti”. Keynes pone in luce come questa convinzione-cardine del liberismo, secondo cui “il comportamento di individui indipendenti, mossi dalla ricerca del vantaggio personale, produrrà la massima ricchezza aggregata”, dipenda “da una congerie di assunzioni irrealistiche” e trascuri tutta una serie di fatti che la smentiscono. I principi metafisici che dovrebbero fondarla vengono puntigliosamente contestati da Keynes: “il mondo non è retto dall’alto in modo che interesse privato e interesse pubblico siano sempre coincidenti, né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non si può dedurre dai principi dell’economia che l’egoismo illuminato operi sempre a beneficio dell’interesse pubblico, né è vero che generalmente l’egoismo sia illuminato: più spesso accade che individui che agiscono separatamente l’uno dall’altro, in vista del perseguimento dei propri obiettivi, siano troppo ignoranti o troppo deboli perfino per conseguire questi. L’esperienza non mostra che, quando costituiscono una entità sociale, gli individui sono sempre di vista meno acuta rispetto a quando agiscono separatamente l’uno dall’altro”.

Confutati i presupposti teorici del liberismo, Keynes riafferma il ruolo economico insostituibile dello Stato e di enti intermedi “il cui criterio operativo sia soltanto il bene pubblico”, anziché il “vantaggio privato”. Non solo: egli ritiene essenziale, al fine di risolvere le crisi economiche, il “controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale”, ed anche un controllo dei flussi di capitale e della destinazione del risparmio agli investimenti, non più lasciati “alle scelte fortuite del giudizio privato e del profitto privato”. Tutto questo non fa di Keynes un “comunista”, come dimostrano le considerazioni generalmente poco benevole dedicate all’Urss nel secondo capitolo del libro, nato da una visita compiuta nel settembre 1925 nella Russia sovietica.

Keynes resta insomma sempre fedele al suo ideale, che è quello di un “capitalismo saggiamente governato”.
Forse, se avesse vissuto le vicende di questi ultimi anni, il dubbio che quella espressione sia un ossimoro lo avrebbe sfiorato.

Vladimiro Giacchè
Fonte: http://aurorainrete.org
Link: http://aurorainrete.org/wp/archives/611#more-611
28.05.2010

Antonio Di Pietro: Lui (Berlusconi) dov’era?

Fonte: Antonio Di Pietro: Lui (Berlusconi) dov’era?.

E’ il caso di dirlo, dopo le dichiarazioni in conferenza stampa per la presentazione della manovra finanziaria possiamo parlare di “governo ladro” nel senso stretto del termine.
Berlusconi trova anche il tempo di sfottere gli italiani dicendo che a Mediaset era “bravissimo a tagliare i costi”. Ma se avesse pagato allo Stato, per le concessioni delle frequenze televisive, un equo 20% del fatturato di Publitalia, invece dell’1% di RTI, oggi sarebbe ancora su una cassetta di legno a vendere pubblicità a Milano 2, come raccontò Mike Bongiorno.
In tredici anni dal, 1996 al 2009, l’Italia ha avuto il Pil positivo ad eccezione dei quattro governi Berlusconi. Se ne torni, quindi, ad amministrare le sue aziende, che sarebbero fallite (come scrisse Montanelli) se non fosse entrato in politica
Il Fondo Monetario Internazionale e Barroso approvano con soddisfazione la manovra, è così che si veste di credibilità il governo, ora che non ne ha più.

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L’Europa ormai vede l’Italia come un caso senza speranze ed è completamente disinteressata a come questa voglia rientrare dall’immenso debito pubblico accumulato. L’importante è che paghi.
Saranno gli italiani a “vedersela con Berlusconi”, avrà pensato Barroso. Nei suoi panni la penserei alla stessa maniera.
Ora, però, tocca a noi italiani vedercela con queste piattole sociali che ci stanno succhiando pure l’ultima stilla di sangue.
“Abbiamo vissuto per anni oltre le nostre possibilità”detto da un uomo immerso nei processi fino al collo per corruzione ed evasione, detto dall’uomo più ricco d’Italia e divenuto tale navigando nel mare magnum del conflitto di interessi, detto dall’uomo che ha governato per quattro legislature – è un insulto all’intelligenza degli italiani.
Berlusconi ha mentito sulla crisi per anni. Le sue parole di mercoledì, raffrontate a quelle dei mesi passati, sembrano il frutto di una demenza senile.
Ha già dimenticato che per ben due anni, a reti unificate, ha colpevolizzato i cittadini di vittimismo e le opposizioni di disfattismo, occultando la crisi e impedendo così che l’Italia si preparasse all’onda d’urto che ora la sta travolgendo.
Lui parlava di lodo Alfano mentre le fabbriche chiudevano, e gli imprenditori onesti espatriavano.
Berlusconi e Tremonti, adesso, chiedono sacrifici con un piano privo di prospettive per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Tagliano le province (eccetto quelle padane) ma non le eliminano. Pensano ad una leggera riduzione degli stipendi, ma non dimezzano i parlamentari. Non toccano le pensioni ma non ti mandano in pensione, anche se loro la maturano dopo 2 anni. Riducono l’Irap per chi investe al meridione pur sapendo che i soldi non ci sono e che nessuno dall’estero verrà ad investire in Italia se non la criminalità organizzata.
Il piano del governo taglia e non rilancia, è una spirale che trascinerà il Paese verso il fallimento. Gli italiani, gli imprenditori, i lavoratori (quelli rimasti), i pensionati devono diffidare di questo trasformismo del Presidente del Consiglio, frutto della disperazione di chi, ormai braccato, vuol giocare l’ultima carta.
Il governo non può gestire la crisi poiché è parte fondamentale della crisi stessa, avendo creato un buco di 100 miliardi di debito pubblico nel solo 2009. Soldi spesi proprio da chi oggi colpevolizza gli italiani di aver vissuto oltre le proprie possibilità.
E’ come se il titolare di un’azienda accusasse i propri dipendenti di essere la causa di una gestione spregiudicata delle proprie risorse.
Il 12 giugno saremo a Roma per lo sciopero del pubblico impiego indetto dalla Cgil. Ci saremo per protestare contro questa manovra, in larga parte iniqua, ma anche per diffondere una proposta concreta e alternativa con un piano di austerity e di rilancio dell’economia.

ComeDonChisciotte – APOCALISSE AGRICOLA 2010

Fonte: ComeDonChisciotte – APOCALISSE AGRICOLA 2010.

