Archivi del mese: giugno 2010

Il blog di Alessandro Tauro: Il nucleare italiano ad un passo dalla fine: la Corte Costituzionale boccia la legge sull’energia

Evviva, buone notizie!

Fonte: Il blog di Alessandro Tauro: Il nucleare italiano ad un passo dalla fine: la Corte Costituzionale boccia la legge sull’energia.

Era stato il fiore all’occhiello del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola. Il percorso intrapreso non sembrava ammettere sbandate, deviazioni o rallentamenti: il ritorno dell’energia nucleare in Italia era un obiettivo primario ed imprescindibile dell’agenda di governo, anche a fronte della scarsissima popolarità (e dei numerosi timori) che questa “tecnica energetica” riscuote ancora oggi in Italia.

Tre giorni fa la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza numero 215 del 9 giugno 2010, con la quale la Corte Costituzionale ha decretato un vero e proprio stop alla corsa all’atomo del governo italiano.

La legge incriminata è la numero 102, del 3 agosto 2009, conversione del decreto-legge numero 78.

Con essa, all’articolo 4, il governo apriva alle procedure d’urgenza per la costruzione di nuove infrastrutture per la produzione di energia elettrica, da leggersi più comunemente come “nuove centrali nucleari”.
Il governo aveva piena potestà esclusiva in materia di trasmissione e distribuzione e competenza congiunta con le regioni per quanto concerne la produzione e, quindi, la collocazione dei nuovi impianti.

Le nuove centrali rientravano in un piano di urgenza “in riferimento allo sviluppo socio-economico” (non a caso la legge in questione è il famoso “pacchetto anti-crisi”) e si stabiliva la loro edificazione per mezzo di capitali “prevalentemente o interamente privati“.
Ai fini di attuazione, il governo istituiva la figura di uno o più Commissari straordinari del governo, con poteri esclusivi e totali in tema di nuovi impianti energetici, al punto tale da poter scavalcare tutti gli enti coinvolti (a partire dai comuni e dalle regioni) per la scelta delle nuove sedi nucleari nazionali.

Sono stati proprio il mix tra “ragione d’urgenza” ed “utilizzo di capitali privati” e la privazione dei poteri decisionali delle regioni in materia ad aver condotto la Corte Costituzionale a cassare l’intero articolo, nei commi che vanno dall’1 al 4.

Secondo quanto stabilito dalla suprema corte di giustizia italiana, “trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato. Invece la disposizione impugnata stabilisce che gli interventi da essa previsti debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio, sia quanto all’an che al quantum“.

Inoltre, per quanto concerne la depotenziazione delle regioni in materia, la Corte Costituzionale afferma che “se le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi“.

E conclude deliberando che “i canoni di pertinenza e proporzionalità richiesti dalla giurisprudenza costituzionale al fine di riconoscere la legittimità di previsioni legislative che attraggano in capo allo Stato funzioni di competenza delle Regioni non sono stati, quindi, rispettati“.

Quanto stabilito dalla Consulta, ancora una volta nel silenzio quasi tombale della stampa nazionale, apre ad una vera e propria svolta in termini energetici e ostruisce, di fatto e sin da adesso, un percorso accelerato verso la creazione di nuove centrali nucleari.

Le procedure d’urgenza, che consentirebbero nell’ordine di 10-15 anni, di avere energia nucleare operativa in Italia, confliggono con la necessità imprescindibile del governo di attribuire i costi di produzione degli impianti ai singoli privati. E l’automatico decadimento delle ragioni d’urgenza, ipso facto, determinano il ripristino automatico della facoltà degli enti locali, ed in particolar modo delle regioni, di appoggiare o rigettare integralmente le scelte operative e territoriali dell’esecutivo nazionale.

Per un governo ancora privo di ministri deputati alla gestione delle questioni energetiche (dalle dimissioni di Claudio Scajola l’interim delle Attività Produttive è ancora nelle mani del premier Berlusconi), non si prospettano tempi facili.
Il nucleare italiano è ad un passo dalla morte prima ancora della sua nascita. La battaglia dei governatori Vendola, Errani e Lorenzetti contro il nucleare italiano sembra aver portato ad una prima, gigantesca e, forse per gli stessi ricorrenti, insperata vittoria.

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Si può dire che Schifani aveva rapporti con gente di mafia, ma non che potrebbe subentrargli un lombrico o una muffa – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Si può dire che Schifani aveva rapporti con gente di mafia, ma non che potrebbe subentrargli un lombrico o una muffa – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Due anni fa Renato Schifani veniva eletto presidente del Senato. In due articoli sull’Unità e in due programmi televisivi, “Crozza Italia” e “Che tempo che fa”, ricordai le sue frequentazioni con personaggi poi condannati per mafia e le sue consulenze per il Comune di Villabate sciolto per mafia. Nel programma di Fazio osservai anche lo scadimento della classe politica italiana per spiegare l’ascesa di uno Schifani alla seconda carica dello Stato, e mi concessi una battuta: “Mi domando chi verrà dopo… in questa parabola a precipizio… cioè dopo c’è solo la muffa, probabilmente… il lombrico, come forma di vita”. Quando Fazio si dissociò, scherzai ancora: “In effetti, dalla muffa si ricava la penicillina, quindi era un esempio sbagliato…”. Successe un putiferio, ovviamente perché avevo osato accostare il neopresidente del Senato a vicende e personaggi mafiosi, non certo per quel paio di battute. Fui attaccato da tutto il centrodestra e dal Pd (Finocchiaro, Gentiloni, Violante…), per non parlare di tutta la stampa di ogni orientamento.
Ci fu anche quell’“incidente” con Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Schifani annunciò querela poi, tanto per cambiare, promosse un’azione civile per risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, chiedendomi 1.750.000 euro in tutto.

L’altro giorno il Tribunale civile di Torino ha emesso la sentenza di primo grado: dovrò risarcirgli danni non patrimoniali per 12 mila euro più 4 mila di riparazione pecuniaria (meno di un centesimo di quanto chiedeva Schifani) per la battuta sulla muffa, il lombrico e la penicillina; mentre tutto il resto (compresa la “parabola a precipizio” della nostra classe politica che ha portato un soggetto del genere al vertice del Senato) è coperto dal “diritto di cronaca politica e di critica”. Cioè: la mia battuta è stata giudicata “satirica”, ma offensiva perché rivolta alla “persona” Schifani e non al “politico” Schifani (naturalmente io mi riferivo al politico, visto che la persona ho la fortuna di non conoscerla, ma il giudice ha ritenuto diversamente e pazienza); invece tutti i fatti che ho raccontato sull’Unità, da Crozza e da Fazio erano veri e le mie critiche erano legittime, “ravvisandosi l’interesse pubblico alla conoscenza delle notizie narrate, la sostanziale verità delle stesse, la contestualizzazione dei vari episodi narrati e la continenza dell’esposizione”.

Non intendo commentare la sentenza, anche perché sono parte in causa. Preferisco pubblicarla, così ciascuno potrà valutarla e farsene un’idea. Trovo particolarmente interessante la risposta che dà a quei fresconi che mi avevano contestato il diritto di ricordare i rapporti di Schifani con certi personaggi solo perché quelli erano stati condannati per mafia “soltanto dopo” aver fatto parte della Siculabroker insieme a lui: “E’ noto – scrive il giudice – che le associazioni criminali di tipo mafioso riescono a realizzare il controllo del territorio attraverso l’inserimento di propri associati, o di fiduciari, nelle attività economiche legali, così realizzando una sistematica attività di infiltrazione nel sistema imprenditoriale dei territori da esse controllati. Tale circostanza non solo è ampiamente nota, ma non è neppure ignorabile da soggetti nati ed operanti da sempre in quel medesimo territorio”. Altrimenti dovremmo pensare che, per fare un solo esempio, Michele Greco, il boss della Cupola detto “il Papa”, o i cugini Salvo vadano considerati mafiosi soltanto dal 1984, quando Falcone li fece arrestare, mentre lo erano dalla notte dei tempi.
“Conseguentemente – prosegue il Tribunale – a maggior ragione, deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Quanto a ciò che avevo scritto e detto, scrive il giudice che le mie “affermazioni non avevano per oggetto la mafiosità dell’attore (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni (che sono un fatto)”. L’”attore”, naturalmente, è il senatore Renato Schifani che ha promosso la causa contro di me (il “convenuto”).

Il quale, scrive sempre il giudice, ha detto ripetutamente il falso nell’atto di citazione contro di me: “Non corrisponde a verità che il convenuto non abbia evidenziato che l’attore aveva sostanzialmente contestato il contenuto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Campanella…” ed “è altresì infondata la doglianza dell’attore secondo cui il convenuto non avrebbe evidenziato che quanto asserito dal Campanella sarebbe stato appreso da terzi e quindi non fonte di cognizione diretta”; e “non coglie nel segno” neppure quando mi accusa di aver confuso l’amministrazione di Villabate sciolta per mafia nel 1998 con quella di cui era consulente Schifani fino al 1996, “posto che nell’articolo si dice chiaramente che fin dal 1996 l’on. Schifani era stato eletto in Parlamento, con conseguente cessazione dell’incarico per il Comune di Villabate. Inoltre, sebbene i componenti del Consiglio comunale fossero stati rinnovati a seguito delle elezioni del 1998, è però altrettanto vero che i vertici del Comune non erano mutati, essendo nuovamente rieletto Sindaco Giuseppe Navetta, determinandosi così sostanzialmente una continuità con la precedente amministrazione”.

Ho dunque appreso con un certo stupore della soddisfazione espressa da Schifani tramite i suoi legali per la sentenza del Tribunale di Torino. Ma chi si contenta gode. Da oggi si può dire che la seconda carica dello Stato ha avuto rapporti con gente di Cosa Nostra, ma non che il suo successore potrebbe essere un lombrico o una muffa. Questa battuta mi costa un po’ cara, ma ne è valsa comunque la pena.

