Antimafia Duemila – La spesa della camorra

Fonte: Antimafia Duemila – La spesa della camorra.

di Vincenzo Mulè – 11 maggio 2010
Un’operazione che rappresenta una conferma. L’ennesima. Sul ruolo di laboratorio criminale che  ricopre la fascia di territorio tra il Lazio e la Campania.
Un luogo dove, ormai, si sperimentano alleanze insospettabili. Come quella tra camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta. È questo l’aspetto più importante che è scaturito dall’operazione che nelle prime ore della mattinata di ieri ha portato all’emissione di 68 ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli sul controllo del trasporto ortofrutticolo attuato da un cartello che vedeva alleate le tre principali mafie del nostro Paese. E che assicurava ai casalesi il monopolio nelle tratta da e per il mercato ortofrutticolo di Fondi e quelli siciliani. L’operazione ha così consentito di poter formare una mappatura sia dei clan e delle relative ditte di trasporto che dei mercati controllati in tutta Italia. Una suddivisione del territorio conseguenza anche di conflitti armati fra i clan che ha portato a una progressiva spartizione dei mercati fra le varie organizzazioni criminose. L’operazione, partita per accertare le infiltrazioni camorristiche a Fondi e in particolare nelle attività legate al trasporto su gomma da e per il Mof, si è poi estesa nel resto d’Italia arrivando a smantellare una presunta organizzazione criminale facente capo ai casalesi delle famiglie Schiavone e Del Vecchio, nata dall’alleanza con la mafia catanese di Nitto Santapaola,  che imponeva il monopolio ai commercianti ed agli autotrasportatori di prodotti ortofrutticoli in tutto il centro-sud Italia, con la conseguente lievitazione dei prezzi della frutta. Complessivamente sono stati arrestati una ventina di presunti affiliati ai Casalesi, gruppo capeggiato da Francesco Schiavone detto Sandokan, una dozzina di appartenenti ai clan Licciardi e Mallardo di Napoli, entrati in contrasto con i Casalesi e una mezza dozzina di esponenti del clan Santapaola, tra cui il reggente, cognato del boss, Giuseppe Ercolano. Secondo quanto emerso, la ‘cupola’ imponeva alle ditte che operano nell’ambito dei mercato ortofrutticoli del Centrosud una unica ditta di trasporti, catanese, gestita da Ercolano.
Sono 27 i clan censiti da Legambiente nel settore delle agromafie, che operano nell’acquisizione fondiaria, nella gestione delle coltivazioni, nella sofisticazione dei prodotti alimentari fino al sistema dei trasporti e della distribuzione con l’imposizione dei prezzi ai commercianti». «A rendere particolarmente difficile il contrasto degli abusi e il ripristino della legalità – ha concluso Buonomo – il fatto che le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con le attività legali attraverso un complesso sistema di relazioni tra contesto sociale, struttura economica e istituzionale». Le indagini hanno accertato come attraverso la società di autotrasporto “La Paganese Trasporti” facente capo a Costantino Pagano, gli Schiavone avevano progressivamente acquisito il totale controllo del trasporto su gomma di prodotti ortofrutticoli, soppiantando la famiglia camorrista dei Panico, contigua ai Mallardo di Giugliano e quella dei Cataldo, vicina ai Sacco e ai Licciardi di Secondigliano. Dalle indagini emerge come la società di autotrasporti si era progressivamente trasformata in una holding del crimine, con sedi a San Marcellino, in provincia di Caserta, e a Fondi. Fu grazie ad accordi diretti con uomini vicini a Totò Riina che gli Schiavone allargarono la loro area d’influenza anche in Sicilia. Per il controllo della parte occidentale dell’isola, è risultato decisivo l’apporto degli imprenditori siciliani Antonio e Massimo Sfraga, vicini a loro volta ad un gruppo di manager che ruotano attorno alla famiglia Messina Denaro. Legami con Giuseppe Ercolano, luogotenente di Santapaola, nonché con personaggi contigui alla famiglia mafiosa dei Rinzivillo di Gela sono stati invece avviati per il controllo della parte orientale della Sicilia. Da sottolineare come i Rinzivillo siano una presenza fissa nel lazio e in particolare a Roma, sul litorale laziale e nel sud pontino. L’accordo stretto tra i Casalesi e Cosa Nostra prevedeva, tra l’altro che esponenti delle famiglkie mafiose siciliane potessero gestire l’affare dela bgrande distribuzione alimentare anche nel Lazio, progettando di aprire a Roma magazzini per lo stoccaggio di merci da commercializzare nei supermercati Conad e Despar.
Secondo Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, dall’indagine emerge un «federalismo mafioso». Per essere impacchettate, per esempio, le fragole vengono inviate da Vittoria, in Sicilia, a Fondi nel basso Lazio; da lì vengono poi distribuite in tutto il Sud Italia e a Milano: le conseguenze sui prezzi sono enormi. Anche Grasso ha evidenziato che il legame tra Casalesi e mafia è stato stretto grazie anche alla famiglia della ‘ndrangheta calabrese Tripodo, legata a sua volta a diverse famiglie siciliane. In un intreccio di alleanze che risale agli anni Settanta. E che vede proprio in Fondi il luogo prescelto. Fu proprio nel basso pontino che Domenico Tripodo, secondo quanto raccontato dal collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro «divenne boss tra i boss napoletani.  Era amico intimo e trascorreva la sua latitanza tra i paesi vesuviani, ove spesso era ospite di Stefano e Carmine Alfieri nonché di Mario Fabbroncino e la terra dei Mazzoni (ossia il casertano), dove si accompagnava ad Antonio Bardellino e ai Maisto». Lo stesso collaboratore di giustizia aveva conferma lo strettissimo rapporto esistente all’epoca tra lo stesso Tripodo e Salvatore Riina, affermando che il pupillo di Antonio Macrì era Domenico Tripodo che fu anche compare d’anello di salvatore Riina. Domenico Tripodo era il capo riconosciuto della criminalità di Reggio Calabria e del suo hinterland e, unitamente a Antonio Macrì, che controllava la costa jonica, e a Girolamo Piromalli, che controllava la Piana di Gioia Tauro, apparteneva al ristretto gruppo di vertice che aveva un peso decisivo nela politica della ‘ndrangheta. Le indagini coordinate dai pm Cesare Sirignano, Francesco Curcio e Ivana Fulco si sono avvalse anche della collaborazione di due collaboratori di giustizia: Felice Graziano, capo dell’omonimo clan di Quindici (Avellino) e di Carmine Barbieri, già «uomo d’onore» della famiglia Madonia di Gela e definito dagli investigatori di «elevatissimo spessore».

Fonte:
Terra

Tratto da: gliitaliani.it

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