Archivi del giorno: 16 giugno 2010

Antimafia Duemila – Nucleare: Cina in maggio fuga radioattiva a Daya Bay

Resta da capire cosa intendano le autorità cinesi per “estremamente piccola”

Fonte: Antimafia Duemila – Nucleare: Cina in maggio fuga radioattiva a Daya Bay.

“Una fuga estremamente piccola” di radioattivita’ si e’ verificata in uno dei due reattori della centrale nucleare di Daya Bay, nel sud della Cina. L’episodio il 23 maggio scorso. L’ammissione arriva dalla China Guangdong Nuclear Power Group, che gestisce l’ impianto, in un comunicato pubblicato oggi dalla stampa cinese. Secondo la compagnia sarebbe aumentato ” leggermente il livello di radioattivita’ nell’impianto di raffreddamento dell’Unita’ 2”senza comunque mettere a rischio la popolazione. I due reattori sarebbero ora regolarmente in fuzione “in piena sicurezza.” L’episodio era gia’ stato denunciato dall’emittente Radio Free Asia che trasmette da Hong Kong e in seguito confermata dal governo dell’ ex-colonia britannica.

Mafia, esplode il caso Spatuzza

Il governo ed il ministero della giustizia sono in chiaro conflitto di interesse in questo caso di Spatuzza che chiamerebbe in causa il primo ministro ed il suo partito. Dovrebbero astenersi dal prendere tali decisioni, invece la decisione presa di non dare la protezione a Spatuzza è una plateale ammissione di colpevolezza

Fonte: Mafia, esplode il caso Spatuzza.

Il procuratore di Caltanissetta si dice disorientato per la negazione del programma di protezione. Granata: “Colto di sorpresa da decisione della commissione”

PALERMO – Promette ancora polemiche la mancata concessione del programma di protezione 1 a Gaspare Spatuzza. Perplessi e disorientati i giudici, preoccupati anche i finiani del Pdl. Parla al Gr1 Rai il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare delle nuove indagini sulla strage di via D’Amelio. “Siamo disorientati, perché è la prima volta che viene negato il programma di protezione dopo che tre procure e la procura nazionale antimafia ne avevano sostenuto fortemente la necessità. Le motivazioni cui si riferisce la commissione erano già state valutate come una specificazione di anticipazioni che Spatuzza aveva fatto nei 180 giorni”.

Sono state le dichiarazioni rese al processo Dell’Utri ad avere dato fastidio? “Credo che sia evidente”, risponde secco Lari, che aggiunge: “Mi voglio augurare che non abbia un significato il fatto che ciò avvenga alla vigilia della sentenza”. “In questi mesi di indagini difficilissime abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte, ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva”, dice ancora il procuratore in una intervista a Repubblica 2. Lari spiega che la decisione “mette in difficoltà” i pm che stanno indagando. “Il collaboratore che ci ha consentito di riscrivere la verità sulla strage Borsellino – afferma – potrebbe anche fare marcia indietro. Spero davvero che non accada”. “Siamo di fronte alla decisione di un organo amministrativo – spiega inoltre il pm – che non incide sui profili di attendibilità del collaboratore. Per noi Spatuzza resta attendibile”.
“Stupore” per la decisione della commissione del Viminale viene espressa anche dal deputato Pdl e vicepresidente della commissione Antimafia, Fabio Granata. “Non è successo molte volte, a mia memoria – sottolinea Granata in una intervista alla Stampa – , con tutte le procure che indagano sulle stragi del ’92  e ’93, cioè Firenze, Palermo e Caltanissetta, e la Superprocura antimafia, che ci fosse tanta collegialità nella richiesta. Non vorrei ora che la polemica si aprisse non tanto su ciò che Spatuzza ha detto ma su ciò che Spatuzza non ha detto”. E ha aggiunto: “Ovviamente la decisione avrà delle motivazioni che la commissione Antimafia chiederà subito, già tra oggi e domani, al ministero dell’Interno. Le leggeremo con attenzione”.

Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 16 Giugno 2010)

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SPATUZZA: ASS.GEORGOFILI, FORSE SI TENTA ZITTIRE PENTITI (strageviadeigeorgofili.org)

Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica

E’ una vergogna, hanno paura della verità, ma la giustizia prevarrà e saranno puniti…

Fonte: Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica.

E’ il sapore amaro della ritorsione quello che per primo colpisce i sensi. E l’interrogativo che rimane sospeso nell’atmosfera cupa che grava su alcuni di quelli che potremmo tranquillamente definire “processi del secolo”. La decisione del Viminale di non ammettere al programma di protezione il pentito Gaspare Spatuzza non ha precedenti storici: è la prima volta, lo ricordano i magistrati, che si nega una simile ammissione in presenza della richiesta di ben tre Procure della Repubblica. Quelle di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Quelle che indagano sugli anni bui delle stragi e sulle responsabilità dei cosiddetti mandanti esterni alla mafia, coperte per quasi due decenni da una spessa coltre di inganni, silenzi e depistaggi.

Le dichiarazioni di Spatuzza, già dal 2008, avevano contribuito a rischiarare alcune zone d’ombra sulle modalità con cui fu compiuta la strage di Via D’Amelio e su questo, conferma oggi Alfredo Mantovano, presidente della commissione sui programmi di protezione, niente da obiettare: “Spatuzza è attendibile” – dice – in quanto “indica alcuni particolari, riscontrati, sulla 126 utilizzata per uccidere Paolo Borsellino”. Ma quando l’attenzione del pentito si è spostata dall’ala militare ai sistemi di collusione con la politica qualcosa è cambiato. Quei verbali depositati al processo contro Marcello Dell’Utri e la deposizione in aula, lo scorso dicembre, quando aveva parlato esplicitamente di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi come terminali di una trattativa con Giuseppe Graviano, hanno scatenato i più violenti attacchi. E la decisione della Commissione del Viminale, giunta pochi giorni prima della sentenza di secondo grado contro il senatore del Pdl a più d’uno ha fatto storcere il naso. Le dichiarazioni, sulla base delle quali il Pg Antonino Gatto ha chiesto un aggravamento della pena per l’imputato, saranno comunque utilizzabili, spiegano le procure. Ma è chiaro che il “giudizio” della commissione ministeriale getta ombre sulla loro genuinità. Trasformandosi inevitabilmente in un assist per il collegio difensivo.

Mantovano si difende: “Dobbiamo impedire le dichiarazioni a rate”, spiega, e la proposta di ammettere al programma di protezione definitivo l’ex boss è stata rifiutata perchè il pentito ha cominciato a fare le sue confessioni ben oltre il limite dei 180 giorni da quando ha espresso la disponibilità a collaborare.
Per i magistrati antimafia non è una buona ragione per negare la protezione: le affermazioni sulla sfera politica, spiegano, potevano essere ricomprese nella dichiarata volontà di riferire nuovi particolari sulle stragi del ’93. Mentre la tesi della tardività, già proposta dall’avvocato Nino Mormino a Torino, era già stata bocciata dalla Corte d’Appello presieduta da Claudio Dall’Acqua che giudica il senatore Dell’Utri.