La sentenza di primo grado del Tribunale di Torino

ComeDonChisciotte – COS’HANNO IN COMUNE LA BP E LE BANCHE? L’ERA DELL’ANARCHIA AZIENDALE

Fonte: ComeDonChisciotte – COS’HANNO IN COMUNE LA BP E LE BANCHE? L’ERA DELL’ANARCHIA AZIENDALE.

DI GONZALO LIRA
Global Research

In occasione del disastro della marea nera della BP, il presidente Obama ha rilasciato ieri sera dalla Sala Ovale un discorso – un capolavoro di timida finta indignazione. Il discorso era tutto incentrato su “energia pulita” e “porre fine alla nostra dipendenza dai carboni fossili”. A fronte della marea nera della BP – probabilmente il più grave disastro ambientale di tutti i tempi – la risposta del presidente Obama è stata questa: gentile indignazione e vaghi piani per “adottare la linea dura”, “mettere da parte la sola compensazione” e “fare qualcosa”.

Il presidente Obama non ha capito veramente di cosa si tratti. Sebbene è indubbio che sia un disastro ambientale, la marea nera della BP è molto, molto di più.

La dispersione di petrolio della BP è parte dello stesso problema della crisi finanziaria: sono due esempi dell’era nella quale viviamo, l’era dell’anarchia aziendale.

In poche parole, in questa era di anarchia aziendale, le società non devono osservare alcuna regola – nenche una. Legali, morali, etiche, persino quelle finanziarie sono irrilevanti. Sono state tutte annullate in nome della ricerca di profitti – letteralmente non conta nient’altro.

Di conseguenza, al momento le aziende vivono in uno stato di quasi mera anarchia – ma un’anarchia direttamente proporzionale alla loro grandezza: più la società è grande, più è grande la sua assoluta libertà di fare ed agire come vuole. Ecco perchè così tante medie imprese sono tanto determinate nella crescita dei profitti: le più grandi, come la BP o la Goldman Sachs, vivono in un positivista hobbesiano Stato di Natura, libere di fare ciò che vogliono, senza conseguenze.

Il valore aggiunto di tutto ciò, tuttavia, è che le aziende maggiori hanno convinto i governi e le persone del credo del “Troppo Grande Per Fallire” – hanno convinto il mondo che se esse smettono di esistere, il cielo ci cadrà in testa. Quindi se falliscono, devono essere salvate – senza discussioni, senza penalità e senza riforma.

Prendiamo la BP: la British Petroleum ha causato la marea nera della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Varie agenzie del Governo Federale erano state incaricate della supervisione delle loro operazioni – ma tutte quelle agenzie sono state rinviate alla BP, prima dell’incidente. Essendo una grande società – una delle maggiori compagnie petrolifere nel mondo – la BP operava praticamente senza alcuna vera supervisione del governo. Di fatto sta emergendo, a causa di questa supervisione negligente e subdola, che le regole e le procedure di sicurezza sono state ignorate. Si sono corsi rischi folli. Non sono stati tracciati piani di sicurezza alternativi.

Da come stanno dichiarando alcuni promemoria, il disastro era inevitabile.

Una volta accaduto l’incidente, la BP ha controllato le informazioni rilasciate riguardo il disastro. La BP ha deciso in maniera unilaterale di non procedere immediatamente con il sigillo del pozzo – anzi, ha rischiato un disastro maggiore per poter salvare il giacimento di petrolio, scavando un “pozzo supplementare”. Le sue ragioni erano semplici: realizzando immediatamente il sigillo, la BP avrebbe sacrificato il giacimento (e perso il suo impiego) allo scopo di salvare l’ambiente. Non lo ha fatto. Al contrario, ha cercato di allungare il processo, in modo da salvare il giacimento (ed i profitti) con il “pozzo supplementare”. Ma quando nascondere l’entità del danno è diventato impossibile – quando l’odore di petrolio si era diffuso nei cieli chiari della Louisiana a mille miglia dal luogo del disastro – la BP ha provato a realizzare il sigillo. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

Dove erano le autorità? Dov’era qualcuno in carica? Il fatto è che non c’era nessuno in carica. Non c’era nessuno che controllasse – o ad ogni modo, a quelli che dovevano farlo sono stati strappati i denti. E la BP lo sapeva – quindi hanno fatto come volevano, senza badare ai rischi o ai costi.

La cosa peggiore, e la BP se ne rende conto, è che se alla fine non riescono a trovare un modo per gestire il disastro della marea nera, possono semplicemente mentire agli Stati Uniti. Il governo – in altre parole, la popolazione americana, liquiderà la faccenda ripulendo il casino della BP. La BP sa che nessuno la riterrà responsabile – sa che la farà franca.

E neanche le banche verranno ritenute responsabili. Non è un caso che le banche europee ed americane sono quasi crollate, ma le banche qui in Cile hanno filato dritto: questo perchè qui le banche sono regolate all’estremo. Non possono letteralmente scureggiare senza che un ispettore bancario indipendente le controlli, e senza che dopo ottengano un bollo in triplice copia. Quando le banche cilene crollarono nel 1980, fu messa fine all’illusione che le banche sapessero quello che stavano facendo – il governo ha poi garantito per loro, ma da quel momento in poi le ha tenute sotto vetro.

Ma in Europa ed in America, la storia era la Greenspan Put [politica monetaria ideata da Alan Greenspan, ndt]. Disinvolto, Al era così convinto che le banche si sarebbero “auto-regolate” che ha strappato i denti alla Fed, l’agenzia di regolamentazione delle banche, ed ha lasciato che il “libero mercato” facesse il suo corso.

Con un tale via libera, cosa pensate abbiano fatto le banche? Erano anarchiche – hanno inventato tutti i tipi di abili “prodotti finanziari” che hanno aumentato il rischio in maniera esponenziale, piuttosto che mitigarlo. Abbiamo visto tutti la fine di quel film. Quando Lehman è andato in rovina ed il mercato del credito si è congelato, è stato tracciato un improvvisato “pachetto di emergenza”, poi i 700 miliardi di dollari di TARP [Trouble Asset Relief Program, Programma di Recupero delle Attività in Difficoltà, ndt], poi l’Allegerimento Quantitativo, tutti questi sforzi lubrificati con un sacco di chiacchiere circa “rinforzare l’ambiente delle regolamentazioni” e “proteggere i mercati finanziari”.

Il risultato? Le banche hanno fatto quello che volevano – senza supervisione. E quando la loro incoscienza ha inevitabilmente portato alla catastrofe dell’autunno 2008, le banche sono state salvate – senza ripercussioni. Le maggiori sono addirittura riuscite a fare dei profitti con i bail-out finanziati dai contribuenti!

Anche dopo il peggio della crisi – quando gli effetti dell’assenza di regolazione e di supervisione erano state chiaramente capite – non è successo niente. Il regime della regolazione-zero, supervisione-zero è continuato.

Questo non è il caso delle persone, degli individui: la gente viene regolata, la gente viene controllata. Gli individui vengono monitorati e limitati in ciò che possono dire o fare – e nessuno si lamenta. Al contrario – ci sentiamo tutti sollevati, perchè ci sentiamo protetti dal comportamento irrazionale dell’individuo.

Come individuo, vengo limitato in innumerevoli modi, dal più banale, come andare in giro, al più grave, come l’omicidio. Non posso neanche alzarmi e gridare “A fuoco!” in un teatro affollato – verrei arresato per incitazione del panico, l’interesse generale di evitare una potenziale fuga letale che calpesta il mio bisogno di esprimermi gridando “A fuoco!” quando non ci sono incendi.

Curiosamente, gli individui – la gente normale – vengono controllati e regolati sempre più rigorosamente. Tuttavia allo stesso tempo, le aziende diventano sempre più libere di fare come vogliono. Nessuno nota quanto sia strano tutto questo – abbiamo persino perso il contesto per anche solo parlare di regolamentare e controllare le aziende, perchè troppi sciocchi sapientoni mettono la regolamentazione ed il controllo sullo stesso piano del socialismo.

Intanto, le banche gestiscono in modo folle.

Intanto, la BP gestisce in modo folle.

Possiamo guardare ad altre industrie – la Big Pharma, per dirne una – ma non ce n’è veramente bisogno: la Big Pharma si adatta allo stesso modello della BP e delle banche. Espanditi al punto da poter fare ciò che vuoi e nessuno ti sfiderà, neanche il governo. Realizza pratiche che creeranno inevitabilmente una crisi – come la trivellazione a rischio, come i titoli tossici – e sta sicuro che verrai salvato.

Salvato, e con il permesso di andare avanti, libero. Con il “permesso” di continuare, libero? Scusate, ho sbagliato: incoraggiato a continuare, libero.

Questa era di anarchia aziendale sta raggiungendo un punto critico – lo possiamo tutti percepire. Tuttavia i governi negli Stati Uniti ed in Europa non fanno nessuno sforzo per risolvere il problema di fondo. Forse non vedono il problema. Forse sono grati ai padroni aziendali. In ogni caso, nel suo discorso, il presidente Obama ha fatto dei riferimenti ridicoli all’”energia pulita” mentre ignorava la causa della marea nera della BP, la causa della crisi finanziaria, la causa del vortice dei costi della sanità – l’anarchia aziendale che le sottende tutte.

Quest’era di anrachia aziendale sta distruggendo il mondo – letteralmente, se vi è capitato di vedere le immagini del petrolio fluttuare per un miglio nel golfo del Messico.

Penso che siamo ad un bivio: un sentiero conduce ad un cambiamento rivoluzionario, se non ad un’immediata rivoluzione. L’altro, appagamento e stasi, mentre le aziende frantumano il paese.

Quello che intendo è che non ci sarà nessun cambiamento rivoluazionario. Le aziende hanno vinto. Hanno vinto quando hanno convinto i milgiori ed i più svegli – che io solevo essere – che l’unico sentiero verso il successo era quello della carriera aziendale. Non necessariamente tramite aziende a scopo di lucro – sembra che i liberalisti non capiscano mai abbastanza quanto perniciose e corporativiste siano davvero le organizzazioni no-profit; o forse lo sanno, ma sono abbastanza intelligenti da non criticarle, dato che quelle no-profit e ONG gli pagano i pasti.

