Archivi del giorno: 4 giugno 2010

Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi.

Pubblichiamo di seguito la lettera che Gaetano Alessi, giornalista di Articolo 21, ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera, decisamente accusatoria, è stata letta da Pino Maniaci durante l’ultimo incontro del Festival delle Radio Universitarie 2010 a Perugia.

All’incontro, dedicato ai media come strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha visto una Sala dei Notari colma e interessata e ha visto la partecipazione anche di Danilo Sulis.

“Gentilissimo Presidente,
le scrivo in rappresentanza delle centinaia di testate locali che ogni giorno, nel nostro Paese, si battono per la libertà di espressione. Piccoli “nidi di ragno” innestati in territori spesso difficili o come, nel nostro caso, in terra di mafia, clientelismo e corruzione.
Gentilissimo Presidente, ogni giorno “giornalisti per amore” vengono pestati, minacciati, intimiditi per l’unica colpa di volere raccontare la verità, di tentare di rendere onore ai padri costituenti che ci regalarono l’articolo 21 della Costituzioni ed, insieme ad esso, la democrazia e la libertà col costo di migliaia di vite umane.
Siamo carne da macello, signor Presidente, alla mercè di mafiosi, politici corrotti e battaglie, nelle denunce da Trento a Trapani. Siamo anche quelli che conoscono meglio il territorio, perchè lo viviamo ogni giorno. Perchè col mafioso e col politico corrotto che denunciamo spesso ci tocca dividere il bancone dello stesso bar. Siamo anticorpi democratici di un Paese che, anche grazie al suo Governo, sta andando in cancrena. Abbiamo mille volti e mille mezzi. Siamo blogger, speaker, redattori, scriviamo via web, parliamo via etere, raccontiamo su carta. Non siamo giornalisti ma veniamo perseguitati come tali. Abbiamo i nostri eroi, alcuni scolpiti nella storia come Peppino Impastato, altri fortunatamente ancora liberi di esperimere il proprio pensiero come Carlo Ruta o Riccardo Orioles. Soprattutto gentilissimo Presidente abbiamo fatto la nostra scelta: la nostra libertà vale molto di più della nostra vita.
Dove non hanno potuto i bossoli, le lettere intimidatorie, le minacce, le denunce, le querele mirate, dove non ha potuto la più potente ed influente famiglia politico/mafiosa della Sicilia, non potrà una legge canaglia come quella sulle intercettazioni.
Lei e il suo fido Alfano v’illudete che una norma moralmente illegale possa diventare prassi solo perchè vergata su crismi di burocratica legalità.
Signor Presidente noi continueremo a fare il nostro lavoro, raccontando quello che avviene, anticipando la notizia, veicolando le news e se il caso, scrivendo quello che (secondo voi) non si deve raccontare.
“Disonorare i mascalzoni è cosa giusta, perchè, a ben vedere, è onorare gli onesti”. Sa perchè gentilissimo Presidente non potrà mai batterci? Perchè giochiamo su un terreno a lei sconosciuto. Quello della libertà individuale che diventa patrimonio collettivo. Non siamo in vendita e sappiamo “resistere” a tutto.
Siamo liberi e quello che facciamo lo facciamo di tasca nostra, rischiando di nostro. Perchè è facile dire per una grande testata “noi resisteremo” dall’alto d’avvocati ben pagati e gruppi editoriali forti ma è ben più difficile farlo quando quel poco che hai in soldi di carta e rabbia ti serve anche per mangiare ogni giorno.
Ma lo facciamo in tutta Italia, da classici signor Nessuno, senza enfasi o protagonisti. Perchè amiamo il bello del nostro Paese e ogni muro amico che ci ha visto piangere o sognare. Perchè diciamo ogni giorno di voler mollare ed ogni giorno troviamo la forza di andare avanti. Perchè amiamo le nostre donne e ci perdiamo negli occhi dei nostri figli a cui vorremmo consegnare qualcosa di più bello del Paese attuale.
Ed abbiamo riferimenti etici alti: Pietro Ingrao, Vittoria Giunti, Luigi Ciotti, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e quel Pietro Calamandrei che dei partigiani italiani diceva così: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà a tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono ai nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.
Non li tradiremo signor Presidente.
“Se ci volete silenti dovrete spararci” dicemmo, ad uno scagnozzo mafioso che ci intimava di tacere.
Lo ripetiamo a lei che con l’aureola della legalità vuole imporci lo stesso mafioso silenzio.
Non taceremo e non molleremo neppure un centrimetro. Quindi signor Presidente non ha altra scelta: ritiri la legge o prepari tanti proiettili, perchè siamo in molti. Indietro non torniamo… neanche per prendere la rincorsa.

