Archivi del giorno: 9 agosto 2010

ComeDonChisciotte – CRISI ECONOMICA: L’ UNGHERIA SFIDA IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

Fonte: ComeDonChisciotte – CRISI ECONOMICA: L’ UNGHERIA SFIDA IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE.

DI JEROME DUVAL
mondialisation.ca

L’Ungheria, che dal 1 ° gennaio 2011 assumerà per sei mesi la presidenza dell’UE , subisce pesantemente le conseguenze di una crisi finanziaria che sembra non finire. Pur non essendo così distante dai parametri di Maastricht in materia di deficit pubblico (3,8% nel 2008), l’Ungheria è il primo paese dell’Unione europea ad aver ottenuto il sostegno finanziario della Troika costituita da: Fondo Monetario Internazionale, Unione Monetaria e Bce (Banca Mondiale)

Nel mese di ottobre 2008 è stato concordato un piano di finanziamento di 20 miliardi di euro: 12,3 miliardi messi a disposizione dal FMI, 6,5 dall’Unione europea e uno dalla Banca Mondiale. Lo stock del debito è cresciuto in maniera automatica: oltre alla perdita secca dovuta al pagamento degli interessi, che aggrava il deficit, alla popolazione sono state imposte pesanti condizioni, l’aumento di 5 punti percentuali di IVA, attualmente al 25%, l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, il congelamento per due anni dello stipendio dei funzionari, la soppressione della tredicesima per i pensionati, la riduzione degli aiuti pubblici all’agricoltura e al trasporto …

L’estrema destra entra in Parlamento

In passato l’Ungheria, governata dai socialdemocratici, era riuscita a tenere in piedi un sistema di relative garanzie sociali, ma l’attuazione delle misure di austerità imposte dal FMI, ha scontentato la popolazione e giovato alla destra conservatrice, che nell’aprile 2010 ha vinto le elezioni legislative. La vittoria del nuovo primo ministro conservatore, Viktor Orban, è stata accolta con favore dall’agenzia Fitch Ratings secondo la quale il partito di Orban, Fidesz, che ha ottenuto la maggioranza necessaria per modificare la Costituzione “rappresenta un’opportunità per introdurre riforme strutturali”. (1) I socialdemocratici hanno riportato una sconfitta storica aprendo la strada all’estrema destra (Jobbik) che per la prima volta è entrata in parlamento con la percentuale del 16,6% .

Non appena insediatosi, il governo ha diffuso dichiarazioni allarmistiche sulla situazione finanziaria del paese, chiamando in causa una sottostima dei conti da parte del precedente esecutivo che, in realtà, avrebbe portato al 7,5 % il rapporto tra il deficit e il PIL, ben al di sopra quindi del 3,8% previsto dal Fondo monetario internazionale. Bluff o falsificazione dei conti? In seguito a queste dichiarazioni, il 5 giugno 2010, il panico fa crollare le Borse di Londra, Parigi, Budapest … e l’euro si deprezza nel timore di una crisi simile a quella della Grecia. Il governo sotto pressione, nel tentativo di recuperare, diffonde comunicati per tentare di calmare gli speculatori.

Tassazione del capitale o del lavoro ?

Per contenere il deficit al 3,8% del PIL nel 2010, come concordato con il Fondo monetario internazionale e l’UE, il governo sta lavorando all’approvazione di una tassa straordinaria sull’intero settore finanziario, che permetterebbe di prelevare lo 0,45% dell’attivo dichiarato dalle banche (calcolato non sul profitto, ma sul fatturato), di tassare fino al 5,2% le entrate delle compagnie assicurative e fino al 5,6% quelle degli altri istituti finanziari (borse, agenti finanziari, gestori di fondi d’investimento …). L’Ungheria supera così Obama che ha annunciato una tassa sulle banche dello 0,15% solamente. Ma questo provvedimento, che dovrebbe garantire un gettito di 650 milioni di euro l’anno per due anni (2010 e 2011), circa lo 0,8% del PIL secondo le stime del governo, non piace alle banche che fanno pressione minacciando di ritirare gli investimenti in Ungheria. Il Fondo monetario ha dal canto suo sospeso i negoziati avvertendo che chiuderà il rubinetto del credito concesso nel 2008, e questo nonostante che il piano di finanziamento, con scadenza inizialmente prevista a marzo 2010, fosse stato prorogato a ottobre dello stesso anno.

E’ evidente che il piano di tassazione delle banche, vero pomo della discordia tra l’Ungheria e Fmi, costituisce l’ostacolo al proseguimento del prestito. Il Fondo ritiene che il paese dovrebbe adottare misure in linea con il dogma corrente neoliberista: col che s’intende tassare i poveri prima delle banche. Certamente i poveri hanno pochi soldi…ma ce ne sono tanti!… A qualcuno sfugge il cinismo?