Obama è un aziendalista – è uno di loro. Perciò verrano dette altre stronzate riguardo “energia pura” e “indipendenza energetica”, mentre la causa di fondo – l’anarchia aziendale – viene lasciata indisturbata.

Ancora una volta: grazie a Dio non vivo più in America. È troppo triste restare a guardare mentre una grande nazione se ne va giù per lo sciacquone.

Gonzalo Lira, scrittore di romanzi e regista (ed economista) al momento vive in Cile e scrive su gonzalolira.blogspot.com

Titolo originale: “What do BP and the Banks Have In Common? The Era of Corporate Anarchy”

Fonte: http://gonzalolira.blogspot.com/
Link
16.06.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

‘Sotto Scacco’: il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia

Fonte: ‘Sotto Scacco’: il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia.

La nostra prima produzione video verrà presentata a Palermo da Padellaro, Travaglio, Lillo, Gumpel e Borsellino. L’appuntamento è per martedì 22 giugno, lo stesso giorno in cui debutterà Il Fatto online

Ci siamo. Martedì 22 giugno a Palermo presentiamo la prima produzione video del Fatto Quotidiano, realizzata insieme alla Blond. Il film si chiama “Sotto scacco” ed è la storia delle stragi di mafia e della trattativa che ne è seguita, da Capaci alla pax mafiosa, passando per la nascita di Forza Italia. Dura due ore ed è preceduto da una lunga introduzione storica di Marco Travaglio. Alla presentazione di Palermo, che si terrà alle 21 in un luogo magico che sembra un set di Montalbano, la tonnara Kursaal, saranno presenti gli autori, Marco Lillo e Udo Gumpel, e poi il nostro direttore Antonio Padellaro, Marco Travaglio e Salvatore Borsellino. Il 22 giugno è però come sapete il giorno del lancio del nuovo sito internet del Fatto Quotidiano. E a Palermo speriamo di avere sul palco anche il direttore del Fatto online Peter Gomez. Alla tonnara Kursaal il 22 giugno saranno mostrati ampi estratti del dvd, che sarà in edicola giovedì 24 giugno ed è composto idealmente di due parti. La prima si occupa dell’attacco allo Stato e della contemporanea trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni. La seconda si addentra nei misteri della nascita di Forza Italia e della cosiddetta pax mafiosa caratterizzata dalla latitanza indisturbata del boss Bernardo Provenzano.

Per realizzare il film insieme al collega Udo Gumpel, corrispondente in Italia della tv privata tedesca Ntv-Rtl e autore con Ferruccio Pinotti del libro “
L’unto del Signore”, abbiamo girato l’Italia per tre mesi. Oltre a una mezza dozzina di incontri con il testimone privilegiato della trattativa, Massimo Ciancimino, abbiamo intervistato per più di quattro ore il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, che ci ha parlato dei suoi incontri con Paolo Borsellino, del progetto di sequestro a Silvio Berlusconi nel 1973 e di quello che gli disse Vittorio Mangano sul suo effettivo ruolo nella villa di Arcore. Nel documentario sono confluite anche le vecchie immagini degli insegnamenti di Paolo Borsellino alle scuole e ai boy scout e quelle di Giovanni Falcone nel film di Marcelle Padovani “La solitudine del giudice Falcone”. E poi le testimonianze dei protagonisti di quella stagione, dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola (che partecipò alla preparazione delle stragi e che è stato intervistato in carcere dal collega Roberto Gugliotta) fino al giudice Ayala. Molto ampio è lo spazio dedicato alle parole forti del procuratore Pier Luigi Vigna sulla strategia politica di Cosa Nostra al momento della nascita di Forza Italia.

La seconda parte del documentario analizza il rapporto tra la mafia e il gruppo politico-imprenditoriale di Dell’Utri e Berlusconi attraverso testimonianze e intercettazioni emerse nel processo Dell’Utri. L’uscita del dvd è fissata per il 24 giugno, data della camera di consiglio della Corte di appello che dovrà decidere se confermare la condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri.

Il documentario include la requisitoria del procuratore generale Antonino Gatto, la testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza, la difesa appassionata dell’imputato e dell’avvocato Alessandro Sammarco. A prescindere dall’esito giudiziario, grazie al Fatto Quotidiano, sarà possibile vedere le immagini del processo più importante degli ultimi anni, ignorate dai media. Le accuse di Filippo Alberto Rapisarda (impressionante la sua testimonianza inedita del 1998 sugli inizi del Cavaliere); i rapporti di Berlusconi con il fattore Vittorio Mangano e quelli del senatore Dell’Utri con i fratelli Graviano sono sviscerati come mai è stato fatto in tv. Un ampio capitolo è dedicato poi all’informativa della Dia che riporta le accuse di un confidente sugli incontri milanesi tra i Graviano e Marcello Dell’Utri. Mediante un lavoro investigativo, basato su visure e sentenze, gli autori sviluppano lo spunto della Dia e raggiungono sorprendenti scoperte. Infine, nel dvd si potranno rivedere le immagini originali delle stragi del 1993 (che restituiscono dopo anni di oblio la dimensione dell’attacco allo Stato) e le testimonianze dei parenti delle vittime, a partire da quella commovente dello zio di Nadia e Caterina Nencioni, le due bambine uccise nel crollo della torre dei Pulci a Firenze nel maggio1993.

Per la prima volta sarà possibile vedere una narrazione televisiva che unisce sequenze di fatti finora separati da un muro invalicabile: le stragi e l’evoluzione politica di quegli anni. Il tema del ruolo della mafia nelle origini della cosiddetta seconda repubblica sarà trattato per la prima volta da Il Fatto e dal corrispondente di una tv tedesca, a dimostrazione dell’esistenza – a 18 anni di distanza – di un vero e proprio tabù televisivo, che doveva essere abbattuto.

La realizzazione del documentario è stata una corsa contro il tempo. Le interviste ai magistrati, le riprese delle udienze, le intercettazioni telefoniche e le informative della Dia che ne costituiscono una parte importante saranno vietate dopo l’entrata in vigore della legge Bavaglio. Una ragione in più per girarlo e per proiettarlo al più presto.

Redazione de “Il Fatto Quotidiano” (20 giugno 2010)

Dell’Utri: assoluzione ad personam? – Passaparola – Voglio Scendere

Dell’Utri: assoluzione ad personam? – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, questa settimana si chiuderà probabilmente in appello davanti alla Corte d’Appello di Palermo, il processo a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, è un processo che all’inizio in primo grado aveva due imputati: Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà, furono condannati entrambi nel dicembre 2004, Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Cinà a una pena lievemente inferiore per partecipazione a associazione mafiosa.

Dell’Utri, una sentenza “politica”
Cinà è uno dei tanti personaggi che secondo i giudici di Palermo sono mafiosi, Cinà era della famiglia mafiosa di Malaspina imparentato tramite la moglie con i vecchi boss, poi deposti dai corleonesi nei primi anni 80 e cioè Stefano Bontate e Mimmo Teresi, Cinà poi è morto e quindi non compare più nel processo di appello dove è rimasto soltanto Dell’Utri che è accusato di concorso esterno.