Nel verbale illustrativo, inoltre, di una trattativa in corso Spatuzza parlerebbe eccome, così come dell’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney, a Roma.
Ed è certo che il 7 luglio del 2008, all’inizio dei sei mesi di collaborazione, aveva dichiarato: Nel 1994 “noi siamo in preparazione per la trasferta all’Olimpico (luogo del fallito attentato che pone fine alla strategia stragista ndr.), poi ci siamo incontrati a Roma con Giuseppe Graviano, poi subito dopo sono stati arrestati (i fratelli Graviano ndr.) e si interrompe tutto”. “Sono convinto che c’è una trattativa direttamente da Giuseppe Graviano, perché nel momento in cui c’è l’arresto dei fratelli Graviano non si parla più di niente”.
In quanto a Marcello Dell’Utri è il 18 dicembre successivo – e quindi ancora entro i sei mesi, visto che il primo interrogatorio del pentito risale al 26 giugno 2008 – che ipotizza contatti del politico con i boss di Brancaccio. “Quindi – dice – io so che c’è una trattativa in corso (…) con qualcuno che ci deve risolvere dei problemi. (…) Io ho letto la questione di Porta Nuova di cui io sono stato incaricato, dopo le stragi di Firenze, di andare a mettere a posto questo quartiere di Porta Nuova. Facendo un discorso così esteso, sono convinto che la persona vicina a Graviano è il Mangano Vittorio, e di conseguenza Marcello Dell’Utri”.
Per Mantovano non è sufficiente: “In quel contesto fa il nome di Dell’Utri come sua deduzione. Non parla di quello che gli disse Graviano su dell’Utri e Berlusconi”.
Ma sul punto l’avvocato Valeria Maffei, legale di Spatuzza, tuona: “Perché non ha parlato subito? Perché aveva paura, è semplicissimo”. Ricalcando quanto dichiarato dallo stesso pentito nel corso di un interrogatorio: “La persona di cui dovevo parlare era appena diventata (ad aprile 2008 ndr.) presidente del Consiglio…”.
E’ lo stesso avvocato a preannunciare il ricorso al Tar contro “una decisione assurda”, sottolinea, “perché il mio cliente si è autoaccusato delle stragi Falcone e Borsellino, delle quali non era nemmeno sospettato, ha raccontato una verità, ampiamente riscontrata, che ha gettato nuova luce e ombre sinistre sulla strage di via D’Amelio e ora gli si contesta di non aver rilasciato prima una dichiarazione che oltretutto è de relato. Un assurdo giuridico che non ha precedenti”.
La decisione del Viminale ruoterebbe quindi attorno ad una sola frase, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si pretende di cancellare un’intera collaborazione e che per questo non può che assumere i connotati di un evidente pretesto politico.

La stessa decisione della Commissione sarà impugnata anche davanti al tribunale amministrativo regionale mentre i magistrati spiegano: “La valutazione sull’attendibilità delle dichiarazioni di Spatuzza resta di competenza delle autorità giudiziarie”. Al Dott. Antonino Di Matteo, Presidente dell’Anm palermitana, si aggiunge il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che ricorda come la Cassazione abbia già ritenuto “che anche le dichiarazioni per così dire ‘tardive’, se rese nel contraddittorio tra le parti, possono essere utilizzabili”.
E a sbilanciarsi, sul “caso Spatuzza”, è persino il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, solitamente poco incline a rilasciare dichiarazioni. “Per chi indaga sulla strage di Via D’Amelio e su altri rilevantissimi fatti di quella stagione stragista – spiega  ad alcuni quotidiani – – può essere un segnale preoccupante”. “In questi mesi di indagini difficilissime – prosegue – abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte, ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva” da quella direzione. Anche se, tiene a precisare, “Per certi versi siamo davanti a una decisione annunciata”.
Sulle motivazioni Lari non prende una posizione netta: “Mi limito a osservare che quello che s’è verificato è un unicum nella storia giudiziaria del contrasto alla mafia, non c’è un solo precedente. Io devo tutelare le mie indagini e posso solo sottolineare che chi ha preso questa decisione s’è assunto una grande responsabilità in relazione al lavoro che stiamo facendo sulla strage di via D’Amelio e ad altri fatti che hanno segnato in maniera drammatica la storia di questo paese”.
Anche il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, aveva definito i contenuti della collaborazione del pentito “di notevole importanza per lo sviluppo di indagini in ordine a fatti gravissimi”. E gli stessi “alla luce dei riscontri effettuati e delle risultanze degli atti – aveva scritto nel parere inviato alla stessa Commissione del Ministero dell’Interno – presentano carattere di intrinseca attendibilità”.
Nelle aule di Giustizia, dunque, la situazione potrebbe rimanere pressoché invariata, ma è chiaro che a Gaspare Spatuzza il messaggio sarà arrivato forte e chiaro.
Ne è convinto Antonio Di Pietro: “La mancata assegnazione del programma di protezione a Spatuzza è un modo per intimidire coloro che riferiscono fatti rilevanti al fine di fare luce su alcune scomode verità”. “Ed è anche un segnale ben chiaro, un altolà rivolto a chi collabora con la giustizia, un modo per dire: ‘state attenti’, la collaborazione non paga. Insomma, Spatuzza, da oggi, è un morto che cammina”.
Sergio Lari è d’accordo, ma su Spatuzza si dichiara ottimista. “Certamente – dice – la decisione incide sui benefici al collaboratore, e può incidere sul nostro lavoro nella misura in cui dovesse influire sull’atteggiamento di Spatuzza. Se a seguito del diniego decidesse di non rispondere più alle domande, soprattutto nei dibattimenti, la sua scelta avrebbe gravi conseguenze. Ma conoscendolo – conclude – e conoscendo la genesi dei suo pentimento, non credo che questo accadrà”.

