Archivi del giorno: 21 maggio 2010

Antimafia Duemila – Il popolo delle agende rosse a Roma per Giovanni Falcone – 23 maggio 2010

Fonte: Antimafia Duemila – Il popolo delle agende rosse a Roma per Giovanni Falcone – 23 maggio 2010

Il Popolo delle Agende Rosse si ritroverà a Roma domenica 23 maggio 2010 alle ore 14.00 a Piazza Navona in occasione del 18° anniversario della strage di Capaci (23 maggio 1992) nella quale furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
La mafia non può/non deve avere colore politico, pertanto, rivolgiamo l’appello a coloro che interverranno a non fare della loro presenza una strumentalizzazione con simboli di partito. L’appello è, altresì, a tutte le associazioni antimafia ad unirci per Giovanni Falcone, per tutte le vittime di mafia,e accanto a chi oggi vi si oppone in una NUOVA RESISTENZA.
Ci vediamo a Roma, il 23 maggio, ore 14 Piazza Navona, agenda rossa al cielo !

Per informazioni sull’organizzazione dell’evento visita il gruppo facebook dedicato all’iniziativa a Roma

Tratto da: 19luglio1992.com

ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !.

DI ADRIAN SALBUCHI
voltairenet.org

Ci sono analogie sconcertanti tra il decennio catastrofico dell’Argentina (1991-2001), che ha portato ad un massiccio default, e le recenti ed incombenti difficoltà della Grecia. In tutti e due i casi, la colpa è delle organizzazioni di credito internazionali ed entrambi i paesi sono stati afflitti da rivolte e proteste diffuse contro le misure di austerità imposte dal FMI. L’economista argentino Adrian Salbuchi offre una vigorosa analisi di questa crisi “artificiosa” che non conosce frontiere.

Nel momento in cui gli argentini, oggi, guardano il telegiornale e vedono le cose terribili che accadono in Grecia, non possono che dire “Hey, è IDENTICO all’Argentina nel dicembre 2001 e l’inizio del 2002…!”. All’epoca, l’Argentina subì il suo peggiore collasso a livello monetario, del sistema bancario e del debito pubblico, che portò a tumulti, violenza folle, proteste e guerra sociale. L’agitazione fu così dannosa da costringere alle dimissioni il Presidente Fernando de la Rua, soprattutto a causa del suo famigerato Ministro dell’Economia pro-cartelli bancari, Domingo Cavallo, generando un vuoto politico che portò l’Argentina ad avere cinque (ben cinque!!) presidenti in quell’ultima terribile settimana di dicembre 2001.

La scintilla del caos sociale in Argentina fu il tentativo del Presidente de la Rua di attuare le misure di austerità, evidentemente ingiuste, imposte dal FMI che richiedeva, come al solito, il massimo sacrificio da parte della popolazione – più tasse, meno spese sociali, “budgets bilanciati”, nessuna spesa in disavanzo, ed altre misure anti-sociali – che causarono un crollo del PIL argentino di quasi il 40%.

Metà della popolazione precipitò al di sotto della soglia di povertà (molti non fecero mai ritorno alla tradizionale classe media argentina), alle banche private fu concesso di trattenere legalmente i risparmi della gente, i depositi in dollari USA furono cambiati in pesos in modo del tutto arbitrario a qualsiasi tasso di cambio deciso dalle banche o dal governo (il dollaro fu svalutato del 300%, da un peso al dollaro a 4 pesos al dollaro nel giro di poche settimane) eppure… nemmeno una banca è crollata! Infatti, da allora sono tutte di nuovo “in affari come sempre”, mentre i poveri e gli impoveriti sono completamente esclusi dal campo.

In Argentina, nel corso di 25 anni di governi provvisori, il Cartello Bancario Internazionale guidato dal FMI ha generato un Debito Pubblico fondamentalmente illegale – o al massimo, illegittimo – che è cresciuto in maniera enorme, finendo per far collassare l’intero sistema economico-finanziario. Non fu una coincidenza. Faceva parte di un modello altamente complesso, architettato al fine di controllare interi paesi, tramite un ciclo a fasi sequenziali e stadi ben identificabili con un solo scopo principale: quando l’economia viene alimentata al fine di attuare una “modalità di crescita” artificiale, l’insieme di tutti i profitti viene privatizzata nelle mani dei suoi “amici”, managers e operatori. Tuttavia, quando l’intero schema – come ogni schema Ponzi truffaldino – raggiunge il suo culmine ed il collasso totale è a portata di mano, allora invertono il processo e socializzano tutte le perdite.

Questo è quanto ha fatto Mr. Cavallo – un protetto di Rockefeller – garantendo che il popolo argentino avrebbe sostenuto le perdite, mentre i banksters [contrazione di banker e gangster, ndt] internazionali riscuotevano tutti i profitti. I media mainstream – locali e globali – ringraziarono; il New York Times arrivò addirittura a suggerire che l’intera Patagonia (vale a dire le 5 province meridionali dell’Argentina, che ricoprono il 35% del suo territorio e godono di un incommensurabile benessere in termini di energia, miniere, risorse idriche ed alimentari) doveva staccarsi dal resto del paese per poter “risolvere i suoi guai col debito estero”…

Ora, questa era l’Argentina del 2001/2002; ma non è anche il caso dell’americano odierno che pagando le tasse soccorre Goldman Sachs, CitiCorp, e GM mentre perde la sua casa, la sua pensione, il suo lavoro? Non è ciò che sta accadendo alla Grecia oggi? E l’Islanda? Il Regno Unito? L’Irlanda? E – prima o poi – Spagna? Portogallo? Italia?…

In Argentina, la nostra gente si è ormai abituata ad essere sempre più povera, cosicchè quando si è tornati alla “normalità”, Goldman Sachs e CitiCorp controllavano i media locali in modo da garantire il potere ad un nuovo regime-burattino sottomesso ad interessi di lucro: vale a dire, il team marito-moglie filo-mafia bancaria di Nestor e Cristina Kirchner… E la giostra continua a girare, mentre il popolo argentino continua a pagare…

Oggi, guardiamo la Grecia e vediamo gli stessi segnali spia: il FMI che impone rigide misure di austerità come condizione delle banche per ottenere più prestiti (come se un paese che collassa sotto il peso del debito potesse superarlo indebitandosi ancor di più!!), i media di regime che parlano con enfasi del bisogno della “Grecia di comportarsi in maniera corretta e responsabile” (come se la FED [Banca Centrale Americana, ndt], la banca di Inghilterra, Goldman Sachs, Bankfein, Greenberg fossero esempi di affidabilità e responsabilità), i governi locali provvisori che fanno tutto ciò che gli è possibile nell’interesse delle banche (George Papandreou è un habitué degli incontri del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, come lo era Fernando de la Rua, membro fondatore del capitolo locale del CARI, Consiglio Argentino per le Relazioni Internazionali), le grandi banche come Goldman Sachs che provano a recuperare ciò che gli è dovuto nel mezzo dei disagi e delle rivolte; tutto questo ha per sfondo cittadini disperati che scendono in strada per esprimere ciò che è chiaro a tutti: i banchieri internazionali ed i governi provvisori locali costituiscono una complessa associazione di ladri e rapinatori.

Poi accade l’inevitabile: il governo manda la polizia in strada per proteggere i bancari, se stesso e gli interessi dell’élite del potere del Nuovo Ordine Mondiale.. Poi la violenza dilaga, la gente resta ferita o uccisa.. la povera (polizia) combatte contro la povera (gente), mentre i ricchi al sicuro osservano da lontano sogghignando..

Non fate errori: questo è un modello mondiale.

Non fate errori: non c’è NESSUNA democrazia, neanche ad Atene, la sua terra madre..

Quello che noi subiamo in tutto il mondo – che sia in Grecia, Argentina, Brasile, Indonesia, Spagna, Islanda, Stati Uniti o Inghilterra – è un sistema meccanico di conteggio dei voti, che dipende completamente da enormi quantità di denaro, necessarie a finanziare costose campagne politiche, comprare la copertura di radio, tv e stampa, pagare rozze strutture di partiti politici, giornalisti, analisti, ed ovviamente anche i ben commercializzati candidati stessi: una vasta schiera di fantocci decrepiti, di cui leggiamo ogni giorno sui giornali: Bush, Blair, Papandreou, Obama, Clinton, Menem, Kirchner, Lula, Uribe. Sarkozy, Rodriguez Zapatero, Merkel…

Ciò che abbiamo è una “democrazia” completamente assoggettata al denaro, anche se dobbiamo ancora capire che il denaro NON è democratico (e neanche dovrebbe). Il denaro è controllato dalla mega-struttura bancaria che usa il FMI, la Banca Mondiale, la FED, la BRI, la BCE come sue entità di regolazione globale, e paga al fine di gestire l’intero “show democratico”. Quindi, alla fine abbiamo “la miglior democrazia che il denaro possa comprare”.. che non è affatto una democrazia..

