Archivi del giorno: 23 Mag 2010

DOCUMENTARIO MAFIA – In Un Altro Paese

Spegniamo la TV e guardiamo questo straordinario documentario interessantissimo su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che se se fossero vissuti in un altro paese…

Diceva Giovanni Falcone che la mafia come tutte le altre cose umane ha avuto un inizio e avrà una fine, dunque lottiamo tutti insieme e portiamo avanti le sue idee ed il suo coraggio!

DOCUMENTARIO MAFIA – In Un Altro Paese.

Antimafia Duemila – E adesso chi lo dice a Falcone?

Fonte: Antimafia Duemila – E adesso chi lo dice a Falcone?.

di Claudio Fava – 23 maggio 2010
Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone?

Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?

Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.
Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.

Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.

Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone? Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.

Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta? Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?

E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.

Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.

Tratto da: l’Unità

23 maggio, San Giovanni Falcone, martire. Grasso: “Falcone inviso a centri interesse” « Notizie Sicilia | Informazione sulla Sicilia | News, cronaca siciliana – Live Sicilia

23 maggio, San Giovanni Falcone, martire. La verità sta venendo a galla, FUORI LA MAFIA DALLO STATO!

Fonte: L’aula bunker gremita di studenti Grasso: “Falcone inviso a centri interesse” « Notizie Sicilia | Informazione sulla Sicilia | News, cronaca siciliana – Live Sicilia.

”Falcone era il nemico numero uno della mafia, ma era inviso anche a tanti centri di interesse. Era un personaggio scomodo per il suo impegno per il recupero della legalita’ che urtava gli interessi di troppa gente”. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervenendo al convegno organizzato nel bunker dell’Ucciardone per il diciottesimo anniversario dell’uccisione di Falcone. ”Falcone e Borsellino – ha aggiunto – sono i miti, i punti di riferimento che mi aiutano nei momenti di sconforto. Falcone non si sarebbe accontentato di ridimensionare la mafia, ma voleva aggredire la specificita’ che rende la mafia un soggetto che partecipa al potere anche con le sue relazioni esterne”.

Antimafia Duemila – Andremo in galera

Fonte: Antimafia Duemila – Andremo in galera.

di Giorgio Bongiovanni – 21 maggio 2010
Il ddl sulle intercettazioni, in discussione presso la Commissione Giustizia del Senato, potrebbe essere approvato da un momento all’altro. E se tutto andrà come il dittatoriello che governa il nostro Paese vorrebbe, per i giornalisti che non accetteranno il bavaglio le pene saranno durissime.

Ieri, dopo una riunione con il ministro della Giustizia Alfano e con il presidente della Consulta Giustizia del Pdl Ghedini, ha dichiarato Roberto Centaro per stemperare le polemiche, si sarebbe “presa la decisione” di ritirare l’emendamento 1.2008. Quello “che prevede un raddoppio delle pene per i giornalisti che pubblicano arbitrariamente atti di un procedimento penale”. E sul punto “ci potrebbe essere un ripensamento della maggioranza”. Decisione che potrebbe essere presa lunedì, “quando riprenderà il dibattito in commissione al Senato”.
Nel frattempo, interviene Italo Bocchino, anche se “vietare di parlare del tutto dell’inchiesta fino alla chiusura delle indagini preliminari” sarebbe “una forzatura”, “vietare la pubblicazione dell’intercettazione fino all’udienza preliminare – sottolinea – è un fatto di grandissima civiltà”.
Opinione condivisa dalla maggior parte degli esponenti politici, presidente del Consiglio in primis, che tra mille stop and go e sotto gli occhi di tutti stanno tentando di colpire in ogni modo la libertà di stampa.

