Archivi del mese: agosto 2010

ComeDonChisciotte – UNA COMPONENTE ESSENZIALE DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO MONDIALE

Fonte: ComeDonChisciotte – UNA COMPONENTE ESSENZIALE DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO MONDIALE.

DI DANIEL ESTULIN
danielestulin.com

Due giorni fa, il giornale tailandese THE NATION, pubblicato in inglese e considerato generalmente un organo di propaganda della DEA (Drug Enforcement Administration) in Tailandia, ha pubblicato un articolo sulla lotta in corso per la conquista del potere politico in Birmania, lotta che vede ancora una volta vede come favoriti…..i monaci birmani. L’articolo consisteva di tre paragrafi e citava tra le sue fonti i servizi di spionaggio statunitensi e alcuni membri del Dipartimento di Stato nordamericano. Cosa accomunano Afganistan, Birmania, i documenti “segreti di WikiLeaks” e Hamid Gul, il generale rimosso dal suo incarico ed ex capo dei servizi sergreti pachistani (ISI)? La droga.

Negli anni ’80, il generale Gul era il coordinatore della guerra combattuta dai guerrieri mujahadeen contro le truppe sovietiche. La guerra, per inciso, veniva finanziata dalla CIA attraverso il traffico di droga. Nei documenti pubblicati da Wikileaks, Gul viene descritto come collaboratore dei Talebani e di Al-Qaeda, oltre che come coordinatore degli attacchi suicidi organizzati dalla NATO in Afganistan. Per quale motivo i documenti di Wikileaks, supposti segreti, si soffermano sulla figura di un vecchio generale di 74 anni? Gul, nel giugno del 2010, commise un “errore” imperdonabile quando durante una intervista concessa ad un giornalista locale tirò fuori il ruolo dell’esercito americano nella vendita di eroina afgana attraverso la sua base top secret Manas, nel Kyrgyzstan. Il ruolo dell’esercito americano nel traffico internazionale di stupefacenti è in realtà ampiamente documentato, dalla guerra in Vietnam (guerra in realtà combattuta tra società segrete per il controllo delle vie della droga, nonostante i libri di “storia” raccontino una realtà differente), passando per l’America Latina e per il Medio Oriente. Con l’economia mondiale al limite della disintegrazione, la droga si è trasformata in quel componente imprescindibile per sostenere qualcosa che è oramai insostenibile. Gul è un personaggio scomodo a Washington, non solo per i suoi commenti sul traffico di droga, ma anche per le sue dichiarazioni del 26 settembre 2001 sul ruolo di Mossad negli attentati dell 11 settembre (9-11).

Per screditare Gul e l’attuale regime Pachistano, unico paese mussulmano munito di armi nucleari, i “Signori delle Ombre” hanno utilizzato WikiLeaks come flagello per dirigere i loro attacchi verso Gul.

Già due settimane fa commentai sulla mia pagina di Facebook come, a mio avviso, WikiLeaks venisse manovrato in segreto dal governo americano. Il modus operandi di questa manipolazione è riconoscibile. Per aumentarne la credibilità, viene pubblicato un video (appositamente filtrato) dell’esercito americano ritratto durante un attacco da brividi portato contro dei giornalisti indifesi. La reazione del governo americano non tarda quindi ad arrivare – dapprima cingendosi della bandiera americana chiedendo vendetta per il tentativo di debilitare il paese e la sua “lotta contro il male” (i simboli sono fondamentali in tutte le operazioni segrete); quindi sferrando una feroce critica verso i responsabili; all’ndignazione del popolo (ovvia e prevedibile, le persone comuni si indignano davanti a questo genere di filmato) il governo e l’esercito rispondono avviando un’inchiesta sull’accaduto… il popolo viene soddisfatto (l’inchiesta dimostrerebbe la democraticità del sistema e il potere dei mezzi di informazione liberi ed indipendenti). Con le ultime publicazioni di oltre 90,000 documenti sulla guerra in Afganistan. Il fondatore di WikiLeaks, un misterioso australiano di 29 anni, senza passato ne presente, si converte nel “faro della democrazia” in modo non dissimile da Hashim Thaci, leader degenere della repubblica criminale del Kosovo.

Il documento più indicativo sul vero ruolo di WikiLeaks e sui suoi reali rapporti con il governo americano è quello relativo alla supposta ammissione da parte dell’esercito americano che Osama bin Laden sia ancora vivo, notizia che alimenterebbe in modo conveniente la Guerra Contro il Terrore. Il fatto che bin Laden sia effettivamente morto il 21 Dicembre 2001, cosa nota a tutti i servizi di spionaggio mondiali, non viene dato a sapere. E visto che la massa ignorante non vuole rendersene conto… conviene proseguire con il mito di bin Laden.

Tornando al discorso iniziale, stiamo vivendo dei grandi cambiamenti geopolitici. L’economia mondiale è praticamente in ginocchio, i grandi potenti non danno risposte credibili, la Comunità Europea si sta disintegrando sotto i nostri occhi, ciascuno dei suoi paesi membri si chiude nei suoi interessi. Le dinamiche globali diventano sempre più imprevedibili e difficili da comprendere, soprattutto se ci si affida ai mezzi di informazione di massa.

L’articolo che segue, riguardante la Birmania, fu pubblicato dal sottoscritto circa tre anni fa su un media statunitense. Vale la pena ripubblicarlo per la rilevanza che assume alla luce di ciò che accade in questo periodo.

La lotta in essere per conquistare il potere politico in Birmania, che vede avvantaggiati i monaci birmani, è finita sulle copertine di tutti i mezzi di comunizacazione del mondo. Nel suo discorso all’assemblea delle Nazionio Unite, Bush aveva denunciato quello della Birmania come un “feroce regime” (insieme a quelli di Bielorussia, Cuba, Iran, Siria, Corea del Nord e Zimbabwe).

Il messaggio che ne è venuto fuori dai media occidentali, pilotati dal governo statunitense, è che le manifestazioni in corso in Birmania siano “a difesa della democrazia” e contro la tirannia politica. Questo punto di vista rappresenta senza ombra di dubbio una forma istituzionalizzata di disinformazione. Di fatto, all’origine delle proteste si nasconde il rincaro nei prezzi di “pane e acqua” (n.d.t. per “pane e acqua” si intende beni di prima necessità). Come spiega Il New York Times nella sua edizione del 24 Settembre, le proteste iniziarono il 19 Agosto come risposta al brusco e improvviso incremento dei prezzi della benzina (che aumentarono di circa il 500%) che diedero origine ad una impennata dei prezzi di tutti gli altri beni, oltre che ovviamente dei costi di trasporto.

Le proteste sono guidate dagli studenti e dai monaci, i quali hanno denunciato il governo di volere “impoverire” la popolazione. Il linguaggio delle denunce dei manifestanti non fa assolutamente riferimento a termini come libertà e democrazia, spesso citati dai mezzi corporativi statunitensi, ma semplicemente alla crisi dei prezzi.

Il “problema” principale di Washington con il governo Birmano non è tanto legato al “feroce regime” o all’”asse del male”. Gli alleati degli Stati Uniti come Arabia Saudita, Etiopia e l’Irak di Saddam Hussein degli anni 80 sono/furono regimi altrettanto sanguinosi, che però goderono del pieno appoggio americano e della copertura diplomatica di cui necessitavano. Il vero “problema” della Birmania sta nel fatto che i suoi mercati, le sue terre e le sue risorse naturali non sono al momento sotto il diretto controllo degli interessi corporativi e finanziari dell’occidente.

Non c’è dubbio che il leader attuale del paese, il Generale Than Shwe, mezzo analfabeta oltre che efferato dittatore, debba essere giudicato per crimini contro l’umanità da qualche legittimo e competente Tribunale Internazionale di Giustizia. Non c’è dubbio inoltre che, dietro le denunce americane legate alla presenza di un “feroce regime” si nasconda, in realtà, una motivazione molto più oscura: il traffico di stupefacenti.

Combattere e sradicare il fenomeno della droga è dannoso per il mondo finanziario. Secondo l’Ufficio dell’Onu per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, il triangolo d’oro (costituito da Birmania, Laos e Tailandia) ha perso il suo ruolo di principale produttore mondiale di oppio, contribuendo oggi con meno del 5% al totale di oppio immesso sul mercato, un calo significativo rispetto al picco del 70% di tre decenni fa.

Per contro, la mezzaluna d’oro e l’Afganistan, al momento controllate dalle forze della NATO con i relativi alleati, si ritrovano con il ruolo di leader assoluti nella produzione e distribuzione di oppio, con quantità molto superiori a Colombia e triangolo d’oro. L’Afganistan, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, produce il 92% dell’oppio circolante Il valore totale delle esportazioni di oppio afgano, secondo l’ONU, si calcola in 3000 milioni di dollari, equivalente alla metà del PIL del paese. Inoltre il 12% della popolazione afgana, che ammonta a 23 milioni di abitanti, si dedica esclusivamente alla coltivazione dell’oppio. La maggior parte della droga prodotta in Afganistan è destinata a Gran Bretagna, Italia e Spagna, sempre secondo fonti ONU.

Con le “forze di pace” della NATO che tengono sotto controllo il paese e, in modo meno evidente, il traffico di droga che lo sostiene, è davvero possibile continuare a credere alla favola che si sta combatteno una vera lotta contro questa piaga? Se la NATO volesse veramente fermare i signori della guerra, potrebbe farlo in poche ore. D’altro canto l’ONU, piuttosto che combattere il governo della Birmania, lo appoggia nella lotta locale contro la droga, in particolare nella zona dello Shan, epicentro delle coltivazioni di oppio.

Cosa si nasconde all’obra di posizioni così diverse?

Lo sradicamento della droga dal triangolo d’oro causerebbe una evoluzione geostrategica che va contro gli interessi delle principali banche occidentali, dei loro governi e dell corporazioni internazionali i cui sistemi finanziari e politici dipendono dal flusso di miliardi che viene generato dal traffico di droga.

I funzionari dell’ONU sostengono che l’unico modo di farla finita con la droga consiste nell’eliminare le coltivazioni di papaveri, fatto questo che andrebbe contro i grandi interessi dei governi occidentali e delle istituzioni finanziarie di tutto il mondo.

Il denaro proveninte dal traffico di droga è divenuto parte strutturale delle economie occidentali. Ogni anno il ricavato derivante dal commercio di stupefacenti si colloca intorno ai settecentomila milioni di dollari, esentasse. Questa cifra è stata fornita dall’agenzia governativa statunitense incaricata di seguire i flussi di denaro a livello globale. Settecentomila milioni di dollari sono troppi soldi per essere tenuti nascosti sotto un materasso. Serve molta esperienza e soprattutto capacità per per poter trasferire fondi di tale entità senza farsi notare. L’ignoranza, specialmente quando le transazioni sono così ingenti, non è una posizione credibile. Eppure, in cinquant’anni di riciclaggio di denaro sporco, sono poche le persone al corrente di una verità tanto scomoda. Perchè?

Di fatto, il denaro proveniente dal traffico di droga è divenato parte sostanziale del sistema bancario e finanziario mondiale, in quanto fornisce la liquidità necessaria a finanziare i “costi minimi mensili” delle manovre speculative di Stati Uniti e Gran Bretagna.

L’effetto moltiplicatore (quantificabile in circa sei volte il capitale di origine “illegale”) prodotto dal riciclaggio di settecento mila milioni di dollari darebbe come risultato una somma equivalente a circa venti miliardi di dollari, tutti derivanti unicamente dal trafficoo di stupefacenti.

Il valore delle azioni delle aziende quatate a Wall Street è legato alle prospettive di guadagno annuali di ogni singola azienda e le si possono pensare come “frazioni” di proprietà dell’azienda e ne rappresentano il valore più equo. L’effetto moltiplicatore cui le azioni sono soggette in borsa può a volte raggiungere un fattore 30, gli analisti finanziari hanno infatti creduto per lungo tempo che un rapporto “sano” tra prezzo e guadagno per un qualunque tipo di azione debba essere 15 o al più di 30 a 1. In questo modo, se si prende questa cifra come un rapporto esclusivamente matematico, aggiungendo un solo dollaro alla complessiva capitalizzazione in borsa di una azienda, questo produrrà come risultato un valore aggiunto, sul mercato borsistico, di trenta dollari.

Cosa significa tutto questo nel mondo reale? Per le banche mondiali avere un guadagno netto supplementare di dieci milioni di dollari, la liquidità derivante dal commercio di stupefacenti, equivale a profitti in borsa che possono arrivare fino a trecento milioni di dollari. Senz’altro, prima di far risultare queste somme all’interno dei bilanci , è necessario ripulirle attraverso ogni tipo di operazione illecita.

I guadagni provenienti dal lucroso commercio di stupefacenti sono illeciti, cosa che tendono a scordare tutti coloro che cercano di analizzare le dinamiche del mercato della droga. Prima di poter essere utilizzato, questo denaro va prima nascosto e poi ripulito. Al giorno d’oggi il denaro si sposta con tale velocità che, a meno di non controllare la totalità dei sistemi informatici coinvolti, risulta impossibile da tracciare. Già questo basterebbe a spiegare l’assoluta attrattiva del business del traffico di droga, che viene diretto, controllato e salvaguardato da personaggi dotati di grande potere, spesso in collaborazione con le istituzioni finanziarie e bancarie operanti su entrabi i lati dell’Atlantico; funzionari di vari governi e di importanti corporazioni i cui titoli sono oggetto di scambio sulle più importanti borse mondiali.

Si aggiunga che queste grandi corporazioni possono guadagnare una quantità straordinaria di denaro sporco semplicemente facendoselo prestare tanto da singoli individui quanto da intere nazioni dedite al traffico di droga come la Colombia, per poi restituirlo, ripulito, a tassi di interesse bassissimi, e ottenendone comunque grossi benefici. Quando si fa un prestito di cento mila milioni di dollari a un interesse del 5 per cento ad una enorme corporazione, il denaro che se ne ricava diventa effettivo e lecito.

Il commercio di stupefacenti ha acquisito potere in cuanto sostiene gli investimenti delle più grandi corporazioni mondiali. Wall Street non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Il Congresso non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. I presidenti, per finanziare le loro campagne elettorali, non possono permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Perchè? Perchè l’economia mondiale, controllata da un piccolo uno per cento, non può permettersi il rischio che la concorrenza (sia negli affari che nella politica) si impossessi del denaro destinato alla droga. E per ogni milione di dollari scambiato in una compravendita di azioni, il capitale in possesso di quell’uno per cento che controlla Wall Street aumenta di venti o trenta volte.

La politica è direttamente coinvolta in questo meccanismo e la sua possibilità di intervento è subordinata agli appoggi che la sostiene e che, finanziandola, la mantiene al potere. Questa complicità di interessi è una parte essenziale dell’economia mondiale e rappresenta il combustibile che fa girare le ruote del capitalismo.

Coloro che si sono uniti alle critiche contro il governo totalitario della Birmania, dovrebbero capire che le loro iniziative stanno contribuendo a portare avanti l’agenda occulta dell’ ”Uomo dietro le quinte” che maneggia i fili del potere.

Daniel Estulin
Fonte: http://www.danielestulin.com/
Link: http://www.danielestulin.com/2010/08/13/una-parte-esencial-del-sistema-bancario-y-financiero-mundial/
13.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org acura di LUCA PAOLO SOTGIU

ComeDonChisciotte – COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE: LA CATASTROFE OGM NEGLI USA

Fonte: ComeDonChisciotte – COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE: LA CATASTROFE OGM NEGLI USA.

DI F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research

Di recente, i potentati non eletti della Commissione Europea, noti per essersi sempre opposti alla diffusione di organismi geneticamente modificati (OGM) nell’agricoltura dell’UE, hanno dimostrato un cambiamento di direzione. Ad approvare l’adozione degli OGM, al fianco del presidente della commissione europea, ci sarà il nuovo Commissario all’Ambiente, il revisore contabile maltese John Dalli. L’ex Commissario all’Ambiente, il greco Staros Dimas, era, invece, un feroce oppositore degli OGM. Anche il governo cinese ha comunicato che potrebbe approvare una varietà di riso OGM. Prima che le cose si evolvano troppo, farebbero bene a osservare più attentamente ciò che succede negli USA, dove le colture geneticamente modificate sono tutt’altro che positive, anzi.

Ciò che viene meticolosamente nascosto da Monsanto e da altre aziende operanti nell’agribusiness, che pubblicizzano colture modificate geneticamente come alternativa a quelle convenzionali, è il fatto che in tutto il mondo, fino ad oggi, le colture OGM sono state utilizzate e brevettate solo per due motivi, il primo dei quali è la tolleranza ai velenosissimi erbicidi chimici al glifosate, che Monsanto e altri costringono gli agricoltori a comprare, come condizione per poter utilizzare i loro semi OGM. La seconda ragione è la resistenza a dei particolari insetti. Contrariamente ai miti promossi dai giganti dell’agribusiness per soddisfare i loro interessi, non esiste un seme OGM in grado di assicurare un raccolto più ricco o che richieda meno erbicidi chimici tossici. Questo semplicemente perché non porterebbe alcun profitto.

Il disastro delle super erbacce

Come ha notato l’illustre biologa e oppositrice agli OGM, la Dott. ssa Mae-Wan Ho, dell’ Institute of Science di Londra, le aziende come Monsanto rendono i semi immuni agli erbicidi, grazie a un gene non sensibile al glifosate, che codifica l’enzima colpito dall’erbicida. L’enzima deriva da un batterio del suolo, l’Agrobacterium tumefaciens. L’immunità agli insetti è dovuta a una o più tossine derivanti dal batterio del suolo BT (Bacillus thuringiensis). Gli Stati Uniti hanno iniziato la coltivazione su larga scala di piante geneticamente modificate, soprattutto soia, grano e cotone, intorno al 1997. Oggi, le colture genericamente modificate occupano tra l’85% e il 91% delle aree coltivate con le tre colture principali degli USA, che sono appunto la soia, il grano e il cotone, per un totale di circa 70 milioni di ettari.

Secondo la Ho, la bomba a orologeria ecologica portata dagli OGM è in procinto di esplodere. Dopo anni di impiego costante di erbicidi al glifosate brevettati, come il famoso Roundup, prodotto da Monsanto, si sono sviluppate nuove ‘super erbacce’ resistenti agli erbicidi; è la risposta della natura ai tentativi dell’uomo di violare le sue leggi. Queste super erbacce hanno bisogno di ancora più erbicidi.

ABC, uno dei maggiori canali televisivi degli USA, recentemente ha realizzato un documentario sulle ‘super erbacce’ nella rubrica “Super weeds that can’t be killed” (“Erbacce che non possono essere uccise”, ndt) [1].