Perciò, chi è il prossimo? Spagna? Italia? Portogallo? Il Sistema Monetario Europeo andrà in pezzi? Un bail-out di 750 miliardi di Euro farà precipitare in picchiata la neonata (ancora in fasce) valuta? Il Meccanismo Monetario Europeo crollerà? La Germania sarà il primo stato a riconvertire le riserve auree nei vecchi marchi tedeschi?

L’Euro in collasso e il dollaro teoricamente super-inflazionato (shhh! non ditelo ad alta voce!!) prepareranno la strada per una nuova valuta mondiale, essenzialmente privata, che verrà gestita a livello globale dai cartelli monetari privati delle varie Goldman Sachs, HSBC, CitCorp, Deutsche Bank di questo mondo?

Restate sintonizzati.. C’è ancora tanto, tantissimo da vedere..

Adrian Salbuchi
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article165415.html
14.05.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

ComeDonChisciotte – L’ ERESIA DELLA GRECIA OFFRE UNA SPERANZA

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ ERESIA DELLA GRECIA OFFRE UNA SPERANZA.

DI JOHN PILGER
johnpilger.com

“Nel mondo in via di sviluppo, un sistema di selezione imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale ha da tempo stabilito se la gente vive o muore.”

Mentre la classe politica della Gran Bretagna fa finta che il suo matrimonio combinato tra Panco Pinco e Pinco Panco sia la democrazia, l’ispirazione per il resto di noi è la Grecia. Non c’è da stupirsi che la Grecia non venga presentata come un faro, ma come un “paese spazzatura” ottenendo la meritata punizione per il suo “settore pubblico obeso” e la “cultura delle scorciatoie” (the Observer). L’eresia della Grecia è che la rivolta della gente comune offre una speranza autentica a differenza di quella elargita dal signore della guerra alla Casa Bianca.

La crisi che ha portato al “salvataggio” della Grecia da parte delle banche europee e del Fondo Monetario Internazionale è il prodotto di un sistema finanziario grottesco già di per sé in crisi. La Grecia è il modello in miniatura di una moderna lotta di classe che raramente è stata riportata come tale e viene portata avanti con tutta l’urgenza del panico tra i ricchi dell’impero.

Ciò che rende la Grecia diversa è che nel suo passato c’è invasione, occupazione straniera, il tradimento da parte dell’Occidente, la dittatura militare e la resistenza popolare. Le persone comuni non sono intimorite dal corrotto corporativismo che domina nell’Unione europea. Il governo di destra di Kostas Karamanlis, che ha preceduto l’attuale governo Pasok (Labourista) di George Papandreou, è stato descritto dal sociologo francese Jean Ziegler come “una macchina per il saccheggio sistematico delle risorse del Paese”.

La Federal Reserve Board degli Stati Uniti sta investigando sul ruolo della Goldman Sachs e di altri gestori di hedge fund americani che hanno scommesso sul fallimento della Grecia mentre i beni pubblici venivano liquidati e i ricchi evasori fiscali depositavano 360.000.000.000 di euro nelle banche svizzere. I più grandi armatori greci hanno trasferito le loro aziende all’estero. Questa emorragia di capitale continua con l’approvazione delle banche centrali europee e dei governi.

All’11 per cento, il deficit della Grecia non è superiore a quello americano. Tuttavia, quando il governo Papandreou ha cercato di prendere prestiti al mercato dei capitali internazionali, è stato efficacemente bloccato dalle agenzie americane di rating aziendale, che hanno “declassato” la Grecia a “spazzatura”. Queste stesse agenzie hanno assegnato rating tripla-A per miliardi di dollari in titoli cosiddetti mutui sub-prime accelerando così il crollo economico del 2008.

Quello che è successo in Grecia è un furto di portata epica, anche se di entità sconosciuta. In Gran Bretagna, il “salvataggio” di banche come Northern Rock e Royal Bank of Scotland è costato miliardi di sterline. Grazie all’ex primo ministro, Gordon Brown, e alla sua passione per gli istinti di avarizia della City di Londra, questi doni fatti con i soldi pubblici sono stati senza condizioni, mentre i banchieri hanno continuato a pagarsi i premi che chiamano bonus. Sotto la politica monoculturale della Gran Bretagna, possono fare come vogliono. Negli Stati Uniti, la situazione è ancora più eclatante, riferisce il giornalista investigativo David DeGraw, “[mentre le maggiori banche di Wall Street] che hanno distrutto l’economia pagano zero tasse e ricevono 33 miliardi di dollari in rimborsi”.

In Grecia, come in America e Gran Bretagna, alla gente comune è stato detto che deve ripagare i debiti dei ricchi e dei potenti che li hanno generati. Lavoro, pensioni e servizi pubblici devono essere tagliati e bruciati, mentre i corsari sono in carica. Per l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, si presenta la possibilità di “cambiare la cultura” e smantellare il benessere sociale della Grecia, così come il FMI e la Banca mondiale hanno “strutturalmente modificato” (impoverito e controllato) paesi in tutto il mondo in via di sviluppo.

La Grecia è odiata per le stesse ragioni per le quali la Jugoslavia doveva essere fisicamente distrutta con la scusa di proteggere le popolazioni del Kosovo. La maggior parte dei greci sono impiegati dello Stato, e i giovani e i sindacati formano un’alleanza popolare che non è stata sottomessa; i carri armati dei colonnelli sul campus dell’Università di Atene nel 1967 rimangono un fantasma politico. Tale resistenza è un’anatema per i banchieri centrali europei e considerata come un ostacolo al bisogno del capitale tedesco di conquistare mercati a seguito della riunificazione della travagliata Germania.

In Gran Bretagna, è stato grazie alla propaganda trentennale di una teoria economica estrema conosciuta prima come monetarismo e poi come neo-liberalismo, che il nuovo primo ministro può, come il suo predecessore, esprimere le sue richieste che la gente comune paghi i debiti di imbroglioni sebbene “fiscalmente responsabili”. Le innominabili sono la povertà e la classe. Quasi un terzo dei bambini inglesi restano al di sotto della soglia di povertà. Nella classe operaia della città di Londra, nel Kent, l’aspettativa di vita maschile è di 70 anni. A due chilometri di distanza, a Hampstead, è 80. Quando la Russia è stata oggetto di una simile “terapia d’urto” negli anni ’90, l’aspettativa di vita scese in picchiata. Un record di 40 milioni di americani impoveriti attualmente ricevono buoni alimentari: cioè, non possono permettersi il cibo.

Nel mondo in via di sviluppo, un sistema di selezione imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale ha da tempo stabilito se la gente vive o muore. Ogni volta che le tariffe e i sussidi alimentari e il carburante vengono eliminati dal diktat del FMI, i piccoli agricoltori sanno di essere stati dichiarati sacrificabili. L’Istituto per le Risorse Mondiali (World Resources Institute) calcola che il bilancio raggiunge 13-18.000.000 di bambini che muoiono ogni anno. “Questo”, ha scritto l’economista Lester C. Thurow, “non è metafora, né similitudine di guerra, ma la guerra stessa”.

Le stesse forze imperiali hanno utilizzato terribili armi da guerra contro i paesi colpiti nei quali la maggior parte sono bambini e hanno approvato la tortura come strumento di politica estera. Si tratta di un fenomeno di negazione per cui a nessuna di queste aggressioni ai danni dell’umanità, in cui la Gran Bretagna è impegnata attivamente, è stato permesso di influire sulle elezioni inglesi.

La gente per le strade di Atene, non soffre di questo disagio. Sanno perfettamente chi sia il nemico e loro si considerano, ancora una volta sotto l’occupazione straniera. E ancora una volta, stanno insorgendo, con coraggio. Quando David Cameron inizierà a tagliare 6.000.000.000 di sterline dai servizi pubblici in Gran Bretagna, significherà che sta contrattando perchè quello che accade in Grecia non accada in Gran Bretagna. Dovremmo dimostrare che ha torto.

Versione originale:

John Pilger
Fonte: http://www.johnpilger.com/
Link: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=576
20.05.2010

Versione italiana:

Fonte: http://ilupidieinstein.blogspot.com/
Link: http://ilupidieinstein.blogspot.com/2010/05/l-della-grecia-offre-una-speranza.html
20.05.2010

Traduzione a cura di DAKOTA JONES

Blog di Beppe Grillo – Il picco dell’acqua – Intervista a Lester Brown

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il picco dell’acqua – Intervista a Lester Brown.

