Archivi del giorno: 24 luglio 2010

LA VERITA’ SULLA NAVE DEI VELENI

Fonte: LA VERITA’ SULLA NAVE DEI VELENI

DI ITALO ROMANO
Oltre la Coltre

Quando le notizie vengono omesse e non sono fruibili attraverso i principali mezzi d’informazione (televisione e giornali) non esistono. I fatti scompaiono, la menzogna diventa realtà e la verità diventa bugia. Questo è quello che succede in Italia, più in particolare in Calabria. Parlo nello specifico della Provincia di Cosenza, dove in precise zone del litorale cosentino, è normale routine morire di cancro. Un tasso di mortalità talmente fuori dalla norma che ha portato la Procura di Paola ad aprire un’inchiesta. Dopo vari accertamenti si è dato il via a una vasta ricerca sul campo. Da fine Aprile 2010, sono partiti i lavori di carotaggio presso il fiume Oliva, tra i comuni di Amantea, Serra D’Aiello e Aiello Calabro. Qui, secondo le indagini, dovrebbero essere stati interrati rifiuti tossici e radioattivi, provenienti dalle Regioni del Nord e dalla famigerate navi dei veleni.

Il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano, che sta dirigendo e coordinando le indagini, in questi mesi ha rilasciato dichiarazioni scioccanti:

“Abbiamo trovato di tutto, anche se dobbiamo aspettare ancora le analisi ufficiali“.

“Non ci sono dubbi che abbia trovato materiale tossico“.

“Qui, vi è un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale”.

“Man mano che si scava l’odore di idrocarburi e di metallo diventa insopportabile”.

L’ultima è di oggi, 30 Giugno 2010:

La stima è senz’altro per difetto, ma pensiamo che sotto il fiume Oliva ci siano almeno centomila metri cubi di fanghi industriali”.

Avete letto bene? E’ stata accertata la presenza di enormi quantità di fanghi industriali, perciò non provenienti dalla Calabria, sotto il letto di un fiume e nei terreni circostanti. Intere colline e costoni di montagna adibiti a discariche illegali. Bell’affare! Pensate che in Italia non esistono discariche apposite per lo smaltimento dei fanghi industriali. Per un corretto smaltimento si è costretti a spedire i rifiuti in Germania. Ancora una volta è evidenziato il forte legame tra la “grande” imprenditoria del nord e le cosche mafiose del sud. La connessione è talmente stretta che si fa fatica a distinguere l’imprenditore dal mafioso e il mafioso dall’imprenditore, anzi, a volte, sono la stessa persona.
Si scaverà ancora per 3-4 giorni e poi sarà effettuata l’analisi dettagliata dei prelievi e verranno ufficializzati i dati. Poi toccherà capire chi è stato a interrare questi rifiuti pericolosi, quando sono stati seppelliti e perchè proprio in quell’area. Lì vicino, casualmente, si trova la famosa spiaggia della Formiciche, dove arenò la motonave Jolly Rosso, la famigerata nave dei veleni. Coincidenza?
Vi lasciamo con l’interrogativo, che ognuno tragga le sue conclusioni, altrimenti poi mi accusano di essere un terrorista della notizia.
Nel frattempo, la Giunta regionale, riunitasi ieri sotto la presidenza del governatore Giuseppe Scopelliti (quello che va ai matrimoni dei mafiosi), su proposta dell’assessore all’Ambiente Francesco Pugliano, ha approvato l’idoneità alla balneazione, per la stagione 2010, di 18 chilometri di costa ricadenti in una serie di Comuni calabresi di grande attrattività turistica.
I tratti di mare in questione – ha spiegato l’assessore Pugliano attraverso un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta regionale – erano stati interdetti alla balneazione con deliberazione regionale n. 177 del 3 marzo 2010, sulla base dei dati del monitoraggio delle relative acque di balneazione condotto dall’Arpacal nella stagione balneare 2009. Ora, in seguito ai nuovi campionamenti effettuati dal mese di aprile 2010, per come previsto dal decreto interministeriale di attuazione del D.lgs. 116/08 del 30 marzo 2010, la Giunta regionale ha potuto riaprire alla balneazione 18 chilometri di tratti di mare che consentiranno di attrarre maggiori presenze turistiche verso la Calabria e far conoscere ulteriori bellezze della nostra regione”.

