Archivi del giorno: 29 Mag 2010

Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”.

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.

“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l’appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

Tratto da: La Repubblica

Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?

Fonte: Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?.

di Anna Petrozzi e Maria Loi – 28 maggio 2010
Le stragi mafiose del ’93 erano tese a causare disordine per dare “la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione”.

Lo ha affermato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, intervenendo ad un convegno commemorativo della strage di via dei Georgofili che nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 causò la morte di cinque persone. “L’attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato – ha spiegato Grasso – assumeva duplice finalità: quella di orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, che è sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e attuare una vera e propria dimostrazione di forza attraverso azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli”. Pur tuttavia, ha sottolineato il magistrato, “occorre dimostrare l’esistenza di una intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per agevolare le prospettive di affermazione politica; e dimostrare l’esistenza di contatti riconducibili allo scambio successivo alle stragi”.
Se persino il procuratore Grasso, apprezzato proprio per la sua prudenza, si spinge a confermare ipotesi investigative ardite emerse fin dai primi momenti di indagine sulle stragi, possiamo a ragione ritenere che gli elementi che stanno emergendo in questo periodo hanno quanto meno una base robusta per sostenere quanto si era subito capito: Cosa Nostra non ha agito da sola.
Le intuizioni dei primi chiamati a capire cosa stava accadendo sono poi state confortate negli anni dai numerosi collaboratori di giustizia di spessore che hanno contribuito a ricostruire chi e cosa si muovesse dietro l’associazione criminale.
Da ultimo, ci riferisce Massimo Ciancimino, lo stesso Don Vito, dopo la strage di Capaci, disse al figlio: “Questa non è più mafia, ma terrorismo”. Anche Gaspare Spatuzza, l’ultimo dei pentiti che si è accusato di avere piazzato l’autobomba in Via D’Amelio, sbugiardando Scarantino e complici ha così commentato ai magistrati che lo interrogavano circa gli attentati di Roma, Milano e Firenze: “Ci siamo spinti un po’ oltre in un terreno che non ci appartiene”.
La valutazione circa le entità esterne però, ed è bene ricordarlo ancora una volta, non viene solo
dalla voce interna di Cosa Nostra, ma è stata ampiamente accolta anche dai giudici di Firenze che nella sentenza di I° grado per le stragi del ’93 scrivono chiaramente “di una strategia attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine costituzionale”.
Anche il pm Luca Tescaroli, che ha sostenuto l’accusa nei processi per il fallito attentato all’Addaura prima e la strage di Capaci poi non ha avuto alcun dubbio a collocare i due fatti delittuosi “in un progetto terroristico eversivo”.
Ma il primo in assoluto ad aver individuato questo terrificante meccanismo è stato il giudice Giovanni Falcone quando dopo il fallito attentato all’Addaura spiegò chiaramente: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Oggi che sono stati assicurati alla giustizia la maggior parte degli esecutori materiali restano quindi da risolvere i quesiti più importanti e inquietanti: Chi sono le menti raffinatissime? Chi ha costretto Vincenzo Scarantino a mentire sotto ricatto e per che cosa? Chi ha usato e poi scartato l’ala stragista di Cosa Nostra per poi tornare a ristabilire l’antica e proficua pax mafiosa con Provenzano, latitante per altri 13 anni da quei fatti? Chi l’ha protetto?
Le indagini riaperte di recente a Firenze a Caltanissetta e a Palermo seguono da vicino la traccia lasciata da uomini dei cosiddetti servizi segreti, questa entità sempre più ibrida di cui le “menti raffinatissime” si sarebbero servite per destabilizzare e poi spalancare le porte al “nuovo”. Una vecchia efficace metodologia che risale agli albori della Repubblica.
E’ chiaro che si tratta di un momento delicatissimo per i magistrati che lamentano fughe di notizie e intravvedono persino il tentativo di “intorbidire le acque” e di “dividere le procure di Palermo e Caltanissetta”.
Per ora quindi è giusto limitarsi a constatare ciò che alcuni atti pubblici consentono.