Inoltre, la previsione di un tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici, compreso il governatore della banca centrale, è in netto contrasto con le raccomandazioni del Fondo che preferisce un livellamento “dal basso” attraverso la riduzione o il congelamento dei salari, com’è avvenuto in Grecia o in Romania. Attenzione a non farsi illusioni su un partito di governo che già nel 1990 aveva favorito l’ingresso del neoliberismo…

« O la tassa sulle banche, o l’austerità»

Christoph Rosenberg, capo della delegazione del Fmi in Ungheria, riporta la richiesta di maggiori dettagli sul bilancio del prossimo anno da parte dell’organizzazione internazionale: “Quando torneremo, sempre che non sia la settimana prossima, il governo avrà proseguito nella definizione del bilancio 2011 e sarà un bilancio molto importante”. (2).
Ancora una volta il Fondo monetario internazionale si appresta a riesaminare la copia del governo e interviene direttamente nella definizione del bilancio ungherese a dispetto dalla sua sovranità. Nell’attesa, il FMI stima che il paese dovrà prendere “misure supplementari” di austerità per raggiungere gli obiettivi di disavanzo che si è dato. Dal canto suo il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsy ha dichiarato in un’intervista che: “Abbiamo detto (ai nostri partner N.d.T.) che non c’è modo di aggiungere ulteriori misure di rigore a quelle già prese […].: da cinque anni stiamo applicando un piano di austerità , e quindi è fuori questione”.
“Applicheremo la tassa sulle banche, sappiamo che si tratta di un fardello pesante, ma sappiamo anche che possiamo raggiungere (l’obiettivo), del 3,8% di disavanzo “. “O la tassa sulle banche, o l’austerità”
Ha anche aggiunto (3). Per contenere un’estrema destra in continua ascesa, la destra conservatrice al potere vuole evitare misure impopolari in vista delle prossime elezioni comunali previste per ottobre e respinge qualsiasi ulteriore negoziato con il Fondo.

Rottura delle trattative tra Ungheria e FMI ?

Il 17 luglio il FMI ha sospeso le trattative e, di conseguenza, l’utilizzo della parte residua del credito. La reazione dei mercati non si è fatta attendere, e il fiorino, la moneta nazionale, ha perso circa il circa il 2,4% in apertura, mentre la Borsa ha subito una perdita di oltre il 4%. Il primo ministro, Viktor Orban, ringraziando il FMI per il suo “aiuto durante i tre anni” ha indicato che “l’accordo sul prestito è scaduto nel mese di ottobre, e quindi non c’era niente da sospendere.”
“Le banche sono all’origine della crisi mondiale, è normale che contribuiscano a ripristinare la stabilità”, ha sottolineato (4).

Il 22 luglio la nuova legge della tassa sulle banche, che prevede inoltre la riduzione del prelievo fiscale sulle piccole e medie imprese (PMI) dal 16 al 10 %, è stata approvata con una larga maggioranza (301 voti a favore e 12 contrari) dal Parlamento guidato dal Fidesz di Orban . Non sorprende che il giorno dopo, le agenzie di rating Moody’s e Standard and Poor’s abbiano messo sotto osservazione l’Ungheria per un possibile declassamento del rating. Il ruolo di queste agenzie, giudici e parti di un sistema speculativo strangolatore, è presto detto: si alza il rating del governo conservatore salito al potere che aderisce al programma di austerità capitalista, si abbassa quando ci si rende conto che le misure non sono in linea con il dogma neoliberista.

Il quotidiano “Le Monde” sostiene i creditori

Diversamente da quanto sostiene il quotidiano francese Le Monde (5) nella sua edizione del 20 luglio, occorre appoggiare l’insubordinazione manifesta del governo ungherese al FMI,e sostenere l’idea che anzi deve fare lo stesso con l’altro suo creditore, l’Unione europea. Prendere le distanze da tali creditori non è un torto al popolo ungherese, per il quale pagare un debito alle condizioni imposte dal FMI e dalla UE è già un pesante fardello.