Monica Centofante (Antimafiaduemila.com, 16 giugno 2010)

«L’omicidio Borsellino per il patto mafia-Stato»

Fonte: «L’omicidio Borsellino per il patto mafia-Stato».

La tesi del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia

MILANO – «Secondo un’ipotesi investigativa sempre più accreditata, Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso in quanto ritenuto un ostacolo alla trattativa che si sarebbe sviluppata fra Stato e mafia durante la stagione stragista, a cominciare dalla strage di Capaci in cui aveva perso la vita Giovanni Falcone con la moglie e i poliziotti della scorta». E che una trattativa ci fu, «è ormai processualmente accertato».
Se una simile affermazione non viene da un’osservatore qualunque, ma dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, acquista inevitabilmente un certo peso. Non fosse perché quello stesso procuratore aggiunto è titolare di una delle indagini ancora aperte sui contatti fra uomini delle istituzioni e Cosa Nostra avvenuti fra il 1992 e il 1993, a cavallo delle stragi. Inoltre, spogliandosi dei panni dell’inquirente e quelli del testimone, amico e «allievo» di Paolo Borsellino che lavorò al suo fianco fino ai giorni precedenti la strage di via D’Amelio, il magistrato aggiunge: «Se ne avesse avuto conoscenza, è certo che Borsellino vi si sarebbe opposto con tutte le sue forze».
Le opinioni di Ingroia sono contenute nell’introduzione che ha voluto firmare al libro del giornalista Maurizio Torrealta intitolato, appunto, La trattativa (Bur-Rizzoli, pagine 651, euro 11), e aprono scenari inquietanti. Veri e propri baratri. Perché le trattative si fanno in due, e se diventano il movente di un omicidio è possibile che quello stesso omicidio abbia almeno due mandanti. Non solo la mafia, dunque, ma anche la controparte.


A sostegno della sua ipotesi, Ingroia cita le sentenze già pronunciate sull’eccidio di via D’Amelio che già evocano contorni che vanno oltre Cosa nostra: «Questo stesso processo – scrivevano i giudici del «Borsellino bis» – è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interesse, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico ma anche sotto quello politico e morale». E a conclusione del processo «Borsellino ter» altri giudici scrissero: «Proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare, anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigio professionale e dalla nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche ».

Dopo, solo dopo queste sentenze che fotografavano una situazione tutt’altro che chiara, sono arrivate le deposizioni dell’ex mafioso pentito Gaspare Spatuzza e del «testimone assistito» Massimo Ciancimino, che hanno fatto aprire nuove indagini. A Palermo, a Caltanissetta, a Firenze, dove si cercano ancora le verità nascoste sulle bombe del 1993. E’ sulle loro testimonianze, oltre che su quelle dell’altro pentito Nino Giuffrè e dell’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che Torrealta ha costruito il suo libro, partendo da quello che (con lo stesso titolo) aveva già pubblicato nel 2002. Sono dichiarazioni che hanno dato vita a inchieste e processi che non si sono conclusi, e dunque mancano le sentenze definitive. Però lo sfondo del nuovo lavoro di pubblici ministeri e giudici è sempre lo stesso, e rafforza l’idea che dietro quel biennio di attentati non ci fosse solo il «delirio di onnipotenza» dei corleonesi di Totò Riina, ma lo chiama Ingroia, ma una convergenza di altri interessi. Qualcosa che a Walter Veltroni, nella prefazione al volume, ricorda ciò che è accaduto più volte nella storia repubblicana: «Ogni volta che l’Italia sceglie di cambiare arriva il colpo, la bomba, la strage. E un grumo scuro, viscido, impenetrabile, blocca ogni mutamento reale, cosicché il Paese resta fermo nella sua acqua stagnate, nella sua democrazia incompiuta ».

