Archivi del giorno: 8 Mag 2010

NUOVA ENERGIA: Ahmadinejad contro il segreto di Pulcinella

Fonte: NUOVA ENERGIA: Ahmadinejad contro il segreto di Pulcinella.

Di Fabrizio Di Ernesto

È in corso in questi giorni a New York, sede dell’ONU, la conferenza di riesame del Trattato di non Proliferazione Nucleare. Ovviamente tutti gli occhi sono puntati sul grande nemico della pace mondiale, ovvero il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Da anni, infatti, lui e il suo governo sono messi alla berlina dalla comunità internazionale per il programma per l’arricchimento dell’uranio che il suo Paese sta portando avanti nonostante sanzioni e minacce da parte di tutti gli Stati alleati agli USA, l’unica nazione che ha utilizzato bombe atomiche nel corso della storia.
Dopo essersi sorbito per anni attacchi a tutto tondo, ieri il plenipotenziario di Teheran ha deciso di passare al contrattacco. Presa la parola, Ahmadinejad ha infatti polemicamente chiesto alla platea cosa ci fanno in Europa bombe nucleari made in USA.
Il presidente iraniano ha quindi citato i casi di Germania, Italia ed Olanda.
Nonostante i media italiani ed i nostri politici continuino a non confermare, negli anni passati da Washington e dintorni è più volte stata confermata la presenza di questo tipo di ordigni nel nostro Paese. Secondo quanto riferito dagli studiosi del FAS, Federation of American Scientists, tra la base aerea della NATO di Aviano, nei pressi di Pordenone, e quella bresciana di Ghedi Torre, sarebbero stipate 90 testate; fino a pochi anni fa alcune di queste erano nascoste all’interno dell’aeroporto di Rimini. Alcuni ricercatori sostengono la tesi che ordigni di questo tipo potrebbero trovarsi anche nelle basi aeree di Gioia del Colle, ufficialmente a disposizione delle truppe italiane ma classificato come COB ovvero in grado all’occorrenza di schierare veivoli dotati di armi nucleari, e in quella di Sigonella. Altro sito italiano potenzialmente nucleare quello nei pressi di Affi sul lago di Garda, anche se queste ipotesi sembrano più che altro connesse alla presenza di capannoni con protezione NBC, ovvero nucleare batteriologica e chimica.
Il nostro comunque non è l’unico Paese europeo con il privilegio di ospitare testate nucleari a stelle e strisce, secondo le ultime stime ce ne sarebbero 150 solo in Germania, altre 100 in Inghilterra, 90 in Turchia ed altre 40 dislocate tra Belgio e Olanda. L’unica differenza è data dal diverso atteggiamento dei politici. Nello scorso febbraio alcuni Stati europei – Belgio, Germania, Lussemburgo, Norvegia e Paesi Bassi – hanno ufficialmente chiesto il ritiro di queste testate, con l’Italia che ha pensato bene di rimanere a guardare, nonostante da anni i sindaci di Aviano e Ghedi siano membri del network Mayors for peace, l’associazione presieduta dal sindaco di Hiroshima, che si impegna per l’eliminazione di tutte le armi nucleari dal mondo entro il 2020.
Piccola precisazione: mentre Ahmadinejad svelava il segreto di Pulcinella, i rappresentati al Palazzo di Vetro dei Paesi “democratici” hanno abbandonato l’aula. Forse per non ascoltare una verità di cui poi avrebbero dovuto rendere conto ai loro cittadini.

Fonte: http://byebyeunclesam.wordpress.com/

Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo

Fonte: Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo.

Ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea sullo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento nella zona del siracusano, riportando dei dati ufficiali molto preoccupanti.
Secondo i dati ufficiali dell’OMS e dell’ENEA, la zona della provincia di Siracusa, comprendente i comuni di Augusta, Priolo e Melilli, è contraddistinta da un tasso di mortalità per cancro del 30%. L’esposizione della popolazione della zona al cancro arriva al 60%, laddove la media italiana è del 25%. Altro dato preoccupante è la percentuale di feti con malformazioni che si aggira sul 4%, raggiungendo addirittura picchi del 5-6% com’è accaduto nel 2000.

Già negli anni ’90 il Ministero dell’Ambiente aveva dichiarato quella zona un’area ad ‘alto rischio di crisi ambientale‘, ma nulla è stato fatto per rimediare a questo ‘olocausto industriale‘, come qualcuno lo ha etichettato. I dati sulle emissioni nell’atmosfera e nelle acque dei complessi industriali della zona sono consultabili nel registro INES, aggiornato al 25 novembre 2008, e dimostrano un preoccupante trend delle emissioni, in crescita nel corso degli anni. Come se non bastasse, la Regione Siciliana ha di recente approvato un progetto per la creazione sul sito di un megainceneritore che permetterebbe di convogliare circa 500.000 tonnellate di rifiuti e di bruciarne circa 280.000 l’anno.

Si registrano tante e tali violazioni di direttive comunitarie in materia, da rendere impossibile citarle tutte, ma ho citato nella mia interrogazione quelle principali: carenza della valutazione d’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati; carenza nella lotta contro l’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali, carenze nella limitazione delle emissioni nell’atmosfera di taluni inquinanti originati dai grandi impianti di combustione e totale disattenzione alla direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno. Questa normativa europea è tra l’altro citata nei ‘considerando‘ del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, recante norme in materia ambientale, che viene del tutto disatteso. Alla luce di tutto questo, ho chiesto alla Commissione come intendesse intervenire affinchè si fermasse questo scempio e si garantisse ai cittadini il diritto alla salute.