Naturalmente occorre andare oltre una semplice rottura diplomatica, proponendo, ad esempio, un fronte dei paesi a favore della cancellazione del debito, perché, come ha detto giustamente San Kara , ex presidente del Burkina Faso, pochi mesi prima di essere assassinato: “Il debito non può essere rimborsato innanzitutto perché ,se non paghiamo , i nostri creditori non moriranno, stiamone pur certi. Mentre, se paghiamo, siamo noi che moriremo .E anche di questo possiamo essere certi…(… ) Se solo il Burkina Faso si rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza. Ma, con il sostegno di tutti, di cui ho bisogno (applausi), con il sostegno di tutti possiamo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo impiegare le nostre scarse risorse per il nostro sviluppo.” (6)
Solo una mobilitazione popolare che pretenda la verità sulla destinazione del denaro preso in prestito così come anche la soddisfazione delle richieste in termini di salari, occupazione o garanzie sociali, potrà ottenere che i veri responsabili della crisi ne paghino il costo.

Perciò è di vitale importanza per i popoli d’Europa e altrove, contestare questi debiti macchiati d’illegalità e rifiutarne il pagamento. E’ un primo passo verso la sovranità che permetterebbe di dirottare gli enormi fondi dedicati al rimborso del debito verso i bisogni reali della popolazione, la salute, l’istruzione, le pensioni, e (permetterebbe) di tutelare il servizio pubblico e non delegarlo ad aziende private.

Jerome Duval
Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=20450
3.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA SELMI

Note

[1] « Hongrie : Fitch salue le résultat électoral », Le Figaro, 26 avril 2010
[2] « L’UE et le FMI suspendent les consultations avec la Hongrie », par Krisztina Than et Marton Dunai, Reuters, 18 juillet 2010.
[3] « La Hongrie exclut de nouvelles mesures d’austérité », par Gergely Szakacs et Krisztina Than, Reuters, 19 juillet 2010.
[4] « Hongrie : la taxe sur les banques est “juste et nécessaire” selon le Premier ministre », AFP, 22 juillet 2010.
[5] « En Hongrie, les curieuses manières de M. Orban », éditorial du Monde, 19 juillet 2010.
[6] Discours de Thomas Sankara à Addis-Abeba, le 29 Juillet 1987, quelques mois avant sa mort.

VEDI ANCHE: LA RIVOLTA D’UNGHERIA .

Quanto ci costa l’insalata sigillata nella plastica – Repubblica.it » Ricerca

Fonte: Quanto ci costa l’insalata sigillata nella plastica – Repubblica.it » Ricerca.

