Archivi del giorno: 5 Mag 2010

ComeDonChisciotte – ALTRO CHE SALVATAGGIO !

ComeDonChisciotte – ALTRO CHE SALVATAGGIO !.

DI LEONARDO MAZZEI
campoantimperialista.it

Ultimora: proprio al momento della pubblicazione di questo articolo apprendiamo che negli scontri di questa mattina ad Atene si sono registrate le prime vittime. Qualcuno dubita ancora della serietà della situazione greca?

La Grecia è affondata, sotto a chi tocca!

A sentire i media l’Unione Europea avrebbe infine salvato la Grecia. Ma è veramente così? Spesso gli stessi che ora commentano con sollievo il cosiddetto “salvataggio”, fino a qualche settimana fa sostenevano che non c’era bisogno di alcun intervento, e magari un anno prima si rallegravano di quanto era semplice e provvidenziale trasformare il passivo privato in debito pubblico.
Ricordiamocelo: mai fidarsi di simili stregoni, mai dimenticarsi delle loro cantonate. E se oggi parlano di salvataggio, sarà meglio domandarsi come stanno davvero le cose.

Ma anche al di fuori dei pensatoi liberisti, in pochi credevano che la crisi della piccola Grecia avrebbe avuto conseguenze pesanti per l’intero sistema finanziario europeo. Il perché di un simile abbaglio è presto detto: costoro erano convinti che la crisi scoppiata nel settembre 2008 fosse ormai alle nostre spalle, ed in un simile contesto quali scombussolamenti sarebbero mai potuti arrivare dalla modestissima economia greca?

Il “dettaglio” che sfuggiva a questi analisti era appunto la natura, oltre che la portata della crisi. Una crisi, che proprio per la reazione messa in atto dai principali stati occidentali nell’autunno 2008, trova ora il suo punto più acuto nell’insostenibilità dei bilanci pubblici. Le cifre del dissesto greco sono veramente limitate, ma Atene è solo un sintomo di una malattia generalizzata che nessuno sa realmente come affrontare. Ecco perché la diffusa sottovalutazione delle vicende greche appare veramente grave ed irresponsabile.

Ma veniamo all’oggi, alle decisioni concertate dell’Unione Europea (UE) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Dopo aver creato le premesse per l’affondamento della Grecia, con le incertezze europee, l’ostruzionismo tedesco ed il killeraggio delle agenzie di rating, domenica 2 maggio il piano è stato annunciato: UE e FMI promettono prestiti per 110 miliardi di euro in tre anni, la Grecia rinuncia completamente alla propria sovranità nazionale accettando una politica di lacrime e sangue, mentre i “generosi” prestatori controlleranno trimestralmente che il loro diktat venga puntualmente eseguito sulla pelle del popolo greco.
I prestiti bilaterali dei paesi dell’Eurozona verranno concessi con gradualità (12 tranche) e con il contagocce, mentre i tassi non saranno inferiori al 5%, giusto per speculare un po’. I 30 miliardi che dovrebbero arrivare dalle casse del FMI avranno invece un tasso più basso, pare attorno al 3,6%.
Il massacro sociale chiesto al popolo greco è impressionante: congelamento dei salari del settore pubblico fino al 2014, eliminazione della tredicesima e della quattordicesima mensilità, aumento di 7 anni dell’età minima per andare in pensione, ulteriore aumento dell’IVA del 2%, che fa seguito ad un analogo aumento decretato 2 mesi fa, nuova legge per rendere più facili i licenziamenti.
Si è calcolato che la perdita media del potere di acquisto si aggiri attorno al 20%, con punte del 30% per i settori sociali più colpiti da queste misure.
L’intera economia greca andrà a picco. Per il 2010 è previsto un calo del Pil del 4%, un’altra diminuzione superiore al 2% è attesa per il 2011, poi gli economisti-stregoni vedono una lenta ripresa che dovrebbe riportare il Pil ai livelli del 2008 nel lontano…2017! Inutile ricordare quanto possano valere queste previsioni di lungo periodo, mentre quelle ben più affidabili sul breve non lasciano dubbi su quel che attende i greci.

Ma, si dirà, se non altro in questo modo si eviterà il totale dissesto finanziario. Ne siamo sicuri? Diamo la parola al professor Marcello De Cecco (la Repubblica – Affari&Finanza del 3 maggio): «Al punto al quale sono arrivate le cose, è sempre più chiaro che un’insolvenza greca non è purtroppo più evitabile. Saggio sarebbe procastinarla per un paio d’anni, con un piano d’emergenza, per poi passare al riscadenzamento e alla ristrutturazione dei debiti della Grecia…».
L’opinione di De Cecco risulta condivisa da parecchi altri economisti. Essa mette in chiaro due cose: l’insolvenza è inevitabile, gli “aiuti” potranno al massimo ridurne l’impatto da ammortizzare e scadenzare nel tempo.
Ecco allora il senso del piano partorito domenica scorsa. Per prima cosa i “prestatori” si sono messi al sicuro. Quelli concessi ad Atene non sono “aiuti”, bensì prestiti ben remunerati che potranno arrestarsi immediatamente qualora la situazione dovesse precipitare. La Grecia non ha avuto 110 miliardi, ma solo la promessa di averli, a certe rigidissime condizioni, nell’arco di tre anni.
Prendiamo il caso della Germania (ma lo stesso ragionamento vale anche per l’Italia). Il governo di Berlino potrà incassare un 5% sul proprio prestito, coperto con l’emissione di titoli ad un tasso del 2%, ottenendone un guadagno del 3%. Se le cose dovessero andar bene i prestatori realizzerebbero una bella speculazione, se dovessero andar male non esiterebbero un istante ad affondare definitivamente le finanze greche. Intanto – questo è il calcolo politico – l’UE avrebbe preso tempo. Questa semplice realtà è stata così commentata dal parlamentare francese Hean-Pierre Bard (un indipendente di sinistra): «L’aiuto alla Grecia porterà 160 milioni di euro alla Francia, 240 alla Germania e circa 700 milioni all’insieme dei paesi creditori. Questa è solidarietà? No, è usura».
Del resto, può esserci un “salvataggio” con gli interessi sui titoli del debito pubblico volati oltre il 10%, un Pil negativo ed un’inflazione negativa? La risposta è no, neppure con i tagli più selvaggi che si possano immaginare. Tagli che hanno anche l’effetto di deprimere i consumi e gli investimenti.
Comunque, chi vivrà vedrà. Ad oggi gli ottimisti del “siamo fuori dal tunnel” sono stati ridicolizzati dai fatti, in futuro vedremo.

