Archivi del giorno: 19 maggio 2010

Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani

Fonte: Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani.

di Pietro Orsatti

Questo non è un Paese serio. O meglio, è un Paese delle barzellette che sta precipitando in un dramma. Dopo giorni di inattività del Parlamento annichilito dall’ondata di notizie proveniente dall’inchiesta Grandi Eventi, ora si fanno le ore piccole in commissione giustizia del Senato per approvare il DDL intercettazioni. Blindata, la proposta del governo, punitiva verso i cronisti e cittadini che intendano diffondere notizie. Scandalosamente anticostituzionale (anche il ridicolo emendamento Pd, l’unico infatti a passare, relativo alle registrazioni che solo un giornalista professionista potrebbe fare). Che prevede multe e galera a chi, rispettando la Costituzione e l’articolo 21 della stessa, esercita il proprio diritto di espressione e, nel caso dei giornalisti, di cronaca. Attenzione, qui non si sta parlando di pubblicare atti coperti da segreto istruttorio. Si sta votando una legge che prevede che non si possa più pubblicare nessun atto giudiziario “depositato”, quindi pubblico. PUBBLICO.

In questo nauseabondo tentativo di cancellare una delle libertà fondamentali di una democrazia, l’iter del DDL diventa di ora in ora grottesco.

Ecco un take di agenzia del pomeriggio che ci racconta quello che sta avvenendo a palazzo Madama

Il clima in commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl intercettazioni è stato abbastanza sereno fino a quando non si è arrivati ad affrontare le norme sulla libertà di stampa. Sul comma 26 dell’articolo 1, infatti, la discussione si è fatta accesa e sono volate anche parole grosse. Al senatore Vincenzo Vita (Pd) che stava parlando di articolo 21 della Costituzione e di necessità di garantire libero accesso all’informazione, ha replicato duramente il collega del Pdl Mariano Delogu dicendo ad alta voce: «ci stanno rompendo i coglioni!». La reazione dell’esponente della maggioranza ha scatenato critiche anche tra i senatori del Pdl. E immediata è stata la replica di Vita: «Io non sono abituato a questi toni, avete perso il senso della misura». «Da questo momento in poi – incalza il vicepresidente del gruppo del Pd Felice Casson – faremo vero ostruzionismo, senza concedere tregua. Non ci sono, infatti, margini per tentare di raggiungere un’intesa nè sui tempi, nè sui modi, nè sui contenuti. Da ora si interverrà a oltranza». Per tentare di placare gli animi è arrivato in commissione Giustizia anche il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. Il capogruppo del Pdl sta ora tentando di arrivare ad una mediazione almeno per quanto riguarda i tempi del dibattito che, al momento si annunciano ancora molto lunghi. (ANSA)

Parleremo in futuro solo delle epidemie virali che colpiscono le gardenie? O della salatura del prosciutto? Oppure faremo inchieste sulle candela di citronella quando arrivano le zaznzare? O della tinta di capelli di moda quest’anno?

Prepariamoci a trasformarci, quando il testo che sarà approvato diventerà pubblico, a essere l’anomalia delle democrazie occidentali.

La politica aiuta la mafia

Fonte: La politica aiuta la mafia.

“Dai palazzi del potere arrivano continui attacchi, tagli ai nostri mezzi e leggi che ci impediscono di indagare. Vogliono normalizzare e isolare la magistratura. Mentre le più alte istituzioni tacciono”. La durissima accusa di Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Palermo

“I provvedimenti e i comportamenti dei magistrati possono essere legittimamente criticati. Ma non possiamo però più tollerare l’offensiva sistematica e violenta nei nostri confronti. Molti degli esponenti politici che ogni 23 maggio e 19 luglio tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti, per i restanti giorni dell’anno spendono le loro migliori energie per isolare e denigrare quei magistrati che si ostinano a credere che la legge è veramente uguale per tutti. Le stesse ragioni per le quali in vita venivano isolati e denigrati Falcone e Borsellino”. Diciotto anni dopo la strage di Capaci del 23 maggio del 1992 la magistratura è sempre sotto attacco. E Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, è una delle toghe in trincea che da un lato vede commemorare Giovanni Falcone o Paolo Borsellino e dall’altro sente che i magistrati sono tacciati di essere eversivi e politicamente orientati.