Chi ritenesse questi argomenti condizionati da opinioni politiche, potrà notare che coincidono in gran parte con la lettura data anche di recente dal super-procuratore antimafia Pietro Grasso, che non è un leader di partito come Veltroni ma un magistrato che s’è trovato spesso in disaccordo (soprattutto quando lavoravano entrambi a Palermo) con le impostazioni di Ingroia. Ma anche lui, meno di un mese fa, ha ribadito che attraverso la nuova «strategia della tensione» di inizio anni Novanta, «Cosa nostra ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste».

Il libro di Torrealta offre la più completa documentazione giudiziaria alla base di queste ricostruzioni. E gioverà ricordare che dopo aver scritto uno dei suoi romanzi di successo, Nelle mani giuste, il giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo rivelò che la sua guida attraverso i fatti realmente accaduti da lui intrecciati con personaggi di fantasia, fu la prima edizione de La trattativa, ormai introvabile. Ora i lettori hanno la possibilità di tornare a quella fonte, in una nuova, aggiornatissima versione.

Verrà un giorno: De Donno: La trattativa fu gestita da lobby economico-politiche

Se una trattativa vera e propria ci fu, questa la sua ipotesi, essa fu gestita da interessi politico-affaristici, con i quali i ROS non hanno mai avuto a che fare. Anzi, i ROS si trovarono semplicemente in mezzo, “inconsapevolmente”, in un gioco più grande di loro. Come a dire: dopo gli ultimi sviluppi di indagine, tenendo conto anche delle dichiarazioni incrociate di Massimo Ciancimino, dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dell’ex presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante, dell’ex direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, dell’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio Fernanda Contri, fino ad arrivare alle ultime esternazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, sarà difficile continuare a smentire l’esistenza di una trattativa, ma chi di dovere sappia che le responsabilità vanno cercate altrove. Chi ha orecchie per intendere, intenda.


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Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato – Vent’anni di menzogne

Fonte: Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato – Vent’anni di menzogne.

Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato

di Benny Calasanzio

Se L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino era la narrazione di quei 57 giorni che trascorsero dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio visti dagli occhi di Paolo Borsellino, scanditi dagli appunti trovati su un’altra agenda del giudice, L’Agenda Nera della Seconda Repubblica (ed. Chiarelettere) è invece il racconto di quei giorni visti dall’altra sponda del fiume. E’ fondamentalmente il racconto di come si sia riusciti ad insabbiare le indagini sul terzo livello di cosa nostra e si sia consegnata ai familiari del magistrato morto in via D’Amelio una falsa verità.

Per dirla in maniera commestibile anche ai palati più a secco di storie di mafia, ben sei processi e due sentenze della Suprema Corte sull’eccidio Borsellino, Loi, Traina, Li Muli, Cosina e Catalano sono stati fondati su solenni “balle”. Sulle dichiarazioni di un collaborante, Vincenzo Scarantino, che le ha rese, poi trattate, poi confermate, poi ritrattate, poi riconfermate ed infine ritrattate nuovamente a seconda dell’umore e delle pressioni della sua famiglia, da sempre convinta della sua estraneità e che alla luce dei nuovi fatti sembra aver visto giusto sin dal primo momento.