Tratto da: articolo21.org

Blog che non servono a niente

Fonte: Blog che non servono a niente.

Qualcuno dice che  i blog non servono a niente. Non la pensano così alla Procura dell’Aquila, che oggi ha formalizzato l’iscrizione nel registro degli indagati di 9 nove persone collocate ai più alti vertici della Protezione Civile e dell’INGV – l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – con l’accusa di omicidio colposo. Durante le indagini, come mi è stato confermato dal coordinatore delle stesse, sono state consultate anche molte delle inchieste di Byoblu.Com.  Tra queste La videocassetta che uccide, la testimonianza della censura che alti profili istituzionali legati alla Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 hanno imposto a una troupe Rai che aveva appena realizzato, nello stesso giorno, un’intervista a Giampaolo Giuliani.
Mentre Bernardo De Berardinis, il vicecapo della Protezione Civile che sarebbe anche coinvolto nell’accusa di procurato allarme piovuta su Giuliani per gli inesistenti fatti di Sulmona, durante la conferenza stampa che si tenne alla fine dei lavori della Commissione Grandi Rischi diceva “La comunità scientifica conferma che non c’è pericolo, perché c’è uno scarico continuo di energia; la situazione è favorevole“, nella sala di rilevamento allestita da Giuliani per volontà del sindaco Cialente, sotto alla scuola De Amicis, nonostante l’avviso di garanzia il tecnico aquilano diceva a una troupe Rai che si aspettava altri forti terremoti, ed addirittura un evento molto forte in meno di una settimana. Sei giorni dopo, la catastrofe.

Dovevano passare otto mesi perché Giuliani venisse completamente prosciolto dall’accusa di procurato allarme, e ancora adesso la leggenda metropolitana alimentata da uno dei più grandi tentativi di mobbing su vasta scala che il degrado politico, scientifico e morale di questo paese potesse mai partorire stenta a soffocare la sua eco, con un duplice incalcolabile danno. Il primo sofferto dalla popolazione abruzzese che, in conseguenza dell’avviso di garanzia, non ha potuto essere allarmata da Giuliani quando i suoi sistemi gridavano di abbandonare la nave; il secondo inflitto all’immagine stessa della ricerca sulla prevedibilità dei terremoti che ancora oggi, complice la disinformazione dei media, sconta i famigerati fatti di Sulmona, anche se nel fascicolo accompagnatorio al proscioglimento totale il gip di Sulmona si spinge addirittura a riconoscere i legami tra le emissioni di radon e il verificarsi dei terremoti.
Altri sei mesi, dopo il decadimento di ogni accusa nei confronti di Giampaolo Giuliani, e gli stessi nomi accusati dal documento La videocassetta che uccide vengono ora indagati dalla Procura dell’Aquila per omicidio colposo. Tra le prove raccolte figura proprio l’intervista a Cristiano, l’operatore Rai che ho incontrato lo scorso settembre a Bologna, e il materiale su Giuliani girato dalla Rai alla De Amicis, che l’assalto dei pirati dell’informazione in acque internazionali, ovvero nel tratto autostradale tra L’Aquila e Roma, ha sequestrato perché non andasse in onda. Tutto materiale disponibile come extra nel doppio dvd INTERNET for GIULIANI, che si può acquistare per sostenere l’informazione libera del blog.

Adesso, dopo che perfino schegge impazzite dell’INGV scoprono il radon e si mettono al lavoro per mettere in relazione, quantitativamente, le emissioni di questo gas con la probabilità che si verifichino forti sismi – con l’obiettivo dichiarato di brevettare il sistema – per coloro che alla fine della Commissione Grandi Rischi si telefonavano per ridere alle spalle di quello scemo di Giuliani i tempi si fanno decisamente duri.

Del resto, non può mica piovere per sempre.

Ma ci siete o ci fate? – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Ma ci siete o ci fate? – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Il dibattito parlamentare sulla legge bavaglio Al Fano è meglio del cabaret, anche perché è tutto gratis. Da due anni, da quando B. temeva l’uscita di intercettazioni che avrebbero svelato il quarto segreto di Fatima (perché alcune ministre sono ministre), va in scena la seguente pantomima: il governo di un noto corruttore ed evasore, amico di mafiosi e papponi, commissiona al suo Guardasigilli-portaborse e al suo onorevole-avvocato una legge che favorisce mafiosi, papponi, corruttori, evasori e, siccome la legge è uguale per tutti, anche truffatori, scippatori, rapinatori, spacciatori, sequestratori, stupratori e assassini. Li immunizza dal rischio sia di essere scoperti e puniti, sia di finire sui giornali per quello che sono.