Lester Brown, uno dei più importanti ambientalisti del mondo, fondatore del Worldwatch Institute e dell’Earth Policy Institute, introduce alcuni concetti molto interessanti. L’estrazione del petrolio non deve più essere fatta nelle zone sottomarine senza un’assoluta sicurezza, comprese tutte quelle esistenti. Il Golfo del Messico potrebbe essere solo l’inizio della marea nera. Il picco del petrolio, quindi il punto oltre il quale il petrolio comincerà a scarseggiare, sarà accompagnato dal picco dell’acqua. I due fenomeni cambieranno l’economia e la nostra stessa idea di civiltà. Questo non succederà tra decenni, ma succede ora. Lester Brown che ha partecipato alla creazione del documentario “Terra reloaded” prodotto insieme a Greenpeace, ha scritto nel suo ultimo libro: “Piano B 4.0 – Mobilitarsi per salvare la civiltà” (Ed. Edizioni Ambiente) le indicazioni per il futuro. Un piano per la sopravvivenza, ma anche per un domani migliore per le generazioni che verranno.

Intervista a Lester Brown

La Chernobyl dell’industria petrolifera
Blog: “Qualche settimana fa, una piattaforma petrolifera di BP è esplosa e il petrolio sta riversandosi nel Golfo del Messico. Nel mentre, in Europa, stanno fallendo gli Stati. Cosa sta capitando al mondo?”
Lester Brown: “Non sappiamo cosa sia andato storto. Sappiamo però che BP stava perforando in una zona dove l’acqua era profonda oltre un miglio, e il giacimento si trovava sotto un ulteriore mezzo miglio di pietra. Il petrolio si trovava quindi sotto un’enorme pressione. Ci sono due questioni. È andato storto qualcosa, o forse la pressione di questo giacimento era così elevata che la tecnologia esistente non è stata in grado di controllarla? Se vale la seconda ipotesi, questo fa alzare una bandiera rossa sulle trivellazioni in alto mare e ad alte profondità, perché non si sa bene quali condizioni si incontreranno. Può essere che, nonostante la tecnologia di trivellazione in alto mare sia stata efficace in passato, potrebbero non essere adeguate per gestire i nuovi problemi che stanno emergendo in condizioni estreme. Qualcuno ha detto che questo evento potrebbe essere la Chernobyl per l’industria petrolifera, almeno per le trivellazioni in alto mare. Perché, se questi versamenti di petrolio continueranno per mesi, il danno ambientale ed economico che arrecheranno sarà enorme. La cosa interessante per la contabilità nazionale è che questo evento farà aumentare il PIL nelle regioni del Golfo del Messico, dal momento che tutti cercheranno di controllare il problema. Poi certamente calerà, dal momento che danneggerà le economie locali, spiagge, la fauna marina, la pesca, le industrie locali.
Siamo probabilmente arrivato al limite tecnologico per estrarre comodamente il petrolio dai giacimenti residui. Questi versamenti stanno influenzando l’opinione pubblica. Visto che sappiamo che dobbiamo comunque abbandonare il petrolio, perché corriamo questi rischio solo per estrarre il poco che ne rimane? Credo che questo cambierà il modo in cui pensiamo al futuro del petrolio e di tutti i carburanti fossili.
È interessante notare che i valori che guidano il sovra-consumo delle risorse naturali sono gli stessi valori che guidano il sovra-consumo di risorse finanziare. L’eccessivo consumo che supera la capacità dei sistemi creditizi. Lo abbiamo visto negli Stati Uniti con l’enorme debito del sistema creditizio degli americani. Ora è calato un po’, ma gli americani continuano a non preoccuparsi del domani. Ciò porta a problemi economici e a problemi ambientali, per il sovra-consumo di risorse naturali e l’interconnessione tra le due.
Il problema maggiore che il mondo si trova a fronteggiare oggi è l’aumento dell’economia negli ultimi cinquant’anni – è cresciuta di circa quattro volte – e il conseguente aumento del consumo delle risorse naturali molto oltre il livello sostenibile. L’agricoltura sta diminuendo, la pesca sta crollando, le falde acquifere stanno diminuendo, i suoli si erodono, le savane si stanno desertificando. Stiamo lentamente distruggendo, e forse non così lentamente, i sistemi naturali di supporto. Nessuna civiltà può sopravvivere oltre la distruzione dei propri sistemi naturali di supporto.
Mi sono chiesto in quali modi questo sovraconsumo ci danneggerà. La mia previsione è che si tradurrà in una crisi di disponibilità di cibo, aumento di prezzi e aumento della instabilità politica, e un numero crescente di Stati falliti. Il numero totale degli Stati in via di fallimento – Stati i cui governi non sono in grado di garantire la sicurezza personale o sicurezza alimentare – sta aumentando. Ciò fa nascere una domanda scomoda: quanti Stati sulla via del fallimento ci vogliono per far fallire la civiltà? Non conosciamo ancora la risposta a questa domanda. Non abbiamo mai visto niente del genere.

L’ignoranza degli economisti
La questione è: cosa possiamo fare e quanto ci costerà non farlo. Perché se non lo facciamo, siamo finiti! La civiltà non sopravviverà continuando con la solita gestione delle cose. Dobbiamo operare grandi cambiamenti: tagliare le emissioni di CO2, stabilizzare la crescita della popolazione, sradicare la povertà – che è strettamente connessa con la stabilizzazione della crescita demografica – e ripristinare l’agricoltura, la pesca, le riserve idriche, il nostro sistema di sostegno naturale. Il problema è che si tratta di un sistema complesso di questioni e i capi di Stato sono consigliati perlopiù da economisti. Ci sono un sacco di cose che gli economisti fanno bene, ma ci sono delle cose che non sanno fare bene affatto. Gli economisti non riconoscono il livello di rendimento sostenibile dei sistemi naturali. L’economia semplicemente non riesce a riconoscere la cosa. Non c’è niente nella teoria economica che spieghi perché l’industria della pesca del merluzzo in Canada sia crollata, o perché si stiano fondendo i ghiacciai sugli altopiani del Tibet e sull’Himalaya. L’economia non spiega perché la calotta polare della Groenlandia si stia fondendo e il livello del mare si stia alzando. Gli economisti sono come esclusi dal mondo reale. Sono isolati dalla realtà dal corpo della teoria economica. Cercano di trovare il modo migliore per operare piccoli aggiustamenti per adattare il sistema e spiegare ciò che accade, ma la teoria economica fallisce nel tentativo di spiegare le relazioni fondamentali tra la l’economia globale e i sistemi naturali di supporto. Mi sono accorto che gli economisti che consigliano Obama o il Segretario Generale dell’ONU, o la Banca Mondiale, o il presidente della UE non capiscono cosa stia accadendo al mondo e non capiscono l’urgenza di ristrutturare l’economia energetica mondiale per esempio.
L’economia non spiega il cambiamento climatico. Per esempio, la fusione dei ghiacci nell’estremo nord dell’Atlantico potrebbe portare all’inondazione delle coltivazioni di riso nei delta dei fiumi asiatici, riducendo drasticamente i raccolti di riso. A meno che non si studino queste cose, non è ovvio intuire che lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia sta minacciando la raccolta di riso in Asia, dove vive la metà della popolazione mondiale. È questo genere di complessità che ci troviamo a gestire. Gli economisti non hanno gli strumenti giusti per definire politiche adeguate.
La metà della popolazione mondiale vive in Paesi dove il livello delle falde acquifere si sta abbassando. Tra questi i tre grandi produttori di grano: Cina, India e Stati Uniti. Ci sono anche molti Paesi più piccoli: Arabia Saudita, Yemen, Siria, Pakistan, Messico e altri. Pompando acqua dalle riserve acquifere oltre il livello di riempimento naturale, stiamo alimentando una bolla nella produzione di cibo. Stiamo inflazionando la produzione di cibo artificialmente esaurendo le scorte d’acqua.

Il picco dell’acqua
Quando avremo esaurito le scorte d’acqua, il tasso di prelievo dovrà necessariamente ridursi fino al tasso di riempimento naturale. Non si tratta di ipotesi o argomenti di dibattito. È la realtà. Quindi abbiamo bolle della produzione di cibo di dimensione significativa che prima o poi scoppieranno e non credo che il mondo sia pronto a questo. A me pare che le aree irrigate negli Stati Uniti hanno raggiunto un picco e stanno ora diminuendo. Ciò vale certamente anche per l’India. Potrebbe valere anche per la Cina, non siamo sicuri, e per un numero di piccoli Stati: Arabia Saudita, Siria, Messico. Ciò significa che probabilmente abbiamo raggiunto il picco di estrazione dell’acqua contemporaneamente al raggiungimento del picco di estrazione del petrolio. Molta gente parla del picco del petrolio, ma pochi parlano del picco dell’acqua. Ma penso che ci siamo ora e credo di aver argomentazioni convincenti. Il mondo dopo il picco dell’acqua sarà un mondo diverso da quello che conoscevamo prima del picco. Nel corso delle nostre vite l’uso dell’acqua per le aree irrigate che contano per il 70% dell’acqua utilizzata, diminuirà. Sarà un mondo molto diverso, che non abbiamo ancora immaginato. Lo stesso vale per il petrolio, naturalmente. Nel corso delle nostre vite il tasso di estrazione è aumentato e ora diminuisce. Sarà un mondo molto differente.

