Archivi del giorno: 3 agosto 2010

Il Blog di Marcello Foa » Blog Archive » Grecia, Goldman e… Prodi. Le domande che nessuno pone

Anche ‘il Giornale’ ogni tanto dice qualcosa di sensato…

Fonte: Il Blog di Marcello Foa » Blog Archive » Grecia, Goldman e… Prodi. Le domande che nessuno pone.

Grazie al New York Times ora sappiamo che dietro la crisi greca, ci sono ancora una volta le grandi banche di Wall Street, secondo le stesse modalità che hanno provocato il terremoto dei subprime e il fallimento della Lehman: una truffa contabile realizzata con i derivati (potete leggere una sintesi della notizia in italiano qui).

E chi sono le banche coinvolte? La solita Goldman Sachs, vera regina di Wall Street, da cui ranghi sono usciti ben due segretari al Tesoro (Rubin e Paulson) e JP Morgan Chase, che come spiega Massimo Gaggi, è da sempre la banca più vicina al governo americano ed è, ricordiamolo, l’istituto del banchiere più potente della storia degli Usa, David Rockefeller, nonché cantore della globalizzazione finanzaria.

Mi chiedo: quand’è che le autorità di controllo si decideranno ad indagare a fondo su Goldman e Jp Morgan Chase? Se esaminiamo la storia recente della finanza internazionale, scopriamo sovente Goldman e lo stesso Rockfeller hanno avuto un ruolo importante, talvolta di lobby per orientare leggi in una certa direzione, talaltra a fini di lucro, come dimostra la vicenda greca.

L’impressione è che questi stessi protagonisti abbiano creato un sistema di alleanze e connivenze che gli permette di esercitare un’influenza enorme, evitando contestualmente guai giudiziari. E forse, anche controlli e indagini credibili sulle loro attività.

Anche in Italia. Dall’articolo del New York Times emerge che anche il nostro Paese nel 1996 è ricorso a trucchetti contabili simili a quelli greci. E chi era a Palazzo Chigi allora? Romano Prodi, ex consulente di Goldman Sachs. E chi era il direttore generale del Tesoro? Mario Draghi, che di Goldman Sachs è diventato consulente qualche anno dopo. E forse sarebbe il caso che lo stesso Prodi chiarisse finalmente i suoi rapporti con lo stesso Rockefeller, che oltre ad essere un banchiere, ha fondato il Club internazionale dei potenti, il Bilderberg. Prodi divenne a sorpresa presidente della Commissione Ue un anno dopo essere stato ammesso nel Bilderberg. Solo una coincidenza?

E che ruolo hanno avuto Tommaso Padoa Schioppa, nonché lo stesso Draghi, nello scandalo Easy Credit, che consentì a, guarda caso, Goldman Sachs, Jp Morgan Chase e Citigroup, una truffa ai danni dello stato per 600 milioni di euro? Di quell’inchiesta non si è più saputo nulla… ma a Goldman Sachs il governo italiano ha continuato ad affidare l’emissione di global bonds per miliardi di euro

Sono queste le domande a cui bisognerebbe dar risposta. E che invece vengono ignorate. E credo che, in Italia, i primi a pretendere un chiarimento debbano essere gli elettori di sinistra che, in buona fede, hanno dato fiducia proprio a Prodi, a Padoa Schioppa e che oggi, con una certa ingenuità, si commuovono ascoltando Draghi.

O sbaglio?

Piccolo diario di un testimone | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Piccolo diario di un testimone | Il Fatto Quotidiano.

Innanzitutto, grazie tutti per i commenti al mio primo post. Avete ragione voi, non basta chiedere scusa, debbo andare avanti fino in fondo. Lo devo a mio figlio e a tanta gente. Anche in nome dei molti silenzi, voluti o non voluti, di mio padre. Silenzi che hanno finito per contribuire alla creazione del desolante quadro di questi anni.

In questi giorni, lo avete letto sui giornali, la magistratura ha continuato a interrogarmi. Il contenuto dei miei verbali è coperto da segreto. Posso dunque dirvi poco.

Una cosa però è giusto che la spieghi. Più vado avanti, e più mi convinco che il sogno di mio padre e di Bernardo Provenzano (alias signor Lo Verde) stia sempre prendendo vita. “In Italia non si potrà mai governare con tanti partiti e tante correnti. Ci vogliono pochi uomini con cui dialogare, pochi soggetti con cui stabilire le sorti del nostro paese”: queste erano le frasi che, come ho già raccontato nel mio libro e nelle mie interviste, papà ripeteva sempre.

Le diceva a un Provenzano compiacente intento come sempre ad ascoltarlo. Era il loro sogno: sostenevano che in Italia la democrazia non potrà mai funzionare. Troppi interlocutori – dicevano-  non portano a niente, le decisioni serie vanno prese da poche persone, da un solo un tavolo di eletti, da pochi politici e qualche imprenditore con le giuste amicizie e i giusti appoggi  scelti per guidare le sorti del nostro Paese. Questa era, per mio padre, l’unica guida possibile per il nostro paese. Oggi il suo sogno, secondo me,  si sta finalmente avverando e chi si ribella a questo sistema va eliminato: “O dentro o fuori“.

Così io vado avanti. Con i magistrati sto cercando di spiegare meglio la famosa telefonata intercettata nel 2004 alla vigilia della celebrazione del decennale di Forza Italia a Palermo.

Per chi non lo ricordasse in quella conversazione registrata (ovviamente a mia insaputa) e poi depositata agli atti del procedimento contro di me parlavo a mia sorella Luciana di un finanziamento di circa venticinque milioni delle vecchie lire dato mediante assegno dall’onorevole Berlusconi a mio padre. Ora, grazie anche all’aiuto di mia madre, che mi ha consegnato recentemente alcuni documenti da lei conservati su indicazione di mio padre, sto cercando di chiarire anche questo mistero.

Inoltre, come sapete dalla stampa, vengo chiamato a dare ulteriori informazioni sulla reale identità del signor Franco. Ma quando penso a dove sono finiti i suoi amici, alle carriere che hanno fatto (sono ancora tutti lì più saldi che mai), mi chiedo in che razza di guaio mi sto cacciando.

Io, infatti, non mi illudo. So benissimo a che cosa vado incontro: vedrete come cercheranno d’impedirmi di rispondere.

Non sono però le minacce senza ragionamento di Messina Denaro a farmi paura. No, non temo di essere ammazzato da quattro mafiosi insulsi. Non sono queste le mie paure, o almeno le mie paure più grandi.

Sono invece preoccupato dal dover parlare di chi (con la massima spregiudicatezza) ha fatto suoi quasi tutti i poteri dello Stato.

Visto il clima e il livello a cui si è ormai arrivati, non vorrei un giorno dover leggere nei quotidiani dei suoi “vuvuzela”, di tradimenti di mia moglie o di storie dei miei suoceri. La delegittimazione di cui sono adesso di nuovo vittima l’ho già provata in occasione della mia possibile audizione al processo dello sfortunato senatore Dell’Utri (chi c’è più sfortunato di lui, nel trovarsi sempre con la gente sbagliata al momento sbagliato?).

Non c’è nessuna voglia di sapere al di fuori degli uffici giudiziari, nessuna voglia di ricordare. Questa è la verità. E questa è anche la sensazione che mi accompagna ogni qualvolta devo continuare a collaborare con le Procure di Palermo e Caltanissetta sulla ricostruzione di ciò che avvenne intorno alle stragi del 1993, verità scomode a tanti, oggi come ieri.

Lo sapete, sono stato definito il ventriloquo di mio padre morto, da tanti prestigiosi “politici e giornalisti”. Ma nessuno dice perché non si sentì mai il bisogno in tanti anni di ascoltare mio padre da vivo. Eppure lui lo aveva chiesto espressamente. Come dimostra anche l’ultima la lettera inviata all’allora Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante del 28 ottobre 1992, protocollata con il numero 0856. Mio padre voleva dire la sua e invece lo hanno arrestato.

Poi nel 2000 ha iniziato a raccontarmi la “sua Verità ” su quella che ancora oggi costituisce una forza attuale che determina e influenza le sorti del nostro paese. E lo hanno eliminato. O almeno questo è quello che penso io.

Adesso chi mi critica punta il dito contro la lentezza con la quale produco documentazione a supporto di quanto sto raccontando ai magistrati inquirenti. La continuano a chiamare rateizzazione. Ma, se le cose stanno così, mi chiedo e vi chiedo, cosa avrei dovuto fare di diverso?

Blog di Beppe Grillo – Una lunga estate calda

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Una lunga estate calda.