Tra i tratti di costa e di mare riaperti alla balneazione vi è anche il comune di Amantea. Quindi immaginiamo come siano state dettagliate queste analisi dell’Arpacal.

Preparate pinne, fucile e occhiali, che l’estate abbia inizio! Turisti di tutta Italia, vi aspettiamo in Calabria. Percorrete l’autostrada Acorsiaunicamafiosa3 e le statali costiere della morte. Affollate le spiagge del tirreno cosentino. Godete dei bagni nelle acque inquinate e maleodoranti del Mar Tirreno calabrese, sguazzate tra rifiuti tossici e radioattivi e rimpinzatevi la pancia con le prelibatezze condite di metalli pesanti della bella Calabria. Il turismo viene prima di tutto, gli introiti economici hanno più importanza della vita e della salute delle persone.

L’ignoranza è forza scriveva Orwell. Affermazione quanto mai veritiera.

Le dichiarazioni avrebbero dovuto aprire uno squarcio nella cupa vicenda delle Navi dei veleni, nel traffico di rifiuti e in altri misteri d’Italia collegati a questa tragica vicenda. In un paese civile sarebbe in corso un acceso dibattito, ma i nostri potenti sono troppo concentrati a tutelare i propri interessi, tra processi per mafia e leggi bavaglio, non c’è tempo per cosucce del genere.
Il silenzio intorno queste affermazioni è inconcepibile. Dov’è lo Stato? Di che si occupa il Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo? E il Ministro del Turismo Michela Brambilla?
Ancora una volta una cortina fumosa ha avvolto tutto, il silenzio qui è un re, l’omertà la sua regina e menzogne, falsità, frottole, bugie, fandonie e messe in scena, i fedeli cortigiani. L’ignoranza e l’ubbidienza sono il loro popolino idiota.

Se le analisi confermassero quanto sopra dichiarato dal Procuratore Giordano, verrebbe a galla una verità che in tanti tentano di gridare al mondo da oltre vent’anni. Il problema è che in Italia, i misteri più che risolverli, piace raccontarli. Chi se ne frega poi se ci scappano i morti. A che ne dicano i giudici, abbiamo il maggior partito italiano che è sceso in campo a suon di bombe e possiamo vantare una lunga militanza delle nostre istituzioni nelle falangi terroriste di destra e sinistra e una stretta collaborazione con le cosche mafiose. Cosa vuoi che sia una giornalista trucidata in Somalia o uno strascico di deceduti per tumori vari, concentrati tutti in un luogo dove, vicino cui sono stati seppelliti veleni di ogni sorta…

In Calabria è stata accertata un’emergenza ambientale senza precedenti. E’, citando il giornalista calabrese Francesco Cirillo, la pattumiera d’Italia. La punta dello stivale è stata scelta come discarica a cielo aperto. E’ stata sacrificata una della Regioni più belle d’Italia per gonfiare le tasche di mafiosi, imprenditori e politici.

Caro Re Silvio, invece di raccontare barzellette sporche in giro per il mondo, vieni a fare il tuo dovere, se ne sei capace.

Caro Ministro Prestigiacomo, anziché giocare alla piccola chimica con le industrie di famiglia, venga a dar manforte alla coraggiosa Procura di Paola.

Caro Ministro Brambilla, anziché girare per il mondo a spese nostre e propagandare il turismo del golf, dia un appoggio concreto ai tanti imprenditori turistici onesti della Calabria. Se la storia dei rifiuti salta fuori, hai voglia di buoni vacanze, qua ci sarà una doppia catastrofe.

Cari politici, invece di filosofeggiare dai vostri pulpiti e far finta di litigare del più e del meno, assumetevi la responsabilità a cui vi obbliga la carica che ricoprite. Quest’emergenza non ha colori politici. Grida giustizia, la pretendono le vittime di questa assurda pagina di storia del nostro oramai ex Bel Paese.

