Archivi del giorno: 1 Mag 2010

Blog di Beppe Grillo – Misteri sul disastro aereo polacco

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Misteri sul disastro aereo polacco.

La morte del presidente polacco Lech Kaczynski nel disastro aereo continua a sollevare dubbi in Rete. Un filmato mette in discussione la verità ufficiale dei fatti e il video reporter è morto pochi giorni dopo.
“Questo video news in Polonia è andato in onda il 22 aprile scorso e parlava di spari appena filmati dopo la caduta dell’aereo ponendo seri dubbi sulla partecipazione del KGB nell’uccisione dei sopravvissuti. Il seguente filmato nella sua interezza e’ stato messo su You Tube e pochi giorni fa il video reporter è stato accoltellato ed ucciso…” Maximus Roman

Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

A 28 anni dalla morte del “banchiere di Dio”, Roma celebra l’Appello. Tutti assolti in primo grado

di Rita Di Giovacchino

Piazzale Clodio, Roma, in un’aula semivuota della palazzina A si svolge da mesi il processo per l’omicidio di Roberto Calvi, l’ex presidente dell’Ambrosiano trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno e questa potrebbe essere l’ultima occasione per fare luce sull’oscura fine dell’ultimo “banchiere di Dio”. In primo grado i quattro imputati sono stati tutti assolti dall’accusa di aver ucciso il presidente dell’Ambrosiano che – a dire del pm Luca Tescaroli – sarebbe stato eliminato per vendetta dalla mafia siciliana che nel crac aveva perduto centinaia di miliardi di dollari. Gli imputati sono Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Silvano Victor. Ognuno di loro rappresenta un pezzo della storia criminale di questo paese, la mafia, la Banda della Magliana, la P2. La sentenza d’appello è prevista a giorni ma l’ipotesi che capovolga il verdetto assolutorio di primo grado appare lontana in quest’aula dove si consumano gli ultimi passaggi del processo più dimenticato di questi anni. Anche se ci aiuterebbe a capire quale eredità ha lasciato nell’Italia di oggi quel cadavere penzolante tra i grattacieli della City.

In realtà il processo Calvi non piace a nessuno. Assenti i giornalisti, assenti anche gli imputati, le arringhe dei difensori irridono alla dura requisitoria di Tescaroli, ai pentiti di mafia – da Buscetta ad Antonino Giuffrè – alle ricostruzioni dei periti che tra mille difficoltà sono riusciti a dimostrare che il banchiere non si suicidò – come sostenne il Coroner – ma fu davvero ucciso e poi trascinato sotto il ponte, agganciato alla trave, tragico manichino esposto al ludibrio. “Così chi doveva capì, capiva”, ha efficacemente sintetizzato Sabrina Minardi, la testimone del caso Orlandi, un altro pezzo della stessa storia. I soldi della mafia che lo Ior di Paul Casimir Marcinkus riuscì a far sparire attraverso quei circuiti off-shore che consentirono al Vaticano di finanziare Solidarnosc in Polonia e il dittatore Somoza in Nicaragua, uno di quelli che “proteggeva” la Chiesa da movimenti marxisti. A chi può far piacere scoprire che il comunismo fu sconfitto anche grazie ai soldi di Cosa Nostra? C’è un solo giornalista che segue il processo, ma è inglese. Si chiama Philip Willan e ha già scritto un libro sull’Italia dei poteri occulti. Quella di cui qui nessuno vuol saperne. Qualche volta c’è Flavio Carboni, come sempre sorridente, appena un po’ ingrassato, unica novità la folta chioma riccioluta che ha preso il posto del vecchio toupet.

Carboni è abituato a entrare nelle aule giudiziarie con accuse da ergastolo e a uscirne puntualmente assolto. “Non c’è nessuna novità rispetto alle accuse che la sentenza di primo grado ha totalmente smantellato”, tuona l’avvocato Borzone che lo difende. Nella foga cita Sciascia, assicura che non è successo niente. Neppure il crac dell’Ambrosiano. In realtà una novità c’è ed è quell’appunto autografo di don Vito Ciancimino – che il figlio Massimo ha recuperato nel disordinato archivio paterno – dove per la prima volta accanto al nome di Calvi spunta quello del senatore Marcello Dell’Utri. Un messaggio un po’ criptico ma che lascia intravedere nuovi scenari negli intrecci tra gli interessi mafiosi e l’omicidio del banchiere. Carboni sorride ancora, l’acqua lo bagna e il vento l’asciuga.