Noi di ANTIMAFIADuemila, cari lettori, vi informiamo che se questa legge infame dovesse alla fine passare al Senato non esiteremo a disubbidire. E se verremo in possesso di intercettazioni telefoniche registrate nell’ambito di inchieste in corso le faremo conoscere, le pubblicheremo e affronteremo, se necessario, i processi e anche il carcere.
Un avvocato dall’aspetto fragile, ma dall’animo potente, diceva che contro i dittatori è necessaria una rivoluzione civile, non violenta.
Quell’uomo si chiamava Gandhi e noi, come lui, quella rivoluzione civile la inizieremo. Senza violenza e senza armi, ma lottando con la penna e con la voce.
Che lo sappia Berlusconi, che lo sappiano Cosa Nostra e i politici corrotti.
Le notizie continueremo a farle conoscere.
Noi disubbidiremo!

Antimafia Duemila – Il telefono parlante

Fonte: Antimafia Duemila – Il telefono parlante.

di Bruno Tinti – 21 maggio 2010
Sulla nuova legge in materia di intercettazioni si è detto tutto. I limiti di tempo: come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”? Si sa solo che, presto o tardi, qualcosa di utile dirà. Ma ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio; non si sa dove né a danno di chi né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina.

E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di usare il contenuto di un’intercettazione per chiedere altra intercettazione: e se solo questo hanno in mano gli investigatori? La persona intercettata parla con qualcuno di un omicidio: non si sa dove né a danno di chi né quando. Si potrebbe intercettare il nuovo telefono: ma non si può, l’unico elemento è la telefonata e la legge non consente di utilizzarla per una nuova intercettazione E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di intercettare il telefono della persona offesa in caso di reato commesso da ignoti; a meno che sia la stessa persona offesa a richiederlo. Così tutte le vittime di estorsioni, che abitualmente hanno paura di far intervenire la Giustizia e preferiscono pagare, continueranno a pagare in silenzio. L’ipocrisia di binari preferenziali per i delitti di mafia e terrorismo, per i quali si può intercettare senza limiti di tempo e, in caso di reato commesso da ignoti, senza consenso della persona offesa: vera e propria mistificazione per far credere ai cittadini che, nei casi di maggiore gravità, la “sicurezza” prevarrà sulla “privacy”. Ipocrisia vergognosa, perché nessun delitto ha un’etichetta che dica “mafia”. Un omicidio, un incendio, possono avere mille moventi; solo con le intercettazioni si scoprirà se, a monte, vi era la mafia oppure passione, interesse. Così, per l’incendio del negozio, della macchina, della casa ci sarà sempre bisogno della richiesta della parte offesa per intercettare. E questa sarà sempre meno probabile quanto più gli autori dell’incendio siano mafiosi. Il divieto di microspie, salvo che non vi siano prove che lì, in quel momento, si stanno commettendo reati. Che è ridicolo solo a dirlo, visto che, a quel punto, le microspie non si fa più in tempo a piazzarle. E poi: quanti progetti criminosi, quanti discorsi su delitti già commessi si fanno in macchina, in cella, al bar? Ma nessuno ne saprà mai nulla. Si è detto tutto; e anche io ho detto tutto, tante volte. Ho fatto il magistrato per tutta la vita, so che cosa succederà con questa legge. Ma oggi voglio dire una cosa diversa; posso dirla perché non faccio più il magistrato. Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione, che è il secondo (o il primo a pari merito) obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese. I cittadini non sapranno più nulla, i delinquenti che hanno infiltrato la politica a ogni livello si presenteranno con le mentite spoglie di brave e oneste persone. La classe dirigente perpetuerà se stessa senza controlli e senza resistenze. La parte sana di essa si ridurrà progressivamente. E l’Italia diventerà un paese senza legge e senza etica, sempre più povera e indifesa. Fino al disastro finale, fino alla bancarotta istituzionale ed economica. Non possiamo permetterlo. Non so quali e quante informazioni riuscirò a conoscere; non so in che misura farle conoscere ai cittadini potrà rallentare il degrado del nostro paese. Ma io non rispetterò questa legge; e sono certo che molti altri non la rispetteranno. Vedremo se davvero è arrivato il tempo della dittatura.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Che facciamo in Afghanistan?