Basterebbe ricordare il mandante, gli esecutori materiali e l’utilizzatore finale della legge anti-intercettazioni per capirne il movente. Basterebbe ricordare come si è giunti a incastrare B. nei suoi vari processi per rendersi conto che è tagliata su misura di quei precedenti per evitare che si ripetano: l’articolo Mills, il comma D’Addario, il preambolo Trani, il codicillo Mediaset, il cavillo Dell’Utri, l’inciso Saccà. Ma ricordare queste cosette non si può, se no la gente capisce tutto, compresi i beoti che han votato B. bevendosi la superballa della “sicurezza” pensando alla propria, mentre lui pensava alla sua. Dunque ecco assieparsi intorno alla legge Al Nano un termitaio di opinionisti un tanto al chilo, giuristi per caso, scalatori di discese, sfondatori di porte aperte, statisti di chiara fama ma soprattutto fame: tutti intenti a commentarla in punto di diritto e in punta di forchetta, a prescindere, fingendo che davvero serva a tutelare la privacy, la reputazione e il segreto investigativo, e non a salvare le chiappe a B. e alla sua banda larga (secondo Pigi Battista, per dire, la legge la fanno per Francesca, la massaggiatrice della “ripassata” a Bertolaso).

All’inizio Al Fano restrinse il novero dei reati “intercettabili”. E tutti a meravigliarsi: ohibò, ma così non s’intercetta più per corruzione, per frode fiscale e per i reati-fine tipici dei mafiosi. Oh bella, ci voleva tanto a capire che la legge è fatta apposta? Ponzio Napolitano convocò Angelino Jolie per una bella lavata di capo, pardon un “alto monito del Colle”, e lo rimandò indietro a caccia di “una riforma condivisa”. Nessuno osò obiettare che gli unici a condividerla sono i criminali. Il Guardagingilli tentò di occultare movente e mandante con un’altra versione: s’intercetta per tutti i reati ora intercettabili, ma solo in presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, cioè s’è già scoperto il colpevole, cioè mai. Il solito esercito di ipocriti ricadde dal pero: ohibò, imporre i gravi indizi di colpevolezza è come dire che non si intercetta più. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto.

Il premier fa di tutto per comunicarci che è pronto a tutto, anche a mandare impuniti migliaia di delinquenti comuni, pur di nascondere i reati suoi e degli amici degli amici. Ma nessuno gli dà retta e si continua a disquisire di commi e sottocommi, emendamenti e subemendamenti per “migliorare” la legge. Al Fano, esausto, fa uscire i gravi indizi di colpevolezza dalla porta e li fa rientrare dalla finestra. Riecco la falange dei finti tonti. “Ancora un piccolo sforzo”, dice il Pd. “Fuochino, via la norma transitoria sui processi in corso e ci siamo”, dicono i finiani, impegnatissimi a limitare i danni di una legge della loro stessa maggioranza. L’Anm chiede “tre cose semplici: niente limite di 75 giorni, niente divieto per le ambientali, niente competenza ai tribunali collegiali. Poi la legge va bene”. Hai detto niente: così non resta più nulla. E che la fanno a fare, la legge contro le intercettazioni, se non abolisce le intercettazioni?
Tutto è pronto per la comica finale: Veltroni, il Pd e Ciampi chiedono a Berlusconi di fare piena luce sulle stragi. Certo, come no. Quello che, alla domanda “dove ha preso i soldi?”, si avvalse della facoltà di non rispondere, ora dovrebbe dire la verità sulle stragi. Magari s’intercetta da solo mentre la dice. Ma questi ci sono o ci fanno?

Antimafia Duemila – Pakistan: Onu, droni della Cia hanno ucciso centinaia di innocenti

Fonte: Antimafia Duemila – Pakistan: Onu, droni della Cia hanno ucciso centinaia di innocenti.

