Archivi del giorno: 23 luglio 2010

Soldi alla guerra e alla propaganda Rai

Fonte: Soldi alla guerra e alla propaganda Rai.

La Camera ha approvato mercoledì mattina, con il solo voto contrario dell’Italia dei Valori e l’astensione dei Radicali, la conversione in legge del decreto governativo di rifinanziamento semestrale delle missioni militari italiane all’estero, tra cui la missione di guerra in Afghanistan. Il decreto n. 102 del 6 luglio 2010 – come si legge sul sito internet della Camera – ”autorizza, per quanto riguarda la missione Isaf in Afghanistan, la presenza complessiva di oltre 3.900 militari, attuando la seconda fase della decisione annunciata nel Consiglio dei ministri del 3 dicembre 2009, che prevedeva l’aumento di 1.000 unità del contingente impegnato nella missione nel corso dell’anno 2010, con gradualità e con una maggiore incidenza nella seconda metà dell’anno”.

”Tale decisione – continua il bollettino web della Camera – si collega alla revisione della strategia in Afghanistan annunciata dal presidente degli Stati Uniti Obama il 1° dicembre scorso e alle conseguenti decisioni concordate in sede Nato”. Una candida ammissione di… ‘sovranità limitata’: governo e parlamento italiano si conformano alle decisioni della Casa Bianca.

L’invio di mille soldati in più e di mezzi da combattimento più ‘pesanti’ (17 carri armati su ruota ‘Freccia’) produce un inevitabile aumento dei costi della missione: i prossimi sei mesi di guerra in Afghanistan (agosto-dicembre) ci costeranno oltre 393 milioni di euro, vale a dire più di 65 milioni al mese. Un netto incremento rispetto ai 308 milioni (51 al mese) del primo semestre 2010.

La cifra è così suddivisa: 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente Isaf schierato in Afghanistan, 12 milioni per il personale militare della missione che opera nelle basi americane negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Florida (Usa), 10 milioni per le operazioni in loco del Sismi, 1,7 milioni per il personale della Guardia di Finanza (Isaf , Eupol e Jmous), 2.7 milioni per le operazioni militari a favore della popolazione locale (aiuti in cambio di intelligence), 1,8 milioni per il sostegno alle forze armate afgane e, duclis in fundo, mezzo milione alla Rai per ”azioni di comunicazione nell’ambito delle NATO Strategic Communications” (propaganda di guerra).

Fuori dalle spese militari e paramilitari, troviamo lo striminzito finanziamento alle iniziative di cooperazione: 18,7 milioni di euro, che serviranno a pagare progetti di ricostruzione e di assistenza umanitaria sia in Afghanistan che in Pakistan (dov’è prevista una ”missione di stabilizzazione economica, sociale e umanitaria”), e anche a organizzare una conferenza regionale della società civile per l’Afghanistan, in collaborazione con la rete di organizzazioni non governative ‘Afghana.org’ (associazione promossa da Arci, Lunaria e Lettera22).

peacereporter

Stragi, Servizi e trattativa: ‘Il signor Franco è un console’

Fonte: Stragi, Servizi e trattativa: ‘Il signor Franco è un console’.

Gli accertamenti della Procura di Palermo su un diplomatico israeliano

Un cittadino israeliano che è stato per anni il nostro console onorario in Israele. Si chiama Moshe Gross e, secondo una pista seguita dagli investigatori palermitani sulla base delle indicazioni di Massimo Ciancimino, potrebbe essere lui l’ormai celebre signor Franco-Carlo evocato in tanti verbali come cerniera della trattativa Stato mafia. Nel lungo racconto costellato di pizzini e lettere, Massimo Ciancimino un mese fa, ha inserito questo nome straniero: FC Gross.