Fonte: Antimafia Duemila – Che facciamo in Afghanistan?.

di Massimo Fini – 20 maggio 2010
Gli americani, secondo stime che risalgono al 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi 216, i canadesi 131. la Danimarca 26. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato.
Dopo l’agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all’Italia”.

Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c’erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l’Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli “italiani brava gente” che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l’eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni ’80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l’Afghanistan.

Gli americani, secondo stime che risalgono alla fine del 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi, che sono i soli a battersi, anche se non sempre, “all’afghana”, cioè senza l’uso sistematico dei bombardieri che uccidono ed esasperano la popolazione civile, 216, i canadesi 131, la Danimarca 26, più del 10% del suo piccolo contingente di 200 uomini. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato e l’altro giorno ne sono caduti altri sei, cinque americani. Ma la domanda “Che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?” abbiamo pur il diritto di porcela e di porla alle nostre classi dirigenti. Berlusconi, Frattini, La Russa hanno cantato la solita solfa. Berlusconi: “La nostra missione in Afghanistan è di straordinaria importanza per la stabilità e la pacificazione di un’area strategica”. Frattini: “La nostra è una missione di pace, fondamentale, che continuerà per la nostra sicurezza e il bene del popolo afghano”. La Russa: “È una missione per la sicurezza e la pace a casa nostra”. Ora, in tutta la storia, passata e recente, dell’Afghanistan non c’è un solo afghano che si sia reso responsabile di un atto di terrorismo internazionale, cioè fuori dal proprio Paese. E se dal 2006 anche gli afghani si sono decisi a utilizzare il terrorismo e i kamikaze, cosa totalmente estranea alla loro cultura e natura di guerrieri, dopo un aspro dibattito all’interno della leadership talebana (il Mullah Omar era contrario perché il terrorismo, anche se sempre mirato, nel caso talebano, a obiettivi militari e politici, colpisce inevitabilmente anche la popolazione civile sul cui appoggio si sostiene la guerriglia) è perché gli eserciti occidentali, a differenza di quello sovietico, (contro cui non ci fu mai un atto di tipo terroristico) non hanno nemmeno la dignità di battersi sul campo, ma usano a tappeto l’aviazione, spesso con aerei senza equipaggio, i Dardo e i Predator, bombardando indiscriminatamente i villaggi uccidendo vecchi, donne e bambini.

Contro un nemico che non combatte con lealtà, dignità, onore, ma usa i robot, che cosa può fare una resistenza se non ricorrere alle povere armi di cui dispone, ordigni quasi sempre rudimentali messi insieme con materiali di fortuna come i tergicristalli? I “vigliacchi”, egregio ministro La Russa, stanno da un’altra parte. In quanto all’“insicurezza e alla instabilità del Paese” è del tutto evidente che è provocata proprio dalla presenza delle truppe straniere, che gli afghani, popolo orgoglioso come pochi, non hanno mai tollerato cacciando, nella loro storia, inglesi e sovietici così come, prima o poi, cacceranno gli odierni occupanti. L’Afghanistan talebano era sicuro e stabile. Aveva un regime, delle leggi, dei costumi che non ci piacciono. Ma si può fare la guerra a un popolo solo perché è diverso da noi e non si ispira ai sacri principi di Locke e di Stuart Mill? Pretendere di omologare ogni popolo che ha storia, cultura, vissuti diversi, ai nostri valorièunaformaditotalitarismo indegno di un mondo che si definisce liberale e democratico.