QUANDO gli italiani sentono la crisi, i dati statistici puntualmente ci dicono che il primo consumo a essere tagliato è il cibo: meno 3% di verdure, meno 1,5% d’olio, meno 10% di carne. Si sprecano cifre in negativo. Di primo acchito, accogliamo la notizia con preoccupazione e tristezza, ma il dato grossolano va esaminato in profondità, e criticamente. Bisognerebbe cioè chiedersi “come” sono abituati a spendere per il cibo gli italiani, e non soltanto “quanto”. Esistono diversi modi di vivere bene, anche in tempi di crisi – molto al di sopra di una banale e sciapa esistenza da “consumatori” – risparmiando pure qualche soldo. È pur vero che, nonostante i prezzi dei prodotti agricoli italiani siano al livello più basso di sempre, riducendo i contadini a lavorare quasi tutti in perdita, al dettaglio i prezzi sembrano non scendere mai. È un po’ come la benzina: sale quando sale il barile di petrolio, ma poi quando la materia prima costa meno, non ci sono ribassi. C’è di sicuro la necessità di prezzi più equi per tutti, ma fermiamoci a riflettere sul perché intanto noi continuiamo imperterriti con opzioni d’acquisto non sostenibili, né per l’ambiente né per le tasche. Per esempio l’insalata di “quarta gamma”, vale a dire quella già lavata, tagliata, confezionata in vaschette o bustine e pronta all’uso, costa sei-sette volte più di quella comprata fresca al mercato. Èun settore in crescita continua da almeno dieci anni, che genera margini di guadagno cospicui alle aziende produttrici. In Italia abbiamo raggiunto la posizione di secondi in Europa per le vendite di quarta gamma. Al supermercato queste insalate si trovano a partire da circa 7 euro al chilo, anche se non è poi così difficile salire di prezzo. Dipende se ci sono più tipologie d’insalata mescolate insieme, oppure dalla complessità delle vaschette per tenere separate le diverse componenti. Il packaging costa. Poi magari ci mettono delle varietà un po’ più pregiate e il prezzo lievita, anche se poi in realtà il valore è opinabile, perché le insalate di quarta gamma sono tutte ottenute con varietà selezionate e coltivate appositamente per assecondare le procedure industriali necessarie. Insomma, anche se si tratta di radicchioè pur sempre un radicchio “da quarta gamma”. Infine c’è la variante verdurine: ho visto in supermercato due insalate impacchettate, uguali in tutti gli ingredienti tranne che in una delle due c’erano carote tagliate a bastoncini. Bene, quest’ultima costava 25 centesimi in più per la bustina da 200 grammi. Al chilo fanno 1 Euro e 25 centesimi. Questo sarebbe il prezzo di una manciatina di carote, che neanche ne fa una intera, carote che ai contadini vengono pagate 9 centesimi al chilo? 7 Euro al chilo per un’insalata! E attenzione: la compriamo già pronta per risparmiare tempo, ma spesso finiamo con il lavarla lo stesso perché non ci fidiamo delle “atmosfere modificate” in cui si confeziona. Ma non c’è solo l’insalata: ho visto una confezione di pasta precotta con pomodoro basilicoe mozzarellaa quasi tre euro per un paio di porzioni. Andrà saltata in padella per circa 7 minuti. Se faccio il conto di due porzioni di pasta al pomodoro, basilico e mozzarella cucinata con gli ingredienti freschi spendo la metà, e a farla ci metto circa dieci minuti, il tempo di cottura della pasta mentre preparo il sugo. A parte il fatto che sfido chiunque a dirmi che quella precotta e surgelata è più buona di una preparata al momento, perché tanta gente fa queste scelte illogiche, nonostante la crisi? Ci lamentiamo che il cibo è caro ma una volta davanti al bancone del supermercato lasciamo da parte il ragionamento e paghiamo senza batter ciglio. Paghiamo, convinti che andare al mercato, dal fruttivendolo o dal contadino ci porti via troppo tempo, che lavare l’insalata ci porti via troppo tempo, che cucinare materie prime semplici ci porti via troppo tempo. Tempo prezioso, che siamo disposti rassegnatamente a pagare, e pure caro. Ma questi minuti, quest’oretta quotidiana risparmiata, valgono davvero i nostri soldi? Questo tempo libero quotidiano, come lo impieghiamo? In attività creative, relazioni interpersonali appaganti, arricchimento dei propri interessi culturali? Non credo. Mi sembra più diffusa l’abitudine a isolarsi davanti a uno schermo, televisivo o di computer, sprofondati nella nostra routinaria pigrizia mentale. Ad alcuni il tempo «liberato» serve addirittura a lavorare di più. Più soldi danno la possibilità di soddisfare bisogni fittizi, di comprare oggetti inutili, tra cui appunto il cibo preconfezionato. Mai come oggi forse l’umanità dell’Occidente ha avuto potenzialmente tanto tempo libero a disposizione, però questo viene vissuto come un contenitore da riempire, pianificando consumisticamente attività, incontri, acquisti, per ingannare il vuoto che ci fa paura. Ma torniamo alla statistica allarmata del calo dei consumi alimentari come segnale di peggioramento delle condizioni economiche. Uno dei dati più enfatizzati riguarda la carne. «Crollo dei consumi di carne»: lo si evidenzia come se fosse una cosa preoccupante, ma non è vero. Eh sì, perché di carne ne mangiamo troppa, secondo i nutrizionisti; e inoltre gli allevamenti intensivi hanno conseguenze ambientali spaventose. Per produrre un chilo di carne occorrono più di 15.000 litri d’acqua, a monte della filiera ci sono monocolture di cereali per la mangimistica insostenibili sia dal punto di vista energetico che ambientale; a valle deiezioni inquinanti per terreni e falde acquifere, nonché emissioni eccessive di gas metano e CO2, responsabili dei cambiamenti climatici. Se tutti al mondo mangiassero i circa 90 chili di carne pro capite che consuma in media un italiano il pianeta collasserebbe. Il fatto che si mangi meno carne dovrebbe essere considerato un dato positivo. In ogni momento di crisi, anche nei passaggi dolorosi, può esserci un’opportunità nuova. L’esempio più evidente è proprio quello della possibilità di cambiare i nostri consumi alimentari. Senza rinunciare al nostro fabbisogno energetico, e nemmeno alle gratificazioni che il cibo può darci, anzi guadagnandoci in salute. Privilegiare l’acquisto di materie prime semplici da cucinare, ci dà la possibilità di risparmiare assicurandoci una maggiore qualità e freschezza. Ricordiamoci che è proprio la freschezza dei cibi a garantire un apporto ottimale di nutrienti; è l’assenza o quasi di manipolazioni e aggiunte il modo più facile per riconoscere la bontà di un cibo. Cercare canali alternativi di approvvigionamento, direttamente dal produttore o nei mercati contadini, è un altro modo vantaggioso di cambiare abitudini. Infine c’è lo spreco. Non è il caso di dilungarsi troppo: quelle 4.000 tonnellate al giorno di cibo ancora edibile buttate nella spazzatura in Italia parlano da sole e gridano vendetta. Chissà quante insalate di quarta gamma, scadute sui banchi del supermercato oppure avvizzite nei nostri frigoriferi, concorrono a raggiungere quota 4.000 tonnellate. Insomma la crisi ci pone sicuramente davanti a grandi difficoltà, nel campo del lavoro, per la mancanza di risorse finanziarie, il taglio di servizi essenziali, le conseguenze sempre più pesanti del degrado ambientale. Dedichiamo a questi problemi le statistiche allarmanti. Per quanto riguarda il cibo, invece, cambiamo lo sguardo: quello che può sembrare una rinuncia, può essere invece un vantaggio. – CARLO PETRINI