Naturalmente le vicende greche non hanno soltanto una natura finanziaria. C’è, come sempre quando il gioco si fa duro, uno stretto intreccio tra politica ed economia. C’è il ruolo della speculazione, ma forse non fa parte anch’essa delle normali modalità di funzionamento del capitalismo reale?
C’è chi vede giustamente nei movimenti finanziari non solo speculazione ma anche attacco mirato all’euro, mentre altri preferiscono mettere al centro della questione la spinta interna alla UE per un’Europa a due o tre velocità. Tutte queste letture hanno un loro fondamento, ma guai ad isolare ogni singolo aspetto dal contesto generale.
La crisi, che in un primo momento si è manifestata in maniera virulenta sul terreno finanziario, che in un secondo momento si è ripercossa pesantemente sulla cosiddetta “economia reale”, vive ora una terza fase dove l’onda più pesante sta tornando nel campo finanziario, con al centro questa volta l’emergenza dei debiti pubblici.
Certo, solo gli storici, a posteriori, potranno inquadrare meglio quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma alcune tendenze di fondo appaiono chiare.
Ed esse ci rimandano a due grandi questioni: fino a che punto le oligarchie finanziarie dominanti riusciranno ad imporre le loro ricette draconiane senza che si arrivi ad una vera esplosione sociale, fino a che punto la sovranità nazionale potrà essere calpestata (e con essa quel poco che resta della stessa democrazia liberale) senza che questo conduca alla deflagrazione di istituzioni costitutivamente anti-democratiche come l’Unione Europea?
Questa è la partita che si gioca in Grecia. In questi giorni grandi manifestazioni popolari stanno scuotendo quel paese. Il popolo non appare piegato, ma non vi sarebbero possibilità di vittoria qualora la protesta rimanesse confinata nell’angusto ambito sindacale. Per essere più espliciti, non esiste possibilità di lotta sindacale vincente sganciata dalla scelta politica di uscire dall’UE.
Oggi, 5 maggio, la Grecia è in fiamme. Le principali città sono percorse dai manifestanti in sciopero, incidenti sono segnalati ad Atene e Salonicco, il parlamento si appresta a votare le misure economiche in un clima segnato anche dal tracollo della Borsa. Le oligarchie europee stanno sperimentando in Grecia la ricetta da applicare nel resto del continente, e l’Italia è in prima fila. Dall’esito della battaglia in corso dipenderanno molte cose, in primo luogo la possibilità di un autentico risveglio delle masse popolari del resto d’Europa, un risultato non automatico, non scontato, ma che riteniamo piuttosto probabile.
Qualora il popolo greco venisse sconfitto, pesanti sarebbero le ripercussioni più o meno immediate.
Alberto Alesina, sul Sole 24 Ore del 4 maggio invoca «Terapie alla greca per un’Italia più sana». Francesco Forte, sul Giornale del 3 maggio, preferisce guardare in primo luogo alla penisola Iberica, scrivendo che: «L’avviso che se ne trae per Portogallo e Spagna è di adottare subito misure d’austerità per evitare una “tragedia greca”».
La posta in gioco è chiara: chi deve pagare la crisi? Non si pensi che la questione sia solo economica. Da questa crisi uscirà un mondo comunque assai diverso rispetto a quello precedente. La battaglia greca non sarà di certo quella decisiva, ma il suo esito influenzerà pesantemente gli sviluppi successivi. Una ragione di più per stare dalla parte dei lavoratori e del popolo greco.

Ieri il Partenone è stato occupato simbolicamente e due enormi striscioni (in greco ed in inglese) recitavano: «Popoli d’Europa ribellatevi». Quando verrà raccolto questo invito alla lotta?

Leonardo Mazzei
Fonte: http://www.campoantimperialista.it
Link: http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=989:altro-che-salvataggio&catid=12:unione-europea-cat&Itemid=20
5.05.2010

Antimafia Duemila – Il sonno della ragione genera ”terrorismi”

Fonte: Antimafia Duemila – Il sonno della ragione genera ”terrorismi”.

di Antonella Randazzo – 5 maggio 2010
Qualcuno spieghi come fa una banda di produttori di droga e di spietati criminali ad avere a cuore il bene degli afgani. A capo del governo afgano c’è un personaggio legato alla Cia e all’impero americano, e in parlamento sono stati messi i “signori della droga”.

Non sorprende dunque che l’Afghanistan sia ormai da molto tempo un Paese martoriato, distrutto, il cui popolo, ormai fiaccato, sopravvive in una condizione infernale. In questo contesto, disturbano tutti quelli che vorrebbero dare aiuto agli afgani, quelli che rappresentano una flebile speranza che il bene esiste. Ormai da diversi anni molti autorevoli studiosi ci segnalano il pericolo che gli operatori umanitari o i dissidenti possano essere segnalati come “terroristi” allo scopo di screditarli e impedire la loro azione. Questo pericolo è emerso in tutta la sua ripugnanza e pericolosità nel caso dei tre operatori di Emergency, arrestati senza alcuna prova dal regime afgano. Sono andati a prenderli col pretesto che avevano trovato “armi pericolose”. In seguito i tre volontari italiani sono stati liberati, perché “non ci sono prove di colpevolezza”, ma l’obiettivo dei terroristi occidentali della Nato non erano soltanto i tre volontari, ma il controllo dell’operato di Emergency. Lo scopo principale era quello di togliere l’ospedale, che si trova, evidentemente, in una zona in cui sono state fatte parecchie “operazioni sporche”. E forse altre se ne vogliono fare.
Le accuse, come molti hanno capito, erano campate in aria. Chiunque avrebbe potuto mettere le scatole con “materiale esplosivo”, e non si capisce perché arrestare i tre italiani. Di certo un ospedale non ha alcun bisogno di armi, e infatti proprio all’ingresso degli ospedali di Emergency si legge: “No weapons”, ovvero “deporre le armi”.
Il fatto che vi fossero alcune granate e giubbini esposivi non prova che il personale di Emergency possa essere implicato nel “terrorismo”. Secondo Strada, le armi sono state portate dagli stessi militari: “L’accesso all’ospedale era controllato 24 ore su 24 da guardie non armate, personale locale di Emergency, spesso persone disabili, mutilate. La possibilità di entrare con le scatole di armi è quindi legata al fatto che qualcuna delle guardie sia stata corrotta o minacciata. Oppure, l’altra ipotesi è che siano state introdotte direttamente dalle forze di sicurezza afghane. Spero non dai militari inglesi che le hanno accompagnate nel sopralluogo in ospedale… i soldati inglesi sono entrati nel nostro ospedale di Lashkar Gah insieme a quelli afgani. Come si permette il governo inglese di mandare militari armati in un ospedale gestito da una ong italiana? Che sarebbe successo se militari italiani avessero fatto irruzione in un ospedale gestito da una ong inglese? … il governo afghano ha bisogno della presenza di 150.000 militari di altri Paesi: è ragionevole perciò pensare che chi decide non sono alla fine gli afghani, che contano poco in questo momento laggiù”.1