Caduti di guerra in missione di pace

Fonte: Caduti di guerra in missione di pace.

Due nuove vittime entrano nel novero dei soldati italiani che hanno trovato la morte in Afghanistan, dove l’esercito ormai da molti anni è impegnato nel portare avanti la guerra coloniale statunitense voluta da Bush e “coccolata” dal Nobel per la pace Barack Obama.
Due vittime e altri due feriti che, come sempre accade, campeggiano sulle prime pagine e nei titoli d’apertura dei TG, dimostrando in maniera inequivocabile come ormai gli unici morti sul lavoro degni di menzione ed in grado di suscitare la “commozione popolare” siano i soldati in missione di guerra all’estero.
Gli altri, quelli che lavorano nelle fabbriche, muoiono sulle strade, in agricoltura o nell’edilizia contano invero molto poco e possono meritare al più qualche trafiletto nelle cronache locali. In fondo che razza di eroi sarebbero, non portano certo in guerra il tricolore (o se preferite bandiera stelle e strisce) loro.

A margine delle false “lacrime” trasudanti ipocrisia e dell’ormai stantio teatrino imbastito dal mondo politico e giornalistico… si riaffacciano sulla scena anche le solite considerazioni sull’opportunità delle “nostre” missioni militari all’estero, dove siamo impegnati a combattere le guerre degli Stati Uniti e d’Israele.
Considerazioni, questa volta portate timidamente dalla Lega e dal Pd, che non hanno altro scopo se non quello di dirottare la reazione emotiva del momento verso riflessioni cariche di razionalità, in virtù delle quali la guerra è una cosa brutta, il sacrificio che stiamo pagando in termini di vite umane pesante, ma lo scopo della carneficina (spesso avente per oggetto donne e bambini) in fondo troppo nobile perché si possa pensare di defezionare dagli impegni presi.

Le missioni militari all’estero rappresentano qualcosa di aberrante, a prescindere da quale sia il prezzo che paghiamo in termini di vite umane. Lo sono perché comportano l’occupazione in armi di stati sovrani, lo sterminio giornaliero di civili, la prevaricazione nei confronti di culture spesso millenarie.

Ma rappresentano anche un cortocircuito logico di portata enorme, alla luce della situazione economica che stiamo vivendo.
Gli italiani che, secondo le fonti giornalistiche più autorevoli, già nel 2006 faticavano oltremisura per “arrivare a fine mese” e nel frattempo si sono ulteriormente impoveriti, sono in attesa (almeno quei pochi che l’hanno subodorata) della maxi stangata lacrime e sangue imposta dalla UE e supinamente accettata con acquiescenza dal governo. Tremonti, uomo di belle parole e bruttissimi fatti, sussurra e bofonchia frasi sconnesse, come un bimbo che abbia paura di dire alla mamma tutta la verità. Una verità che si esprime in una sola parola: tagli.

Tagli delle spese per il sociale, dei salari, delle pensioni, delle prospettive occupazionali, perché i tagli sono l’unica vera direttiva imposta dalla UE per dirottare verso le banche ed i mercati finanziari sempre più ingenti quantità di denaro.
La logica vorrebbe si tagliassero come prima cosa i finanziamenti miliardari per le missioni militari, anziché l’occupazione, la scuola e gli ospedali. Ma la logica spesso non è che un miraggio inarrivabile.

Qualche considerazione fine a sé stessa, utile per imbonire una parte dell’elettorato. Qualche lacrima d’ipocrita contrizione per far leva sull’amor patrio degli altri elettori.
Qualche dotto proclama che parli il linguaggio del pragmatismo, l’importante è in fondo che la commedia continui come e meglio di prima.

Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio

la verità viene a galla…

Fonte: Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio.

Riconosciuto dal pentito Spatuzza. Accusa di concorso in strage

ROMA — Un funzionario dei servizi segreti tuttora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha sostituito il vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via d’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È un nome poco noto alle cronache, ma comparso più volte nelle inchieste siciliane sui rapporti tra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni. Ha lavorato ed era amico con Bruno Contrada, l’ex poliziotto e numero 3 del Sisde condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, è comparso come testimone in quello e in altri processi ed inchieste.

Adesso è lui al centro degli accertamenti da parte dei magistrati che hanno riaperto l’indagine sull’autobomba esplosa il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone. L’ordigno fu sistemato all’interno di una Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio. Il quale due anni fa ha deciso di collaborare con la giustizia, e nell’interrogatorio del 17 dicembre 2008 reso ai pubblici ministeri di Firenze, che indagano sulle stragi del ’93 in continente, a proposito dei contatti di Cosa nostra con ambienti esterni ha detto: «C’è una questione su via D’Amelio, che c’ho una figura di una persona che non avevo mai visto e che non conosco. Quando io consegno la 126 in questo garage (dove fu imbottita di esplosivo, ndr), insieme a Renzino Tinnirello (“uomo d’onore” della stessa cosca, ndr), c’è questa persona che io sconosco. Una figura che rimane in sospeso».

Lo stesso episodio l’aveva riferito agli inquirenti di Caltanissetta e prima ancora al superprocuratore antimafia Pietro Grasso, durante i colloqui investigativi; specificando che quando notò lo sconosciuto abbassò lo sguardo per mostrare di non averlo notato e di non essere interessato a sapere chi fosse. Nel tentativo di risalire all’identità del misterioso personaggio, i pm hanno sottoposto al neo-pentito dei voluminosi album di fotografie di appartenenti ai servizi segreti e alle forze dell’ordine. In due di queste, Spatuzza ha riconosciuto il funzionario all’epoca del Sisde e oggi dell’Aisi. Certo, si tratta dell’indicazione di una persona vista una volta sola sedici anni prima, che gli inquirenti hanno cominciato a valutare con le dovute riserve. Ma l’attendibilità del collaboratore di giustizia (lo stesso che ha testimoniato dei presunti contatti di Cosa Nostra con Dell’Utri e Berlusconi nel 1993, per come gli furono riferiti dal capomafia Giuseppe Graviano) per i magistrati è ormai fuori discussione.


Tanto che alla proposta del programma di protezione riservato ai pentiti, avanzata dalla Procura di Firenze, si sono associati gli uffici di Caltanissetta e Palermo, nonché la Direzione nazionale antimafia. Mentre erano in corso le verifiche sulla deposizione di Spatuzza è arrivato Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che sta testimoniando sui rapporti tra suo padre — che si muoveva per conto di Bernardo Provenzano — e rappresentati dello Stato. Anche a lui sono stati sottoposti gli album di foto forniti dall’attuale dirigenza dei Servizi segreti, e sfogliandoli ha indicato due personaggi che secondo lui erano vicini al «signor Franco», l’uomo «di apparato » che incontrava sia suo padre che Provenzano. Uno dei volti riconosciuti dal giovane Ciancimino corrisponde a quello sul quale aveva già messo il dito Spatuzza. Secondo il figlio dell’ex sindaco mafioso, quell’uomo è colui che ha continuato ad avere contatti con Vito Ciancimino quando era detenuto, a partire dal dicembre 1992, entrando e uscendo spesso dal carcere di Rebibbia.

Dunque, se le individuazioni fotografiche dovessero corrispondere alla realtà e trovassero riscontri, la stessa persona presente tra i boss in una fase cruciale della preparazione dell’attentato a Paolo Borsellino— episodio catalogato fin da subito come difficilmente circoscrivibile ai soli interessi mafiosi — ha anche partecipato ai contatti tra Cosa nostra e istituzioni durante la «trattativa» avviata nel 1992, passata attraverso le stragi e proseguita (secondo Spatuzza, ma anche Ciancimino jr) fino ai primi anni Duemila. Ipotesi che confermerebbe misteriosi e inquietanti scenari, già immaginati in base ad altri elementi, sul ruolo di alcuni segmenti dello Stato nei rapporti con la mafia durante la sanguinosa e destabilizzante stagione delle stragi.

Giovanni Bianconi (il Corriere della Sera, 21 maggio 2010)

Gli 007 delle stragi

Ci siamo…

Fonte: Gli 007 delle stragi.

Un uomo dei servizi assieme ai mafiosi nel garage dove veniva preparata la bomba contro Borsellino. Ecco la svolta nelle indagini sui massacri del ’92. In edicola da venerdì 21 maggio 2010.

Uomini che avrebbero fatto parte degli apparati di sicurezza hanno avuto un ruolo nel 1992, accanto ai mafiosi, negli attentati in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e con loro i poliziotti delle scorte. Agenti 007 infedeli avrebbero preso parte alle fasi preparatorie dei progetti di morte con i quali i corleonesi di Totò Riina dichiaravano guerra allo Stato. È l’ultimo scenario inquietante che emerge dalle inchieste avviate dalla Procura di Caltanissetta sul ruolo di “soggetti” esterni a Cosa nostra nelle stragi che hanno cambiato la storia d’Italia. I pm hanno individuato e identificato gli uomini dell’intelligence che avrebbero affiancato i killer mafiosi.

