Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica

E’ una vergogna, hanno paura della verità, ma la giustizia prevarrà e saranno puniti…

Fonte: Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica.

E’ il sapore amaro della ritorsione quello che per primo colpisce i sensi. E l’interrogativo che rimane sospeso nell’atmosfera cupa che grava su alcuni di quelli che potremmo tranquillamente definire “processi del secolo”. La decisione del Viminale di non ammettere al programma di protezione il pentito Gaspare Spatuzza non ha precedenti storici: è la prima volta, lo ricordano i magistrati, che si nega una simile ammissione in presenza della richiesta di ben tre Procure della Repubblica. Quelle di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Quelle che indagano sugli anni bui delle stragi e sulle responsabilità dei cosiddetti mandanti esterni alla mafia, coperte per quasi due decenni da una spessa coltre di inganni, silenzi e depistaggi.

Le dichiarazioni di Spatuzza, già dal 2008, avevano contribuito a rischiarare alcune zone d’ombra sulle modalità con cui fu compiuta la strage di Via D’Amelio e su questo, conferma oggi Alfredo Mantovano, presidente della commissione sui programmi di protezione, niente da obiettare: “Spatuzza è attendibile” – dice – in quanto “indica alcuni particolari, riscontrati, sulla 126 utilizzata per uccidere Paolo Borsellino”. Ma quando l’attenzione del pentito si è spostata dall’ala militare ai sistemi di collusione con la politica qualcosa è cambiato. Quei verbali depositati al processo contro Marcello Dell’Utri e la deposizione in aula, lo scorso dicembre, quando aveva parlato esplicitamente di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi come terminali di una trattativa con Giuseppe Graviano, hanno scatenato i più violenti attacchi. E la decisione della Commissione del Viminale, giunta pochi giorni prima della sentenza di secondo grado contro il senatore del Pdl a più d’uno ha fatto storcere il naso. Le dichiarazioni, sulla base delle quali il Pg Antonino Gatto ha chiesto un aggravamento della pena per l’imputato, saranno comunque utilizzabili, spiegano le procure. Ma è chiaro che il “giudizio” della commissione ministeriale getta ombre sulla loro genuinità. Trasformandosi inevitabilmente in un assist per il collegio difensivo.

Mantovano si difende: “Dobbiamo impedire le dichiarazioni a rate”, spiega, e la proposta di ammettere al programma di protezione definitivo l’ex boss è stata rifiutata perchè il pentito ha cominciato a fare le sue confessioni ben oltre il limite dei 180 giorni da quando ha espresso la disponibilità a collaborare.
Per i magistrati antimafia non è una buona ragione per negare la protezione: le affermazioni sulla sfera politica, spiegano, potevano essere ricomprese nella dichiarata volontà di riferire nuovi particolari sulle stragi del ’93. Mentre la tesi della tardività, già proposta dall’avvocato Nino Mormino a Torino, era già stata bocciata dalla Corte d’Appello presieduta da Claudio Dall’Acqua che giudica il senatore Dell’Utri.

Nel verbale illustrativo, inoltre, di una trattativa in corso Spatuzza parlerebbe eccome, così come dell’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney, a Roma.
Ed è certo che il 7 luglio del 2008, all’inizio dei sei mesi di collaborazione, aveva dichiarato: Nel 1994 “noi siamo in preparazione per la trasferta all’Olimpico (luogo del fallito attentato che pone fine alla strategia stragista ndr.), poi ci siamo incontrati a Roma con Giuseppe Graviano, poi subito dopo sono stati arrestati (i fratelli Graviano ndr.) e si interrompe tutto”. “Sono convinto che c’è una trattativa direttamente da Giuseppe Graviano, perché nel momento in cui c’è l’arresto dei fratelli Graviano non si parla più di niente”.
In quanto a Marcello Dell’Utri è il 18 dicembre successivo – e quindi ancora entro i sei mesi, visto che il primo interrogatorio del pentito risale al 26 giugno 2008 – che ipotizza contatti del politico con i boss di Brancaccio. “Quindi – dice – io so che c’è una trattativa in corso (…) con qualcuno che ci deve risolvere dei problemi. (…) Io ho letto la questione di Porta Nuova di cui io sono stato incaricato, dopo le stragi di Firenze, di andare a mettere a posto questo quartiere di Porta Nuova. Facendo un discorso così esteso, sono convinto che la persona vicina a Graviano è il Mangano Vittorio, e di conseguenza Marcello Dell’Utri”.
Per Mantovano non è sufficiente: “In quel contesto fa il nome di Dell’Utri come sua deduzione. Non parla di quello che gli disse Graviano su dell’Utri e Berlusconi”.
Ma sul punto l’avvocato Valeria Maffei, legale di Spatuzza, tuona: “Perché non ha parlato subito? Perché aveva paura, è semplicissimo”. Ricalcando quanto dichiarato dallo stesso pentito nel corso di un interrogatorio: “La persona di cui dovevo parlare era appena diventata (ad aprile 2008 ndr.) presidente del Consiglio…”.
E’ lo stesso avvocato a preannunciare il ricorso al Tar contro “una decisione assurda”, sottolinea, “perché il mio cliente si è autoaccusato delle stragi Falcone e Borsellino, delle quali non era nemmeno sospettato, ha raccontato una verità, ampiamente riscontrata, che ha gettato nuova luce e ombre sinistre sulla strage di via D’Amelio e ora gli si contesta di non aver rilasciato prima una dichiarazione che oltretutto è de relato. Un assurdo giuridico che non ha precedenti”.
La decisione del Viminale ruoterebbe quindi attorno ad una sola frase, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si pretende di cancellare un’intera collaborazione e che per questo non può che assumere i connotati di un evidente pretesto politico.