Giustamente, Cecilia Strada, presidente di Emergency, ha detto che l’accusa era talmente grossa “da trasformarsi in farsa”. Le persone “arrestate” erano il responsabile medico Matteo Dell’Aira, che dal 2000 lavora con Emergency, il coordinatore del progetto in Afghanistan Marco Garatti, che fa parte di Emergency dal 1999, e il responsabile logistico dell’ospedale Matteo Pagani. Queste persone hanno nella loro natura il mettersi a servizio dei più deboli, e questo è il loro unico scopo. Accusarle addirittura di voler attentare alla vita del governatore della provincia di Helmand è semplicemente assurdo per chi ha speso anni a salvare vite umane. Le persone che le hanno accusate sono le stesse che da anni permettono a potenze straniere di uccidere e ferire cittadini inermi, anche bambini e donne. Hanno fatto in modo che in Afghanistan non vi fossero più giornalisti “scomodi”, e adesso, essendo rimasto come testimone soltanto il personale dell’ospedale, l’intento è quello di farlo chiudere.
Spiega Strada: “Questo è un attacco all’ospedale, sono allibito. Un atto di guerra preventiva, magari in previsione di una nuova offensiva militare nel territorio, nel quale siamo rimasti gli unici, scomodi, testimoni. La perquisizione è avvenuta in assenza di nostri rappresentati, ma non si può escludere che qualcuno abbia portato all’interno dell’ospedale quel materiale. Quello che è grave è che tre persone che, nello spirito di Emergency, lavorano a salvare migliaia di vite da anni siano coinvolte in tutto questo”.2