Di recente il suo nome è emerso nell’ambito della nuova inchiesta su politici, magistrati, affaristi legati da scambi di favori. C’è anche quello di Dell’Utri. Scusi Carboni, da quanto tempo conosce Dell’Utri? “Da una vita, non ricordo…moltissimi anni”. Da quando? “Mi sembra dalla fine degli anni Settanta, sa quegli appalti in Sardegna”. Gli appalti in Sardegna di Berlusconi? “Non mi tiri in mezzo per carità…”. Poi con un guizzo d’orgoglio s’impenna: “Ma lei lo sa chi ce l’ha portato in Sardegna Berlusconi? Ce l’ho portato io, non se lo ricorda?”. Il passato non è poi così lontano. Ma chi ha voglia di ricordarsene fuori da quest’aula?

Da il Fatto Quotidiano del 30 aprile

Antimafia Duemila – Antanas Mockus, ”tsunami verde” in Colombia

E adesso Beppe Grillo presidente!

Fonte: Antimafia Duemila – Antanas Mockus, ”tsunami verde” in Colombia.

di Alessandro Oppes – 30 aprile 2010
Il candidato alle prossime presidenziali potrebbe spazzare via la politica corrotta del Paese
C’è un fenomeno travolgente che sta minando alle fondamenta il sistema politico colombiano, da anni – forse decenni – sclerotizzato e corrotto.

Ha un nome lituano, Antanas Mockus, una cultura vastissima (è filosofo e matematico, ed è stato rettore della più prestigiosa università di Bogotà), ha alle spalle un’esperienza di amministratore eccellente e onesto come sindaco della capitale, e – in piena coerenza con il suo impegno per una totale trasparenza  – ha persino rivelato di essere affetto dal morbo di Parkinson, seppure in una fase appena incipiente.

Quando ha deciso di lanciare la propria candidatura per le presidenziali del prossimo 30 maggio alla testa del neonato Partito Verde, quasi nessuno ha pensato che potesse impensierire i soliti politici “oficialistas”, in particolare il ministro della Difesa uscente Juan Manuel Santos che punta a prendere il posto di Álvaro Uribe, al potere da otto anni. Un po’ perché ci aveva già provato una volta, raccogliendo appena l’1,2 per cento dei consensi, un po’ perché pensavano che la sua fama di eccentrico avrebbe finito per penalizzarlo.

Ma i sondaggi cominciano a dargli ragione (l’ultimo gli attribuisce 9 punti percentuali di vantaggio su Santos: 38 a 29) mentre i suoi seguaci su Facebook crescono a un ritmo vertiginoso: più di 16 mila al giorno, tanto che – con oltre 400 mila adesioni – ha superato persino Nelson Mandela.

Mockus è stato davvero, in passato, un personaggio bizzarro. Basti ricordare che si è sposato sotto un tendone da circo, in groppa a un elefante. Una volta, con un gesto diventato ormai leggendario, si abbassò pantaloni e mutande mostrando le terga agli studenti scalmanati che si rifiutavano di seguire una sua lezione all’università. I ragazzi si calmarono all’improvviso, ma lui perse il posto di rettore.

Quand’era sindaco della capitale, invase la città di mimi che invitavano i passanti ad attraversare la strada sulle strisce pedonali. E distribuì milioni di cartellini gialli e rossi perché gli abitanti censurassero o approvassero il comportamento dei loro concittadini. Gesti simbolici di un “alcalde” pedagogo, ma che ottennero risultati straordinari. In pochi anni Bogotà, che era una delle città più caotiche e violente dell’America Latina, divenne un modello apprezzato e studiato nel mondo intero.

Un po’ com’è successo con Sergio Fajardo, che forma insieme con Mockus il “ticket” elettorale: da  sindaco di Medellín, l’attuale candidato alla vicepresidenza è riuscito a modificare radicalmente l’immagine di una città che si trascinava da anni la fama lugubre dei tempi del re del narcotraffico Pablo Escobar.