Un pentito che era persino stato riformato dalla leva militare perchè “psicolabile”. Psicolabile dunque ottimo da manovrare, da incastrare con pressioni fisiche e psicologiche, con violenze e torture oltre ogni limite costituzionale; ottimo dunque da costruirci sopra svariati processi. Ma mai nessuno si è chiesto come potesse cosa nostra aver affidato ad un tale elemento la preparazione fisica della strage? Evidentemente nessuno doveva fare e farsi domande.

Ma chi c’è dietro il più grande depistaggio della storia italiana che ora, venuto alla luce, sta gettando nel panico politici, magistrati ed investigatori? C’era, secondo i magistrati, innanzi tutto il gruppo investigativo Falcone Borsellino, guidato da Arnaldo La Barbera, che prima era stato estromesso dalle indagini e poi richiamato assieme al suo gruppo dopo le pressioni dei magistrati. Un gruppo in cui c’era anche Gioacchino Genchi, oggi consulente dell’autorità giudiziaria, che quando intuisce che a gestire le indagini non è più La Barbera, ma c’è qualcuno che lo sta manovrando e sta deviando le investigazioni lontano dalla più ovvia logica, dopo una sfuriata lunga una notte sbatte la porta e se ne va, mentre La Barbera gli confida in lacrime che chiudendo in fretta quell’indagine lo avrebbero promosso.

E oggi Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara, Salvatore La Barbera, della Criminalpol e Mario Bo, dirigente della polizia in Friuli, vecchi pezzi di quel gruppo, sono formalmente indagati per quei depistaggi e per quelle manovre oscure; La Barbera, indagato invece non lo è, ma solo perchè è morto nel 2002. Depistaggio per ragion di Stato, per rassicurare l’opinione pubblica e gli organi di uno Stato che è stato sull’orlo di un golpe, o per disegno eversivo spinto dai servizi segreti, di cui, e qui il vero scoop dei segugi de L’Ora, La Barbera era a libro paga, per portare a termine la trattativa con cosa nostra, di cui ha ampiamente parlato Massimo Ciancimino? Questo si chiedono gli autori Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza, oggi al Fatto Quotidiano; un interrogativo che i magistrati della procura nissena stanno cercando di risolvere.

Quello che rimane oggi sono alcuni ricordi, alcuni ritagli di quotidiani ormai sbiaditi, i classici profeti in patria mai ascoltati, come il magistrato Alfonso Sabella e Gioacchino Genchi, che per primi diffidano di quel balordo della Guadagna che al massimo era buono per spacciare droga di pessima qualità, e per primi compromettono le loro carriere mettendosi di traverso ad una manovra enorme e raffinatissima, che portava nel ventre infetto patti scellerati, leggi salvamafiosi e abbracci mortali tra politica e cosa nostra.

Un depistaggio a cui purtroppo hanno abboccato senza esitare i pm dei vari processi, quei dibattimenti che oggi, di fronte alla collaborazione di Gaspare Spatuzza che ha definitivamente affossato le balle di Scarantino, sono a rischio revisione. In parallelo al depistaggio, sulle pagine dell’Agenda Nera, sono scandite le tappe che hanno portato alla nascita di Forza Italia, vecchio partito del premier Silvio Berlusconi; i boss che guardano con speranza al magnate dei media, le mediazioni di Dell’Utri, la promessa che in dieci anni il Governo avrebbe fatto tutto il possibile per alleviare i problemi dei boss. E una certezza, ormai ribadita in più decreti di archiviazione, che quell’ipotesi dei mandanti a volto coperto delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, non è mai stata cancellata, ma anzi alcuni elementi hanno accresciuto il quadro iniziale, insufficiente però ad istruire un processo.

E nel frattempo Totò Riina, ampiamente scaduti quei dieci anni di mora, torna sibillino a farsi sentire: Borsellino l’avete ammazzato voi, lo Stato. Mai come in questo caso il nero è stato il colore del male.

Benny Calasanzio (MicroMega on line, 16 giugno 2010)

Vent’anni di menzogne


di Salvatore Borsellino

Ho cominciato a sfogliare con particolare emozione le pagine di questo nuovo libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza perché fu proprio sul precedente libro degli stessi autori L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino che, dopo sette anni di silenzio, seguiti ai primi cinque anni dopo la morte di Paolo, cominciai a cercare gli elementi che potessero darmi le prove del mio convincimento.