DI DWAYNE ANDREAS
Agriculture News

Il business del cibo è di gran lunga il business più importante del mondo. Tutto il resto è un lusso. Il cibo è ciò di cui hai bisogno per mantenerti in vita ogni giorno.

Quando una gran parte della popolazione affronta un drastico taglio dei redditi a dispetto dell’aumento dei prezzi del cibo abbiamo in atto un problema catastrofico. Abbiamo a che fare, oggi, con due situazioni in contemporanea: la deflazione dei redditi e l’inflazione del cibo; due treni ad alta velocità che viaggiano lungo i binari l’uno verso l’altro, una crisi finanziaria che si scontra con le perdite sbalorditive del raccolto, che incide pesantemente le riserve di cibo disponibili nel pianeta. I prezzi del cibo hanno ricominciato a salire di nuovo, proprio mentre milioni stanno perdendo la possibilità di permettersi una dieta ragionevole, sebbene poco di tutto ciò sia stato osservato e riportato. Ma presto anche il cieco comincerà a vedere.

Dal grano al greggio, i prezzi di una vasta gamma di beni sono in crescita in tutto il mondo. Negli ultimi mesi, i prezzi del cibo di tutto il mondo sono cresciuti a una velocità che può competere con i mesi più selvaggi del 2008, quando i disordini a causa del cibo esplosero tra i Paesi in via di sviluppo. 9 Gennaio, Wall Street Journal

Il freddo sta ancora congelando le arance della Florida. La temperatura a Miami è precipitata a 2°C, battendo il record di 3°C raggiunto nel 1938. I funzionari dicono che centinaia di milioni di dollari di cibo sono periti. Gli ortaggi sono stati quelli colpiti più duramente. Almeno un importante coltivatore di pomodori, Ag-Mart Produce, ha già dichiarato che la maggior parte delle sue coltivazioni in Florida sono “inutilizzabili a causa del gelo”. E’ stato previsto che altre aziende a coltivazione di ortaggi perderanno il loro intero raccolto, e i prezzi all’ingrosso sono già saliti. “I pomodori erano scesi a 14 dollari per ogni cassetta da 11kg ca.; ora sono saliti oltre i 20 dollari”, ha dichiarato Gene McAvoy, un esperto in agricoltura dell’Università della Florida, che ha previsto 100 milioni di dollari di perdita in ortaggi. “I peperoni che subito dopo il nuovo anno erano a 8 dollari a cassetta ora sono saliti a 18 dollari”.

Lo zucchero raffinato, a Londra, ha raggiunto il suo prezzo più alto da almeno due decenni in base all’ipotesi che India, Pakistan e altri paesi importatori acquisteranno più dolcificante come minaccia di una carenza di offerta. Le piogge eccessive n Brasile e il debole monsone in India hanno colpito il raccolto di zucchero di canna dei due più grandi coltivatori al mondo. 20 Gennaio 2010.

Il mondo sta affrontando “questa morte di fame di massa” in seguito al successivo maggior fallimento del raccolto nel Nord America. E potrebbe succedere prima della fine dell’anno. Così dice Don Coxe da Chicago, uno dei massimi esperti al mondo di prodotti agricoli, tale che il rinomato gruppo finanziario BMO del Canada ha dato il suo nome a un fondo. Un fallimento del raccolto in Nord America avrebbe terribili conseguenze sui maggiori mercati d’oltreoceano che sono altamente dipendenti dalle importazioni dei raccolti statunitensi.

“Gli scienziati in Inghilterra stanno mettendo in guardia in quanto una ‘tempesta perfetta’ di scarsità di cibo e acqua minacci, ora, di scatenare malcontento e conflitti”, ha avvisato il capo dei consulenti scientifici del governo, il professor John Beddington [1]. “Le persone non riescono a rendersi conto dell’entità del problema”, ha detto il professor Mike Bevan. “Questo è uno dei più seri problemi che la scienza abbia mai affrontato”. In Gran Bretagna le vite di centinaia di migliaia di persone saranno minacciate dalla scarsità di cibo. Le ripercussioni di questa scarsità, per tutte le società, sono devastanti. Il mondo è di fronte a una “morte di fame di massa” in seguito a un ulteriore fallimento del raccolto negli Stati Uniti e in altri luoghi del globo. Secondo Don Coxe, uno dei massimi esperti al mondo di prodotti agricoli, tale che il rinomato gruppo finanziario BMO del Canada ha dato il suo nome a un fondo, questo incredibile fatto potrebbe succedere prima della fine dell’anno.

Siamo di fronte a un problema che, letteralmente, non è mai stato affrontato nella storia umana. La popolazione in aumento e la domanda di cibo, l’inflazione dei prezzi, la diminuzione delle riserve di cibo mondiali, siccità, allagamenti, freddo, crediti ridotti, infestazioni, erosione del suolo, agricoltura industriale, l’inquinamento delle imprese agricole, falde acquifere/pozzi che si seccano, il trasferimento dei prodotti per la produzione di energia stanno tutti portando a sbattere contro una crisi economica e finanziaria globale. E in alcuni luoghi come gli Stati Uniti non ci sono sufficienti agricoltori. In cima a tutto, poi, abbiamo la desertificazione, una delle questioni ambientali più urgenti al momento. I nuovi deserti stanno crescendo a un ritmo di 20000 miglia quadrate (51800 km quadrati) all’anno. La desertificazione porta alla carestia, alla morte per fame e alle migrazioni.

Secondo Eric de Carbonnel “ci sono delle prove schiaccianti e innegabili che il mondo il prossimo anno rimarrà senza cibo. La Crisi del Cibo del 2010 sarà diversa. E’ la crisi che renderà lo scenario da giorno del giudizio reale. All’inizio del 2009, la domanda e l’offerta nei mercati agricoli si sono gravemente sbilanciate. Il mondo ha sperimentato una caduta catastrofica nella produzione di cibo come risultato della crisi finanziaria (prezzi bassi dei beni, mancanza di credito) e un tempo avverso a livello mondiale. Di norma i prezzi del cibo sarebbero dovuti salire già mesi fa, comportando un abbassamento del consumo di cibo e portando la situazione di domanda/offerta di nuovo in equilibrio. Questo non è mai successo perché il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti (USDA) invece di adattare le stime di produzione più in basso per rispecchiare la diminuzione della produzione stessa, ha modificato le stime di modo da alzarle per andare incontro alla domanda della Cina. In questo modo, il ministero ha riportato la domanda/offerta in equilibrio (sulla carta) e ha temporaneamente ritardato l’aumento dei prezzi del cibo assicurando però una catastrofe per il 2010” [2].