Gli inquirenti sono riusciti ad isolare il Dna di uno dei personaggi che partecipò al fallito attentato all’Addaura, ciò servirebbe ad identificare almeno uno dei sommozzatori colpevoli di aver portato la borsa piena di dinamite sugli scogli per uccidere Falcone e i magistrati svizzeri Del Ponte e Lehman. E potrebbe anche chiarire o forse solo escludere il coinvolgimento di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, i due giovani collaboratori dei servizi segreti, assassinati poco tempo dopo.
Mentre della terribile sorte del primo, ucciso con la moglie incinta, il 5 agosto 1989, non si sa praticamente nulla, del secondo conosciamo i risvolti del drammatico omicidio, anche in questo caso, grazie alle dichiarazioni di un altro pentito: Francesco Onorato. Il quale ricevette ordine da Salvatore Biondino di uccidere Emanuele, che conosceva e con cui si incontrava spesso in palestra, perché “sbirro”. Non è chiaro come il braccio destro di Riina, incensurato fino al momento della cattura con il suo capo il 15 gennaio 1993, potesse sapere chi era veramente Emanuele Piazza.
Un suggerimento in questo senso ci viene da Salvatore Cancemi che in un’intervista al nostro direttore Giorgio Bongiovanni raccolta nel libro “Riina mi fece i nomi di…”,  non ebbe alcuna difficoltà a sostenere nel suo linguaggio tipico: “Dire Biondino è già come dire Riina e Provenzano”  “Un personaggio che è sempre stato sottovalutato, ma che gode di agganci altissimi, sia fuori che dentro Cosa Nostra”.
Gli agganci altissimi sarebbero sempre i servizi segreti. Di questo legame l’ex boss di Porta Nuova si dice certo poiché il suo avvocato di un tempo ebbe modo di confidargli: “C’è un grosso latitante corleonese che è in contatto con i servizi segreti”. Riferendosi a Bernardo Provenzano.
Una dichiarazione, questa, spesso dimenticata ma che ben coincide con quanto riferisce oggi Massimo Ciancimino, che oltre ad aver fatto riemergere dalle profondità dei segreti italiani il famigerato papello (di cui Cancemi aveva testimoniato l’esistenza fisica ndr.), ha dato finalmente corpo a quell’ibrido connubio di cui parlava Falcone tra centri di potere: politica, rappresentata da suo padre, mafia, da Provenzano e servizi segreti, impersonati dall’ormai noto signor Franco.
Su quest’ultimo si è scatenata una incredibile caccia all’uomo, da parte degli inquirenti ovviamente, ma anche di giornalisti ed è di ieri il rincorrersi forsennato di notizie circa la sua identificazione con foto pubblicate e poi smentite.
Insomma la tensione è alta e si rischia il gioco sporco.
Del resto individuare il signor Franco sarebbe un grosso passo avanti ma non è che un passo appunto. I servizi per definizione servono e per capire davvero il senso delle stragi bisognerebbe sapere chi hanno servito.
Se questo obiettivo appare ancora troppo lontano, rifacendoci alle dichiarazioni di Grasso, possiamo intanto chiarirci senza tante ipocrisie chi è la “nuova realtà politica” agevolata dalle stragi del ’92 e del ’93.
Sia Ciancimino che Spatuzza individuano in Marcello Dell’Utri il tramite, la cerniera, l’agente di raccordo, come lo aveva definito anche la sentenza che lo condanna in primo grado a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, tra i mafiosi alla ricerca di un nuovo interlocutore politico e la nascente creatura di Silvio Berlusconi, ma non fanno altro che aggiungere tasselli ad un puzzle iniziato da altri e finora ritenuto plausibile da più sentenze anche di archiviazione.
Sempre Cancemi, per fare un esempio, ma si potrebbero citare Brusca e Giuffré, per rifarci ai più noti, disse espressamente che Riina in persona lo fece chiamare per dirgli di rintracciare Vittorio Mangano. “Totù – racconta – dicci a Vittorio Mangano che si deve mettere da parte perché Berlusconi e Dell’Utri ce li ho nelle mani io. E questo è un bene per tutta Cosa Nostra”.
Certo, ha ragione il procuratore Grasso, occorrono prove certe per ricostruire con chiarezza questo passaggio così cruciale e nello stesso tempo drammatico, e per farlo bisogna indagare, con ogni mezzo, con ogni sacrificio, anche a costo della tanto decantata privacy. Del resto se vogliamo che il nostro Paese attraversi davvero un percorso di cambiamento non possiamo far finta di non sapere che questo passa attraverso la verità. E questa va cercata, sicuramente non si può fare senza intercettazioni, quindi senza indagini e senza una stampa libera che informi il cittadino.
Saremo malpensanti ma un sospetto sul perché si stiano tanto accanendo per limitarle al nulla e per tappare la bocca ai giornalisti ci sovviene…