Purtroppo per capire questi fatti occorre entrare nella logica orwelliana e rendersi conto che i terroristi sono le truppe straniere che occupano il Paese e le autorità da esse assoldate. Queste persone agiscono da terroriste: hanno impedito il normale funzionamento dell’ospedale, e hanno prelevato arbitrariamente i tre italiani. Inoltre, non hanno permesso ad Emergency di mettersi in contatto con le persone sequestrate. La disinformazione era davvero tanta, e mirava a mettere in cattiva luce Emergency. Il portavoce del ministero dell’Interno a Kabul dichiarò all’ANSA addirittura che “gli italiani hanno confessato la loro partecipazione al complotto per uccidere il governatore Goulab Mangal”.
Qualche giorno dopo, lo stesso portavoce smentì le dichiarazioni. E’ stato volutamente creato un clima surreale, falsato, una montatura degna proprio dei servizi segreti statunitensi, che di inganni e falsità ne sanno parecchio.
Il ministro degli Esteri Franco Frattini, come se non sapesse nulla di quello che veramente accade in Afghanistan, si mostrò preoccupato e strillava che “bisogna” ancora “accertare la verita”.
Frattini cadeva dalle nuvole, come se non facesse parte di un governo che predica di tagliare le spese in tutti i settori, persino alla scuola, per poi spendere milioni e milioni di euro per sostenere una guerra coloniale crudele contro persone inermi che hanno l’unica colpa di voler vivere senza essere oppressi da un potere straniero.
Il ministro degli Esteri avrebbe fatto prima a documentarsi per capire perché questa “operazione” ha riguardato proprio quegli operatori.
Emergency rappresenta la possibilità di vedere il vero volto di questa guerra, e gli operatori sequestrati avevano avuto il coraggio di raccontare cosa accade veramente nelle scorribande belliche a cui partecipano anche i nostri soldati. Ad esempio, uno dei sequestrati, Matteo Dell’Aira ha raccontato: “Ali Mohammed è un bel ragazzino in carne, uno dei pochissimi qui in Afghanistan. E’ ricoverato nel nostro reparto post chirurgico. Un po’ di spavento gli è passato, ma si vede che è ancora molto arrabbiato. Era fuori da casa sua, a Marjah, e stava aiutando il nonno a rientrare a casa visti i feroci suoni della guerra ormai molto vicini. Il proiettile non l’ha nemmeno sentito arrivare, ma ha avvertito una fitta di dolore fortissimo alla spalla sinistra. La pallottola gli ha rotto la scapola ed è uscito dalla schiena, per fortuna senza trapassare il polmone. Il nonno a casa gli ha coperto la ferita con una pezza. E lì è rimasto per quattro dolorosi giorni, prima di riuscire ad arrivare al nostro ospedale. Ali Mohammed ha la bellezza di 13 anni. E ha già rischiato di morire… Fazel Mohammed ha due occhi azzurri che parlano da soli. Il suo piccolo corpo è già pieno di cicatrici, ricordi di gioco e di malattie che da noi sono scomparse ormai da anni. Una delle poche zone del suo corpo ancora intatte erano le ginocchia. Ci ha pensato un proiettile, che lo ha rovesciato a terra mentre giocava in giardino, a lasciargli un bel segno. Ora avrà anche lì due belle cicatrici, quelle del foro di entrata e del foro di uscita di quel maledetto pezzo di metallo arrivato a velocità assurda. E’ arrivato da noi grazie a uno zio dopo tre interi giorni in cui non si è potuto muovere da casa sua, a Marjah. Si è già messo in piedi, vuole andare a casa, è preoccupato per i suoi familiari. Sembra un uomo, ma ha solo 10 anni. Da noi i bambini di dieci anni fanno la quinta elementare. E non rischiano la vita per la guerra… Gulalay ha una bellissima treccia di capelli scuri scuri e due occhi chiarissimi. A Dilaram, altro villaggio dopo il distretto di Grishk, era davanti a casa. Stava curando i pochi animali che permettono alla sua famiglia, come a tante altre famiglie di questo paese, di sopravvivere. Ha sentito i rumori della guerra avvicinarsi. Ha visto il fratellino più piccolo che si stava allontanando troppo. Si è precipitata da lui, lo ha preso in braccio ed è corsa verso casa. Appena entrata, dopo essersi seduta, ha sentito una fitta di dolore e un intenso bruciore al fianco destro. Allora sua mamma l’ha ispezionata e ha visto un buco nei vestiti, del sangue. Girandola ne ha visto un altro di buco, nella schiena, e ancora sangue. Il padre l’ha carica in macchina, quella dello zio, hanno fatto pochi metri ma sono stati fermati. “Non si può passare, ormai è tardi”, gli dicono degli stranieri. Così la riportano in casa,ascoltando i suoi lamenti per tutta la notte. Il giorno dopo, di mattina presto, riescono finalmente a partire. Gulalay è arrivata da noi nel primo pomeriggio, dopo quasi 24 ore dal colpo di proiettile che l’ha ferita. E’ stata operata subito. Ora, nonostante qualche tubicino che viene fuori dalla sua carne, sta bene, ma non ha nessuna voglia di sorridere. Gulalay ha 12 anni. Dodici. Ennesimo ‘effetto collaterale’… Khudainazar è un ragazzino di 11 anni, con la faccia sveglia. Era fuori dalla sua casa, a Nadalì: era andato a riempire le taniche di acqua. Improvvisamente ha sentito un gran bruciore e ha lasciato cadere l’acqua che stava trasportando. E’ arrivato, dopo mille peripezie ed un viaggio estenuante, al nostro ospedale con una ferita da proiettile che è entrato nell’inguine sinistro ed è uscito dal gluteo destro. Proiettile sparato da “stranieri vestiti da guerra”. E sì che non è carnevale, qui. Per sua fortuna nessun organo vitale è stato danneggiato: stentavamo a crederci anche noi. Non appena è arrivato, ha chiesto di Akter, il ragazzino che abbiamo ricevuto l’altro ieri con la testa trapassata da un proiettile. E’ un suo amico, sono vicini di casa, giocano sempre insieme. Auguro loro di poter un giorno raccontarsi a vicenda questa loro tragedia, davanti ad una tazza di tè, mentre fuori i rumori della guerra sono davvero scomparsi… Anche a Nadalì, altro distretto non lontano dall’ospedale di Emergency a Lashkar Gah, stanno combattendo ormai da giorni. Anche lì sta arrivando la pace e la democrazia. Akter Mohammed è arrivato poco fa con il padre Wali Jan, un uomo di almeno 60 anni con una folta barba bianca. Un proiettile, uno solo, gli ha passato la testa da parte a parte, è ancora vivo e lo stanno operando. Il padre urlava e si batteva il petto. Non solo per quello che hanno fatto a suo figlio, ma anche per il modo. Akter era in casa sua, dietro a una finestra su cui picchiava il sole. La sua curiosità l’ha spinto ad avvicinarvisi per vedere cosa stava succedendo fuori: tutti quei rumori di blindati e colpi di fucile. Qualche portatore malato di pace e democrazia ha visto una sagoma e non gli è parso vero di testare la sua mira. Ha sparato e non ha più visto la sagoma alla finestra. Ma non è tutto. Sono entrati poi in casa, urlando e facendo alzare le mani al padre, spingendolo con forza contro il muro. In un angolo, sotto la finestra, hanno visto il risultato del proiettile esploso contro quella sagoma che appariva alla finestra. Un bambino di 9 anni. Nove. E ovviamente, appena l’hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati. Senza una parola. Non si abbandona così nemmeno un cane. Che schifo!”3

A marzo, lo stesso Matteo Dell’Aira, aveva denunciato che, nonostante ufficialmente si dichiarava conclusa l’operazione “Moshatark,” iniziata a metà febbraio nella provincia meridionale di Helmand, l’ospedale di Emergency a Lashkargah continuava ad accogliere feriti: “Continuiamo a vedere elicotteri da combattimento sorvolare la zona, continuiamo a sentire aerei da guerra sfrecciare veloci, continuiamo a sentire boati di esplosioni.
E continuiamo a ricevere feriti, dalle zone di Marjah e Nadalì. Soprattutto feriti da mina. Dall’inizio di marzo ne abbiamo avuti ben ventiquattro: più di uno al giorno. E per noi non sono numeri: sono visi, storie, famiglie, e sempre tanta sofferenza. Gli ultimi due li abbiamo ricevuti due giorni fa, un uomo di 65 anni, Hasham, e suo nipote di 7, Sayed Rahman: stavano uscendo da casa, hanno visto delle persone che posizionavano una mina sulla strada proprio di fronte alla loro abitazione. Si sono avvicinati per chiedere che la rimuovessero, ma proprio in quel momento la mina ‘artigianale’ è esplosa: tre morti sul colpo, loro due si sono procurati delle brutte ferite su gambe e braccia, ma sono vivi. E ieri un kamikaze si è fatto esplodere lungo la strada che conduce al nostro posto di primo soccorso di Grishk: otto morti, di cui quattro bambini, e almeno una decina di feriti, per loro fortuna non gravi”.4

Queste testimonianze sono senz’altro “scomode” in un contesto in cui si vuol far credere che le truppe occidentali agiscano per il bene di tutti. Osserva Strada: “Siamo scomodi perché abbiamo denunciato che veniva addirittura impedito di assistere i civili feriti nella recente campagna di attacchi dove bambini e donne sono stati colpiti duramente. Sono in molti in questa zona a partecipare all’occupazione militare, fra cui gli italiani”.5