Ciancimino jr
Il cognome, preceduto dalle iniziali di Franco Carlo, compare in un foglio contenente 12 personaggi importanti del mondo investigativo e politico come il deceduto questore Arnaldo La Barbera; l’ex numero tre del servizio segreto Bruno Contrada, il generale dei carabinieri Delfino; il funzionario dei servizi segreti Lorenzo Narracci e altri funzionari che sono stati a vario titolo sospettati di avere svolto un ruolo oscuro nelle indagini degli ultimi decenni. L’elenco è contenuto in una lettera che Massimo Ciancimino sostiene sia stata scritta e spedita dal padre a sé stesso nei primi anni novanta per darle data certa. La lettera è soggetta a verifica da parte della Polizia scientifica. Accanto al nome di Gross c’è una freccia verso “De Gennaro” che, alla luce degli altri nomi di investigatori, potrebbe essere il capo del Dis, già numero uno della Polizia. Un nome che sembra avere poco a che fare con gli altri presenti nell’elenco. I primi in lista sono Franco Restivo e Attilio Ruffini, i due ex ministri Dc che – secondo Massimo Ciancimino avrebbero tenuto rapporti con don Vito. In particolare sarebbe stato proprio Restivo a presentare il signor Franco-Carlo al mafioso. L’uomo misterioso avrebbe fatto da ponte tra mafia, servizi segreti (non solo italiani) e politici della Dc andando più volte a casa dell’ex sindaco di Palermo. Non solo: il signor Franco avrebbe partecipato alla trattativa, portando fisicamente il papello con le richieste di Riina a Palermo e consigliando Vito Ciancimino durante gli incontri con il colonnello Mario Mori del Ros dei Carabinieri.
Proprio il ruolo delicatissimo del signor “Franco Gross” sembra stridere con la nazionalità israeliana di mister Moshe Gross. Eppure gli investigatori, sulla base delle indicazioni di Ciancimino jr che sostiene di averlo visto uscire dall’ambasciata americana presso la Santa sede, ritengono non del tutto infondata la pista israeliana. Nei giorni scorsi la Procura di Palermo ha disposto accertamenti presso il ministero degli esteri per comprendere meglio la figura di Moshe Gross.

La Farnesina
Ebreo di origine rumena, ha vissuto per venti anni a Milano commerciando in diamanti insieme alla moglie. Oggi ha 84 anni e vive in una bella strada del centro della capitale israeliana in un palazzo di otto piani presidiato da un guardiano in una delle zone di pregio della città, a due passi da piazza Rabin e dal museo di Tel Aviv. Dal 1994 al 1996 è stato console onorario ad Haifa e gli è succeduto il figlio, Carlo Gross, tuttora in carica. Nella cittadina di Nahariya, vicino al confine con il Libano, colpita duramente nella recente guerra con gli Hezbollah, i Gross possedevano un albergo da tre generazioni: l’hotel Carlton, venduto nel 2005 a un businessman newyorkese. Abbaglio o giallo internazionale? Gli investigatori si rigirano tra le mani i dati di mister Gross nervosamente e non sanno sciogliere il dubbio.
Se Moshe Gross fosse davvero il signor Franco, la storia della trattativa tra Stato e mafia del 1992, e anche i rapporti tra i boss e la Dc nella prima repubblica, andrebbero riscritti in una chiave atlantica. Massimo Ciancimino nel libro “Don Vito”, scritto insieme a Francesco La Licata per Feltrinelli scrive che per la sua famiglia: “la svolta sarebbe arrivata con lo sbarco degli americani, quando a mio nonno fu offerto il ruolo di interprete del comando alleato. Solo interprete?”. Ciancimino junior ricorda nel libro gli appunti del padre su Gladio, l’organizzazione segreta che doveva intervenire in caso di presa del potere da parte delle sinistre e la lega al ruolo del mitico signor Franco. La Procura di Palermo si muove con cautela ma analizza la biografia di Moshe Gross con molta attenzione. Nato in Romania a Medias, in Transilvania nel 1926, con l’occupazione russa emigra in Israele nel 1947, passando per Cipro. Combatte per il suo paese e nel 1955 incontra una turista belga, di famiglia polacca che commercia in diamanti. Si sposano e vanno a tentar fortuna in Italia. Nel 1960 nasce Carlo e intanto il padre di Moshe compra il Carlton di Nahariya. “Dal 1978, quando muore il nonno”, spiega Carlo Gross, “mio padre si sgancia dall’Italia e si occupa dell’albergo”.