Fino a pochi anni fa la presenza di funzionari dei servizi dietro agli attentati di Capaci e via d’Amelio appariva come un’ipotesi investigativa tutta da provare mentre oggi questa incredibile connection potrebbe trasformarsi in realtà processuale.
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ricostruendo le fasi dell’attentato a Paolo Borsellino, svela ai pm di aver visto nel garage in cui venne sistemata la Fiat 126 da trasformare in autobomba, “un soggetto dell’età di circa 50 anni”: un uomo che non conosceva, ma che era insieme ai mafiosi con i quali mostrava anche confidenza. Lo vide il giorno prima della strage, quando stavano riempiendo l’utilitaria di esplosivo. Adesso Spatuzza ha riconosciuto quell’uomo in un album di foto che i magistrati gli hanno mostrato. Il pentito lo ha indicato subito, senza alcuna esitazione. Un colpo di scena, perché si tratterebbe proprio di un agente dei servizi segreti che all’epoca svolgeva compiti operativi in Sicilia. L’immagine è stata riconosciuta da Massimo Ciancimino, che lo ha indicato come uno dei personaggi in contatto con don Vito Ciancimino. Lo stesso uomo dell’intelligence che frequentava l’ex sindaco mafioso di Palermo avrebbe dunque partecipato alla preparazione dell’autobomba di Borsellino.

Spatuzza ha descritto ai magistrati il gruppo di mafiosi che alla vigilia della strage di via d’Amelio si riunì assieme al misterioso cinquantenne mai visto prima: c’erano i boss Fifetto Cannella, Nino Mangano e poi Renzino Tinnirello e persino Ciccio Tagliavia che all’epoca era latitante. Tutti affiliati che facevano riferimento al capomafia di Brancaccio: Giuseppe Graviano, lo stesso che disse a Spatuzza “ci siamo messi il Paese nelle mani” grazie a Berlusconi e Dell’Utri che stavano per entrare in politica.
L’opera di qualche 007 deviato sbuca fuori anche nelle indagini per la strage di Capaci. Lo svela il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, il mafioso che venne incaricato dai corleonesi di compiere sopralluoghi per l’attentato lungo l’autostrada in modo da individuare il luogo più adatto per colpire il giudice Falcone. Il pentito ha riferito agli inquirenti che in quella attività preparatoria avrebbero partecipato soggetti “non presentati ritualmente” e pertanto, secondo gli inquirenti, “verosilmilmente estranei a Cosa nostra”.
L’ipotesi di una entità esterna che avrebbe affiancato le cosche nell’attentato di Capaci era stata sollevata nei mesi scorsi dal procuratore nazionale, Piero Grasso, davanti ai parlamentari della Commissione Antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu. “Non c’è dubbio che la strage di Falcone e della sua scorta sia stata commessa da Cosa nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Grasso lo scorso ottobre in Commissione antimafia aveva posto un quesito: perché si passò dall’ipotesi di colpire Falcone sparandogli mentre passeggiava per le vie di Roma a quella dell’attentato con 500 chili di esplosivo sull’autostrada a Capaci? Una scelta, quella dell’attentato devastante, che ha una modalità “chiaramente stragista ed eversiva”. Il capo della procura nazionale ha chiesto di approfondire “chi ha indicato a Riina questa modalità con cui si uccise Falcone”, perché “finché non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell’effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti”.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, condotta dal procuratore Sergio Lari, dagli aggiunti Gozzo e Bertone e dai pm Marino e Luciani, vuole dare una risposta al quesito di Grasso, andando anche oltre. I pm nisseni – fra mille difficoltà che vanno dalla mancanza di magistrati a quella del personale giudiziario – puntano con grandi sacrifici anche ad un altro lato oscuro delle trame palermitane che affonda nel periodo della guerra di mafia degli anni Ottanta. Fino al fallito attentato a Giovanni Falcone nella villa sul mare dell’Addaura. Anche in questo contesto emerge il ruolo di apparati deviati dello Stato. E sbuca nelle indagini un ex poliziotto, riconosciuto per il volto coperto di bruciature: alcuni pentiti lo chiamano “il mostro”. L’agente era in contatto con funzionari dell’Alto Commissariato antimafia dagli anni Ottanta fino al luglio 1992. Un poliziotto dalla faccia deturpata che avrebbe avuto un ruolo in alcuni omicidi e agguati. Si tratta di un uomo che fino alla fine degli anni Settanta è stato in servizio alla Squadra mobile di Palermo. Dopo essere stato identificato, su di lui sono in corso indagini per ricostruire quello che ha fatto nel periodo della mattanza, quando nel capoluogo siciliano venivano uccise centinaia di persone l’anno, compresi poliziotti e carabinieri.

Secondo i collaboratori, il “mostro era un duro” con il vizio della cocaina e abitava a Palermo in una strada che si affaccia sul mare, nei pressi del Foro Italico. L’ex mafioso Vito Lo Forte lo chiamava il “bruciato”, perché aveva il volto ustionato, ed ha spiegato che si muoveva con una moto Suzuki e un fuoristrada Range Rover. Ed aveva rapporti con Gaetano e Pietro Scotto, entrambi coinvolti nell’attentato a Borsellino.
Per molte di queste indagini i magistrati hanno ottenuto la collaborazione degli attuali vertici dei servizi segreti civili e militari che hanno aperto gli archivi mettendo a disposizione i materiali decisivi per la svolta. Comprese le foto degli agenti – coperte da segreto di Stato – che per decenni hanno lavorato in Sicilia sotto copertura e che adesso sono state inoltrate ai pm nisseni: saranno mostrate a collaboratori e testimoni.

E anche il Comitato parlamentare di controllo sull’intelligence (Copasir) vuole far chiarezza sul ruolo degli agenti deviati nella stagione di fuoco che ha segnato la fine della Repubblica. Per questo Gianni De Gennaro, direttore del Dis e responsabile dei nostri apparati di informazione, ha chiesto alla Procura di Caltanissetta di ricevere notizie sugli sviluppi dell’istruttoria, in modo da intervenire sugli agenti coinvolti che fossero ancora impegnati in compiti operativi.


Lirio Abbate (
L’Espresso, 20 maggio 2010)

I pm di Palermo chiamano alla mobilitazione contro i ddl sulle intercettazioni e sul Csm

Fonte: I pm di Palermo chiamano alla mobilitazione contro i ddl sulle intercettazioni e sul Csm.

I pm attaccano i politici che, dice il presidente dell’Anm di Palermo Nino Di Matteo, “tentano di appropriarsi dei nomi di Falcone e Borsellino ogni 23 maggio e 19 luglio e poi ogni giorno spendono le loro energie per denigrare e isolare quei magistrati che credono che la legge è uguale per tutti, anche per i potenti”

Nel nome di Giovanni Falcone chiedono una mobilitazione generale a difesa dell’autonomia della magistratura e della libertà di informazione. Da Palermo, alla vigilia del diciottesimo anniversario della strage di Capaci, i magistrati antimafia sparano a zero contro le riforme al vaglio del parlamento e contro quei politici che  –  dice il presidente dell’Anm di Palermo, Nino Di Matteo –  “tentano di appropriarsi dei nomi di Falcone e Borsellino ogni 23 maggio e 19 luglio e poi ogni giorno spendono le loro energie per denigrare e isolare quei magistrati che credono che la legge è uguale per tutti, anche per i potenti”.

Di Matteo, pm titolare di quasi tutte le più importanti inchieste di mafia, esprime una fortissima preoccupazione per quei disegni di legge (quello di riforma del Csm e quello sulle intercettazioni) “che rischiano di ridurre la magistratura all’accettazione del fine ultimo inconfessabile della classe politica che vuole limitare il controllo di legalità e per il silenzio delle istituzioni davanti agli attacchi denigratori dei magistrati”. I magistrati lanciano un appello alla società civile alla mobilitazione contro il disegno di legge sulle intercettazioni: “Il silenzio sulle indagini  –  dice  –  costituirà il brodo di cultura di insabbiamenti e depistaggi di ogni genere e renderà i cittadini ignoranti e sudditi, insufflati solo dal potente di turno. Il Parlamento  –  ha concluso  –  sta facendo per legge quello che la mafia ha cercato di ottenere per anni con la forza della violenza”.