Antonino Scopelliti, il giudice (non più) solo

Fonte: Antonino Scopelliti, il giudice (non più) solo.

Sentiamo spesso parlare di Falcone e Borsellino. Ovviamente da militante antimafia sono orgoglioso e fiero delle loro storie, del loro impegno, del loro sacrificio. Ma da calabrese provo vergogna per il fatto che non tutti conoscono la storia del “nostro” Antonino Scopelliti, non a caso passato alla cronaca come “il giudice solo”.
Antonino Scopelliti, “ninuzzo” per gli amici, era un magistrato calabrese, nato e cresciuto a Campo Calabro, prima di trasferirsi a Milano e poi Roma dove divenne sostituto Procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione, dove era considerato il numero uno dei sostituti procuratori generali. Un garante del diritto, non “ammazzava le sentenze”: Scopelliti era uno di quelli che le condanne spesso chiedeva di confermarle, senza distruggere il lavoro dei suoi colleghi in primo grado ed in appello.
Si occupò dei più grandi processi della storia italiana degli anni 70-80: dalla mafia, alla camorra, alle stragi di terrorismo, al processo Moro, a quello del Capitano Basile, fino ad accettare la pubblica accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra. Era maggio, correva l’anno 1991.

In parole povere Antonino Scopelliti avrebbe certamente indirizzato la Cassazione verso la conferma delle condanne che Falcone e Borsellino infersero in primo grado a Palermo a personaggi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Si narra che alcuni esponenti di Cosa nostra, in accordo scellerato con la ‘ndrangheta, cercarono di avvicinare il magistrato per proporgli una consistente somma di denaro (si parla di 5 miliardi per parola del Giudice Antonino Caponnetto) per desistere e accogliere i ricorsi dei boss; Scopelliti naturalmente rifiutò ed andò avanti nel suo lavoro.
Era il 9 Agosto del 1991, quando lo uccisero, aveva 56 anni. A settembre Scopelliti avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa in Cassazione ed in virtù di ciò si fece mandare le carte del processo da Roma per cominciare a studiare la requisitoria. Era da solo in macchina, senza scorta (da lui rifiutata perchè ritenuta uno status symbol), stava percorrendo la strada di casa, in località Campo Piale, fu affiancato da un commando che gli sparò due colpi di lupara, facendogli perdere il controllo della macchina, che precipitò nella scarpata sovrastante l’area di servizio autostradale di Villa San Giovanni. Il commando volle controllare se l’uomo fosse ancora vivo e firmò l’omicidio con un colpo di grazia sparato con una P38.

Ai funerali di Scopelliti, a Campo Calabro, arrivò un uomo baffuto dall’altra parte dello Stretto, un magistrato, si chiamava Giovanni Falcone. Furono emblematiche quelle parole sorde, cupe, nette, lapidarie. Quattro parole quattro pronunciate a fianco della bara del suo collega ed amico ucciso: “il prossimo sono io”. Profetico: il 23 maggio del ’92, a Capaci, viene fatto saltare in aria assieme agli uomini della sua scorta. Sono trascorsi appena nove mesi dall’omicidio Scopelliti.
Per il “giudice solo” la Calabria fu protagonista di una settimana di lutti e strette di mano, poi il nulla. ‘Avete avuto un grande esempio in questa terra – disse il Magistrato di Palermo Caponnetto – si chiamava Antonino Scopelliti. Conoscevo il suo impegno, la sua dedizione allo Stato. Eppure sembra che lo si voglia dimenticare, che lo si voglia rimuovere dalla coscienza. Non c’è una piazza o una via intitolate a Scopelliti, mentre sono migliaia le piazze intitolate a Borsellino e Falcone’.  Ed ancora: ‘Era il magistrato più coraggioso, più invulnerabile. Era temuto per la sua intelligenza e per la sua onestà. E come si può dimenticare un sacrificio del genere?’