“Non è lui”
Nel 1982 però Moshe Gross compra un appartamento al 48 di via Beatrice D’Este a Milano. Lo vende solo nel 2008. “In trenta anni non l’ho mai visto”, racconta l’avvocato Gianluca Conci, che abita al sesto piano, “c’era solo una donna che si occupava della manutenzione”. Quando si chiede a Carlo Gross se papà Moshe è davvero l’uomo della trattativa Stato-mafia, lui risponde sorpreso: “Chi è Ciancimino?”. Il console non sa nemmeno chi è Michele Santoro Mario Mori e sembra convincente quando dice: “ho vissuto in Italia fino all’età di 14 anni e non leggo i giornali italiani, non sono mai stato in Sicilia. Mio padre non c’entra niente con la mafia e non ho mai visto un politico o un poliziotto a casa nostra. A Milano faceva il commerciante di diamanti e in Israele l’albergatore non ha niente a che fare con i servizi segreti”. Inutile chiedere di parlare direttamente con Moshe Gross: “ha subito un’operazione al cuore. La mia famiglia sta vivendo un momento difficile. A 84 anni non penso sia il caso di porgli domande simili”. Una richiesta che rispettiamo.

Marco Lillo (il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2010)

Mandanti occulti, i pm di Firenze verso la svolta

Il Possibile coinvolgimento di big della politica. E Dell’Utri si affida all’avvocato Coppi

La Procura di Firenze apre un’inchiesta sulla fuga di notizie relative alle indagini sulle stragi e si intensificano le voci su possibili sviluppi dell’inchiesta sui mandanti occulti della stagione eversiva del ’93. Ad allarmare i pm i contenuti di un articolo nel quale si riferiva di accertamenti sulla contemporanea presenza a Roma, nei giorni precedenti il fallito attentato allo stadio Olimpico del gennaio 1994, di Marcello Dell’Utri e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, che in quel periodo erano latitanti (furono arrestati pochi giorni dopo, il 27 gennaio, a Milano) e circolavano con documenti intestati ai prestanome Salvatore Spataro e Filippo Mango. Così, mentre i riflettori della cronaca sono accesi sulle stragi del ’92 con le audizioni appena concluse in Antimafia dei pm di Palermo e Caltanissetta (che smentiscono fantasiose ricostruzioni su una doppia autobomba piazzata anche in via Cilea, l’abitazione di Borsellino) i magistrati di Firenze avrebbero già compiuto numerosi passi avanti nella ricostruzione della dinamica e del contesto delle stragi di Roma, Milano e Firenze del ’93.

La variante Spatuzza
Grazie alle dichiarazioni di Spatuzza, il pentito che divide i magistrati delle tre procure, che credono alle sue parole e la commissione centrale costituita presso il ministero dell’Interno, che gli ha negato l’ammissione al programma di protezione. Le indagini sono rigorosamente top secret e nulla trapela dai corridoi del Palazzo di Giustizia di Firenze su un’inchiesta che più blindata di com’è non potrebbe essere, ma i sussurri che filtrano dagli addetti ai lavori lasciano intendere sviluppi significativi, quantomeno nella ricostruzione di una verità storica sul versante dei mandanti occulti oltre il recente coinvolgimento del boss Francesco Tagliavia, colpito da provvedimento cautelare per la strage dopo le dichiarazioni di Spatuzza. Che ha chiamato in causa, come mandanti, Berlusconi e Dell’Utri. E i pm fiorentini sono partiti proprio dalle acquisizioni della vecchia inchiesta sulle stragi condotta, tra gli altri, dal pm Gabriele Chelazzi, che accertò i rapporti, durante la stagione stragista, tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss “la cui durata e la cui natura non ha mai cessato di dimensionarsi – hanno scritto i magistrati – almeno in parte, sulle esigenze di Cosa Nostra’’.