L’appello lo ha fatto lui chiedendo di essere assolto e l’appello lo ha fatto anche la Procura generale di Palermo, dove il Procuratore generale Nino Gatto ha chiesto che la piena gli sia aumentata da 9 a 11 anni, ritenendo proprio lieve quella inflittagli in primo grado.
Con ogni probabilità  giovedì ci sarà l’ultima udienza con le ultime dichiarazioni di Dell’Utri dove la requisitoria del PM e dopo l’arringa dei suoi difensori e poi la Corte d’Appello si ritirerà in Camera di Consiglio. E’ una sentenza che ovviamente è importante, molto importante, è importante dal punto di vista giudiziario, ma soprattutto importante dal punto di vista politico perché Dell’Utri a differenza di Scajola e di pochissimi altri non è stato scaricato da Berlusconi, anzi è stato continuamente difeso anche in pubblico da Berlusconi, viene continuamente difeso dai giornali del centro-destra, viene difeso dalla maggioranza con decisioni che vedremo anche tra poco e che condizionano questo processo e quindi il suo ruolo politico non è soltanto archeologia, non stiamo parlando soltanto del padre fondatore, del partito Forza Italia, ma stiamo parlando di uno dei personaggi più importanti e più influenti di questo stesso partito. Anche se questo partito in Sicilia si è sdoppiato, c’è chi vede la mano di Dell’Utri dietro le manovre di Miccichè insieme al Governatore Lombardo per creare un centro-destra diverso in Sicilia, quindi c’è chi dice che addirittura il Pdl a Palermo è diventato un altro rispetto al Pdl a Roma e c’è uno scontro molto duro tra il Pdl che si riconosce nelle posizioni di Renato Schifani e del Ministro Alfano e il Pdl che invece si riconosce nelle posizioni di Miccichè, dietro Miccichè di Dell’Utri, Alfano e Schifani sono ostilissimi alla Giunta Lombardo, mentre invece si è creata questa curiosa alleanza che va dagli amici di Dell’Utri e Micciché ai finiani, al PD che sostengono invece la Giunta Lombardo che si propone come l’alfiere del partito del sud in contrapposizione con il partito del nord che è il blocco d’ordine che comanda il governo centrale con l’asse Berlusconi – Bossi.
Dato che Dell’Utri è sempre lì e non è stato scaricato, le conseguenze di una sua condanna o di una sua assoluzione saranno anche conseguenze politiche, visto anche il ruolo politico che tutt’oggi Dell’Utri ricopre. Non riepiloghiamo ovviamente perché l’abbiamo già fatto tante altre volte il percorso del processo, le accuse, basta ricordare che le accuse non sono frutto delle parole dei pentiti, il processo Dell’Utri è un raro caso di processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si farebbe ugualmente anche se non esistesse nessun pentito, perché esistono prove documentali di suoi rapporti con mafiosi nel corso degli ultimi, almeno, 30 anni, intanto le prove sono state dalle dichiarazioni dello stesso Dell’Utri che ammette di avere frequentato con rapporti di amicizia e anche oltre, che di amicizia mafiosi conclamati come Mangano, come Cinà, come tanti altri. Recentemente ci siamo occupati del caso Garraffa, quando addirittura risulta che il boss di Trapani, Virga, andò a chiedere dei soldi a questo imprenditore Garraffa perché Dell’Utri reclamava da lui dei soldi addirittura in nero, usare un boss per il recupero crediti evidentemente non è una cosa normalissima e è un fatto notorio, ci sono le agende di Dell’Utri che dimostrano la sua frequentazione con Mangano ancora nel novembre 1993 mentre stava nascendo Forza Italia alla vigilia delle elezioni del 1994, ci sono gli appunti ritrovati nel libro mastro della famiglia mafiosa di San Lorenzo, capeggiata da Salvatore Biondino, l’autista tutto fare di Totò Riina, in quel libro mastro erano segnate le entrate della famiglia di San Lorenzo e erano da una parte le entrate dovute alle estorsioni, al pizzo pagato dai commercianti alla cosca e dall’altra parte, in un’altra colonna c’erano i regali e di regalo ne era segnato soltanto uno e era scritto in quella colonna “Can 5 1990” e poi una cifra che era evidentemente un quantum che veniva versato per esigenze del gruppo Fininvest, ci sono le intercettazioni telefoniche che documentano come i mafiosi si attivassero, gli amici di Provenzano, per fare eleggere Dell’Utri nel 1999 alle elezioni europee dopo che la Camera aveva appena respinto la richiesta di autorizzazione all’arresto spiccata dai giudici di Palermo, proprio per l’affare Garraffa, ci sono le intercettazioni telefoniche tra il boss Guttadauro ed il mafioso Aragona che parlano a casa di Guttadauro di come Dell’Utri abbia preso i voti della mafia dopo avere fatto un accordo con il boss Gioacchino Capizzi nel 1999 e poi non si sia più fatto vivo e quindi l’esigenza di tornare a parlare con lui, c’è Aragona che dice di essere stato addirittura invitato, Aragona è il medico mafioso che Procura un alibi falso a brusca e per questo è stato condannato per mafia, e che dice di essere stato invitato da Dell’Utri nella sua biblioteca a Milano in Via Senato per la presentazione del libro di Contrada.
Ci sono altri riscontri oggettivi su questo e poi ci sono le parole di Ciancimino che però come vedremo tra un attimo non sono entrate nel processo Dell’Utri per una molto discutibile decisione della Corte d’Appello. E’ un processo molto solido, basta leggersi la sentenza di primo grado, eppure è un processo che naturalmente è suscettibile di essere riformato, addirittura ribaltato tant’è che gli Avvocati di Dell’Utri non fanno mistero di una certa fiducia nella Corte d’Appello di Palermo per un’assoluzione, vedremo, naturalmente non siamo qui a fare i pronostici, devo dire che i segnali che vengono da quel processo vanno nella direzione delle aspettative di Dell’Utri e cioè la Corte non ha fatto mistero di una certa insofferenza nei confronti degli argomenti dell’accusa e quindi ha autorizzato queste aspettative positive per Dell’Utri e negative per la Procura generale.
Chi sono i giudici di Dell’Utri
Questa sentenza sta arrivando naturalmente in un clima surriscaldato perché ci sono tentativi di condizionamento, ci sono tentativi di condizionamento che sempre ovviamente si verificano quando si è alla vigilia di una sentenza così importante.
Basterà ricordare che nel dicembre 2004, quando i giudici erano appena entrati in Camera di Consiglio a Palermo, i giudici del Tribunale, Pierferdinando Casini, allora Presidente della Camera, si sentì in dovere di telefonare a Dell’Utri la sua amicizia e la sua solidarietà e poi di farlo sapere con un comunicato su carta  intestata della Presidenza della Camera in cui diramava a urbi ed orbi la notizia che il Presidente della Camera, la terza carica dello Stato, aveva fatto gli auguri e aveva dato solidarietà e amicizia a un signore che di lì a poco sarebbe stato giudicato per mafia e che sarebbe stato poi, questo non si poteva ancora sapere, condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fu un’interferenza gravissima alla vigilia della sentenza sui giudici, i giudici quando uscirono con la sentenza seppero che non stavano soltanto condannato , l’amico di Berlusconi, ma stavano anche condannando Dell’Utri l’amico di Casini, la presi non ebbe seguito naturalmente perché ci fu ugualmente la condanna, ma la pressione comunque ci fu, adesso le pressioni sono ricominciate.
Tra quelli che sono accusati di avere fatto pressione ci siamo anche noi de Il Fatto quotidiano e io per un articolo che ho fatto su L’Espresso, cosa ho scritto? Ho scritto una cosa che mi sembrava ovvia e cioè che era abbastanza arduo motivare una sentenza di assoluzione dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che due anni fa aveva derubricato da estorsione tentata a minacce gravi l’episodio Garraffa, Dell’Utri che manda il boss Virga a riscuotere un credito in nero per conto di Dell’Utri e quindi essendo stato derubricato a un reato meno grave il reato era stato dichiarato coperto da prescrizione, la Corte di Cassazione ha detto: no, quell’episodio non può essere configurato come minacce gravi o le minacce non ci sono state, ma nel processo si è dimostrato che c’erano, se c’erano quelle minacce erano finalizzate a un’estorsione, a ottenere un vantaggio indebito con l’intimidazione e quella si chiama “tentata estorsione” tentata perché poi i soldi Garraffa non li ha pagati e quindi i giudici di appello, dice la Cassazione, devono rifare il processo, tenendo conto che o non ci sono minacce o se si ritiene che ci siano minacce e la corte ha già ritenuto che fossero dimostrate, allora quelle minacce si chiamano tentata estorsione e la tentata estorsione non è prescritta e quindi ovviamente invece della prescrizione ci dovrebbe essere una condanna, dicevo che sarà difficile motivare una sentenza di assoluzione, visto che la Cassazione che è il Tribunale più alto rispetto alla Corte d’Appello, ha già stabilito che Dell’Utri ha commesso un’estorsione mafiosa tramite il boss Virga nel 1990/1991 quindi meno di 20 anni fa, quindi se già fosse stabilito che ancora nel 1990/91 aveva questi rapporti di scambio di favori con la mafia, il reato di associazione mafiosa in concorso esterno non potrebbe essere dichiarato neanche prescritto, non solo non ci potrebbe essere l’assoluzione, quindi avevo semplicemente detto che questa area di assoluzione che tira in appello, poteva essere ribaltata da questo macigno che è il pronunciamento recentemente emesso dalla Corte Suprema di Cassazione, questa è una pressione sui giudici? No, è semplicemente un giornalista che fa il suo lavoro e analizza i fatti leggendo le carte.
Un’altra presunta pressione, pensate che siamo stati addirittura accusati da Belpietro di fare delle minacce mafiose ai giudici della Corte d’Appello, “Pizzini del Fatto ai giudici di Dell’Utri, Travaglio & C. sentono odore di assoluzione per Dell’Utri e gettano ombre sui magistrati” il tono è quello mafioso del dire e non dire del mascariare, dello sfigurare le persone. In realtà a cosa si riferisce oltre che a quel mio articolo su L’Espresso? Belpietro si riferisce a un articolo pubblicato da due giornalisti molto in gamba, tra i più informati che abbiamo a Palermo e che lavorano fortunatamente per Il Fatto quotidiano Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza che molti di voi conoscono perché sono autori del libro “L’agenda Rossa di Borsellino” e appena da pochi giorni, di un altro libro meraviglioso che sto leggendo e che vi consiglio, ma ne sapete qualcosa perché il blog di Grillo lo ha già presentato questo libro che si intitola “L’Agenda nera della seconda Repubblica” e in questo libro Sandra e Peppino raccontano tutti i retroscena delle stragi, delle trattative e quindi i depistaggi dello Stato e che stanno venendo fuori finalmente grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Gaspare Spatuzza.
Cosa hanno scritto Lo Bianco e Sandra Rizza su Il Fatto quotidiano l’altro giorno? Quello che a Palermo circola e che nessuno ha avuto il coraggio di scrivere tranne Lirio Abbate che ne ha parlato su L’Espresso, Lirio Abbate sapete chi è, un giornalista valoroso che vive sotto scorta dopo avere pubblicato insieme a Peter Gomez il libro “I complici” in cui si parla di rapporti mafia – politica. Cosa gira in questi giorni a Palermo? Girano voci su tutti e 3 i giudici della Corte d’Appello di Palermo, noi non abbiamo dato sfogo alle voci, non abbiamo dato sfogo ai pettegolezzi, non abbiamo fatto ricorso all’insinuazione come scrive Belpietro dire e non dire, no, noi abbiamo detto quelle che sono non le voci ma i fatti, poi le voci ciascuno se le giudica come vuole, i fatti riguardano i 3 giudici della Corte d’Appello, nella riforma delle intercettazioni vogliono vietare ai giornalisti di pubblicare i nomi e le facce dei giudici e dei pubblici Ministeri, perché? Perché non tutti i giudici e i pubblici Ministeri sono uguali, ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli così e così, i giornali hanno il compito di fare le pulci ai potenti, compresi i magistrati, se c’è qualcosa da dire la si dice, perché? Perché la giustizia è amministrata del popolo e il popolo deve sapere, a nome del popolo e il popolo deve sapere da chi viene amministrata, non sono cose gravissime naturalmente quelle che sono state scritte su questi 3 giudici, sono delle cose che fra un attimo vi spiegherò perché potrebbero essere importanti.