I droni della Cia, gli aerei senza pilota utilizzati per bombardare i ribelli talebani, hanno ucciso in Pakistan ”centinaia di civili innocenti” e rappresentano ”una minaccia crescente al rispetto delle leggi internazionali”, mettendo a rischio ”le norme designate a proteggere il diritto alla vita”.
L’accusa – come riporta l’agenzia MISNA – viene da Philip Alston, relatore speciale dell’Onu per gli omicidi extragiudiziali, che nel suo intervento al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha parlato di ”mentalita’ da videogioco” tra i militari chiamati a manovrare a distanza macchinari bellici letali. Il rapporto, presentato a pochi giorni dall’uccisione di un presunto capo della guerriglia terroristica pakistana, Sheikh Said al-Masri e dei suoi familiari in un bombardamento affettuato da velivoli americani pilotati a distanza, critica espressamente i servizi segreti statunitensi ”per loro stessa natura sfuggenti a ogni tipo di responsabilita’ se non nei confronti del governo di riferimento, non possono svolgere incarichi in programmi che prevedono l’uccisione di persone in altri paesi”.

I bombardamenti dei droni, continua Alston, ”rischiano di essere classificati come crimini di guerra, poiche’ le agenzie di intelligence non operano generalmente in un contesto che pone l’enfasi appropriata sulle regole e sui limiti imposti dal diritto umanitario internazionale”.

Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in ‘un’Italia sotto ricatto’

Fonte: Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in ‘un’Italia sotto ricatto’.

Gli mancava l’ultimo tassello per arrivare alla politica

Quattro giorni prima di morire, il 17 aprile 2003, stroncato da un infarto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma Gabriele Chelazzi, applicato alla Dna aveva interrogato il generale Mario Mori come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del ’93. Dopo la sua morte tutto venne archiviato. Chi lo conosceva bene racconta che fosse teso e nervoso. Tanto che poche ore prima che il suo cuore si fermasse, nella solitudine di quella foresteria scrisse una lettera, amara come lo stato d’animo che la dettava. Una lettera mai spedita, indirizzata al procuratore capo di Firenze Nannucci, in cui denunciò l’isolamento che viveva nonostante, o forse proprio per, la complessità delle inchieste di cui si occupava.

Un anno prima davanti alla Commissione nazionale Antimafia aveva descritto la stagione delle bombe del ’93, fino a quella non esplosa del 24 gennaio 94 allo Stadio Olimpico di Roma, stagione “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana, dalla finalità eversiva”. Chiese al Parlamento di utilizzare gli strumenti della politica per trovare risposte che fin lì la magistratura non aveva trovato. Ma il Parlamento non si mosse. Un silenzio dentro cui si sono consumate molte storie. “Peggio di una guerra. L’Italia sotto ricatto” definì quella stagione Chelazzi nella requisitoria al processo per le stragi del ’93 – ’94 da cui prende il titolo il libro curato dal cronista Francesco Nocentini, edito dall’associazione “Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili” e dal Comune di Firenze. Particolarmente significative le parole che Chelazzi scrive al termine di quella requisitoria: “Questa sentenza pone le fondamenta per andare avanti”. Ricorda di “non aver mai cessato di lavorare su quello che ci può essere oltre questi imputati e oltre questa organizzazione”. E aggiunge: “La campagna delle stragi voleva condizionare la storia di questo Paese”.

Nella richiesta di archiviazione sugli autori 1 e 2, nomi in codice di Berlusconi e Dell’Utri si legge: “Mancava la possibilità di stabilire se il dinamismo politico di Cosa nostra” nel momento in cui le stragi erano state decise o erano in corso “attrasse anche l’interlocutore politico”. Dall’incrocio tra tabulati telefonici e testimonianze era emerso che i fratelli Graviano pochi mesi prima e subito dopo gli attentati del ’93 erano a spasso per l’Italia con le rispettive fidanzate: al Carnevale di Venezia, poi ad Abano Terme, quindi a Riccione dove affittano una casa nel periodo della strage di Firenze. Poi in Versilia e, infine, ad agosto, dopo gli attentati di Milano e Roma, in Costa Smeralda, dove abitano in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, come confermato da un finanziere milanese il cui nome è coperto da segreto. Gabriele Chelazzi, sposato con Caterina, medico di Firenze, padre di Francesca, era un uomo gentile ed ironico, uno dei pochi magistrati non siciliani a conoscere veramente la mafia. Sapeva coniugare senso di responsabilità di indipendenza e di imparzialità. Era solito dire: ”Un’indagine nasce sempre dal basso dai piccoli indizi poi cresce. Mai il contrario. Mai innamorarsi di una tesi. Il magistrato deve essere il primo difensore dell’indagato”. Il teorema, spiegò in un incontro pubblico “non è una parolaccia solo in bocca ai denigratori della giustizia, il pericolo del teorema c’è ed è reale, è vero. Ne parla lo ammette uno che il magistrato lo fa, il teorema è in agguato anche per i magistrati. Un teorema vuol dire assemblare spezzoni di realtà depurati dagli elementi, io li chiamo dinamici, farli diventare inerti, spersonalizzati, sistemarli come tessere sullo stesso piano di appoggio per la ricostruzione della realtà. Il ragionamento giudiziario è tutta un’altra cosa”. Ecco perché i colleghi che lo hanno conosciuto alla domanda: “Avrebbe potuto scoprire con chi Cosa nostra aveva interessi convergenti per destabilizzare, per ricattare lo Stato in cambio di nuove leggi, per usufruire di quel vuoto politico?”, rispondono: “Sì”, e aggiungono: “Perché era un magistrato capace,un investigatore puro e libero”. Forse per questo lo hanno lasciato solo finché il cuore non si è fermato.
Le nuove inchieste rivelano convergenze di finalità tra mafia e servizi deviati legati all’eversione nera per destabilizzare l’apparato politico, creando le premesse per un colpo di Stato e impedire l’ascesa del “comunismo ” – non a caso nelle lettere di minacce ai magistrati si legge: ”Fate i paladini della libertà ma voi siete comunisti”.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2010)