Proprio ieri ho ricevuto risposta da Janez Potocnik, il quale mi ha informata che la Commissione non era a conoscenza della situazione specifica da me illustrata, nonostante avesse contezza circa l’inquinamento industriale nella zona di Augusta.
In materia di normativa UE sulla qualità dell’aria, l’Italia ha richiesto una proroga, ai sensi dell’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE, per quanto riguarda il rispetto dei valori limite per il particolato (PM10) nella zona di qualità dell’aria che comprende i comuni citati dall’onorevole parlamentare (zona IT19R2).
In data 1° febbraio 2010, la Commissione ha deciso di non concedere la proroga in quanto l’Italia non aveva dimostrato di aver adottato tutte le disposizioni utili per conformarsi agli obblighi entro la data iniziale prevista nel 2005, né che il rispetto dei valori limite sarebbe stato raggiunto entro giugno 2011, termine del periodo di esenzione (si tratta di due delle tre condizioni stabilite all’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE per poter ottenere una proroga).
La Commissione aveva già lanciato una procedura d’infrazione nel gennaio 2009, in quanto l’Italia aveva dato notifica in ritardo della proroga. La Commissione ha adottato due decisioni negative in risposta a richieste di proroga avanzate dall’Italia per il PM10 e sta attualmente valutando se inviare un parere motivato allo Stato membro riguardo il superamento dei valori limite del PM10 in diverse zone di valutazione della qualità dell’aria ambiente sul suo territorio, inclusa la zona IT19R2.

La programmazione di attività industriali e lo svolgimento di progetti specifici in questo campo è di competenza esclusiva degli Stati membri, a condizione che essi rispettino la legislazione dell’UE. La Commissione tiene a precisare che ai sensi dell’articolo 4 della direttiva 2006/12/CE del Parlamento e del Consiglio del 5 aprile 2006 relativa ai rifiuti2, gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare:

a) senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora;
b) senza causare inconvenienti da rumori od odori;
c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse.

Inoltre, l’articolo 4 della direttiva quadro 2008/98/EC sui rifiuti, applicabile a decorrere dal 12 dicembre 2010, stabilisce che per la loro gestione vada osservata una cosiddetta “gerarchia dei rifiuti” che incoraggia la prevenzione, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di energia, mentre lo smaltimento, ad esempio tramite incenerimento, è considerata la meno desiderabile tra le opzioni disponibili.

La Commissione non ha ancora individuato violazioni specifiche nella provincia di Siracusa, ma si impegna da subito a richiedere alle autorità italiane di fornire informazioni in merito alle procedure di autorizzazione per il previsto inceneritore nonché alle condizioni di funzionamento degli impianti nella zona e alle misure tramite le quali le autorità italiane intendono assicurare l’effettiva osservanza della legislazione UE.

Tratto da: soniaalfano.it

ComeDonChisciotte – IL FALLIMENTO OGGI E’ RIVOLUZIONARIO !

Fonte: ComeDonChisciotte – IL FALLIMENTO OGGI E’ RIVOLUZIONARIO !.

DI URIEL
wolfstep.cc/

Un tempo era costume raccontare strane storie ai bambini. Se non si voleva che facessero la tal cosa, si raccontava di terribili conseguenze nel caso avessero disobbedito. Si tratta di un espediente molto usato anche dalle religioni, al punto che il timore delle terribili conseguenze identificava persino la brava persona: “timorato di Dio”, si diceva. Eppure, la stragrande maggioranza di queste “terribili conseguenze” erano pure menzogne.

Come abbiamo imparato da grandi, masturbandoci non diventiamo ciechi. Come abbiamo imparato da grandi, non c’e’ nessun babau, uomo nero, non c’e’ nessun inferno se guardo un bel culo.

Perche’ ci veniva raccontato tutto questo? A raccontarci queste cose era un sistema che temeva la disobbedienza. LA temeva perche’ sapeva benissimo che possedere alcuni punti chiave del comportamento umano avrebbe mantenuto la struttura sociale, politica, economica, del periodo.

Ogni sistema di potere che intenda essere vessatorio alimenta, per forza di cose, un sistema di simili bugie. Compreso il sistema finanziario attuale. Tali bugie, che servono a tenere in piedi il sistema stesso, hanno come scopo quello di non lasciarci fare quello che vorremmo, o meglio, cio’ che il sistema stesso teme.

Prendiamo il caso della Grecia. Che cosa sarebbe successo che anziche’ richiedere il “prestito” UE lo avesse rifiutato categoricamente? Sarebbe andata in default? No, in default c’e’ gia’: il loro primo ministro ha gia’ ammesso di non avere liquidita’ per onorare le scadenze. La grecia, quindi, E’ in default.

E allora cosa sarebbe successo? Sarebbe successo che le sarebbero stati negati ulteriori prestiti dai mercati. Aha. E invece, adesso che arriva il prestito UE, pensate davvero che i mercati finanzieranno ancora la Grecia?

Un tizio mi dice che, fallendo senza pagare i creditori, la Grecia non avrebbe piu’ trovato alcun finanziatore e quindi avrebbe dovuto mantenere il disavanzo allo 0%. Invece cosi’, dovra’ accettare le condizioni dei turboliberisti di FMI, e il disavanzo dovra’ essere addirittura negativo, ovvero dovranno fare anche dei tagli.

Insomma, alla fin fine che cosa sarebbe mai successo se il governo greco avesse detto “ciao ciao, stupidi voi che non avete controllato i nostri conti, e due volte stupidi perche’ ci avete aiutati a falsificarli”?

NIENTE.

Se la Grecia non pagasse il debito, mandando in culo i creditori, non le succederebbe NIENTE di peggio di quanto le succedera’ gia’. Non c’e’ alcuna ragione per la quale i greci dovrebbero accettare il prestito. Non c’e’ alcuna ragione per la quale dovrebbero chiederlo.

Ma c’e’ di piu’: le banche proprietarie del prestito potrebbero addirittura rivolgersi ai certificatori dei bilanci greci, e alle agenzie di rating, chiedendo loro per quale motivo un rating cosi’ alto sia stato dato ad una nazione dai bilanci palesemente falsi.