Secondo il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti gli agricoltori statunitensi, nel 2009, hanno avuto il più grande raccolto di grano e semi di soia. E c’è gente che pensa che chiunque creda ai dati del governo su tutto ciò che concerne l’economia o altro sia un deficiente totale.

Sono veramente poche le persone negli Stati Uniti che hanno preso in seria considerazione la questione della sicurezza del cibo. Questo articolo dovrebbe convincere la gente che è ora di agire. Per la maggior parte noi non ci rendiamo conto del problema, ma se guardiamo attentamente alle notizie “nascoste” vediamo un presagio chiaro di una crisi inimmaginabile che si abbatterà su di noi già quest’anno.

“Nel 2009 più di 2.1 milioni di ettari di cereali sono stati distrutti dalla siccità in Russia”, ha dichiarato Yelena Skynnik, ministro dell’agricoltura. Un totale di 616000 ettari sono stati distrutti nella regione, il 70% della quantità totale coltivata. [3]

“Il mondo è beatamente inconsapevole che solo pochi mesi ci separano dalla più grande crisi economica, finanziaria e politica. Basta solo un minimo di ricerca per rendersi conto che qualcosa nel mercato agricolo sta per andare seriamente storto. Tutto quello di cui uno ha bisogno per sapere che il mondo è diretto verso una crisi del cibo è che smetta di leggere i rapporti sui raccolti del ministero dell’agricoltura che prevede un raccolto di soia e grano da record e cominci ad ascoltare cos’altro invece il ministero sta dicendo. In modo più specifico, il ministero ha dichiarato che metà delle contee del Midwest sono le principali aree del disastro, includendo altre 274 contee solo negli ultimi 30 giorni. Queste nomine sono basate su dei criteri di perdita di un 30% minimo sul valore di almeno un raccolto nella contea”, ha continuato Carbonnel.

NOTE

[1] http://www.guardian.co.uk/science/2009/dec/13/britain-faces-food-shortage

[2] http://www.marketskeptics.com/2009/12/2010-food-crisis-for-dummies.html

[3] http://www.kyivpost.com/news/world/detail/44653/

Titolo originale: “Agricultural Apocalypse 2010 “

Fonte: http://agriculture.imva.info/
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29.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARICA ROBIBARO

Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere

Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere.

bertolotti de pirro
da Vanity Fair del 26 maggio 2010

Prima tradito dalle molte intercettazioni telefoniche tipo: “Toglietemi Santoro dai piedi” oppure “Parliamo di come sistemare le mie fanciulle nelle fiction”, poi umiliato dalle registrazioni di Patrizia D’Addario sul lettone di Putin (“dovresti masturbarti più spesso”) il Cavaliere vuole cancellare la libertà di cronaca in Italia, punire i giornalisti, annichilire gli editori, stravolgere il dettato costituzionale su due libertà essenziali a ogni democrazia, il dovere della stampa di informare, il diritto dell’opinione pubblica di sapere.  Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare. Aveva fatto nascondere in vari punti del suo villone di Arcore (e poi anche a Palazzo Grazioli) dei microfoni in grado di registrare la voce degli ospiti. Era il 1997. Voleva convincere un tale D’Adamo, costruttore milanese in gravi difficoltà finanziarie, a infangare Antonio Di Pietro. Intendeva, con la registrazione, forzare la testimonianza del costruttore, spingerlo davanti ai giudici di Brescia che indagavano l’ex pm di Mani Pulite.

L’idea di incastrare inconsapevoli ospiti non era sua. L’aveva ereditata dal suo principale mentore, Bettino Craxi, che negli anni del suo massimo potere, usava nascondere tra i libri del suo studio, in piazza Duomo 19, una serie di microfoni che attivava con un tasto segreto. Miserie della politica. Forme preventive di autodifesa e attacco.
Il Cavaliere di oggi deplora quello che ieri praticava illegalmente. E pretende di vietare le registrazioni ai magistrati che invece ne fanno un uso legale, non per incastrare innocenti, ma per perseguire colpevoli.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette.

Le Brigate Rosse sono state finanziate e addestrate dai servizi segreti della Germania orientale, la Stasi, e anche i servizi segreti israeliani, il Mossad, offrirono il loro aiuto. Secondo alcuni testimoni, persone di lingua tedesca erano presenti durante il massacro di via Fani. Nell’ottobre del 1973, a Sofia, i servizi segreti bulgari attentarono alla vita di Enrico Berlinguer che si salvò miracolosamente. Il DC-9 a Ustica fu abbattuto da aerei francesi, l’obiettivo era Gheddafi in volo nella stessa area scortato da due Mig libici, di cui uno fu colpito. L’attacco partì dalla portaerei francese Clemenceau che si trovava a sud della Corsica. Tutti i testimoni dell’attacco morirono in breve tempo in circostanze misteriose, chi era in volo e chi seguì la tragedia da terra. Il capitano della base di Poggio Ballone morì improvvisamente di infarto, il maresciallo della stessa base si suicidò, due piloti militari Nutarelli e Naldini scomparvero nell’incidente di Ramstein prima di poter testimoniare ai magistrati. Persino il maresciallo che era in servizio nella sala radar di Otranto e vide precipitare il Mig libico sulla Sila si impiccò prima di deporre. Queste alcune verità, finora nascoste, contenute nel libro: “Intrigo internazionale” del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore. Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure “le stragi di Stato“. Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo.