Un liberale che pretende che tutti siano liberali non è un liberale: è un fascista. Nell’atroce vicenda afghana siamo noi, paradossalmente, i fascisti mentre i talebani hanno la parte dei difensori della libertà, la loro libertà da un’occupazione straniera, comunque motivata. È un modo molto curioso quello di “operare per il bene del popolo afghano”, per esprimerci con le parole del ministro Frattini, uccidendo i suoi abitanti a centinaia di migliaia, come del resto abbiamo già fatto in Iraq. Se la morte di due soldati provoca sofferenza e dolore nelle loro famiglie , nei padri, nelle madri, nei figli, nei fratelli, nelle sorelle, che cosa devono dire gli afghani? Non hanno anch’essi padri e madri e figli e fratelli e sorelle che ogni giorno che dio manda in terra devono piegarsi sui propri morti, siano essi guerriglieri, soldati “regolari” del grottesco esercito di Karzai che si sono arruolati perché la disoccupazione, che noi abbiamo portato in quel Paese, non gli lascia alternative, o, peggio, civili? Smettiamola con questa farsa tragica. Con le ipocrisie ributtanti. Noi siamo in Afghanistan solo per un malinteso senso di prestigio. È per difendere la faccia, la nostra bella faccia, che uccidiamo ogni giorno, noi o i nostri alleati, gente che non ci ha fatto nulla e, a volte, veniamo anche noi, del tutto legittimamente uccisi. Ritorniamo a casa nostra, ai nostri Scajola,ai nostri Anemone, ai nostri Balducci, alla nostra corruzione, alla nostra pubblicità, ai nostri giochini idioti, al nostro grasso benessere, al nostro marciume materiale e morale, e lasciamo che un popolo, infinitamente più dignitoso di noi, anche antropologicamente, possa decidere da sé del proprio destino.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

ComeDonChisciotte – SOLO GLI HEDGE FUND SUL BANCO DEGLI IMPUTATI ?

Fonte: ComeDonChisciotte – SOLO GLI HEDGE FUND SUL BANCO DEGLI IMPUTATI ?.

La mossa della Merkel

DI MORENO PASQUINELLI
sollevazione.blogspot.com

La “tigre di carta” europea e la crisi dell’asse carolingio ?

«C’è da dubitare che il tentativo protezionistico tedesco vada a buon fine. Le barriere anti-speculative adottate rischiano di essere travolte come un fuscello dalla piena in arrivo, poiché, appunto, la “speculazione” non è una patologia momentanea, una alterazione maligna di un corpo sano, quanto invece il modus essendi e operandi del sistema capitalistico occidentale giunto al suo estremo grado di bulimia. Qui sta il busillis: siamo in presenza di sistema segnato dalla tendenza compulsiva a fare profitti senza però creare plusvalore, ovvero della metastasi per cui la sfera finanziario-creditizia, cresciuta in misura abnorme, non è più un supporto alla creazione di plusvalore, ma un gigantesco parassita che succhia plusvalore alla sfera produttiva per ingrassare quella improduttiva. Il tardo-capitalismo portava in seno un mostro che ora lo sta divorando dall’interno».

Le borse hanno accolto in maniera minacciosa la decisione tedesca di vietare, a partire dalla mezzanotte del 19 maggio al 31 marzo 2011 le cosiddette “short selling” (vendite allo scoperto o a nudo) sulle obbligazioni pubbliche, i Cds (Credit default swap) e le azioni di dieci grandi gruppi finanziari (bancari e assicurativi) tedeschi. (1) La notizia ha causato il secondo crollo borsistico in una settimana: 144 Mld di euro bruciati nella seduta del 19 maggio seguita all’annuncio della Merkel.

Decisione unilaterale

Anche in questo caso l’Unione europea ha dimostrato di essere una “tigre di carta”, un gigante dai piedi di argilla. Quella presa dal governo tedesco, condannata come “mossa folle” dai trader degli Hedge fund colpiti al cuore, doveva infatti essere adottata da tutta l’Eurozona. I giornali del 19 maggio davano infatti per scontato che l’embargo ai danni degli “speculatori” sarebbe stato adottato dal vertice Ecofin (l’insieme dei Ministri dell’Economia e delle Finanze dei 27 stati membri della Unione europea riuniti in seno al Consiglio) riuniti a Bruxelles.
Non solo per la prevedibile opposizione della fronda inglese ma anche di Parigi il vertice si è concluso con una netta e rivelatrice spaccatura.
Il fatto assolutamente nuovo e sorprendente è che la Germania, anche al costo di spezzare l’asse carolingio, ha deciso di procedere in maniera unilaterale. Una forzatura che la dice lunga su quanto sia traballante l’Unione europea, e sul rischio che le ferite causate dalla crisi, invece di cicatrizzarsi dopo le ciclopiche misure di salvataggio adottate domenica 9 maggio, rischino di andare in cancrena, con buona pace dei sogni europeisti.
Ognuno per sé Dio per tutti, questo è con ogni evidenza il motto che campeggia oramai all’ingresso di quella grande scenografia che è l’Unione.