Non solo i greci potevano fregarsene e tirare dritto senza peggiorare la gia’ critica situazione di una virgola, ma potevano farla pagare cara proprio agli speculatori.

Circolano in giro terribili anatemi, simili ai babau ed all’uomo nero, sulla serie di bibliche disgrazie che accadrebbero se le nazioni occidentali dichiarassero default. Volete sapere cosa succederebbe?

NIENTE.

Tempo fa, quando inizio’ il credit crunch, si diceva che alcune aziende andassero salvate perche’ erano “Too Big to Fail”. Alcune erano cosi’ grandi che si scopri’ come alcuni stati non potessero nemmeno aiutarle: “Too Big to Bail”. Bene, signori, cosa dire delle nazioni del G8?

Sapete cosa dire? “Too Big to Fuck With”.

Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, potrebbero semplicemente dichiarare sin da ora che non pagheranno i debiti e non restituiranno i bond. E che rifiuteranno qualsiasi prestito, aiuto, qualsiasi cazzo di cosa.Sapete cosa succederebbe?

NIENTE.

Si dice che cosi’ facendo le nazioni mancherebbero ad un loro dovere verso i propri cittadini. Ma non e’ esattamente cosi’ che stanno le cose.

Prendiamo per esempio il debito italiano. Esso e’ spalmato in titoli che vanno dai pochi mesi a 30 anni. Dove si trova la speculazione? Ovviamente, nei titoli a breve termine, quelli che hanno un rientro entro pochi mesi.

La media dei nostri titoli ha scadenza a 7.6 anni. Il genio di Tremonti ha consolidato il debito alzando la media delle scadenze OLTRE la durata di un governo. Trappola micidiale.

Questo governo ha ancora, nella migliore delle ipotesi, 3 anni di vita. Supponiamo che Tremonti annunci che non restituira’ il capitale dei titoli in scadenza, per tutti i prossimi tre anni. Sapete cosa succedera’?

NIENTE.

Tutti coloro che hanno titoli che scadono DOPO il governo attuale, infatti, sceglierebbero una via prudente, e se li terrebbero in tasca sperando che il prossimo governo decida diversamente. Verrebbero colpiti solo coloro che hanno comprato CDS e buoni del tesoro a breve, cioe’ gli speculatori. Chi ha investimenti che scadono a lungo termine, per esempio, continuerebbe a sperarci.

Voi direte: ma isolerebbero il paese. Ma ci butterebbero fuori dai circoli finanziari. Davvero? Se riuscissero a convincere tutti quelli che hanno titoli a piu’ di tre anni, per esempio, potrebbero. Ma Tremonti potrebbe dire, che so io, “quest’anno non paghiamo nessuno, dal prossimo anno ricominceremo”. Poiche’ si tratta di debito storico, di per se’ non ci sarebbe bisogno di rinnovarlo.

Possiamo anche uscire dal caso italiano, e supporre che una decina di nazioni (Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, UK, Austria) decidano di non pagare il debito, se non ai propri cittadini risparmiatori, identificandoli attraverso il canale di vendita. Nel globale, il debito si ridurrebbe a meno della meta’.

Che cosa succederebbe?

Ancora niente.

Non esiste il babau. Non esiste l’inferno. Non si diventa ciechi a masturbarsi. Non succede niente a mandare in culo i creditori, a patto di farlo bene. Questo e’ il punto.

La cosa che nessuno vuole sentir dire, e che nessuno vuole dire, e’ che se una qualsiasi delle nazioni del G8, o un qualsiasi gruppo di nazioni del G20 manda a ranare i creditori, non succede assolutamente niente: “Too Big to Complain”.

Guardate che cosa ha fatto Dubai. Dubai ha dichiarato che avrebbe mandato in culo i fornitori un venerdi’ prima della chiusura delle borse. Per tutto il weekend, l’emiro ha ricevuto baciaculi che sono andati ad elemosinare due spiccioli da lui. Dopodiche’, non solo ha “ristrutturato” il debito (ristrutturato significa “ti devo dieci ma di restituiro’ 4″) , ma nessuno ha protestato particolarmente.

Questa e’ la fifa blu che oggi hanno i mercati finanziari. La fifa blu degli speculatori e degli assicuratori: che qualche nazione del G8 decida “ehi, fottetevi tutti. Di aziende che vogliono il mio mercato ho la coda fuori”. Il che e’ la verita’.

Prendiamo il paese nelle condizioni piu’ disperate in Europa, cioe’ gli UK. Se compilassero i bilanci secondo gli standard UE, il loro deficit sarebbe al 170% del PIL. Supponiamo che vadano in default. Che cosa succederebbe? Succederebbe che il buon primo ministro, chiunque sia, dira’ “ehi, cocchi, se volete continuare a mettere piede nella City fatemi gli applausi, che di aziende che vorrebbero entrarci ho la coda fuori dalla porta”. Questa e’ la verita’: moltissime nazioni hanno dimensione tale per cui non solo sono “too big to fail”, e anche “too big to bail”, ma sono persino “too big to fuck with”. Troppo grosse per rompergli i coglioni.

Questo e’ il concetto principale: era cosi’ urgente “salvare” la Grecia(1) perche’ si tenesse in piedi la menzogna secondo la quale il default sarebbe un evento terrificante , catastrofico, simile a quello che avvenne in Argentina. Ma attenzione, perche’ non e’ vero: l’ Argentina al momento del deault usciva proprio da un tentativo di salvataggio dell’ FMI!

Quello che secondo me dovrebbero fare i PIGS, o PIIGS, insieme a tutti gli altri che hanno problemi di debito pubblico, e’ di riunirsi e dichiarare default tutti insieme, con la sola eccezione dei propri privati cittadini, cioe’ per quantita’ di titoli tipiche del risparmio privato.