Aldo Moro, vittima della Guerra Fredda in Italia
Priore: “Sono Rosario Priore ho fatto per moltissimi anni il giudice istruttore, mi sono occupato di diverse inchieste che credo fossero di un certo peso perché riguardavano stragi, attentati, eventi di particolare rilievo, quindi sono entrato anche io nell’ambito delle ricerche sulla storia dei fatti invisibili e indicibili e proprio per questo credo che sia nata questa affinità che ci ha legato per diversi anni con Giovanni Fasanella. Ho seguito moltissimo i fatti di terrorismo. Quello che più mi ha coinvolto però è l’affare Moro: il sequestro e l’assassinio dello statista. Presi l’inchiesta pochi giorni dopo il rinvenimento del cadavere in Via Caetani. È stata un’inchiesta che mi ha impegnato per oltre 15 anni. Ho sofferto per tutti i contrasti che abbiamo subìto noi inquirenti. È stata un’inchiesta che andava contro le regole forse e quindi ne abbiamo ricevuto come ricompensa soltanto astii, se non forti contrarietà. Abbiamo tentato di contestualizzare la vicenda, che sicuramente era una vicenda di altissimo livello internazionale. Non capita tutti i giorni che un presidente del Consiglio di un Paese di una certa dimensione venga sottoposto a sequestro e quindi possa essere indotto a rilevare affari di governo e altri affari su cui occorre pure mantenere una certa segretezza.
Ricordo che tutti i servizi di un certo rilievo entrarono in fibrillazione proprio per questa ragione. Il fatto sicuramente non era un fatto italiano, come si voleva che noi dicessimo – come era successo e come succederà molte volte nella storia delle inchieste italiane – e quindi ci trovammo subito all’interno di un panorama internazionale molto variegato, molto interessante. Cominciammo a capire che il fatto non era un fatto nostro, singolo, dal momento in cui recandoci a Parigi ci dissero che loro sapevano del sequestro di una personalità del partito di maggioranza di altissimo livello. Era in preparazione dal febbraio precedente. Ricordiamo che il sequestro viene eseguito a marzo. Già in altre capitali, in altri paesi si sapeva di questo affare.
L’affare sicuramente poi nel suo corso non è sfuggito a tutti i servizi dei maggiori paesi sia del campo orientale che del campo occidentale. Tutti hanno cercato in un certo senso di trarne vantaggio alle loro politiche. In primo luogo quei paesi che avevano l’interesse a debilitare il nostro, a farlo apparire più debole anche agli occhi di alleati potenti e maggiori in un certo senso. Abbiamo tentato di vedere cosa avesse comportato l’evento in quelli che erano i conflitti di maggior rilievo, cioè il conflitto tra Est e Ovest: la famosa Guerra Fredda. Perché quell’affare Moro sicuramente si pone proprio al centro di questa conflittualità che segnò nell’ultimo mezzo secolo del secolo scorso.

La guerra segreta contro l’Italia di Francia e Inghilterra
Abbiamo notato che esso si poneva pure al culmine di un altro grande contrasto, quella che abbiamo definito nel libro la “Guerra mediterranea“, quella guerra che serviva a assicurare ai paesi in conflitto un predominio sulle fonti, sulle risorse energetiche. Si sa bene che ci sono in questo campo quanti ritengono che il fenomeno terroristico nostrano – il fenomeno delle BR e di tutti gli altri terrorismi – sia un fenomeno nato nel cortile di casa nostra. Ma tutte queste persone secondo me non sanno tutto ciò che c’è alle spalle di queste organizzazioni e di tutto quello che accompagna le loro azioni; di come esse siano seguite giorno per giorno, vigilate, monitorate e sicuramente anche dirette. “
Fasanella: “L’Italia è un paese che ha vissuto un’esperienza drammatica, molto dura, di contrapposizione frontale che è stata la Guerra Fredda. Lo scontro politico, ideologico, lo scontro di civiltà tra l’occidente democratico e l’oriente comunista. E questo scontro ha prodotto anche risultati, effetti sul piano della violenza e del terrorismo. Ma accanto a questo scenario c’è stato un altro fattore che ha contribuito notevolmente a aumentare il livello delle nostre tensioni interne. Da un lato la “Guerra Mediterranea“, una guerra invisibile, una guerra di cui non si è potuto mai dire perché combattuta tra paesi amici e persino alleati sul piano militare come l’Italia da un lato, Francia e Inghilterra dall’altro. Una guerra per il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico nella fascia nord–africana e nel Medio Oriente. Poi anche interessi dell’altro campo. Piccole e medie potenze del campo comunista che avevano uno specifico interesse a soffiare sul fuoco delle nostre tensioni interne: la Cecoslovacchia e la Germania est. La Cecoslovacchia ha aiutato le Brigate Rosse. La Germania Est traverso la RAF – organizzazione terroristica che agì nella Germania federale e che in qualche modo aveva un ruolo di coordinamento strategico e logistico delle varie sigle del terrorismo europeo – ha avuto un’influenza notevole anche sulle intere BR e il know how politico, militare e logistico della RAF è servito alle nostre BR per realizzare il sequestro di Aldo Moro.

La strage di Ustica e Gheddafi: manovre di guerra nel Mediterraneo
Priore: “Ricordo quante e quali tesi, ipotesi si sono fatte sulla caduta del DC9 Itavia: dal cedimento strutturale – sul quale sin dai primi momenti c’erano state perizie che lo escludevano, ma lo si è sostenuto per anni e anni, – ipotesi che conducevano a un qualche fenomeno di sfioramento di velivoli e che quindi non vedevano assolutamente un evento di carattere bellico. Siamo andati avanti, abbiamo acquisito una serie di conferme a questa nostra ipotesi che nasceva addirittura all’inizio dell’inchiesta a opera di tecnici di altissimo valore americani e inglesi. Siamo riusciti a trovare una ragione all’evento, una ragione che sicuramente si colloca all’interno di una conflittualità fortissima che all’epoca c’era tra l’Italia e la Francia. Gheddafi era l’oggetto di questa conflittualità. Gheddafi e le sue risorse all’interno della Libia. In un certo senso abbiamo tentato di dare il giusto valore al conflitto nel Ciad, quel conflitto che sembrava giustificato solo da un desiderio di tipo imperialistico di Gheddafi. Dobbiamo premettere che Gheddafi in un certo senso è una creatura nostra. Dobbiamo ricordare che il suo colpo di stato fu praticamente deciso in Italia, a Abano Terme, come si è sempre detto. L’abbiamo sempre seguito, l’abbiamo favorito, gli abbiamo addirittura dato i carri armati che gli sono serviti per la prima rassegna militare dopo il successo nella rivoluzione del settembre 1969. E quindi abbiamo sempre seguito quelle che erano le operazioni di Gheddafi.
Quest’ultimo in un certo senso aveva scatenato questo conflitto nel Ciad. La Francia aveva reagito e non voleva che nessuno toccasse le sue posizioni nel continente africano che erano posizioni di forte potenza, addirittura da poter sfidare le infiltrazioni americane. Lo abbiamo sostenuto addirittura facendo da istruttori per i piloti dell’aviazione militare libica. Ricordiamo che il pilota che cadde sulla Sila, sul Mig libico indossava stivaletti e altri indumenti da pilota proprio della nostra aeronautica militare. “