A titolo di cronaca si dice che uno dei 3 componenti del Collegio, Sergio La Commare era stato censurato dal Consiglio Superiore della Magistratura perché una quindicina di anni fa era stato sorpreso a mandare un bigliettino a un Pubblico Ministero, lui era giudicante, l’altro era il requirente, in cui dovendo fare una lunga camera di Consiglio e leggersi una montagna di carte, aveva chiesto al PM di fargli un riassunto perché non voleva affogare nelle carte, questo fu visto come un atto di non terzietà ma di rapporto troppo vicino al Pubblico Ministero da parte del giudice, quindi si ritenne che questo magistrato, magistrato naturalmente onesto, non stiamo parlando di disonestà o incapacità, una leggerezza fu, se vogliamo, però la leggerezza fu censurata dal Csm perché si ritenne che con quel bigliettino il giudice avesse mancato ai propri doveri di imparzialità e quindi da Palermo fu trasferito a Trapani.
L’altro giudice a latere di questo processo si chiama Salvatore Barresi, quest’ultimo era componente del Consiglio giudicante in primo grado al Tribunale, adesso è in Appello, Andreotti e c’è chi ritiene che sia stato decisivo per la sentenza di primo grado che assolveva Andreotti per insufficienza di prove, sentenza poi fatta a pezzi dalla Corte d’Appello di Palermo che la ribaltò, dichiarando prescritto e non invece inesistente il reato fino al 1980, conferma poi in Cassazione.
Perché  si è parlato di questo Barresi, non certamente perché abbia assolto Andreotti è un suo diritto – dovere se riteneva fosse giusto, poi processualmente  si è verificato che era sbagliato assolverlo ma di errori giudiziari ce ne sono tanti, anche le assoluzioni dei colpevoli sono errori giudiziari, non soltanto le condanne degli innocenti, anzi l’esperienza insegna che sono molto più frequenti gli errori giudiziari di questo tipo, le assoluzioni dei colpevoli, ma in ogni caso l’ha fatto in coscienza, quindi se riteneva che fosse giusto ha fatto bene anche se poi è stato smentito.
Qui si parla di Barresi perché il figlio di Ciancimino tra le mille cose che ha raccontato su suo padre, ha raccontato anche che da giovane prima di diventare magistrato questo Barresi frequentava il tavolo da poker di casa Ciancimino perché era compagno di scuola di uno dei figli di Vito Ciancimino, l’altro, quello che adesso credo faccia l’Avvocato e si chiama Giovanni. C’è qualcosa di male nel fatto che andava a casa di un suo compagno di scuola anche se era la casa di Ciancimino? E’ vero che si sapeva chi era Ciancimino ma evidentemente il giovane Barresi non immaginava che un giorno sarebbe diventato magistrato e che quindi quella frequentazione gli sarebbe stata contestata, anche lì non c’è nessun reato, nessun illecito, nulla che pregiudichi la sua correttezza e la sua immagine etc..
Tra un attimo vi dico perché è interessante scriverla questa cosa, vi dico nel frattempo però quello che si è detto e scritto in questi giorni sul Presidente della Corte d’Appello che sta giudicando Dell’Utri e cioè Claudio Dall’Acqua è un magistrato importante, assolutamente al di sopra di ogni sospetto, ha due figli però, le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e viceversa naturalmente, però uno dei figli lavorava nell’azienda Abitalia che era collegata all’Edilia Venusta, una società che è stata espulsa per mafia dalla Confindustria siciliana perché il titolare, tale Rizzacasa è stato arrestato pochi giorni fa per riciclaggio, il figlio del giudice si è subito dimesso da questa azienda.
Strani movimenti a Palermo
L’altro figlio, Fabrizio è diventato qualche tempo fa, quando già il padre stava giudicando , Segretario Generale del Comune di Palermo, si dirà un iter automatico di carriera?
No, è stato chiamato fiduciariamente in quell’incarico, Segretario Generale del comune capoluogo della Sicilia dal Sindaco Cammarata, Cammarata è un fedelissimo di Micciché, quindi naturalmente molto legato alla parte dellutriana del Popolo della Libertà che ha chiamato il figlio del giudice che sta giudicando Dell’Utri a fare il Segretario Generale del suo comune e questa è la cosa interessante per cui se ne è parlato, scavalcando altri pretendenti a quella carica che erano considerati più anziani e esperti di lui e quindi questa cosa ha fatto molto discutere, del resto noi non sappiamo per quale motivo naturalmente ci sia stata questa chiamata diretta, può darsi che il figlio del giudice sia il più bravo tra i segretari comunali del mondo, certamente questo episodio non è che sia molto simpatico, anche perché viene dopo qualche mese da un’altra decisione della maggioranza di centro-destra nei confronti non del figlio, ma proprio del giudice, e stava giudicando anche lì in Appello Dell’Utri in un altro processo, il Presidente della Corte d’Appello di Palermo l’anno scorso ha abbandonato il processo di appello per la calunnia aggravata da finalità mafiose, Dell’Utri era imputato di avere orchestrato un complotto di falsi pentiti che incontrava anche personalmente per screditare i veri pentiti che accusano lui e non solo lui, accusano anche tutto il gota di Cosa Nostra in tanti altri processi, il reato era calunnia aggravata, è stato assolto in primo grado, la sentenza non è che fosse granché, infatti la Procura l’ha appellata e in appello si è ritrovata di fronte a questo Presidente che era noto per la sua severità, tant’è che aveva riformato in peggio la sentenza Andreotti e aveva anche condannato Contrada nel secondo appello, quindi era considerato un duro.
Sono riusciti a liberarsi di questo giudice come? Promuovendolo consulente della Commissione parlamentare antimafia, infatti poco prima della fine di questo processo di appello il giudice ha lasciato il processo e il processo ha dovuto ricominciare da zero, quindi questi interventi durante i processi a Dell’Utri sui giudici o su loro familiari non sono interventi isolati e è per questo che qualcuno ha storto il naso per questa promozione del figlio del Giudice Dall’Acqua che stava giudicando Dell’Utri, il che naturalmente non vuole dire che il Giudice Dall’Acqua non sia imparziale, ci mancherebbe altro noi siamo sicuri che lo sarà come anche i due giudici a latere, però conoscere i giudici e sapere da dove vengono, è importante soprattutto quando ci sono interessi politici che si intrecciano.
Perché  è interessante che si parli soprattutto a proposito di questa antica e giovanile frequentazione di cui parla il figlio di Ciancimino? Noi non conosciamo la versione del giudice Barresi, è importante perché la Corte d’Appello di Palermo nel processo Dell’Utri ha rifiutato di sentire il figlio di Ciancimino, quindi inevitabilmente a qualcuno è venuto di pensare che uno dei 3 giudici frequentava casa Ciancimino, poi improvvisamente il figlio di Ciancimino diventa un testimone potenziale nel processo Dell’Utri, il giudice insieme agli altri due gli dicono: no, tu no, tu non vieni a testimoniare in questo processo.
L’altro giorno sdegnati da quelle che ritengono delle accuse che mettono in dubbio la loro correttezza, i 3 giudici di appello sono usciti dalla Camera di Consiglio con un comunicato, una cosa che non era mai successa in processo, ma ho visto che non ha destato la minima discussione eppure è una cosa meno inusuale, non so se sia una cosa che si può fare, però l’hanno fatta e non ricordo precedenti, sono usciti dalla Camera di Consiglio e aprendo l’udienza hanno letto questo comunicato che diceva “Siamo indifferenti alle pressioni mediatiche e rispondiamo solo di fronte alla legge e alla nostra coscienza” credo che anche l’opinione pubblica abbia diritto naturalmente a qualche risposta e quindi credo che se qualcuno riterrà di doverla dare, la dovrà dare immediatamente naturalmente i 3 giudici del processo Dell’Utri sono stati difesi dal membro laico del Csm di stretta osservanza berlusconiana, Gianfranco Anedda, è uno che si rifiuta sempre di votare i documenti a tutela di magistrati insultati da Berlusconi o da altri esponenti del Polo, invece questa volta ha proposto di fare una pratica a tutela dei magistrati della Corte d’Appello perché ha detto: ci sono in giro insinuazioni che gettano discredito sulla magistratura giudicante, finalmente visto che le hanno fatte i giornali e le hanno fatte nei confronti di giudici che evidentemente Dell’Utri spera favorevoli a sé, allora il polista Anedda finalmente è pronto a votare una dichiarazione di solidarietà a 3 giudici, meno male su 9 mila giudici italiani ne ha trovati 3 che gli piacciono, il problema è che questa volta non hanno subito nessun attacco politico, nessun insulto, nessuno li ha pedinati per vedere di che colore hanno i calzini, abbiamo semplicemente raccontato 3 circostanze vere, quindi né insinuazioni né altro, che infatti neanche nel comunicato dei giudici sono state minimamente smentite, il comunicato dei giudici si limita a dire che loro sono imparziali e non si fanno condizionare e noi ne siamo felici, ci mancherebbe altro del resto!
Non mi pare ci sia da vantarsi di essere imparziali visto che è il dovere di ogni magistrato. Le vere pressioni, le vere intimidazioni nei confronti dei giudici del processo Dell’Utri vengono da altre parti, da parti politiche e dalla parte politica di Dell’Utri, dai suoi giornali e dai suoi colleghi parlamentari e Ministri; la prima intimidazione è quella che ha coinvolto, massacrato Massimo Ciancimino per avere osato parlare. Tra qualche giorno ve lo raccomando, l’ho visto ieri e mi ha molto colpito, uscirà insieme a Il Fatto quotidiano in edicola, un Dvd che si intitola “Sotto scacco” l’hanno curato due giornalisti Marco Lillo e Udo Gumpel e riguarda i temi di cui stiamo parlando: stragi, trattative, Ciancimino, Spatuzza, ci sono molte cose inedite, interessanti, si fa un po’ il punto della situazione, è una bella sintesi un po’ di meno di due ore di quello di cui stiamo parlando, naturalmente con interviste inedite, documenti, è veramente importante per certi versi e anche agghiacciante, in questo Dvd c’è una lunga intervista a Massimo Ciancimino che racconta tutti gli incontri di suo padre con Provenzano, con il Generale Mori etc., fa vedere la casa, i luoghi e a un certo punto dice: è strano questo paese perché continuamente mi sento ripetere: perché hai deciso di parlare? E quando non parlavo, prima, fino a due anni fa, nessuno mi aveva mai chiesto: perché non parli?
Strano un paese dove si chiede a uno: perché fai il suo dovere di cittadino testimone? Perché quando un Magistrato gli fa una domanda lui risponde? E porta documenti? E’ considerato strano chi non è omertoso in Italia, siamo un paese dove evidentemente la mafia ha già vinto perché la regola dell’omertà è considerata normalità, addirittura abbiamo Mangano definito eroe perché non ha parlato, mentre Ciancimino che non è un pentito ma che parla, è un testimone oculare, viene continuamente perseguitato da questa domanda: perché parli? Ciancimino parla, parla e per questo viene massacrato mediaticamente e politicamente, però i giudici non solo non lo massacrano ma lo ritengono attendibile, tant’è che qualche mese fa, il 27 gennaio la seconda sezione del Tribunale di Palermo ha consacrato, stiamo parlando del Tribunale di Palermo, non della Procura, non dell’accusa, i giudicanti stiamo dicendo, ha condannato a 10 anni e 8 mesi per mafia uno dei tanti deputati regionali di Forza Italia, Mercadante e tra gli accusatori attendibili c’era il figlio di Ciancimino, ha scritto il Tribunale di Palermo “ritiene il Tribunale di poter esprimere un giudizio di alta credibilità su quanto dichiarato da Massimo Ciancimino per il suo racconto fluido e coerente, senza contraddizioni di sorta e poi soprattutto perché ogni circostanza riferita ha trovato ulteriori precisazioni e argomentazioni a riscontro. Quello che è certo e può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (il figlio di Ciancimino) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano che parlavano di affari, appalti, mafia e politica. La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre ha fatto di lui un testimone, se non un protagonista di riflesso di incontri e episodi oggi al centro di interesse investigativo in quanto utile a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni, alleanze e accordi politico – istituzionali che fece dei corleonesi un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli capaci di condizionare la storia politico – sociale e economica della Sicilia e in parte della Repubblica agli anni 70 a buona parte dei 90” questo scrive un Tribunale che ha giudicato già in primo grado le parole di Ciancimino.