Il colore dei soldi
Sullo sfondo, affiora, come in dissolvenza, il movente politico della trattativa che vede scettici i familiari delle vittime di via dei Georgofili: un “movente non certo politico di scontro fra rosso e nero – sostiene Giovanna Maggiani Chelli, vicepresidente dell’associazione – ma molto affaristico e i soldi come si sa colore non ne hanno”. I sussurri provenienti da Firenze alimentano, forse, le preoccupazioni del senatore Dell’Utri, che dopo avere incassato una condanna a sette anni (ma solo fino al ’92) per concorso esterno in associazione mafiosa, e la sospensione del processo per calunnia nei confronti del pentiti per “legittimo sospetto’’ (sull’istanza deciderà la Cassazione) ha scelto di cambiare avvocato affidandosi a Franco Coppi. Già difensore di Francesco Cossiga, dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, ma soprattutto di Andreotti, anch’egli, come Dell’Utri, giudicato in rapporti con la mafia “a tempo”, nel suo caso fino al 1980.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2010)

Borsellino: se la morte non basta

Fonte: Borsellino: se la morte non basta.

Paolo Borsellino allora come oggi fa da spartiacque. Il suo rigore, la sua dirittura morale, il suo intransigente senso dello Stato erano totalmente incompatibili con il progetto Italia che andava dispiegandosi nel biennio ’92 e ’93. Per questo è stato eliminato e per questo la strage di Via D’Amelio è diventata tassello fondamentale di quel golpe, come ormai lo definiscono anche i magistrati, che ha destabilizzato il Paese per stabilizzare un nuovo equilibrio politico, economico e sociale, mafia ovviamente inclusa in fedele linea di continuità con la storia repubblicana.
Per coloro che, d’accordo con Cosa Nostra, hanno pensato di sbarazzarsi di lui e di Falcone, ingombranti incarnazioni dello Stato possibile, pessimo e pericoloso esempio per l’idealità della gente onesta, questo ultimo anniversario di Via D’Amelio non deve essere stato granché piacevole.

Borsellino, incurante del tritolo che ha fatto a pezzi il suo corpo, si è ripresentato con tutto il suo fastidioso bagaglio di valori immortali. Non solo nei volti e nelle parole di suo fratello, di sua sorella e dei tanti giovani che a lui si ispirano e ai magistrati che seguono fedelmente le sue orme, ma ancora e sempre come un ostacolo. Questa volta messo di traverso ai piani di svuotamento di alcuni dei punti cardine della Costituzione: indipendenza della magistratura, libertà di informazione e legge uguale per tutti.

Il suo testimone questa volta è stato preso, non come ci si aspetterebbe dal partito che dovrebbe fare opposizione in questo Paese, non sia mai, ma da quella parte di maggioranza che proprio in nome di Borsellino ha deciso di puntare i piedi.
Ecco quindi Fabio Granata, esponente del Pdl, o meglio dell’ormai più che definita corrente finiana, con una storia di impegno in materia di legalità, che, finalmente, può alzare la voce e affermare: “Ci sono pezzi dello Stato, del Governo e della politica che fanno di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura”.
Un’accusa forte e chiara che ha suscitato le ovvie reazioni di certi suoi compagni di partito, tipo La Russa, Gasparri e Cicchitto, che di Borsellino non dovrebbero azzardarsi nemmeno a pronunciare il nome, ai quali non ha esitato a rispondere a tono: “Sulle mafie l’azione del governo è stata molto efficace e coerente sul piano repressivo. Sul piano legislativo, grazie al Parlamento e alla spinta di alcuni di noi, altrettanto efficace su Agenzia nazionale beni confiscati (approvata da un odg mio e di Angela Napoli). Sulle intercettazioni l’azione legislativa sta diventando accettabile attraverso la nostra spinta determinante, mentre sul rapporto con le Procure titolari di inchieste sulle stragi è piena di contraddizioni e di molti atteggiamenti pregiudizialmente ostili. Su Spatuzza le decisioni sono state gravi e da rivedere con senso di responsabilità”.