Cosa hanno in comune l’alluvione peggiore degli ultimi 80 anni in Pakistan con 1.400 morti e 27.000 persone isolate o disperse e mezzo milione senza casa e la Russia che va a fuoco durante la peggiore siccità di sempre con centomila ettari bruciati, decine di morti e interi villaggi evacuati? La risposta è nel documento: “State of the climate in 2009” pubblicato nei giorni scorsi dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Il documento, che va vietato ai deboli di cuore, descrive lo stato del clima e i suoi effetti sul pianeta Terra. Gli autori dello studio di 218 pagine di dati, grafici e statistiche (meglio dell’ultimo libro di Stephen King da portare in vacanza) sono 300 specialisti di 160 gruppi di ogni continente. Non voglio svelarvi (anche perché lo sapete già) il finale del tomo che ho sulla scrivania, ma solo qualche dato per aiutarvi a rabbrividire gratis durante il caldo torrido. Il 2009 è stato più caldo del 2008 di 0,1°C e il decennio 2000/2009 il decennio più caldo mai registrato. Il CO2 è aumentato di 1,5 ppm (parti per milione) rispetto al 2008 con una media atmosferica di 386,29 ppm, dal 1750 circa 335 miliardi di tonnellate di CO2 sono state scaricate nell’atmosfera, la metà dagli anni ’70 con un incremento continuo anno dopo anno. Il 2009 è stato il 19simo anno consecutivo in cui si è registrato il ritiro dei ghiacciai, molti dei quali sono scomparsi. L’India ha avuto l’anno più caldo della sua storia, l’Australia il secondo anno più caldo, la Nuova Zelanda l’estate più torrida da 155 anni. La Cina ha sofferto la peggiore siccità degli ultimi 50 anni. La temperatura degli oceani continua a salire trasformandoli nel brodo primordiale dal quale siamo venuti.
Il clima ha un effetto immediato sui prodotti agricoli, poche settimane di caldo fino a 40% ha distrutto gran parte delle coltivazioni di grano russo e il prezzo del grano è aumentato del 50% sui mercati mondiali. Ai russi rimane solo la danza della pioggia. Il Patriarca ortodosso Kiril ha pregato perché piova: “Lancio un appello a unirvi in preghiera affinchè la pioggia scenda sulla nostra terra“.
Mentre leggevo il rapporto mi è caduto l’occhio sulla notizia del crollo delle immatricolazioni dell’auto in luglio in Italia: 152.752 auto, meno 25,97 % rispetto allo scorso anno e del grande allarme conseguente per l’occupazione. L’Italia ha già il record di 59 macchine ogni 100 abitanti. Forse è il caso di riconvertire la produzioni di auto piuttosto che arrivare a una macchina per abitante. Verso la catastrofe con ottimismo!

Inchiesta sulle bombe del ’93, Berlusconi e Dell’Utri indagati per strage

Fonte: Inchiesta sulle bombe del ’93, Berlusconi e Dell’Utri indagati per strage.

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze. Per strage. Lo scrive oggi il quotidiano l’Unità, rivelando che il presidente del Consiglio e il senatore Pdl compaiono nel fascicolo numero 11531 del 2009 con generalità protette, “Autore Uno” e “Autore Due”, come già successe nella prima indagine sulle stragi del 1993, poi archiviata nel 1998. “Da settimane, forse da mesi”, scrive sull’Unità Claudia Fusani, “risultano iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze che da 17 anni indaga senza sosta sui mandanti occulti di quelle bombe che hanno ucciso sette persone, ne hanno ferite decine e messo in ginocchio l’Italia, che in quella primavera, dopo le bombe che nel 1992 avevano ucciso Falcone e Borsellino, si trovò a un passo dall’abisso e dal golpe”.
Il salto di qualità dell’inchiesta è stato determinato innanzitutto dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il boss di Brancaccio, vicino ai fratelli Graviano, poi diventato collaboratore di giustizia. “I Graviano mi dissero che gli attentati di Firenze, Milano e Roma non ci appartenevano. Quello era terrorismo. Ma mi dissero anche che era bene portarsi dietro questi morti, così chi si doveva muovere si sarebbe mosso”. E ancora: “Giuseppe Graviano mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Mi parlò di Berlusconi e Dell’Utri: con loro ci eravamo messi il paese nelle mani”.
Ora l’indagine di Firenze, coordinata dai sostituti procuratori Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini e dal procuratore Giuseppe Quattrocchi, dopo un anno di lavoro, ha ottenuto una proroga di altri sei mesi. Dovrà trovare riscontri alle dichiarazione “de relato” di Spatuzza sulle bombe del 1993 agli Uffizi, al Pac di Milano, a due basiliche romane e sul fallito attentato allo stadio Olimpico della capitale.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Grasso: “Spatuzza è attendibile!”

YouTube – “Spatuzza è attendibile!”.

Paolo Bolognesi: ‘Trent’anni di veleni contro le tante verità accertate’

Fonte: Paolo Bolognesi: ‘Trent’anni di veleni contro le tante verità accertate’.

COMUNICAZIONE LETTA IL 2 AGOSTO 2010 DAL PRESIDENTE PAOLO BOLOGNESI A NOME DELL’ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980

30 anni fa, alle 10,25, chi collocò in questa stazione una bomba voleva un massacro e lo ottenne.

Le scene strazianti che si presentarono ai soccorritori sono ancora oggi negli occhi e nel cuore di ciascuno di noi: corpi martoriati, grida di aiuto, polvere, sangue, calcinacci e, su tutto, l’odore acre della polvere da sparo, mentre già c’era chi si adoperava per accreditare l’ipotesi dello scoppio accidentale di una caldaia.

Ancora una strage, ancora persone innocenti massacrate.

Ancora a Bologna, nuovamente colpita, ma pronta a rialzarsi.

Non dimenticheremo mai la solidarietà ricevuta quel 2 agosto 1980, il contributo di tanti cittadini che, al di là delle loro convinzioni politiche, ci hanno dato e ci danno ancora un appoggio concreto e morale straordinario.

Una scena tra tutte è emblematica della reazione della nostra città: l’autobus 37, trasformato in camera mortuaria per lasciare le ambulanze ai feriti, in servizio permanente grazie al senso civico del suo autista; il quale, nonostante da tempo fosse  finito il suo turno, ai colleghi che gli offrivano un cambio, con gli occhi lucidi, ma voce ferma rispondeva: “Vado avanti”.

La volontà di andare avanti, di reagire alla sfida terroristica, ha portato noi familiari delle vittime a non arrenderci, chiedendo da subito verità e giustizia; ha portato la cittadinanza a stringersi intorno a noi, reagendo contro ogni volontà di imporre il disimpegno e la rassegnazione; ha portato la parte sana dello Stato, forze dell’ordine e magistrati onesti, a cercare di smascherare chi aveva voluto, pianificato ed eseguito quella strage.

Grazie a loro, grazie a chi non si è arreso ai molteplici e costanti tentativi di inquinamento e di intossicazione delle indagini e dei processi, oggi, per la giustizia e per la storia, l’attentato del 2 agosto ha precise responsabilità che non ci stanchiamo di ripetere.

Ad eseguire materialmente la strage sono stati i neofascisti dei NAR Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

A depistare le indagini sono stati Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia Massonica P2, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al SISMI generale Musumeci e colonnello Belmonte, uomini ai vertici del servizio segreto militare entrambi iscritti alla Loggia Massonica P2.

Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:

30 anni
di veleni contro le tante verità accertate
di premi per gli assassini
di mandanti ancora senza volto
di  segreti di Stato


Non lo scoppio di una caldaia, non terroristi internazionali maldestri che, senza volere, hanno dimenticato una bomba alla stazione, non i libici, non i palestinesi, ma neofascisti, servizi segreti, Banda della Magliana e Loggia Massonica P2, tutti assolutamente interessati ed alleati per impedire l’accertamento della verità.

Questo oggi è un dato sia storico che giudiziario, è un dato che i mandanti e gli ispiratori politici della strage alla stazione, che su quell’attentato hanno costruito e rafforzato le proprie posizioni di potere, non si possono permettere che venga divulgato.

Assicurare l’impunità agli autori di quell’orrendo crimine è un obbligo per chi ha armato la loro mano: libertà in cambio di omertà, in questo modo si spiegano gli incredibili benefici concessi a Mambro, Fioravanti e Ciavardini, che denunciamo da anni:

Ciavardini, condannato nel 2007 a scontare 30 anni per strage, è uscito dal carcere 1 anno fà, dopo solo 2 anni di detenzione.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati complessivamente a14 ergastoli per strage e 12 omicidi, e a più di 200 anni di carcere per reati minori come occultamento di cadavere e rapina, hanno scontato in carcere 2 mesi per ogni morte causata.

Delle loro vittime i giornali non parlano mai, né pubblicano le loro foto, come se si cercasse di farle dimenticare, perché il loro ricordo contrasta con la nuova immagine di questi due vigliacchi assassini, in vista di una loro futura carriera politica. Ma noi non le dimentichiamo, sono:

–         Roberto Scialabba, 19 anni, ucciso perché aveva i capelli lunghi e l’aspetto di un comunista;

–         Antonio Leandri, 24 anni, ucciso per uno scambio di persona;

–         Maurizio Arnesano, 19 anni, soldato di leva ucciso per impadronirsi del suo fucile;

–         Marco Pizzari, 18 anni, e Giuseppe De Luca, uccisi perché ritenuti traditori e testimoni pericolosi;

–         Franco Evangelista, Enea Codotto, Luigi Maronese, Francesco Straullu e Ciriaco Di Roma, uomini delle forze dell’ordine uccisi perché ostacolavano l’attività criminale dei NAR;

–         Francesco Mangiameli, ucciso perché poteva incastrare Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna;

–         Alessandro Caravillani, 17 anni, ucciso con un colpo alla tempia durante una rapina.