Testimoni che non possono testimoniare
La Procura di Palermo ha chiesto di sentire Ciancimino nel processo Dell’Utri, i 3 giudici Dall’Acqua, La Commare e Barresi hanno detto di no e hanno detto di no perché?
E’ legittimo, è il giudice che decide quali testimoni entrano e quali no nel processo, le parti chiedono, il giudice decide, però bisogna vedere come decide e come motiva la sua decisione perché poi la decisione è ovviamente opinabile, la si può commentare se la si conosce. In questa ordinanza fiume di 9 pagine i giudici del processo Dell’Utri dicono che non si può sentire Ciancimino per la progressione, l’irrisolta contraddittorietà e la genericità delle sue dichiarazioni, come conoscono le dichiarazioni di Ciancimino i giudici di appello se non le hanno mai ascoltate in aula? Le giudicano da quello che hanno letto sui giornali? Da quello che hanno saputo in televisione? Dai sentito dire? Come fai a giudicare inattendibile o contraddittorio o generico un testimone se non lo senti? Chi te l’ha detto che è generico? Giudichi i verbali raccolti dal PM che ti sono stati trasmessi per chiedere di sentirlo? I verbali davanti un PM non hanno mica nessun valore di prova nei processi, da quando abbiamo il 111 della Costituzione nuova versione, dal 1999/2000 tutto ciò che non avviene dentro l’aula del Tribunale non vale, quindi le dichiarazioni di Ciancimino avranno un valore soltanto quando saranno rese sul banco dei testimoni nel processo Dell’Utri, solo lì i giudici potranno decidere se è attendibile, inattendibile, generico o processo, contraddittorio o coerente, progressivo o immediato, gli facciano le domande giuste, vedono le risposte e poi giudicano, come fanno a saperlo prima? Prima di sentirlo? Come fai a giudicare un testimone se non l’hai mai visto in faccia a parte eventualmente quando andavi a giocare a carte?
Questa è  la domanda che ci si pone, quindi non è solo una decisione opinabilità, ma una decisione sconcertante quella di tenere fuori un testimone che peraltro il Tribunale ha già ritenuto attendibile in un altro processo, ma quando parlava dello stesso contesto di cui parla anche a proposito dei rapporti politici di suo padre e dei corleonesi, questa è la ragione fondamentale per cui è utile andare a vedere chi sono i giudici della Corte d’Appello, per capire perché hanno preso una decisione così sconcertante non bisogna ovviamente tralasciare nulla, bisogna andare a vedere chi sono per magari capire cosa dicono, queste non sono insinuazioni o pizzini o messaggi o condizionamenti, si chiama diritto di cronaca, dovere di cronaca, se avessero sentito Ciancimino e l’avessero dichiarato inattendibile nella sentenza ne avremmo preso atto, come abbiamo preso atto del fatto che invece il Tribunale l’ha ritenuto attendibile, ma se non lo senti come fai a sapere che è inattendibile? E’ per questo che qualcuno si è fatto l’idea che questa Corte sia più incline all’assoluzione che non alla condanna, per questo forse si è fatto questa idea, poi magari è un’idea sbagliata, intendiamoci, il processo si saprà come finisce quando verrà letta la sentenza, però certamente una dichiarazione così stravagante, strampalata merita attenzione, i giornali sono qua per criticarla anche la Magistratura quando prende delle decisioni o espone delle tesi balzane come quella che abbiamo appena letto.
L’altro condizionamento oltre alle accuse infondate peraltro finora a Ciancimino figlio, è la decisione del Ministero dell’Interno, della Commissione che si occupa dei programmi di protezione per i pentiti e per i testimoni di mafia, di non concedere il programma di protezione pentiti a Gaspare Spatuzza, è una decise che arriva un anno dopo la richiesta della Procura di Firenze, qualche mese dopo le richieste analoghe delle procure di Caltanissetta, della superprocura nazionale antimafia.
Tutte ritengono che Spatuzza sia un pentito vero, che finora non è stato mai smentito, anzi ogni volta che si sono trovati dei riscontri, quei riscontri hanno confermato e non smentito le dichiarazioni di Spatuzza, poi ci sono delle dichiarazioni che magari non possono essere né confermate né smentite, se uno racconta quello che gli ha detto un altro, o quell’altro conferma o altrimenti è la parola di Spatuzza che non vuole dire che non è vera soltanto perché non è stata riscontrata, ma naturalmente se non sarà riscontrata non potrà essere utilizzata nel processo, noi non sappiamo se è vero che Graviano Giuseppe gli ha detto che Dell’Utri e Berlusconi stavano mettendo lo stato nelle mani della mafia, Graviano purtroppo non parla, il fratello di Graviano dice che non ha mai sentito parlare di queste cose, Giuseppe ha preso tempo, ha detto vedremo, in futuro forse potrei parlare, adesso non sono in condizioni, prima mi levate il 41 bis, chi l’ha detto che quella dichiarazione di Spatuzza è falsa? Al massimo non potrà essere usata se non verrà riscontrata, ma per dire che è falsa ci vorrebbe la prova del contrario ovviamente.
Perché  Spatuzza viene lasciato senza programma di protezione? Dice il sottosegretario che se ne occupa  Alfredo Mantovano che ha fatto delle dichiarazioni tardive quelle su Dell’Utri, Berlusconi, la mafia e le stragi, rispetto ai 6 che la legge del 2001 assegna come tempo massimo per dire tutto, la legge fu fatta dal centro-sinistra, il padre vero di quella legge fu Napolitano che come Ministro dell’Interno nel 1996/97 del primo Governo Prodi disse che erano troppi i pentiti di mafia, in un paese dove ci sono 30 mila mafiosi lui disse che erano troppi i pentiti che erano un migliaio, non troppi i mafiosi che mafiano e che tacciono, erano troppi i pentiti che parlavano e quindi cominciarono a lavorare, poi ci impiegarono un po’ di tempo, la legge fu poi tradotta in pratica dal Ministro Fassino nel 2001 e votata da un’amplissima a maggioranza di centro-destra e centro-sinistra, è una legge orrenda che ha dissuaso dalla collaborazione centinaia di mafiosi, non si è più pentito praticamente nessuno, a parte Spatuzza che non è un pentito di connivenza, perché ormai ai mafiosi non conviene più pentirsi perché la legge gli ha tolto tutti i benefici e gli ha dato pure questo timer di 6 mesi e non un minuto di più, per raccontare magari 40/50/60 anni di vita mafiosa, come fa uno a ricordarsi tutto quello che ha fatto in 60 anni in 6 mesi?
Spatuzza non è un pentito per convenienza, Spatuzza è un pentito che ha avuto la folgorazione mistica, ha avuto un lungo percorso religioso con il Vescovo de L’Aquila etc., quindi è una cosa molto diversa dagli altri pentiti, l’hanno tenuto fuori perché dicono che ha parlato di Berlusconi e di Dell’Utri oltre i 6 mesi, ma le 3 procure, più la Procura nazionale antimafia conoscono la legge, lo sanno benissimo che certe cose Spatuzza le ha dette dopo i 6 mesi, perché hanno chiesto lo stesso di dargli la protezione? Perché visto che è assolutamente impossibile perché in 6 mesi uno dica tutto, c’è un’interpretazione della Cassazione che fa testo di quella legge che dice che nei 6 mesi il mafioso deve sviluppare le cose che ha fatto lui e che sa lui di sua scienza, all’inizio della collaborazione fa una dichiarazione di intenti dove descrive gli argomenti, i punti, l’indice di quello che dirà e poi deve cominciare a parlare delle cose che ha fatto lui o ha saputo lui direttamente. Per le cose che ha saputo da altri, può anche continuare a parlarne dopo, l’importante è che facciano parte, almeno nell’indice delle cose che ha detto all’inizio nella dichiarazione di intenti.
Spatuzza cosa ha fatto? Spatuzza, scrivono i giudici di Firenze, ha compiutamente delineato lo scenario fin dai suoi primi interrogatori e non ha mai revocato l’intenzione di parlarne, le successive indicazioni circostanziali dallo stesso formulate, i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, appaiono quale completamento e sviluppo di un tema già ampiamente annunciato, tant’è che il 16 giugno, Spatuzza inizia a collaborare all’inizio del 2009, del 2009, quasi allo scadere dei 6 mesi, Spatuzza dice: rivelerò nomi di politici o di altre personalità, ma dice: non volevo rendere più importanti e interessanti le mie dichiarazioni prima di una valutazione favorevole, lui ha detto: non volevo fare subito i nomi di Dell’Utri… perché altrimenti diranno che ho dato in pasto questi nomi ai magistrati per conquistarmi la protezione, quindi dico prima le cose che ho fatto io, tipo la strage di Via D’Amelio al posto di Scarantino che si è autoaccusato e che invece non c’entra niente e sono stati trovati riscontri e adesso verrà revisionato quel processo, anche se è ormai approdato a sentenza definitiva, perché abbiamo il galera gente che non c’entra niente perché? Perché è stata condannata per avere fatto le cose che invece ha fatto Spatuzza, quindi i giudici di Firenze chiedono al governo, alla Commissione dei programmi di protezione di dare la protezione a Spatuzza il 28 aprile 2009, Spatuzza stava aspettando che gli dicessero ok, per poi dettagliare quei nomi di quei politici affinché nessuno potesse dire che stava mercanteggiando la protezione in cambio di, perché se lo diceva prima dicevano: eh, vedi che questi l’hanno voluto premiare per avere fatto i nomi di Dell’Utri e di Berlusconi? Invece lui ha prima voluto che si valutasse la serietà della sua collaborazione per le cose che aveva fatto lui, la strage di Via D’Amelio e tanti altri delitti che nessuno aveva mai risolto e che lui ha aiutato a risolvere dicendo: li ho fatti io!
Quindi una mossa che lui ha fatto ritardando questi nomi, ma dicendo che li avrebbe fatti per dimostrare la sua assoluta buonafede e la sua assenza di interessi biechi, allontanare il sospetto di possibili strumentalizzazioni, gli è costata questa bocciatura perché dicono: non li ha fatti subito, naturalmente se li avesse fatti subito avrebbero detto che li aveva fatti subito per conquistarsi la protezione, mentre in realtà la protezione è stata chiesta prima che lui facesse quei nomi, quando i magistrati non sapevano ancora quali erano quei nomi e quindi negare la protezione perché lui ha fatto i nomi dopo, è un assurdo logico, oltre che giuridico perché la protezione è stata chiesta prima che lui facesse quei nomi e che i magistrati sapessero quali erano quei nomi, comunque è una decisione che come spiega l’Avvocato Li Gotti che è un parlamentare dell’Italia dei Valori ma è soprattutto il più famoso Avvocato di pentiti, è una decisione che non sta né in cielo e né in terra perché non si è mai visto che il governo si sostituisce alla Magistratura per decidere quale pentito è attendibile e quale no e soprattutto quale pentito merita la protezione e quale no, ci mancherebbe altro, stiamo parlando oltretutto del governo presieduto dalla persona di cui Spatuzza fa il nome a proposito di quello che successe nella stagione delle stragi.
Quindi il conflitto di interessi è un apoteosi, una volta il pentito parlava, i giudici lo riscontravano, il governo lo proteggeva e la mafia lo minacciava, adesso è tutto più veloce perché la mafia non ha neanche bisogno di minacciare Spatuzza in quanto lo minaccia già il governo presieduto da colui che Spatuzza chiama in causa, non so se mi spiego, queste sono le intimidazioni pesantissime che vengono fatte su un testimone chiave dei processi di mafia, su un testimone importante del processo Dell’Utri, non decisivo perché comunque Spatuzza dice quello che hanno già detto altri 30 pentiti e è già stato riscontrato da vari elementi oggettivi, ma in ogni caso immaginate un giudice in Camera di consiglio che già sa che se riterrà attendibile Spatuzza, si attirerà dietro le ire non solo di Dell’Utri, ma dell’intero governo che è arrivato al punto di fare una mossa così azzardata, lasciare senza programma di protezione un pentito che sta scardinando addirittura i processi definitivamente chiusi per la strage di Via D’Amelio e per le stragi del 1993, per fortuna questa decisione del Ministero può essere impugnata davanti al Tar e credo che è quello che o faranno i difensori di Gaspare Spatuzza.
Quindi staremo a vedere, la sulla settimana probabilmente ci ritroveremo, se la Camera di Consiglio non durerà molto, a commentare la sentenza d’appello, confermando ancora una volta che fino a prova contraria la fiducia nell’imparzialità dei giudici deve essere assoluta e che quindi le cose che abbiamo scritto, che erano doverose, non mettono minimamente in dubbio la loro buonafede e la loro imparzialità, semmai è quella decisione di dire di no a un testimone come Ciancimino che fa dubitare della serenità del giudizio dei giudici molto più che non le loro vicende personali che non hanno nessun rilievo se non dal punto di vista della curiosità e della cronaca.
Vi saluto, raccomandandovi una cosa, questa settimana, è questione di ore ormai, parte il sito de Il Fatto quotidiano, ilfattoquotidiano.it. Forse avete già visto la campagna di pubblicità virale che abbiamo fatto, ci tengo molto, mi permetto di suggerirvelo: il vostro primo sito, soprattutto quelli che seguono il blog di Grillo continuerà a essere il blog di Beppe, mi auguro che questo diventi il vostro secondo sito perché non è più un luogo dove mettiamo qualche articolo uscito su Il Fatto quotidiano, diventa una cosa completamente diversa. Diventa un vero e proprio giornale on line che informa in presa diretta sui fatti del giorno, non del giorno prima, e che ospiterà una piattaforma di blog di personaggi che penso vi stupiranno e vi faranno piacere, magari qualcuno vi farà pure incazzare. Ma soprattutto avrà delle rubriche alle quali si potrà partecipare e interagire, per esempio vedrete come faremo i controtelegiornali, smonteremo quasi in diretta i telegiornali per smascherare ogni giorno le palle le raccontano e le cose che nascondono. Questo è un piccolo assaggio di tante altre cose che troverete proprio dalle prossime ore su ilfattoquotidiano.it, passate parola!