L’Anm di Palermo ha parlato di recente di “silenzi” da parte di esponenti delle istituzioni dopo gli ennesimi attacchi subiti dal premier Silvio Berlusconi…
“A fronte di attacchi spesso violenti e volgari ci saremmo aspettati una presa di distanza più chiara e decisa dalle altre istituzioni. Penso ad esempio al presidente della Repubblica nella qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura o allo stesso ministro della Giustizia. Non mi sembra che ciò sia avvenuto”.

A Palermo, però, la società civile sembra risvegliarsi: vi sentite soli come lo furono Falcone e Borsellino nel ’92?
“Non credo che nonostante qualche isolato fermento la società civile sia oggi attenta e vigile come, sull’onda dell’emozione e della rabbia, dimostrò di essere nell’immediato post-stragi. Ciò contribuisce ad alimentare un a pericolosa sensazione di isolamento ed una strisciante tendenza alla rassegnazione di fronte al tentativo, a mio parere evidente , di “normalizzare” l’azione della magistratura”.

A Palermo ci sono delicate indagini in corso su collusioni tra servitori infedeli dello Stato e mafiosi: cosa si è scoperto finora? Ci sono processi che confermano patti o accordi tra boss e entità esterne?
“Non posso parlare nello specifico di indagini in corso se non per dire che si tratta di investigazioni per le quali impegneremo al massimo le nostre energie e le nostre assolutamente inadeguate risorse. Non si può pensare di voler sconfiggere la mafia senza recidere i rapporti che ha avuto e ha con settori importanti della politica e delle istituzioni. Lo Stato deve avere la forza, quando ne sussistono i presupposti, anche di processare sé stesso. Solo così potrà liberarsi definitivamente del potere di ricatto che, nelle mani di Cosa Nostra, costituisce la più micidiale della armi”.

Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, sta raccontando alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze i suoi segreti sui contatti che il padre – potente sindaco Dc condannato per mafia – aveva con politici e istituzioni. Esponenti del centrodestra, come Maurizio Gasparri, sostengono che la magistratura di Palermo ha già definito “non credibile” Ciancimino. E’ così?
“Molti, troppi, parlano senza conoscere nulla degli atti processuali. Al momento solo un tribunale, quello che ha processato l’onorevole Giovanni Mercadante, ha motivato con una sentenza le sue considerazioni sul teste Ciancimino che aveva ascoltato in pubblica udienza. Quella sentenza definisce Ciancimino “prezioso testimone diretto dei rapporti tra il padre Vito, Bernardo Provenzano, e esponenti del mondo politico e istituzionale”. E ritiene “credibili e riscontrate le sue dichiarazioni in aula” in quel processo. L’onorevole Gasparri liquida troppo frettolosamente un argomento serio e delicato, e lo fa sulla base dell’ordinanza di una corte – quella che processa il senatore Marcello Dell’Utri – che non ha nemmeno ascoltato Ciancimino e non può valutare nel merito una prova che non ha ritenuto di assumere nel processo. Il motivo? La testimonianza non era ritenuta così assolutamente necessaria da interrompere la discussione finale in corso”.

Le recenti catture di latitanti di primo piano in Cosa nostra, come Gianni Nicchi o Domenico Raccuglia, o le ultime indagini, hanno permesso di capire chi comanda, oggi, in Cosa nostra?
“L’esperienza dovrebbe indurci a non azzardare previsioni e giudizi, soprattutto in un momento storico come questo in cui l’asse del potere effettivo in Cosa nostra sembra essersi spostato dalle sue componenti militari – gli uomini d’onore organizzati gerarchicamente in famiglie e mandamenti – a quelle, ben più sottili menti economiche e finanziarie che stanno guidando la “legalizzazione” di Cosa Nostra attraverso il reinvestimento di enormi quantità di denaro in attività apparentemente pulite”.

In Sicilia, da Addio pizzo a Confindustria, qualcosa si muove nella ribellione delle coscienze contro la mafia, tante volte auspicata da Falcone e Borsellino?
“Sì, qualcosa di significativo si muove. Molte incrostazioni però sono difficili da rimuovere. Lo dimostra l’ancora veramente irrisorio numero di grandi imprenditori e grossi commercianti che si espongono concretamente nel denunciare i loro estorsori”.