Italo Romano
Fonte: http://www.oltrelacoltre.com
Link: http://www.oltrelacoltre.com/?p=8105
30.06.2010

Fonti e articoli:

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7744

http://www.oltrelacoltre.com/?p=7795

http://www.oltrelacoltre.com/?p=8087

http://www.calabriaonline.com/articoli/fanghi-industriali-nei-comuni-cosentini-accertamenti-del-procuratore-giordano_1515.htm

http://www.nuovacosenza.com/cs/10/giugno/29/olivafanghi.html

http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/cosenza_paola_fanghi_industriali_fiume_oliva_dichiarazioni_procuratore_giordano_depurazione.html

“Cento nomi nascondono i segreti delle stragi”

Intervista interessantissima, da leggere assolutamente

Fonte: “Cento nomi nascondono i segreti delle stragi”

Marco Travaglio intervista il magistrato Roberto Scarpinato
da Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010

Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?
Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?
Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori,tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?
È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.
Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella,ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […].  Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”.
Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta.
In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa”, come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?
Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?
L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.
Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?
Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Bè, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…
Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?
Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?
Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in   carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?
Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?
Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?
A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Esposti, polemiche e fughe di notizie. Sul pool antimafia tornano i veleni

Fonte: Esposti, polemiche e fughe di notizie. Sul pool antimafia tornano i veleni

A dare fuoco alle polveri il sottosegretario agli interni Mantovano. Di operazioni di depistaggio avevano parlato Veltroni e il procuratore Nico Gozzo

Ormai è scontro aperto. Su Gaspare Spatuzza, sulle indagini delle procure antimafia, sul ruolo dei pentiti. Sembra il remake delle afose giornate della fine degli anni ’80, quando il pool antimafia venne fatto a pezzi. In poche ore succede davvero di tutto: esposti al Csm contro la procura nissena, fughe di notizie, polemiche tra maggioranza e opposizione.

A dare fuoco alle polveri il sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano che annuncia un esposto al Csm contro i vertici della procura di Caltanissetta, Sergio Lari e Nico Gozzo, “perché valuti l’opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni”.  Mantovano, presidente della commissione che ha negato lo scorso giugno lo status di pentito a Spatuzza, si è sentito tirato in causa da alcune dichiarazioni dei magistrati che stigmatizzavano proprio la mancata concessione del programma di protezione. “Resto sconcertato – dice l’esponente del Pdl – per la superficialità con cui magistrati producano battute rilasciate in fretta polemizzando con altri organi dello Stato”. L’intero Pdl difende Mantovano. Gaetano Quagliarello denuncia “le incontinenze verbali dei magistrati”.

Durissime le reazioni delle opposizioni. “’E’ tutto paradossale – dice il senatore Pd Garaffa. Anziche’ ribadire un grande consenso ai magistrati, il sottosegretario Mantovano invia un esposto al Csm contro la procura nissena”. “Il governo – gli fa eco Giuseppe Lumia, ex-presidente Pd all’Antimafia- farebbe bene a chiedere severità e rigore nei confronti di quei giudici che screditano il prestigio della magistratura, come sta accadendo nel caso della P3”. Parlare di Spatuzza fa davvero imbestialire il centro destra. L’uomo che sta riscrivendo la storia di via D’Amelio è da tempo nel mirino. Da quando scelse di non fare l’eroe alla “Mangano” facendo ai magistrati i nomi di Berlusconi e Dell’Utri come coloro che avevano stretto un patto nel 1994 con Cosa nostra. Da allora, era l’autunno scorso, un florilegio di insulti al pentito e ai magistrati che lo ascoltavano. Fino alla mancata concessione del programma di protezione con una decisione che non ha precedenti  e che metterà nelle mani del Tar – che poco o nulla sa di mafia – la decisione finale sul collaboratore.

Uno scontro istituzionale, quello innescato dal governo, che ricorda il passato, la Palermo dei veleni e dei depistaggi che fecero naufragare il pool antimafia di Falcone e Borsellino. Veleni e fughe di notizie che come sempre riappaiono quando le inchieste toccano verità indicibili, santuari di potere che non vogliono farsi processare, che scelgono quale verità propalare.