Cosa succederebbe? Niente.

I PIIGS sono nazioni che nel bene o nel male sono proprietarie di ottimi mercati, finanziari e mercantili. Nessuno degli speculatori vorrebbe esserne cacciato via. Nessuno dei creditori vorrebbe esserne cacciato via. Nessuno al mondo vuole la recessione globale che arriverebbe se i PIIGS fossero oggetto di embarghi o sanzioni.

Questa e’ la ragione principale per la quale i PIIGS vengono affrontati uno ad uno. La Grecia prima , il Portogallo e la Spagna dopo, e poi chissa’.
Contemporanetamente, tutti i giornali ci spiegano di quale catastrofe sarebbe se la Grecia andasse davvero in default: la UE e la BCE perderebbero “prestigio politico”. Ommioddio! Ommioddio!Moriremo tutti !

Ehm. Di quale cazzo di “prestigio politico” stai parlando, fra’?

I mercati, si dice, diverrebbero instabili. Aha. E quando mai sono stati stabili? Qual’e’ la novita’? Ci divertiamo a scrivere oroscopi? “scorpione: mercati finanziari instabili”. Fico, e’ facile prenderci cosi’.

Quello che l’opinione pubblica deve fare e’ di divenire adulta. Smettere di credere nel Babau. Smettere di credere che a toccarselo si diventera’ ciechi. Smettere di credere all’uomo nero. Fare una bella riunioncina, e dire “ehi, ci avete chiamati PIIGS? Fantastico. Perche’ adesso i PIIGS vi prestano un dito, e vi mandano affanculo. E se non volete piu’ fare business sui nostri mercati, beh, abbiamo la coda , fuori dalla porta”.(2)

Ovviamente, questo produrrebbe il panico. Tutti sono come bambini, convinti che arriverebbe l’uomo nero. Tutti sono come bambini, e hanno paura del babau.

Beh, diventate grandi: non succede niente. Semplicemente, qualcuno perderebbe il suo potere,e probabilmente moltissimi dei suoi soldi.

Per quanto riguarda l’euro, se i PIIGS decidessero di uscire in questo modo, Trichet verrebbe a baciare culi per convincerli a restare dentro l’euro.

PIIGS di tutto il mondo, unitevi. Anzi: PIIGS di tutto il mondo, fallite.

Il fallimento, oggi, e’ rivoluzionario.

Chi ci rimetterebbe?

Se tutti i PIIGS decidessero di fallire insieme, semplicemente a lasciarci le penne sarebbero queste entita’ qui:

•Barlkays Bank PLC
•BNP Paribas
•Citi Group Global Markets
•Commerzbank AG
•Credit Agricole
•Credit Suisse
•Deutsche Bank
•Goldman Sachs
•HSBC France
•ING Bank NV
•JP Morgan Securities
•Merryl Lynch INT
•Morgan Stanley CO
•Nomura INT
•Royal Bank OF Scotland
•Societe’ Generale INV Bank
•UBS Ltd

Capite per quale motivo i PIIGS vanno affrontati uno ad uno: se fallissero tutti insieme, non li si potrebbe buttare fuori dall’ Euro, e come se non bastasse sarebbe la fine del sistema finanziario speculativo cosi’ come lo conosciamo.

E no, il babau non esiste.

Chissa’ cosa succederebbe se qualcuno proponesse , via internet, una riunione dei governi dei PIIGS che mandino a ranare il debito pubblico e gli speculatori tutti insieme.

Uhm… quasi quasi ci faccio un gruppo su Facebook

Uriel
Fonte: http://www.wolfstep.cc
Link: http://www.wolfstep.cc/2010/05/infanzia-finanziaria.html
2.05.2010

(1) In che cosa sia consistito il “salvataggio” lo sanno solo loro: le “cure” imposte alla Grecia sono molto piu’ dolorose delle conseguenze del default. Non si capisce bene che cosa ci abbiano guadagnato, i greci, a prendersi dei soldi e poi fare tagli al bilancio uguali se non peggiori di quelli che avrebbero dovuto fare uscendo dai mercati finanziari.

(2) Vi siete mai chiesti perche’ non vedete in giro marche di auto cinesi? Perche’ non vedete sportelli di banche islamiche? Perche’ non vedete catene di benzinai di petrolieri russi? Ecco: sono tutti dietro alla porta, ad aspettare.

Titolo originale “Infanzia finanziaria” visto su http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/

Falcone e il gioco delle tre carte

Falcone e il gioco delle tre carte.

Ci sono due famiglie a Palermo che da anni aspettano di conoscere la verità sulla morte dei loro figli.
Nino Agostino e la sua giovane moglie incinta, Ida Castellucci, sono stati uccisi il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini.
Dell’esecuzione e del movente, nonostante l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, non si è potuto accertare nulla. Il papà di Nino, Vincenzo ha giurato che non si sarebbe mai più tagliato la barba fino a quando non avesse ottenuto giustizia e oggi, che quella barba è diventata lunghissima e bianca, chiede che venga tolto il segreto di stato sulla morte del figlio e della nuora.

Emanuele Piazza, invece, è stato strangolato nel piano inferiore di un negozio di mobili a Capaci il 16 marzo 1990. Lo ha raccontato il pentito Francesco Onorato. Aveva ricevuto l’ordine di eliminare Emanuele di cui era amico da Salvatore Biondino in persona. Il capo della famiglia di San Lorenzo e misterioso autista personale di Riina (quando li catturarono assieme il 15 gennaio 1993 era incensurato) lo aveva visto scambiare quattro chiacchiere amichevoli con Piazza e lo aveva rimproverato: “Che fai ti abbracci con gli sbirri?” Come Biondino sapesse cosa faceva Emanuele e soprattutto che avesse il compito, super riservato, in accordo con i servizi segreti, di cercare i latitanti la dice lunga sullo spessore di tale personaggio.