Di cosa si sta parlando

La “vendita allo scoperto” è in effetti un derivato, una delle armi, se non di distruzione di massa, certamente più letali preferite da quella che convenzionalmente si chiama “speculazione finanziaria”. Più sotto una scheda quanto mai precisa, ed è bene, non fosse che per capire come funzioni il turbo-capitalismo (quello che noi chiamiamo meta-capitalismo, nel senso duplice di un sistema che sta oltre il capitalismo classico e di un sistema affetto da metastasi) che il lettore abbia la pazienza di leggerla, vincendo l’ostacolo rappresentato dai tecnicismi. (2)

Provo a semplificare. Poniamo il caso che io sia uno scopertista e che preveda una fase discendente dei mercati finanziari. Il mio problema è come guadagnare nonostante il momento ribassista che fa appunto scendere i valori dei titoli o delle azioni. Ecco cosa faccio: compro dei titoli (di norma da banche o da altri intermediari finanziari) che rimborserò domani ma che sono certo di riuscire a vendere oggi. Poniamo che il costo di mercato del titolo è oggi di 100 euro. Poniamo ora due condizioni: che riesco a vendere subito il titolo a 100 euro mentre azzecco il pronostico per cui il titolo, domani, quando dovrò rimborsare il mio venditore, sarà sceso al valore di mercato di 80 euro. Essendo che dovrò rimborsare 80 euro mentre ho venduto a 100, avrò ottenuto un profitto di 20 euro. Va da sé che nel caso contrario, nel caso avessi sbagliato il pronostico e avessi piuttosto un aumento del valore di mercato del titolo, avrei una perdita.
Moltiplicate questa operazione per qualche milione e avrete guadagni astronomici o, al contrario, perdite equivalenti.

Il problema è che questo meccanismo, già mefistofelico di per sé, è diabolico per almeno altre due ragioni. Perché ad esso ricorrono potenti attori dei mercati finanziari, tra cui gli hedge fund (ma su questo torneremo), che nel caso in cui concordino le loro scorrerie, possono non solo svuotare le casse degli istituti e degli stati da cui acquistano short, ma determinare con le loro mosse a larga scala il paventato ciclo ribassista. La classica profezia che si autoavvera.

Solo gli hedge fund sul banco degli imputati?

La mossa tedesca è stata presentata dalla Merkel come un attacco e una punizione per gli hedge fund speculativi cosiddetti macro-globali. Si sa di chi si sta parlando: Paulson & Co. (35 miliardi di dollari gestiti), Soros Fund (27 Mld), Sac Capital Advisors (16 Mld), Moore Capital (14 Mld), Tudor Investments (11 Mld). Ovvero la famigerata cricca americana, quella della famosa cenetta newyorhese di inizi febbraio, quando di concerto decisero di giocare, proprio usando lo strumento degli short selling, alla fine dell’Euro.

Ora, che questi hedge fund predatori giochino un ruolo cruciale non vi può essere dubbio. Dopo la famosa cenetta, ovvero tra febbraio e maggio, i contratti derivati che scommettono sulla caduta dell’euro, sono diventati più di 103 mila, un record assoluto. (Financial Times del 16 maggio).
Tuttavia quello degli hedge fund rischia di essere un dietrologico capro espiatorio, o meglio, un alibi per camuffare la realtà, ovvero quanto grave sia la patologia che affligge tutto il sistema.
Già Walter Ricolfi il 15 maggio faceva notare: « Per quanto sia probabile che gli hedge, come qualsiasi investitore di breve periodo che abbia cognizione dei mercati, stiano giocando al ribasso sulle diverse attività europee, è difficile credere che fondi che detengono appena il 2,5% degli asset internazionali possano condizionare così pesantemente i mercati E’ più verosimile che la pressione vendite sia arrivata dai fondi pensione americani, dalle banche statunitensi e pure da quelle europee». (Il Sole 24Ore)