Nella propaganda dei media italiani, la “missione” Isaf appare come una sorta di operazione filantropica contro un nemico oscuro, irrazionale, crudele, che lotta per puro odio, senza alcun motivo, dato che la “democrazia occidentale” sarebbe un esempio di libertà e di evoluzione della “civiltà”. Si vuole mostrare come nemico il mujaiddin spietato, che odia gli italiani (come tutti gli occidentali). Ma strutture come Emergency svelano impietosamente che questo “talebano” spesso è un contadino ferito che ha avuto la sua casa distrutta, o un bimbo senza braccia perché colpito da bombe “umanitarie”, pagate anche da noi italiani.
Emergency è la struttura umanitaria che cerca di curare le ferite dei cittadini afgani, molti dei quali nemmeno capiscono perché sono stati colpiti. E’ una struttura che dovrebbe essere premiata, e invece il Nobel per la pace lo hanno dato ad Obama. Da questo si capisce in che sistema stiamo vivendo: la pace è guerra, il filantropo è “terrorista” e il terrorista è filantropo.
E’ significativa anche la lettera aperta che Dell’Aira scrisse per denunciare la situazione dell’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ci sembra che questa lettera faccia capire bene chi sono le persone sequestrate e perché sono state considerate “pericolose”: “Vergogna. E’ quella che proviamo tutti qui all’ospedale di Emergency a Lashkargah, Afghanistan, dopo l’inizio dell’ennesima ‘grande operazione militare’, che ogni volta è la più grande… Un profondo senso di vergogna per quello che la guerra, qualsiasi guerra, fa. Distruzione, morti, feriti.
Sangue, pezzi di carne umana. Urla feroci e disperate. Non fa altro. Ma qualcuno ancora pensa che sia un buon modo per esportare ‘pace e democrazia’. In effetti la pace la stavano portando anche a Said Rahman, noto ‘insurgent’ della zona, ma quella eterna però. Si è beccato un proiettile in pieno petto, di mattina presto, mentre era in giardino. Non stava pattugliando la zona, non stava combattendo, non stava mirando nessuno. Non ha nemmeno visto da dove arrivava il proiettile che ha ancora nel corpo e che gli ha sfondato il polmone di destra. Ha solo sentito un gran bruciore e poi è svenuto dal male. L’hanno trasportato in elicottero fino a Lashkargah, gli stessi elicotteri che prima sparano, poi in ambulanza nel nostro centro chirurgico per vittime civili della guerra, abbastanza instabile ma con il suo orsacchiotto di peluche nuovo di zecca, regalo della democrazia. Sembrava avesse la gobba da tanto sangue si era raccolto nella schiena. E’ stato operato subito, gli hanno messo due drenaggi toracici, quasi più grandi di lui. Perché il noto ‘insurgent’ ha sette anni. Sette. Questa è la ‘grande operazione militare’, la più grande. Vergogna.”6

Emergency è stata più volte perseguitata anche in passato, perché è un’organizzazione umanitaria che non appoggia in alcun modo le autorità criminali. Spiega Strada: “Faccio il chirurgo ormai da molti anni, e mi sono trovato ad operare a più riprese in almeno 10 conflitti: ho visto la stessa cosa ovunque, il massacro di civili a causa di guerre dichiarate per ragioni diverse. Le opinioni che noi di Emergency abbiamo sulla guerra nascono dall’aver conosciuto le sue vittime, dal vederle ogni giorno nei nostri ospedali, dal vivere la guerra da vicino… Emergency non ha accettato denaro dal Governo italiano, non accetta di fare la cosmesi della guerra, non vuole il danaro offerto con una mano sx da chi spara con l’altra. Per gli stessi motivi, rifiuteremmo i soldi della Fiat per curare le vittime delle mine antiuomo da loro prodotte, o quelli della Nestlé per curare i neonati che rischiano di morire per il suo latte in polvere. Emergency ha mantenuto la stessa posizione nel caso della guerra in Kosovo, rifiutandosi di partecipare al banchetto della famosa Missione Arcobaleno… In Italia, anche se molti sembrano averlo scordato, esiste una Costituzione, è stata scritta con l’idea di garantire un mondo più giusto alle generazioni future. L’art. 11 inizia con «L’Italia ripudia la guerra». È tra i «princìpi fondamentali». Vuol dire che la pace è un bene che ci appartiene in quanto comunità, è un valore di tutti e di ciascuno di noi. E questo va rispettato. E invece, in poco più di un decennio, il nostro paese è stato portato in guerra per ben 3 volte, da governi di colore politico diverso. Noi vogliamo che sulla questione fondamentale della guerra siano consultati i cittadini, perché non siamo pronti a farci togliere da nessuno ilbene della pace… Si critica chi vuole che l’Italia non partecipi ad una aggressione contro l’Iraq, rievocando la guerra al nazifascismo. E chi sarebbe, oggi, l’uomo forte che vuole conquistare il mondo? Già, proviamo a chiederlo ai cittadini del mondo: ‘Chi pensate si consideri al di sopra della legge? Chi secondo voi teorizza il diritto a bombardare chiunque altro per proteggere i propri interessi nazionali?’ Un bel sondaggio nel pianeta, i risultati sarebbero davvero interessanti… L’Italia fa parte della coalizione internazionale ed è in Afghanistan con tremila soldati per cui paghiamo circa 2 milioni di € al giorno nonostante la situazione del nostro Paese. Ogni giorno 2 milioni di euro dello Stato italiano vanno per proteggere il governo afgano che arresta o rapisce personale italiano”. 7

1 http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/04/16/visualizza_new.html_1763382205.html

2
http://it.peacereporter.net/articolo/21245/Emergency%3A+%22Guerra+a+un+ospedale%22

3 http://it.peacereporter.net/articolo/20333/Gulalay

4 http://it.peacereporter.net/articolo/20896/Afghanistan%2C+Emergency%3A+%27Qui+in+Helmand+la+guerra+continua%27

5 http://it.peacereporter.net/articolo/21239/Afghanistan%2C+fermati+a+Lashkargah+tre+operatori+italiani+di+Emergency

6 http://it.peacereporter.net/articolo/20260/Vergogna

7 http://www.corriere.it/esteri/10_aprile_11/emergency-afghanistan-strada-karzai_8abbb2e0-4550-11df-93de-00144f02aabe.shtml

VISITA: antonellarandazzo.blogspot.com

Tratto da: LA NUOVA ENERGIA  N°17

Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”

Fonte: Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”.