Che terra disgraziata, la nostra! Non si potè contraddire Caponnetto, e questa è e sarà una macchia indelebile sulle nostre coscienze. Una Calabria rassegnata, ferma, immobile, ammutolita, morta e succube di se stessa e della propria codardia. Non ci fu, da noi, la “rivolta” che visse in Sicilia per Borsellino e per Falcone, i comitati delle lenzuola, le urla contro uno Stato fino ad allora assente dal Mezzogiorno. Quasi come se la Calabria avesse voluto dimenticare un glorioso, prestigioso e coraggioso magistrato che pur le aveva dato tanto lustro in tutta Italia.

Ma come diceva una fortunata trasmissione Rai del passato, “non è mai troppo tardi”. Nel Novembre del 2005, dopo l’omicidio Fortugno, finalmente tutti insieme, abbiamo urlato il nostro “NO!”, riprendendoci la nostra dignità di fronte allo strapotere della ‘ndrangheta e dei poteri forti. “E adesso ammazzateci tutti”, un urlo che, pochi mesi dopo ha coinvolto anche Rosanna, unica figlia del giudice Scopelliti. Aveva 7 anni quando la mafia gli uccise il padre, e da allora lei ha guardato con diffidenza la Calabria che non solo gli aveva tolto il papà, ma che lo aveva ammazzato una seconda volta rendendosi complice di un assordante silenzio non solo istituzionale, ma anche tra la gente.

Oggi Rosanna Scopelliti ha 26 anni ed ha negli occhi, straordinariamente uguali a quelli del padre, la stessa voglia di combattere e la stessa voglia di far riscattare una intera popolazione onesta, e con estremo coraggio porta avanti battaglie di civiltà e di legalità insieme a noi ragazzi di Ammazzateci Tutti.
Assieme a noi è stata costituita la Fondazione “Antonino Scopelliti” (www.fondazionescopelliti.it) di cui Rosanna è presidente. La Fondazione si circonda di illustri nomi del mondo dell’antimafia sociale, del giornalismo, della magistratura, delle forze dell’ordine.
Non ce lo siamo dimenticato il giudice Scopelliti. Il suo sangue scorre nella rinascita di questa terra.

Alessandro Pecora
giovedì 20 marzo 2008
da ammazzatecitutti.org

Ammazzarli tutti per salvare i suoi | BananaBis

Fonte: Ammazzarli tutti per salvare i suoi | BananaBis.

DA MEDIASET A MILLS, MANNAIA AD PERSONAM CHE CANCELLERÀ IL 50% DEI PROCEDIMENTI: DALLA CORRUZIONE AI MALTRATTAMENTI
di Antonella Mascali

Questa estate niente feste circondato da giovani fanciulle a villa Certosa. Berlusconi si riposerà (dice) pochi giorni ad Arcore, il tempo di ricaricare le pile, e poi di nuovo all’attacco.
Una volta per tutte vuole mettere a posto i suoi affari personali.
L’unica via maestra che gli appare è quella del voto anticipato.
Prima del 14 dicembre, giorno in cui si riunirà la Consulta sul legittimo impedimento ad premier e ministri.

E siccome i fan del Cavaliere – quelli della P3 – non sono riusciti, anche se per un soffio, a far sdraiare la maggioranza dei giudici ai piedi del lodo Alfano, deve pensarci lui in prima persona. Il punto numero uno del programma che sottoporrà alla fiducia in Parlamento, a settembre, è la giustizia. Dentro questa scatola c’è anche una classifica. Primo, il processo breve, ovvero ammazza processi. L’effetto collaterale dell’estinzione di decine di migliaia di procedimenti, non turba minimamente il premier. Per lui è vitale. La sua approvazione segnerà il de profundis dei processi milanesi Mediaset e Mills e probabilmente, per come è messa la macchina giustizia, anche Mediatrade-Rti, ancora in udienza preliminare. Secondo, il testo approvato in Senato e rimasto fermo alla Camera, la legge – per quanto riguarda i reati inferiori ai 10 anni – si applica a tutti gli imputati di reati indultabili, commessi quindi fino al 2 maggio 2006. I procedimenti vengono prescritti in primo grado dopo 3 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, in appello dopo due e in Cassazione dopo un anno e mezzo. La normativa vale anche per i processi di primo grado in corso, altrimenti Berlusconi non sarebbe salvo. “È una legge che metterà in ginocchio la giustizia”, ha ripetuto più volte Luca Palamara, presidente dell’Anm, mentre il ministro Alfano sosteneva che non c’era da drammatizzare: “Si estingueranno solo l’1% dei processi”. Ma secondo dati raccolti dal Csm andranno al macero fino al 50% dei procedimenti. Contro il processo breve il Consiglio si è espresso a dicembre. Per l’organo di autogoverno dei magistrati si rischia seriamente “una paralisi dell’attività giudiziaria”, senza contare che il ddl è incostituzionale (viola il principio del giusto processo, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’uguaglianza dei cittadini), rappresenta un’amnistia per reati “di considerevole gravità”, come la corruzione e i maltrattamenti in famiglia, ed è anche contro la Convenzione dell’Onu, firmata dall’Italia, che chiede più incisività nella lotta alla corruzione. A gennaio è stato scritto inoltre un documento unitario di tutte le magistrature, come raramente accade: hanno emesso un verdetto di condanna del ddl che “impropriamente viene denominato ‘misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi’” ma che in realtà “cancellerà ogni speranza di giustizia per le vittime di reati di particolare gravità, trasformando il processo penale in una tragica farsa”. Se la legge ci fosse stata nel periodo del processo di primo grado a Dell’Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, il senatore Pdl sarebbe scampato alla condanna a 9 anni di carcere e oggi non sarebbe neppure un condannato in appello.