E soprattutto, non dimentichiamo il magistrato Mario Amato, al cui ricordo siamo legati da profondo affetto e gratitudine. Da solo, a Roma, svolgeva le indagini sul terrorismo nero con rigore e serietà e per questo fu ucciso. Si era accorto che l’estrema destra era in fermento, si preparava a qualcosa di grosso, probabilmente un attentato di dimensioni senza precedenti e, dopo aver denunciato durante un’audizione di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura, il suo isolamento all’interno della Procura di Roma e la pericolosità dinamitarda dei NAR, 10 giorni dopo fu ucciso. Era il 23 giugno 1980, 40 giorni prima della strage alla stazione.

Oggi, a 30 anni di distanza, vogliamo sottolineare un fatto importante  che ricorda gli ambienti in cui si era imbattuto Mario Amato durante le sue indagini sul neofascismo e sui suoi legami col sottobosco finanziario, economico e col potere politico. Nell’ambito di un’inchiesta su un maxiriciclaggio, è stato arrestato l’estremista di destra Gennaro Mokbel, indicato come responsabile del riciclaggio di ingentissimi capitali illegali e legato alla ‘ndrangheta e alla Banda della Magliana, con infiltrazioni nella Massoneria e nelle forze dell’ordine, talmente influente da chiamare “schiavo” un Senatore della Repubblica e trattarlo come tale e da disporre di milioni di euro in diamanti e opere d’arte. Decine e decine sono le telefonate intercettate,come riferito dalla stampa, tra Mokbel, sua moglie e Mambro e Fioravanti, che emergono come veri e propri consulenti politici.

Non sappiamo se l’intercettazione in cui Mokbel dichiara di aver dovuto versare un milione e 200.000 euro per liberare Mambro e Fioravanti corrisponda al vero.

Sappiamo però che ancora oggi aspettiamo di conoscere le basi sulle quali è stata concessa la liberazione condizionale a Mambro e Fioravanti in spregio ai presupposti giuridici previsti per ogni normale cittadino.

Abbiamo appreso, con sconcerto, la disinvoltura e la noncuranza dell’etica politica, con cui il candidato Radicale del Centro–Sinistra, alle recenti elezioni regionali del Lazio: Emma Bonino, abbia avuto nel suo comitato elettorale, come consulenti proprio i due terroristi fascisti Mambro e Fioravanti mandanti dell’assassinio del giudice Amato ed esecutori materiali della strage alla stazione.

10 anni fà da questo stesso palco avevamo detto:  in un Paese in cui due stragisti condannati per 97 omicidi sono incredibilmente liberi e sono dirigenti di un partito politico, può davvero succedere di tutto.

Volgendo lo sguardo ai 30 anni passati dobbiamo dire che tanti sono stati i depistaggi e le coperture che sono state messe in atto per far perdere tempo ai giudici e per annullare i risultati processuali faticosamente raggiunti.

Oggi l’Associazione e’ convinta che anche la pista internazionale messa a disposizione dalla commissione Mitrokin subirà lo stesso misero esito delle precedenti piste. A questo punto sarà necessario che la Procura di Bologna riprenda le indagini sui mandanti per colpirli come meritano.

L’Associazione e’ vigile, tante verità nascoste in passato stanno emergendo sulla base di nuove indagini e nuovi processi ad esempio a Brescia. Il nostro impegno e il nostro contributo verranno  forniti nei prossimi mesi ai magistrati di Bologna.

In questo Paese esiste un grumo cancerogeno che ha attraversato 30 anni di storia italiana facendo stragi, uccidendo magistrati e politici scomodi, autotutelandosi presso le istituzioni e utilizzando anche una strana connivenza con certa stampa, secondo un perfetto disegno piduista. Questo grumo accomuna eversione nera, massoneria, settori deviati dello Stato e Banda della Magliana. Ed il recente arresto di Flavio Carboni, inquietante crocevia di questa espressione criminale, dimostra l’attualità di quelle alleanze.

Questo grumo in passato è stato funzionale ad un micidiale progetto politico studiato molti anni addietro, addirittura negli anni sessanta come dimostrato dagli atti del convegno dell’Istituto Pollio su “LA GUERRA RIVOLUZIONARIA”.

Progetto che poneva la gestione degli effetti di criminali e devastanti attentati come utile strumento di lotta politica, come metodo di condizionamento della dinamica della vita democratica del Paese.

Poi lo svuotamento dall’interno dei principi alla base della nostra costituzione con il progetto eversivo della Loggia Massonica P2 denominato “PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA”.

Oggi dobbiamo constatare che quel progetto politico è stato in gran parte attuato rendendo sempre più difficile la vita democratica del nostro Paese.
Questa non è una storia da relegare nelle pagine interne dei quotidiani: questa è la storia del Paese. Quella che non si vuole raccontare, perché i cittadini non devono sapere.

Nonostante il silenzio assordante  del ceto politico e l’indifferenza dei mass-media, riceviamo ogni giorno lettere di solidarietà e attestati di stima da cittadini indignati, che ci spronano a continuare a gridare ad alta voce lo scandalo di questi due stragisti e pluriomicidi, che hanno scontato condanne pagate a prezzi di saldo: non esiste detenuto in Italia che abbia goduto di maggiori benefici.

Non ci muove l’odio, ma il senso di dignità, perché senza esigenza di memoria e pretesa di giustizia non vi è vita collettiva che abbia un senso e un valore.
C’è oggi una gran voglia di normalizzare a forza questo Paese, di farci abituare al peggio.

Ci sentiamo confortati dalle parole del Capo dello Stato che, l’8 maggio, nel corso della cerimonia per il giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, ha voluto sottolineare, ricordando  i rischi estremi che il nostro Paese corse nel 1980 e come seppe uscirne:

“ …avemmo così la prova di quanto profonde fossero tra gli italiani le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica su cui poter contare.”

Parole che  sembrano di estrema attualità visti i pericoli che corre la nostra vita democratica.

La nostra Associazione, da sempre, si batte affinché l’informazione sui fatti tragici del nostro Paese venga portata alla conoscenza di tutti: per questo abbiamo pubblicato nel nostro sito tutti gli atti dei processi sulla strage alla stazione; partecipiamo attivamente alla Rete degli Archivi per non dimenticare affinché nessun atto giudiziario, legato alla storia del nostro Paese, vada disperso e possa essere fonte di studi e ricerche.

E’ con grande contrarietà  che assistiamo al tentativo di limitare per legge l’uso delle intercettazioni; questo creerebbe un grave danno alle indagini e alla possibilità di nuovi sviluppi sulla conoscenza di fatti riguardanti le stragi che hanno insanguinato il nostro Paese. L’informazione è importante soprattutto per i giovani e per dare a tutti la possibilità della conoscenza dei fatti, di essere consapevoli, in modo che nessuno possa più farsi scudo del non sapere e dell’ignoranza altrui. Perché gli assassini, così come i mandanti della strage alla stazione,  si affidano all’indifferenza della gente e su di essa costruiscono la propria impunità.

Dopo 6 anni dobbiamo constatare che la legge 206/2004 non è’ ancora in gran parte applicata, dalla sua approvazione ad oggi sono stati approvati dal Parlamento 3 ordini del giorno che impegnavano il Governo in carica ad attuarla completamente senza nessun risultato. All’inizio di questa legislatura abbiamo avuto le assicurazioni e le promesse del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, del Sottosegretario Gianni Letta, del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, del Ministro dell’Interno Maroni, ma nulla e’ stato fatto, la legge è ancora in gran parte inattuata, la delusione dei familiari delle vittime è grande. Questo dà la misura della mancata doverosa attenzione, nei confronti delle vittime, dei Governi che si sono succeduti dal 2004.

L’assenza del Governo ,oggi , ne è la conferma.

L’ONU-UNESCO PER LA PROMOZIONE DI UNA CULTURA DI PACE ha inserito il memoriale della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, nell’ambito del programma “Patrimoni per una cultura della Pace”.
Questo riconoscimento ci riempie di orgoglio e sarà un ulteriore impegno per mantenere la memoria negli anni futuri compiendo nel contempo azioni in favore della Pace.

Noi, 30 anni fa in questo piazzale abbiamo perso gli affetti più cari, un pezzo della nostra vita. Per onorare la loro memoria abbiamo scelto la strada della ricerca della verità e della giustizia, l’unico modo per vincere con le armi della democrazia i disegni criminali.

In questi anni abbiamo cercato di far esaltare l’orgoglio di appartenere ad una associazione che ha come impegno primario ottenere giustizia e verità, abbiamo soffocato la commozione che ci deriva dall’enorme tragedia che ha colpito ognuno di noi. Abbiamo guardato avanti e tanti sono i risultati che in questi anni si sono ottenuti, specialmente sui diritti delle vittime nonostante  che i vari governi, con ripetute promesse e assicurazioni, non operino per applicare completamente le leggi pur approvate dal Parlamento.