Per questo la gente non crede più alle critiche feroci rivolte da Uribe contro la nuova coppia emergente di politici: anni fa insignì Mockus di un’alta onorificenza per gli eccezionali risultati ottenuti come sindaco, ora cerca di distruggerlo con pesanti accuse, in palese violazione – tra l’altro – della legge che gli impedisce di partecipare alla campagna elettorale. Anzi, ogni intervento del presidente uscente fa segnare un’ulteriore impennata nei sondaggi del candidato anti-sistema.

Lo “tsunami verde”, come è stata chiamata questa ventata d’aria fresca che sta sconvolgendo la politica colombiana, ha sorpreso tanto la gente da provocare un’inusitata ondata di entusiasmo in tutti i settori della popolazione: industriali e commercianti, contadini e casalinghe vedono in Antanas Mockus un’autentica speranza di cambiamento, la possibilità di una rottura con l’autoritarismo, le pratiche antidemocratiche e la politica anti-sociale di Uribe.

Difesa delle istituzioni e lotta contro l’illegalità: il messaggio verde è considerato dai politologi la novità più dirompente degli ultimi trent’anni. Tanto che, man mano che ci si avvicina alla   data delle elezioni, dalla Casa de Nariño – sede del governo – giungono segnali sempre più grandi di nervosismo. Il presidente Uribe è letteralmente terrorizzato. Sa bene che, in caso di vittoria di Mockus, il suo destino potrebbe essere molto simile a quello del peruviano Alberto Fujimori. Sul banco degli imputati, per rispondere di una serie di terribili crimini. Nei suoi otto anni di presidenza, duemila giovani innocenti sono stati uccisi a sangue freddo dall’esercito e poi vestiti con le uniformi da guerriglieri per farli passare per terroristi.

Ma Uribe potrebbe essere accusato anche per lo spionaggio illegale di politici, magistrati e giornalisti da parte dei servizi segreti; per aver corrotto deputati allo scopo di ottenere una rielezione che la Costituzione gli impediva; per l’estradizione negli Stati Uniti dei capi dei gruppi paramilitari per impedire che si conosca la verità sui loro vincoli con politici a lui affini; per aver distribuito denaro pubblico ai “terratenientes” del partito del presidente; per il nepotismo che ha arricchito i suoi figli e per il tentativo di mettere il bavaglio ai giornalisti critici.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia

Fonte: Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia.