Berlusconi però non pensa solo al processo breve. Tiene molto anche al lodo Alfano costituzionale che deve sostituire il legittimo impedimento ad hoc. A prescindere dalla decisione della Consulta, scadrà infatti nell’ottobre 2011 con la conseguente ripresa dei suoi processi, sospesi per l’ennesima volta. Il lodo di turno è in commissione Affari costituzionali del Senato. Pdl e Lega prima della crisi hanno cercato di procedere spediti perché diventi legge uno scudo, che a differenza di quello Alfano 1, avvolge il presidente della Repubblica, il premier e i ministri, che hanno preso il posto dei presidenti delle Camere. Come il precedente – per schermare Berlusconi – vale anche per i processi antecedenti all’assunzione delle funzioni delle cariche coinvolte.

ComeDonChisciotte – BACKLASH ECONOMY: IL CASO DELL’ISLANDA, OVVERO UNA POSSIBILE RISPOSTA ALLA SHOCK ECONOMY

ComeDonChisciotte – BACKLASH ECONOMY: IL CASO DELL’ISLANDA, OVVERO UNA POSSIBILE RISPOSTA ALLA SHOCK ECONOMY.

DI PIETRO CAMBI
crisis.blogosfere.it/

La Crisi vista dall’Islanda. Su una maglietta, a Reykjavik

Ebbene si. Confesso che, per la prima volta in dieci anni, ho fatto anche io il mio viaggettino all’estero, ho preso un aereo, ho dato il mio bastardo contributo all’aumento della CO2 etc etc. A titolo di discolpa posso solo dire che l’Islanda per un geologo è come la Mecca per un mussulmano ( no pun intended). Una volta nella vita tocca andarci.

Mettete poi la mamma di tutte le Crisi che ha fatto collassare il sistema bancario/finanziario locale e con esso la moneta, rendendo accessibile alle mie tasche sgarrupate quello che altrimenti sarebbe il paese più caro del mondo, tre amici con simili condizioni monetarie ed analoga curiosità et voilà. Siamo andati a zonzo in salsa decisamente pauperistica, tenda, fuoristrada vecchio di dieci anni e con 170.000 km sul groppone.

Niente di organizzato, tutto di auto(dis)organizzato.

Sul fascino del paese poco da dire: a parte vulcani, ghiacci, avifauna, è la mancanza di GENTE e la commovente permanenza di PERSONE, in paesaggi fieri ed implacabili, che colpisce. Gli islandesi, gente ovviamente fiera e tosta, sono rimasti parecchio male della scoppola che hanno rimediato.

Convinti dai media che le spericolate operazioni di finanzia creativa messe su dai principali istituti del paese fossero l’equivalente moderno delle incursioni vichinghe dell’ IX secolo, di cui sono ancora alquanto fieri, al collasso della baracca, con tipica brutalità, hanno istituito una commissione di inchiesta DAVVERO indipendente, che in un anno e mezzo ha prodotto una relazione di un 700 pagine che inchodava, in pratica, gli interi vertici del paese alle proprie evidenti responsabilità, con contorno di lampanti connivenze, prestiti agevolatissimi allo 0% di interessi per dieci anni, mutui ipermilionari a ministri vari etc etc.

Tra quelli in vacanza permanente effettiva all’estero e quelli in soggiorno obbligato all’interno, la classe dirigente è stata spazzata via, il nepotismo, presente in modo quasi naturale in una comunità di 300.000 persone scarse, oltretutto per oltre metà concentrati nell’unica città/capitale ed il resto sparpagliato con una densità abitativa tra le più basse al mondo, è stato rapidamente esplicitato, nomi e cognomi, cosa facile in una nazione piccola e del resto facilmente verificabile da chicchessia. Alle elezioni ha stravinto il “Beppe Grillo” locale, che è diventato il Sindaco di Reykjavik. Una sua “deputata anarchica” ( ossimoro davvero spettacolare) ha proposto una legge che avrebbe fatto diventare l’Islanda il paradiso della libera informazione. Nell’incredulità della stessa deputata il disegno di legge “>è stato approvato proprio mentre ero a Reykjavik, ALL’UNANIMITA’.Un segno del desiderio di voltare davvero pagina del paese.