E’ consapevolezza, ormai di tutti i cittadini, che l’ostacolo principale alla verità, allo smascheramento dei mandanti, è l’apposizione anche in modo non ufficiale del segreto di Stato in tutti i processi di terrorismo e stragi.
Per questo ribadiamo con forza che, passati 30 anni dall’evento, tutti i documenti ad esso relativi ed i nominativi in esso contenuti, in possesso dei Servizi Segreti, della polizia e dei carabinieri, vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e quelli d’archivio corrente. L’ipotesi di reiterare il segreto di Stato dopo 30 anni è una vergogna, sembra fatta non per tutelare la sicurezza dello Stato ma per rendere impossibile colpire i mandanti e gli ispiratori politici.

A chi ha tentato di piegarci abbiamo contrapposto la fermezza di chi non si fa comprare, e continuiamo con ostinazione, a portare avanti le nostre battaglie.
Nel rivendicare i nostri diritti abbiamo evitato di sentirci o farci sentire vittime, ci siamo sempre comportati come cittadini che chiedono cose a loro dovute.
La nostra è stata ed è una lunga battaglia: contro il tempo che passa; contro i silenzi e le menzogne; contro i tentativi di delegittimazione ancora in corso; contro chi pensa di difendere i carnefici e non le vittime; contro chi vuole farci dimenticare, abbassare la testa;a questo proposito quest’anno abbiamo assistito ad un triste tentativo di immiserire la manifestazione che è in corso ora, quasi che molti politici si fossero stancati dei cittadini che scendono in piazza per ricordare e pretendere giustizia. Questa manifestazione, la solidarietà e la partecipazione dei cittadini che ogni 2 agosto vogliono farci sentire la loro vicinanza non è un elemento di disturbo da eliminare, ma è il segno di una società civile vitale, che non è disposta a farsi zittire da chi vorrebbe avere a che fare con sudditi e non con cittadini dotati di senso critico e di volontà di partecipazione alla vita democratica.

La stima che abbiamo ottenuto dai cittadini è stata grande e ci auguriamo di poterla mantenere anche per i prossimi anni.

QUESTA PIAZZA E’ ANCORA OGGI,COME TRENTA ANNI FA, SOLIDARIETA’ E DEMOCRAZIA.

Paolo Bolognesi (Bologna, 2 agosto 2010)
Fonte: il sito dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980

Ricordare per cambiare

Fonte: Ricordare per cambiare.

Proponiamo ai nostri lettori lo speciale dedicato a Paolo Borsellino dal titolo “Ricordare per cambiare” realizzato dal quindicinale trapanese “L’isola” , in edicola dal 30 luglio 2010. I testi di Nicola Biondo, Salvatore Cusimano e Antonio Ingroia sono stati curati da Giuseppe Pipitone.

Una questione di convenienza di Nicola Biondo
Lo hanno ripetuto per anni, decenni, certi soloni: la mafia non esiste, esiste una mentalità mafiosa ma la mafia, quella no, e chi dice il contrario mente per fini inconfessabili, per obiettivi politici, per fare carriera. E per giunta infanga la Sicilia e il Meridione. Forse dovremmo arrenderci a questa lettura e dire, ammettere, che davvero la mafia non esiste. O meglio, esiste perché altri vogliono che esista.

Dagli anni ’80 le inchieste, quelle archiviate e quelle diventate sentenze, raccontano in sostanza una cosa. Che la mafia esiste dove non c’è lo Stato. Peggio: che spesso (sempre?) la mafia è andata a braccetto con lo Stato o con parte di esso. Che alcuni delitti, delitti eccellenti, hanno visto la compartecipazione, con il silenzio o peggio, di uomini di stato. Che certe scandalose latitanze sono state permesse, tollerate, dallo stato. Perché così conveniva. Perché la mafia garantiva, e garantisce, tanti voti e molti vantaggi per imprenditori e politici che ad essa si rivolgono. Insomma la mafia, come organizzazione, esiste perché lo Stato, una parte di esso, le consente di esistere. Sennò sarebbe altro, tutt’altro, poca cosa. Ecco perché forse bisognerebbe ammettere che la mafia davvero non esiste. E’ una proiezione oleografica, un’immagine virtuale, proiettata per schermare l’essenza stessa, quella più violenta e disgustosa, di un sistema di potere. Un ombra alla quale possiamo tirare qualsiasi pugno ma che non colpiremo mai. Paolo Borsellino ha detto condensato questa realtà in poche parole. Queste: “La mafia e lo stato vivono nello stesso territorio, o si fanno la guerra o si accordano”.
La storia della mafia – ha scritto il giudice Roberto Scarpinato – è una storia di classi dirigenti. La storia della mafia siciliana – diversamente dalla Camorra  e la ‘ndrangheta – interseca quasi tutti i momenti chiave della nostra Repubblica: dalla strage di Portella della Ginestra al delitto Mattei, dai Golpe degli anni ’70 al caso Moro fino alla nascita della seconda Repubblica.
Ecco perché fare la storia della mafia significa intraprendere un lungo e faticoso cammino nel cuore nero del sistema di potere italiano, consente un’analisi del modo in cui è stato gestito il potere in questo paese. A volte mi sembra che non abbia più senso raccontare cose di mafia. Perché da qualsiasi prospettiva le si possano raccontare esse intersecano il potere, quello ufficiale, quello che abita lontano dalla Sicilia. Raccontare la mafia significa raccontare il successo di un sistema politico, di un sistema imprenditoriale ed economico. Ci fermiamo a indignarci davanti al fuoco delle pistole mafiose ma è come l’idiota che indica il dito e non vede la luna. Non importa solo sapere chi è che ha sparato ma perché. Perché la mafia ha avuto la forza di uccidere in pochi anni i vertici della magistratura palermitana, i vertici della Questura, i vertici della politica regionale, un prefetto? Chi gli ha dato la sicurezza dell’impunità?
La mafia spara perché gli è stato consentito, perché è convenuto a qualcuno. Ecco la parola chiave: convenienza. Ad un sistema di potere è convenuto avere dalla propria parte dei volgari banditi: da loro hanno ricevuto voti, con loro hanno fatto affari, a loro hanno delegato la gestione di intere porzioni di territorio. Un giorno un politico ha detto che bisogna rendere non conveniente l’adesione ai valori della mafia. Ma è come chiedere un atto di eroismo ad un cittadino disarmato. E per quale motivo quel cittadino non dovrebbe chiedere alla mafia quello che lo Stato da sempre gli nega in buona parte del Mezzogiorno: un’amministrazione pubblica efficiente, servizi degni di un paese civile, la possibilità di vivere dignitosamente.
E’ ormai pacifico che Cosa nostra ha goduto di protezioni innominabili, impensabili. E’ ormai pacifico che il mostro mafioso è un prodotto dello Stato, è diventato quello che è perché chi aveva il dovere di combatterlo ha giocato un’altra partita. E’ lo stato, questo stato, che ha permesso alla mafia, a volgari banditi di diventare uomini capaci di scatenare la guerra o di firmare accordi.
Le nuove inchieste sulle stragi indicano perfettamente questa direzione, questo stato di cose.
Più le indagini proseguono più i magistrati vedono sbiadire i volti dei macellai di Capaci e di via D’Amelio, di Firenze e Milano. E prendono consistenza altre forme, altri ambienti, altre facce, altri moventi. E se la mafia non è altro che un prodotto di un sistema, i magistrati sono davvero dei golpisti. E non nel senso che indicano il Presidente del Consiglio e la sua corte ma perché quei magistrati che indagano sulle stragi, sulla trattativa, sulle commistioni tra mafia e stato, mettono a repentaglio un sistema di potere che ha consentito quello che è sotto gli occhi di tutti. I magistrati stanno provando ad indagare il Potere, di cui la mafia è soltanto una delle sue tante manifestazioni, quella più visibilmente violenta. Cercano uomini dei servizi segreti, interrogano politici, provano a trovare carte nei mille archivi istituzionali. Ecco perché i magistrati sono dei golpisti: perché provano a processare un intero sistema. Ma non spetterebbe a loro farlo. E’ una delega in bianco che i cittadini in buona fede e una classe politica e imprenditoriale – ipocrita – gli hanno dato. Una delega che può far sempre dire quando le indagini arrivano a disegnare un sistema criminale, e non solo singole responsabilità penali, che i magistrati vogliono controllare la politica, vogliono – appunto – fare un golpe.
Come sempre, poi, ci sarà qualcuno che per una ben remunerata cecità dirà che c’è uno stato buono e uno cattivo, ci sono i servizi segreti buoni e quelli cattivi. Ma sarà la solita favoletta a buon mercato. Perché nessuno 007, nessun ufficiale dei Carabinieri, ha rapporti con un mafioso se non gli viene comandato. E l’ordine di incontrare Vito Ciancimino o quello di presenziare ad un summit di mafia gli viene direttamente dall’alto, dallo Stato.
In chi, in buona fede, fa della lotta antimafia una scelta di vita, è visibile il richiamo costante al termine legalità. Questo conflitto decennale – che proprio per questa durata è di per sé scandaloso – che oppone cittadini e magistrati e forze dell’ordine alle mafie stabilisce un autentica ossessione per il termine legalità. Ma dimentichiamo che la mafia è stata da tempo “legalizzata”, i suoi metodi e i suoi soldi sono stati legalizzati, fanno parte del sistema.. Di emergenza mafia si parla dalla fine dell’ottocento. Personalmente non ho alcun desiderio di obbedire alle leggi di uno stato che ha permesso alle mafie di governare metà del paese e di investire nell’altra metà. C’è un punto di non ritorno che è stato già abbondantemente superato e che fa suonare come una fanfara stonata questo richiamo alla legalità. Lo ha perfettamente capito Stefano Rodotà quando scrive che, “c’è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche”.
Che in questo paese il termine legalità non fa rima con verità, è un dato di fatto. Che la legalità repubblicana, e chi soprattutto l’ha rappresentata, ha permesso quello che è avvenuto, e avviene ancora, è un altro dato di fatto. Con buona probabilità se sapessimo tutta la verità sulle stragi del ’92-’93 l’intera impalcatura istituzionale cadrebbe. E la violenza della verità – per dirla con Rodotà – si abbatterebbe come uno tsunami sulle classi dirigenti degli ultimi 50 anni.
La verità su quelle stragi non colpirebbe l’organizzazione mafiosa, i cui vertici sono quasi tutti dietro le sbarre, ma il potere.
L’antimafia e il divisimo.
Questo paese quando si parla di mafia viaggia nel buio, non sa a quale santo votarsi. Intuisce certe complicità e si fida sempre meno. Il non trovare appigli ha fatto sì che alcuni scrittori e giornalisti – di eccellenti capacità – siano diventati delle icone antimafia. Saviano e altri come lui sono diventati eroi, miti dell’antimafia. Ma senza tirare in ballo Brecht e il paese ideale che non ha bisogno di eroi, bisognerebbe iniziare a dire che al di là dei grandi meriti di Saviano e di altri, è uno strano paese quello che per poter parlare di un problema collettivo non riesce che ad aggrapparsi ad uno scrittore, rendendolo un divo. Chi si dichiara sinceramente antimafioso non può non capire che se c’è eroe antimafia è quello che non abbandona il Sud, che non accetta il metodo mafioso della raccomandazione, che continua a fare il proprio dovere pagando prezzi altissimi senza avere ribalte. Fa tutto questo non per un’adesione astratta ad un – anch’esso – astratto desiderio di legalità: Ma per dignità.
Un magistrato serio che da vent’anni non fa un passo senza la scorta, che comprime la propria esistenza in modo così radicale, che affronta tutti i santi giorni “il mostro” si avvicina molto all’idea di eroe. Un imprenditore che denuncia, non tanto e solo il pizzo, ma il fatto che le banche finanziano il suo collega che fa affari sporchi e non la sua azienda “pulita”, è a suo modo un eroe. Lo sbirro che per 1400 euro al mese fa il suo lavoro. Gli esempi non mancano. Lo star business è in cerca di eroi per trasformarli in divi, con l’obiettivo di anestetizzare il giusto protagonismo radicale di chi nel suo mestiere ha lottato e denunciato. L’industria culturale è sempre alla ricerca di icone, di personaggi di talento da sfruttare a fini politici. Una raffinata operazione di marketing ha trasformato un bel libro come Gomorra in uno spot rassicurante. Chi sono i mafiosi più pericolosi? I casalesi! Perché? Perché spacciano droga, comprano intere aziende, uccidono e inquinano con i rifiuti tossici la terra! Insomma sono il prototipo dei brutti sporchi e cattivi. Rassicuranti, in fondo, nella loro mitizzazione come se fossero dei bubboni in un corpo sano. Il reportage di Saviano è rassicurante per questo: perché blinda una verità di fondo: che la vera mafia non è quella che spara ma quella che fa politica. E la camorra non fa politica, non fa saltare le autostrade, non uccide giudici e politici, non impone trattative, non ha la potenza dei segreti di stato che invece la mafia conserva nel proprio ventre. Gomorra, in questo paese senza memoria, senza dignità e verità, è un’occasione che la propaganda non poteva farsi scappare. Trasformandolo in verità storica e nello stesso tempo mitizzando il suo autore. Possiamo fare la faccia feroce con mille denuncie, indignarci con mille libri e articoli, trovare tutti i colpevoli materiali delle stragi. Ma nulla di tutto ciò potrà mai spiegare il perché di quello che è avvenuto se non rivolgiamo lo sguardo altrove. A coloro che questo inferno hanno permesso che si sviluppasse. Alle classi dirigenti di questo paese che hanno consentito di far diventare un Riina qualunque uno di cui bisogna aver paura. Più di un Ministro, più di un Presidente, più del Potere.
Un gioco diabolico di ombre. Un delitto perfetto che vede condannato il killer e non il mandante.