Ieri la procura di Firenze ha aperto un’inchiesta su una fuga di notizie inerente le dichiarazioni di Spatuzza. Gli investigatori avevano provato a trovare riscontri all’incontro che si sarebbe tenuto nel gennaio del 1994 a Roma tra l’allora killer di mafia e i fratelli Graviano. Ma un articolo comparso su La Stampa ha bruciato in parte le indagini riservate. Ancora più grave è stata sempre ieri la comparsa, nelle colonne dello stesso giornale, dei nomi di due nuovi testimoni per la strage di Via D’Amelio. “Sbalorditi per questa ennesima fuga di notizie”- questa la reazione a caldo della procura nissena. Ancora una volta nel corso delle delicate indagini sulla strage di via D’Amelio indiscrezioni di stampa mettono a repentaglio il lavoro dei magistrati e la sicurezza  dei testimoni. Una strana vicenda quella riportata sul quotidiano torinese che riguardava le mancate indagini sul luogo dove si sarebbero appostati i killer del giudice Borsellino. Strana perché l’Unità sulla vicenda aveva 5 giorni prima realizzato un’inchiesta, totalmente saccheggiata e riproposta come esclusiva da La Stampa che per sovrapprezzo ha inopinatamente pubblicato anche i nomi dei testimoni esponendoli ai rischi conseguenti. Di operazioni di depistaggio avevano parlato proprio all’Unità nei giorni scorsi Walter Veltroni e il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo. Dice Veltroni: “Se i mezzi di informazione non si lasceranno trascinare in pericolose operazioni di depistaggio (le fughe di notizie sono uno dei modi classici), se chi indaga sarà messo in grado di accedere alle fonti di informazione, ecco, allora davvero la verità sarà a portata di mano”. Un allarme denunciato anche da Gozzo nella sua intervista di domenica scorsa: “C’è una campagna di disinformazione in corso, uno schema che riappare ogni qualvolta le indagini sfiorano i livelli alti. L’obiettivo è sabotare le indagini con notizie artefatte, costruite in laboratorio”.

Un estate che si preannuncia caldissima sul fronte antimafia. Come quella del 1989, quando menti raffinatissime costruirono a tavolino l’isolamento di Giovanni Falcone e nel contempo ne progettavano la morte fisica, con l’attentato all’Addaura presso la villa dove il magistrato trascorreva il periodo estivo. In quel caso l’attentato venne preceduto dalle famigerate lettere anonime del Corvo che accusavano Falcone di scorrettezza nella gestione dei pentiti. Pochi però ricordano che quelle infamità vennero confermate da due articoli comparsi su quotidiani al di sopra di ogni sospetto, come La Repubblica e La Stampa. “Falcone e Buscetta si incontrano a Palermo” – venne scritto. Peccato che la notizia era falsa, soffiata a due giornalisti da uno 007 dell’Alto Commissariato antimafia, ufficio oggi sotto i riflettori delle nuove inchieste siciliane. Il copione pare ripetersi, logoro e pericolosissimo.

Nicola Biondo (l’Unità, 24 luglio 2010)

Mafia: CC, nel 2004 su tracce Provenzano ma fui trasferito

Fonte: Mafia: CC, nel 2004 su tracce Provenzano ma fui trasferito

Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile 2006 dalla polizia, poteva finire in manette due anni prima se un sottufficiale dei carabinieri, che era sulle sue tracce, non fosse stato trasferito.
L’ha detto lo stesso maresciallo a Radio Uno, affermando di aver presentato sulla vicenda una formale denuncia alla procura. Il maresciallo aveva avuto una soffiata da un confidente (nome in codice «Ippo»), poi diventato collaboratore di giustizia, il quale nell’ottobre 2004 aveva disegnato gli assetti delle cosche, parlando del boss Gianni Nicchi, arrestato nel 2009 a Palermo. «Il confidente – dice il sottufficiale – mi parlò di Nicchi come di un boss emergente in grado di avere contatti anche con Provenzano». Il maresciallo informò attraverso una relazione i suoi superiori e «dopo – dice ai microfoni della Rai – sono stato trasferito»

COALIZIONE GLOBALE ESIGE IL DIVIETO DELLA GEOINGEGNERIA

Fonte: COALIZIONE GLOBALE ESIGE IL DIVIETO DELLA GEOINGEGNERIA

A CURA DI HANDS OFF MOTHER EARTH

Mentre il London Times (1) ha rivelato questo fine settimana che un gruppo di scienziati e ingegneri finanziati dal miliardario Bill Gates pianifica di realizzare un’esperimento di sbiancamento delle nuvole in un area di 10 milla chiloetri quadrati, piú di cento gruppi della società civile richiedono ai governi riuniti di discutere la diversità biologica a Nairobi, e che cessino subito i pericolosi esperimenti di geoingegneria. [Per Geoingegneria si intendono le proposte tecnologiche su larga scala per alterare intenzionalmente i sistemi del pianeta e indurre un cambio climatico).