Sono stati intervistati agricoltori e scienziati dell’Arkansas, che hanno parlato di campi invasi da erbacce immuni persino al glifosate. Un agricoltore ha raccontato di aver speso almeno 400.000 euro in soli tre mesi nel tentativo fallito di eliminarle.

Queste erbacce sono così resistenti che nemmeno le mietitrebbie riescono a eliminarle, e se si cerca di estirparle manualmente, gli attrezzi si rompono. Almeno 400.000 ettari di coltivazioni di soia e cotone dell’Arkansas sono stati infestati da questa peste biologica. Informazioni dettagliate sulla situazione in altre zone non sono disponibili, ma si suppone che le cose siano più o meno simili. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, favorevole agli OGM e all’agribusiness, ha mentito sull’effettivo stato delle coltivazioni statunitensi, per nascondere la triste realtà e prevenire l’esplodere di una rivolta contro gli OGM, nel paese che costituisce il principale mercato per questi prodotti.

Una varietà di erbaccia, la Amaranthus palmeri, può crescere fino a raggiungere un’altezza di 2,4 metri, resistendo al caldo opprimente e a lunghe siccità e producendo migliaia di semi con delle radici che rubano i nutrienti alle alter colture. Se lasciata incontrollata, può impossessarsi di un intero terreno in solo un anno. Alcuni agricoltori sono stati costretti ad abbandonare le loro terre. Fino ad oggi, invasioni di Amaranthus palmeri, sono state identificate non solo in Arkansas, ma anche in Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee, Kentucky, Nuovo Messico, Mississippi e, più recentemente, in Alabama e nel Missouri, tutti paesi in cui si fa uso di colture OGM.

Gli scienziati della University of Georgia stimano che due sole piante di Amaranthus palmeri, in 6 metri di filari di cotone, sono in grado di ridurre il raccolto di almeno il 23%. Una sola erbaccia può produrre 450.000 semi [2].

La celata tossicità del Roundup

Il glifosate è il più usato erbicida negli USA e nel mondo. Brevettato e venduto da Monsanto fin dagli anni Settanta con il nome Roundup, è un componente obbligatorio dei semi OGM dell’azienda. Per averne la prova, basta andare in qualsiasi negozio di giardinaggio, richiederlo e leggere attentamente l’etichetta.

Come ho spiegato nel mio libro “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt), le colture OGM e i semi artificiali sono stati create negli anni Settanta, con il generoso supporto finanziario della Fondazione Rockefeller, sostenitrice dell’eugenetica, come le aziende chimiche Monsanto Chemicals, DuPont e Dow Chemicals. Tutte e tre sono state coinvolte nello scandalo dell’altamente tossico Agente Arancio, usato in Vietnam negli anni Settanta come la diossina, la cui pericolosità è stata tenuta nascosta ai dipendenti, ai civili e ai militari.

I semi OGM da loro brevettati erano considerati un metodo intelligente per aumentare le vendite dei loro composti chimici per l’agricoltura, come il Roundup. I coltivatori devono firmare un contratto con Monsanto, in cui accettano di utilizzare solo il pesticida Roundup. Quindi, i coltivatori sono costretti a comprare i semi e il glifosate velenoso dell’azienda.

All’università francese di Caen, un’equipe guidata dal biologo molecolare Gilles-Eric Seralini ha condotto uno studio che ha dimostrato che il Roundup contiene uno specifico ingrediente inerte, il surfactante poliossietilene, che per l’embrione umano, la placenta e le cellule ombelicali è più mortale dello stesso glifosate. Monsanto si rifiuta di fornire i dettagli sui contenuti del Roundup diversi dal glifosate, in quanto ‘protetti da brevetto’ [3].

Lo studio di Seralini ha scoperto che gli ingredienti del Roundup amplificavano i loro effetti tossici sulle cellule umane, anche in dosi minori di quelle utilizzate nelle aziende agricole e nei prati! L’equipe francese ha analizzato il Roundup a diversi gradi di concentrazione, dalle dose solitamente usate in agricoltura o nei campi, a dosi 100.000 volte più diluite rispetto al prodotto che troviamo nei negozi. I ricercatori hanno identificato un pericolo per le cellule in tutti i casi.

In un opuscolo dell’Istituto di Biotecnologia, volto a promuovere le colture OGM negli USA, in quanto “distruttrici delle erbacce”, il glifosate e il Roundup vengono pubblicizzati come “meno nocivi del sale da cucina”. In tredici anni, negli Stati Uniti, si è avuto un aumento nell’utilizzo di pesticidi di 144.000 tonnellate, mentre avrebbe dovuto diminuire, secondo quanto avevano promesso i “quattro cavalieri dell’apocalisse OGM”. Notevole è l’aumento delle malattie causate da queste sostanze.

Nonostante ciò, dopo l’immissione in commercio dei semi OGM di Monsanto negli USA, tra il 1994 e il 2005 si è registrato un aumento superiore al 1500% nell’utilizzo del glifosate. Negli USA circa 45.000 tonnellate di glifosate vengono usate in prati e aziende agricole ogni anno, e negli ultimi 13 anni, è stato impiegato in più di 400.000 ettari di terreno. Intervistato, il manager sviluppo tecnico di Monsanto, Rick Cole, ha detto che i problemi sono gestibili, consigliando agli agricoltori di alternare le colture e di utilizzare i diversi erbicidi prodotti da Monsanto. L’azienda incoraggia a mischiare il glifosate con altri erbicidi, come il 2,4-D, vietato in Svezia, Danimarca e Norvegia, perché collegato al cancro e a altri danni al sistema riproduttivo e neurologico. Il 2,4-D è un componente dell’Agente Arancio, prodotto da Monsanto e usato in Vietnam negli anni Sessanta.

Gli agricoltori statunitensi guardano al biologico

Gli agricoltori degli USA stanno mostrando sempre più interesse nelle colture tradizionali, che non prevedono l’uso di OGM. Secondo una relazione del Dipartimento dell’Agricoltura, le vendite di prodotti alimentari biologici sono passate dai 3,6 miliardi di dollari del 1997 ai 21 miliardi di dollari del 2008 [4]. Il mercato è talmente attivo che le aziende agricole si sono rimboccate le maniche per rispondere alla rapida crescita della domanda, e addirittura spesso si sono verificate delle periodiche mancanze di prodotti biologici.

La nuova coalizione di governo Conservativo-Liberale del Regno Unito ha intenzione di rimuovere il divieto di usare gli OGM nel paese. John Beddington, consigliere scientifico del Governo britannico, in un recente articolo ha detto: “I prossimi dieci anni vedranno lo sviluppo di composti con nuove caratteristiche, come ad esempio la tolleranza alle siccità. Dalla metà del secolo ci saranno possibilità molto più radicali legate alle caratteristiche poligeniche”. Ha poi continuato assicurando: “la clonazione degli animali permetterà l’immunità alle malattie”. Penso che si possa anche evitare di commentare.

Un recente studio dell’Università di Stato dello Iowa e del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, in cui è registrata la produttività delle aziende agricole durante i tre anni di transizione necessari per passare dalla produzione convenzionale a quella organica certificata, ha dimostrato i maggiori vantaggi derivanti dall’agricoltura biologica, rispetto alle colture OGM o a quelle non OGM convenzionali. L’esperimento è durato quattro anni, i primi tre di transizione e il quarto di sola agricoltura biologica, e si è visto che malgrado all’inizio la produttività è crollata, al terzo anno essa si è equiparata a quella delle colture tradizionali, mentre a partire dal quarto anno ha iniziato a crescere, sia per la coltivazione della soia, sia per quella del grano.

Ultimamente è stato pubblicato anche uno studio del’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), risultato di tre anni di deliberazioni di 400 scienziati e rappresentanti di organizzazioni non governative, provenienti da 110 paesi di tutto il mondo. Si è giunti alla conclusione che l’agricoltura bioloica su bassa scala è la soluzione migliore per la lotta alla fame, alle differenze sociali e ai disastri ambientali [5]. Come dice la Dott. ssa Ho, è necessario cambiare il modo di praticare l’agricoltura, prima che la catastrofe si diffonda in Germania, in Europa e nel resto del mondo [6].

Riferimenti:

[1] Super weed can’t be killed, abc news, 6 October 2009. Si veda anche, Jeff Hampton, N.C. farmers battle herbicide-resistant weeds, The Virginian-Pilot, 19 July 2009, http://hamptonroads.com/2009/07/nc-farmers-battle-herbicideresistant-weeds

i[2] Clea Caulcutt, ‘Superweed’ explosion threatens Monsanto heartlands, Clea Caulcutt, 19 April 2009, http://www.france24.com/en/20090418-superweed-explosion-threatens-monsanto-heartlands-genetically-modified-US-crops

[3] N. Benachour and G-E. Seralini, Glyphosate Formulations Induce Apoptosis and Necrosis in Human Umbilical, Embryonic, and Placental Cells, Chem. Res. Toxicol., Article DOI: 10.1021/tx800218n Publication Date (Web): December 23, 2008.

[4] Carolyn Dimitri and Lydia Oberholtzer, Marketing U.S. organic foods: recent trends from farms to consumers, USDA Economic Research Service, September 2009, http://www.ers.usda.gov/Publications/EIB58/

[5] International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development, IAASTD, 2008, http://www.agassessment.org/index.cfm?Page=Press_Materials&ItemID=11

[6] Ho MW.UK Food Standards Agency study proves organic food is better. Science in Society 44, 32-33, 2009.

F. William Engdahl è l’autore di “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt).

Titolo originale: “Genetically Manipulated Crops: The GMO Catastrophe in the USA. A Lesson for the World”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
18.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di STEFANIA MICUCCI

Friends of the Earth: “I carburanti verdi minacciano l’agricoltura africana” | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Friends of the Earth: “I carburanti verdi minacciano l’agricoltura africana” | Il Fatto Quotidiano.

Nel continente africano 5 milioni di ettari di terreno sono in mano alle compagnie straniere del settore biofuels. Un fenomeno che produce danni umani e ambientali devastanti. La denuncia viene dalla ong internazionale Friends of the Earth. “Vogliamo investimenti reali per produrre cibo, non combustibile per le automobili straniere”. Mariann Bassey, coordinatrice per la sezione nigeriana dell’organizzazione non governativa ha decisamente le idee chiare e, dati alla mano, non potrebbe essere altrimenti. Quello lanciato oggi dalla sua organizzazione, infatti, è un allarme inequivocabile che chiama in causa una vicenda torbida fatta di disgrazie africane e interessi miliardari. I protagonisti di sempre, insomma.

Nel corso degli ultimi anni, rivela il rapporto pubblicato oggi, le multinazionali straniere (tra cui le italiane Agroils, Aviam ed Eni) hanno acquisito terra africana per 5 milioni di ettari con l’obiettivo di convertirne le coltivazioni: dai prodotti alimentari ai biocarburanti. L’irresistibile business dei combustibili verdi avrebbe quindi generato una corsa alla terra senza precedenti, provocando danni incalcolabili all’ambiente e agli esseri umani. Privati dell’apporto alimentare di un area coltivabile grande quanto la Danimarca, milioni di africani sono così chiamati ad affrontare un futuro ancora più incerto fatto di carestie ataviche, impennate speculative dei prezzi e diminuzione delle risorse disponibili. Uno scenario da incubo assai peggiore, di fatto, di quanto appaia oggi visto che la ricerca, è bene ricordarlo, prende in considerazione appena 11 Paesi.

Quello condotto dalle corporation europee è un assalto alla terra silenzioso e riservato che sfrutta la diffusa carenza di garanzie che caratterizza i luoghi di conquista. Dati ufficiali praticamente assenti, consultazioni con le comunità locali decisamente scarse e inadeguate: più che a regolari acquisti, le operazioni condotte in Africa assomigliano a dei semi-espropri. Ad ammetterlo, spiegano da Friends of the Earth (Foe), è persino la Banca Mondiale, una che di questi argomenti sembra intendersene parecchio. Nel 2008 compilò una relazione interna ammettendo per la prima volta una correlazione tra lo sviluppo dei biofuels, la speculazione e la crisi alimentare. Ma alla fine preferì non divulgare i dati. Quando il rapporto finì nelle mani del quotidiano britannico Guardian, i vertici dell’organismo furono travolti dall’imbarazzo. Lo scandalo, tuttavia, non riuscì a scalfire l’agenda politica.

Per l’Unione europea quella dei biofuels è ormai una strada segnata. Bruxelles intende rispettare un piano noto da tempo che prevede entro il 2020 un utilizzo di carburanti verdi pari al 10% del combustibile totale impiegato nei trasporti. Un traguardo dall’impatto potenzialmente disastroso. «Le comunità locali affrontano la fame e una crescente insicurezza alimentare per permettere agli europei di riempire i serbatoi delle proprie automobili – spiega Adrian Bebb, responsabile delle campagne cibo e agricoltura di Friends of the Earth Europe – . Per questo l’Ue deve abbandonare al più presto questa politica per investire, al contrario, nel rispetto dell’ambiente e nella riduzione dell’energia impiegata».

Clicca qui per scaricare il rapporto di Friend of the Earth

Cancro e denari | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Cancro e denari | Il Fatto Quotidiano.

Sorsero due nuovi partiti che sotto il nome di progressisti e moderati in realtà nascondevano gli interessi di diverse famiglie maggiorenti.” Scriveva Mario Rigoni Stern.

L’ingegner Carlo De Benedetti vanta la tessera n°1 del Pd.

In provincia di Savona ci sono delle spiagge splendide. Ci sono anche diverse bandiere blu assegnate per il mare pulito. La settimana scorsa sono andato a fare il bagno in una di quelle spiagge. Arrivo, svesto maglietta e pantaloncini e mi tuffo in acqua. Dopo poco incrocio un amico savonese. Nuotiamo e scambiamo due parole.

Mi dice che la centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure a pochi chilometri da dove stiamo nuotando sarà ampliata. La Centrale è controllata dalla CIR Sorgenia di proprietà dell’ingegner Carlo De Benedetti.

Riprendiamo a nuotare in silenzio. A rana, con la testa fuori. Vengo anche a sapere che l’85% dei cittadini della provincia di Savona ha espresso parere contrario all’ampliamento della Centrale. Anche il segretario del Pd savonese, in un’intervista, si è detto contrario; e anche i Comuni di Savona, Vado Ligure, Quiliano, Bergeggi, Spotorno, Noli, Finale Ligure, Balestrino, Vezzi Portio, Albissola Marina, Celle Ligure, Altare, Carcare, Cairo, hanno detto no all’ampliamento della Centrale.

Continuiamo a nuotare a rana, ma improvvisamente scelgo di farlo mettendo la testa sott’acqua a ogni bracciata. Mi fermo a riprendere fiato. L’amico è sempre al mio fianco che continua il suo discorso. Ora m’informa di come il referente scientifico dell’Ordine dei Medici di Savona abbia dichiarato che in tutta la provincia di Savona, con dati che peggiorano quanto più ci si avvicina alla Tirreno Power, tumori e patologie vascolari, aumentino drammaticamente rispetto alla media nazionale. In particolare i tumori al polmone, alla vescica e alla laringe. Ma anche le patologie cardiovascolari non scherzano: infarti, emorragie cerebrali, ictus.

Sempre nuotando nelle limpide acque del savonese vengo anche a sapere che in provincia di Savona in 16 anni sono morte circa 2.664 persone in più rispetto alle previsioni e che, a Vado Ligure, il tumore maligno al polmone colpisce il 30% in più degli uomini rispetto al resto della Provincia. Per le malattie ischemiche del cuore, a Vado le donne fanno registrare il 71,9% di casi in più rispetto alla media regionale, mentre, per le malattie respiratorie croniche ostruttive, a Vado gli uomini fanno registrare il 150%  in più sulla Regione.

Esco dall’acqua e non so perché, ma inizio ad asciugarmi in fretta. L’amico mi dice anche che le ricerche commissionate dalla Comunità Europea asseriscono che nel territorio savonese ci sono valori di inquinamento fra i più alti in Italia.

Continuo a frizionare il capo con ritmo più veloce.

Tutte le principali ricerche mondiali” Conclude l’amico ”riportano di come il livello di mortalità sale enormemente abitando vicino alle centrali a carbone. Eppure la Tirreno Power ha in stadio avanzato l’ampliamento della centrale.”

Prima di salutarmi l’amico estrae dallo zainetto un giornale e me lo porge: “Leggilo se ti interessa questa storia.

Resto solo con i piedi nella sabbia. Sfoglio il giornale. In un articolo leggo che i dirigenti della Tirreno Power hanno deciso di investire capitali per mettere a norma la centrale esistente, ma che lo faranno solo se il governo concederà in cambio anche l’ampliamento della centrale stessa.

Cerco in fretta la maglietta e i calzoncini. Rivestito, guardo il bagnino e penso a cosa accadrebbe se domani chiedesse a gran voce di non voler emettere più scontrini fiscali fin quando non gli concederanno una fetta di spiaggia in più.

Sono in auto. Pigio sull’acceletore per rientrare a Genova. Accendo la radio. C’è il premio Nobel Carlo Rubbia che parla: “Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità. La CO2 dura in media fino a 30.000 anni. Il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso…”.

Spengo la radio e penso alla mia nuotata, all’amico, alle belle spiagge savonesi, agli abitanti della zona, ai tanti morti crepati di tumore e all’ingegner Carlo De Benedetti con la sua tessera n°1 del Pd.

Schifani, basta la parola- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Schifani, basta la parola- Blog di Beppe Grillo.

Buongiorno a tutti, torniamo in diretta dopo le vacanze, spero che siano andate bene per tutti quanti voi.
Torniamo a parlare di attualità, in particolare della seconda e terza carica dello Stato, la quarta, il Cavaliere, lasciamola un attimo da parte, perché è interessante vedere le novità che sono emerse sul presidente del Senato e sul presidente della Camera in questo mese in cui non ci siamo parlati in diretta e l’eco che le novità sui presidenti dei due rami del Parlamento hanno avuto presso la pubblica opinione. Cosa è emerso, quanto è grave e quanto se ne è saputo: c’è un’asimmetria totale sulle informazioni a proposito della seconda carica dello Stato, Schifani, e della terza Fini.