ComeDonChisciotte – PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?.

DI VIVENC NAVARRO
vnavarro.org

L’articolo chiama l’attenzione sulla corrente popolare a favore dell’apertura di banche statali pubbliche sia a livello statale che federale, che sta avendo una gradita accoglienza negli Usa, tanto è vero che diversi governatori federali stanno dando spazio a progetti d’apertura di queste nuove banche per facilitare l’erogazione di credito. Questa nuova corrente è in crescendo negli Usa, dopo le catastrofi combinate dalle banche private messe anche a confronto con gli ottimi risultati ottenuti dalle banche pubbliche in quegli Stati che hanno già potuto appoggiarsi ad esse ed affrontare così meglio la crisi economica. L’articolo mette anche in risalto come le grandi cifre erogate per l’ipotetico salvataggio delle banche private, negli Stati Uniti come in Spagna, avrebbero potuto essere destinate all’apertura di questi nuovi istituti di credito.

C’è una notizia che sicuramente non avrete letto nei principali mass media informativi: la nuova corrente che assale gli Stati Uniti (epicentro della crisi finanziaria globale) e che, visti i risultati trova un grande sostegno popolare, propone la creazione di banche pubbliche sia a livello statale che federale.

Ciò è in parte dovuto alla grande disistima di cui gode attualmente la banca privata in quel Paese.

Secondo gli ultimi sondaggi sono le banche le istituzioni meno affidabili nella società americana. Nonostante le enormi erogazioni di fondi pubblici che le banche hanno ricevuto, è ancora difficile per le piccole e medie imprese, nonché per la maggior parte dei privati cittadini, ottenere credito bancario.

Anzichè fare uso dei fondi pubblici, come la stessa parola dice, per compiere una funzione sociale, in questo caso l’offerta di credito, le grandi banche hanno adoperato gli aiuti statali per continuare le loro solite speculazioni (causa tra l’altro della odierna crisi) e per aumentare ancora di più i premi e gli stipendi dei loro dirigenti. Ne consegue una logica e forte insoddisfazione della popolazione verso le banche.

La risposta positiva che si riscontra in quegli Stati che usufruiscono già di queste realtà bancarie, e un’altra ragione per la quale ci sono sempre un maggior numero di politici che, dietro pressione degli elettori, propongono l’ attuazione di queste banche statali pubbliche.

La più conosciuta fra tutte è la Banca Statale dello stato del North Dakota, fondata novantuno anni fa, il cui capitale d’inizio furono i ricavati delle tasse statali e che sono ancora oggi la sua principale fonte di liquidità.

Lo statuto interno della banca proibisce qualunque tipo d’investimento in attività speculative ed esige oltretutto la riconversione degli utili nel proprio territorio. E’ stata una delle banche con più profitti e meno afflitta dalla crisi finanziaria che devasta il Paese. E’ stata anche una delle poche banche a prevenire la bolla immobiliare evitando di conseguenza di praticare ipoteche spazzatura (i mutui subprime).

Così come scrive Ellen Brown nel suo libro Web of Debt, questa banca pubblica è la diretta responsabile del fatto che nel North Dakota non ci sia stato il deficit di credito che hanno avuto la maggior parte degli stati USA.