di Annalena Di Giovanni – 29 aprile 2010
Riyadh ha lanciato l’allarme: il petrolio ci non basta più. Nell’era del panico dei mercati energetici, fra minacce di picchi e bolle petrolifere, ci si è messa anche l’Arabia Saudita a piangere miseria. Proprio così, il primo paese al mondo per le esportazioni petrolifere ha ufficialmente annunciato di non poter più reggere il ritmo: o la Saudi ARAMCO, la compagnia della corona, riduce le esportazioni, o il paese si ritroverà presto al buio.
Colpa delle città costruite nel deserto, degli impianti di desalinizzazione delle acque, delle migliaia di apparecchi d’aria condizionata che i contractors venuti da fuori per estrarre il petrolio azionano ogni giorno in un paese che, recentemente, ha dovuto alzare le estrazioni a 12 milioni di barili al giorno per mantenere inalterate le cifre d’esportazione – ma anche sopperire a una domanda interna che per ora è ferma a 3 milioni di barili giornalieri, ma che gli esperti prevedono presto sfiorare i sette milioni. Ed ecco allora l’asso nella manica del re saudita: il nucleare. Lo scorso 17 aprila pè stata annunciata la costruzione di un nuova zona urbana, la King Abdullah City per l’energia Atomica e Rinnovabile, subito ridotta all’acronimo K.A.K.A.R.E. Il Re ha fatto capire che questo ennesimo scintillante progetto ra le sabbie è di fatto il primo passo verso l’Arabia nucleare. Si tratterebbe, insomma, di far entrare l’industria dell’atomo e dei reattori all’interno della GCC, la zona di libero scambio dei paesi del Golfo. Un passo azzardato, visto che Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Omar potrebbero presto rivendicare lo stesso diritto. Per la verità gli Emirati avevano già esplorato soluzioni alternative agli idrocarburi, fondando vicino ad Abu Dhabi la cittadella di Masdhar, il primo centro abitato a emissioni zero e a fonti esclusivamente rinnovabili, destinata ad ospitare i centri di ricerca più all’avanguardia per la produzione di energie rinnovabili, la sanitazione delle acque grige, e lo smaltimento dei rifiuti. Niente di tutto questo per l’Arabia Saudita: Riyadh sogna in grande, rivendica il bisogno immediato di sopperire alla domanda interna col nucleare civile per poter continuare a mantenere i ritmi di esportazione. In pratica si tratta della stessa identica retorica adoperata da Tehran per spiegare ai propri cittadini la corsa al nucleare civile: il petrolio va conservato per le esportazioni, se vogliamo l’università pr mandare avanti i nostri elettrodomestici e le nostre fabbriche dobbiamo darci alla ricerca atomica. Con la differenza che, mentre il petrolio iraniano è nazionalizzato, quello che l’Arabia Saudita vende all’occidente è di esclusiva proprietà di sua maestà Abdallah. Se per Tehran il passo dal nucleare civile a quello militare è considerato breve, allora anche l’Arabia Saudita – terra instabile, contesa fra un regime teocratico altamente repressivo ed una fronda interna di fanatici religiosi – dovrebbe fare paura. E invece no. Non fa paura il fondamentalismo religioso saudita, non inquieta l’idea che i numerosi attentati da parte dei jihadisti sauditi contro gli impianti petroliferi si potrebbero un giorno estendere ad una eventuale centrale atomica, non preoccupa il pessimo record sui diritti umani di un paese in cui le donne non possono guidare, una ragazza stuprata può venire condannata a morte, un ladro rischia la mano e un bicchiere di vino vale la decapitazione. Dettagli. Il patto è già sul tavolo dal 2008, firmato da George Bush Junior e dal Re, e offre il pieno supporto Usa ai progetti nucleari di Riyadh. E  così dalle testate statunitensi K.A.K.A.R.E. è già celebrata come il salto di un paese islamico nella modernità e nel rispetto dell’ambiente, che si prende la responsabilità di progredire nel nucleare pur di conservare inalterate le esportazioni del petrolio verso gli alleati a ovest. Congratulazioni.

Fonte: annalenadigiovanni.wordpress.com

Tratto da: gliitaliani.it

Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: La boutade del complotto

Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: La boutade del complotto.

di Monica Centofante – 30 aprile 2010
Ora gli avvocati di Marcello Dell’Utri giocano perfino la carta del pentito. E nel giorno previsto per l’inizio dell’arringa difensiva chiedono l’acquisizione delle dichiarazioni ricevute il 20 aprile scorso dal collaboratore di giustizia di camorra Antonio Cutolo insieme ad un’intercettazione telefonica tra l’Avv. Gregorio Donnarumma e la signora Mirigliani, organizzatrice di Miss Italia.