Alessandra Ziniti (
la Repubblica, 20 maggio 2010)

Il racconto del pm Ingroia:”Sono vivo grazie alle intercettazioni”

Con la nuova legge Riina e Provenzano sarebbero ancora liberi, si mettono paletti che impediranno di arrivare dove si deve arrivare”

ROMA – Il capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano è imprendibile, ricercato da quarantasei anni e nove mesi. Dicono che si nasconda a un passo dalla sua casa di Corleone. È un fantasma: nessuno riesce mai a scovarlo. Una piccola folla ha applaudito ieri mattina nella parrocchia di Pagliarelli la bara di Gianni Nicchi detto Tiramisù, l’astro nascente di Cosa Nostra palermitana ucciso a colpi di pistola dai sicari del clan Lo Piccolo. Gli artificieri dei carabinieri hanno disinnescato l’ordigno piazzato sotto la casa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia dagli uomini di Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte che dal 2000 è diventato il più pericoloso latitante al servizio di Totò Riina. Sarebbe andata cosi. Sarebbe andata così per legge. “L’ho scampata per un pelo”, racconta divertito – e poi neanche tanto – Antonio Ingroia, che era sulla lista nera di Raccuglia, mentre ricorda tutto ciò che (non) si sarebbe mai verificato in questi ultimi anni in Sicilia con il decreto voluto dal governo.

Il procuratore aggiunto l’ha scampata per un pelo grazie a una telecamera. Una di quelle che era puntata su un casolare di Calatafimi dove aveva trovato rifugio Mimmo Raccuglia, il mafioso che era pronto a farlo saltare in aria. Una telecamera che, qualcuno, adesso vorrebbe spegnere per sempre. Dice Ingroia: “Oggi l’installazione di una telecamera in un luogo pubblico viene autorizzata dal pubblico ministero per esigenze investigative, d’ora in avanti  –  se mai dovessero approvare anche questo  –  ci vogliono gli stessi gravi indizi di reato previsti per le intercettazioni ambientali e telefoniche per poterlo fare”. Si chiede Ingroia: “Ma come si fa ad avere la certezza che dentro un casolare ci sia un latitante se non si piazza una telecamera che vede chi entra e chi esce?”.

Mimmo Raccuglia sarebbe oggi ancora là, a cavallo fra le province di Palermo e di Trapani, a trafficare con il suo esplosivo. E Renato Cortese, il poliziotto che per otto anni ha inseguito il Padrino di Corleone, sarebbe ancora sulle colline davanti alla Montagna dei Cavalli disteso fra le sterpaglie e sotto gli ulivi a cercare il niente. Il più fortunato è stato però Gianni Nicchi, con quella telecamera che ancora c’era e l’ha fatto finire dentro, ha evitato le vendette dei “vecchi” di San Lorenzo.

I mafiosi sono e saranno molto contenti. E fra pochi giorni parleranno a ruota libera e senza paura. Nei salotti delle loro case, nei summit in campagna, sulle loro automobili. Tanto non li ascolterà più nessuno. Libertà di parola per loro e libertà di silenzio per altri. Uno come Carmelo Amato, per esempio, oggi sarebbe in giro tranquillamente per il Borgo, il suo quartiere, a dispensare consigli ai picciotti. Tutto quello che aveva detto lo potrebbe ripetere pari pari ma questa volta senza pericolo: “Mi sono comprato l’apparecchio per le cimici, ogni tre giorni voglio controllare pure le macchine, c’è guerra, bisogna stare attenti e aprirei gli occhi perché è pieno di sbirri e di.. di..”. Di “spilli”.
Così i mafiosi chiamano le microspie. Palermo un tempo  –  all’epoca delle stragi  –  era come un grande microfono. “Ma d’ora in poi”, spiega il procuratore Ingroia, “per infilare una cimice in un’automobile occorre la prova che sia in corso in quel luogo un’attività criminale”. Come si farà allora? “È praticamente impossibile dimostrare che c’è in corso un’attività criminale dentro un’auto se dentro quell’auto non è stato piazzato un microfono”. Dopo la telecamera lo “spillo” nell’auto, prima dello “spillo” i telefoni. Indagini di mafia che non si sarebbero mai concluse e soprattutto che non si sarebbero mai cominciate.

Come quella su Vincenzo Zummo, prestanome storico di Vito Ciancimino. Gli hanno sequestrati beni di mafia per decine di milioni di euro partendo da un’inchiesta che, all’apparenza, non aveva niente a che a fare con la mafia. “Ma poi siamo arrivati sempre a Cosa Nostra. Con la nuova legge si introducono paletti che non ci permetteranno più di arrivare dove si deve arrivare”, dice ancora Ingroia che qualche mese fa ha scritto per Stampa Alternativa il libro “C’era una volta l’intercettazione”, un saggio sulle paure della classe politica che a tutti i costi vuole riformare – “controrifomare”, scrive lui  –  tutto il sistema delle intercettazioni. Chi avrebbe mai saputo sennò degli incontri di Marcello Dell’Utri con i falsi pentiti Chiofalo e Cirfeta che  – secondo la procura  –  erano al centro di una combine per screditare i pentiti veri?

Chi avrebbe mai saputo cosa faceva il governatore della Sicilia Totò Cuffaro in un retrobottega di un negozio di abbigliamento di Bagheria con Michele Aiello, il “re” delle cliniche private legato ai mafiosi di Bernardo Provenzano che con Totò stilava il tariffario della Sanità? Chi avrebbe mai scoperto che il Palazzo di Giustizia di Palermo era infestato di talpe. Senza quelle  –  le intercettazioni – Totò Cuffaro oggi sarebbe ancora l’amatissimo presidente di tutti i siciliani.

Attilio Bolzoni (la Repubblica, 21 maggio 2010)

La politica aiuta la mafia

Fonte: La politica aiuta la mafia.

“Dai palazzi del potere arrivano continui attacchi, tagli ai nostri mezzi e leggi che ci impediscono di indagare. Vogliono normalizzare e isolare la magistratura. Mentre le più alte istituzioni tacciono”. La durissima accusa di Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Palermo

“I provvedimenti e i comportamenti dei magistrati possono essere legittimamente criticati. Ma non possiamo però più tollerare l’offensiva sistematica e violenta nei nostri confronti. Molti degli esponenti politici che ogni 23 maggio e 19 luglio tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti, per i restanti giorni dell’anno spendono le loro migliori energie per isolare e denigrare quei magistrati che si ostinano a credere che la legge è veramente uguale per tutti. Le stesse ragioni per le quali in vita venivano isolati e denigrati Falcone e Borsellino”. Diciotto anni dopo la strage di Capaci del 23 maggio del 1992 la magistratura è sempre sotto attacco. E Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, è una delle toghe in trincea che da un lato vede commemorare Giovanni Falcone o Paolo Borsellino e dall’altro sente che i magistrati sono tacciati di essere eversivi e politicamente orientati.

L’Anm di Palermo ha parlato di recente di “silenzi” da parte di esponenti delle istituzioni dopo gli ennesimi attacchi subiti dal premier Silvio Berlusconi…
“A fronte di attacchi spesso violenti e volgari ci saremmo aspettati una presa di distanza più chiara e decisa dalle altre istituzioni. Penso ad esempio al presidente della Repubblica nella qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura o allo stesso ministro della Giustizia. Non mi sembra che ciò sia avvenuto”.

A Palermo, però, la società civile sembra risvegliarsi: vi sentite soli come lo furono Falcone e Borsellino nel ’92?
“Non credo che nonostante qualche isolato fermento la società civile sia oggi attenta e vigile come, sull’onda dell’emozione e della rabbia, dimostrò di essere nell’immediato post-stragi. Ciò contribuisce ad alimentare un a pericolosa sensazione di isolamento ed una strisciante tendenza alla rassegnazione di fronte al tentativo, a mio parere evidente , di “normalizzare” l’azione della magistratura”.

A Palermo ci sono delicate indagini in corso su collusioni tra servitori infedeli dello Stato e mafiosi: cosa si è scoperto finora? Ci sono processi che confermano patti o accordi tra boss e entità esterne?
“Non posso parlare nello specifico di indagini in corso se non per dire che si tratta di investigazioni per le quali impegneremo al massimo le nostre energie e le nostre assolutamente inadeguate risorse. Non si può pensare di voler sconfiggere la mafia senza recidere i rapporti che ha avuto e ha con settori importanti della politica e delle istituzioni. Lo Stato deve avere la forza, quando ne sussistono i presupposti, anche di processare sé stesso. Solo così potrà liberarsi definitivamente del potere di ricatto che, nelle mani di Cosa Nostra, costituisce la più micidiale della armi”.

Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, sta raccontando alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze i suoi segreti sui contatti che il padre – potente sindaco Dc condannato per mafia – aveva con politici e istituzioni. Esponenti del centrodestra, come Maurizio Gasparri, sostengono che la magistratura di Palermo ha già definito “non credibile” Ciancimino. E’ così?
“Molti, troppi, parlano senza conoscere nulla degli atti processuali. Al momento solo un tribunale, quello che ha processato l’onorevole Giovanni Mercadante, ha motivato con una sentenza le sue considerazioni sul teste Ciancimino che aveva ascoltato in pubblica udienza. Quella sentenza definisce Ciancimino “prezioso testimone diretto dei rapporti tra il padre Vito, Bernardo Provenzano, e esponenti del mondo politico e istituzionale”. E ritiene “credibili e riscontrate le sue dichiarazioni in aula” in quel processo. L’onorevole Gasparri liquida troppo frettolosamente un argomento serio e delicato, e lo fa sulla base dell’ordinanza di una corte – quella che processa il senatore Marcello Dell’Utri – che non ha nemmeno ascoltato Ciancimino e non può valutare nel merito una prova che non ha ritenuto di assumere nel processo. Il motivo? La testimonianza non era ritenuta così assolutamente necessaria da interrompere la discussione finale in corso”.