L’affaire Spatuzza, dopo il goffo tentativo dei Berluscones tramite i canali televisivi di regime, in testa TG1, di far passare la condanna di Dell’Utri a sette anni come un’assoluzione, è diventato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il non aver concesso il programma di protezione al collaboratore che ha permesso di rivedere una parte della ricostruzione della fase preparatoria della strage Borsellino, aprendo ad inquietanti scenari di depistaggio di Stato, è stato un eclatante boomerang della maggioranza. Ha dimostrato senza più alcun dubbio che quella verità non la vogliono sapere, anzi che la vogliono proprio nascondere.
E su questo i finiani stanno facendo leva, mandando su tutte le furie il sottosegretario Mantovano che, con una reazione scomposta, si è addirittura rivolto al Csm per punire Lari, il capo della procura di Caltanissetta, magistrato di noto riserbo e rigore, perché ha osato esprimere perplessità su quella pretestuosa decisione che non ha nessun precedente nella storia.
In sua difesa è intervenuto proprio Granata: “Che sulle stragi – aggiunge – ci sia il coinvolgimento pieno di pezzi dello Stato e che la decisione di non concedere il regime di protezione a Spatuzza siano elementi conclamati di difficoltà nell’accertamento di verità e giustizia è una verità oggettiva. Le mie, quindi,- replica ai suoi franchi tiratori – sono state parole non solo ampiamente ‘entro le righe’, ma doverose e comunque coerenti con la cultura politica che ha caratterizzato la mia militanza nella destra italiana”.

Non è l’unico soggetto distonico, Granata, rispetto alle mire dei berlusconiani sempre più invischiati nei soliti intramontabili intrecci tra massonerie e malaffare. Ci si è messo pure Pisanu, il presidente della commissione antimafia, con un passato certo meno coerente di Granata, ma a quanto pare, determinato nel suo ruolo, al punto da indurre all’ottimismo uno dei grandi nemici additati del regime: il magistrato Antonio Ingroia. “Dopo anni di afasia della politica – ha dichiarato il procuratore – qualcosa sta cambiando. La visita della Commissione Antimafia a Palermo, le domande rivolte in audizione, il contenuto della relazione del presidente Pisanu, la sensibilità dimostrata dal presidente Fini, che ha sottolineato che Mangano non è un eroe, sono segnali positivi”. Per il procuratore, le indagini della procura di Caltanissetta “stanno consentendo di rilevare scenari agghiaccianti che, purtroppo, danno ragione a chi come me, già nell’estate del ’92, ebbe la certezza che quella di Via D’Amelio non era strage di sola mafia”. “Depistaggi di tipo istituzionale – conclude Ingroia – sarebbero incomprensibili se destinati a coprire uomini di mafia. Possono avere senso solo se destinati a coprire responsabilità di pezzi dello Stato”.

Eccolo qui allora Paolo Borsellino in molte carni e in molte ossa, questa volta quale grimaldello in mano ai dissidenti che, almeno per dignità, non ci stanno a passare alla storia come complici del peggiore tentativo di sfascio della democrazia che si ricordi.
Chiaramente se questo governo dovesse crollare a colpi di legalità davvero sarebbe un inedito per questo Paese, anche se ciò non è sufficiente garanzia di tranquillità per ciò che potrebbe riservarci il futuro. Comunque, un passo alla volta. Per adesso ci basta sapere che per mettere in crisi un Governo pieno di corrotti, intrallazzatori e amici dei mafiosi ci sono ancora e sempre Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.


Anna Petrozzi (
Antimafiaduemila, 23 luglio 2010)

Mafia, depistaggi e vittime dimenticate: il caso Alfano

Fonte: Mafia, depistaggi e vittime dimenticate: il caso Alfano.

Chiesta l’archiviazione dell’inchiesta sui mandanti occulti dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ucciso l’8 gennaio del 1993 a Barcellona P.G. (ME). A darne notizia è la figlia Sonia, europarlamentare dell’Idv e presidente associazione nazionale familiari vittime della mafia. Che ci racconta l’incredibile storia di questo omicidio apparentemente “piccolo”: fra latitanti, miliardi, logge massoniche e false piste.