La stessa decisione della Commissione sarà impugnata anche davanti al tribunale amministrativo regionale mentre i magistrati spiegano: “La valutazione sull’attendibilità delle dichiarazioni di Spatuzza resta di competenza delle autorità giudiziarie”. Al Dott. Antonino Di Matteo, Presidente dell’Anm palermitana, si aggiunge il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che ricorda come la Cassazione abbia già ritenuto “che anche le dichiarazioni per così dire ‘tardive’, se rese nel contraddittorio tra le parti, possono essere utilizzabili”.
E a sbilanciarsi, sul “caso Spatuzza”, è persino il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, solitamente poco incline a rilasciare dichiarazioni. “Per chi indaga sulla strage di Via D’Amelio e su altri rilevantissimi fatti di quella stagione stragista – spiega  ad alcuni quotidiani – – può essere un segnale preoccupante”. “In questi mesi di indagini difficilissime – prosegue – abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte, ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva” da quella direzione. Anche se, tiene a precisare, “Per certi versi siamo davanti a una decisione annunciata”.
Sulle motivazioni Lari non prende una posizione netta: “Mi limito a osservare che quello che s’è verificato è un unicum nella storia giudiziaria del contrasto alla mafia, non c’è un solo precedente. Io devo tutelare le mie indagini e posso solo sottolineare che chi ha preso questa decisione s’è assunto una grande responsabilità in relazione al lavoro che stiamo facendo sulla strage di via D’Amelio e ad altri fatti che hanno segnato in maniera drammatica la storia di questo paese”.
Anche il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, aveva definito i contenuti della collaborazione del pentito “di notevole importanza per lo sviluppo di indagini in ordine a fatti gravissimi”. E gli stessi “alla luce dei riscontri effettuati e delle risultanze degli atti – aveva scritto nel parere inviato alla stessa Commissione del Ministero dell’Interno – presentano carattere di intrinseca attendibilità”.
Nelle aule di Giustizia, dunque, la situazione potrebbe rimanere pressoché invariata, ma è chiaro che a Gaspare Spatuzza il messaggio sarà arrivato forte e chiaro.
Ne è convinto Antonio Di Pietro: “La mancata assegnazione del programma di protezione a Spatuzza è un modo per intimidire coloro che riferiscono fatti rilevanti al fine di fare luce su alcune scomode verità”. “Ed è anche un segnale ben chiaro, un altolà rivolto a chi collabora con la giustizia, un modo per dire: ‘state attenti’, la collaborazione non paga. Insomma, Spatuzza, da oggi, è un morto che cammina”.
Sergio Lari è d’accordo, ma su Spatuzza si dichiara ottimista. “Certamente – dice – la decisione incide sui benefici al collaboratore, e può incidere sul nostro lavoro nella misura in cui dovesse influire sull’atteggiamento di Spatuzza. Se a seguito del diniego decidesse di non rispondere più alle domande, soprattutto nei dibattimenti, la sua scelta avrebbe gravi conseguenze. Ma conoscendolo – conclude – e conoscendo la genesi dei suo pentimento, non credo che questo accadrà”.

Monica Centofante (Antimafiaduemila.com, 16 giugno 2010)

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