Lo scrittore catanese racconta i retroscena della strage di via D’Amelio e i rapporti tra Milano e mafia.

Sono passati 18 anni dall’assassinio di Paolo Borsellino e ancora non si sa nulla di chi azionò il telecomando della strage… Perché ancora tanti misteri avvolgono l’uccisione del magistrato della mafia?

“Perché nel 1992 le indagini furono fuorviate dall’invenzione del testimone oculare, Scarantino, il quale soltanto nei mesi addietro ha rivelato di essersi inventato tutto”.

Gli inquirenti sbagliarono per incapacità professionale o per conto terzi?
“Anche Spatuzza ammette di non sapere chi ha eseguito materialmente la strage… E questo la dice lunga sull’accuratezza della preparazione”.

Lei ha già realizzato molti altri volumi che parlano del possibile intreccio fra politica e mafia. Cosa l’ha spinta, in particolare, a occuparsi di Paolo Borsellino?
“La sensazione che fin qui ci avessero raccontato una verità ufficiale che faceva acqua da ogni parte. In realtà, i primi rapporti fra mafia e politica risalgono alla fine dell’Ottocento… E continuano tranquillamente…”

Dove si trovava Alfio Caruso il 19 luglio del ’92 e come reagì al nuovo attentato, di poco successivo a quello costato la vita a Giovanni Falcone?
“Ero alla mia scrivania di vicedirettore della ‘Gazzetta dello Sport’. Le reazioni le ho raccontate in ‘Da Cosa nasce Cosa’ “.

Nel suo libro si comincia a parlare di Milano-mafia introducendo l’argomento Graviano. I due Graviano sono infatti i più decisi a intraprendere l’assassinio di Borsellino e hanno anche dei rapporti stretti con l’imprenditoria nazionale che prende quota propria dal capoluogo lombardo.
Come andò la vicenda del gennaio ’94, quando i due vennero ammanettati da Gigi il Cacciatore?
“Nessuno degli altri ospiti del ristorante si accorse del fulmineo intervento delle forze dell’ordine.”

Secondo un suo personale parere che fine ha fatto la fantomatica ‘agenda rossa’ di Borsellino?
“È servita a ricattare un po’ d’insospettabili e a far compiere qualche carriera impensabile.”

Dopo Falcone fu la volta di Borsellino. Il terzo giudice antimafia per eccellenza era Ayala”. Non cominciò anche lui a sentirsi braccato?
“Braccato lo era già da tempo, ma da due anni per sua fortuna stava in Parlamento eletto deputato del Partito Repubblicano.”

Arriviamo quindi a Marcello Dell’Utri, (la cui carriera spicca il volo nell’83 alla corte di Berlusconi), condannato a nove anni per associazione mafiosa. Lui parla di un complotto ai propri danni”.
Perché non sono verosimili le sue dichiarazioni?
“Sul conto di Dell’Utri si sono accumulate tante e tali testimonianze di segno contrario da rendere verosimile la sua innocenza solo stabilendo che lui è la persona più sfortunata del geoide terrestre”.

Lei nel suo libro parla spesso di ‘Entità Esterna’. Come possiamo definirla in parole semplici?
Una congrega d’insospettabili altolocati.”

“Milano ordina uccidete Borsellino” è fin troppo esplicito. L’assassinio di Falcone è voluto da Cosa Nostra e appoggiato dall’Entità Esterna; quello di Borsellino è ordito, invece, dall’Entità Esterna e appoggiato dalla mafia”. Sono parole che mettono i brividi…
“Purtroppo l’Italia è questa.”

Chi è Gaetano Fidanzati?
“Uno dei più importanti boss mafiosi tra il 1960 e il 2000”.

I mafiosi approdano in Lombardia negli anni Sessanta e da lì non si sono più mossi. Oggi si può realmente parlare di ‘capitale economica della mafia’?
“Oggi prevalgono gli interessi della ‘ndrangheta…”

È vero che Berlusconi assunse Mangano per tenere a bada i mafiosi che lo volevano rapire?
“Se è falso, finora non sono riusciti a dimostrarlo”.

Là dove agisce il Grande Capitale, là dove ripuliscono tutti i solidi, là dove ogni patrimonio può essere investito e moltiplicato. In una parola, Milano. Una Milano che ancora alla fine del 2009 accoglieva e proteggeva boss del calibro di Fidanzati, di Martello, di Matranga.
Da Milano, quindi, viene emessa la condanna a morte di Borsellino… Qual è la molla che fa scattare l’operazione mafiosa?
“Si parla dell’intervista rilasciata dal magistrato siciliano a due giornalisti transalpini…”

Come spiega l’ignorata sentenza d’appello del “Borsellino bis” (2002)?
“Il magistrato palermitano era intenzionatissimo a estendere le indagini su Milano e sul grande capitale”.

Ci avviciniamo a Expo 2015 e molti temono le infiltrazioni mafiose. Come crede sia realmente possibile tenere a bada il fenomeno?
“Basterebbe volerlo”.

da Milanoweb

Blog di Beppe Grillo – Politica zero

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Politica zero.