Il patto francese per la nascita del Partito Armato italiano
Fasanella: “Il giudice Priore chiarisce in questo libro finalmente anche uno dei punti più controversi della storia del partito armato e del terrorismo italiano. Il rapporto tra i vertici dell’Autonomia e le BR. Un rapporto che secondo un magistrato, il giudice Calogero di Padova, esisteva. Fu questa l’ipotesi investigativa intorno alla quale lavorava all’inizio degli anni ’80, ma venne sabotato da alcune campagne di stampa alimentate da un gruppo di intellettuali italiani e francesi. Quell’inchiesta si concluse con un nulla di fatto perché il giudice Calogero non ebbe la possibilità di accedere ai servizi francesi. Oggi il giudice Priore mette finalmente insieme tanti pezzi, pezzi tratti dalle sue inchieste, pezzi tratti dalle inchieste di alcuni suoi altri colleghi, pezzi tratti da informazioni che arrivano anche dagli archivi esteri. Mettendo insieme tutte queste tessere è finalmente possibile dire con un certo grado di certezza che tra le BR e autonomie esisteva un rapporto molto, molto stretto e persino che il progetto prima di Potere Operaio, poi di Autonomia di egemonizzare l’intero partito della lotta armata è andato alla fine a segno e è stato possibile stringere questa alleanza con le BR all’ombra di un centro di lingue, all’apparenza centro di lingue, che si chiamava Hyperion, che aveva sede a Parigi ma che in realtà era il punto di snodo e di raccordo del terrorismo internazionale e anche il luogo in cui autonomia e BR strinsero legami di ferro!

Antimafia Duemila – Mercanti di leggi

Fonte: Antimafia Duemila – Mercanti di leggi.

di Lorenzo Baldo – 26 maggio 2010
Questione di tempo. Ormai è solo una questione di tempo e il famigerato Ddl sulle intercettazioni diventerà legge. In uno schizofrenico mercanteggiare su una futura legge, schizzano da una parte all’altra offerte e rifiuti da parte di entrambi gli schieramenti politici.

La maggioranza litiga su come imbavagliare meglio la stampa e annientare definitivamente gli strumenti a disposizione della magistratura. L’opposizione (o pseudo tale) protesta a corrente alternata, scalpita, ipotizza rivolte, poi però non si unisce compatta per bocciare, senza se e senza ma, una riforma liberticida.
Come è ipotizzabile trovare compromessi tali da poterla condividere? Tra inciuci e accordi vari abbiamo assistito ad uno spettacolo squallido che è arrivato al suo compimento finale. In un altro Paese una vera opposizione non avrebbe permesso che ciò accadesse.
Giustizia e informazione verranno immolate sull’altare di una delle peggiori leggi ad personam. La Costituzione verrà violata e vilipesa nei suoi pilastri portanti. All’orizzonte si profila l’incognita della firma di un presidente della Repubblica tra i più consenzienti che la storia ricordi.
Poi più nulla. Da scrivere o da dire nei pubblici dibattiti.
Se da una parte il mondo del giornalismo fa fronte comune e preannuncia la disobbedienza civile attraverso la pubblicazione delle notizie, dall’altro lato la magistratura si prepara al peggio.
E se anche la metà del Paese si è assuefatto all’incantatore di serpenti che ci governa, arrivando a sostenere ogni sua aberrazione, c’è un’altra metà che tenta di evitare lo scempio della democrazia.
Come cittadini non resterà quindi che appellarci alla Corte di Strasburgo, la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. A fronte di una legge che violerà il diritto di tutti a essere informati e il dovere dei giornalisti a informarli correttamente e completamente (non con il riassunto) ci appelleremo alla Corte per far disapplicare immediatamente quelle norme giudicate contrarie alla convenzione.
Dei gravissimi rischi per la libertà di informazione abbiamo discusso ampiamente e continueremo a farlo. Ne va del nostro futuro. Ma non spostiamo nemmeno un attimo l’attenzione dai rischi ulteriormente gravi nei quali incorrerà la magistratura a discapito della giustizia. In toto.
Lo strumento delle intercettazioni diventerà una sorta di feticcio del tutto inutile.
Le intercettazioni telefoniche non potranno durare per più di 75 giorni e dovranno essere autorizzate da un collegio formato da 3 giudici. Il governo si ostina a gridare ai quattro venti che da queste limitazioni saranno esclusi i reati di mafia e terrorismo. Non è così. Come è noto spesso si scopre che un reato è di mafia o terrorismo solamente dopo che si è fatta l’indagine su quel reato. Ad esempio la percentuale dei casi in cui un procedimento che ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c’è tutta un’altra galassia di indagini che approdano all’ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Anche le indagini su reati di stupro, stalking, rapina e pedofilia subiranno forti contraccolpi.
Addio a possibili nuove indagini su mafia e colletti bianchi, così come a indagini su mafia e pizzo e a seguire tutti i reati collegati alle organizzazioni criminali.
Non si potranno intercettare gli agenti segreti senza avere prima avvertito il governo dal quale dipendono.
E se un magistrato farà una conferenza stampa per spiegare un’operazione di polizia con l’arresto di uno o più mafiosi, non potrà poi seguire il relativo processo (in quanto ne ha parlato pubblicamente) e dovrà cedere il caso a un altro magistrato.
E’ evidente che il prossimo passo sarà la riforma del processo penale, per realizzare il vero obiettivo che è quello della sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.
Con la riforma del processo verrà di fatto tolto al pm il potere d’iniziativa demandandolo alla polizia giudiziaria.
Non possiamo dimenticarci che tutte le più grandi inchieste sono nate d’iniziativa del pm e condotte dagli ufficiali di polizia giudiziaria che operavano sotto le direttive di un organo indipendente. Né tanto meno possiamo scordarci che un funzionario di polizia o un ufficiale dei carabinieri e della guardia di finanza può essere rimosso senza problemi dal Ministro competente. Come possiamo quindi illuderci che questi ultimi potranno essere liberi di avviare l’azione penale?
Il problema degli attacchi continui all’indipendenza e all’autonomia della magistratura affonda le sue radici più profondamente di quanto non si veda in superficie.
Poteri criminali come la mafia o altri sono stati molto spesso parte integrante dello Stato. Un corpo unico con due teste pensanti, che hanno vibrato e che vibrano all’unisono per determinare decisioni fondamentali. Un reale do ut des perpetrato nell’ultimo secolo, e ancor prima. Con una classe dirigente che ha costruito il potere anche facendo affari con la criminalità.
La riforma sulle intercettazioni rientra perfettamente in questo progetto antidemocratico nel quale i cittadini diverranno sudditi ignari dei crimini che si stanno compiendo e dove la giustizia e l’informazione saranno solo l’ombra di ciò che rappresentano. La responsabilità della politica (di quella che rimane) e della società civile resta altissima. A noi scegliere da che parte stare.
Tutto il resto verrà scritto poi nei testi apocrifi di qualche eretico.