C’è poi un intero Paese che da sempre aspetta di capire quanto la vera gestione del potere nella Repubblica italiana sia stata affidata pienamente a governi democraticamente e legittimamente eletti dal popolo come presupporrebbe la Costituzione oppure no. Dietro tutte le stragi a partire da Portella della Ginestra fino a Capaci, via D’Amelio e alle bombe del continente, passando per i terrorismi neri e rossi, si agita lo spettro di quell’entità che a quanto pare ha condizionato la nostra intera storia, ma di cui non abbiamo se non una nebulosa idea: i servizi segreti.
Infiltrati, deviati, etero-diretti, non individuabili e soprattutto non punibili per motivi di sicurezza, ma chi sono, che fanno e soprattutto chi servono, questi servizi?
Documenti de-secretati negli anni dagli archivi di vari Paesi e alcune sentenze dei processi per omicidi e stragi ci restituiscono l’immagine di questa sorta di Forza Superiore che interviene, in accordo con altre, per influenzare gli equilibri di un Paese. E che questo sia accaduto in Italia è ormai storia.

Oggi lo schemino dei servizi che in connubio con Cosa Nostra avevano progettato e cercato di portare ad esecuzione l’attentato all’Addaura ai danni del giudice Falcone torna agli onori della cronaca con un articolo di Attilio Bolzoni su La Repubblica di ieri. Già da un po’ di tempo si sapeva che erano in corso nuove indagini e da quanto scrive l’esperta penna, attorno agli scogli sui quali fu rinvenuta la borsa piena di candelotti destinata al magistrato e ai suoi ospiti (Carla del Ponte e Claudio Lehman magistrati elvetici con cui Falcone stava indagando il riciclaggio di denaro in Svizzera ndr) in quel giorno, il 21 giugno 1989, vi sarebbero state due squadre di servizi segreti addirittura l’una contro l’altra. Una che voleva Falcone morto l’altra vivo. E al largo su di un gommone, a cercare di salvare Falcone ci sarebbero stati proprio Nino Agostino ed Emanuele Piazza. Uccisi poi perché sapevano troppo.
Se così fosse si spiegherebbe perché Falcone al funerale di Nino avrebbe detto: “Questo ragazzo forse mi ha salvato la vita”.
Ipotesi però, nulla di più in questo momento, l’unica costante certa è il depistaggio, scientifico, metodologico che annacqua ogni indizio e lo indebolisce al punto che dopo vent’anni ancora ci si debba accontentare di ipotesi. E’ una prassi regolare e purtroppo, a guardare l’iter giudiziario degli omicidi strategici, estremamente efficace.

I magistrati titolari delle indagini, così come hanno fatto altri, pochi, magistrati in passato faranno il loro dovere ma non si può pensare di lasciare l’onere di questa verità solo a loro. La morte di Falcone è stata un danno irreparabile per tutta la nostra Nazione. Come quella di Borsellino. Giganti che avrebbero dato tutta un’altra dignità a questo nostro paesetto di nani.
Quei pochi politici onesti che abitano le Istituzioni si attivino perché si faccia chiarezza. Così tutte le altre forze sociali, dagli intellettuali ai singoli cittadini che vogliono un altro Paese.
Che cadano le maschere di coloro cui questi servizi obbediscono! Sono loro che hanno fatto uccidere Falcone, Borsellino e tutti gli altri elementi eterogenei che avrebbero potuto indebolire il sistema criminale che ci governa. Basta con il gioco delle tre carte, servizi e non servizi! Intravvedere un lumino in fondo al tunnel non basta più! E’ ora per l’Italia di crescere, di guardare in faccia alla verità, ci piaccia a no, se si vuole voltare pagina e provare a diventare la democrazia che sognavano i nostri padri costituenti.

Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 8 maggio 2010)

Falcone, Antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura

Fonte: Falcone, Antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura.

“Servizi, ruolo da chiarire”. Gli 007 “visitarono” la casa dell’agente ucciso

Per vent`anni sono state solo ombre, attorno ai cadaveri del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida, ammazzati – non si sa ancora da chi – quarantacinque giorni dopo il fallito attentato al giudice Falcone, sulla scogliera dell`Addaura. Adesso, fra le ombre, si intravedono dei volti, ancora senza nome. Mai sostituti procuratori Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno ormai la certezza di strane presenze nella squadra di poliziotti che poco dopo l`assassinio del 5 agosto 1989 corse in tutta fretta a casa dell`agente Agostino, per frugare fra le sue carte. «Strane presenze», perché in quel gruppo non c`erano solo poliziotti. «Strane presenze», come quelle di cui ha scritto ieri Repubblica, all`Addaura.

Dei misteri di quel 1989 si occuperanno adesso la Commissione parlamentare antimafia e il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti. E’ quanto avevano chiesto Walter Veltroni ed Anna Finocchiaro, del Pd. Il presidente dell`Antimafia, Giuseppe Pisanu, fa sapere in una nota di aver concordato con il suo collega Massimo D`Alema «una valutazione comune, nel rispetto delle reciproche competenze, degli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». La nota si conclude con una precisazione: il presidente del Copasir, D`Alema, «ha già avviato le iniziative opportune».