Il “caso” Fini
Fini, alla fine di luglio, è stato di fatto messo alla porta dal partito che aveva cofondato insieme a Berlusconi, è stato di fatto cacciato con una segnalazione ai probi viri del PDL – pare che il PDL abbia addirittura trovato dei viri probi, non si sa bene dove li abbia trovati – questi probi viri rimasti inattivi tutti questi anni, del resto non c’era materia per coinvolgere i probi viri, c’erano solo casi come quelli di Dell’Utri, Verdini, Cosentino, Brancher, Berlusconi quindi a che servono i probi viri?
Invece, appena Fini ha pronunciato la parola legalità e Granata la parola antimafia, sono stati immediatamente cacciati, perché certe parole non si dicono, non sta bene pronunciare certi vocaboli volgari e inopportuni. Quindi per eccessi di legalità e antimafia, Fini e i suoi fedelissimi, Granata, Briguglio e Bocchino, sono stati messi alla porta. E allora c’è stata la scissione: molti parlamentari, molti più di quelli che Berlusconi si aspettava, hanno seguito Fini. Sono più di trenta alla Camera e una decina al Senato, tanti quanti ne bastano per far perdere la maggioranza a PDL a Montecitorio e, può darsi, se si sganciano ancora un paio di senatori, anche a Palazzo Madama.
Berlusconi, circondato da servi, era stato rassicurato dai suoi servi, i quali non gli dicono la verità ma solo quello che vuole sentirsi dire, gli avevano garantito che intorno a Fini c’erano quattro gatti e quindi potevano essere buttati fuori senza problemi; in realtà i gatti erano 44 e così si è ritrovato praticamente con la maggioranza in crisi, anche se adesso sta cercando, con una bella campagna acquisti in perfetto stile arcoriano, di ricomprarsi qualcuno.
Da quel momento Fini è diventato il personaggio del giorno, è stato oggetto di prime pagine, tutti i giorni, sui giornali di Berlusconi o fiancheggiatori, soprattutto i soliti tre o quattro cioè il Foglio, il Giornale e Panorama e, naturalmente, su Libero che è la fotocopia, il ciclostilato del Giornale, e poi sui telegiornali delle reti Mediaset e sul TG1 del prode Minzolingua, che ha seguito amorevolmente le vicende di Fini e famiglia, in perfetta sintonia con gli house organ della ditta.
Così, per tutta l’estate tutti gli italiani praticamente, almeno una volta, hanno sentito parlare di scandali a proposito di Fini. Qual è lo scandalo? In estrema sintesi, lo scandalo sarebbe questo: Fini convive con la sua nuova compagna, Elisabetta Tulliani, già fidanzata di Luciano Gaucci, la quale Tulliani ha un fratello che quindi è il quasi cognato di Fini, di fatto il cognato di Fini, che, come la società intestata alla madre della Tulliani ha avuto qualche lavoretto alla Rai e, soprattutto, affitta, non si sa per quale cifra, un alloggio di 65 mq a Montecarlo.
Questo alloggio è il vero centro del cosiddetto caso Fini dell’estate, perché questo alloggio una dozzina di anni fa fu lasciato in eredità ad AN, cioè a Fini, da una nobildonna, la contessa Anna Maria Colleoni, discendente di Bartolomeo Colleoni, il condottiero che la leggenda vuole avesse tre palle e non solo due come noi comuni mortali; ebbene, questa signora dona varie proprietà fra le quali questo alloggetto a Montecarlo ad AN, cioè al partito di Fini.
L’alloggio viene valutato, in quel momento, da esperti a cui viene dato in esame, anche per le sue condizioni che vengono descritte piuttosto fatiscenti, 400-450 milioni di lire, una dozzina di anni fa, ripeto, dopodiché rimane improduttivo, infruttuoso per anni fino a quando, non so se due o tre anni fa, gli amministratori di AN decidono di venderlo a una società estera che ha sede nell’isola di Santa Lucia, ai Caraibi. Questa società lo paga 300.000 euro, quindi l’equivalente di circa 600 milioni di lire, più di quello che era stato valutato. Questa società lo rivende a un’altra società gemella, diciamo, che ha sede anch’essa nelle isole di Santa Lucia e questa società, lo si è scoperto quest’estate, ha affittato questo appartamento a Giancarlo Tulliani, il quasi cognato di Fini.
Immediatamente, la storia ovviamente fa notizia perché c’è il sospetto che Fini abbia dirottato questo appartamento a prezzi di favore tra le mani di suo cognato.
Fini fa un comunicato dicendo di aver saputo che la casa era stata venduta ma di non aver saputo che poi quelli che l’avevano comprata l’avevano affittata a suo cognato, e lì il Giornale, Libero, Panorama e tutta la grancassa si sono scatenati nel tentativo di smentire questa versione di Fini, e finora, devo dire, non ci sono riusciti. Sapete che hanno tentato, addirittura, di farlo con la storia di una cucina Scavolini da 4500 euro che Fini e la Tulliani comprarono in un mobilificio alla periferia di Roma, sull’Aurelia, un posto non proprio da VIP e una cucina non proprio da VIP, 4500 euro.
Cucina che, secondo un supertestimone scovato dai segugi del Giornale, un arredatore che lavorava in questo mobilificio insieme alla moglie, si diceva che fosse destinata a Montecarlo. Questa sarebbe dunque la prova che, se Fini avesse comprato la cucina per la casa di Montecarlo dove abita Tulliani, sapeva benissimo che Tulliani aveva affittato quella casa, e questa sarebbe la prova non che Fini ha rubato, ma almeno che ha mentito, che ha in qualche modo favorito il quasi cognato.
Fini ribatte che la cucina non è a Montecarlo, ma in una casa di Roma; a questo punto sta naturalmente al Giornale e a Libero dimostrare che non è vero, e non ci riescono. Anzi, questo loro supertestimone comincia a balbettare, a dire che non è sicuro, comunque non ci sono carte che dimostrino la spedizione della cucina a Montecarlo; è anche abbastanza improbabile che chi vuole arredare un appartamento a Montecarlo compri una cucina a Roma e poi spenda un sacco di soldi in spedizione. Se uno vuole arredare una casa a Montecarlo, i mobili li compra a Montecarlo o lì vicino, quindi sarebbe anche una cosa abbastanza curiosa. Insomma, il legame tra la cucina e Montecarlo non viene fuori e, anzi, si scopre un elemento piuttosto sospetto: il supertestimone, l’arredatore, dice di avere dato le dimissioni dal mobilificio, lui e la moglie perdendo così il posto di lavoro e due stipendi in una botta sola, per poter finalmente gridare la verità su Fini, che peraltro loro dicono di non conoscere perché sostengono semplicemente di aver sentito dire che la cucina andava a Montecarlo. O siamo di fronte a un eroe, a un temerario, a un martire che si immola col suo posto di lavoro e il suo stipendio al servizio della verità, oppure dobbiamo pensare che sia uno dei tanti supertestimoni, ne abbiamo visti in questi anni, che poi si sono scoperti calunniatori diciamo con la loro bella convenzienza. E voi sapete che l’impero del presidente del Consiglio non ha problemi a sistemare qualcuno dopo che ha reso i giusti servigi. Comunque, in questo caso, non sappiamo cosa ci sia dietro, sappiamo però che quella cucina non si è dimostrato che sia a Montecarlo, anzi Fini farebbe molto bene quando rientra dalle vacanze a spalancare le porte della casa dove è situata questa cucina in modo da sbugiardare, se lo può fare, i giornali che lo hanno attaccato per tutta l’estate.
Resta il fatto, naturalmente, che Fini deve completare la spiegazione: nel comunicato ha dato alcuni elementi, dicendo che al momento possedeva soltanto quelli, si spera che adesso acciuffi il Tulliani, gli faccia sputare tutta la verità su questa storia, e se Tulliani avesse avuto delle condizioni di favore danneggiando così le casse del partito, gli faccia scucire un po’ di soldi a titolo di risarcimento perché pare che al Tulliani non manchino i mezzi, visto che è stato fotografato con una Ferrari.
Questo è lo scandalo Fini, naturalmente non c’è nemmeno un euro di denaro pubblico che balla in tutta questa storia, quindi è un discreto chissenefrega, forse in Scandinavia ci si potrebbe dedicare al ricamo e al merletto e quindi andare a vedere il pelo nell’uovo, perché stiamo parlando davvero di un pelo nell’uovo: è un bene privato che viene venduta a un ente privato. I partiti purtroppo non hanno una configurazione giuridica che consenta di controllare i bilanci, la gestione dei finanziamenti pubblici che ricevono, il partito lo vende a società private, la società privata affitta a un altro privato, quindi non stiamo parlando di denaro pubblico, nulla a che vedere con gli scandali delle banche o delle tangenti, dove appunto ci sono denari pubblici. E nulla a che vedere nemmeno con il caso Scajola, a cui Feltri ha tentato invano di paragonare il caso Fini-Tulliani. Il caso Scajola è un ministro che si fa pagare la casa con 900.000 euro, una casa da 250 mq sul Colosseo, da un costruttore, Anemone, senz’arte né parte, che comincia a vincere appalti su appalti dal governo, dalla Protezione Civile, dal ministero dell’Interno, quindi altroché se ci sono soldi pubblici. Mentre nella trafila dell’alloggio di Montecarlo, finito poi in affitto a Tulliani non c’è nemmeno un euro di denaro pubblico. Ma in ogni caso Fini deve spiegare, perché comunque dobbiamo sapere se è o è stato succube di questo sgomitante Tulliani e dobbiamo sapere come è stato alienato un bene del partito. Se non ha nulla da nascondere, come dice, non avrà problemi a tirar fuori tutti i passaggi e prendere ulteriormente le distanze da questo signorino troppo intraprendente che evidentemente ha speso più di una volta il cognome di Fini approfittando del fatto che si è fidanzato con sua sorella; anche se poi, alla fine, il bottino non è stato granché, stiamo parlando di un appartamentino a Montecarlo e stiamo parlando di un appaltino su Rai2 per una serata, una seconda serata. Voglio dire, visto come vanno le cose in Rai, è proprio anche lì il pelo nell’uovo. Però, ogni spiegazione richiesta va data, soprattutto se, come dice Fini, non si ha nulla da temere.
E questo è quello che è emerso a carico della terza carica dello Stato, il presidente della Camera Gianfranco Fini. Uno di questi giorni mi metterò lì e conterò quante prime pagine di Libero, del Giornale e quanti titoli dei telegiornali pubblici e privati sono stati dedicati a questa solennissima minchiata della cucina e della casa di Montecarlo. Per non parlare del linciaggio che ha subito Elisabetta Tulliani di cui ancora non si è capito quale sia il delitto, se non quello appunto di stare insieme a Gianfranco Fini, a sua volta autore del gravissimo delitto di essersi smarcato da Berlusconi, perché se Fini non si fosse smarcato da Berlusconi e fosse rimasto sotto il suo ombrello protettivo a quest’ora potrebbe andare a rapinare le banche e stuprare le minorenni e nessuno scriverebbe una riga su quello sta facendo il rapinatore e stupratore Fini, anzi ci sarebbero forbiti editoriali di Feltri e Belpietro, i quali sosterrebbero che è cosa buona e giusta stuprare le minorenni e rapinare le banche.

Schifani e l’ombrello del Cavaliere
Vediamo ora che cosa succede a chi rimane sotto l’ombrello protettivo del Cavaliere, per esempio la seconda carica dello Stato, Renato Schifani.Su Renato Schifani ci siamo intrattenuti più volte, sapete quello che era emerso fino a un mese e mezzo fa, anche perché ero andato a parlarne da Fabio Fazio due anni fa, perché ne avevano scritto Gomez e Lirio Abbate nel loro libro “I Complici”, perché ne aveva scritto Marco Lillo su L’Espresso, perché c’era stato detto che non erano cose gravi, c’era stato detto che non ci sarebbe stato più niente da scoprire su Schifani, quindi bisognava smetterla di parlare di Schifani.
Ricordere l’attacco che io subii dal vicedirettore di Repubblica, il quale mentre io parlavo di Schifani tirò fuori che il problema ero io, perché si diceva che io vado in vacanza a spese della mafia, e dovetti documentare che le vacanze mie me le ero pagate da solo e che non avevo mai conosciuto mafiosi in vita mia. Insomma, lasciamo perdere il pregresso di Schifani: lo conosciamo.
Ci sono novità? Sì, ci sono almeno quattro novità che sono emerse grazie a due organi di stampa, fra i pochissimi liberi in Italia, liberi di parlare della seconda carica dello Stato, sebbene sia protetta dall’ombrello del Cavaliere. Uno è Il Fatto Quotidiano, l’altro è L’Espresso.
Il Fatto Quotidiano, grazie a Marco Lillo, ha scoperto in questo mese di agosto tre fatti piuttosto importanti e gravi.
Il primo: Schifani, oltre a tutto quello che già sapevamo, ha nel suo pedigree tre iscrizioni nel registro degli indagati per associazione mafiosa, non per concorso esterno ma per associazione mafiosa, della procura di Palermo che negli anni l’ha indagato tre volte e lo ha fatto archiviare dal GIP tre volte per decorrenza dei termini delle indagini. Cos’è l’archiviazione? Non è l’assoluzione: l’assoluzione vuol dire che ho accertato che tu sei innocente o che non ci sono le prove che tu sia colpevole. Ho fatto tutto il lavoro, indagine, processo, dibattimento e ho stabilito che tu non sei colpevole. L’archiviazione è un’altra cosa: c’è una notizia di reato, iscrivo la persona che è sospettata di averlo commesso, indago, quando mi scadono le indagini non ho concluso la mia indagine e al momento non ho elementi per chiedere il rinvio a giudizio, allora chiedo al giudice di archiviare. Mettiamo in archivio, facciamo un provvedimento di archiviazione. Vuol dire che se emergono nuovi elementi possiamo riaprire quell’indagine, invece se uno viene assolto per gli stessi fatti per i quali è stato assolto non può più essere reindagato e ripreocessato, si chiama ne bis in idem. Questo è molto importante per capire la differenza. L’archiviazione può essere riaperta in qualsiasi momento, mentre l’assoluzione chiude la partita.
Schifani viene indagato, archiviato, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo perché negli anni Novanta e nei primi anni Duemila emergono degli elementi che fanno ritenere che sia partecipe dell’associazione mafiosa Cosa Nostra. Poi questi elementi non bastano mai per chiedere il rinvio a giudizio, archiviazione.
La prima volta viene indagato nel 1996, era procuratore Caselli a Palermo. Si pente l’ingegner Salvatore Lanzalacco, professionista di Palermo che si occupava di appalti pubblici, era in contatto con Angelo Siino, il re degli appalti, il garante della mafia e del sistema delle imprese della politica sul tavolino della spartizione, sapete che in Sicilia le tangenti gli imprenditori non le devono pagare solo ai politici, le devono pagare anche ai mafiosi sotto forma di sub appalti alle imprese amiche di Cosa Nostra. Lanzalacco racconta l’appalto della metanizzazione del Comune di Palermo, una gara da 140 miliardi di lire, che viene aggiudicata nel 1993 a un’associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Saipem di Milano, credo che la Saipem fosse del gruppo Eni. Secondo Lanzalaco quella gara era truccata a suon di mazzette e c’era una percentuale dell’1.5 percento per la mafia e per un suo socio. Lanzalaco racconta di essere andato a Parma a parlare con gli imprenditori della ditta Bonatti sulla spartizione dei lavori che avrebbero dovuto andare in subappalto alle imprese mafiose o amiche della mafia.
Cosa succede? Che in queste missioni al nord per parlare di quell’appalto, a Parma, dice Lanzalaco “partecipava l’avvocato Schifani” che all’epoca era un consulente del comune di Palermo e, dice Lanzalaco, “lo Schifani era a conoscenza di tutte le fasi illecite di gestione della gara e mi risulta che fosse molto inserito tra i consulenti del comune di Palermo”. Schifani viene iscritto nel registro degli indagati il 13 marzo 1996 per associazione mafiosa. Nel marzo 1998, cioè due anni dopo, massimi termini per indagare, viene archiviato perché il GICO della guardia di Finanza non ha ancora consegnato il rapporto che la procura gli ha commissionato per riscontrare le accuse di Lanzalaco.
Il rapporto arriva dopo l’archiviazione, e sulla base di questo la procura reiscrive Schifani, perché nel rapporto c’è la notizia di reato, cioè per esempio si scopre che i subappalti li ottennero per il movimento terra ditte che facevano capo al cugino del boss Cancemi, poi pentito, Vincenzo Cancemi, e una società di Vito Buscemi, poi arrestato e sottoposto a misura di prevenzione per mafia. Buscemi, tra l’altro, abita nel palazzo di Via D’Amelio costruito da una cooperativa in cui sia Buscemi che Schifani sono stati soci per un certo periodo, prima di diventare condomini di questo stabile che sta nella stessa via dove esplose la bomba contro Paolo Borsellino.
I finanzieri vanno anche a controllare se è possibile che Schifani abbia viaggiato in quel periodo in cui c’era questa spola tra Palermo e Parma, e scoprono appunto dei voli nelle date indicate da Lanzalaco tra Palermo e Bologna e tra i passeggeri di questi voli c’era appunto Schifani.
Nel 1999 comunque, non ritenendo sufficienti questi elementi per richiedere il rinvio a giudizio, la procura di Palermo chiede di nuovo l’archiviazione, quindi Schifani viene archiviato. Ma, subito dopo, viene di nuovo indagato perché si sono scoperti altri elementi, non solo per associazione mafiosa ma anche per altri nove reati, tra i quali concorso in corruzione, concussione, abuso d’ufficio, scrive la procura, “in relazione all’acquisto dei decreti di finanziamento e al pilotaggio dell’asta inerente l’appalto per la metanizzazione della città di Palermo, e in particolare agli accordi raggiunti con Cosa Nostra per l’assegnazione della gara a un gruppo di imprese collegate con l’organizzazione mafiosa e agli accordi economici successivi per l’affidamento di noli autorizzati a imprese facenti capo direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.