Borsellino, un infaticabile professionista di Salvatore Cusimano

Nell’estate del 1988,il 31 luglio, in una Roma assolata e quasi deserta il Consiglio superiore della magistratura, a Palazzo dei Marescialli, affrontava quello che i giornali e tv avevano definito “ il caso Palermo”, nato dalla denuncia di Paolo Borsellino sul rischio di indebolimento della lotta alla mafia a causa dei nuovi orientamenti dell’Ufficio istruzione di Palermo. Lo spezzettamento della grande inchiesta su Cosa Nostra, affidandone frammenti a varie procure rischiava di far perdere di vista il ruolo centrale della “cupola” e del vertice criminale nelle scelte devastanti dell’organizzazione. La tentazione di un pezzo della magistratura, era quella di trattare i reati mafiosi come gli altri della criminalit‡ comune. Una semplificazione che mirava anche a ridurre il peso e il ruolo di quei magistrati coraggiosi che avevano messo su il primo maxiprocesso alla mafia: i giudici del “pool antimafia”.
Quell’estate il CSM doveva rispondere alle richieste poste dal capo dello stato, Francesco Cossiga, che aveva raccolto l’allarme lanciato da Paolo Borsellino, nel corso di un convegno ad Agrigento prima e in due interviste del 20 luglio 1988 a La Repubblica e a l’Unit‡. L’istruttoria del Csm si muoveva fra ambiguit‡ e vecchie ruggini anche personali. Borsellino e Falcone non erano amati neppure dai loro colleghi. La tentazione forte che attraversava una parte dell’Organo di autogoverno era di “rimettere in riga” i due magistrati siciliani e con loro tutti gli altri che li avevano seguiti nel modo innovativo e vincente di indagare sulle cosche.
Una fonte interna al sindacato dei giudici riuscÏ a fare uscire qualche indiscrezione sul vero intendimento della maggioranza dei consiglieri. Il clamore dei servizi sui tg nazionali della Rai (altra epoca va detto con altri capiredattori e direttori) e poi anche dei giornali riuscÏ a bloccare l’operazione e a riportare Borsellino e Falcone a Palermo, non solo senza provvedimenti punitivi ma con una sostanziale vittoria del “pool” che ebbe la possibilit‡ di riprendere il cammino interrotto.
Racconto questo episodio perchÈ Ë paradigmatico della tempra di Paolo Borsellino. Nel momento in cui il suo lavoro e quello degli altri giudici erano messi a rischio non esitÚ neppure per un istante ad uscire allo scoperto a fare da scudo ai suoi amici e colleghi. E non fu l’unica volta. Il “caso Palermo” ebbe dei bis e dei ter e una coda infinita di polemiche, contrasti, divisioni. Spie di una situazione d’isolamento che oggi alla luce delle indagini di Caltanissetta potrebbe essere riletto in maniera pi_ completa. E’ difficile ritenere che il Csm si muovesse autonomamente e non sotto l’imput di una parte della politica e di altre entit‡ interessate alla smobilitazione della punta pi_ avanzata delle indagini antimafia in Italia. Borsellino colse sempre il disegno che stava dietro i fatti. Espresse in innumerevoli occasioni e pubblicamente la sua convinzione che dietro la mafia si muovessero “responsabilit‡ altre”, le stesse “ menti raffinatissime” delle quali parlÚ Falcone dopo l’attentato sulla scogliera dell’Addaura.
Intrepido certamente, dotato di una straordinaria capacit‡ lavorativa, ma anche allegro e ironico. Maestro di tanti giudici novizi che seguiranno la sua strada, preferito fra i tanti non solo per la sua capacit‡ di insegnare il valore di un mestiere duro e difficile, costantemente osteggiato, senza mezzi e risorse,ma anche per le sue qualit‡ umane,per suo atteggiamento paterno nei confronti dei pi_ giovani. Con i cronisti poi era impagabile. Si rendeva sempre conto delle esigenze di tutti, aveva colto anche il ruolo che la comunicazione multimediale poteva svolgere per la crescita della coscienza civile, e nel rispetto del segreto istruttorio non esitava ad accettare interviste per spiegare contesti, rischi, complicit‡, per richiamare tutti ai valori della Costituzione e alla vigilanza. Con questo spirito affrontÚ anche i terribili giorni successivi alla strage di Capaci. Con una forza senza pari portÚ a compimento le sue delicatissime indagini, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, senza rinunciare anche in quelle ore a portare la sua testimonianza laddove era necessario per sollevare l’attenzione e la vigilanza e richiamare all’impegno e alla mobilitazione contro i nemici palesi e occulti della democrazia.

