Antimafia Duemila – ”Palermo come Beirut”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Palermo come Beirut”.

di Simona Sgroi* – 30luglio 2010
In ricordo del magistrato Rocco Chinnici, 27 anni dopo.

Cielo terso e azzurro,uno di quelli che solo la Sicilia sa regalare in piena estate,aria già  tiepida alle prime ore del mattino presagio di una torrida e torbida giornata. Via Pipitone Federico, in un noto quartiere residenziale si sente piacevole la calma delle assolate mattine palermitane: la città è semivuota. Il magistrato Rocco Chinnici, nel suo appartamento al terzo piano, si è alzato di buon ora, come del resto faceva ogni mattina, e sta lavorando alle sue carte nello studio, con la finestra del balcone aperta. Già le otto, la via è più animata, il portiere, Li Sacchi, ha aperto la portineria; passa qualche vettura. Arriva la blindata di Chinnici, l’Alfasud dei Carabinieri della scorta, con a bordo il maresciallo Trapassi e l’appuntato Bartolotta. C’è anche una gazzella dei Carabinieri che da qualche tempo, a causa delle sempre più pesanti minacce al Giudice, deve rinforzare la sorveglianza. Un saluto affettuoso ai familiari e poi giù per le scale.

Una giornata qualsiasi, quel 29 luglio, sono le otto e dieci. Una devastante esplosione scuote ferina l’intero isolato. La 126, imbottita di tritolo è fatta esplodere con un comando a distanza nell’istante in cui Chinnici, per salire sulla blindata, è obbligato a passarvi accanto. Palermo come Beirut, titoleranno i giornali. Ma questa immagine non rende abbastanza. Sul selciato, tra le carcasse delle automobili, si distinguono a stento i corpi privi di vita. Oltre Rocco Chinnici, Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi. Nell’auto di servizio, Giovanni Paparcuri, parzialmente protetto dalla blindatura. Decine di feriti e tra questi due bambini. Era la preoccupazione maggiore, per Rocco, di poter coinvolgere in un eventuale attentato un familiare, un passante, un uomo della scorta. Infissi divelti, intonaci scollati, asfalto fratturato. Una ferita profonda alla coscienza civile cittadina, anche a quella parte usualmente indifferente o convinta che, in fondo, chi ha questa sorte se la vada un po’ a cercare. Uno scenario impensabile in un paese civile. Eppure destinato a ripetersi. Altre due volte: 23 maggio 1992 Giovanni Falcone, 19 luglio 1992 Paolo Borsellino.

Rocco Chinnici è nato a Misilmeri (PA) il 19 gennaio del 1925. Dopo essere stato pretore a Partanna, viene trasferito al tribunale di Palermo presso l’ufficio istruzione. Convinto assertore del metodo collaborativo dei magistrati, li esorta a unire le loro competenze e carteggi. Riesce a fare emergere un gruppo particolarmente capace, che annovera Giovanni Falcone ma anche un “emarginato” Paolo Borsellino. Ottiene molti successi giudiziari nel campo delle indagini sul traffico di droga, ma il suo merito maggiore è essere arrivato a un passo dall’arresto dei cugini Salvo, che di fatto gestivano la parte economica dei proventi mafiosi attraverso una esattoria che controllava praticamente tutta l’economia isolana. Il suo metodo investigativo lo porta anche a un passo da mandanti ed esecutori di due efferati omicidi di mafia, quello di Pio La Torre (30 aprile 1982) segretario regionale del Pci e quello di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), presidente della Regione. Conduceva indagini molto mirate in un’epoca in cui non c’era antimafia né metodi di ricerca scientifica adeguati. Rocco Chinnici un precursore del pool antimafia per lo Stato, un magistrato scomodo per Cosa nostra.

*Corleone Dialogos


Tratto da:
corleonedialogos.it

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