Schifani e i fratelli Graviano
Altri due anni di indagine, una parte degli indagati assieme a Schifani viene poi arrestata per bancarotta aggravata dal favoreggiamento alla mafia, mentre viene archiviata sempre per insufficienza di elementi utili a ottenere il rinvio a giudizio, la posizione di Schifani e il filone principale.
Scrivono i magistrati: “considerato, in base alle dichiarazioni dei collaboratori e all’attività di riscontri, il GICO non è stato possibile ricostruire in concreto quali interessi specifici o quali condotte in concreto abbia tenuto, lo Schifani – che è menzionato solo da Lanzalaco come soggetto che avrebbe fatto parte di un gruppo che a Parma avrebbe redatto i patti parasociali per il contratto di appalto – deve essere archiviato”. Il 2 marzo 2002 il GIP archivia la posizione di Schifani che nel frattempo è diventato capogruppo di Forza Italia al Senato.
A questo punto cosa succede? Altre due novità scoperte una sempre da Marco Lillo per il Fatto Quotidiano, l’altra da Lirio Abbate per L’Espresso, cioè due pentiti parlano e tirano in ballo pesantemente Schifani davanti ai magistrati di Palermo, che stanno indagando sulle dichiarazioni fatte da Spatuzza, il quale dice di aver visto un giorno Schifani in un capannone industriale frequentato dai Graviano.
Campanella è il primo pentito che parla ai magistrati e racconta che quando Schifani lo ha querelato perché Campanella l’aveva accusato di avere sistemato il piano regolatore di Villabate a seconda degli interessi della cosca di Nino Mandalà, il capomafia di Villabate che conosceva Schifani dagli anni Settanta perché erano stati soci nella Sicula Broker, Campanella dice che quando Schifani lo ha querelato ha mentito, perché ha minimizzato il suo ruolo nel mettere le mani sul piano regolatore di Villabate, mentre invece le mani ce le ha messe con diverse varianti che, a suo dire, erano state suggerite o comunque servivano agli interessi della cosca di Mandalà.
Il sindaco di Villabate presso il quale lavorava come consulente urbanistico Schifani era una cosa con il clan Mandalà, il famigerato sindaco Navetta.
Naturalmente, il comune di Villabate è stato sciolto per mafia due volte, a causa di questo grumo di interessi Navetta, prestanome di Mandaltà. Campanella perché parla? Perché era un politico dell’Udeur, ex democristiano, che faceva il presidente del consiglio comunale di Villabate, non è un mafioso che va in giro a sparare, è un mafioso col colletto bianco che si occupa di soldi e fa politica per conto della mafia, e oggi è pentito e racconta che c’erano forti interessi nel centro storico e nei terreni delle cooperative edilizie che sono stati in qualche modo risolti da Schifani nell’interesse di Mandalà, questo dice Campanella.
Naturalmente accuse tutte da verificare, noi sappiamo soltanto che Schifani è stato consulente di quel comune piuttosto puzzolente, fino a quando non è stato eletto senatore nell’aprile del 1996.
Altra novità: nuove rivelazioni di Spatuzza. Spatuzza, lo rivela l’Espresso questa settimana grazie a Lirio Abbate, è stato sentito l’anno scorso dalla procura antimafia di Firenze, dai PM che stanno indagando, sulle stragi del 1993 di Milano, Firenze e Roma, e ha detto che Schifani nei primi anni Novanta sarebbe stato decisivo per mettere in contatto Berlusconi e Dell’Utri con i fratelli Graviano. Si sa, e questo è ciò che rende non del tutto incredibile quello che dice Spatuzza, che Schifani alla fine degli anni Ottanta, lo scrive L’Espresso citando una fonte autorevole, aveva avuto già contatti con Dell’Utri, ben prima che nascesse Forza Italia. In quel periodo viaggiava spesso tra Palermo e Milano. Questa stessa fonte, scrive Abbate, rivela che Schifani veniva chiamato il “contabile” di Berlusconi. All’epoca era avvocato esperto di urbanistica, aveva tra i suoi assistiti Giovanni Bontade, fratello del boss Stefano che come è noto, secondo i giudici di Palermo, era legatissimo a Dell’Utri e Berlusconi, fu lui praticamente a battezzare l’assunzione di Vittorio Mangano nella villa di Arcore, poi questo Giovanni Bontade, il fratello del boss dei boss, è stato anche lui condannato per traffico di droga al maxiprocesso, poi è stato assassinato con la moglie nel 1988.
Altri clienti di Schifani, Domenico Federico che era socio di Bontade e un altro boss imprenditore Ludovico Visconti. Questo scrive Lirio Abbate per dire che voi sapete che il coté della mafia di Bontade è sempre stato considerato uno dei possibili flussi di finanziamento del gruppo Berlusconi negli anni Settanta, quando anche come racconta Massimo Ciancimino, la mafia investì nelle imprese e nei cantieri e nelle televisioni.
In quel periodo, dunque, sarebbe nato questo link tra Schifani e Dell’Utri che poi avrebbe portato, sempre secondo quello che dice Spatuzza, Schifani a diventare una specie di anello di congiunzione fra il clan dei Graviano e Dell’Utri e Berlusconi in un periodo nel quale poi noi sappiamo che nel 1993 i Graviano si prendono la responsabilità diretta ed esclusiva delle stragi, che secondo i magistrati e secondo molti collaboratori di giustizia servivano appunto ad accelerare, a spingere la nascita di questo nuovo soggetto politico che poi proprio Dell’Utri ha inventato e ha di fatto indotto Berlusconi a fondare tra il 1993 e il 1994.
Anche queste accuse, come quelle di Campanella, vengono da una fonte da verificare: è un mafioso, Spatuzza, che collabora con la giustizia, ma capite che essendoci stata un’inchiesta tre volte archiviata per mafia su Schifani, notizia che si è saputa dal Fatto quest’estate e che nessuno ha ripreso, adesso è probabile che i magistrati siano costretti a riaprire quest’inchiesta, perché come vi ho detto le archiviazioni, se emergono nuove notizie di reato, vengono revocate e si ricomincia a indagare. Scrive appunto Lirio Abbate che questa indagine verrà riaperta e a settembre, quindi praticamente adesso, i magistrati di Palermo interrogheranno Spatuzza e probabilmente torneranno a interrogare Campanella e tutti gli altri che hanno parlato di Schifani per vedere se c’è qualcosa di concreto e di ancora documentabile oggi su questi racconti che naturalmente risalgono a prima che Schifani entrasse in Parlamento, prima del 1996, o se c’è anche qualcosa di più recente.

Schifani e il palazzo dei mafiosi
La quarta e ultima novità su Schifani la racconta Marco Lillo sul Fatto Quotidiano e cioè che tra i vari clienti di Schifani c’era un certo Lo Sicco, un costruttore anche lui arrestato per mafia e condannato con sentenza definitiva nel 2008, che aveva costruito un enorme e mostruoso palazzo in piazza Leoni a Palermo, a due passi dal parco della Favorita; in quel palazzo abitavano fior di mafiosi, anche latitanti per un certo periodo.
Quel palazzo incombe e mina la solidità, la stabilità di una piccola casetta dove abitano due anziane sorelle, le sorelle Pilliu. A Palermo le conoscono tutti, perché sono state tra le ultime persone a incontrare Paolo Borsellino, in quanto già nel 1992 si lamentavano per la protervia di questo costruttore mafioso che gli aveva fatto una casa sopra la loro, e che aveva fatto crepare la loro piccola casetta per via dei lavori di questo gigantesco stabile.
Eppure, per 18 anni, vent’anni, forse di più si sono battute invano, perché non riuscivano mai ad avere ragione. Chi aveva torno, cioè il costruttore mafioso coni suoi inquilini mafiosi, era assistito da Renato Schifani ed era una potenza di fuoco tale per cui queste poverette credevano di non avere più nessuna speranza. Ma proprio quest’estate, il 21 luglio, la corte d’appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado che era arrivata addirittura 8 anni fa, e ha stabilito che il palazzo del costruttore mafioso deve essere abbattuto almeno in parte perché deve arretrare di due metri e mezzo in modo da dare respiro e non minacciare più la stabilità della casetta delle sorelle Pilliu, che intanto è andata a ramengo e quindi deve essere consolidata spese dello Stato perché lo Stato non ha saputo difendere queste due sorelle dall’arroganza del costruttore mafioso e dei suoi amici, naturalmente il costruttore mafioso difeso dall’attuale presidente del Senato.
Questa è una delle poche storie a lieto a fine che si riesce a raccontare. Di tutto questo gli italiani non sanno nulla perché mentre sappiamo tutto della cucina Scavolini e dell’appartamentino a Montecarlo e della Ferrari di Tulliani e della schedina che non si sa se abbia vinto al superenalotto la Tulliani o Gaucci, e delle beghe familiari tra Gaucci e la Tulliani, non sappiamo niente di tutta questa storia che riguarda non la terza ma la seconda carica dello Stato. Perché? Perché non c’è nessun giornale, a parte l’Espresso e il Fatto, che abbia dedicato una riga a queste vicende.
Quando l’Espresso ha anticipato il suo scoop, l’unico quotidiano che ha ripreso la notizia oltre al Fatto Quotidiano è stata Repubblica che lo ha confinato in un trafiletto a pagina 25, praticamente invisibile.
Il giorno dopo Schifani ha detto: “sono indignato per questo nuove insinuazioni, ma sono pronto a farmi interrogare dai magistrati per chiarire tutto” ed è una posizione importante. Il presidente del Senato si dice pronto ad essere interrogato al più presto dai magistrati antimafia di Palermo che stanno indagando su eventuali sue partecipazioni alla mafia. Di questo stiamo parlando: stanno indagando su accuse di mafia nei confronti del presidente del Senato, lui fa un comunicato ufficiale dove dice che vuole essere sentito, è una cosa buona, magari dicesse “voglio essere sentito” e i giornali non scrivono una riga, nessuno a parte il nostro che lo mette in prima pagina. Perché? Perché chi ha censurato le accuse di Spatuzza e Campanella, chi non ha ripreso la notizia che Schifani ha avuto tre iscrizioni per mafia e tre archiviazioni per mafia non può dare conto della replica di Schifani, perché se uno legge la replica si domanda: “ma perchè Schifani vuole essere interrogato su questioni di mafia?” Se nessuno ci ha raccontato che è stato accusato di mafia da qualcuno? Se censuri la notizia devi anche censurare la replica, censura chiama censura, così, mentre da una parte tutti gli italiani sanno delle pagliuzze eventuali di Fini o di suo cognato, nessuno conosce le travi del presidente del Senato. E che differenza c’è tra Fini e Schifani? Sono tutti e due del centro destra, uno ha i capelli e l’altro no, aveva il riporto ora nemmeno quello. La vera differenza è che uno si è scostato da sotto l’ombrello protettivo del Cavaliere e hanno cominciato a sparargli a vista, e non trovandogli travi hanno cercato di inventare delle pagliuzze.
Dall’altro lato c’è un signore che ha delle travi grosse così, almeno da spiegare, non dico che le abbia fatte, ma almeno le deve spiegare, e non c’è nessuno che ne parla e nessuno che lo sa per la semplice ragione che è rimasto a corte e non si sogna nemmeno di allontanarsene. E nessuno si allontanerà da quella corte, dopo aver visto che fine ha fatto quello che se ne è allontanato quest’estate.

Questo è in fondo la migliore prova su strada del conflitto di interessi, ed è anche la migliore spiegazione del perché nessuno, a destra come a sinistra, ha mai pensato a risolverlo.
Buona settimana, passate parola.

Certi palazzi. La favola nera che Schifani non racconta

Fonte: Certi palazzi. La favola nera che Schifani non racconta.

Sembra il film “Up” Un potente costruttore (mafioso) prova a cacciare due vecchiette Il Presidente è con lui.

“Il presidente del Senato tiene inoltre a precisare che la sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell’attività forense”. Con questa risposta burocratica Renato Schifani pensa di avere assolto il suo dovere di rendere conto sulle sue passate vicende professionali, ricordate dal Fatto anche a beneficio del PD che lo invita alla sua festa come ospite d’onore.
La deontologia è una buona difesa per un avvocato di fronte al suo Ordine ma al presidente del Senato si chiede qualcosa di più. Per esempio, di spiegare perché da una ventina di anni un palazzo abusivo costruito dalla mafia violando i diritti di due signorine inermi viene difeso davanti a tutte le corti dallo studio legale Schifani-Pinelli, fondato dal politico con Nunzio Pinelli e ora ereditato dal figlio Roberto Schifani.
Forse le sorelle coraggio Maria Rosa e Savina Pilliu vinceranno la loro battaglia. Forse il palazzo sarà abbattuto e le loro case saranno restaurate ma tutto ciò accadrà non grazie a Schifani, bensì nonostante lui e i suoi amici palermitani. Nelle ultime settimane ci sono state due importanti novità in questa lunga storia che i lettori del Fatto conoscono bene (vedi Schifani e il palazzo abitato dai boss, 20 novembre 2009).

Da un lato I giudici della Corte di appello di Palermo, il 21 luglio scorso, hanno confermato il verdetto di primo grado del 2002: il palazzo costruito in piazza Leoni, di fronte al Parco della Favorita, dal costruttore Pietro Lo Sicco nel 1992, poi arrestato per mafia nel 1998 e condannato con sentenza definitiva nel 2008, deve essere arretrato di 2,25 metri e quindi abbattuto almeno in parte per rispettare le distanze con la proprietà delle Pilliu. La seconda notizia è che le casupole delle sorelle, danneggiate dalla ruspa del costruttore mafioso che le voleva abbattere per aumentare la cubatura del palazzo, saranno risanate a spese dello Stato. Ebbene, in entrambe le vicende legali lo studio Schifani-Pinelli e i grandi avvocati legati al presidente stavano dalla parte del palazzo, e lottavano in tribunale contro le vittime della prepotenza mafiosa.

Una storia da raccontare agli alunni delle scuole

A PIAZZA LEONI bisognerebbe portare le scolaresche per mostrare quanto è difficile distinguere l’antimafia e la mafia. Da un lato si vede un palazzo grande e bello, costruito nel 1992 dalla Lopedil di Pietro Lo Sicco, allora un grande costruttore difeso da un grande avvocato: Renato Schifani. Dall’altro lato ci sono due casette sghembe e diroccate. Le hanno imprigionate in una rete per nascondere una realtà sconcia. Alla scolaresca bisognerebbe infatti chiedere: dove sta la mafia? Tutti punterebbero il dito sulle casette e allora bisognerebbe spiegare ai piccoli che la mafia è dall’altra parte: nel palazzo illegale ma ricco rimasto in piedi grazie a politici e avvocati. Mentre quelle case abbandonate da tutti sono in realtà la cosa più pulita della città.
Poi bisognerebbe cominciare a raccontare questa storia che somiglia a quella del film “Up”, il kolossal dell’animazione della Disney-Pixar. In entrambi i casi c’è un costruttore prepotente e un palazzone di cemento che minaccia abitazioni antiche, persone e sentimenti. A Palermo il cemento fa più paura perché è di un
mafioso in carne e ossa, per di più difeso da un avvocato che una dozzina di anni dopo diverrà presidente del Senato. Eppure mentre nel film “Up” l’anziano vedovo Carl Fredrickson alla fine abbandona il campo e decolla verso le cascate Paradiso con la forza del sogno e dei palloncini, a Palermo, le orfane Pilliu – contro ogni logica – non lasciano le case ereditate dal padre. E vincono. La Corte di appello il 21 luglio ha scritto la parola fine su questo monumento alla prepotenza composto di tre scale e 11 piani che profuma di mafia dalle fondamenta al tetto. In ossequio alle nuove norme e a una diversa interpretazione – la parte illegale da abbattere si riduce in appello da 8 metri a 2,25 metri. Resta però il principio e resta soprattutto lo smacco per lo studio Pinelli-Schifani che – dopo aver perso una causa amministrativa durata molti anni – si è ostinato a difendere il palazzo indifendibile, anche nel giudizio civile. Il presidente del senato Schifani, da qualche anno ha lasciato lo studio al figlio Roberto ma se lo stabile è ancora in piedi, lo si deve un pò anche a lui. Davanti al Tar, l’avvocato Schifani in persona, ottenne un’insperata vittoria nel 1995 inf avore del costruttore Lo Sicco, poi condannato per mafia.Fortunatamente le sorelle Pilliu riuscirono a ribaltare quel verdetto in secondo grado ottenendo, nonostante la difesa di Schifani, l’annullamento della licenza edilizia ottenuta con la corruzione e l’abuso. Pietro Lo Sicco sarà arrestato nel 1998 quando i magistrati scopriranno che da Brusca a Bagarella, da Savoca a Guastella, da Lo Piccolo a Pullarà, molti boss di Palermo si erano interessati a quella costruzione o avevano abitato i suoi appartamenti signorili. Schifani di tutto ciò non sapeva nulla. Sapeva però che quel palazzo aveva una storia edilizia particolare. Pur avendo partecipato a un sopralluogo nel quale si rilevava il mancato rispetto della distanza prescritta, sostenne in giudizio che il palazzo era legale. La sua difesa non era quella di un penalista. Non garantiva la libertà di un presunto colpevole ma gli interessi di un costruttore prepotente. Lo Sicco, già indagato e prosciolto da Giovanni Falcone, d’altro canto era un ottimo cliente. Dopo la sentenza del 2008 gli è stato confiscato un patrimonio di 102 milioni di euro.

Un avvocato che si dette molto da fare

IL NIPOTE che allora collaborava con lui, Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che l’avvocato Schifani si diede molto da fare per quel palazzo e si vantò con lui di aver fatto “pennellare” una norma del condono Berlusconi nel 1994 (Schifani non era ancora in Parlamento ma collaborava come tecnico alla stesura delle norme, secondo Lo Sicco Jr) proprio per sanare la situazione di piazza Leoni. La norma per condonare i palazzi senza licenza effettivamente nel condono Berlusconi c’era. Il pm Domenico Gozzo aprì un’indagine. Schifani fu sentito come persona informata sui fatti ma poi la Procura ritenne la vicenda non rilevante penalmente e archiviò tutto. Il presidente ha sempre negato. Lui non si è mai accorto di nulla. Né delle amicizie del suo cliente né dei suoi modi spicci per ottenere la licenza. Il costruttore aveva bisogno di comprare le case delle Pilliu per poi abbatterle in modo da non avere il problema delle distanze. Lo Sicco dava per scontato che, con le buone o con le cattive, le sorelle avrebbero ceduto e presentò il progetto al comune come se suoli e case fossero già sue. Maria Rosa e Savina però non si piegarono. Lo Sicco allora cominciò ad abbattere le case sopra e in mezzo, minandone la stabilità. Poi partì con la costruzione. La forma della legge era dalla sua parte: aveva in tasca una licenza, poi annullata, arrivata grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire all’assessore Michele Raimondo. Lo Sicco sarà poi condannato per truffa e corruzione ma allora Schifani e il suo socio Pinelli lo difendevano in tribunale e Pinelli andava in televisione a parlare in suo favore e al suo fianco contro le sorelle Pilliu. Oggi che è socio del figlio di Renato Schifani, Pinelli non molla la presa, nonostante nel frattempo le Pilliu siano state riconosciute vittime della prepotenza mafiosa dall’antiracket regionale.

Un nuovo simbolo per l’antimafia a Palermo?