Il convincimento, cioè, che la sentenza di morte di Paolo Borsellino fosse stata emessa da quei pezzi deviati dello Stato e del sistema di potere che, dopo la strage di Capaci, avevano deciso di portare avanti quella scellerata trattativa che doveva servire a stabilire per il nostro paese un nuovo piano di equilibrio al prezzo, ancora una volta, di una “strage di Stato”.

Ancora una volta, e con i nuovi elementi emersi in questo ultimo scorcio dei quasi diciotto anni che ci separano dalla strage Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza analizzano lucidamente i 57 giorni che separano la strage di Via D’Amelio dalla strage di Capaci; analizzano tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi anni; analizzano i depistaggi che ci hanno propinato un falso e assolutamente improbabile pentito come Scarantino perché non si arrivasse alla famiglia dei Graviano.
Perché non si arrivasse ai personaggi che con questi, attraverso Marcello Dell’Utri, erano in contatto.
Possono farlo grazie ai nuovi elementi messi in luce da quei magistrati coraggiosi che stanno facendo di tutto per togliere lo spesso velo che finora ha coperto i veri mandanti di quella strage ed i depistaggi che ne hanno coperto le responsabilità.

Mentre scrivo questa breve nota mi arriva la notizia che al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, una delle fonti principali tramite le quali si è finalmente potuto arrivare a queste inconfessabili verità, è stato escluso dal programma di protezione.
Per questa assurda decisione è stato utilizzato il limite dei “180 giorni” inserito nello stravolgimento della legge sui collaboratori di Giustizia fatta approvare da questo governo per pagare una delle tante cambiali contratte durante la trattativa.
Per pagare un’altra cambiale stanno per approvare una legge sulle intercettazioni che toglierà ai magistrati ed alle forze dell’ordine uno dei mezzi fondamentali per arrivare alla verità.
Per impedirci di sapere stanno per approvare una legge che impedirà ai mezzi di informazione di pubblicare le notizie sulle indagini e sugli stessi nomi dei magistrati.
Perché la verità non deve essere conosciuta, a tutti i costi.
Non per nulla il capo del Governo ha definito le stragi di Capaci e di Via D’Amelio “vecchie storie” per investigare sulle quali non vale la pena di spendere i soldi degli italiani.
Ma sono “vecchie storie” il cui sangue non si è ancora asciugato sul selciato di Capaci, di Via D’Amelio, di Via Palestro e di Via dei Georgofili, e non si asciugherà fino a quando non verrà fatta Giustizia.

Salvatore Borsellino (
MicroMega on line, 16 giugno 2010)

Questo è il bavaglio: vi piace?

Il testo della legge articolo per articolo, spiegato e commentato da un giurista. Per capire cosa ci aspetta.

Il cosiddetto disegno di legge sulla intercettazioni o, meglio, anti-intercettazioni posto che l’obiettivo dichiarato è quello di circoscrivere quanto più possibile l’utilizzo di tale strumento investigativo e la pubblicazione dei contenuti acquisiti attraverso le intercettazioni consiste, in buona sostanza, in una serie di modifiche agli attuali codici penale e di procedura penale, cui vanno ad aggiungersi talune nuove previsioni che hanno lo scopo di sanzionare i comportamenti contrari al nuovo regime di utilizzabilità e di pubblicità delle intercettazioni medesime da parte dei capi dei uffici giudiziari, dei magistrati, dei giornalisti e degli editori. A prescindere da qualsivoglia considerazione circa l’opportunità e necessità degli interventi normativi di recente approvati dal Senato, appare importante sottolineare che l’analisi complessiva delle disposizioni contenute nel disegno di legge non consente di condividere l’idea secondo la quale lo scopo perseguito attraverso lo stesso sarebbe effettivamente rappresentato dall’esigenza di garantire maggiore privacy ai cittadini.

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