Paolo, un uomo generoso ed altruista di Antonio Ingroia (testo raccolto da Giuseppe Pipitone)

Ho mosso i primi passi in magistratura nella Procura di Marsala, all’epoca in cui il capo era proprio Paolo. Di Paolo Borsellino sono stato soprattutto un allievo. Era il periodo immediatamente successivo al maxiprocesso. Di Paolo ho un ricordo molto nitido: oltre ad essere un professionista straordinario era anche un uomo generoso e altruista. Mi ricordo il nostro primo incontro. Io ero un magistrato giovanissimo e lui era il mio capo, un magistrato noto, per me un mostro sacro della professione. Quando glielo dissi, rise di gusto e mi rispose: “ non mi ero accorto di essere diventato tanto vecchio, noi siamo colleghi devi assolutamente darmi del tu.” Era così Paolo Borsellino, spontaneo. Era anche incredibilmente altruista. C’è un aneddoto particolare, non ricordo se l’ho mai raccontato a nessuno. Mi stavo occupando del mio primo processo importante e puntuale come un orologio svizzero arrivò la prima lettera anonima. Era piena di minacce e conteneva anche tre proiettili; tra l’altro la cosa che mi colpì fu che era specificato che i proiettili sarebbero serviti per eliminare l’intero mio nucleo familiare, composta da mia moglie e da mio figlio che era nato da poco. Rimasi ovviamente molto scosso. Anche Paolo, quando gliene parlai, rimase molto risentito, nonostante lui fosse abituato a queste cose. Disse che era molto seccato con se stesso, perché se oltre a lui erano arrivati a minacciare pesantemente i suoi sostituti voleva dire che non era stato in grado di fare da “scudo” tra il mondo esterno e noi giovani magistrati. E’ un segno molto importante che fa capire quanta generosità avesse. Con Paolo ho anche condiviso attimi di confidenza dovuti al fatto che eravamo gli unici due palermitani fuori sede a Marsala. Prima del mio arrivo Paolo abitava presso il Commissariato. Poi io presi in affitto un appartamento per le mie necessità e lui venne ad abitare in quello vicino. Marsala non è dall’altra parte del mondo ma condividevamo certi tempi che magari a Palermo avremmo passato con le nostre famiglie. Ricordo indimenticabili cene nei ristoranti, e poi l’immancabile caffè della primissima mattina: io mi svegliavo intorno alle 8, lui era già in piedi da oltre due ore a lavorare, prendevamo il caffè e via in tribunale.

Tratto da L’isola, 30 luglio 2010

Antimafia Duemila – Accordo di Oslo, e’ entrato in vigore ieri il Trattato contro le bombe a grappolo firmato nel 2008

Antimafia Duemila – Accordo di Oslo, e’ entrato in vigore ieri il Trattato contro le bombe a grappolo firmato nel 2008.

da it.peacereporter.net – 2 agosto 2010

Ne restano fuori i due principali paesi che ne fanno uso: Stati Uniti e Israele.

E’ entrato ieri in vigore il trattato contro le bombe a grappolo firmato ad Oslo nel 2008, ma i paesi che hanno utilizzato di più questo tipo di arma, Usa e Israele, e altre potenze militari come la Russia, non lo hanno adottato. Si calcola che le bombe a grappolo abbiano ucciso circa 100.000 persone, da quando i nazisti hanno inziato a usarle negli anni ’30. Circa un terzo delle vittime sono bambini.
Thomas Nash, presidente della piattaforma contro le bombe a grappolo che raggruppa circa 30 Ong, considera la giornata di ieri, 1 agosto 2010, come giorno di celebrazione: “Un sogno che sembrava impossibile diventa realtà. Si è compiuta la volontà della società civile con l’aiuto di alcuni stati”. Ma in questo ‘alcuni’ sta il problema. Da quando fu approvato l’accordo di Oslo nel dicembre 2008, circa 100 paesi si sono impegnati a disinstallare o a non usare le bombe a grappolo. Restano fuori, però, i principali produttori che continuano a non firmarlo. La lista è capeggiata dagli Stati Uniti e Israele che hanno usato bombe in conflitti recenti, come quelli dell’Iraq o del Libano.
Le Organizzazioni umanitarie e quelle non governative si augurano che l’entrata in vigore del trattato animi gli altri paesi ad aderire, anche quelli che non sono i principali produttori.
L’entrata in vigore della nuova Convenzione è stata accolta con entusiasmo da Papa Benedetto XVI che ha commentato: “Il mio desiderio è che si prosegua in questa direzione”. Per Ban Ki-Moon, segretario Onu, la giornata di ieri “rappresenta un grande passo avanti per le agende umanitarie e di disarmo”.
Secondo fonti usate dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, il margine di errore di queste armi oscilla tra il 10 e il 40 percento e circa un terzo del materiale rimane inesploso. Caratterirstica principale degli ordigni infatti è che sono composti da un certo numero di submunizioni che, al funzionamento dell’ordigno principale (cluster), vengono disperse a distanza. Le submunizioni possono essere seminate anche da dispenser che rimangono agganciati agli aeromobili o da speciali sistemi automatizzati di semina terrestre, si mantegono attive per più di 40 anni, per questo sono altamente pericolose per la popolazione civile.
Le bombe a grappolo sono state usate in Kosovo nel 1999, in Afghanistan dal 2001, in Iraq dal 2003 e in Libano nel 2006, e anche in conflitti in paesi africani come Sudan e Sierra Leone. Si calcola che 100mila persone sono morte nelle esplosioni e molte volte si è trattato di esplosioni a scoppio ritardato. Il 98 percento delle vittime sono civili.

Tratto da:
peacereporter.net

Piero Ricca » Oltre il nucleare

Fonte: Piero Ricca » Oltre il nucleare.

Da una mail di Mario Agostinelli, punto di riferimento del movimento per le energie rinnovabili.

“E’ partita la raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare a sostegno del risparmio energetico e della diffusione delle rinnovabili. Nel sollecitare il massimo impegno già a partire dalle occasioni offerte dalle varie feste e dalle iniziative estive, indico (nei documenti allegati) e nel sito www.energiafelice.it, in allestimento ma comunque raggiungibile e dotato già di una prima documentazione, i riferimenti per l’organizzazione di una campagna efficace. Segnalo il dibattito che si è sviluppato sul blog de “il Fatto Quotidiano” a seguito di un mio intervento sul caso Veronesi. Sono piovuti oltre 300 commenti, che offrono uno spaccato preziosissimo sullo stato dell’arte del dibattito su nucelare e rinnovabili e sull’attenzione al riguardo, che è già vivissima oggi. Credo che lo spaccato che viene offerto, oltre che per la varietà delle opinioni e per la precisione delle osservazioni, sia difficilmente ripetibile per la quantità inusuale del “campione” e rdiventi prezioso per noi che affrontiamo un rapporto tutt’altro che semplice con l’opinione pubblica”. Mario Agostinelli

2 agosto 1980 | BananaBis

Fonte: 2 agosto 1980 | BananaBis.

La fuga dei ministri dalla piazza di Bologna

di MICHELE SERRA

NEL trentennale del gesto politico più sanguinario della storia repubblicana, Bologna per la prima volta ricorda i suoi morti senza il governo e (quasi) senza lo Stato. La presenza onorevole e simbolica del prefetto non basterà a coprire la voragine di un’ assenza oggettivamente gravissima, perché sancisce ufficialmente la mancanza di una memoria condivisa. Edopo trent’ anni, riconsegna il lutto alla comunità bolognese come fosse «cosa sua».

I precedenti sono noti. La sentenza definitiva sulla strage, che ne attribuisce l’ esecuzione ai terroristi neri (strage fascista, dunque, nonè una forzatura ideologica) viene defalcata a «verità politica» da buona parte della destra italiana, così che anche la sola strage terroristica che abbia avuto una lettura giudiziaria pienamente conclusa viene risospinta nel limbo insopportabile delle mezze verità e dei misteri inafferrabili. Questa lesione, più recente, è andata a sommarsi al radicato astio che una piazza così orribilmente offesa già nutriva per il potere politico del tempo, accusato di depistaggi, coperture, silenzi: in due parole, di alto tradimento. Di qui la radicata pratica dei fischi rabbiosi che accolgono ogni anno governanti anche incolpevoli, ma giudicati responsabili della continuità omertosa dello Stato, simboli di un potere inaffidabile, ipocrita e distante.

Non interessa, qui, valutare ragioni e torti di questa frattura che in trent’ anni, piuttosto che ridursi, si è radicalizzata. Interessa misurarla, la frattura, in tutta la sua incurabile profondità: un lutto nazionale tra i più dolorosi e significativi viene infine giudicato non gestibile, politicamente incontrollabile, dal governo centrale, che lo rimbalza alle autorità locali (con macabro sarcasmo, si potrebbe dire che anche questo è federalismo…). Si noti che il ministro incaricato non avrebbe dovuto parlare in piazza ma in Comune, per tutelarlo dalle contestazioni e per tentare di interrompere il rituale aspro dei fischi. Tanto non è bastato al governo per decidere di essere a Bologna questo 2 agosto.