NEL PROCEDIMENTO delle distanze le ragioni delle sorelle Pilliu sono state difese dagli avvocati Cristiano Dolce e Luigi Mazzei, mentre a difendere il palazzo c’erano il professore Giovanni Pitruzzella per la Lopedil e Nunzio Pinelli per i condomini che hanno firmato i contratti preliminari. La storia del palazzo continua quindi a essere intrecciata con gli interventi di amici, soci ed ex consulenti di Schifani. Basti dire che nel 2008 Schifani ha scelto Pitruzzella come presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi e come avvocato nella sua causa per diffamazione contro Travaglio, insieme a Giuseppe Pinelli. Mentre il padre Nunzio Pinelli – dominus dello studio – è stato nominato nella stessa Commissione. Pinelli si contrappone alle Pilliu anche nella causa intentata alla Lopedil dalle sorelle per chiedere di puntellare le casette debilitate dalla violenza del buldozzer di Lo Sicco. Solo quando una tromba d’aria ha fatto volare il muro ormai marcio, lo Stato si è svegliato e ha colpito senza pietà. Ovviamente le vittime, non la mafia: le sorelle Pilliu sono state rinviate a giudizio dal giudice penale per crollo colposo e poi, all’inizio dell’estate, l’amministratore giudiziario della Lopedil, Luigi Turchio, ha spedito un telegramma nel quale, sulla base di una presunta imminente ordinanza del giudice, intimava loro di demolire le case. Le Pilliu dopo avere vinto la battaglia con la mafia stavano per soccombere allo Stato. L’epilogo beffardo è stato sventato grazie al giudice e all’Agenzia dei beni confiscati alla mafia. Se l’ordinanza avesse davvero ordinato di abbattere le casupole come sembrava intimare il telegramma, il problema delle distanze sarebbe stato risolto alla radice. Niente case (legali) delle Pilliu, niente distanze, niente abbattimento del palazzo (illegale), tutti felici. In particolare i difensori del palazzo e i contraenti che avevano siglato i compromessi con Lo Sicco, compresa la figlia del boss Stefano Bontate, che finalmente avrebbero potuto rogitare l’atto.Fortunatamente i funzionari dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia, creata pochi mesi fa dal ministro Roberto Maroni, hanno stoppato tutto: nessuna demolizione. L’Agenzia puntellerà le case come simbolo della legalità. Si parla di un progetto ambizioso: le case distrutte da Lo Sicco potrebbero essere ricostruite e unite a quelle delle Pilliu. Il filare antico risusciterebbe per ospitare i negozi di prodotti tipici delle sorelle più un presidio dell’Agenzia che organizzi attività antimafia. Per ricordare a tutti che la legge vale anche a Palermo, anche se dall’altra parte c’è lo studio Schifani. E per dimostrare che anche senza palloncini, le casette talvolta possono volare.


Marco Lillo (il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2010)

L’Aquila, la rivolta delle comparse | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’Aquila, la rivolta delle comparse | Il Fatto Quotidiano.

Assistere a quello che sta succedendo agli abitanti dell’Aquila dal Canada è rivoltante. Ricordo la sera del 5 aprile 2009 (a Vancouver siamo a meno 9 ore dal fuso italiano) e ricordo le prime drammatiche immagini trasmesse in diretta da Corradino Mineo sul sito di Rai News. Tornano in mente le prime pagine dei giornali canadesi e una intervista che rilasciai ad una tv di Vancouver. La nostra comunità raccolse piùdi 100.000 dollari in meno di due mesi. Poi venne l’estate 2009 e la tragedia del terremoto divenne uno spettacolo nelle mani dei coreografi di Raiset, divisione grandi eventi. Tra le macerie si aggirava quasi ogni giorno un settantenne che affermava di voler ospitare tutti nelle sue ville, acquistava dentiere per anziane bisognose, invitava gli attendati a ritenersi in campeggio, prometteva veline in quantità industriali per le maestranze e (educatamente) chiedeva il permesso di toccare il sedere a signore trentine. I suoi dipendenti strombazzavano ogni giorno i record del “Governo del Fare”. Secondo loro una cosa del genere non era mai accaduta, quello dell’Aquila era il terremoto di maggior successo degli ultimi 150 anni e le case sarebbero state consegnate entro il 29 Settembre, giorno in cui nel lontano 1936 Iddio aveva concesso alla Patria un meraviglioso dono. Per festeggiare uno spettacolo del genere il palinsesto di tutte le Tv del sultanato italico venne rivoluzionato. Cancellati Matrix e Ballaro’, il 15 Settembre 2009 l’Italia intera osservò, tra due porte bianche in prima serata, il monologo televisivo del Sire della TV che raccontò alla nazione plaudente il miracolo appena avvenuto.

Naturalmente era quasi tutto falso. I pochi quattrini a disposizione erano stati racimolati da altri capitoli di spesa, il creativo al ministero delle finanze si era inventato una bella lotteria (come per eventi un po’ meno luttuosi come il Palio di Siena o l’Epifania) e quasi tutto era stato speso tra casette ed alberghi nel 2009. Per il 2010 le colpe sarebbero state riversate su una coppia di comunisti mangia-bambini (Cialente e Pezzopane). Finito lo spettacolo, tradite le promesse sulle tasse e, soprattutto, finiti i soldi iniziarono le proteste dei terremotati-comparse. A luglio 2010 arrivarono per loro, a Roma, anche le manganellate. Oggi alle comparse dell’Aquila non è nemmeno concesso il diritto a manifestare. Gli striscioni vengono regolarmente tirati giù dalla Digos (è successo di nuovo in occasione della Perdonanza) perché potrebbero finire in TV a rovinare la favola del terremoto-show.

Ormai siamo a 17 mesi dalla mattina del terremoto e nessuno sa cosa sarà di uno dei centri storici piu’importanti dell’Italia centrale.

Eppure, nel passato non è stato sempre così.

A pochi chilometri di distanza dall’Aquila, in una fredda mattina del 13 gennaio del 1915, ci fu un’altra tragedia.

In quella maledetta mattina la terra tremò nella città in cui sono nato, Avezzano. Un sisma terribile, settimo grado della scala Richter, 30.000 morti e città rasa al suolo con l’eccezione di una sola abitazione. Presidente del Consiglio (senza fard) era Antonio Salandra e stava preparando il Paese alla guerra. L’Italietta di Re Pippetto si rimboccò le maniche. Diede ad un ingegnere, Sebastiano Bultrini, il compito di disegnare una nuova città. Il piano regolatore della nuova Avezzano era già pronto nel luglio 1916 e venne approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici il 29 agosto 1916. In 19 mesi, con il Paese in guerra e con i favolosi mezzi dell’epoca Antonio Salandra prima e Paolo Boselli dopo erano riusciti a dare alla città di Avezzano un piano regolatore per la rinascita, un piano regolatore che fece di Avezzano una Viareggio di montagna e che la ricostruì in stile liberty. Una velocità oggi sconosciuta al Governo del Fare.

Probabilmente Berlusconi aveva la “ricostruzione”dell’Aquila in mente in quel della Maddalena quando circa un anno fa, rispondendo a Miguel Mora di El Pais spavaldamente affermava: ”Applicando l’insegnamento della mia zia Marina, le dico di essere stato e di essere di gran lunga il migliore Presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei suoi 150 anni di storia”. Antonio Salandra e Paolo Boselli inclusi, ovviamente.

“Fuori la mafia dallo Stato”. A Como Dell’Utri contestato, abbandona il palco | Il Fatto Quotidiano

Segnali incoraggianti…

Fonte: “Fuori la mafia dallo Stato”. A Como Dell’Utri contestato, abbandona il palco | Il Fatto Quotidiano.

Il senatore azzurro era ospite del Parolario. Il suo intervento doveva ruotare attorno ai presunti diari di Mussolini

Al grido di “Fuori la mafia dallo Stato” e “Devi andare in carcere”, il Senatore Marcello Dell’Utri, ospite nel tardo pomeriggio a Como della rassegna Parolario dedicata all’universo dei libri ha dovuto abbandonare il palco e rinunciare all’annunciata presentazione dei presunti diari di Mussolini.

Una dura contestazione nei suoi confronti che era decisamente nell’aria da qualche giorno tanto che lo stesso Dell’Utri, che ha un domicilio a Torno, vicino a Como, aveva rinunciato a presenziare sabato all’inaugurazione.Urla, grida, spintoni: “Altro che in galera, devi essere appeso per i piedi” si è sentito qualcuno urlare. “Sei un mafioso, vergognati”, ha urlato qualcun altro aggiungendo “uno solo dovete portare dentro e lo sapete. Uno solo, lui”. Protagonisti della contestazione sono stati un centinaio tra ragazzini che si sono dati appuntamento dopo il tam tam su Facebook e un gruppo di attempati militanti a Rifondazione comunista.

L’incontro di oggi non ha avuto neppure inizio in quanto all’arrivo del senatore alla manifestazione un centinaio di persone ha immediatamente iniziato a protestare gridando slogan e Marcello Dell’Utri si è quindi allontanato dagli stand allestiti in centro città. La partecipazione del senatore alla manifestazione era stata nei giorni scorsi criticata dagli esponenti della sinistra di Como. La contestazione si è conclusa con un’intonazione spontanea di Ciao bella ciao.

Nel maggio scorso Marcello Dell’Utri è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Condanna, va detto, che non comprende gli anni delle stragi mafiose. Va anche ricordato che durante la conferenza stampa a poche ore dalla condanna dei giudici palermitana per l’ennesima volta aveva espresso stima al “suo eroe” Vittorio Mangano.

Antonio Di Pietro: Il cavaliere e la rockstar Gheddafi

Fonte: Antonio Di Pietro: Il cavaliere e la rockstar Gheddafi.

Il weekend appena trascorso verrà ricordato, in Italia, per la visita a Roma di Muammar Gheddafi. Il leader libico è stato accolto come una rockstar. Un’agenzia ha reclutato 500 hostess. Fotografi e cronisti hanno seguito, attimo dopo attimo, ogni spostamento del colonnello di Tripoli. Non c’è giornale che non riporti una sua foto in prima pagina. Lui, il dittatore libico, ha voluto lanciare un appello all’Europa affinché l’Islam diventi la religione dominante.
Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha parlato di folklore e ha “chiesto“, come sa fare lui, di non gonfiare il caso.
Ma come è possibile siglare trattati con Gheddafi? Com’è possibile svendere la dignità dell’Italia? Come è possibile che, mentre gli altri Paesi ospitano leader democratici, in Italia arrivi un dittatore, venga accolto come una star in aeroporto con 500 ragazze reclutate apposta per lui?
Ci dicono che c’è un trattato di “amicizia” fra Italia e Libia, siglato nell’ottobre 2008. Dunque Berlusconi svenderebbe e umilierebbe l’Italia, trasformandola nel palcoscenico di un dittatore, in cambio di un trattato che prevede un esborso di cinque miliardi di euro in 25 anni per risarcire la Libia dai danni coloniali. In cambio, una strada prioritaria per le aziende italiane.
In realtà, però, dietro a questa storia c’è un grosso giro di affari che coinvolge direttamente il Presidente del Consiglio. Gheddafi fa la star in casa nostra perché Berlusconi tutela l’ennesimo conflitto d’interessi. Come scriveva il ‘Guardian’, qualche giorno fa, c’è un legame d’affari fra Gheddafi e Berlusconi. Una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il dieci per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. E l’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, “con circa il ventidue per cento del capitale”, scrive il ‘Guardian‘, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Sempre il ‘Guardian’ faceva notare il fatto che Quinta Comunication e Mediaset, ossia l’impero televisivo di Berlusconi, possiedono ciascuna il venticinque per cento di una nuova televisione via satellite, Arabala Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale il colonnello potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication.
Il premier, quindi, svende la dignità del Paese per tutelare le sue aziende.
In compenso, però, fra qualche mese la foto di Berlusconi comparirà sui passaporti libici. Forse il Presidente del Consiglio, conscio della prossima sconfitta elettorale, ha deciso di scappare a Tripoli, che non è come la tunisina Hammamet, ma si sta bene anche lì.

Libero Grassi: ‘Non rinuncio alla mia dignità di imprenditore’

Libero Grassi: ‘Non rinuncio alla mia dignità di imprenditore’.

Sono le sette e mezzo del mattino del 29 agosto 1991. Un uomo sulla settantina esce di casa e, come ogni giorno, si incammina verso la sua azienda di biancheria, la Sigma. È un imprenditore noto, amato e temuto dai suoi dipendenti, uscito alla ribalta grazie a qualche trasmissione televisiva che ha raccontato la sua storia e ad alcune lettere pubblicate sui giornali che sono lì, a testimonianza delle sue battaglie. La fama non gli ha portato la felicità, tantomeno gli ha attirato addosso l’invidia della gente. Puoi essere felice e invidiato se sei un calciatore, un attore, un uomo di spettacolo, ma se la tua fama è legata all’opposizione alla mafia, diventi un “famoso” al contrario: nessuno ti cerca, la maggior parte delle persone ti evita. Ma quell’uomo non si ferma, continua a camminare a testa alta, a difendere strenuamente e con orgoglio la propria libertà dalle prepotenze mafiose.

Continua a camminare, finché due uomini non lo raggiungono, gli si avvicinano, tirano fuori una pistola calibro 38 e gli sparano addosso quattro colpi. Quel corpo che ora giace inerme a terra, era appartenuto ad un uomo coraggioso, intelligente e battagliero; un uomo che si chiamava Libero.

Questi nacque a Catania il 19 luglio 1924 e visse la maggior parte della sua adolescenza a Palermo, prima di trasferirsi a Roma durante gli anni della guerra. Appartenente ad una famiglia antifascista, anch’egli dimostrò una profonda avversione nei confronti del regime di Benito Mussolini e nei confronti della politica nazista e antisemita. Per questo, dopo essersi iscritto alla facoltà di Scienze Politiche, entrò in convento come seminarista, per sfuggire alla guerra ed evitare di servire gli ideali di uomini folli. Nel ’45 tornò con la famiglia a Palermo e conseguì la laurea in Legge e, sebbene volesse intraprendere una carriera di diplomatico, prese in mano le redini dell’attività imprenditoriale di famiglia.

Tuttavia, un imprenditore a Palermo è soggetto ad una tassa in più da pagare; una tassa che non gli impone lo Stato, ma la mafia: il pizzo. E così arrivarono le prime richieste da parte degli esattori di Cosa nostra. Il lungo calvario iniziò negli anni Ottanta con una telefonata di un certo “zio Stefano”, che pretendeva cinquanta milioni di lire. Libero risponde di no, così “ignoti” ladri entrarono nella sua azienda e gli rubarono gli stipendi destinati agli operai, per un totale, neanche a farlo apposta, di cinquanta milioni. Arrivarono nuove richieste e nuove minacce, finché Libero non decise di prendere carta e penna e scrive una lettera, pubblicata sul “Giornale di Sicilia” il 10 gennaio 1991, diretta al suo estorsore, che iniziava così: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.”

Il giorno dopo giornalisti e poliziotti si presentarono sotto casa sua e sulla porta delle aziende commerciali, così quel piccolo imprenditore diventò un simbolo della lotta all’estorsione e l’incarnazione vivente del sogno di una Sicilia libera dalle prepotenze mafiose.

Libero di nome e di fatto, quando gli chiedevano se avesse paura di eventuali ritorsioni da parte di Cosa nostra, rispondeva: “Paura? E perché? La paura fa il gioco della mafia. Bisogna avere il coraggio di fare scelte precise, di decidere da che parte stare. E non farsi cogliere da sentimenti irrazionali.” Eppure la punizione della mafia non si fece attendere e, il 29 agosto 1991, due sicari lo uccisero brutalmente sulla strada che lo portava al lavoro.

Il sogno di una Sicilia non più schiava del pizzo, però, non è morto del tutto e, proprio grazie all’esempio e al sacrificio di Libero Grassi, sono sorte numerose associazioni antiracket, molte delle quali intitolate allo stesso imprenditore. Comitati come Addiopizzo, l’associazione Libero Futuro, Libere Terre e tanti altri, sono la testimonianza di come il cambiamento sia possibile. Ma per essere davvero tutti partecipi di una rivoluzione delle coscienze, bisogna stare accanto a quelle persone, come Ignazio Cutrò, Pino Masciari e molti altri, che portano avanti la battaglia contro la mafia e contro il racket, con lo stesso spirito e lo stesso coraggio di Libero Grassi. Solo sostenendoli, aiutandoli, seguendo il loro esempio, onoreremo il loro impegno.
Libero Grassi è morto per affermare la propria Libertà e ci ha insegnato come si fa ad essere uomini liberi. Sta a noi scegliere se seguire il suo esempio oppure no.


Serena Verrecchia

Domenica mattina, 29 agosto, per ricordare Libero Grassi a diciannove anni dalla morte, il comitato Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Futuro e la Fai, saranno presenti in massa in via Alfieri alle 10.
”Il modo migliore per onorare la memoria di Libero è quello di essere numerosi anche per dare una risposta ferma a coloro che in queste ultime settimane hanno inviato messaggi di morte sia a uomini delle istituzioni che a semplici testimoni.
Nel futuro libero che vogliamo non c’è posto per i mafiosi e le loro cupe minacce.”
(Confindustria, ANCE e Lega delle cooperative parteciperanno massicciamente)

L’evento su facebook

ComeDonChisciotte – JOSEPH STIGLTZ CRITICA LE STRATEGIE PER USCIRE DALLA CRISI

Fonte: ComeDonChisciotte – JOSEPH STIGLTZ CRITICA LE STRATEGIE PER USCIRE DALLA CRISI.

DI LAURENT PINSOLLE
Agoravox

L’autore, premio Nobel 2001 per l’economia e critico radicale delle pratiche del FMI, denunciate nel libro La globalizzazione e i suoi oppositori (Globalization and its discontents), ha appena pubblicato Freefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy[non ancora tradotto N.d.T.].

Un’analisi della crisi

Joseph Stiglitz fornisce una sintesi della crisi centrata sugli Stati Uniti. Secondo Stiglitz l’origine della crisi è finanziaria: “…la bolla è scoppiata, ed ha lasciato una scia di devastazione. Questa bolla è stata alimentata dai mutui di bassa affidabilità concessi dalle banche, che hanno accettato in pegno beni il cui valore è stato gonfiato. “Recenti innovazioni finanziarie hanno consentito alle banche di nascondere gran parte di questi prestiti mettendoli fuori bilancio e hanno incoraggiato l’uso dell’effetto leva, il che ha ingigantito la bolla e amplificato il caos che ne è derivato quando è scoppiata“.

«La crisi che ha sconvolto i mercati finanziari non è “capitata”; è un fenomeno di produzione umana: Wall Street l’ha inflitto a sé e al resto della società.». Stiglitz denuncia il ruolo avuto da Alan Greenspan, scelto da Ronald Reagan per promuovere la deregolamentazione alla quale Paul Volcker [il precedente Presidente della FED N.d.T.] era meno favorevole. Denuncia la rincorsa delle banche ai profitti trimestrali (profitto di brevissimo termine) e la cartolarizzazione, che consente loro di incassare commissioni molto alte e rende difficile la valutazione dei prestiti messi in questo modo fuori dal bilancio.