Il mio obiettivo è la politica a costo zero. Quasi zero. Tendente allo zero. Il costo della politica è diventato il fine della politica. Si fa politica per i soldi, per preservare quelli minacciati dalla magistratura, per dare un impiego ben remunerato ai figli, per diventare se non ricco (un obiettivo raggiunto comunque da molti), almeno benestante. Più i costi della politica aumentano, più questi costi possono essere distribuiti, ripartiti a chi fa politica. Più Province, più soldi. Più Authority, più soldi. Stipendi creati dal nulla per organizzazioni che non servono a nulla. La politica a costo zero, quasi zero, tendente allo zero è possibile. Il MoVimento 5 Stelle ne è la prova. Il costo della campagna elettorale in 5 regioni è stato di 40.000 euro. I voti sono stati circa 500.000. Il costo a voto è stato di 8 centesimi. Quanto è costato un voto al Pdl o al Pdmenoelle o a Casini? E chi ha pagato quei costi? Berlusconi, Bersani o i cittadini? La Rete elimina l’intermediazione dei partiti, il cittadino eletto dai cittadini ha bisogno solo di un onesto stipendio. Nessun circolo, bocciofila, sede, palazzo sul territorio a spese dei contribuenti. Gli eletti nei consigli regionali di Piemonte e Emilia Romagna del MoVimento 5 Stelle percepiranno, per loro scelta, un terzo dello stipendio mensile: 2.500 euro netti e non 10.000 euro lordi. Una carica pubblica di rappresentanza è un onore, non un’onorificenza e tanto meno un ricco stipendio. A che titolo? Il MoVimento 5 Stelle ha rifiutato il rimborso elettorale di 1.700.000 euro. E’ il vecchio finanziamento pubblico ai partiti bocciato da un referendum che è rientrato dalla finestra sotto forma di rimborso di spese spesso mai sostenute. I partiti senza le centinaia di milioni dei finanziamenti non durerebbero un giorno. Sono fatti di soldi. Quando un politico parla di costi della politica pensa al suo stipendio. Nei partiti dopo il segretario, e talvolta prima del segretario, viene il Tesoriere, quello che controlla la Cassa. la Rete permette di fare comunicazione e campagna elettorale a costi ridotti, di relazionarsi con l’eletto, di verificare il suo operato. Se ognuno vale uno, perché il politico deve costare di più? La politica è fuori mercato, ha un costo esorbitante senza produrre risultati. Il costo della politica deve diventare come l’aria, invisibile. Il MoVimento 5 Stelle è per la politica a costo zero, scommettiamo che non avrà imitatori? Rifiuti Zero. Km Zero. Politica Zero. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Antimafia Duemila – Sabina Guzzanti: la mia Aquila

Antimafia Duemila – Sabina Guzzanti: la mia Aquila.

di Sabina Guzzanti – 5 maggio 2010
Il documentario sul sisma parteciperà al festival di Cannes fuori concorso. “Bertolaso dice che il film è solo un mio punto di vista: dovrebbe dare un’occhiata ai commenti sul blog”

Cari lettori del Fatto – come si dice target del mio stesso target – scrivo qui per annunciarvi personalmente che Draquila è pronto e vi attende nelle sale. Dura un’ora e mezza ed è la sintesi di un anno di lavoro iniziato a maggio dell’anno scorso, quando mi sono arrivate all’orecchio strane voci su quello che stava succedendo nella zona terremotata. Ho fatto un po’ di ricerche, ho aspettato che passasse il G8 e sono partita. Dopo aver parlato con tanti cittadini mi è sembrato che L’Aquila fosse una porzione di realtà ideale per raccontare l’Italia di oggi. C’erano tutti gli elementi: la speculazione più cinica, l’assenza della politica, la propaganda sempre più spudorata, l’autoritarismo, la corruzione e l’alito della criminalità organizzata. Ho mollato quello che stavo facendo e ho cominciato a girare con una piccola troupe fatta di cinque persone, me compresa. Siamo stati a L’Aquila tantissime volte da luglio a marzo e abbiamo girato più di 700 ore di materiale. Il film è la sintesi dei racconti e dei ragionamenti che ho ascoltato e tutti gli incontri fatti sono serviti al progetto anche se non li ho montati. Quindi ringrazio ancora una volta tutti quelli che ci hanno concesso il loro tempo e le loro documentazioni.

Mentre scrivo apprendo che Bertolaso ha dichiarato che portiamo a Cannes un’immagine sbagliata dell’Italia e che il mio è solo un punto di vista. Un punto di vista comunque abbastanza condiviso visto che quando ho chiesto agli utenti del blog di aiutarmi a trovare il titolo del film sono arrivate centinaia di proposte tutte dallo stesso punto di vista: Dove osano gli sciacalli, Lo specchio del reame, Anteprima dell’inferno, The marchigian candidate, I cacciatori di aquilani, Sciacalli in attesa di giudizio, Sciacallo pubblico, Qualcuno rubò sul nido de L’Aquila, Iene ridens a L’Aquila, Aquilopoli, Transilviania, Delinquo ergo sum, Le macerie della democrazia, In campeggio con Silvio, Sciacalli S.p.a., Protezione incivile, Sesso senza protezione, Feccia in libertà, Il conato della terra, Sanguisuga party, Grosso guaio a new town, Miraculo. E naturalmente Draquila il titolo che poi abbiamo scelto fra quelli proposti.

Per il resto che dire dell’inchiesta? Per scoprire cos’è diventata la Protezione civile c’è voluta una buona dose di intuito e talento investigativo. In pratica ho chiesto alla prima persona che ho incontrato e me lo ha spiegato. Ho chiesto conferme a destra e a manca e ne ho trovate a destra e a manca. Ho chiesto a quelli della Protezione civile e mi hanno risposto in modo da far cadere ogni sospetto, che me ne avrebbero parlato volentieri ma che se lo avessero fatto sarebbero stati licenziati in tronco o spediti in qualche magazzino fuori dal raccordo anulare a osservare il soffitto fino alla fine dei loro giorni. Immagino che il motivo per cui nessuno parlava della faccenda, nemmeno a sinistra dove un paio di senatori solitari si dibattevano nel vuoto, fosse la presenza nel Pd di Rutelli e il fatto che il partito fosse commissariato da Ruini. La difficoltà più importante che ho fronteggiato è stata riuscire a credere che quello che vedevo stesse succedendo veramente; credere che ci sia in giro tanta gente così spietata e tanta gente così semplice , che così tanti siano disposti a vendere quello che non si deve e che lo vendano per così poco; tanta gente così fanatica, gente così eroica gente così acrobatica. Gli italiani sono cambiati, sono cambiati tanto e questo nel film si vede. Se dovessi descrivere come siamo cambiati con le parole non saprei da dove cominciare.