E’ successo questa mattina, a Palermo, al processo d’appello che vede il senatore del Pdl imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione dopo 211 udienze dibattimentali, acquisizioni documentali, consulenze finanziarie, risultanze filmate e fotografiche, intercettazioni telefoniche e audizioni di decine di testimoni e collaboratori di giustizia. Molti dei quali, non ce ne voglia Cutolo, di assoluto rilievo nel panorama della potente mafia siciliana. Ma i legali di Marcello Dell’Utri, a un passo dalla sentenza prevista per i primi di giugno, punterebbero proprio su di lui per ribaltare il quadro probatorio, al quale in secondo grado il procuratore generale ha aggiunto nuovi importanti tasselli. Perché è un diritto della difesa, dice l’avvocato Sammarco rivolto alla Corte: “Se avete ritenuto valente l’audizione di Gaspare Spatuzza” – soltanto uomo di fiducia dei fratelli Graviano di Brancaccio, quei boss che avevano contribuito alle stragi che nei primi anni Novanta misero in ginocchio lo Stato – “sarebbe giusto acquisire le dichiarazioni di Cutolo. Anche perché Spatuzza ha parlato ‘de relato’, e lo stesso fa Cutolo”. Il riferimento è a un periodo di co-detenzione con appartenenti a Cosa Nostra da cui il pentito, spiega Sammarco, avrebbe “appreso una serie di cose nel 2001 e nel 2007” rispettivamente dai boss Nino Spadaro e Antonino Ganci. “Cutolo ha appreso che in quel momento c’era un progetto dei collaboratori di giustizia, che erano creduti dai magistrati, che prendevano le loro parole come oro colato, di colpire con le loro accuse il centrodestra”, che “aveva irrigidito il 41bis” e di “sostenere il centrosinistra”, che invece “era più garantista”. A Cutolo Nino Spadaro avrebbe fatto anche i nomi “degli agganci politici” a disposizione: nientemeno che “Leoluca Orlando e Antonio Di Pietro”. E “nel 2007 Antonino Ganci gli avrebbe ripetuto queste confidenze”. Una testimonianza di assoluto rilievo, reputa l’accusa. Pazienza se per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, come si usa fare, è stata trovata una mole impressionante di riscontri incrociati, se i buchi al 41bis lasciano qualche dubbio sull’effettiva rigidità del trattamento carcerario e se la posizione di Di Pietro e dell’Italia dei Valori sul regime di carcere duro non sia proprio morbida, scuserete il gioco di parole. Ma se l’ha detto Antonio Cutolo l’accusa è pronta a credere che sia proprio così. Tanto più che a supporto di un presunto complotto del centrosinistra contro Dell’Utri e Berlusconi vi sarebbe un’altra prova schiacciante: un’intercettazione del 9 ottobre 2007, agli atti di un altro processo di Potenza, tra l’avvocato Gregorio Donnarumma e l’organizzatrice del concorso di Miss Italia.. Al telefono con la signora Mirigliani, Donnarumma parla a ruota libera: “In Italia negli anni più importanti sono stati ammazzati tutti – dice a un tratto-. Ho visto cose terrificanti, sono minacciato dalla politica e dalla pubblica amministrazione, mi hanno anche offerto un seggio in Parlamento se riesco a mettere d’accordo quelli che accusano Dell’Utri. Ma ti rendi conto?”. All’epoca dei fatti narrati l’avvocato aveva solo 33 anni. “Un giovane – dice di se stesso – con degli ideali… soprattutto quelli!” e tanta paura. Insomma, la persona giusta a cui affidare l’organizzazione di un complotto contro il senatore Marcello Dell’Utri. E forse è vero, come hanno denunciato Di Pietro e Orlando al termine dell’udienza, minacciando le vie legali per senatore e difensori, che “la richiesta di inasprimento della pena (da 9 a 11 anni) al loro assistito ha giocato un brutto scherzo alla difesa del senatore Marcello Dell’Utri”. E’ chiaro, hanno aggiunto, che “è veramente alla frutta”.

Blog di Beppe Grillo – I gamberi della Louisiana

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I gamberi della Louisiana.

Il petrolio sta per distruggere le coste della Louisiana. Il mandante è la BP, il sicario la piattaforma Deepwater Horizon, l’arma una chiazza nera di 200 chilometri. La BP ha nascosto l’entità della catastrofe con false comunicazioni. 5.000 barili al giorno in mare, fino ad oggi 5,6 milioni di litri. Si può fare il pieno della macchina direttamente dalla spiaggia. La petroliera Exxon Valdes, in Alaska, riversò in mare “solo” 41 milioni di litri. L’ecosistema costiero della Florida rischia di scomparire insieme ai gamberi e a ogni specie animale per una generazione. La BP sosterrà i costi, così ha detto, ma quali costi? Quanto vale la distruzione della Terra? Uno dei più grandi disastri ecologici della Storia? Cento BP, mille BP? Chi deciderà il valore? La Borsa di Wall Street?

ComeDonChisciotte – NOAM CHOMSKY NON HA “MAI VISTO NULLA DEL GENERE”

ComeDonChisciotte – NOAM CHOMSKY NON HA “MAI VISTO NULLA DEL GENERE”.