Descrive un mondo finanziario distorto, dove vari interessi spingono i protagonisti a comportamenti sbagliati. I prestiti ipotecari sono stati progettati per massimizzare i guadagni delle banche e la cartolarizzazione ha consentito loro di non valutare il rischio correlato al rimborso. Infine, i modelli utilizzati per fornire valutazioni del rischio sono stati mal studiati prevedendo che: ” un crollo delle borse simile a quello del 19 ottobre 1987 potesse verificarsi ogni 20 miliardi di anni“…

L’autore denuncia gli eccessi di un sistema sbilanciato, poiché il reddito reale mediano delle famiglie dal 2000 al 2008 ha perso circa il 4%, mentre sono saliti alle stelle i prezzi del mercato immobiliare e il PIL per abitante è cresciuto del 10%, a riprova che solo una piccola minoranza ne ha beneficiato. La crescita è stata trainata dal credito, potendo le azioni di recupero delle ipoteche delle famiglie rappresentare fino al 7% del PIL annuo. E questo sbilanciamento si ritrova negli aiuti concessi alle banche, mentre invece le famiglie indebitate si sono viste pignorare la casa : “gli speculatori sono trattati meglio dei lavoratori.

Una feroce critica dell’amministrazione Bush e Obama

Joseph Stiglitz ha il dente avvelenato con il precedente Presidente, ne elenca le dichiarazioni puntualmente smentite dalla realtà. L’analisi dettagliata del TARP (Troubled Asset Relief Program) (piano di salvataggio delle Banche) mette i brividi: 150 miliardi di dollari per assicurarsi i voti al Congresso, 180 miliardi per AIG. Arriva a dire che i contribuenti sono stati “derubati”. Denuncia i rimborsi di titoli “tossici”, finanziati al 92% dallo Stato, che si accolla le perdite e riceve solo il 50% dei profitti, mentre il resto viene intascato dal settore privato che così può anche disfarsi dei titoli peggiori.

Non è meno duro con l’amministrazione di Barack Obama, la cui strategia definisce come “navigazione a vista” …”è incredibile come il Presidente Obama, che durante la campagna elettorale aveva assicurato il cambiamento, si sia limitato a modificare la disposizione delle sedie sul ponte del Titanic “. Due pesi e due misure di una gestione per la quale, da una parte i contratti dei dirigenti di AIG erano sacrosanti, mentre gli accordi salariali degli operai delle aziende che avevano ricevuto gli aiuti dovevano essere rinegoziati.

Sotto accusa sono anche gli aiuti dei quali ha profittato Goldman Sachs grazie al salvataggio di AIG [Goldman Sachs ha ricevuto 12,9 miliardi di dollari dal governo federale per il piano di salvataggio di AIG; N.d.T.] o i bonus miliardari distribuiti da società che sopravvivono solo grazie agli aiuti dello Stato; denuncia la politica delle banche che sfruttano le loro dimensioni [troppo grandi per fallire N.d.T.] per scaricare sulla collettività le loro perdite e trattenere i profitti. Critica anche i regali della Fed a tutto il sistema bancario, in linea con la logica dei piani di salvataggio del FMI che protegge i creditori occidentali…

La spietata analisi di Joseph Stiglitz denuncia la responsabilità delle banche che prima di essere salvate dello Stato hanno conseguito enormi profitti mentre i cittadini hanno patito tre volte: la perdita delle loro case, la fattura per il TARP e la perdita del lavoro.

Fonte: Joseph Stiglitz « Freefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy»

Titolo originale: “Joseph Stiglitz, pourfendeur des plans de sortie de la crise “

Fonte: http://www.agoravox.fr
Link
17.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA SELMI

VEDI ANCHE: JOSEPH STIGLITZ – PERCHE’ DOBBIAMO CAMBIARE IL CAPITALISMO

ComeDonChisciotte – IN EUROPA, RIBELLARSI PAGA

Si bisogna ribellarsi, ma bisogna anche farlo puntando ai veri problemi che non sono il 5,48% di interessi sul debito dell’Irlanda contro il 5% della Grecia, ma la legittimità stessa del debito: se le banche possono creare il denaro dal nulla per poi prestarlo, perché gli stati quando hanno bisogno di denaro lo chiedono alle banche?

Gli stati devono riprendersi la sovranità monetaria e creare il denaro secondo le necessità come fanno le banche.

Inoltre gli stati devono avere le proprie banche e concedere prestiti ai privati a tasso zero o comunque molto basso. Questo aiuterebbe molto l’economia che in questo momento manca di liquidità. I profitti per l’attività bancaria verrebbero comunque dal giochetto legale della riserva frazionaria che consente di moltiplicare enormemente il denaro.

Il Fondo Monetario Internazionale è di proprietà delle banche private ed è solo uno strumento per spremere tramite il debito le economie dei paesi che si sottopongono alle sue cure.

Tutti i paesi che si sono affidati al FMI sono stati dissanguati, si veda il tracollo dell’Argentina, che poi quando si è ribellata al FMI ha cominciato una fase di crescita vicina al 10% annuo.

Fonte: ComeDonChisciotte – IN EUROPA, RIBELLARSI PAGA.

DI AMBROSE EVANS -PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

Per restituire i prestiti, l’Irlanda dovrà pagare più della Grecia.

Prendendo delle misure preventive, Dublino ha giocato secondo le regole, cercando di compiacere i mercati e l’Unione Europea. Ha fatto il lavoro del Fondo Monetario Internazionale senza il bisogno del suo intervento. Anzi: ha fatto più di quanto il FMI avrebbe osato chiedere.

Ha imposto misure di austerità draconiane. Il senso di solidarietà del paese è stato notevole: niente rivolte o minacce terroristiche.

Eppure, a partire da oggi pagherà il 5,48% su dieci anni di prestiti, circa l’8% reale, fattorizzata la deflazione. Una situazione paralizzante, capace di gettare il paese sulla via di un debito insostenibile, qualora dovesse durare a lungo.

La Grecia sta beneficiando di prestiti al 5% dall’UE e dal FMI, ad un tasso sfalsato molto al di sotto di questo (comunque troppo alto ai fini di un’effettiva efficacia della misura adottata, ma questo è un altro paio di maniche). Questi erano gli accordi sulla restituzione dei 110 miliardi di euro.

Oltre il danno, la beffa: l’Irlanda dovrà SOVVENZIONARE la Grecia per aiutarla a corrispondere la sua quota del pacchetto aiuti.

Capirete bene quanto ciò sia assurdo. È un chiaro esempio di azzardo morale, e mostra cosa succede quando un sistema che non funziona più comincia ad impelagarsi in miriadi di sotterfugi invece di affrontare il problema principale.

Sì, so bene quanto le scadenze greca e irlandese siano diverse, ma il fatto è che la Grecia ha ottenuto condizioni migliori lasciando che la situazione sfuggisse di mano.

Il Pasok di George Papandreou ha beneficiato dell’esitazione relativa al primo piano di misure di austerità, e – giusto per non avere peli sulla lingua – insultato i tedeschi richiedendo riparazioni di guerra. Per condire il tutto, qualche testa calda ha messo a ferro e fuoco Atene e Salonicco.

Se fossi irlandese, – (e in qualche modo lo sono: Sir John Parnell era il mio trisavolo) – sarei un tantino infastidito.

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100007444/it-pays-to-riot-in-europe/
25.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRO SARDONE (www.asardone.it)

Stiamo ancora parlando di nucleare? | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Stiamo ancora parlando di nucleare? | Il Fatto Quotidiano.

Un sistema basato su una perenne crescita economica e quindi su aumenti continui dei consumi ha costantemente bisogno di aumentare l’offerta di energia, invece che diminuirne la domanda. La proposta del nucleare si basa proprio sulla convinzione che la domanda di energia non possa non crescere. Ma questo non è un dato oggettivo su cui fare le previsioni, perché con opportune innovazioni tecnologiche la domanda di energia si può ridurre, senza deprimere gli usi finali, ma semplicemente riducendo gli sprechi e le inefficienze.

Questo è il punto di partenza di ogni politica energetica, perché produrre e usare energia comporta sempre e comunque qualche forma di inquinamento ambientale, e l’unica maniera di ridurlo è fare in modo di consumarne di meno. Come dice l’ingegner Palazzetti, l’inventore del primo micro-cogeneratore di energia, è “meglio un KW/h evitato di un KW/h sostituito, anche con fonti rinnovabili piuttosto che fossili”.

Il vantaggio di questa impostazione è che coniuga la riduzione dell’impatto ambientale con la riduzione dei costi, perché gli investimenti necessari a sviluppare quelle tecnologie che aumentano l’efficienza e riducono gli sprechi si ripagano entro un certo numero di anni con i risparmi economici che consentono di ottenere. E perché il costo di investimento per un kilowatt evitato è molto inferiore del costo di investimento per un kilowatt prodotto, qualunque sia la fonte da cui proviene.

C’è un’ultima ragione per dare preferenza a questa scelta: i tempi necessari a ridurre il consumo di energia attraverso una maggiore efficienza sono più brevi dei tempi necessari a produrre energia con fonti fossili, o peggio, nucleari. Infatti, anche ammesso e non concesso che il nucleare non comporti nessun pericolo e nessun aumento dei costi, ammesso e non concesso che il nucleare consenta una riduzione delle emissioni di CO2 (cosa non vera, perché se la produzione di energia nucleare non manda CO2 in atmosfera, lo fa la costruzione delle centrali nucleari, oltre che l’estrazione e la purificazione dell’uranio), se dobbiamo ridurne le emissioni del 20% entro il 2020 per evitare che si aggravi in maniera irreversibile l’effetto serra, anche se per un concorso di cause (in realtà non realizzabile) si riuscisse ad avviare la costruzione di alcune centrali nucleari entro il prossimo anno, il primo KW/h prodotto con questa fonte non potrebbe essere immesso in rete prima del 2021, cioè fuori tempo massimo.

Per ridurre veramente le emissioni di CO2 in atmosfera, oltre che ridurre le nostre bollette (altro cavallo di battaglia dei nuclearisti), si dovrebbe iniziare a lavorare sulla riduzione della domanda di energia piuttosto che sul costante aumento della sua offerta. Ma anche considerando un maggiore fabbisogno di energia, indipendentemente da tutte le preoccupazioni che il nucleare giustamente suscita, basta dire che non rappresenta il modo di fornire tempestivamente un’offerta aggiuntiva di energia elettrica, né, come accennato, quello di ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Se la politica economica e industriale del governo prevedesse invece la ristrutturazione energetica delle case esistenti, i primi risultati si potrebbero vedere nel giro di sei mesi. Ciò che in questo momento ci si dovrebbe chiedere in Italia quando si sente ancora parlare di energia nucleare è quindi: meglio fare una scelta più costosa, più pericolosa e che richiede tempi più lunghi, o una scelta meno costosa, assolutamente non pericolosa e che richiede tempi molto più brevi? Non dovrebbe essere difficile rispondere a questa domanda. A meno che la visione che si ha oggi del mondo, dell’ambiente e dell’economia sia la stessa che si poteva avere negli anni sessanta.

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Superpoteri d’ordinanza: puoi usare l’amianto | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Superpoteri d’ordinanza: puoi usare l’amianto | Il Fatto Quotidiano.

Se fossi Silvio Berlusconi, vorrei per me i poteri di Protezione civile per governare il Paese. E’ un metodo perfetto, per liberarsi dei lacci e dei lacciuoli.

Si può persino evitare alle imprese di adottare le norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto. Come a dire: per superare un’emergenza ne potrei creare un’altra. Ma che problema c’è, se tanto devo andare in fretta e sono giustificato dalla contingenza?

Sembra paradossale, ma in fondo è una cosa così comoda. Funziona così. Tu scrivi l’ordinanza di Protezione civile, con un buon consulente legale; l’ordinanza finisce sulla Gazzetta Ufficiale, non passa attraverso le noiose e burocratiche procedure del normale dibattito parlamentare, non ha alcun controllo democratico ed è subito operativa. Non solo: puoi andare in deroga a una serie di norme. Quelle che decidi tu.

Certo, ti devi mantenere all’interno del rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario. Diciture talmente generiche da lasciar spazio all’interpretazione e alla fantasia del momento.

Nell’immagine, per esempio, si possono apprezzare alcune delle leggi cui si va in deroga per fronteggiare lo stato d’emergenza dovuto al maltempo in Friuli Venezia Giulia (sic). L’elenco continua per altre due pagine, e tutti dovrebbero leggersi la relativa ordinanza 3894 del 20 agosto 2010, per capire bene cosa intendo.

L’emergenza è un concetto che non compare nella nostra Costituzione. E’ perfetto per gestire tutto in deroga.

Vediamo il caso specifico: il 23 luglio 2010 il Friuli Venezia Giulia viene colpito dal maltempo; il 30 luglio si decreta lo stato d’emergenza, che durerà fino al 31 luglio 2011; in questo lasso di tempo (un anno), il Commissario delegato (in questo caso l’Assessore regionale alla Protezione civile) potrà agire con poteri speciali.

In deroga, per esempio, al contratto collettivo di lavoro del personale del comparto unico. In deroga a svariati commi della legge 241 del 7 agosto 1990 e modifiche: la legge che regola il procedimento amministrativo e il diritto di accesso ai documenti amministrativi.
Per il superamento dell’emergenza friulana, i proprietari di eventuali terreni espropriati hanno solo 10 giorni di tempo per presentare opposizioni e osservazioni. Si può costruire aggirando il parere della Commissione per le valutazioni ambientali.

E, appunto, – questo, davvero, appare sorpendente a chiunque abbia un minimo di buonsenso -, si può andare in deroga all’articolo 9 della legge sulla cessazione dell’impiego dell’amianto. Un articolo che obbliga le ditte che ne facciano uso a relazionare alle Regioni a proposito dei loro lavori, incluse le procedure di smaltimento e quelle per la sicurezza dei lavoratori. E poi all’articolo 12 della stessa legge, con norme per la rimozione dell’amianto e per la tutela dell’ambiente, e ancora, al 15, quello in cui si parla delle sanzioni applicate a chi non la dovesse rispettare.

Insomma, è chiaro il meccanismo?
Comodissimo per chi gestisce il potere, lo stato d’eccezione.
Un vero ginepraio per chi voglia provare a criticarlo: il poveretto di turno deve spulciare sistematicamente tutte le norme a cui si deroga. E sono tante, come vedete.

Non si mette in dubbio, qui, la necessità di andare in fretta quando si deve superare un’emergenza reale.
Ma la sensazione è sempre la stessa: che si vada molto oltre. Che ci sia una logica secondo la quale, per governare il paese, servano procedimenti d’urgenza, dall’alto, antidemocratici, senza un progetto a lungo termine.

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Uomini e bestie | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Uomini e bestie | Il Fatto Quotidiano.

E’ veramente difficile vivere e discutere in un Paese in cui all’impunità giudiziaria – ormai sostanzialmente totale per ricchi e potenti – si aggiunge quella disgustosa impunità morale per la quale il Capo del Governo può tranquillamente porre come condizione alla prosecuzione della legislatura il fatto che si sfasci quel pochissimo che resta della giustizia per salvare lui e i suoi amici e sodali da processi penali nei quali sono imputati per vergognosi reati commessi non da politici, ma da privati cittadini.

A questo punto del percorso sulla china dell’autodistruzione collettiva, la quantità di menzogne e imposture che vengono diffuse e ripetute come se fossero la cosa più normale del mondo è talmente grande che tentare di ricostruire un senso comune in qualche modo ancorato alla realtà appare come un’impresa titanica.

Un aspetto di tutto questo che vorrei sottolineare qui è quello relativo al fatto che la gente viene indotta a credere che la questione della legalità si possa ridurre al se dare o no un salvacondotto al dott. Berlusconi e ai suoi amici.

La questione, insomma, sembra solo la seguente: ritenete accettabile o no che il dott. Berlusconi, l’avv. Previti, il sen. Dell’Utri, l’on. Verdini, il tentato Ministro Brancher, il Sottosegretario Bertolaso e il folto stuolo dei loro parenti, amici e donnine di piacere varie la facciano franca?

Messa così, tanti (sia pure sbagliando e di grosso) pensano che in fin dei conti non si tratta di cosa troppo importante. E si rendono di fatto disponibili a consentire quella impunità.

Si rendono complici di essa, come lo sono stati per anni e molto attivamente quei “finiani” che oggi “scoprono” cosa hanno contribuito a costruire e blindare. Mentre ancora si dichiarano disponibili a un “Lodo Alfano costituzionale” (??!!).

La tragedia è che la questione non è affatto quella.

Il tema della legalità, il fabbisogno di legalità di un paese non è affatto problema riducibile alla giusta pena per chi commette reati.

La legge serve a caratterizzare e qualificare la vita stessa dell’intera comunità.

Perché i rapporti fra le persone possono essere regolati solo in due modi. Non esiste – nonostante provino con tutte le loro forze a farcelo credere – una “terza via”.

I rapporti fra le persone in qualsiasi società possono essere regolati solo o dalla legge o dalla forza.

O si farà secondo le regole o si farà come vuole il più forte.

O l’appalto lo vince l’impresa in grado di fare il lavoro meglio e con meno spesa, o lo vince l’impresa che ha i soldi per pagare le mazzette pretese dal politicante di turno e la spregiudicatezza per pagare una donna a un amministratore pubblico che non riesce ad avere una vita sentimentale e sessuale decente.

O il posto di primario ospedaliero si dà al medico più titolato e più capace o a quello che ha la tessera del partito più potente.

O gli appalti per la ricostruzione de L’Aquila si danno all’impresa più titolata, o li prende l’imprenditore che è capace di ridere sulla morte dei terremotati ed è pronto a pagare questo e quello e magari comprare case all’insaputa (!!??) dei beneficiati.

E così via.

In una società complessa la forza, in alternativa alla legge, ha moltissime facce.

C’è la forza delle armi dei mafiosi, ma c’è – ed è molto più diffusa – quella del denaro, quella dell’appartenenza a un partito o a un ceto sociale (perché siamo ancora ampiamente classisti) o a una razza (perché siamo sempre più schifosamente razzisti) e così via.

Dunque, o c’è e si riesce a fare applicare la legge o vince sempre il più forte.

E questa è la distinzione fra una società di umani e un branco di bestie.

Fra le bestie vince il più forte, il più cattivo, il più spregiudicato. Il caimano.

Fra gli umani chi ha ragione o ha più ragioni.

Dunque, chi ci toglie la legge – abrogandola o vanificandola, rendendola nei fatti inapplicabile o inutile (come fa da anni massicciamente la classe politica al potere) – ci toglie umanità e speranza. Ci trasforma in bestie.

Perché una società senza legge e senza giustizia non ha niente di umano.

Né gli ipermercati e le new town possono rendere umane bestie che ridono alle tre di notte, mentre la radio comunica che decine di persone muoiono sotto le macerie di un terremoto.