E’ questo l’esempio che altri stati stanno pensando d’imitare.

Si sono create così un’ondata di proposte governative che in stati come il Vermont, Virginia, Michigan e Washington cercano di mettere in pratica la realizzazione a tutti gli effetti di queste banche statali.

Tutto ciò in risposta al malessere generale della popolazione che non ne può più dell’odierno sistema bancario e dello spreco di fondi pubblici. Davanti a questo diversi parlamentari hanno proibito che i depositi dello Stato vengano impiegati dalle banche d’investimento (Investiments Banks) che altro non fanno che mettere a rischio il denaro pubblico coi loro investimenti speculativi.

L’altro fatto importante che non ha trovato eco nei maggiori mezzi d’informazione e persuasione spagnoli è l’inizio del sorgere di voci che negli Stati Uniti trovano una grande ricettività nell’opinione pubblica e persino in alcuni settori del Congresso Statunitense, ma non ancora carpiti dalle lobbies bancarie. Tra queste, c’è quella del premio nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, che in un recente articolo su The Nation, dichiarava che i 700.000 milioni di dollari spesi per aiutare le banche, avrebbero dovuto essere utilizzati per avviare una banca pubblica, evitando agli USA l’enorme problema di credito che oggi ha. Secondo Joseph Stiglitz questo capitale poteva significare la creazione di una banca pubblica, dalla quale sarebbe stato possibile realizzare un’attività creditizia di 7.000 milioni di dollari (seguendo così il criterio di sicurezza di 1 a 10, ancora più conservatore di quello di 1 a 30 che è la pratica bancaria più diffusa). Questo importo rappresenta una quantità molto più grande di quella di cui ha bisogno oggi il Paese. Stiglitz conclude nel suo articolo, che l’aiuto alle banche non è stato in realtà un mezzo per facilitare il credito, ma bensì un intervento statale il cui primordiale scopo era quello di salvare banchieri ed azionisti.

Queste notizie che non si sono lette nei più grandi mezzi d’informazione e persuasione spagnoli, sono molto importanti per la Spagna, dato che la stessa domanda dovrebbe essere fatta nel nostro Paese. Perché il governo spagnolo ha investito tanti soldi per riscattare le banche, con scarsi risultati nell’erogazione di credito? La popolazione, così come la piccola e media impresa (coloro che creano più posti di lavoro nel settore privato in Spagna), hanno grandi difficoltà a ottenere credito nonostante il fatto che il governo abbia investito somme enormi in aiuti alle banche. Sarebbe stato molto più efficace e solidale se lo Stato Spagnolo (con i soldi spesi ad aiutare i banchieri e i loro azionisti) avesse creato una banca pubblica, così come so per certo, il Sig. Stiligtz suggerì alle autorità spagnole e che a quanto pare, non ebbero nessuna risposta.

E il fatto di non aver tenuto conto del suggerimento è, ancora una volta, l’esempio lampante dell’importanza di cui godono le banche in Spagna (vera forza di potere nel nostro Paese) con a capo la Banca di Spagna, il cui governatore (nominato dal governo socialista) è il massimo esponente del pensiero liberista, pensiero che ha causato l’enorme crisi in atto, e che ancora oggi domina la cultura economica del Paese. La nazionalizzazione delle banche o la creazione di banche pubbliche è uno dei nostri più grandi tabù, uno dei tanti che abbiamo nella cultura politica ed informativa nel Paese, che dovrebbe sparire per poter consentire un vero e proprio dibattito sulla situazione bancaria spagnola, che contrariamente alla saggezza convenzionale che respira il Paese, avrebbe bisogno di attuare cambi radicali nei sistemi di proprietà, nei sistemi del governo e nelle sue funzioni.

Vicenç Navarro, cattedratico di Politiche Pubbliche. Università Pompeu Fabra. Professore di Public Policy nella The Johns Hopkins University.

Titolo originale: “¿Por qué no banca pública? “

Fonte: http://www.vnavarro.org
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16.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

ComeDonChisciotte – PIU’ STATO MENO MERCATO

Fonte: ComeDonChisciotte – PIU’ STATO MENO MERCATO.