Le recenti catture di latitanti di primo piano in Cosa nostra, come Gianni Nicchi o Domenico Raccuglia, o le ultime indagini, hanno permesso di capire chi comanda, oggi, in Cosa nostra?
“L’esperienza dovrebbe indurci a non azzardare previsioni e giudizi, soprattutto in un momento storico come questo in cui l’asse del potere effettivo in Cosa nostra sembra essersi spostato dalle sue componenti militari – gli uomini d’onore organizzati gerarchicamente in famiglie e mandamenti – a quelle, ben più sottili menti economiche e finanziarie che stanno guidando la “legalizzazione” di Cosa Nostra attraverso il reinvestimento di enormi quantità di denaro in attività apparentemente pulite”.

In Sicilia, da Addio pizzo a Confindustria, qualcosa si muove nella ribellione delle coscienze contro la mafia, tante volte auspicata da Falcone e Borsellino?
“Sì, qualcosa di significativo si muove. Molte incrostazioni però sono difficili da rimuovere. Lo dimostra l’ancora veramente irrisorio numero di grandi imprenditori e grossi commercianti che si espongono concretamente nel denunciare i loro estorsori”.

Quale sarebbe, se c’è, l’asso nella manica per sconfiggere Cosa nostra?
“Più che di assi parlerei di sforzi seri e concreti per dotare magistratura e forze di polizia delle risorse che non hanno. Mi pare invece che si vada esattamente nella direzione contraria: smantellando l’incisività dello strumento investigativo più importante, le intercettazioni, lasciando sguarniti gli uffici di Procura più caldi, mortificando anche economicamente le aspettative di chi, magistrato o poliziotto, con sacrifici personali e familiari enormi, continua a volere rischiare in prima persona”.

Fonte: http://espresso.repubblica.it

Antimafia Duemila – Pentito, servizi chiesero a boss Misso pax mafiosa

Dunque la camorra è agli ordini dei servizi segreti… ma da chi prendono ordini i servizi segreti?

Fonte: Antimafia Duemila – Pentito, servizi chiesero a boss Misso pax mafiosa.

Al boss del rione Sanità Giuseppe Misso fu chiesto di mettere fine alla guerra tra i clan in quanto «c’era la necessità che nella città di Napoli non ci fossero scontri diretti tra le organizzazioni camorristiche o faide eclatanti perchè c’erano in corso procedure per opere pubbliche importanti» e «soprattutto le istituzioni non dovevano essere ‘insidiate’». A rivelare il presunto intervento di apparati dello Stato («appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi») per realizzare una tregua tra le cosche napoletane è il pentito Michelangelo Mazza, nipote di Misso. L’interrogatorio è stato reso il 10 settembre 2007 al pm Giuseppe Narducci e oggi il pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Sergio Amato lo ha depositato davanti al gup in un processo contro esponenti del clan. Nell’interrogatorio il collaboratore di giustizia parla di un incontro che si sarebbe svolto alla sua presenza alcuni anni fa in un ristorante di Salerno tra Misso e due persone «la prima di circa 60 anni, portava un vestito, la seconda aveva più o meno 40 anni e portava una maglietta e un jeans». Mazza racconta che, armato di due pistole, svolgeva il ruolo di guardaspalle dello zio che temeva di finire in una trappola. «La persona più giovane – racconta il pentito intervenne nella conversazione volendo puntualizzare che loro non chiedevano delle cose ma le ordinavano».

Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta

Ogni volta che apprendo notizie del genere dal CSM mi viene da pensare che in questa sigla la M stia li per mafia…

Fonte: Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta.

Il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona lascerà definitivamente il suo incarico. Lo ha deciso oggi il Csm, che ha risposto con un secco “no” alla richiesta del giudice di rimanere applicato al suo ufficio dove era chiamato a decidere, proprio in questi giorni, su importanti atti relativi all’inchiesta appena riaperta sul fallito attentato all’Addaura. Per la quale in questi anni aveva ormai acquisito una notevole competenza.
Il gip, particolarmente apprezzato per il suo rigore e la sua precisione, doti riconosciute in diversi procedimenti sia dalle accuse che dalle difese, ha terminato il periodo di 10 anni in cui, secondo la legge Mastella, un magistrato può ricoprire lo stesso incarico. Motivo per cui aveva chiesto l’applicazione ad alcune indagini di notevole complessità, da lui seguite da lungo tempo.
Dopo il no Tona passerà alla magistatura civile e per chi erediterà il suo incarico occorreranno mesi per studiare le carte, cosa che potrebbe determinare una nuova stagnazione di importanti inchieste appena riaperte.

Redazione ANTIMAFIADuemila,
20 maggio 2010

Intercettazioni. La parola d’ordine della maggioranza: mentire | Pietro Orsatti

Fonte: Intercettazioni. La parola d’ordine della maggioranza: mentire | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Cronaca del giorno su intercettazioni e dintorni. Leggiamo dall’AdnKronos:

«La legge sulle intercettazioni sarà approvata nonostante le gravi inesattezze diffuse da più parti. Nessuno impedirà ai giornali di dare notizia di indagini o di reati. Si tratterà semplicemente di non utilizzare in modo disinvolto la pubblicazione letterale di intercettazioni quando le persone citate non sono nemmeno in un grado preliminare di giudizio. Di questo si tratta». Così il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «Leggiamo, invece, anche da fonti autorevoli -aggiunge- parole che non rispondono al vero. Nessuna indagine sarà impedita, nessuna notizia giornalistica su fatti e circostanze potrà essere limitata o censurata». «Si tratta soltanto -rimarca Gasparri- di non pubblicare paginate intere di conversazioni telefoniche che nel novantanove per cento dei casi si sono rivelate penalmente irrilevanti. Vogliamo anche ricordare che il Parlamento è impegnato in questi giorni, ed in particolare il Senato, nell’approvazione di numerose e importantissime leggi».

Peccato che per ora il testo in discussione non parli di “paginate” o faccia differenza fra “atti giudiziari” e “intercettazioni”, anche perché non può farlo visto che le intercettazioni sono per forza inserite in atti giudiziari regolarmente depositati e perciò pubblici alle parti. Quindi pubblici e basta. Gasparri può dire quello che gli pare, ma il testo in discussione questi distinguo non li fa. Ieri, davanti ai microfoni delle televisioni Gasparri aveva detto ben altro. Aveva parlato esplicitamente di “punizione” nei confronti di giornalisti e giornali. E poi, caro Gasparri, anche se fosse vero, e non lo è, che nel testo non si parla di tutti gli atti giudiziari ma solo di uso eccessivo di citazioni, come “misuriamo” se si è ecceduto nel riportare notizie e citazioni da atti giudiziari? Preparerete un prontuario per il bravo giornalista con il numero di battute (spazi inclusi) da poter pubblicare? Ma andiamo avanti.

Si legge sul sito del Corriere della Sera:

«Sull’emendamento 1.2008 che prevede un raddoppio delle pene per i giornalisti che pubblicano arbitrariamente atti di un procedimento penale ci potrebbe essere un ripensamento della maggioranza. Vedremo lunedì, ne parleremo quando riprende il dibattito in commissione al Senato».

Lo ha detto il senatore Roberto Centaro (Pdl), relatore del ddl Alfano sulle intercettazioni telefoniche, nel corso della video-chat del Corriere.it alla quale ha partecipato anche il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti. Centaro, dunque, non ha escluso un passo indietro del governo e della maggioranza su uno degli emendamenti più contestati: quello che, rispetto al testo varatao dalla Camera, porta da 30 a 60 giorni l’arresto previsto per i giornalisti mentre il massimo dell’ammenda sale a 10 mila euro (20 mila se ad essere pubblicate sono i testi delle intercettazioni).

Vorrei sapere se esiste un reato che preveda nel nostro codice un numero preciso di giorni di arresto per un determinato reato. Non stiamo parlando di una “pena” dopo un “giudizio”, ma proprio di una punizione pre-giudiziale. Cioè. Tu scrivi, riporti atti giudiziari nel tuo pezzo, e perciò prima di tutto ti arresto tot giorni, poi ti porto in giudizio. E questa che cos’è se non un’intimidazione per via legislativa?

Sempre dall’AdnKronos apprendiamo che Cetraro qualche passo l’ha fatto.