Non quindi solo i cattivi hedge fund, che comunque muoverebbero nella sola Ue la cifra di 250 Mld di euro (Corriere Economia del 19 maggio), ma pure fondi pensione e banche, non solo a stelle e strisce ma pure europee, pur di fare tanti quattrini e subito, pur di sostenere i loro bilanci traballanti, nonché i grandi fondi sovrani asiatici aggiungo io, scommettono sulla fine dell’euro e dell’Unione.
Afferma un operatore finanziario: «I veri hedge, nel senso spregiativo del termine, non siamo noi, ma i desk di trading proprietari delle grandi banche americane. Il cambio euro-dollaro, quello nel mirino degli speculatori, rappresenta uno dei mercati più liquidi (leggi più lucrosi e breve) al mondo, che nemmeno tutti gli hedge fund riuscirebbero a smuovere. Le banche invece, hanno una forza d’urto sufficiente, speculano per sostenere i bilanci. A New York si scommette sull’affossamento dell’euro». (La Stampa del 20 maggio).

Dova sta il busillis?

La mossa della Merkel indica fino a che punto la Germania tremi, cioè fino a che punto anche a Berlino si consideri realistica la fine dell’euro. Vedremo nelle prossime settimane se la linea gotica messa su dai tedeschi, riuscirà a reggere l’urto dell’ondata speculativa. E’ lecito dubitarne. La mossa probabilmente, non è nient’altro che una manovra preventiva per contenere i danni del crollo che europeo che viene, anzitutto pensata per salvare le chiappe alle banche tedesche, che sono i principali acquirenti dei titoli di stato della stessa Deutsche Bank, per non dire dei titoli greci, spagnoli, portoghesi e italiani a rischio di insolvenza che esse hanno in pancia.
Una mossa che è un avvertimento a nuora (gli hedge) affinché suocera ( i PIIGS) intenda. Non è un caso che la Cancelliera, contestualmente alle misure anti-speculative abbia perentoriamente affermato: «L’Europa ha bisogno di una nuova cultura della stabilità», lasciando intendere che la Germania si pone d’ora in avanti come sentinella del più estremo rigore finanziario e della più severa austerità, anche al costo di riscrivere tutti i Trattati, anche al costo di seppellire l’euro.

C’è da dubitare che il tentativo protezionistico tedesco vada a buon fine. Le barriere anti-speculative adottate rischiano di essere travolte come un fuscello dalla piena in arrivo, poiché, appunto, la “speculazione” non è una patologia momentanea, una alterazione maligna di un corpo sano, quanto invece il modus essendi e operandi del sistema capitalistico occidentale giunto al suo estremo grado di bulimia. Qui sta il busillis: siamo in presenza di sistema segnato dalla tendenza compulsiva a fare profitti senza però creare plusvalore, ovvero della metastasi per cui la sfera finanziario-creditizia, cresciuta in misura abnorme, non è più un supporto alla creazione di plusvalore, ma un gigantesco parassita che succhia plusvalore alla sfera produttiva per ingrassare quella improduttiva. Il tardo-capitalismo portava in seno un mostro che ora lo sta divorando dall’interno.