Il progetto Silver Linning, con sede a San Francisco, diretto dal magnate delle telecomunicazioni Kelly Wasner, ha ricevuto $300 milla dollari da Bill Gates per sviluppare tecnologie che aumenteranno la bianchezza delle nuvole marine. Teoricamente, se si effettua su scala massiva, le nuvole bianche possono aumentare l’albedo della terra, riflettere piú luce del sole verso lo spazio e quindi ridurre il riscaldamento globale (senza cambiare la composizione dei gas a effetto serra che lo causano).

Gli esecutori del progetto Silver Linning stanno faccendo forti pressioni per realizzare i loro piani di alterazione della copertura delle nuvole in un area non rivelata di 10 milla chilometri quadrati sopra l’oceano (grande come l’area coperta dalla fuga di petrolio della BP avvenuta qualche giorno fa). Se non si ferma l’esperimento “smacchia-nuvole” di Gates esso potrebbe convertirsi nel test di geoingegneria piú grande che sia mai stato effettuato. I suoi effetti potrebbero includere cambi nello schema delle piogge e altre alterazioni climatiche. Uno dei posti più citati dagli scienziati che ci stanno lavorando è la costa del pacifico in nord e sudamerica (specificamente California, Ecuador, Perú e Cile).

Ancora più allarmante, il Times ha rivelato: “Gli scienziati d’Inghilterra e Stati Uniti coinvolti non aspetteranno che ci siano regole internazionali per la tecnologia che altera il clima deliberatamente”. Queste regole potrebbero entrare in atto questa settimana, visto che scienziati e diplomatici di 193 paesi sono riuniti su auspicio dell’organismo scientifico del Convegno di Diversità Biologica, (Organismo Sussidiario di Assessoramento Scientifico, Tecnico e Tecnologico, OSACTT, dal 10 al 21 maggio dl 2010) e sarà la prima occasione in cui un organismo dell’ONU discute di geoingegneria in esteso da quando si è concepito il trattato ENMOD a Ginevra nel 1976, che vietò la modificazione ambientale per “usi ostili” (2).

Una nuova coalizione globale farà pressione sui governi a Nairobi perché adottino una moratoria sugli esperimenti di geoingegneria, cosí come il Convegno di Diversità Biologica adottò una moratoria sulla fertilizzazione dell’oceano nel 2008. Più di cento organizzazioni e individui, con i principali movimenti di giustizia globale e ambientale inclusi, si sono uniti alla campagna “Non manipolate la Madre Terra – Il nostro pianeta non è il vostro laboratorio” (www.handsoffmothrearth.org).

“La nostra casa, il pianeta Terra non deve convertirsi in laboratorio per rischiosi esperimenti di geoingegneria”, dice Silvia Ribeiro del Gruppo ETC in Messico, dalla riunione dell’OSACTT a Nairobi. “Il cambiamento climatico causato dagli esseri umani minaccia le nostre terre, mari, la nostra produzione di alimenti e i nostri diritti. Non vogliamo un altro pericoloso esperimento sul nostro pianeta. Se pensano che la gente e i governi di Ecuador, Perù e Cile -o qualsiasi altro posto – rimarranno con le braccia incrociate mentre giocano con i nostri oceani, le nostre nuvole e il clima, li aspetta una sorpresa. Diversi delegati qui provano orrore per quei piani.”

“Sapevamo che Microsoft stava svilluppando il cloud computing (3) ma non ci saremmo mai aspettati questo”, ha spiegato Jim Thomas del Gruppo ETC, una delle organizzazioni che hanno fondato la campagna “Non manipolate la Madre Terra”. “Bill Gates e quelli che seguono la corrente non hanno il diritto di alterare i nostri mari e cieli in quel modo. È urgente píu che mai una moratoria globale agli esperimenti di geoingegneria e la riunione a Nairobi è il posto preciso per ottenerla.”

Informazioni addizionali:

Cosa: Per geoingegneria ci si riferisce alle proposte tecnologiche su larga scala per “correggere” il cambio climatico, tramite alterazioni del clima, della temperatura, dell’atmosfera e degli oceani. Esempi di tali proposte sono il versamento di nutrienti nel mare per provocare la fioritura di alghe, (processo chiamato fertilizzazione oceanica); convertire estese piantagioni in carbone per sotterrarlo (biochar); inquinare deliberatamente l’atmosfera superiore con particelle di solfuro o alluminio per riflettere la luce del sole (chiamati aerosol stratosferici), cosí come lo sbiancamento delle nuvole. Tutti questi esperimenti possono avere un impatto enorme sull’ambiente, la biodiversità, e la sopravvivenza dei popoli, specialmente nel Sud globale. I promotori della geoingegneria argomentano che non c’è tempo perchè tramite un’accordo politico globale si discutano le cause reali del cambiamento climatico, di modo che scienziati prepotenti e ricchi imprenditori si offrono di salvare il mondo con i loro ritrovati tecnici. Attualmente ci sono diversi esperimenti di geoingegneria in corso senza nessun tipo di regolamentazione o vigilanza globale e si stanno pianificando esperimenti più grandi. I geoingegnieri, inclusi quelli dietro i test smacchia-nuvole di Gates hanno proposto di recente “direttive volontarie” al posto di una revisione multilaterale totalmente indipendente sulla geoingegneria. La proposta attuale in merito dell’ OSACTT è che i governi analizzino le implicazioni della geoingegneria nella biodiversità (così come esaminare lo stato dell’arte della fertilizzazione oceanica, che ebbe inizio nel 2008). Gruppi della società civile insistono sul fatto che gli esperimenti vengano fermati fino a che i governi esaminino a fondo i possibili impatti.

Chi: Una nuova campagna e coalizione per fermare gli esperimenti di geoingegneria è stata presentata il mese scorso durante la “Conferencia Mundial de los Pueblos sobre Cambio Climático y los Derechos de la Madre Tierra” [Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra ndt] a Cochabamba, Bolivia. La campagna “Non Manipolate la Madre Terra” chiama i governi tramite il sistema delle Nazioni Unite a mettere fine agli esperimenti di geoingegneria realizzati unilateralmente e all’aria aperta, definendoli molto rischiosi e ingiusti. Tra le file dei sostenitori della campagna contro la geoingegneria ci sono ambientalisti di prestigio mondiale come Bill McKibben, David Suzuki, Vandana Shiva e Naomi Klein. Tra le organizzazioni che danno sostegno alla campagna si trovano il Gruppo ETC, Amici della Terra Internazionale, Third World Network, La Via Campesina, Asian Indigenous Peoples Pact, Biofuelwatch e molte altre.

Facciamo vedere le mani: Inoltre, i membri del pubblico hanno inserito le loro fotografie con le mani alzate con messaggi contro la geoingegneria, come parte della campagna “Non manipolate la Madre Terra” in quella che sarà una “petizione fotografica”. Un poster gigante che mostra la protesta si trova esposto all’assemblea dell’OSACTT a Nairobi e il gruppo ETC conta tre dei suoi membri nell’assemblea, che lavorano con altri collaboratori della campagna per informare i delegati sulla protesta e le ragioni della stessa.

NOTE

1) Vedi Ben Webster, “Bill Gates Pays for artificial clouds to beat greenhouse gases”, 8 Maggio 2010, Times Online: http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/article7120011.ece

2) Convenzione sul “Divieto di Tecniche di Modificaczione Ambientale con fini militari o altri fini ostili”. Vedi: http://www.fas.org/nuke/control/enmod/text/environ2.htm

3) E’ noto come Cloud Computing la tendenza a basare le applicazioni in servizi situati all’esterno, nella rete.

Per maggiori informazioni sulla campagna “Non manipolate la Madre Terra” visitate

http://www.handsoffmotherearth.org

A Nairobi:
*Neth Dano, neth@etcgroup.org cellulare e SMS + 63 917 532 9369 cellulare di Nairobi: +254 712 605 622
*Silvia Ribeiro, silvia@etcgroup.org cellulare e SMS +52 1 55 2653 3330 Cellulare di Nairobi: +254 712 601 660
*Molly Kane, molly@etcgroup.org cellulare e SMS: + 1-613-797 6421

In Canada:
Diana Bronson – diana@etcgroup.org; cellulare: 514 629 9236
Jim Thomas – jim@etcgroup.org cellulare: 514 516 5759
Pat Mooney – etc@etcgroup.org cellulare: 613 240 0045

Titolo originale: “Coalición global exige prohibir la geoingeniería”

Fonte: http://www.rebelion.org
Link
16.05.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di LAKSHMI