Sui misteri del 1989 e il coinvolgimento di apparati deviati dei servizi, i pm siciliani indagano ormai da mesi. Pochi giorni fa, Di Matteo e Del Bene sono volati in gran segreto a Roma, per interrogare i poliziotti che parteciparono alla prima fase delle indagini sull`omicidio Agostino. La domanda principale è rimasta sempre una: chi c`era nel gruppo che perquisì l`abitazione della vittima, ad Altofonte? Il biglietto ritrovato nel portafogli di Agostino, ucciso sul lungomare di Carini, parlava chiaro: «All`interno del mio armadio c`è qualcosa». Probabilmente degli appunti. La sorella di Nino, che accompagnò gli agenti (o presunti tali), ha raccontato ai magistrati: «A un certo punto della perquisizione sento qualcuno che dice, “l`abbiamo trovata”». Forse, una busta. Di certo, una traccia importante che confermava una verità scomoda per qualcuno: Agostino non era solo un agente della squadra volanti di un commissariato come tanti a Palermo, ma svolgeva un lavoro riservato d`indagine. Forse, mirato alla cattura dei latitanti. Forse, secondo quanto anticipato da Repubblica, diretto a scoprire chi avesse piazzato la bomba all`Addaura.

Alcuni dei poliziotti interrogati nei giorni scorsi sarebbero caduti più volte in contraddizione sulle presenze di quella sera a casa Agostino. l magistrati hanno disposto anche dei confronti, cheavrebbero avuto toni drammatici. Fra mezze ammissioni e tante reticenze sono spuntate le tracce di «presenze estranee» alla polizia. E il giallo si sarebbe ripetuto pure nell`altra perquisizione fatta a casa Agostino, tre giorni dopo. Forse – è adesso l`ipotesi di chi indaga – non solo sarebbero state sottratte alcune carte, ma ne sarebbero state aggiunte altre, sempre di Agostino, ma che nulla avevano a che fare con la verità. Di certo, nel primo rapporto della squadra mobile, allora diretta da Arnaldo La Barbera, si parlava di una pista passionale per il delitto. Ad accreditarla era un amico di Agostino, uno strano poliziotto di Pescara, che ogni tanto veniva aggregato alla mobile di Palermo (i pm non hanno scoperto ancora perché): Guido Paolilli, così si chiama, è indagato per favoreggiamento. L`elenco dei poliziotti sotto accusa potrebbe presto allungarsi.

Salvo Palazzolo (La Repubblica, 8 maggio 2010)

Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti

Fonte: Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Ci sono dei luoghi a che parlano. Parlano di vite e complotti, di segreti e morte. Via Notarbartolo, Piazza Marina, il Bar Rex, la piccola piazza dietro il , via D’Amelio e , l’autostrada per , una villino a Mondello e un altro a Marina di Carini. E ancora. Altre strade, piazze, case. Parlano. Hanno parlato, evedinetemente, anche a Attilio Bolzoni, che su La Repubblica ha riaperto due giorni fa alcuni squarci sulla vicenda mai chiarita del fallito attentato a nella sua casa all’Addaura. Sospetti, qualche dato nuovo, linee logiche che da vent’anni e più portano a un intreccio stritolante fra Cosa nostra e servizi deviati, fra pezzi dello Stato “infedeli” e boss sanguinari.
Le stragi del ’92, e poi quelle del ’93, non sono arrivate a caso. Sono state costruite frammento dopo frammento, decisione dopo decisione, scontro dopo scontro. I due poteri “reali” che per decenni hanno governato (e governano ancora) la Sicilia, Cosa nostra e Stato, inevitabilmente si sono coagulati nelle tragedie di quel biennio. Ma è storia antica, apice di un percorso, come ricorda Bolzoni. O no?

Il diario di Falcone. Le ombre di
«Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita di . Sono proprio appunti di , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992 poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche , altro pm del maxi processo, parla di questi diari sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta , probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e se è stato trovato naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui invece non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a , dentro e fuori il di ». Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, come in qualche modo già temeva Ayala, rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del Ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «Non c’ è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, l’Espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.
Torniamo a Borsellino e a quello che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si ripresenti il conto di quello avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive, in gran parte sottovalutate e di certo dimenticate. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno ” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno . Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…)Nel corso di una conversazione telefonica, Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno ». In seguito Canale nel 1997, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali.