Moreno Pasquinelli
Fonte: http://sollevazione.blogspot.com/
Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/05/la-mossa-della-merkel.html
21.05.2010

Note

(1) Deutsche Bank, Commerzbak, Deutsche Börse, Generali Deutschland, Aareal Bank Group, Allianz, Postbank, Munich RE, MLP, Hannover rüch

(2)«La vendita allo scoperto, chiamata anche short selling (o semplicemente short) oppure vendita a nudo, è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita, effettuata nei confronti di uno o più soggetti terzi, di titoli non direttamente posseduti dal venditore. Difatti tali titoli, solitamente forniti da una banca o da un intermediario finanziario, durante lo short selling vengono istantaneamente prestati dal loro fornitore al venditore allo scoperto (chiamato anche scopertista o short seller oppure venditore a nudo) e quindi subito venduti da quest’ultimo. Pertanto la vendita allo scoperto si configura come un prestito non di denaro bensì di titoli e, come solitamente accade in quello di denaro, vi è un interesse da corrispondere al datore del prestito. L’ammontare dell’interesse da pagare cresce in relazione all’aumento della durata di questo prestito di titoli, poiché chi effettua la vendita a nudo deve, entro una certo lasso temporale, acquistare sul mercato (quindi a prezzo di mercato) i titoli rifondendoli così al prestatore: operazione tecnicamente definita ricopertura dello scoperto. Per l’acquirente lo short selling attuato dal venditore è praticamente invisibile e perciò ininfluente, sicché per il compratore non vi è differenza tra i titoli acquistati da una vendita allo scoperto o non allo scoperto.

Siccome l’incasso generato dalla vendita dei titoli è antecedente rispetto al momento del loro effettivo acquisto da parte del venditore, lo short selling viene effettuato quando lo scopertista prevede che il costo della loro successiva acquisizione sul mercato (quella destinata alla ricopertura dello scoperto, cioè a rifondere il datore del prestito) sarà inferiore al prezzo precedentemente incassato (e di solito tale controvalore ricevuto viene provvisoriamente posto a garanzia sullo short fino a ricopertura eseguita). In questo caso il rendimento complessivo dell’operazione di short selling sarà risultato in profitto. Se, al contrario, il prezzo dei titoli aumenta durante il tempo del prestito, il rendimento dell’operazione sarà risultato in perdita. Per tale ragione la vendita allo scoperto si effettua principalmente quando i mercati azionari si trovano in una fase discendente, da qui il nome “short” (tr. “breve” altrimenti “mancanza”, “insufficienza”) poiché storicamente le fasi discendenti dei mercati finanziari hanno una durata più breve e sono meno numerose delle fasi ascendenti. Quindi la tecnica dello short viene normalmente considerata come un’operatività finanziaria di tipo prettamente speculativo e orientata verso un orizzonte temporale d’investimento di breve periodo. Per questo è generalmente sconsigliabile usare lo short selling come tecnica d’investimento di medio e lungo termine.

Il titolo scende: risultato in profitto

– lo short seller vende allo scoperto 1 azione della società “x”: l’azione viene istantaneamente prestata dal fornitore del titolo allo short seller che subito la vende al prezzo sul mercato di 100 euro;
– successivamente il prezzo dell’azione scende a 80 euro;
– per terminare lo short selling il venditore a nudo acquista 1 azione della società “x” a 80 euro, cioè a prezzo di mercato, effettuando quindi l’operazione di ricopertura dello scoperto: l’azione viene così istantaneamente ceduta al prestatore per rifonderlo del titolo che egli aveva fornito allo short seller.

In questo caso lo short è risultato in profitto di 20 euro, ai quali viene automaticamente sottratto l’interesse da corrispondere al datore del prestito.

Il titolo sale: risultato in perdita

– lo short seller vende allo scoperto 1 azione della società “x”: l’azione viene istantaneamente prestata dal fornitore del titolo allo short seller che subito la vende al prezzo sul mercato di 100 euro;
* successivamente il prezzo dell’azione sale a 120 euro;
* per terminare lo short selling il venditore a nudo acquista 1 azione della società “x” a 120 euro, cioè a prezzo di mercato, effettuando quindi l’operazione di ricopertura dello scoperto: l’azione viene così istantaneamente ceduta al prestatore per rifonderlo del titolo che egli aveva fornito allo short seller.

In questo caso lo short è risultato in perdita di 20 euro, ai quali viene automaticamente aggiunto l’interesse da corrispondere al datore del prestito».
(da Wikipedia)