«Dopo una riunione con il ministro della Giustizia Alfano e Ghedini che è il presidente della Consulta Giustizia del Pdl, si è presa la decisione, ovviamente condivisa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, di ritirare l’emendamento 1.2008 del relatore che è quello che aggrava le pene per i giornalisti in caso di pubblicazione di notizie che non possono essere pubblicate». Lo ha annunciato a Sky Tg24 Pomeriggio il senatore del Pdl Roberto Centaro. «Penso che questo possa anche stemperare tante polemiche», ha spiegato.

Grazie Cetraro, ce ne faremo solo 30 di giorni di galera. E il bello che alcuni membri dell’opposizione si sono pure dichiarati “soddisfatti” della mediazione.

Poi prosegue sempre Cetraro: «Galera non se ne farà mai nessuno». E allora perché la prevedete? Perché la quantificate? Perché, soprattutto, la minacciate?

Bavagli e amnesie

Fonte: Bavagli e amnesie.

Sulle norme per le telefonate si procede a tappe forzate, l’iter del ddl sui corrotti ancora non parte

Impegnati a smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9 ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni. Neofiti dello stakanovismo. E pure incompresi da tutti, ma proprio tutti.

Il capo della polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo: tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati.

Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto: come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del ministro neppure indagato.

Sarà interessante verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il proprio iter.

La notte, oltre che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante, ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava l’introduzione del reato di autoriciclaggio , cioè la punibilità di chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15 luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in Francia e persino nella bistrattata Svizzera.

Bene: sono trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009 anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis).

Lo stesso vale per la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza »: traduzioni giuridiche di quel «sistema gelatinoso» nel quale le inchieste sulla «cricca» stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito tra le persone. Eppure neanche il ddl Alfano introduce la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza», nonostante li raccomandi quella Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999, l’Italia continua a non ratificare.

Del resto, per chi voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel 2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo «Piano nazionale anticorruzione» affidato all’ennesimo «Osservatorio», c’è poco da inventare. Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal «Comitato di saggi» presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i rimedi individuati dalla «Commissione di studio» istituita sempre nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8 proposte di sintesi della «Commissione parlamentare » del 1998, compreso il testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri).

Invece ecco un Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse, all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese.

Non solo: la Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni; limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle intercettazioni di un intero distretto.


Poi magari domani, al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica no?

Luigi Ferrarella (il Corriere della Sera, 20 maggio 2010)

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Come rubano ora non hanno rubato mai – ‘U CUNTU

Fonte: Come rubano ora non hanno rubato mai – ‘U CUNTU.

Quelli di Mani Pulite, al confronto, erano boy-scout. Questi sopravvivono solo perché non c’è più l’informazione (e vogliono imbavagliare quella poca che resiste, in internet). Così gli italiani li tollerano, o per ignoranza o perché gli piace…

Se l’informazione fosse ancora quella dei tempi normali (non chiedo molto: quella di vent’anni fa) l’Italia oggi sarebbe percorsa da cortei di gente incazzata che chiederebbe conto al governo della catastrofe imminente e in parte già in corso. Invece “tutto ok”, “tutto sotto controllo”. Se esistesse una tv in Italia la gente assedierebbe i palazzi tempestando di monetine le auto blu. Altro che Mani Pulite: qua rubano infinitamente di più di tutti i ladroni di allora messi insieme. Mario Chiesa è un boy-scout rispetto a un Bertolaso o a un Scajola. Mariuoli? Qua si parla di gente che si compra i Feltri come noccioline, altro che prime pagine coi cinghialoni. “Saviano – disse il procuratore del Re Emilio Fede (nel senso che al suo re gli procurava le tipe) – Saviano mi fa ridere, qua sono io, l’eroe!”. Una così non s’era mai sentita, sotto Craxi. “Craxi? Uno statista, un grand’uomo!” proclamò Sandra Milo, fedele nella catastrofe, ai reporter che la inseguivano nei giorni della disfatta. Ma quante resteranno fedeli, in circostanze analoghe, a Berlusconi? Diaco? Carfagna? La Noemi? E’ in momenti del genere che si vede chi fu Napoleone e chi Cagliostro. Di ciò si potrebbe anche ridere, se alla fine non fossero soldi nostri. Soldi, vite, dolori: il fascismo c’è già, per un quarto abbondante degli italiani (poveri, neri, gay, disoccupati). I giovani, qua al sud, non lavorano più, tranne gli spacciatori. La macchina maciulla-ragazzi funziona selvaggiamente (qua comandano i vecchi, gli ultra-settantenni) e tutto l’avanspettacolo, tutte le facce da fratelli De Rege (ma guardali una buona volta i Bossi, i La Russa, i Bondi, i Calderoli) splende a corte. I democristiani rubavano, ma nessuno per figli così scemi come il figlio di Bossi. I socialisti a Milano avranno grattato un poco, ma il duomo almeno l’hanno lasciato lì (c’è ancora? Non ci credo. Sarà un fotomontaggio). Un ministro, Tanassi, finì ai domiciliari e poi in galera per un intrallazzo da duecento milioni, nella vecchia Italia ladrona; un presidente, Leone, si dovette dimettere perché forse intrallazzavanno i suoi figli. Qua circola Bertolaso e circola Scajola. E sono ancora fra i migliori perchè nessuno (a differenza di altri colleghi, legati a mafia camorra e ’ndrangheta) li accusa di avere ammazzato nessuno. Questa è l’Italia che avete, miei nobili concittadini. Non ho ancora capito se l’accettiate per ignoranza, o perché proprio vi piace così. Nel primo caso (io debbo credere al primo caso, perché sono italiano), il nostro mestiere è di informarvi e qui, come in altri luoghi – per lo più eterei – facciamo il nostro lavoro. I vostri ladri ci cercano fin qui nell’internet, per metterci il bavaglio addosso e mantenervi ignoranti (o felici). “A signora donna Lionora/ che cantava ’ncoppa o teatro/ mo’ abballa in mezzo o’ mercato” dissero di una nostra collega che alla fine riuscirono a imbavagliare (e a impiccare in piazza mercato), molti anni fa. I Borboni, la plebe, l’Europa lontanissima, i Bossi e i La Russa di allora. Quanto tempo è passato, amici miei. E’ passato?

R.O.

G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato

Fonte: G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato.

Tutti i vertici che erano stati assolti hanno subito condanne comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni.

Ribaltate le sentenze di primo grado per i poliziotti responsabili dell’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. I giudici della Terza sezione della Corte d’Appello hanno condannato tutti i vertici della polizia, assolti in primo grado, a pene tra 3 anni e 8 mesi e i 4 anni, unitamente all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati sui 27. Tra i giudicati colpevoli anche Francesco Gratteri e Giovanni Luperi: 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

LA REQUISITORIA – Nella requisitoria finale il procuratore generale Pio Machiavello aveva chiesto per i ventisette imputati oltre centodieci anni di carcere. Il magistrato aveva usato parole molto dure: «Non si possono dimenticare – aveva detto – le terribili ferite inferte a persone inermi, la premeditazione, i volti coperti, la falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global, le bugie sulla loro presunta resistenza. Nè si può dimenticare la sistematica e indiscriminata aggressione e l’attribuzione a tutti gli arrestati delle due molotov portate nella Diaz dagli stessi poliziotti». Il procuratore generale nel chiedere la condanna per lesioni gravi e falso ideologico aveva anche escluso la concessione delle attenuanti generiche.

In sostanza la Procura generale aveva riproposto la ricostruzione dell’irruzione nella scuola Diaz fatta dai pm del processo di primo grado, Zucca e Cardona Albini, rilevando anche con maggior forza le responsabilità degli alti gradi presenti quella notte. In primo grado di giudizio tutti i vertici, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e Gilberto Caldarozzi, erano stati assolti, così come il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, mentre il capo del settimo reparto della Mobile Vincenzo Canterini era stato condannato a quattro anni di reclusione, il suo vice Michelangeelo Fournier (che usò l’espressione «macelleria messicana» per descrivere la violenza dell’irruzione) a due anni, gli otto uomini del reparto erano stati condannati a pene diverse.

PRIMO GRADO – In tutto, in primo grado, il Tribunale aveva emesso tredici condanne e sedici assoluzioni per non aver commesso il fatto. In particolare era stato assolto Massimo Nucera protagonista di uno degli episodi più discussi durante il processo, ovvero il colpo di coltello al torace che Nucera sostenne di aver ricevuto da un non identificato no-global. L’agente era accusato di falso e di calunnia, i pm ritenevano infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento.

Erano stati invece condannati il vicecommissario Troiani e l’agente Michele Burgio che avevano portato materialmente dentro la scuola dove dormivano i no-global le due bottiglie molotov servite poi per incriminare i manifestanti. La sentenza che assolveva i vertici e condannava i medi e bassi gradi della polizia era stata accolta dal grido di «vergogna», molti dei ragazzi picchiati a sangue quella notte erano presenti in aula. «Non c’erano le prove del coinvolgimento degli alti gradi” aveva commentato il presidente Gabrio Baroni “e la giustizia richiede prove».

corriere