Gli smemorati e la trattativa
Dopo diciassette anni di amnesie collettive (una sorta di epidemia), lo scorso anno si scatenò un improvviso ritorno di memoria ai co-protagonisti di quegli anni.
Il capitolo più misterioso della storia repubblicana degli ultimi vent’anni, la presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra lo scorso anno alla vigilia della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 dove perse la vita , si scopre che poi così misterioso non era. In una sorta di rinsavimento collettivo, una vera e propria folla di alti funzionari dello Stato, politici, ministri, magistrati, improvvisamente ha ritrovato la memoria e parla dopo 17 anni di silenzio. L’ultimo della serie degli smemorati a cui è tornata la memoria, tanto per farci un’idea di che cosa parliamo, è il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il quale racconta che «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: i contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative e che poi ha creato ulteriori conseguenze». Ma quindi lui sapeva prima, durante e dopo di questi abboccamenti, o li ha appresi solo dopo e ha deciso di tenerli per sé? Non stiamo parlando di un magistrato qualunque, neanche all’epoca. Grasso era stato un giudice a latere del maxi processo, di lì a qualche anno sarebbe diventato procuratore capo a succedendo a Gian Carlo Caselli per poi arrivare alla Procura nazionale Antimafia dove oggi siede. È quindi necessario porsele delle domande ma soprattutto una: perché non ha parlato prima? Di processi sulla strage di via D’Amelio ne sono stati fatti tre, e oggi probabilmente si andrà al quarto. Solo per citare uno dei tanti processi che sarebbero inevitabilmente mutati alla luce di questo tipo di rivelazioni. Perché di trattativa ne parlavano fino a poco tempo fa solo i mafiosi, o meglio i pentiti. Da Giovanni Brusca a Antonino Giuffré. E poi, da circa un anno, Massimo Ciancimino, figlio del sindaco del sacco di e, nelle ultime settimane, suo fratello Giovanni. Tutti gli altri, mentre se ne parlava, sono rimasti in silenzio.
È necessario ricordare che l’improvvisa cessazione delle amnesie collettive si è verificata quando sono emerse alcune informazioni relative alla credibilità delle dichiarazioni sia di Massimo Ciancimino che, soprattutto, del nuovo pentito Gaspare Spatuzza che ha di fatto riaperto il processo sulla strage di via D’Amelio. Poche settimane dalle pur prudenti dichiarazioni di “riscontri” sulle dichiarazioni di Spatuzza da parte del procuratore capo di Caltanissetta Lari, competente sulla strage, e di colpo è saltata fuori questa sorta di cura collettiva per l’amnesia. Perfino il silente e smemorato per antonomasia Totò Riina, dopo più di 12 anni di assoluto mutismo, ha dichiarato, sempre in relazione all’uccisione di Borsellino, «Non siamo stati noi», facendosi carico di tutto il resto della mattanza che ordinò in più di 40 anni di “onoratissima” carriera di killer e mandante di stragi. «Non siamo stati noi». Quindi chi è stato?
Ma andiamo ai primi, a due colleghi di Marsala di , che hanno dichiarato improvvisamente di ricordare alcune confidenze del giudice assassinato su un possibile “traditore” in magistratura. Sempre 17 anni dopo. In piena estate di quest’anno e pochi giorni prima dell’anniversario del 19 luglio. Pochi giorni prima qualche spiraglio era arrivato perfino da uno dei colleghi di Falcone e Borsellino del pool di , , che affermò di aver visto nell’agenda di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno ora vicepresidente del Csm, segnato proprio quell’appuntamento con che il vice di Napolitano si ostina a negare e che, secondo molti, sarebbe stata l’occasione in cui venne comunicata la possibilità di una trattativa con Cosa nostra. Trattativa che, respinta da Borsellino, segnò la sua condanna a morte. Su questo e altri dettagli, fra cui la sparizione dell’agenda rossa dal luogo della strage, Ayala è stato sentito dai pm di Caltanissetta. Anche Ayala, poi, ha parlato di quelle confidenze in relazione a “traditori” e dell’esistenza di un diario elettronico di Falcone in cui si faceva riferimento a simili sospetti. Diario scomparso, puntualmente, subito dopo la strage di Capaci, come vennero del resto cancellate le memorie dei computer del magistrato nel suo ufficio al ministero di Giustizia nonostante fosse sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria.
Poi lo scoop di “Annozero”, e la cura per l’amnesia in diretta televisiva. Si apprende nel tempi di Michele Santoro che Liliana Ferraro, storica collaboratrice di Falcone, disse al capitano Giuseppe De Donno () di informare della volontà di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di alcune garanzie politiche. A rivelarlo Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia, che racconta di come venne a conoscenza della “trattativa” con Ciancimino avviata dal nel 1992 per raggiungere esponenti di Cosa nostra e trattare la cattura dei superlatitanti. I , quindi, protagonisti come racconta Massimo,
Ma vediamo cosa ha detto lo scorso anno in aula a Luciano Violante sugli incontri avuti con Mori e sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. Violante ha confermato quello che già aveva lasciato trapelare negli scorsi mesi, ovvero di aver ricevuto per tre volte Mori nel ’93, quando era presidente della commissione Antimafia, che gli sollecitava un incontro riservato con l’ex sindaco di Vito Ciancimino. Nonostante l’insistenza di Mori, ogni volta ripeteva la stessa richiesta, Luciano Violante respinse ogni appuntamento. I tre incontri e la richiesta di mettere in atto un approccio riservato con Ciancimino sono stati confermati anche dall’alto ufficiale che al termine dell’audizione di Violante ha rilasciato una dichiarazione spontanea e a depositato una memoria scritta. Ma Mori ha negato che si trattasse di incontri finalizzati alla trattativa e anzi ha ribadito che il suo rivolgersi al presidente della commissione Antimafia testimonierebbe sulla sua buonafede e correttezza istituzionale. Ma, di fatto, Mori non ha spiegato per quale ragione così insistentemente si è fatto promotore di questo incontro, come del resto Violante non ha dato conto di 17 anni di silenzio su questa vicenda nonostante ormai da anni si parli diffusamente sia della trattativa che di chi ne fu protagonista. Mori ha anche ricordato come ebbe «ripetuti contatti telefonici con , che conoscevo da tempo, finché il magistrato mi chiamò dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno». Ma una frase soprattutto della sua deposizione ha creato stupore: «Nel salutarci il dottor Borsellino raccomandò ancora la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di », aprendo di fatto un nuovo capitolo di questa già intricata vicenda. Una storia già sentita, diciotto anni fa.

Antimafia Duemila – Dall’attentato all’Addaura alle navi dei veleni l’ombra dei servizi deviati

Fonte: Antimafia Duemila – Dall’attentato all’Addaura alle navi dei veleni l’ombra dei servizi deviati.