Nel frattempo la comunità finanziaria internazionale chiedeva al Governo islandese di assumersi non solo la responsabilità politica, evidente, ma anche e sopratutto quella economica del crack multimiliardario delle istituzioni finanziarie del paese.

La cosa avrebbe comportato il collasso del sistema previdenziale del paese ed in pratica la totale distorsione del denaro dei cotribuenti nelle tasche degli istituti creditori.

Questa era, invero una novità: Questa volta, senza nemmeno provare ad indorare la pillola, si intendeva OBBLIGARE un governo, ovvero tutti i cittadini di un paese a pagare per gli errori e le nefandezze di pochi, oltretutto privati, speculatori.

La cosa non è semplice come la dipingo, ovviamente, il confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato è spesso sfumato, ad esempio nel caso di istituti con capitali di maggioranza pubblici, nomine politiche, etc etc, ma credo che capiate il punto. Si è trattato, in realtà, del calo definitivo della maschera, delle forze reali del consesso internazionale, con la politica che nei paesi creditori si adattava a fare la parte del picciotto mandato a dare una sonora lezione al malcapitato comerciante non intenzionato a pagare il pizzo. L’Inghilterra, in primo luogo, si è incaricata di fare la voce grossa, minacciando le solite “sever conseguenze” in caso di non ottemperanza ai piani di rientro definti dal fondo internazionale..bla bla.

E’ stato però un grave errore. Un classico errore da delirio di onnipotenza ( unito ad una interiore paura della debolezza di questa pretesa onnipotenza).

Gli islandesi infatti, posti finalmente di fronte alla brutale realtà delle conseguenze devastanti  per l’economia reale del collasso finanziario, si sono resi conto di non volere ne POTERE pagare il conto presentato. Badate bene NON si è trattato ne si tratta di un classico default.

Si tratta, invece del rovescio della medaglia del liberismo: tirando troppo la corda il micidiale “t oo big to fail” che sta condannando il sistema americano non vale più. La mano pubblica NON interviene perchè non può ne vuole farlo e lascia creditori e debitori a mazziarsi tra di loro, nazionali o internazionali che siano. Le conseguenze di operazioni troppo azzardate ed affidi troppo inconsapevoli ed imprudenti ricadono, alla buon’ora sui diretti interessati.

Ecco, secondo il sottoscritto, il germe della possibile uscita dal paradigma “macroeconomico” attuale:di fronte a due scelte, una “assai sgradevole”, l’altra esiziale, tra il collasso locale e, forse, mondiale, del sistema finanziario, ovvero in ultima analisi, per i comuni cittadini, dei risparmi e della previdenza, ed uno della economia reale, che si tirerebbe dietro ANCHE il sistema previdenziale ed i risparmi, sia pure in uno slow motion crashing, la risposta può essere solo quella di accettare le perdite, contabilizzare i caduti e cercare di salvare il salvabile, nel processo riformando società ed economia su basi sostenibili. Il tutto si esplica, l’Islanda l’ha fatto, rinviando al mittente le richieste di risolvere PRIMA le esigenze finanziarie dei creditori interni e, sopratutto, esteri.

Non ho ancora un nome definitivo per questo genere di risposte “a muso duro” che, per essere davvero efficace, andrebbe sistematizzato con la stessa spietata freddezza con cui si è sistematizzato la Shock economy ( Loretta se ci sei batti un colpo).

Provvisoriamente possiamo chiamarla backlash economy“, l’economia “di reazione” o “del colpo di coda”, come preferite.

Passato il primo momento di sconforto gli islandesi hanno recuperato in fretta.

Come mi ha detto uno di loro, libraio a Reykjavik, quando hai una buona casa, energia quasi gratis e terra a volontà, non dovresti preoccuparti TROPPO.

In ogni caso – ha concluso con un mezzo sorriso – alle crisi ci siamo abituati. Per noi una VERA crisi è quando un vulcano si risveglia e minaccia di ricoprire un terzo del paese sotto una coltre di ceneri fumanti….

PIetro Cambi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it
Link: http://crisis.blogosfere.it/2010/08/backlash-economy-il-caso-dellislanda-ovvero-una-possibile-risposta-alla-shock-economy.html
7.08.2010