Blog di Beppe Grillo – I soldi pubblici alla scuola pubblica

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I soldi pubblici alla scuola pubblica.

La scuola pubblica in Italia è allo sbando e a settembre il problema scoppierà in modo devastante. A Bologna gli insegnanti sono in rivolta contro il ministro Gelmini e il governo per i tagli che producono 42.000 insegnati in meno, 15.000 bidelli e assistenti in meno, fino a 33 studenti per classe. In compenso alle scuole private è stato assegnato un miliardo e mezzo di euro. Lo Stato deve finanziare la scuola pubblica, non quella privata.

ComeDonChisciotte – IL BUSINESS NASCOSTO SOTTO LA MACCHIA DI PETROLIO DI BP

ComeDonChisciotte – IL BUSINESS NASCOSTO SOTTO LA MACCHIA DI PETROLIO DI BP.

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Nella rubrica di oggi potevo parlarvi di Borsa, volatilità, crisi del debito, collocazione di bonds governativi e quant’altro: lo abbiamo fatto fino a oggi, riprenderemo a farlo dalla settimana prossima.

Quest’oggi parliamo della marea nera scatenata dal guasto all’impianto di British Petroleum nel Golfo del Messico, una tragedia ambientale che da settimane riempie pagine di giornali e le headlines dei principali tg. Per una volta non sembrano esserci dubbi nell’identificazione di buoni e cattivi: i primi sono i dirigenti della Bp, il secondo è Barack Obama che, dopo aver promesso di prendere a calci nel sedere i responsabili e passato ore a parlare con i pescatori della Louisiana, ieri ha mostrato una faccia ancor più dura.

I vertici dell’azienda petrolifera britannici, infatti, sono stati accolti con freddezza glaciale alla Casa Bianca e nonostante abbiano dato l’ok all’esborso di 20 miliardi di dollari per ripagare i danni causati, si sono sentiti rispondere dal numero uno della Casa Bianca che quella cifra «non rappresenta il tetto massimo». Ovvero, preparatevi a scucire molto altro denaro, ormai siete sotto scacco non mio ma dell’intero pianeta che vi odia a morte.

Sembra il film “Wag the dog”, una creazione mediatica straordinaria. Sono bastate, infatti, le immagini di quattro pennuti con le ali impiastrate di greggio e tre interviste ad altrettanti esperti pronti a proclamare la morte dell’oceano, per chiudere completamente gli occhi del mondo al molto altro che sta dietro alla vicenda che vede prootagonista la piattaforma Deepwater Horizon.

Lasciate stare che il paladino del mondo, ovvero Barack Obama, non più tardi di quattro mesi fa aveva autorizzato trivellazioni offshore anche nel “giardino delle rose” della Casa Bianca per non dipendere più dalla bizze ricattatorie dell’Opec e della speculazione otc sui futures, salvo ora trasformarsi nel Fulco Pratesi di turno, il problema è altro: che quell’incidente sarebbe accaduto lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche – e forse soprattutto – economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attività estrattive.

Cominciamo dal principio. La Deepwater Horizon, carta canta nei documenti ufficiali, è stata classificata fin dall’inizio della sua attività un progetto potenzialmente soggetto ai cosiddetto “low probability, high impact event”, classificazione che vede tra gli altri incidenti occorsi l’11 settembre, l’esplosione dello Shuttle e l’uragano Katrina: come per questi casi, l’ipotesi di “worst case scenario” è stata completamente ignorata. Con dolo o meno, lo scopriremo dopo.