Prima o poi ci cacciano – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: Prima o poi ci cacciano – Pino Corrias – Voglio Scendere.

Da Chiasso in poi – una trentina di passi oltre la frontiera, trenta minuti da Milano – e per tutta la vasta Europa accadono cose che neanche ci immaginiamo più.
I cittadini pagano le tasse attraverso moduli semplici, normative efficaci e modalità condivise. Sanno che le tasse sono una parte del patto sociale. Nessuno li aizza con miserabili oscenità tipo: “Mettere le mani nelle tasche dei cittadini”.

La giustizia non è un labirinto, non è privilegio, non è un incubo. I processi si fanno prima che i reati finiscano in prescrizione e che le vittime invecchino. La giustizia è un servizio che regola la convivenza. Nessuno si sogna di dire che è “lotta politica con altri mezzi”.

Le televisioni informano. Cioè raccontano i fatti in modo accurato, cercando di mettere in luce le relazioni tra il prima e il dopo, citando le fonti, i testimoni, rispettando le opinioni. Sono (in misura accettabile) plurali, separate dal potere, spesso del tutto indipendenti. Esercitano in vari gradi e misure, differenti forme di controllo, di critica e qualche volta di svelamento del potere. E’ una informazione regolata dal mercato, incentivata dalla concorrenza, controllata dall’opinione pubblica. Compresa la tv pubblica alla quale nessun politico si sogna di intimare “fedeltà al governo”.

I premier in carica non progettano di bloccare i processi, ostacolare le indagini, cancellare l’informazione. Non troverebbero abbastanza voti in Parlamento, né avvocati per difendersi in giudizio.
I premier in carica non pronunciano lampanti bugie in pubblico e quando lo fanno si dimettono.
I premier in carica non hanno processi in corso. E quando gli accade escono di scena.
I premier in carica non hanno conflitti di interesse. E se scoperti ne traggono le conseguenze.
I premier in carica non si fanno leggi a tutela dei propri interessi, per elementare senso dello Stato e perché lo scandalo li travolgerebbe.
I premier in carica non elogiano i mafiosi, non insultano i magistrati, non maledicono  l’informazione.
I premier in carica non possiedono dieci ville, tre televisioni, una squadra di calcio, compagnie di assicurazioni, banche, case editrici, case di produzione televisiva, case di produzione cinematografica, partecipazioni azionarie in aziende di una dozzina di Paesi, un fratello che traffica in discariche, vende decoder e intanto è accusato di comprare intercettazioni.
I premier in carica non girano con motociclette apripista, tre auto di scorta, furgoni blindati e un esercito di bodyguard come i gangster del Rap o gli oligarchi della Russia mafiosa.
I premier in carica non vanno a puttane. Non frequentano le ragazzine. Non le candidano. Non entrano in discoteca. Non riuniscono i ministri a casa propria, presentandosi in vestaglia.

Antimafia Duemila – Le parole che non vogliono farti sentire

Vi invito a scaricare il libro e chiedere ai vostri amici di fare altrettanto. Diffondete le intercettazioni. Vogliono toglierci la parola occultando i loro segreti.

Affinché le informazioni non passino sulla nostra testa ma attraverso le nostre mani.

Saverio Tommasi

* Le parole che non vogliono farti sentire (versione completa) – 3,9 MB formato PDF

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