Quel che non vi hanno detto sulle intercettazioni

Fonte: Quel che non vi hanno detto sulle intercettazioni.

Non mi dite che non ve lo siete chiesto anche voi.

Se è vero che le intercettazioni diventeranno più difficili, perchè le autorizzazioni verranno concesse solo in caso di gravi indizi di colpevolezza, non per tutti i reati, per solo 75 giorni, etc etc, COME potranno, i servizi segreti civili e militari, continuare la loro indefessa opera di schedatura dei soggetti non grati al decisore del momento, come nei decenni trascorsi?

Tranquilli: OVVIAMENTE, per motivi concernenti la sicurezza nazionale, tali intercettazioni potranno continuare, sine die, esattamente come prima. OVVIAMENTE, nella legge in discussione in parlamento, si prevede che tali attivitá NON potranno essere soggette ad altro controllo che quelle del Primo Ministro e Ministro della difesa, mentre i magistrati, per indagare, intercettandoli, sui nostri uomini in nero, dovranno chiederlo attraverso il Procuratore generale, al Capo del Governo, che potrá, in ogni circostanza, opporre il segreto di Stato sulle attivitá in oggetto e…

quindi negare il consenso. Si veda qui uno degli ultimi testi disponibili del disegno di legge. L’articolo che ci interessa è il nr. 14.

Ricapitolo: i nostri decisori potranno indagare ed intercettare CHICCHESSIA, sulla base di generiche necessitá inerenti la sicurezza nazionale. Lo potranno fare come gli pare, visto che, qualora ad un nostro magistrato venga il dubbio che stiano esagerando, potrá facilmente essergli opposti il segreto di Stato. Difficilmente si potranno raccogliere prove che confermino i futuri abusi (non avrete mica dubbi?)dei nostri servizi.

Sintesi:

I magistrati potranno usare lo strumento delle intercettazioni poco e male.

Il potere politico lo potrá usare per tutto il tempo che vorrá, quando vorrá, come vorrá, senza controlli ne verifiche possibili.

Tralasciando la seconda metá del provvedimento, la censura totale sui mezzi di informazione, che impedirá, come saprete benissimo ( vero?) di diffondere alcunchè relativamente alle intercettazioni eventualmente e residualmente realizzate, PER ANNI, mi pare importante, per i (spero) pochi che avessero dubbi, evidenziare il punto fondamentale:

I cittadini potranno essere intercettati di più e meglio di prima, senza controlli da parte di enti garanti. Il contrario, quindi, di quello che ci/vi raccontano.

Curioso che i media tradizionali non abbiano fatto grande caso a questo modesto fatto, curandosi, piuttosto, dellla riduzione del LORO diritto di cronaca.

Curioso?

Crisis

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude

…e questo di Berlusconi sarebbe il governo delle libertà? Se la legge venisse approvata bisognerà trasferire tutti i blog all’estero dove la legislazione berlusconiana-fascista-stalininsta non è valida.

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude.

La cosa più sconvolgente del disegno di legge sulle intercettazioni approvato dalla Commissione Giustizia del Senato è che più si va avanti nell’iter legislativo e più viene peggiorato. Ciascun esponente della maggioranza vuole aggiungerci qualcosa di suo per lasciare il suo segno indelebile di censore e far piacere al capo.

Al centro della censura sarà soprattutto chi – come molti di voi – scrive notizie in rete. Perché con queste nuove norme tutti i siti (anche quelli amatoriali e non registrati come testate giornalistiche) diventano come i giornali, soggetti quindi all’obbligo di rettifica regolato dalla “Legge sulla stampa”.

Qualsiasi persona che sarà citata su un sito o blog potrà fare richiesta di rettifica: in questo caso, il blogger deve pubblicarla entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Per chi non rispetta tempi e modi previsti, la sanzione non è irrisoria: si rischia una multa fino a 12.500 euro.

Questo vuol dire che dietro un blog o un sito amatoriale deve sempre essere disponibile qualcuno per pubblicare la rettifica. Il blogger non può andare più in vacanza, assentarsi il fine settimana, decidere di prendersi un periodo di pausa dalla rete.

Oppure ci si immagina che dietro ciascun portale – anche amatoriale – ci sia sempre una redazione. È la tomba della libertà di informazione in rete. Soprattutto ora che si è visto che grazie a Internet si possono creare mobilitazioni importanti, senza la necessità di grandi risorse economiche o dell’appoggio dei grandi giornali.

Non sorprende questo accanimento censorio contro la libera circolazione delle idee: è tipico dei regimi in agonia. La storia lo insegna, da Mussolini a Ceausescu. Nel momento di esalare l’ultimo respiro i dittatori hanno stretto sempre più le loro maglie censoree. Ma più lo facevano e più le voci dell’opposizione si alzavano forti. Per questo è venuto il momento di urlare il nostro rifiuto. Più forte sarà e prima arriverà la fine del regime berlusconiano.

ComeDonChisciotte – IL DISASTRO DEVE ESSERE UN CATALIZZATORE PER UN CAMBIAMENTO

ComeDonChisciotte – IL DISASTRO DEVE ESSERE UN CATALIZZATORE PER UN CAMBIAMENTO.

DI JACQUI GODDARD
commondreams.org

Jean-Michel Cousteau, uno dei maggiori esploratori oceanici del mondo, ha parlato della sua “frustrazione verso la specie umana” riguardo al disastro petrolifero del Golfo del Messico e ha invitato a farlo diventare un catalizzatore per un cambiamento politico, industriale ed ambientale.

Descrivendo la chiazza come “il più grave incidente di petrolio verificatosi sul pianeta”, il figlio settantaduenne di Jacques Cousteau, il pionieristico ecologo subacqueo, ha detto che le conseguenze per l’uomo e per la natura sarebbero monumentali. “Il lato triste della specie umana è che parliamo molto, ma facciamo molto poco finché non abbiamo una catastrofe tra le mani”, ha dichiarato al Times.

“Non voglio chiamare questo il giorno del giudizio. Voglio credere che siamo in grado di sederci con i vertici decisionali, l’industria e il governo e convincerli che c’è un modo migliore per gestire il nostro sistema di supporto vitale. Possiamo rendere buona la cosa o continuare a distruggerla.

Ha aggiunto: “Mi auguro che questo sia il calcio nel culo che farà cambiare ai nostri vertici il loro modo di operare.

“E’ anche un calcio nel culo per quelle industrie che stanno facendo un’enorme quantità di denaro per investire quei soldi, e non solo parlarne come fanno tutti, nel settore dell’energia rinnovabile.”