La fuga di Roma da Bologna colpisce anche perché si aggiunge a un quadro di separazione progressivae tumultuosa dei cittadini dalla politica, e della politica dai cittadini. Paiono vite parallele, dunque mai convergenti, anche quando l’ occasione riguardi tanto la società quanto le istituzioni, vedi le commemorazioni palermitane di Falcone e Borsellino che sono state quasi «privatizzate» dai cittadini per evitare contiguità indesiderate. Probabile che anche a Bologna molte voci commentino con sollievo la latitanza del governo, «stiano pure a casa loro». Ma un Paese nel quale la politica teme il popolo (a meno di incontrarlo in festose adunate di consenzienti, o di farne comparsa per tripudi di massa) e il popolo disprezza la politica, è un paese schizofrenico, sdoppiato, e in ultima analisi paralizzato fino a che accada qualcosa che sblocchi questo impotente ringhiarsi, evitarsi, detestarsi.

Se nell’ agenda del governo, alla data del 2 agosto, non è segnata con l’ evidenziatore la parola «Bologna», significa che il prezzo di quattro fischi non vale il dovere di rappresentare lo Stato, nemmeno nel chiuso di un Palazzo comunale. Sia viltà politica, sia pura sottovalutazione, sia il calcolato sgarbo a una città ex-rossa e oggi commissariata (e quasi felice di esserlo: altro scacco alla politica), è una prova di sconsolante debolezza.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/01/la-fuga-dei-ministri-dalla-piazza-di.html

L’anti antimafia

Fonte: L’anti antimafia.

Siamo alla frutta. Ed è una gran bella notizia!
In occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista “Icocervo” gli emeriti delinquenti Cirino Pomicino, condannato per la tangente Enimont e salvato in calcio d’angolo con un patteggiamento per corruzione, Fabrizio Cicchitto, l’incappucciato piduista e persino Renato Farina, lo spione betulla in vendita al miglior offerente, sono stati chiamati a disquisire di “Delitti di mafia e teoremi improbabili” con particolare riferimento alle stragi del biennio ’92 e ’93. No, non è uno scherzo. E’ proprio così. Pomicino, Cicchitto e Farina che parlano della morte di Falcone e Borsellino!
E le loro teorie sono davvero imperdibili, altro che teoremi improbabili. Secondo il loro brillante stravolgimento dei fatti, che sibillinamente rielabora il dato certo delle false dichiarazioni di Scarantino, la chiave di interpretazione delle stragi non riconduce, come logica vorrebbe, al depistaggio di Stato su cui sta indagando la Procura di Caltanissetta. Questo significherebbe in effetti il fastidioso dover ammettere ciò che è ormai evidente agli occhi di tutti i cittadini con un minimo di capacità cognitive: le stragi rientrano in un disegno politico-mafioso ben preciso che ha una continuità nella storia del potere e della mafia sin dagli albori della Repubblica e avevano come scopo certo l’insediamento di una nuova forza politica capace di garantire, non più tanto le esigenze atlantiche, scemate con la caduta del muro di Berlino, quanto piuttosto un assetto che doveva essere moderato e conducesse ad una cauta ma efficace riforma della Costituzione.
Niente affatto. Ecco la verità vera, frutto delle limpide diaboliche meningi.
Secondo Pomicino le bombe cessano, non perché finalmente i mafiosi pensano di aver trovato l’accordo che cercavano, ma perché i pentiti hanno cominciato ad ottenere i benefici previsti dalla legge per la loro collaborazione. E per Farina, chi ha sbagliato nella gestione di Scarantino, attenzione i magistrati!, non i funzionari della polizia già sotto inchiesta, che indagano oggi non potrebbero farlo per un evidente conflitto di interessi. Strano. Non risulta che a Caltanissetta ci sia nessuno di coloro che investigò su Capaci e Via D’Amelio a quel tempo, di chi mai starà parlando il dotto betulla?
Poi c’è il teatrino con Veltroni. Cercano di rimpallarsi la responsabilità della trattativa. Con chi dialogava Totò Riina a suon di bombe sulla pelle di due degli uomini migliori del nostro Stato, di valorosi servitori delle Istituzioni e di inermi innocenti? Con la prima repubblica che crolla? Con la sinistra che vince a singhiozzi? Con il partito costruito su misura per Berlusconi da Marcello Dell’Utri, cerniera tra Cosa Nostra e mondo politico già condannato per concorso esterno in ben due gradi di giudizio nonostante i suoi intrallazzi tra massoneria, P3, Opus Dei, politica, affari e circoli di ogni risma?
Un bel dilemma, non c’è che dire. Sta di fatto che in tutti questi anni nessuno dei governi in carica ha messo in atto un vero, serio programma di lotta alla mafia e l’ha lasciata diventare una potenza economica tale da essere la prima azienda d’Italia, e di cui non possiamo fare a meno, con i suoi referenti comodamente assisi in Parlamento. Destra, sinistra, centro? Che buffoni!
Mi verrebbe da chiamarli scimmioni, se non fosse per la loro mente consapevolmente malvagia che cerca di confondere, sporcare, depistare…
Allora dov’è la buona notizia, vi domanderete?
Beh, mi viene da pensare che se quello stesso potere che ha ordito le stragi si è ridotto ad assoldare questi personaggi dal curriculum indifendibile per difendersi con teorie astruse e ancora più compromissorie per l’intera classe politica, è proprio al declino. Gli sono rimasti giusto gli ultimi colpi in canna se ha bisogno di un Pomicino, scaricato persino dalla Camorra, per addentrarsi nei percorsi mentali più contorti pur di ammonticchiare il marciume sotto il tappeto ormai logoro.
Quindi benché il disgusto istintivo dell’intelligenza costretta a leggere di queste fandonie, ci possiamo consolare.
Si sta sbriciolando il sistema nato dal sangue delle stragi, e sebbene la strada per la verità sia ancora lunga e impervia, possiamo cominciare a sperare che almeno spariscano ai nostri poveri occhi queste brutte facce.

Giorgio Bongiovanni
Da AntimafiaDuemila

Antimafia Duemila – Inciucio vergognoso

Fonte: Antimafia Duemila – Inciucio vergognoso.

di Paolo Flores d’Arcais – 31 luglio 2010

“L’accordo tra le maggiori formazioni politiche, con l’esclusione dell’Italia dei valori, per l’elezione di Michele Vietti al Consiglio superiore della magistratura rappresenta una pagina di buona politica, piuttosto rara di questi tempi e quindi ancora più apprezzabile”.

Il merito va a “Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani” che hanno respinto le “pressioni che volevano indurli a pretendere una soluzione estremistica”. E’ Giuliano Ferrara che scrive, anzi che gongola. Ne ha ben donde. L’inciucio consumato ieri dal Pd, che porterà Vietti alla vicepresidenza del Csm, supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ieri, infatti, i Bersani e i Veltroni, i Franceschini e i D’Alema,   hanno consegnato nelle mani del regime l’organo di auto-governo dei magistrati.

CON QUESTA logica, ben presto accadrà la stessa cosa per la Corte Costituzionale, visto che il presidente del Tribunale del riesame di Roma, nell’ordinanza con cui conferma la custodia cautelare per la P3, sottolinea la “ingerenza [che] venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali”, i quali “anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ne bastano altri due di analoga tempra e la foia totalitaria del ducetto di Arcore non avrà più argini che ne impediscano il compiuto appagamento.

Vietti è stato al governo sotto Berlusconi due volte. Un habitué, dunque. Da integerrimo “paladino della legalità” ha sguainato la durlindana per   depenalizzare il falso in bilancio, permettendo al suo “sovrano” di non finire in galera. Berlusconi il reato lo aveva commesso, hanno stabilito i   giudici, solo che nel frattempo – grazie a Vietti – non era più un reato. Vietti è perciò l’uomo giusto al posto giusto, se si vuole un Csm ancora peggiore di quello dell’era Mancino. Nella quale, lo sappiamo grazie alle intercettazioni, sono accaduti inqualificabili episodi che hanno infangato l’immagine della magistratura, e spinto il presidente della Repubblica a parlare di “squallore”..

IL NUOVO Csm dovrebbe “fare pulizia”. Sarà grasso che cola se non peggiorerà la rotta. Perché, come assicura Giuliano Ferrara fregandosi le mani, Vietti “ha sempre dimostrato saggezza ed equilibrio, doti che gli saranno utilissime quando dovrà cercare di contenere e se possibile far regredire gli antagonismi che hanno reso finora impossibile un dialogo costruttivo tra mondo giudiziario e politica”. Tradotto: quando si tratterà di far piegare la magistratura ai diktat del Caimano.

Dopo questa scelta, tanto varrebbe che il Pd cambiasse nome in PdV: Partito della Vergogna.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Benny Calasanzio Borsellino: Pm Petroselli, riguardo l’omicidio di Attilio Manca…

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: Pm Petroselli, riguardo l’omicidio di Attilio Manca….