DI CHRIS HEDGES
Countercurrents.org

Noam Chomsky è il principale intellettuale americano. La sua massiccia produzione, che include quasi 100 volumi, per decenni ha influenzato e messo in luce le menzogne dell’elite al potere e i miti che portava avanti. Chomsky ha fatto ciò a costo di essere inserito nel libro nero dai media commerciali, di essere trasformato in un paria dall’accademia e, per sua stessa ammissione, di diventare un oratore pedante e talvolta noioso. Egli combina l’autonomia morale con una rigorosa erudizione, una notevole attenzione ai particolari e un’intelligenza bruciante. Liquida seccamente il nostro sistema a due partiti come un miraggio orchestrato dallo stato corporativo , colpisce l’intelligentsia liberale in quanto vanesia e cortigiana, e descrive le sciocchezze dei media commerciali come una sorta di lavaggio del cervello. E in qualità di critico di capitalismo sregolato, globalizzazione e veleno dell’impero più lungimirante della nostra nazione, entra nel suo 81esimo anno di età avvertendoci che abbiamo poco tempo per salvare la nostra democrazia anemica.

“E’ molto simile alla Germania di Weimar dell’ultimo periodo” mi disse Chomsky quando lo chiamai nel suo ufficio a Cambridge, nel Massachussets. “I parallelismi sono impressionanti. Vi era anche una tremenda disillusione riguardo al sistema parlamentare. Il fatto che colpiva di più di Weimar non era che i Nazisti fossero riusciti a distruggere i socialdemocratici e i comunisti, ma che i partiti tradizionali, i conservatori e i liberali, fossero odiati e finirono per scomparire. Ciò lasciò un vuoto che i nazisti riuscirono a colmare in modo molto astuto ed intelligente.”

Gli Stati Uniti sono estremamente fortunati che nessuna figura onesta e carismatica sia emersa.”, proseguiva Chomsky, “ogni figura carismatica è talmente truffaldina da finire per autodistruggersi, come McCarthy, Nixon, o i preti evangelisti. Se compare una figura onesta e carismatica, questo paese si troverà nei guai, a causa della frustrazione, della disillusione, della rabbia giustificata e dell’assenza di qualsiasi risposta coerente. Cosa dovrebbe pensare la gente, se qualcuno dice ‘Ho la risposta, abbiamo un nemico.’? Là erano gli ebrei. Qui saranno gli immigrati clandestini e i neri. Ci diranno che i maschi bianchi sono una minoranza perseguitata. Ci diranno che dobbiamo difendere noi stessi e l’onore della nazione. Verranno esaltate le forze militari. La gente verrà malmenata. Potrebbe diventare una forza travolgente. E se ciò accade diventerà più pericoloso che in Germania. Gli Stati Uniti sono la prima potenza mondiale. La Germania era potente, ma aveva antagonisti più forti. Non credo che tutto ciò sia molto remoto. Se i sondaggi sono accurati, non saranno i Repubblicani, bensì i Repubblicani di destra, i Repubblicani invasati, a vincere le prossime elezioni.”

“Non ho mai visto nulla del genere in vita mia”, aggiungeva Chomsky, “Sono abbastanza anziano per ricordare gli anni Trenta. La mia intera famiglia era disoccupata. La gente sperava. Si stava organizzando il CIO. Nessuno vuole più dirlo, ma fu il Partito Comunista l’iniziatore dell’organizzazione dei movimenti sindacali e dei diritti civili. Anche cose come dare alla mia zia cucitrice disoccupata una settimana in campagna. Era vita. Non c’è niente del genere oggi. Lo stato d’animo del paese è spaventoso. Il livello di rabbia, frustrazione e odio per le istituzioni non è organizzato in maniera costruttiva. Va evolvendosi in fantasie autodistruttive.”

“Ascolto programmi radiofonici” diceva Chomsky, “non voglio ascoltare Rush Limbaugh. Voglio sentire la gente che telefona. Sono come Joe Stack (pilota suicida). ‘Cosa mi sta succedendo? Ho fatto tutte le cose giuste. Sono un cristiano timorato di Dio. Lavoro sodo per la mia famiglia. Ho una pistola. Credo nei valori del paese, e la mia vita è al collasso’.”