In qualunque altro paese il Capo del Governo, per restare al suo posto, promette più giustizia, più legalità, la persecuzione degli evasori fiscali, la cacciata dal Governo e dal Parlamento di corrotti e magnacci.

Nel nostro paese il Capo del Governo, per restare al suo posto, promette, nella sostanza, l’esatto contrario.

Questo ci dice molte cose su di lui, ma anche su tutti noi.

In qualunque altro paese un mafioso assassino viene chiamato “mafioso assassino” e i giudici che lottano contro il crimine “eroi”.

Nel nostro paese è il mafioso assassino a essere definito eroe dal più intimo collaboratore del Capo del Governo e il Capo del Governo in persona pensa dei giudici: «Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana» (Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003).

La crisi del nostro paese a questo punto è definita da questo problema: individuare facilmente e in maniera tendenzialmente condivisa la “razza umana”, così da potere distinguere agevolmente un uomo da una bestia.

E poterci così rendere conto che, da furbi che crediamo di essere, ci siamo fatti rubare – sotto il naso e con la nostra complicità –, per la seconda volta in un secolo, la dignità, la speranza, la vita stessa.

Bollette nucleari

E’ dimostrato, il nucleare è più caro che le altre fonti…

Fonte: Bollette nucleari.

Ritorno al nucleare, il Governo parla di indennizzi alle aziende qualora in futuro l’Italia innestasse la retromarcia. Vuol mettere un’ipoteca sul nostro futuro, insomma.

Intanto un’analisi appena effettuata da Standard & Poor’s (società di ricerche finanziarie) e relativa agli Stati Uniti dice che senza finanziamenti pubblici il nucleare non è in grado di reggersi in piedi. Non è competitivo.

La deduzione? La scelta nucleare è un piacere che questo Governo fa alle imprese. Non certo alla gente.

Le cose con ordine. La possibilità di indennizzi… alle aziende in caso di dietrofront dell’Italia sul nucleare è stata annunciata dal sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia. Un sottosegretario che è quasi quasi un ministro: infatti da oltre tre mesi e mezzo (dimissioni di Scajola) la carica è vacante, e il primo ministro Berlusconi regge l’interim.

Saglia ha dichiarato che si sta valutando “una sorta di indennizzo” per le imprese nel caso in cui il programma del Governo sul ritorno al nucleare “non dovesse completarsi o un governo successivo dovesse contraddire la decisione già presa”.

Traduzione. I soldi per il nucleare verranno estratti dalle tasche dei contribuenti anche qualora si verificasse un soprassalto nazionale di buonsenso.

E in ogni caso per il nucleare è indispensabile il denaro pubblico. Il denaro dei contribuenti. Lo dice un’analisi di Standard & Poor’s relativa alla situazione negli Stati Uniti. E’ stata pubblicata sul sito di informazione sui mercati Platts, che è in gran parte riservato agli abbonati, ma Greenreport ne ha ripreso il succo.

Dice che il nuovo sviluppo nucleare degli Stati Uniti dipende da sostegni federali come prestiti di garanzia, “loan guarantees”, senza i quali la costruzione delle centrali nucleari non sarebbe economicamente competitiva.

Si può anche aggiungere che Citigroup, la più grande azienda di servizi finanziari nel mondo, ha già smentito le rosee previsioni del Governo italiano: con l’energia nucleare la bolletta dell’elettricità sarà più salata, e non più leggera.

Non la pensate come me, e ritenete invece che il nucleare sia sicuro e che non inquini? Guardate il vil denaro, allora. E chiedetevi chi lo perde, e chi lo guadagna.

blogeko

ComeDonChisciotte – MARCHIONNE: LE PROVOCAZIONI ANTIOPERAIE DI UN CONTRABBANDIERE DI SIGARETTE

Fonte: ComeDonChisciotte – MARCHIONNE: LE PROVOCAZIONI ANTIOPERAIE DI UN CONTRABBANDIERE DI SIGARETTE.

FONTE: COMIDAD.ORG

Mentre continuano le aggressioni ed i comportamenti teppistici di Marchionne nei confronti della FIOM, colpevole a questo punto di non si sa più bene cosa (forse di esistere), continua anche la discussione sulla delocalizzazione in Serbia di altre produzioni FIAT. Qualche riferimento in più potrebbe risultare utile alla comprensione del problema.
Secondo i dati ufficiali, da dieci anni i maggiori beneficiari delle privatizzazioni in Serbia risultano essere le multinazionali statunitensi, quindi i milioni di tonnellate di bombe seminati nel 1999 sulla Serbia dalla U.S. Air Force, hanno dato i loro frutti. Prima tra tutte queste multinazionali statunitensi è la Philip Morris, presente per oltre il 50% degli “investimenti” americani sia nella stessa Serbia che nell’attiguo Montenegro, il quale è uno Stato indipendente dal 2006. “Investimenti” ovviamente è un eufemismo, dato che le multinazionali entrano in possesso dei beni locali grazie ai sussidi del Fondo Monetario Internazionale (super-banca privata che utilizza i fondi pubblici dei Paesi membri) ed al regime di sgravi fiscali che lo stesso FMI impone ai governi del posto.

La Philip Morris, oltre a rappresentare la maggiore multinazionale del tabacco, risulta essere anche una delle prime del settore alimentare, dato che possiede la Kraft ed anche molti marchi minori, come la Invernizzi; infatti la Philip Morris ha rilevato in Serbia non soltanto le aziende di tabacchi, ma si è inserita in ogni genere di affari, compreso l’immobiliare.

Sergio Marchionne, Amministratore delegato della FIAT, guarda la coincidenza, fa parte anche del Consiglio di Amministrazione della Philip Morris, perciò il motivo di questo feeling fra lui e la Serbia, oggi feudo della Philip Morris, può risultare un tantino più chiaro. Come è riuscita la Philip Morris a piazzare il suo uomo Marchionne a capo della FIAT? L’esca è consistita nella sponsorizzazione della Ferrari con il marchio Marlboro. Per incassare i denari della sponsorizzazione, Luca Cordero di Montezemolo ha accondisceso a cedere il potere aziendale a Marchionne, e così il Montezemolo è stato pian piano costretto ad avviarsi mestamente al rifugio di quelli che non contano più nulla, cioè la politica.

L’acquisizione della Chrysler da parte della FIAT è stata presentata dai media come un trionfo del genio italico di Marchionne, il quale peraltro ha una doppia cittadinanza, è infatti svizzero e canadese. In molti si erano chiesti come fosse stato possibile che si spalancassero le porte degli Stati Uniti ad una azienda italiana; ed infatti l’azienda non era più italiana, dato che era un uomo della Philip Morris a gestire i finanziamenti che lo Stato italiano versa alla FIAT, usandoli per rilevare un’azienda statunitense.

Il quotidiano confindustriale “Il Sole 24 ore” pare abbia rimosso dal suo sito la biografia ufficiale di Marchionne, da cui risultava la sua appartenenza alla Philip Morris. La scelta non può avere il senso di nascondere un’informazione che risulta facilmente reperibile per altre vie, dato che il nome di Sergio Marchionne si può leggere nell’organigramma del sito della Philip Morris, e l’informazione a riguardo si trova oggi persino su Wikipedia. Il significato di questa “censura” è semplicemente di ammonimento agli altri giornalisti, una sorta di direttiva generale a non tirare fuori un dettaglio che potrebbe screditare il mito mediatico di Marchionne come “eroe italiano”. Se si facesse il confronto tra il gigante Philip Morris – una delle più grandi multinazionali del mondo – e la pulce FIAT, si capirebbe immediatamente a chi vada davvero la fedeltà di Marchionne, collegandone inoltre il nome a losche vicende di illegalità e di contrabbando.

La Philip Morris può infatti vantare una storia interessante, un vero romanzo criminale. Il 3 novembre del 2000 è stata denunciata davanti alla Corte Distrettuale USA Distretto Orientale di New York, insieme con un’altra multinazionale del tabacco, la Reynolds Nabisco. L’accusa contro le due multinazionali era quella di essere a capo del contrabbando mondiale di sigarette, quindi di costituire la cupola di tutte le organizzazioni criminali che operano nel settore. Chi ha sporto questa denuncia? Qualche banda di “teorici della cospirazione”? No, a sporgere la denuncia è stata la Commissione Europea, a nome della Unione Europea.

Non sul sito di Luogocomune, ma sul sito del Parlamento italiano, è reperibile la relazione della Commissione Antimafia del marzo 2001, in cui sono documentate tutte le accuse alla organizzazione malavitosa denominata Philip Morris, e che porta in allegato anche il testo della denuncia della UE. Dal testo della relazione si apprendono anche i nomi di tutti i maggiori trafficanti di sigarette, che all’epoca avevano il loro domicilio in Svizzera, dove si trova, per pura combinazione, anche la sede della Philip Morris, ed è dislocata persino la maggior parte della sua produzione di sigarette.

Chi ha vinto questo epico scontro tra la UE e la Philip Morris? Ovviamente la Philip Morris, dato che la denuncia è stata insabbiata e le evasioni fiscali plurimiliardarie delle multinazionali del tabacco sono state condonate in cambio della promessa di cifre irrisorie e dilazionate nel tempo; l’anno dopo la stessa Philip Morris è riuscita addirittura ad ottenere una Direttiva Europea a proprio favore, quella famosa direttiva in cui si concedeva di produrre cioccolata senza metterci il cacao.

La succitata relazione della Commissione Antimafia conteneva anche altre notizie interessanti. La base in Europa del contrabbando di sigarette della Philip Morris veniva individuata in Montenegro, e ciò da prima dell’aggressione alla Serbia da parte della NATO nel 1999. Quindi la Philip Morris, in collaborazione con la CIA, aveva fatto, per molti anni prima, da battistrada per l’aggressione della NATO alla Serbia del 1999. La Commissione Antimafia, con molta ingenuità, prevedeva che, dopo l’abbattimento del regime serbo di Svobodan Milosevic, sarebbe cessata la “realpolitik” della NATO e della CIA tendente a fomentare l’eversione in Jugoslavia con quei traffici illegali. In realtà, ancora nel 2007 e nel 2008, le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari individuavano sempre in Montenegro, e addirittura nel governo montenegrino, la centrale del traffico illegale di sigarette. Che il Montenegro sia diventato nel frattempo un feudo della Philip Morris, ovviamente è solo una coincidenza.

Delle notizie giudiziarie sul coinvolgimento del Montenegro nel contrabbando di sigarette si occuparono a suo tempo anche alcuni articoli de “La Repubblica”, articoli in cui però si riusciva – senza alcun riscontro negli atti giudiziari – a gettare la colpa di tutto dapprima sulla corruzione del regime di Milosevic, e poi su presunti collegamenti tra le FARC colombiane (sic!) ed alti esponenti del regime montenegrino.

“La Repubblica” lanciava menzogne e calunnie sulla resistenza anticoloniale colombiana solo per creare confusione nella mente dei lettori; ed oggi il gaglioffo Vittorio Feltri dimostra di aver preso lezioni a riguardo dal gentleman Ezio Mauro, dato che appena qualche giorno fa il “Giornale” ha affrontato allo stesso modo la questione delle denunce del governo iraniano contro la Philip Morris e la CIA per il contrabbando di sigarette in Iran. Secondo la banda Feltri, la colpa del contrabbando andrebbe tutta ai corrotti Pasdaran, mentre la CIA e la Philip Morris sarebbero pure e innocenti, e ciò nonostante vi sia contro di esse il precedente della Jugoslavia documentato negli atti parlamentari. Sarebbero inventate, secondo la banda Feltri, anche le denunce del governo iraniano circa le sostanze chimiche tossiche contenute nel tabacco delle Marlboro, anche se questi dati il governo iraniano li ha presi dai documenti ufficiali delle agenzie americane per la lotta al tabacco.

L’asse storico CIA-Philip Morris-criminalità organizzata cerca oggi di destabilizzare l’Iran infiltrandosi nella società attraverso la corruzione generata dal business del contrabbando, così come ha già fatto in Jugoslavia (e in Italia). Chi mai è riuscito a farci credere che il contrabbando di sigarette fosse il business dei poveri? Alla Philip Morris infatti Marchionne non ha imparato solo a contrabbandare sigarette, ma anche a contrabbandare cazzate, dato che ci sono ancora in giro quelli che riescono a prendere sul serio il suo “Piano FIAT”.

Fonte: http://www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=370
25.08.2010

Antimafia Duemila – Wikileaks, Italia e Abu Omar nei documenti Cia

Fonte: Antimafia Duemila – Wikileaks, Italia e Abu Omar nei documenti Cia.

Wikileaks ha pubblicato un documento della Cia in cui si esamina cosa potrebbe succedere se gli Stati Uniti venissero percepiti a livello internazionale come “esportatori di terrorismo”. Il documento è datato 2 febbraio 2010 ed è opera di quella che il sito di Julian Assange definisce la ‘cellula rossa’ della Cia.
Il file segreto della Cia, preannunciato da Wikileaks, parla anche dell’Italia e delle extraordinary renditions. Si tratta di un memorandum, datato 5 febraio 2010, in cui si avverte della difficoltà a far cooperare Paesi in cui vi è la percezione diffusa che gli Stati Uniti “esportino” il terrorismo. La Cia indica come esempio l’Italia con “i mandati di cattura spiccati nel 2005 contro gli agenti statunitensi coinvolti nel rapimento di un religioso egiziano (Abu Omar) e la sua consegna all’Egitto”. “Il moltiplicarsi di casi simili – si legge nel file – è destinato non solo a danneggiare le relazioni bilaterali degli Stati Uniti con altre nazioni, ma anche a colpire la lotta globale contro il terrorismo”.

Download

http://uploading.com/files/c513123c/us-cia-redcell-exporter-of-terrorism-2010bis.pdf

Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano | Il Fatto Quotidiano

Non mi sorprende per niente…

Fonte: Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano | Il Fatto Quotidiano.

La notizia sarà pubblicata sul numero dell’Espresso in edicola domani. Le dichiarazioni dell’ex killer di Brancaccio sono al vaglio della procura di Palermo. Il senatore non risulta indagato

Ci fu un tempo in cui il senatore Renato Schifani non si occupava di politica. Faceva l’avvocato, civilista, e in questo ruolo agganciò spregiudicate conoscenze con uomini vicini a Cosa nostra. Erano i tempi in cui esibiva con orgoglio l’ormai mitico riporto in testa. Anni Ottanta, inizi dei Novanta. Epoca in cui l’allora intraprendente legale, che da lì a poco sarà eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, avrebbe ricoperto un ruolo di prestigio, mediando i rapporti tra i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. La notizia viene riportata sul numero dell’Espresso in edicola domani. A firmare l’articolo è Lirio Abbate, ex cronista dell’Ansa che l’11 aprile 2006 fu il primo a dare la notizia dell’arresto di Bernardo Provenzano. Si parla di “ombre inquietanti” che emergono dal passato. Di “spettri” ripescati dentro a trent’anni di storia di un uomo che ha girato i tribunali di mezza Italia difendendo i patrimoni dei boss mafiosi.

Ombre e sospetti riportati a galla dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex killer di Brancaccio, scrive l’Espresso, l’ottobre scorso davanti ai giudici di Firenze avrebbe parlato proprio di questo. Frasi messe subito a verbale e girate, per competenza, alla procura di Palermo. Documento top secret. Ma solo a metà. Una parte di queste pagine (le meno compromettenti) sono state messe agli atti del processo al senatore Marcello Dell’Utri (condannato a sette anni per concorso esterno).

Lo spunto, dunque, esiste. Saranno i magistrati a sviscerare il tema. Il procuratore Francesco Messineo ha già dato l’incarico agli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci e ai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Secondo quanto riporta l’Espresso, i magistrati hanno già messo a punto una strategia segnandosi le persone da sentire. Non c’è solo Spatuzza. Ma anche Francesco Campanella, ex segretario dei giovani dell’Udeur, già delfino di Mastella, ma soprattutto colletto bianco in nome e per conto della famiglia Mandalà. Quello stesso Campanella che grazie ai suoi appoggi nel comune di Villabate ha falsificato la carta d’identità con cui Provenzano è andato a Marsiglia per sottoporsi a esami clinici. L’elenco, però, prosegue e spunta il nome, al momento top secret, di un imprenditore condannato per riciclaggio che nominò lo stesso presidente del Senato socio in una sua impresa.

Insomma, l’ennesima gatta da pelare per Berlusconi e il suo stato maggiore. Nulla, ovviamente, è ancora stato scritto. Tantomeno Schifani risulta indagato. Ma su di lui pesa un’inchiesta (poi archiviata nel 2002) per associazione mafiosa. Indagato per tre volte, e per tre volte archiviato. Eppure le carte restano e come ha rivelato il Fatto, incastrano Schifani quantomeno a precise responsabilità politiche. A tirarlo in ballo è infatti il pentito Salvatore Lanzalaco per un appalto pilotato dalla mafia. Il sistema, come spiega Abbate, era semplice: “Lo studio di progettazione di Lanzalaco preparava gli elaborati per le gare, i politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano, la mafia eseguiva i subappalti”.

Per Schifani, quindi, la situazione non è delle migliori. Con nuovi elementi d’accusa l’inchiesta potrebbe essere riaperta. E in questo caso gli elementi d’accusa pesano e non poco. Visto che Giuseppe Graviano è lo stesso che nel 1993 orgnizzò le stragi di Romna, Firenze e Milano e che subito dopo confidò a Spatuzza di essersi “messo il paese nelle mani” grazie alla colaborazione di Berlusconi e Dell’Utri.

La trinagolazione Graviano-Schifani- Berlusconi, a quanto scrive l’Espresso, parte, poi, da molto lontanto. Dagli anni Ottanta. Periodo in cui il presidente del Senato tra i suoi assistiti aveva Giovanni Bontate, fratello di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981 e che poco prima di morire era salito a Milano per investire 20 miliardi di lire. Denaro dei clan, di cui però si sono perse le tracce. E sotto la Madonnina, stando alla fonte anonima citata dal settimanale, Schifani ci veniva già a metà degli anni Ottanta per fare visita a Dell’Utri e al premier. Incontri cordiali in cui Berlusconi aveva il vezzo di chiamarlo “contabile”. Chissà perché?

ComeDonChisciotte – SFUGGIRE ALLA TRAPPOLA DEL DEBITO SOVRANO

Leggete bene e meditate. Se le banche possono creare denaro dal nulla, perché gli stati stessi non possono farlo? Sarebbe ora che gli stati si riprendessero la sovranità monetaria nazionalizzando le banche centrali e facessero attività bancaria in proprio per finanziare il benessere pubblico.

Fonte: ComeDonChisciotte – SFUGGIRE ALLA TRAPPOLA DEL DEBITO SOVRANO.