Allora scrivendo per voi del Fatto non trovando una conclusione sono scesa al bar di sotto dove era accesa la televisione. Sgrano gli occhi per lo sgomento vedo i politici, uno ad uno, che sullo sfondo del Parlamento fanno un sermone sul pallone. Ho chiesto agli avventori se avevo un’allucinazione, se era Halloween o uno scherzo o che diavolo fosse successo. Mi hanno risposto coi volti scuri e il mio sorriso allora si è spento, mi sono messa ad ascoltare il signore che per primo ha iniziato a parlare: dice è successa una cosa mai vista, mai a memoria d’uomo, una cosa sconvolgente per quanto è meschina, per quanto è fetente. Fin da quando il mondo è mondo sempre si è combattuto: gli zenoti contro i romani, i semiti con gli indorai, i franchi contro i provenzali, i longobardi e i bizantini, i comuni italiani contro i comuni italiani, la Spagna cattolica contro figli dell’islam, gli indiani della prateria contro gli indiani dei grandi laghi, i francesi contro gli inglesi, i bretoni contro i sassoni, riforma e controriforma, Stanlio & Ollio, bionde contro more, gatto e topo, indù e musulmani, Annibale e Fabio Massimo, muto e sonoro, Apollo e Dioniso, Napoleone e gli aristocratici. Figurativi ed astrattisti e potrei andare avanti e lo sapete. Ma un popolo contro se stesso – continuava l’uomo del bar – questo non è mai avvenuto. Mai era accaduta una cosa del genere. Un fatto epocale, apocalittico senza precedenti: I tifosi laziali facevano la ola quando l’Inter segnava contro loro medesimi.

Senza casa né amore né poesia ahimè non si è più niente. Nessun sunnita applaude se uno sciita fa un discorso anche valido. E continuavano: non si è mai visto! Gli Shogun contro i cinesi; i Mongoli contro Kiev e Mosca, I Gesuiti contro i Francescani, i Suicidi e gli omicidi, non s’è mai visto. Di battaglie, di guerre se ne sono viste tante ma non si è mai visto qualcuno andare apertamente contro se stesso. E così sia pure con una grossa semplificazione ho trovato le parole per la conclusione. Come spiegare in poche parole questo declino totale? È come se un intero popolo di colpo fosse diventato laziale.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Piero Ricca » La Casa della libertà (con vista Colosseo)

Piero Ricca » La Casa della libertà (con vista Colosseo).

Ieri Scajola, oggi Verdini. E prima Fitto, Bertolaso, Cosentino, Dell’Utri… Non basta la gragnuola di leggi ad personas di questi anni. Né l’intimidazione costante dei magistrati scomodi. La grande riforma immunitaria, meglio se con il concorso esterno dei falsi oppositori e l’alto patrocinio del Quirinale, è questione di vita o di morte per la Banda. Ormai è una lotta contro il tempo: se non distruggono quel poco che resta della giustizia e dell’informazione, vengono arrestati tutti. La pretesa di impunità dei dominanti riflette la corruzione morale di un popolo. Milioni di italiani (con l’aggravante della buona fede) non se ne curano. Non vedono l’assurdo o non vogliono vederlo, molti addirittura lo giustificano: così fan tutti, anzi io al loro posto farei peggio.Te lo senti dire anche da poveri disgraziati che, se non pagano una multa, ricevono la visita dell’ufficiale giudiziario e vengono chiamati davanti al giudice di pace. Ammirano la corruzione e l’impunità degli altri. Se lo vedessimo in un film, stenteremmo a crederlo possibile. C’è un complotto contro il governo, dice ora il capobanda, che fino a ieri rivendicava l’esclusiva. No, è che siete ladri. Avidi, vigliacchi, senza dignità né vergogna. La feccia che ha risalito il pozzo. Ci tocca pure sentire frasi come questa: se si accertasse che qualcuno ha pagato a mia insaputa una parte della casa dove vivo, darei mandato ai miei avvocati di annullare il contratto. L’ha detto Claudio “Sciaboletta” Scajola, il responsabile dell’ordine pubblico durante il G8 di Genova, il responsabile della sicurezza privata di Marco Biagi, poi insultato da morto ammazzato. Ieri si è dimesso. Beccato con le mani nella marmellata, era diventato imbarazzante perfino per la Banda. Chi lo accusa ricorda gli assegni da lui ricevuti direttamente al ministero. Per un appartamento vista Colosseo, nell’era dei conti cifrati estero su estero e delle corruzioni miliardarie! Praticamente un dilettante, da mettere alla porta. Fino a nuovo incarico. Perché il silenzio è d’oro. A meno di un grande cambiamento, a questo punto difficile da immaginare se non traumatico, capace di ricacciare nei tombini questi maiali orwelliani e la loro Italia di fogna.

Antimafia Duemila – Appalti, indagato il coordinatore del Pdl Denis Verdini

Antimafia Duemila – Appalti, indagato il coordinatore del Pdl Denis Verdini.

Denis Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, e’ indagato dalla procura di Roma per corruzione nell’ambito dell’inchiesta riguardante un presunto comitato d’affari che si sarebbe occupato, in maniera illecita, di appalti pubblici, in particolare per i progetti sull’eolico e carceri in Sardegna.

L’iscrizione nel registro degli indagati del deputato e coordinatore nazionale Pdl è connessa all’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto romano Giancarlo Capaldo. Gli accertamenti su quello che si ritiene essere stato un giro di appoggi e di promesse per favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un’altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia.

Altri indagati
Indagati anche l’imprenditore Flavio Carboni, il costruttore Arcangelo Martino, Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias, Ignazio Farris, consigliere dell’Arpa della Sardegna, e un magistato tributario, Pasquale Lombardi. Gli inquirenti non escludono che venga successivamente aggiunta l’ipotesi di reato di associazione a delinquere.

Martedì scorso era stata eseguita la perquisizione del Credito Cooperativo Fiorentino, presieduto da Verdini stesso, da parte dai Ros di Roma, per verificare la destinazione finale di un giro di assegni che potrebbe riguardare fondi destinati a distribuire tangenti.