di Vincenzo Mulè – 8 maggio 2010

Servizi segreti deviati. Ancora loro. Nei giorni scorsi, la Commissione d’inchiesta sulle ecomafie aveva affermato senza mezzi termini che dietro i traffici di rifiuti pericolosi ci fosse una perversa alleanza tra politica e barbe finte.
Ora, dopo le rivelazioni fatte da Attilio Bolzoni su La Repubblica, sembrerebbe emergere un ruolo di primo piano dei servizi anche in occasione del fallito attentato a Falcone il 21 giugno del 1989 all’Addaura. Il giudice, che troverà la morte per mano della mafia a Capaci, già nei primissimi giorni che seguirono l’episodio si disse convinto che l’attentato non fosse opera solamente di Cosa Nostra, ma che vi fossero coinvolte «menti raffinatissime». Per uno strano scherzo del destino, le nuove rivelazioni cadono lo stesso giorno in cui si getta una nuova luce su un’altra morte eccellente, quella di Enrico Mattei, in uno scenario che, ancora una volta, sembra ricondurre a un disegno “superiore”.  Secondo il pentito gelese Antonio La Perna, che ha deposto al processo per l’uccisione del giornalista palermitano Mauro De Mauro, la mafia di Gela sarebbe stata coinvolta nel progetto di omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei, morto in un disastro aereo nel 1962 nei pressi di Pavia. Il giornalista, secondo una delle ricostruzioni fatte dall’accusa, potrebbe essere stato eliminato per avere scoperto i retroscena dell’omicidio Mattei su cui svolgeva ricerche per conto del regista Francesco Rosi. Secondo Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia «non è una novità l’esistenza di un terzo livello, quello delle relazioni e delle collusioni mafiose di settori deviati dello Stato e di pezzi della politica… …coinvolti nelle stragi di mafia. Dopo anni di depistaggi e omissioni – aggiunge l’esponente del Pd – non si può più tergiversare». Per Walter Veltroni, «le rivelazioni di Repubblica sull’attentato a Falcone sono di enorme importanza e possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice che credeva nelle istituzioni, ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere, tra mafia e poteri». Per questo, l’ex leader del Pd ha chiesto «al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Pisanu, di dedicare la seduta di martedì prossimo all’esame urgente di questa vicenda». In un nota, la stessa Commissione comunica che  «il senatore Giuseppe Pisanu, si è riservato di prendere le decisioni opportune dopo aver sentito l’Ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Nel frattempo – prosegue la nota – lo stesso senatore Pisanu» ha concordato con il presidente del Copasir Massimo D’Alema di valutare insieme «gli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». L’ultimo mistero, ora, sembra ruotare intorno all’identità di un uomo, un agente da molti definito «con la faccia da mostro». Sembra un’ombra, ma è presente sempre in prossimità di luoghi ove avvengono fatti di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui si conosce solo questa deformazione nel volto. Il giorno del fallito attentato dell’Addaura, una donna afferma di aver visto quell’uomo «con quella faccia così brutta» vicino alla villa del giudice Falcone. Il mafioso Luigi Ilardo raccontò al colonnello dei carabinieri Michele Riccio di sapere che a Palermo «c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino». Antonino Agostino, secondo la ricostruzione di Repubblica, era uno dei due sub che salvò la vita a Falcone. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l’Addaura. Dell’agente ha parlato anche Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ‘70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Nel libro Don Vito, scritto a quattro mani con il giornalista Francesco La Licata, Massimo fa una rivelazione importante. «Tutti pensano che sappia il suo nome – dice – ma non è così. Posso solo dire che di indicazioni ne ho date affinchè la magistratura risalisse alla sua identità». Ai magistrati che gli presentarono un album di foto di agenti segreti italiani, Ciancimino jr indicò due volti. Erano quelli degli accompagnatori dell’uomo con la faccia da mostro. «Una sua foto non mi è mai stata fatta vedere. Posso solo dire che l’ultima volta che l’ho visto, stava uscendo dall’ambasciata Usa presso la santa Sede». Il messaggio potrebbe essere interpretato così: l’agente non è italiano e appartiene ai servizi segreti di un Paese straniero.Il giornalista, secondo una delle ricostruzioni fatte dall’accusa, potrebbe essere stato eliminato per avere scoperto i retroscena dell’omicidio Mattei su cui svolgeva ricerche per conto del regista Francesco Rosi. Secondo Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia «non è una novità l’esistenza di un terzo livello, quello delle relazioni e delle collusioni mafiose di settori deviati dello Stato e di pezzi della politica coinvolti nelle stragi di mafia. Dopo anni di depistaggi e omissioni – aggiunge l’esponente del Pd – non si può più tergiversare». Per Walter Veltroni, «le rivelazioni di Repubblica sull’attentato a Falcone sono di enorme importanza e possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice che credeva nelle istituzioni, ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere, tra mafia e poteri». Per questo, l’ex leader del Pd ha chiesto «al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Pisanu, di dedicare la seduta di martedì prossimo all’esame urgente di questa vicenda». In un nota, la stessa Commissione comunica che  «il senatore Giuseppe Pisanu, si è riservato di prendere le decisioni opportune dopo aver sentito l’Ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Nel frattempo – prosegue la nota – lo stesso senatore Pisanu» ha concordato con il presidente del Copasir Massimo D’Alema di valutare insieme «gli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». L’ultimo mistero, ora, sembra ruotare intorno all’identità di un uomo, un agente da molti definito «con la faccia da mostro». Sembra un’ombra, ma è presente sempre in prossimità di luoghi ove avvengono fatti di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui si conosce solo questa deformazione nel volto.  Il giorno del fallito attentato dell’Addaura, una donna afferma di aver visto quell’uomo «con quella faccia così brutta» vicino alla villa del giudice Falcone. Il mafioso Luigi Ilardo raccontò al colonnello dei carabinieri Michele Riccio di sapere che a Palermo «c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino». Antonino Agostino, secondo la ricostruzione di Repubblica, era uno dei due sub che salvò la vita a Falcone. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l’Addaura. Dell’agente ha parlato anche Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ‘70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Nel libro Don Vito, scritto a quattro mani con il giornalista Francesco La Licata, Massimo fa una rivelazione importante. «Tutti pensano che sappia il suo nome – dice – ma non è così. Posso solo dire che di indicazioni ne ho date affinchè la magistratura risalisse alla sua identità». Ai magistrati che gli presentarono un album di foto di agenti segreti italiani, Ciancimino jr indicò due volti. Erano quelli degli accompagnatori dell’uomo con la faccia da mostro. «Una sua foto non mi è mai stata fatta vedere. Posso solo dire che l’ultima volta che l’ho visto, stava uscendo dall’ambasciata Usa presso la santa Sede». Il messaggio potrebbe essere interpretato così: l’agente non è italiano e appartiene ai servizi segreti di un Paese straniero.

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Tratto da: gliitaliani.it


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(
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