Il padre del signor Cousteau, che morì nel 1997, fu un pioniere della conservazione marina ed aumentò la consapevolezza della fragilità del pianeta e dei suoi oceani e gli effetti devastanti dell’inquinamento, attraverso 120 documentari e più di 40 libri. Jean-Michel Cousteau continua il lavoro del padre, attraverso la sua Ocean Futures Society, con sede in California, la cui missione è quella di esplorare i mari e lottare per la loro protezione.

Ha dichiarato che, dopo aver assistito al disastro della petroliera Exxon Valdez 21 anni fa, in cui 11 milioni di barili di petrolio si riversarono in mare al largo dell’Alaska, aveva sperato per un cambiamento. Ma la mancanza di regolamentazione e controllo del petrolio e dell’ industria chimica ha fatto sì che un nuovo disastro fosse in attesa di verificarsi.
Egli ritiene che residui della chiazza di petrolio potrebbero infine raggiungere l’ Europa viaggiando con la Corrente del Golfo. “In questo modo BP, il tuo petrolio sta tornando a casa”, ha dichiarato Cousteau, che ha visitato la Louisiana la scorsa settimana.

Scartando il commento dei dirigenti della BP secondo cui la quantità della fuoriuscita sia piccola rispetto alle dimensioni del mare e che il Golfo del Messico potrebbe essere ripulito e “recuperato pienamente”, il sig. Cousteau ha detto: “Fare una dichiarazione del genere è assolutamente inaccettabile. Dobbiamo guardare oltre l’uccello morente, dobbiamo capire le conseguenze di ciò che non possiamo vedere. La natura è più complessa di quanto possiamo immaginare. Conosco l’oceano abbastanza bene per sapere che non lo conosco affatto . ”

Suo padre una volta ha descritto il mare come una “fogna universale” e “la pattumiera globale” dell’uomo.

“Verso la fine della vita sua vita, mio padre mi diceva che abbiamo davvero bisogno di essere puniti, abbiamo davvero bisogno di un’emergenza, se vogliamo concludere qualcosa”, ha raccontato suo figlio. “Cosa direbbe mio padre, ora? Credo che direbbe, ‘te l’avevo detto’ “.

Jacqui Goddard
Fonte: http://www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/headline/2010/05/25-0
25.05.2010

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da CONCETTA DI LORENZO

Antimafia Duemila – Legambiente: ”Ecco alcune telefonate delle Ecomafie”

Fonte: Antimafia Duemila – Legambiente: ”Ecco alcune telefonate delle Ecomafie”.

I grandi scandali ambientali, dal cemento impoverito, alle navi dei veleni e altri traffici di rifiuti, «sono stati svelati da intercettazioni telefoniche.
Depotenziare questo strumento d’indagine significa fare un immenso regalo alle ecomafie». Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente e responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità, commenta così il disegno di legge sulle intercettazioni la cui discussione in Aula al Senato è stata fissata al 31 maggio. E proprio oggi Legambiente ricorda e diffonde i contenuti, «per fare solo qualche esempio», della intercettazione del dialogo tra due boss, in merito a rifiuti tossici scaricati in mare, contenuta negli atti delle inchieste della Direzione Investigativa Antimafia: «Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga? – E il mare? – Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…».. Ma non solo. Legambiente ricorda anche l’inchiesta ‘Arcà, della Dda di Reggio Calabria sui lavori della Salerno-Reggio Calabria, e riferisce i contenuti di un’intercettazione «in cui uno dei tecnici intercettati dai magistrati, alla richiesta di un operaio che prospetta aumenti di costi in un cantiere, risponde: ‘No, no, no, mettigli mondezza, mettigli porcherie, tutto quanto…’». E più avanti, continua Legambiente, «nell’intercettazione si sente ancora: ‘Là stanno proseguendo, dovrebbero essere a buon punto, perchè ieri ho fatto il conto e hanno portato circa 800 metri cubi solo ieri. Di mondezzà». E ancora. Legambiente ricorda infatti anche altre intercettazioni che vedono al centro esponenti delle ecomafie. «Sempre in provincia di Reggio Calabria, durante la costruzione della scuola pubblica Euclide di Bova Marina, viene intercettata -riferisce l’associazione ambientalista- la conversazione tra il boss del reggino Salvo Corsaro e il suo compare Terenzio D’Aguì: ‘Metti meno cemento e più sabbià raccomanda il primo. E -aggiunge Legambiente- quando l’altro protesta per l’imbroglio, lo fa solo perchè con troppa sabbia metterebbe a rischio non la vita degli scolari, ma la pompa idraulica: ‘A 200 chilogrammi non lo pompa, e che meno di 250 chilogrammi non lo può pompare perchè altrimenti rischia di bruciare una pompa del valore di 300 mila euro per gettare il cemento a 200 chilogrammì». «Proprio grazie a intercettazioni come queste -afferma Legambiente- sono stati scoperti traffici e reti di illegalità e portate avanti indagini importanti». Ecco perchè Legambiente «si appella ai parlamentari e a tutte le forze politiche affinchè venga salvaguardata la possibilità di intercettare, per non compromettere la possibilità d’azione della giustizia, per la tutela del bene comune e contro le ecomafie».

Adnkronos

Benny Calasanzio Borsellino: “Ecoballe” di Paolo Rabitti

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: “Ecoballe” di Paolo Rabitti.

Devo le mie scuse alla camorra. Sono stato tra quelli che l’hanno indicata come causa principale dell’emergenza rifiuti in Campania. Avevo sottovalutato l’efficenza delle istituzioni. Dover ammettere che la camorra c’entri davvero poco con l’emergenza in sè per sè e che in realtà essa si sia nutrita solo delle inefficienze della pubblica amministrazione e dei privati, rendendosi responsabile di oscenità successive, quali gli smaltimenti illegali, è frustrante.

Ci si consola solo scoprendo cosa hanno fatto gli altri attori protagonisti del disastro, un cast davvero inaspettato che è riuscito per 15 anni a farla franca aggirando leggi, regolamenti e ordinanze. A raccontare la vera storia dei rifiuti a Gomorra è stato Paolo Rabitti, ingegnere e urbanista mantovano, consulente per le procure nei più importanti processi sui “disastri” ambientali, come il Petrolchimino di Marghera, l’Enel di Porto Tolle, il Petrolchimico di Brindisi, nel suo libro Ecoballe, edito da Aliberti. Il timore di trovarsi di fronte al libro di un tecnico svanisce dopo poche pagine; grazie alla sua abilità di scrittura, Rabitti rende accessibile, anche a chi non ha alcuna preparazione specifica, il tema dei rifiuti, degli inceneritori e delle discariche.