Chomsky, più di ogni altro intellettuale americano, è riuscito a delineare la spirale discendente del sistema politico ed economico americano in opere come “On Power and Ideology: The Managua Lectures” (Sul potere e l’ideologia: I discorsi di Managua, n.d.t.), “Rethinking Camelot: JFK, the Vietnam War, and US Political Culture,” (Ripensare a Camelot: JFK, la Guerra del Vietnam, e la cultura politica statunitense, n.d.t.), “A New Generation Draws the Line: Kosovo, East Timor and the Standards of the West,” (La nuova generazione traccia la linea: il Kosovo, la paura orientale e gli standard dell’Occidente, n.d.t.), “Understanding Power: The Indispensable Chomsky” (Capire il potere: il fondamentale Chomsky, n.d.t.), “Manufacturing Consent” (La Fabbrica del Consenso, n.d.t.), e “Letters From Lexington: Reflections on Propaganda”(Lettere da Lexington: riflessioni sulla propaganda, n.d.t.). Ci ricorda che l’indagine intellettuale genuina è sempre sovversiva. Sfida ogni assunto politico e culturale. Critica le strutture. E’ incessantemente autocritico. Comprime tutti gli indulgenti miti e stereotipi che usiamo per elevare noi stessi e ignorare la nostra complicità in atti di violenza e oppressione. E mette i potenti, e i loro apologeti liberali, profondamente a disagio.

Chomsky riserva il suo veleno più potente per l’elite liberale della stampa, delle università e del sistema politico, che serve da cortina di fumo per la crudeltà del capitalismo incontrollato e della guerra imperiale. Presenta la loro posizione morale ed intellettuale come fraudolenta. Ed è per questo che Chomsky è odiato, e forse temuto, più tra l’elite liberale che all’interno della destra, che ugualmente colpisce. Quando Christopher Hitchens decise di diventare una marionetta dell’amministrazione Bush dopo l’attacco dell’11/9, una delle prime cose che fece fu scrivere un articolo brutale contro Chomsky. Hitchens, diversamente da molti di coloro di cui era al servizio, era a conoscenza di quali fossero gli intellettuali che contavano in America. (n.d.e. Per leggere alcuni degli articoli circa lo scambio del 2001 tra Hitchens e Chomsky, cliccare qui, qui, qui e qui ).

“Non mi interessa scrivere di Fox News” diceva Chomsky. E’ troppo semplice. Quello di cui parlo sono gli intellettuali liberali, quelli che si ritraggono e si percepiscono come forza minacciosa, coraggiosi, in lotta per la verità e la giustizia. Sono fondamentalmente i guardiani della fede. Loro fissano i limiti. Ci dicono fino a dove possiamo spingerci. Ci dicono ‘Guarda come sono coraggioso.’, ma non vanno un millimetro oltre quello. Almeno per quanto riguarda i settori istruiti, sono loro i più pericolosi supporti del potere”.

Chomsky, poiché è esterno a qualsiasi gruppo e schiva ogni ideologia, è stato cruciale all’interno della questione americana per decenni, a partire dal suo lavoro sulla guerra in Vietnam fino al criticismo dell’amministrazione Obama. Mantiene ostinatamente la sua posizione da iconoclasta, che diffida del potere in ogni sua forma.

“La maggior parte degli intellettuali ha una consapevolezza di sé come coscienza dell’umanità”, ha affermato lo studioso del medioriente Norman Finkelstein. “Loro apprezzano e ammirano gente come Vaclav Havel. Chomsky è sprezzante di Havel. Chomsky abbraccia la visione del mondo di Julien Benda. Ci sono due serie di principi. I principi del potere e del privilegio, e i principi della verità e della giustizia. Se insegui verità e giustizia significherà sempre una diminuzione di potere e privilegio. Se cerchi di ottenere potere e privilegio, ne faranno le spese verità e giustizia. Benda afferma che il credo di ogni intellettuale deve essere, come dice Gesù, ‘il mio regno non è in questo mondo’. Chomsky smaschera la falsa apparenza di coloro che affermano di essere i tenutari di verità e giustizia. Egli mostra che in verità questi intellettuali hanno potere e privilegio, e tutto il male che viene insieme ad essi.”