Quale sarebbe, se c’è, l’asso nella manica per sconfiggere Cosa nostra?
“Più che di assi parlerei di sforzi seri e concreti per dotare magistratura e forze di polizia delle risorse che non hanno. Mi pare invece che si vada esattamente nella direzione contraria: smantellando l’incisività dello strumento investigativo più importante, le intercettazioni, lasciando sguarniti gli uffici di Procura più caldi, mortificando anche economicamente le aspettative di chi, magistrato o poliziotto, con sacrifici personali e familiari enormi, continua a volere rischiare in prima persona”.

Fonte: http://espresso.repubblica.it

Antimafia Duemila – ”Complicita’ e silenzi sulle stragi del ’92”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Complicita’ e silenzi sulle stragi del ’92”.

Qualcuno scriverà mai la verità sulla stagione delle stragi? Qualcuno spariglierà i dubbi, risponderà mai alle domande che ancora rimbalzano dalle tragedie e dalla violenza di Capaci e di via D‘Amelio?
Il procuratore aggiunto (sub iudice, chiarisce lui, fino a un nuovo pronunciamento dopo l’intervento del Consiglio di Stato) Antonio Ingroia, in chat con i lettori di Livesicilia risponde: “Ci sono stati complicità e silenzi imbarazzanti. C’è una verità ingombrante. Si deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà fino in fondo. Ma la verità è una conquista collettiva”. Il sottotitolo è evidente: avrà mai questo Paese il coraggio di buttare uno sguardo in fondo al pozzo dei misteri, fino a scorgere almeno il contorno dei suoi orrori?
E’ stato questo uno dei momenti più intensi della “chiacchierata” tra Riccardo Lo Verso e il magistrato antimafia che ha tra le mani i fili di molte inchieste scottanti. Ed è normale, dunque, che l’attenzione dei lettori si sia concentrata sulle “carte”  che riempiono la scrivania di Antonio Ingroia.
Si parla della presunta trattativa tra mafia e Stato. Il riferimento successivo è una domanda sulla credibilità di Massimo Ciancimino, figlio di Vito. Ingroia replica: “Non faccio atti di fede per nessuno. Le parole di Massimo Ciancimino hanno avuto un riscontro minuzioso e certosino. Da qui il giudizio prudente di una sua complessiva credibilità”.
Dai misteri del passato a quelli dei giorni nostri. La mafia palermitana è un’idra decapitata, con i suoi latitanti fuori uso, in galera. Quali saranno gli scenari? Il procuratore aggiunto ha un’idea abbastanza chiara. Il superlatitante Matteo Messina Denaro è in marcia verso il potere assoluto. “A Palermo c’è il vuoto di comando – dice Ingroia -. Messina Denaro ha la capacità e l’efficienza per affermare il proprio dominio su Cosa nostra”.
Giustamente prudente il magistrato sui rapporti tra “L’architetto” Giuseppe Liga – considerato il nuovo referente della mafia dopo Lo Piccolo – e la politica. Gli chiedono che idea si sia fatto della visita dello stesso Liga al presidente Lombardo, immortalata da una foto. Ingroia dice: “Il presidente ha chiarito la natura squisitamente politica di quel rapporto. Non posso dire di più”.
Un lettore allarga la visuale ai conflitti in corso tra politica e magistratura. I pm possono fare politica? Ingroia replica: “La politica deve restare fuori dalle aule. Ogni magistrato ha ovviamente degli orizzonti culturali che le correnti rispecchiano. Trovo di buon auspicio le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio sull’impunità dei ladri e nel senso del rispetto della magistratura. Però mi pare che la politica abbia esercitato poco ascolto nel provvedimento sulle intercettazioni. Il Parlamento è sovrano e deciderà pure in questa materia. Noi abbiamo detto come la pensiamo sui rischi che si corrono. Il nostro contributo finisce qui. Dobbiamo solo applicare la legge”.
Di domanda in domanda sul garantismo, sugli ordini professionali “che devono prendere provvedimenti in caso di collusione o reati gravi degli iscritti”, sulle fughe di notizie dai palazzi di giustizia “difficili da scoprire”, si arriva all’ultimo quesito: il signor Franco, l’uomo dei servizi implicato nella trattativa secondo Ciancimino jr, avrà mai un volto? Ingroia risponde: “Stiamo mettendo a punto i lineamenti del suo viso. Speriamo che possa essere nitido presto”. Un  annuncio per certi versi clamoroso nel Paese che eccelle in misteri e identikit velati d’ombra e sangue.