DI VLADIMIRO GIACCHE’
aurorainrete.org

La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.

Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.

Così, dopo una breve stagione di interessata riscoperta del ruolo dello Stato (però come donatore di sangue), si torna all’antico. I “convertiti allo Stato interventista” (come lì definì il sociologo Ulrich Beck) sono tornati alla vecchia religione dei mercati razionali ed efficienti. E se due anni fa per il presidente tedesco Köhler i mercati finanziari erano “mostri che devono essere domati”, oggi la priorità del governo tedesco è quella di obbedire ai mercati dei titoli di Stato: e quindi si impongono manovre economiche lacrime e sangue a paesi già in ginocchio economicamente. In definitiva, la gigantesca socializzazione delle perdite che è stata realizzata per evitare il collasso del sistema finanziario internazionale sta originando un fenomeno paradossale: la statalizzazione delle colpe. Con gli Stati a fare da capro espiatorio della crisi, e tutti noi a rischio di perdere i residui benefici di un welfare che è tornato ad essere inefficiente, inutile, immorale, ecc. a fronte della superiore efficienza dei mercati.

Un buon antidoto a questo ritorno di fiamma del liberismo è rappresentato dalla prima traduzione italiana integrale di un libro di John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1926 (l’edizione italiana, curata da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro, è appena uscita per l’editore DeriveApprodi). Il primo dei due capitoli che compongono il volume, “La fine del laissez faire”, è dedicato ad un’analisi della genesi storica e delle diverse fonti dell’ideologia liberistica, avversa a ogni interventismo statale e convinta che “l’intrapresa privata liberata da ogni impedimento avrebbe promosso il massimo benessere per tutti”. Keynes pone in luce come questa convinzione-cardine del liberismo, secondo cui “il comportamento di individui indipendenti, mossi dalla ricerca del vantaggio personale, produrrà la massima ricchezza aggregata”, dipenda “da una congerie di assunzioni irrealistiche” e trascuri tutta una serie di fatti che la smentiscono. I principi metafisici che dovrebbero fondarla vengono puntigliosamente contestati da Keynes: “il mondo non è retto dall’alto in modo che interesse privato e interesse pubblico siano sempre coincidenti, né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non si può dedurre dai principi dell’economia che l’egoismo illuminato operi sempre a beneficio dell’interesse pubblico, né è vero che generalmente l’egoismo sia illuminato: più spesso accade che individui che agiscono separatamente l’uno dall’altro, in vista del perseguimento dei propri obiettivi, siano troppo ignoranti o troppo deboli perfino per conseguire questi. L’esperienza non mostra che, quando costituiscono una entità sociale, gli individui sono sempre di vista meno acuta rispetto a quando agiscono separatamente l’uno dall’altro”.

Confutati i presupposti teorici del liberismo, Keynes riafferma il ruolo economico insostituibile dello Stato e di enti intermedi “il cui criterio operativo sia soltanto il bene pubblico”, anziché il “vantaggio privato”. Non solo: egli ritiene essenziale, al fine di risolvere le crisi economiche, il “controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale”, ed anche un controllo dei flussi di capitale e della destinazione del risparmio agli investimenti, non più lasciati “alle scelte fortuite del giudizio privato e del profitto privato”. Tutto questo non fa di Keynes un “comunista”, come dimostrano le considerazioni generalmente poco benevole dedicate all’Urss nel secondo capitolo del libro, nato da una visita compiuta nel settembre 1925 nella Russia sovietica.

Keynes resta insomma sempre fedele al suo ideale, che è quello di un “capitalismo saggiamente governato”.
Forse, se avesse vissuto le vicende di questi ultimi anni, il dubbio che quella espressione sia un ossimoro lo avrebbe sfiorato.

Vladimiro Giacchè
Fonte: http://aurorainrete.org
Link: http://aurorainrete.org/wp/archives/611#more-611
28.05.2010

Antonio Di Pietro: Lui (Berlusconi) dov’era?