DI ELLEN BROWN
webofdebt.wordpress.com

L’attuale crisi del credito è sostanzialmente una crisi del capitale: in un periodo in cui le banche sono carenti del capitale necessario per garantire i prestiti erogati, vengono innalzati i requisiti sul capitale. Quasi un secolo fa, la Commonwealth Bank of Australia dimostrò che le banche, in realtà, non hanno bisogno di capitale per erogare prestiti – fintanto che il loro credito viene garantito dal governo. Denison Miller, il primo governatore della banca, amava dire che la banca non aveva bisogno di capitale perché “è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”. Con nient’altro che questo potere del credito nazionale, la Commonwealth Bank finanziò sia enormi progetti infrastrutturali che la partecipazione del paese alla Prima Guerra Mondiale.

Il presidente John Adams viene citato per aver detto: “Ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Uno è con le spade, l’altro è con il debito”. Oggi le maggiori conquiste avvengono sul campo di battaglia del debito, una guerra che sta imperversando a livello globale. Il debito costringe i cittadini a cadere nella schiavitù finanziaria nei confronti delle banche e costringe i governi a cedere la sovranità ai creditori, che alla fine sono banche private, artefici di tutto il denaro non in contanti odierno. In Gran Bretagna, dove la Banca d’Inghilterra è di proprietà del governo, il 97% dell’offerta monetaria viene emessa privatamente dalle banche sotto forma di prestiti. Negli Stati Uniti, dove la banca centrale è di proprietà di un consorzio privato di banche, la percentuale è addirittura maggiore. La Federal Reserve emette Banconote della Federal Reserve (vale a dire banconote di dollari) e le presta alle altre banche, che a loro volta le prestano ad interesse ai cittadini, alle imprese, ai governi locali e al governo federale.

Questo è vero oggi ma in passato ci sono stati dei modelli di successo nei quali il governo stesso emetteva la moneta nazionale, sia sotto forma di banconote che di credito della nazione. Un esempio lampante di questo approccio illuminato al denaro e al credito fu la Commonwealth Bank of Australia, che operò con ottimi risultati come banca di proprietà del governo per la maggior parte del ventesimo secolo. Invece di emettere “debito sovrano” – obbligazioni federali che indebitano la nazione facendole pagare interessi all’infinito – il governo, tramite la Commonwealth Bank, emetteva “credito sovrano”, credito che la nazione anticipava al governo e ai suoi organi costitutivi.

I risultati della banca furono particolarmente rilevanti considerando il fatto che nel corso dei primi otto anni, dal 1912 al 1920, non aveva la facoltà di emettere la moneta nazionale ed operava senza un capitale iniziale. Sir Denison Miller, governatore della banca dalla sua creazione nel 1912 al 1923, fu citato sulla stampa australiana il 7 luglio 1921 per aver detto: “Vi sono le intere risorse dell’Australia dietro a questa banca. Questo continente è forte, e forte sarà la Commonwealth Bank. Potrà essere realizzata qualsiasi cosa che i cittadini australiani concepiranno in modo intelligente e appoggeranno in modo leale”.
Non si trattava solamente di strombazzate giornalistiche. In un articolo del 2001 dal titolo “Come viene creato il denaro in Australia”, David Kiss scrisse in merito ai primi risultati raggiunti dalla banca:

“La Commonwealth Bank, costituita dal governo australiano, raggiunse risultati sorprendenti mentre era ancora la banca “del popolo”, prima di venire paralizzata da successive decisioni del governo e, infine, venduta. In un periodo in cui le banche private chiedevano un 6% di interesse per i prestiti, la Commonwealth Bank finanziò gli sforzi bellici australiani della Prima Guerra Mondiale dal 1914 al 1919 con un prestito di 700.000.000 di dollari ad un tasso di interesse inferiore all’1%, facendo quindi risparmiare agli Australiani qualcosa come 12 milioni di dollari di oneri bancari. Nel 1916 rese disponibili dei fondi a Londra per l’acquisto di 15 piroscafi mercantili per sostenere le crescenti esportazioni dell’Australia. Fino al 1924 i benefici che ricadevano sulla popolazione australiana grazie alla loro banca erano costanti. La banca finanziò consorzi per il commercio di frutta e marmellate fino a 3 milioni di dollari, trovò 8 milioni di dollari per le abitazioni australiane mentre ai governi locali, per la costruzione di strade, linee tranviarie, porti, gasdotti, centrali di energia elettrica e via dicendo erogò prestiti per 18,72 milioni di dollari. Pagò 6,194 milioni di dollari al governo del Commonwealth tra il dicembre 1920 e il giugno 1923 – i profitti del suo Dipartimento per l’Emissione di Banconote – mentre nel 1924 aveva realizzato da sola utili per 9 milioni di dollari, disponibili per riscattare il debito. Il governatore della banca dalla mentalità così indipendente, Sir Denison Miller, utilizzò il potere di credito della banca dopo la Prima Guerra Mondiale per salvare gli australiani dalla situazione di depressione che veniva imposta negli altri paesi… Nel 1931 fusioni con altre banche trasformarono la Commonwealth Bank nel più grande istituto di risparmio d’Australia, catturando il 60% dei risparmi della nazione”.

Sfruttare il potere segreto del sistema bancario per il bene pubblico

La Banca del Commonwealth fu in grado di raggiungere simili risultati con così poco perché sia il suo primo governatore, Denison Miller, che il suo primo e più fervido sostenitore, King O’Malley, erano loro stessi dei banchieri e conoscevano il segreto del sistema bancario: le banche creano il “denaro” che prestano annotando semplicemente delle voci contabili nei conti di deposito dei mutuatari.
Questo segreto bancario fu confermato da un certo numero di vecchi addetti ai lavori nell’ambiente bancario. Nel 1998, in un documento intitolato “Manufacturing Money”, l’economista australiano Mike Mansfield citò Reginald McKenna, ex Ministro del Tesoro britannico, che dichiarava agli azionisti della Midland Bank il 25 gennaio 1924: “Temo che al cittadino comune non piacerà il fatto che gli venga detto che le banche possono creare e distruggere il denaro. La quantità di denaro in circolazione varia solamente grazie all’azione delle banche che aumentano o diminuiscono i depositi e operano acquisti bancari. Sappiamo come avviene tutto questo. Ogni prestito, ogni fido, ogni acquisto bancario crea un deposito e ogni estinzione di un prestito, di un fido o di una vendita bancaria distrugge un deposito”.

Il dottor Coombs, ex governatore della Reserve Bank of Australia, affermò in un discorso ufficiale presso l’Università del Queensland il 15 settembre 1954: “Quando una banca presta denaro, questo passa nelle mani della persona che lo prende a prestito senza che nessuno ci perda alcunché. Ogni volta che una banca presta denaro vi è di conseguenza un aumento della quantità totale di denaro a disposizione”.

Ralph Hawtrey, assistente del Sottosegretario al Tesoro britannico negli anni Trenta, scrisse in Trade Depression and the Way Out: “Quando una banca presta denaro, crea questo denaro dal nulla”. Nel suo libro intitolato The Art of Central Banking, Hawtrey spiega meglio questo concetto: “Quando una banca presta denaro, crea credito. Rispetto al prestito che viene inserito nella sezione delle attività, esiste un deposito inserito nella sezione delle passività. Ma gli altri prestatori non hanno il potere mistico di creazione dal nulla del mezzo di pagamento. Ciò che prestano deve essere denaro che hanno acquisito attraverso le loro attività economiche”.

Le banche possono fare quello che nessun altro può fare: “creare dal nulla il mezzo di pagamento”. I lungimiranti fondatori della Commonwealth Bank combinarono questo segreto bancario ben custodito con il servizio pubblico.

Il crollo bancario del 1983 genera un nuovo modello di banca pubblica

La Commonwealth Bank fu fondata in una situazione simile a quella di oggi: il paese aveva da poco subito un enorme tracollo del sistema bancario. Negli anni novanta dell’Ottocento, tuttavia, non esistevano le garanzie da parte dell’FDIC, non c’era la previdenza sociale, non c’erano gli ammortizzatori sociali per i disoccupati che potessero attutire il colpo. La gente che pensava di passarsela bene improvvisamente si trovò a non avere più nulla. Non potevano ritirare i propri risparmi, emettere assegni o vendere i propri prodotti o le proprie abitazioni dato che non c’era più denaro con cui acquistarli. Cittadini disperati si gettavano nel vuoto dai ponti o si buttavano sotto ai treni.
Qualcosa doveva essere fatto.
La risposta del governo laburista fu quella di approvare un disegno di legge nel 1911 che comprendeva una norma per una banca di proprietà pubblica che sarebbe stata garantita dei beni del governo. Con un’iniziativa rara per quei tempi, la banca avrebbe avuto un’attività sia di risparmio che di gestione bancaria generale. Era anche la prima banca australiana a ricevere una garanzia del governo federale.

Jack Lang era il ministro del Tesoro australiano nel governo laburista del 1920-21 e primo ministro del Nuovo Galles del Sud nel corso della Grande Depressione. Figura controversa, fu sollevato dall’incarico dopo essersi rifiutato di ripagare prestiti contratti con i banchieri di Londra. Nel libro The Great Bust: The Depression of the Thirties (McNamara’s Books, Katoomba, 1962), Lang descrisse i trionfi e le tribolazioni della Commonwealth Bank con dettagli significativi:

“Il Partito Laburista decise che una banca nazionale, garantita dei beni del governo, non fallirebbe in periodi di tensione finanziaria. Si rese anche conto che una simile banca sarebbe stata una garanzia per la disponibilità di fondi per la costruzione di case ed altre necessità. Dopo il crollo delle imprese edili, c’era una grande scarsità di denaro per simili attività”.

“… Principale sostenitore della causa di una Banca del Commonwealth era King O’Malley, un pittoresco americano-canadese … prima di arrivare in Australia aveva lavorato in una piccola banca di New York, di proprietà di uno zio… era rimasto molto colpito dal modo in cui lo zio aveva creato il credito. Una banca poteva creare il credito, e allo stesso tempo fabbricare il debito per equilibrarlo. Questa fu la grande scoperta della carriera bancaria di O’Malley. Imbonitore nato, aveva una voglia sfrenata di fare le cose in grande. Iniziò la sua carriera politica nell’Australia meridionale sostenendo una banca commerciale. Nel 1901 fu eletto nel primo Parlamento Federale come monogruppo di pressione per costituire una banca del Commowealth, e aderì al Partito Laburista con questa intenzione”.

King O’Malley insisteva sul fatto che la Commonwealth Bank dovesse avere il controllo dell’emissione delle proprie banconote ma tutti i suoi sforzi furono vani – fino al 1920, quando la banca rilevò l’emissione della valuta nazionale, come fu autorizzata a fare nel 1913 la Federal Reserve negli Stati Uniti. Questo rappresentò l’inizio del potere come banca centrale della Commonwealth Bank. Ma già prima di avere questo potere la banca era in grado di finanziare su vasta scala le infrastrutture e l’apparato militare, e lo aveva fatto senza avere un capitale iniziale. Questi risultati furono dovuti principalmente all’intuito e all’audacia del primo governatore della banca, Denison Miller.

Gli altri banchieri, temendo la concorrenza, avevano pensato che l’inserimento di uno dei propri uomini come governatore della banca potesse tenerla in riga. Ma non avevano fatto i conti con il loro rappresentante indipendente, che aveva visto l’opportunità di una banca garantita dal governo e si preparò per renderla il migliore istituto che il paese avesse mai conosciuto. Così Lang racconta la vicenda:

“La prima prova arrivò quando fu necessario prendere una decisione riguardo al capitale necessario per avviare una banca di quel genere. Secondo la legge, il Commonwealth aveva il diritto di vendere ed emettere titoli obbligazionari per un totale di 1 milione di sterline. Alcuni avevano addirittura pensato che quella somma sarebbe stata insufficiente, considerando quello che era accaduto nel 1893…”

“Quando Denison Miller lo venne a sapere, la sua risposta fu che non era necessario alcun capitale”.

Miller si guardò bene dall’andare dai politici a chiedere soldi. Poteva farcela senza un capitale. Come King O’Malley, sapeva come funzionava il sistema bancario (tutto questo, ovviamente, avveniva prima degli attuali requisiti sul capitale imposti da oltre frontiera dalla banca delle banche centrali, la Banca per i Regolamenti Internazionali). Lang continua:

“Miller era l’unico dipendente. Aveva trovato un piccolo ufficio… e aveva chiesto al Tesoro un anticipo di 10.000 sterline. Questa fu probabilmente la prima e unica volta che il Commonwealth prestò alla banca dei soldi. Dal quel momento in poi, tutto andò nella direzione opposta”.

“… Nel gennaio 1913, Miller aveva completato i preparativi per aprire una banca in ogni stato del Commonwealth, tra cui anche una rappresentanza a Londra. Il 20 gennaio 1913, tenne un discorso nel quale dichiarava che la nuova Commonwealth Bank apriva le proprie attività. Queste furono le sue parole:

“Questa banca è stata creata senza un capitale, perché nessun capitale è richiesto al momento, ma è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”.

“In quelle poche e semplici parole risiedevano lo statuto della banca e il credo di Denison Miller, che non smetteva mai di ripetere. Aveva promesso di fornire agevolazioni per espandere le risorse naturali del paese, e che sarebbe stata sempre una banca dei cittadini. ‘Non c’è dubbio che con il tempo sarà elencata come una delle più grandi banche del mondo’ aggiunse in tono profetico.”

“… Pian piano alle banche private apparve chiaro che potevano aver allevato una serpe in seno. Erano così concentrate sui rischi di dover lottare contro la socializzazione bancaria che non si erano rese conto che avevano molto più da temere dalla concorrenza di un banchiere ortodosso, che aveva alle spalle le risorse del paese.”

“… Una delle prime dimostrazioni della sua fermezza arrivò quando la Melbourne Board of Works scese sul mercato alla ricerca di denaro per estinguere vecchi prestiti, e per procurarsi anche nuovo denaro. Fino a quel momento, a parte i Buoni del Tesoro e gli anticipi provenienti dalle proprie Casse di risparmio, i governi dipendevano dai prestiti oltremare provenienti da Londra… oltre ad avere dei vincoli rigidi di sottoscrizione, avevano anche scoperto che non potevano aspettarsi più di 1 milione di sterline al 4 per cento, 97,5 netto.

“Allora decisero di rivolgersi a Denison Miller, che aveva promesso di garantire condizioni speciali a quegli istituti. Miller si offrì immediatamente di prestare 3 milioni di sterline a 95, su cui si sarebbe applicato un tasso di interesse del 4 per cento. L’accordo fu concluso all’istante. Quando gli fu chiesto dove la sua giovane banca avesse raccolto tutto quel denaro, Miller rispose: ‘Sul credito della nazione. E’ illimitato’”.

Un’altra prova importante arrivò nel 1914 con la Prima Guerra Mondiale:

“La prima reazione fu il rischio che la gente potesse correre agli sportelli a ritirare i propri risparmi. La banche si resero conto che erano ancora vulnerabili se questo fosse avvenuto, avevano ancora paura di un altro Venerdì Nero. “Ci fu una riunione organizzata in fretta e furia dai principali banchieri. Alcuni riferirono che c’erano indicazioni del fatto che una corsa era già iniziata. Denisor Miller sostenne poi che la Commonwealth Bank, per conto del Commonwealth, avrebbe appoggiato ogni banca in difficoltà… Questo fece cessare il panico e collocò Miller in prima fila. Ora, per la prima volta, la Commonwealth Bank stava prendendo l’iniziativa. Gli ordini li stava dando, e non prendendo…”

“Denison Miller… controllava praticamente i finanziamenti bellici. Il governo non sapeva come si potevano ottenere questi soldi. Miller sì”.

E quest’interessante storia continua. Miller morì nel 1923 e nel 1924 i banchieri ripresero il controllo della Commonwealth Bank, strozzandone le attività e impedendole di salvare gli australiani dalle devastazioni della Depressione degli anni Trenta. Nel 1931, il consiglio di amministrazione della banca entrò in conflitto con il governo laburista di James Scullin. Il presidente della banca si rifiutava di estendere il credito, in risposta alla Grande Depressione, a meno che il governo avesse tagliato le pensioni, cosa che Scullin rigettò. Il conflitto che circondò la vicenda portò alla caduta del governo e alle richieste da parte dei laburisti di riformare la banca e un maggiore controllo diretto del governo sulla politica monetaria.

La Commonwealth Bank ricevette quasi tutti i poteri di una banca centrale grazie ad una legge di emergenza approvata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e alla fine del conflitto bellico utilizzò questi poteri per iniziare una fortissima espansione dell’economia. In soli cinque anni vennero aperte centinaia di filiali in tutto il paese. Nel 1958 e nel 1959, il governo divise in due la banca, concedendo le funzioni di banca centrale alla Reserve Bank of Australia mentre la Commonwealth Bank Corporation conservava le proprie funzioni di banca commerciale. Entrambe le banche, comunque, rimanevano di proprietà pubblica.

Alla fine la Commonwealth Bank aveva filiali in ogni città e zona di periferia, mentre nelle zone rurali aveva una rappresentanza in ogni ufficio postale e in ogni emporio. Essendo la banca più grande del paese, stabiliva i tassi e decretava la politica, che gli altri dovevano seguire per paura di perdere clienti. La Commonwealth Bank fu ampiamente percepita come una polizza di assicurazione contro gli abusi da parte delle banche private, in modo da garantire che chiunque avesse accesso ad un sistema bancario equo. La Commonwealth Bank operò come una banca interamente di proprietà dello stato fino agli anni Novanta, quanto fu privatizzata e dunque gli interessi si spostarono verso la massimizzazione dei profitti, con una costante e massiccia chiusura delle filiali e delle agenzie, il licenziamento in massa dei dipendenti e la riduzione delle modalità di accesso ai bancomat e al pagamento in contanti alle casse dei supermercati. Ora è diventata un’altra costola del cartello bancario ma i suoi sostenitori ribadiscono che una volta rappresentava la linfa vitale del paese.

In Australia oggi c’è un rinnovato interesse nel ristabilire una banca di proprietà pubblica sul modello della Commonwealth Bank. Gli Stati Uniti e gli altri paesi farebbero bene anche a considerare questa possibilità.

Un ringraziamento speciale a Peter Myers per la riproduzione di ampi brani del libro di Jack Lang nella sua newsletter settimanale.

Ellen Brown
Fonte: http://webofdebt.wordpress.com/
Link: http://webofdebt.wordpress.com/2010/08/04/what-a-government-can-do-with-its-own-bank-the-remarkable-model-of-the-commonwealth-bank-of-australia/
4.08.201o

Traduzione a cura di JJULES per http://www.comedonchisciotte.org