Cosa è accaduto, quindi? Due sono le paroline magiche, “blowout preventer”, ovvero un meccanismo meccanico che fisicamente deve evitare possibili fuoriuscite di petrolio: nel caso della Deepwater Horizon, entrambi questi aggeggi, uno attivato manualmente e uno di back-up automatico, hanno fatto cilecca. Quando accadono incidenti di questo genere, ci dice Robert Bea, docente di Ingegneria alla University of California, le responsabilità si diramano in tre direzioni o filiere: i lavoratori della piattaforma, il cosiddetto “errore umano”, le gerarchie dell’azienda per cui questi operai lavorano e le burocrazie governative che sovraintendono i lavori, ovvero i cosiddetti controllori o regolatori.

Bea, dopo aver lavorato su una casistica di circa 600 incidenti in strutture estrattive, ha concluso che nell’80% dei casi le responsabilità sono imputabili a «fattori umani e organizzativi» , a loro volta all’interno di questa percentuale la metà fa capo a carenza nel design ingegneristico della struttura riguardo l’equipaggiamento o i processi estrattivi. Per Bea, quanto accaduto ha molto a che fare con l’uragano Katrina, «un misto di hubris, arroganza, ignoranza combinato con l’azzardo della natura».

“Maledetti, avidi inglesi perforatori!”, gridano in tutto il mondo. Peccato che la Bp sia solo corresponsabile, visto che nel caso della Deepwater Horizon ci troviamo di fronte a un classico caso di frammentazione delle responsabilità: la piattaforma è un’operazione di British Petroleum ma quest’ultima ha ottenuto il leasing della struttura dalla Transocean e i lavori, fattivi, quando l’incidente è accaduto erano in mano alla Halliburton, potentissima azienda statunitense che vede ai vertici una vecchia volpe della politica statunitense come Dick Cheney, braccio destro dell’ex presidente Usa, George W. Bush e uomo potentissimo per quanto riguarda la questione petrolio.

Il fatto è che questi tre soggetti hanno interessi diversi rispetto non solo alla Deepwtare Horizon ma all’intero processo operativo: Bp è interessata all’accesso alle risorse di idrocarburi per mandare avanti le sue raffinerie e la rete di distribuzione. Halliburton offre invece servizi sul campo, ovvero operativi. Transocean, infine, opera come un taxi: insomma, diversi obiettivi e quindi diversi processi operativi. Peccato che, in pasto all’opinione pubblica, sia stata data solo Bp.

Per Andrew Hopkins, un sociologo della Australian National University, quanto accaduto «è simile a quanto successo con la crisi finanziaria. I grandi manager ricevono enormi bonus per rischi presi quest’anno o l’anno scorso, il problema, i rischi reali, per tutti, arriveranno nelle case di tutti anni dopo».

Non la pensavano così negli Usa, nemmeno nell’epoca Obama (abbia già ricordato la sua decisione della scorsa primavera di trivellare l’Alaska senza tante precauzioni), visto che le decisioni governative riguardo le piattaforme estrattive si sono basate sempre sul principio del “tanto non succederà nulla”. Chi deve controllare e sovraintendere è il Minerals Management Service (MMS), una divisione dell’Interior Department, il quale dagli anni Ottanta in poi ha basato i suoi check riguardo l’operatività delle strutture su un principio unico: esenzione. Ovvero, nessun controllo sull’impatto ambientale delle varie aziende e strutture operanti: si opera sub judice e via così, a certificarlo con una denuncia molto circostanziata è stato non il sottoscritto ma Holly Doremus, professor di legislazione ambientale ad Harvard.

Nel silenzio degli altri media, troppo occupati a mostrare immagini catastrofiche e volontari al lavoro, Washington Post e Associated Press hanno certificato e scritto che la Deepwater Horizon aveva ottenuto una nuova esenzione (in gergo tecnico “Categorical exclusion”) lo scorso anno: su cosa si basava questa certezza operativa, questo ennesimo nulla osta? Calcoli empirici pubblicati nel 2007 in base ai quali la “most likely size”, la quantità più probabile di petrolio che si sarebbe riversata in mare in caso di incidente, sarebbe stata pari a 4.600 barili. Peccato che nel Golfo del Messico, a oggi, siamo sopra quota 80mila barili riversati: complimenti ai controllori e regolatori, oltre a chi stava operando in quel momento sulla piattaforma!

Già, perchè se come sembra l’errore è stato umano e dovuto alla non attivazione dei due “blowout preventers”, perché la Casa Bianca non si è infuriata con la potente e statunitense Halliburton, in carico operativo sulla struttura? Chiedetelo al presidente che minaccia calci nel sedere ma si guarda bene dal toccare interessi nazionali più grandi di lui: e forse, così facendo, capirete anche la stizza malcelata del premier britannico, David Cameron, per il crucifige generale ed esclusivo contro Bp.

Colmo dei colmi, ieri Washington ha annunciato un’inchiesta federale sull’accaduto: e a chi sarà affidata? Allo stesso MMS, l’ente dall’esenzione facile. Come ha dichiarato ancora Andrew Hopkins, «la MMS è il regolatore e un fallimento della regolamentazione è parte di questo disastro. Quindi, MMS sta per investigare su se stessa. Direi che è quantomeno totalmente inappropriato». Pensate il quadro sia già sufficientemente esaustivo da rimettere un po’ in discussione il can can mediatico e politico di questo periodo? Sbagliate. Il bello arriva ora e potete desumerlo da questa tabella. (http://moneycentral.msn.com/ownership?Holding=Institutional+Ownership&Symbol=BP )

Al 31 marzo di quest’anno, come sempre, Thomson Reuters ha reso noto l’assetto proprietario di Bp dopo il primo trimestre dell’anno: mancava poco all’incidente, proprio poco e guardate un po’ chi ha scaricato 4.680.822 di azioni di British Petroleum per un valore di 250 milioni di dollari e pari al 44% del totale? Goldman Sachs, banca d’affari legata a doppio filo a Washington e all’establishment politico e soprattutto unica banca d’affari che fa soldi quando gli altri perdono: loro non si scottano mai le dita.

Perchè sono i più bravi, questo è innegabile e va detto per evitare di scadere nel complottismo: certo, il fatto che quella piattaforma fosse a rischio lo certificava l’MMS con le sue esenzioni, certo il fatto che le azioni di Bp siano crollate è altrettanto vero – se le avesse tenute, Goldman avrebbe perso il 36% del loro valore – ma non sono quelle “briciole” a far paura a un gigante come la firm newyorchese: il danno è reale, le responsabilità diffuse ma veicolandole in modo giusto e nascondendo alcune di esse, magari Bp diviene scalabile e le sue attività acquisibili.

Ma non solo Goldman ha magicamente scaricato le azioni di Bp giusto in tempo: Wachovia ne ha vendute 2.667.419 e Ubs qualcosa come 2.125.566. Ripeto non è il numero di azioni o il controvalore a dover far riflettere ma il timing: ma come, Obama dà luce verde a trivellazioni offshore ovunque e soggetti del genere escono dal business? Strano. In compenso, qualcuno ha comprato. Chi? Ad esempio Wells Fargo, acquirente di 2.398.870 azioni: strano però, visto che Wells Fargo è proprietario della “scaltra venditrice” Wachovia. Puzza di partita di giro, almeno al sottoscritto. E chi altro? La Fondazione Melinda e Bill Gates, quella patrocinata dal signor Microsoft e il Wellington Management, una grande asset firm: bella fregatura hanno preso, almeno formalmente.

Il fatto strano è che a metà marzo, prima della vendita, il sito di ricerche di mercato Morningstar, quotava le azioni di Bp con un rating di tre stelle su cinque, quindi fomalmente appetibile: Goldman Sachs, per una volta, aveva sbagliato la scelta ed è stata “salvata” dall’incidente? No, perché nella descrizione del titolo, Morningstar elencava solo le debolezze di Bp, ovvero «la minore integrazione di Bp rispetto a Shell o ExxonMobil, le fluttuazioni del prezzo del petrolio, potenziali perdite dovute a rischi politici, soprattutto la forte esposizione in Russia (il consorzio Tnk-Bp, terzo gruppo petrolifero del paese, con 100mila occupati e la brutta idea di voler mettere i bastoni tra le ruote a Gazprom che ha portato con sé l’espulsione del presidente del gruppo, la presa di ostaggi tra gli operai da parte del governo di Mosca e altre manifestazioni democratica di amore per la concorrenza, ndr)».

E, infine, il meglio: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». Accidenti, o portano sfiga o sono dei portenti questi di Morningstar! Peccato, poi, che in febbraio altri analisti di Morningstar, in una nota separata, avevano invece salutato come un portento il risultati presentati da Bp nel quarto trimestre dello scorso anno dicendosi «incoraggiati dai continui guadagni grazie a nuovi progetti e tagli dei costi».

Come cambiano le cose, in pochi giorni! Un bel quadretto, non c’è che dire. Ora, il disastro ambientale, immane, resta ma non fatevi abbindolare dalla faccia contrita di Barack Obama mentre parla con i pescatori o dalle immagini di pennuti con le ali intrise di petrolio: dietro a quanto sta accadendo c’è molto di più, responsabilità molto diffuse e in alto e soprattutto interessi.

Lo certificava il 2 giugno scorso il sito di Bloomberg, gente che di mercati ne sa qualcosa: «Bp a rischio poiché il crollo delle azioni alimenta le voci di scalata», aggiornato addirittura quattro volte in un solo giorno. Chissà che a ExxonMobil, principale concorrente di Bp negli Stati Uniti, qualcuno non ci stia pensando, visto l’improbabile scalata di Shell, che già nel 2004 doveva fondersi con British Petroleum: con tutte quelle azioni vendute o passate di mano a soggetti così fedeli alla Casa Bianca e agli interessi, leggittimi, degli Usa…

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/6/18/MAREA-NERA-Il-giallo-del-rapporto-segreto-sugli-operai-della-BP-che-si-sono-ammalati-tentando-di-arginare-il-petrolio/3/93694/
18.06.2010