Fonte: Antonio Di Pietro: Lui (Berlusconi) dov’era?.

E’ il caso di dirlo, dopo le dichiarazioni in conferenza stampa per la presentazione della manovra finanziaria possiamo parlare di “governo ladro” nel senso stretto del termine.
Berlusconi trova anche il tempo di sfottere gli italiani dicendo che a Mediaset era “bravissimo a tagliare i costi”. Ma se avesse pagato allo Stato, per le concessioni delle frequenze televisive, un equo 20% del fatturato di Publitalia, invece dell’1% di RTI, oggi sarebbe ancora su una cassetta di legno a vendere pubblicità a Milano 2, come raccontò Mike Bongiorno.
In tredici anni dal, 1996 al 2009, l’Italia ha avuto il Pil positivo ad eccezione dei quattro governi Berlusconi. Se ne torni, quindi, ad amministrare le sue aziende, che sarebbero fallite (come scrisse Montanelli) se non fosse entrato in politica
Il Fondo Monetario Internazionale e Barroso approvano con soddisfazione la manovra, è così che si veste di credibilità il governo, ora che non ne ha più.

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L’Europa ormai vede l’Italia come un caso senza speranze ed è completamente disinteressata a come questa voglia rientrare dall’immenso debito pubblico accumulato. L’importante è che paghi.
Saranno gli italiani a “vedersela con Berlusconi”, avrà pensato Barroso. Nei suoi panni la penserei alla stessa maniera.
Ora, però, tocca a noi italiani vedercela con queste piattole sociali che ci stanno succhiando pure l’ultima stilla di sangue.
“Abbiamo vissuto per anni oltre le nostre possibilità”detto da un uomo immerso nei processi fino al collo per corruzione ed evasione, detto dall’uomo più ricco d’Italia e divenuto tale navigando nel mare magnum del conflitto di interessi, detto dall’uomo che ha governato per quattro legislature – è un insulto all’intelligenza degli italiani.
Berlusconi ha mentito sulla crisi per anni. Le sue parole di mercoledì, raffrontate a quelle dei mesi passati, sembrano il frutto di una demenza senile.
Ha già dimenticato che per ben due anni, a reti unificate, ha colpevolizzato i cittadini di vittimismo e le opposizioni di disfattismo, occultando la crisi e impedendo così che l’Italia si preparasse all’onda d’urto che ora la sta travolgendo.
Lui parlava di lodo Alfano mentre le fabbriche chiudevano, e gli imprenditori onesti espatriavano.
Berlusconi e Tremonti, adesso, chiedono sacrifici con un piano privo di prospettive per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Tagliano le province (eccetto quelle padane) ma non le eliminano. Pensano ad una leggera riduzione degli stipendi, ma non dimezzano i parlamentari. Non toccano le pensioni ma non ti mandano in pensione, anche se loro la maturano dopo 2 anni. Riducono l’Irap per chi investe al meridione pur sapendo che i soldi non ci sono e che nessuno dall’estero verrà ad investire in Italia se non la criminalità organizzata.
Il piano del governo taglia e non rilancia, è una spirale che trascinerà il Paese verso il fallimento. Gli italiani, gli imprenditori, i lavoratori (quelli rimasti), i pensionati devono diffidare di questo trasformismo del Presidente del Consiglio, frutto della disperazione di chi, ormai braccato, vuol giocare l’ultima carta.
Il governo non può gestire la crisi poiché è parte fondamentale della crisi stessa, avendo creato un buco di 100 miliardi di debito pubblico nel solo 2009. Soldi spesi proprio da chi oggi colpevolizza gli italiani di aver vissuto oltre le proprie possibilità.
E’ come se il titolare di un’azienda accusasse i propri dipendenti di essere la causa di una gestione spregiudicata delle proprie risorse.
Il 12 giugno saremo a Roma per lo sciopero del pubblico impiego indetto dalla Cgil. Ci saremo per protestare contro questa manovra, in larga parte iniqua, ma anche per diffondere una proposta concreta e alternativa con un piano di austerity e di rilancio dell’economia.