Un racconto surreale che parte dal 1994, quando viene proclamato lo stato di emergenza rifiuti in Campania, al 1998, quando l’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, con un’ordinanza dà inizio al progetto di realizzare in Campania una moderna filiera dei rifiuti, disponendo l’attivazione della raccolta differenziata. Un disegno così innovativo e funzionale che già nel bando di gara per affidare i lavori, il progetto originale viene stravolto, e a favore di chi? La risposta, in questo libro, è sempre la stessa, qualunque sia la domanda: la celebre Impregilo, che presto costruirà il ponte tra ‘ndrangheta e mafia, o se si preferisce, tra Calabria e Sicilia. A bando aperto, ecco la prima ecoballa di tutta la vicenda: dopo aver letto il bando di gara, il ministro dell’ambiente, Edo Ronchi, resosi conto che quegli impianti avrebbero smaltito l’intera produzione di rifiuti solidi urbani della Regione, dunque l’opposto del progetto che doveva favorire la raccolta della differenziata, scrive al commissario Rastrelli, presidente della Regione Campania, una nota di contestazione. Il giorno dopo, con una lettera, scende in campo l’Associazione Bancaria Italiana. Cosa c’entrano le banche con i rifiuti ed in particolare con gli inceneritori? Il senso della lettera è: o fate come diciamo noi o non finanziamo il progetto di finanza.

Le condizioni poste da Abi, tra le altre, prevedono che nel caso in cui i comuni non conferissero la quantità minima di rifiuti fissata, fossero obbligati a pagare anche per la quantità non apportata e che il CIP6, il contributo pagati dai contribuienti in bolletta per le energie rinnovabili, fosse riconosciuto all’energia producibile con il combustibile derivato dai rifiuti proveniente da tutta la Campania. Questo è davvero il top della nostra storia. Le banche mentre il bando è ancora aperto entrano a piè pari permettendo ad Impregilo di formulare un prezzo richiesto per il trattamento e smaltimento dei rifiuti molto inferiore rispetto ai concorrenti, dunque di vincere la gara anche con un bassissimo punteggio attribuito al progetto. Un progetto, quello di Impregilo, considerato il peggiore e soprattutto irrealizzabile: prevedeva di produrre più materiale organico stabilizzato rispetto alla quantità di organico presente nei rifiuti. Come se uno presentasse un impianto per produrre più vino rispetto all’uva pigiata.

In tutto ciò l’ex presidente della Regione Antonio Bassolino merita una nota a parte: è lui che in contrasto con il bando di gara, recepisce quasi integralmente i desideri dell’Abi, primo fra tutti quello di far saltare nel contratto la frase dell’ordinanza, del capitolato e del bando, che disponeva che il combustibile ricavato dai rifiuti prodotto dagli impianti fosse smaltito in inceneritori esistenti in attesa dell’entrata in funzione degli inceneritori previsti dal bando. Gli impianti Cdr sono entrati in funzione nel 2000, l’inceneritore di Acerra sta praticamente partendo adesso. Questo ha provocato l’invasione della Campania da parte di oltre dieci milioni di tonnellate di ecoballe, stoccate in piazzole che in realtà erano vere e proprie discariche non autorizzate e infatti sono state sequestrate. Capito il sindaco della Primavera?

E’ sempre lui ad ammettere candidamente di aver firmato i contratti per lo smaltimento dei rifiuti nella provincia di Napoli e nel resto della Regione senza leggerli. Il resto è cronaca, con l’incriminazione della Regione Campania, Bassolino in testa, dei piani alti di Impregilo, a cui sono stati sequestrati 260 milioni di euro e dei prestigiosi tecnici incaricati dei collaudi in corso d’opera (in gran parte arrestati per i falsi collaudi) portati alla sbarra grazie alla consulenza di questo tecnico con la voce di Francesco Guccini, che termina la sua analisi con un’amara riflessione: “cinque incenitori bruceranno i rifiuti della Campania, milioni di ecoballe e, presumibilmente i rifiuti di altre regioni. La storia si chiude come da copione, con l’ordinanza Napolitano definitivamente cancellata”.

L’asino e l’alta finanza

Fonte: L’asino e l’alta finanza.

L’alta finanzia spiegata ai bambini

Qualche tempo fa Billy comprò da un contadino un asino per 100 dollari.
Il contadino gli assicurò che gli avrebbe consegnato l’asino il giorno seguente.

Il giorno dopo il contadino si recò da Billy e gli disse: “Mi dispiace ma ho cattive notizie: l’asino è morto.”
Billy rispose:  “Allora dammi indietro i miei 100 dollari”
E il contadino:  “Non posso, li ho già spesi”.
A quel  punto Billy si fece pensieroso, poi disse al contadino:  “Va bene, allora dammi l’asino morto.”
– “E che te ne fai di un asino morto, Billy?”
– “Organizzo una lotteria e…

lo metto come premio”
Il contadino gli disse ironico: “Non puoi vendere biglietti con un asino morto in palio”.
Allorché Billy rispose: “Certo che posso, semplicemente non dirò a nessuno che è morto”.

Un mese dopo il contadino incontrò di nuovo Billy, così gli chiese: “Come è andata a finire con l’asino morto?”
– “L’ho messo come premio ad una lotteria, ho venduto 500 biglietti a due dollari l’uno e così ho guadagnato 998 dollari”
– “E non si è lamentato nessuno?”
– “Solo il tipo che ha vinto la lotteria, e per farlo smettere di lagnarsi gli ho restituito i suoi due dollari”

Billy attualmente lavora per la Goldman Sachs.

Lavoce.info – ARTICOLI – 300 parole – UN CONDONO “AD AZIENDAM”?

La norma infatti consiste unicamente in una sanatoria di situazioni in essere, a cui avranno interesse ad aderire solo coloro che hanno ragionevole timore di perdere in Cassazione (pur avendo vinto nei due gradi precedenti).

Perché è stata riproposta, dopo che era stata già fermata una volta al momento della discussione della legge finanziaria? Chi ne avvertiva l’urgenza? A chi giova?

E’ un dato di fatto che le condizioni richieste per accedere alla sanatoria si attagliano alla perfezione a un importante contenzioso pendente in Cassazione che riguarda la Mondadori, dal valore stimato in circa 200 milioni di euro.

Sarà per questo che la norma è stata ribattezzata “lodo Cassazione”?

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