Vomito ergo sum

Fonte: Vomito ergo sum

In attesa che i nostri accaldati politici e osservatori trovino una risposta al torrido interrogativo “è la nuova Tangentopoli?”, una cosa è certa: le mirabolanti analogie fra gli autogol dei tangentari modello 1992 e quelli dei loro nipotini del 2010. Si difendono con alibi così sgangherati da sembrare confessioni. Quando finì dentro Mario Chiesa, Craxi lo bollò come “mariuolo che getta un’ombra su un partito che a Milano in 50 anni non ha avuto un solo amministratore condannato”. Poi ne acchiapparono qualcun altro, e si corresse un po’: “Nel Psi ci sono tre mele marce su una totalità di persone oneste”. Quando ne acciuffarono a centinaia, pontificò alla Camera: “Qui rubiamo tutti”, salvo poi accusare i giudici di processarlo perché “non potevo non sapere”. Un anno dopo era ad Hammamet, latitante. Ora il suo figlioccio, il piccolo Silvio, gli copia i testi.

Scajola e Verdini sono “casi isolati” in un partito “tutto perfetto”. Anche Bossi, quando saltò fuori la tangente Montedison da 200 milioni alla Lega, irrise al “pirla” Patelli, il tesoriere leghista che l’aveva incassata. Furono condannati entrambi, il pirla e il capo. Oggi Belpietro sminuisce la P3 come “la loggia dei tre pirla guidata da Carboni” (saranno contenti gli altri due, Dell’Utri e Verdini). Feltri dà del “pirla” al direttore dell’ospedale di Pavia beccato con le cosche calabre. Berlusconi parla di “quattro sfigati in pensione”, Il Giornale di “millantatori da operetta”, Libero di “bulli di paese”, anzi “da film di Totò”.

Il governatore Cappellacci, pilotato da Carboni, se lo dice addirittura da solo: “Sono un babbeo”, pensando così di salvarsi la reputazione. Nel 1987, in una delle Tangentopoline che anticiparono quella grossa, finì dentro per tangenti a Viareggio un tal De Ninno, funzionario Psi; l’indomani Craxi tuonò sull’Avanti!: “La notizia suscita sorpresa e indignazione… De Ninno aveva informato i dirigenti del partito circa la sua posizione, risultando del tutto estraneo alla vicenda”. Ecco, se l’aveva assolto il partito, come si permettevano i giudici di arrestarlo lo stesso? Ora B. sentenzia che Cosentino è innocente perché “ho appurato personalmente la sua totale estraneità ai fatti contestati dai pm”. Un alibi di ferro. Chiesa, quando gli aprirono la cassetta di sicurezza piena di miliardi, disse che erano “i risparmi di mio padre”. Craxi, a proposito dei 50 miliardi sui suoi due esteri, sbottò: “Dopo 40 anni di lavoro, posso contare su qualche risparmio…”. E il giudice Squillante, quando gli trovarono 9 miliardi in Svizzera, riattaccò con i “risparmi di una famiglia numerosa”. Non portò fortuna neanche a lui. Ora Verdini ci riprova: i 2,6 milioni targati Carboni sono “risparmi personali, frutto dei sacrifici miei e della mia famiglia”. Come 18 anni fa, è evaporato il pudore, è svanita la vergogna ed è sparita pure la logica. Altrimenti Cicchitto non direbbe mai: “Su Borsellino è stato commesso un enorme errore giudiziario che dovrebbe far riflettere chi ritiene la magistratura infallibile e i pentiti credibili”. Perché è stato proprio Spatuzza, pentito che il governo ritiene inattendibile al punto da negargli la protezione, a smontare l’errore giudiziario su via D’Amelio, accusandosi di una strage per cui languono all’ergastolo sette innocenti. Quindi, se errore giudiziario vi fu, ne deriva che Spatuzza è credibile: il contrario di quanto vorrebbe dimostrare il povero Cicchitto. Nel ’93 fu arrestato il dc Mongini e, appena confessò le mazzette, fu espulso dal partito perché “con le affermazioni fatte, ha creato sconcerto nella pubblica opinione”. Lui commentò spiritoso: “Non mi cacciano per quel che ho fatto, ma per quel che ho detto”. Tempo dopo, Ferrara dichiarò a MicroMega: “Per fare politica devi essere ricattabile, cioè disponibile a fare fronte comune”. Ora Quagliariello se la prende con i finiani perché vogliono cacciare gli inquisiti: “Chi si scaglia contro i colleghi in difficoltà fa venir meno la solidarietà interna e indebolisce il partito”. Resta da capire la differenza fra un partito e una cosca, ma queste sono sottigliezze.