“Alcuni dei libri di Chomsky affronteranno temi come l’analisi dei travisamenti del piano Arias in America Centrale, a cui lui dedicherà 200 pagine”, ha detto Finkelstein, “e due anni dopo, chi avrà sentito parlare di Oscar Arias? Ci fa pensare se Chomsky non sarebbe forse stato più furbo a scrivere di argomenti su più larga scala, cose con una maggiore durata nel tempo, di modo da poterle leggere ancora tra 40 o 60 anni. E’ questo che Russel ha fatto in libri come ‘Marriage and Morals’ (Matrimonio e morale). E’ ancora possibile leggere quello che Chomsky ha scritto sul Vietnam e l’America centrale? La risposta spesso è no. Questo fa capire qualcosa su di lui. Non scrive per il suo ego. Se scrivesse per l’ego, l’avrebbe fatto in uno stile magniloquente tale da rendere grande la sua eredità. Lui scrive perché vuole un cambiamento politico. Gli importano le vite delle persone, e lì i dettagli contano. Sta provando a fermare le bugie che quotidianamente vengono diffuse dai media dell’establishment. Avrebbe potuto impiegare il suo tempo a scrivere trattati filosofici che avrebbero resistito nel tempo, come Kant o Russell. Ma si è dedicato ai piccoli dettagli che fanno la differenza per vincere la battaglia politica”.

“Io cerco di incoraggiare la gente a pensare per sé, a porsi delle domande su ciò che viene dato per scontato”, ha detto Chomsky quando interrogato a proposito dei suoi obiettivi. “Non dare nulla per scontato. Cominciare ad avere un atteggiamento scettico verso le conoscenze convenzionali. Fare in modo che siano giustificate. Di solito non si riesce. Cercare di fare domande a proposito di quato viene dato per scontato. Cercare di pensare da soli. Ci sono tantissime informazioni. Bisogna imparare il modo di giudicare, di valutare e fare paragoni con altre cose. Per alcune cose ci vuole la fiducia, o non se ne esce. Ma se si tratta di cose importanti e significative non ci si può fidare alla cieca. Se si legge qualcosa di anonimo bisogna subito diffidare. Se si legge in un giornale che l’Iran sta sconfiggendo la comunità internazionale, bisogna chiedersi ‘chi è la comunità internazionale?’. L’India si oppone alle sanzioni. Il Movimento dei Non-allineati è fortemente contrario alle sanzioni, e lo è da anni. Chi è la comunità internazionale? È Washington, e tutti coloro che la seguono. E’ una cosa che si può immaginare, ma bisogna lavorarci. E’ la stessa cosa per ogni questione”.

Il coraggio di Chomsky di parlare a nome di quei popoli che, come i Palestinesi, vedono le proprie sofferenze minimizzate o ignorate nella cultura di massa, regge la possibilità della vita morale. E forse ancor più della sua erudizione, il suo esempio di indipendenza morale ed intellettuale sostiene tutti coloro che sfidano l’ipocrisia della folla a dire la verità. “Non posso dirti di quante persone, me stesso incluso, e non è un’esagerazione, abbia cambiato la vita”, ha detto Finkelstein, che ha perso diverse cattedre universitarie per via del suo coraggio intellettuale e della sua indipendenza. “Se non fosse stato per Chomsky avrei finito per soccombere tempo fa. Nella mia vita professionale sono stato colpito e maltrattato. E’ stata solo la consapevolezza che una delle più grandi menti della storia umana aveva fiducia in me a compensare queste continue, costanti e taglienti sferzate. Ci sono molte persone considerate non-entità, la cosiddetta piccola gente di questo mondo, che all’improvviso ricevono un’e-mail da Chomsky. E’ una cosa che soffia aria nuova dentro di te. Chomsky ha spinto molta, molta gente a raggiungere un livello del loro potenziale che sarebbe altrimenti andato perduto.”

Chris Hedges scrive regolarmente una rubrica per Truthdig.com. Hedges si è laureato alla Harvard Divinity School, ed è stato per quesi due decenni corrispondente estero per il New York Times. E’ l’autore di molti libri, tra cui War Is A Force That Gives Us Meaning (La Guerra è una forza che ci dà significato, n.d.t.), What Every Person Should Know About War (Quello che ognuno dovrebbe sapere a proposito della guerra, n.d.t.), e American Fascists: The Christian Right and the War on America (Fascisti americani: la destra cristiana e la guerra contro l’America, n.d.t.). Il suo libro più recente è Empire of Illusion: The End of Literacy and the Triumph of Spectacle (L’impero delle illusioni: la fine della cultura e il trionfo dello spettacolo, n.d.t.).

Titolo originale: “Noam Chomsky Has ‘Never Seen Anything Like This’”

Fonte: http://www.countercurrents.org
Link
19.04.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ARLEQUIN