Gentile dott. Renzo Petroselli,

io e lei, pur non essendoci mai visti, condividiamo una cosa: nessuno dei due ha mai conosciuto il dottor Attilio Manca. Di persona intendo. Io, a differenza sua, ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia, tre persone esemplari nella vita e nel dolore. Anzichè fare domande, dal nostro primo incontro, ho imparato ad ascoltare quella storia che ormai conosco a memoria, dettaglio per dettaglio.

Per queste e per altre ovvie ragioni rimango senza parole di fronte alla terza, si noti bene, alla terza richiesta di archiviazione che lei ha avanzato al Gip della procura di Viterbo. Evidentemente è convinto oltre ogni ragionevole dubbio che Attilio Manca si sia ammazzato da solo. Con estrema arte e perizia, ma da solo. Si iniettò, due volte,sulle braccia, l’eroina e creò una miscela esplosiva con alcol e calmanti per farla finita. Nel polso sinistro e nell’avambraccio però. Lui che era mancino, in punto di morte, scoprì che era abile ad usare anche l’altra mano. Mentre entrava in circolo il mix, diede una testata su qualche muro deviandosi il setto nasale. Poi cominciò a sbattere in giro per la casa, a procurarsi ecchimosi ed ematomi su tutto il corpo. Cosparse la casa del suo sangue, sul letto, sotto il letto, mise il tappo alle due siringhe e ne mise una in bagno e una in cucina. Poi finalmente morì. Suicidio. Il miglior suicidio di sempre direi.

Quello che mi sorprende è che lei creda davvero a tutto ciò. La prego, tutto ciò sarebbe davvero insolente nei confronti della sua intelligenza. Lei invece ne è certo. Tanto da, praticamente, evitare di indagare, che sarebbe la sua prerogativa e il suo obbligo professionale e morale. Non a caso l’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici, uno notoriamente avaro di parole, l’ha acusata durante l’ultima udienza di “abnorme inerzia che ha contraddistinto il suo operato, svolgendo solo supplementi di indagini ordinati dal Gip”.

Alcune cose effettivamente mi lasciano basito. Mai un’analisi delle siringhe. Potrebbe escludere che su quelle siringhe siano completamente assenti le impronte di Attilio, e che dunque altri hanno “suicidato” Attilio? No, perchè non ha mai dato incarico di analizzarle. Ha mai creduto che sia umanamente possibile cadere su un materasso e procurarsi, nell’ordine, ecchimosi su tutto il corpo e la deviazione del setto nasale, con annesso lago di sangue? O il dott. Attilio Manca, ragazzo prodigio della chirurgia, amava dormire su un letto di cemento armato, o questa ricostruzione è una patacca, come tutto ciò che è stato ricostruito fino ad adesso.

Gentile pubblico ministero, non voglio certo tentare di influenzare la sua percezione dei fatti o tantomeno irritarla; le scrivo solo per debolezza personale. Non ho il coraggio, infatti, di continuare a guardare in faccia il papà, la mamma e il fratello di Attilio. Non ho il coraggio di sentirli ancora raccontare quei momenti, i ricordi dei momenti felici con Attilio, un ragazzo strappato alla vita nel momento più bello. E allora le chiedo se davvero se la sente di assumersi la responsabilità di mettere la parola fine ad una storia che fa acqua da tutte le parti. Una storia che pur di non citare la parola mafia ricorrerebbe anche ad ipotizzare un attacco alieno di cui Manca è rimasto vittima. Tutto pur di non dire che Manca altra colpa non ha avuto se non quella di visitare e forse operare un paziente sbagliato: Bernardo Provenzano. Tutti e due a Marsiglia nello stesso periodo, tutti e due con legami a Barcellona Pozzo di Gotto. Ed uno dipendente dall’altro, con una prostata da operare da mani abili.

Infine, le ricordo, che Attilio aveva addirittura in programma un periodo di volontariato in Bolivia con Medici senza Frontiere, e un training a Cleveland, Stati Uniti, presso un istituto altamente specializzato. Mai conosciuto tossicodipendenti con così tanta voglia di vivere. Mai conosciuto tossici così lucidi da organizzare una tale messinscena che sembra tutto tranne che un suicidio.

Le chiedo solo di lasciare, per un attimo, incartamenti e faldoni, che pure contengono questi interrogativi a cui lei non vuole dare risposta. E di convocare a Viterbo la famiglia Manca. E di rimanere ad ascoltare. Non lo faccia per me, nè per loro, ma lo faccia per sè, perchè vivere una vita e una professione con il peso di aver coperto la verità, naturalmente senza dolo, non le lascerà tregua.

Cordialmente,

Benny Calasanzio, familiare di due vittime di mafia che molti hanno cercato prima di dimenticare e poi di infangare.

Boom per le banconote da 500 euro. Si aggira la crisi favorendo il crimine organizzato | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Boom per le banconote da 500 euro. Si aggira la crisi favorendo il crimine organizzato | Il Fatto Quotidiano.

Un insostituibile strumento per i traffici della criminalità organizzata. Una fonte di reddito a 12 zeri per la Bce. Una micidiale convergenza di interessi sui tagli grossi

Speculazioni al ribasso, banche da salvare, conti pubblici in progressivo deterioramento. Per le finanze dell’UE non sono certo mesi facili, ma il rischio di un collasso sistemico appare definitivamente scongiurato grazie a una curiosa convergenza di interessi: quella tra la Banca centrale europea (Bce) e la criminalità organizzata.

A rilanciare la storia è stato il Wall Street Journal, raccogliendo l’ultima analisi del capo economista di Citigroup William Buiter secondo il quale l’euro si starebbe imponendo come la valuta preferita degli amanti delle transazioni anonime. Un esercito di riciclatori, narcotrafficanti, mafiosi e commercianti d’armi, in altri termini, starebbe alimentando da tempo una crescente domanda di banconote di taglio grosso, ideali per trasportare materialmente grandi quantità di denaro (sporco) in poco spazio. Un’esigenza inderogabile per chi ha necessità di tenersi a distanza dalle rintracciabili transazioni virtuali del mondo bancario.

A fornire cifre di conferma è la stessa Bce. Il controvalore delle banconote da 500 euro circolanti sul mercato è passato dai 30,8 miliardi del 2002 ai 258 di oggi. Una crescita spaventosa che per l’istituto centrale ha rappresentato una vera e propria manna del cielo. All’espansione delle banconote rosa (e delle sorelle minori gialle da 200 euro) si è infatti accompagnata una crescita proporzionale dei cosiddetti redditi da signoraggio, ovvero dei profitti accumulati dalla banca nell’atto stesso di stampare moneta. Una ricchezza capace di mettere la Bce al riparo dai rischi default garantendo al tempo stesso un’ampia possibilità di intervento attraverso i programmi di sostegno e stimolo all’economia del Continente. Secondo Buiter un aumento annuale del 4% della moneta in circolazione dovrebbe garantire un profitto da signoraggio compreso tra i 2.000 e i 6.900 miliardi di euro.

Cifre alla mano, insomma, non è difficile comprendere per quale motivo gli Stati membri dell’Ue siano generalmente restii a prendere in considerazione l’ipotesi di mettere fuori corso il biglietto rosa che, dopo quella da 1000 franchi svizzeri (939 dollari), risulta la banconota di maggior valore tra le sei valute più diffuse al mondo. Eppure una simile decisione potrebbe avere un impatto estremamente positivo soprattutto per chi, come l’Italia, deve fare i conti ogni giorno con una delle principali economie sommerse del Continente (300 miliardi di valore, pari al 19% del Pil, secondo l’ultimo rapporto Censis datato 2008). A sollevare la questione era stata nel giugno 2009 la divisione intelligence della Banca d’Italia in un rapporto interno rimasto riservato per quasi un anno prima che l’agenzia Bloomberg ne rendesse pubblico il contenuto. Quelle emerse dalla relazione erano scoperte a dir poco imbarazzanti. I pagamenti in contanti (ovvero anonimi) caratterizzano il 91% delle transazioni condotte nella Penisola contro il 78% registrato in Germania e il 59% rilevato in Francia. Ancora più inquietanti i dati sulla distribuzione geografica della famigerata banconota da 500, la cui massima presenza pro capite si registrerebbe – ma guarda un po’ che sorpresa – nei pressi dei confini nazionali con Svizzera e San Marino, territori, questi ultimi, caratterizzati da misure antiriciclaggio meno restrittive.

Le rivelazioni di Bloomberg, ovviamente, sono cadute nel nulla. Nei confini di Eurolandia l’argomento resta tabù anche se all’esterno non mancano esempi virtuosi. A maggio un accordo tra il ministero del Tesoro e la Britain’s Serious and Organised Crime Agency (Soca), ha messo “fuori legge” le banconote da 500 euro proibendone l’utilizzo e il cambio all’interno del Regno Unito. Il 90% degli esemplari circolanti nel Paese, ha affermato la Soca, sarebbe utilizzato esclusivamente dalle organizzazioni criminali.