“Mio padre era un insegnante di scuola media con l’hobby del giornalismo; ma nonostante ciò era uno dei pochissimi che facesse le inchieste”. Così Sonia Alfano ricorda Beppe Alfano, reporter senza tesserino, segugio nel tempo libero, ma di talento straordinario. “Aveva intercettato a Barcellona Pozzo di Gotto Nitto Santapaola allora latitante, capo indiscusso di Cosa Nostra della Sicilia orientale; fu mio padre a dire al magistrato Olindo Canali che quella persona che a Barcellona tutti chiamavano zio Filippo altri non era che Santapaola. Purtroppo mio padre aveva ragione, ma quel suo fiuto, quella sua scoperta gli è costata la vita”. E qui Sonia Alfano lancia un sospetto terribile: “Mio padre si era purtroppo rivolto al magistrato sbagliato. Quando confessò la presenza di Nitto Santapaola eravamo presenti solo io e il dottore Olindo Canali. Io per ovvi motivi non ho mai tradito mio padre e ho ragione di pensare che sia stata la terza persona che era con noi”.

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Beppe Alfano venne ucciso la sera dell’8 gennaio del 1993, tre proiettili esplosi con la calibro 22 lo colpirono mentre era al posto di guida della sua Renault 9.  “La notte dell’omicidio, i servizi segreti Italiani fecero irruzione in casa del giornalista sequestrando di soppiatto tutti i carteggi ed i documenti raccolti da Alfano” si legge nel sito dell’Associazione dei familiari delle vittime di mafia: “Il suo computer, esaminato soltanto un decennio dopo la sua morte, risultò manomesso svariate volte nel corso degli anni. Dei documenti così come del contenuto del suo computer non si ha più traccia. Le piste che gli inquirenti intrapresero dopo la sua morte furono molteplici e molte delle quali possono essere definite veri e propri depistaggi a mezzo istituzionale”.

Le indagini dei pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali si concentrarono allora sullo scandalo Aias, l’associazione d’assistenza ai disabili. Come mandante dell’omicidio fu indicato il boss locale Pippo Gullotti, come esecutore Antonino Merlino. Il delitto doveva essere una cortesia al presidente dell’Aias Antonino Mostaccio, infastidito dalle inchieste di Alfano sull’ente. Una pista che non ha retto i vari gradi di giudizio, tanto che l’unico condannato a vedere confermata la condanna fu Gullotti.

Le indagini vengono riaperte nel 2002, dopo le rivelazioni del pentito Maurizio Avola, killer di Cosa Nostra che confessò ben 80 omicidi fra cui quello di un altro giornalista, Pippo Fava. Beppe Alfano sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nascondevano gli interessi economici di Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. Un giro imponente di miliardi che faceva della periferica Barcellona un centro strategico per gli affari del capo dei capi della mafia catanese. “Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone” dichiarerà il pentito ai sostituti catanesi, Amedeo Bertone e Nicolò Marino: “Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po’ ovunque”.

Intorno all’omicidio di Alfano, insomma, ci sono ancora tante ombre da dissipare e tante anomalie nelle stesse indagini. “Ci siamo opposti all’archiviazione e abbiamo chiesto un supplemento di indagine” dice ancora Sonia Alfano, secondo la quale sta lentamente finalmente venendo fuori tutto ciò che era stato ipotizzato dai familiari: innanzi tutto che dietro il delitto non c’è solo la manovalanza mafiosa e i piccoli boss locali, ma personaggi ben più grossi. E poi, racconta l’Alfano “c’è la presenza strana di Sco, Sisde e Ros. Noi pretendiamo di sapere dove sono andate a finire tutte le cassette video, le intercettazioni ambientali che ritraevano Santapaola in una pescheria a venti metri da casa nostra, così come confermato dal Ros. Vogliamo che vengano fuori quelle cassette”.

Diana Fichera – 20/07/10 – CNRmedia

Tratto da: familiarivittimedimafia.com